mercoledì 31 ottobre 2007

Un mese da orso




Oggi termina ottobre e con esso il primo mese del mio blog, costruito lacrime e sangue. Soprattutto lacrime, nel sentirmi un uomo dell’Ottocento, avvezzo all’utilizzo delle tecnologie quanto un orso marsicano. Il fatto che è un conto la teoria, un altro la prassi. E della Rete mi hanno sempre appassionano le teorie su un nuovo modo di informare, sulle attuali forme di comunicazione, sulle sconfinate praterie della relazione interpersonale. Provate voi, allora, a zappare un orticello fatto di parole incomprensibili pur se tradotte in italiano (link, tag, code…) per allestire qualcosa che si vorrebbe simile al sito del New York Times e invece sembrano le pagine del quaderno di mia figlia Giorgia. In ogni caso, il blog c’è e non è tradito lo scopo per cui è stato realizzato (“esperimento per comunicare con gli amici che vedo sempre meno e che possono avere così un'idea di ciò che mi passa per la testa”, come direbbe il mio amico Marco).
In questo mese, ho scoperto cose incredibili, mentre altre mi restano completamente misteriose.
Un rapido elenco, assai superficiale e per altro non esaustivo.

  • Un blog ha molti visitatori, con dinamiche originali di provenienza.
  • La maggior parte di chi ti visita se ne frega di commentare quello che scrivi.
  • A rileggere certi miei post capisco pure il perché.
  • Una delle motivazioni sovente non dichiarate da parte di chi realizza un blog è di acquisire fama, di “diventare qualcuno” in un ambito pur circoscritto a chi utilizza il web.
  • Qualcuno, accecato dalla vana gloria o forse speranzoso di poterci un giorno guadagnare, può utilizzare qualche espediente, facendo leva sui meccanismi che determinano il seguito o l’autorevolezza del proprio blog.
  • La vanità è allettante e anch’io, quando questo blog è uscito dalla clandestinità, sono stato tentato di conoscere quanti visitatori ha, chi lo “linka”, il “rank” che ha e quello che potrebbe avere… Ma poi ho aperto gli occhi e ho deciso che non voglio me ne importi nulla. Per cui questo blog, fino a nuovo ordine, rimarrà “derankirizzato”.
  • Buona parte di questa decisione è dovuta al fatto che al momento dell’adesione a Google Analytics mi sono impantanato al momento di ricopiare non ricordo più bene quale codice nell’apposito spazio tra il tag e qualcosa d'altro. Quel giorno ho perso un’occasione di autostima e di crescita tecnologica, ma mi si è aperto una spazio di riflessione che altrimenti non avrei neppure sognato.
  • La bellezza di un blog è che in teoria lo possono veder tutti, ma che rimane nascosto a persone che lo hanno tutto il giorno sotto il naso.
  • La bruttezza di un blog e che magari ti stanchi e cominci a trascurarlo e rimane in Rete la tristezza di scritti risalenti all’anno addietro, a stagioni passate, a foto ingiallite (nel senso metaforico, poiché nessuno ha ancora pensato a una versione seppia delle foto a mano a mano che passa il tempo)
  • Nei primi 30 giorni ho già conosciuto gente in gamba, mettendo in pista, per chi gravita su Como, persino una “blog pizza” (doveva essere il 12 novembre, ma quando si è in tanti, si sa, accordarsi non è facile, tuttavia ci stiamo lavorando).
  • Tra gli ostacoli più ardui, ci sono i Feed Rss, che dovrebbero essere facili facili da usare, di cui ho letto svariate spiegazioni e che mi sono stati spiegati più volte anche a voce, ma che rimangono un oggetto oscuro.
  • Un'altra nebulosa è quella delle targhette bellissime, che sembrano le mostrine di un generale americano in pensione, o la collezioni di spille in regalo con i formaggini Tigre, che rimandano a mondi patinati (“GoogleAddicted”, “Technorati”, “BlogBabel”, “Newsgator”…) e a cui ancora non oso avvicinarmi.
  • Lo stile di un blog, essendo almeno il mio una sorta di diario personale, è assai differente dagli strumenti con cui di solito ho a che fare, soprattutto i giornali. In pochi centimetri ci sono tre mie foto, nello scrivere utilizzo la prima persona singolare e non quella plurale, parlo di cose anche intime, di cui per buona regola non dovrebbe fregare nulla a nessuno… Afeltra, tanto per fare un nome, non avrebbe approvato.
  • Dopo le prime sette camicie sudate per crearlo, sono andato un po’ in stand-by per quanto riguarda gli aggiornamenti tecnologici, rifugiandomi nei contenuti, che poi è il mio pane quotidiano. Ciò non equivale, almeno nelle intenzioni, a una resa: prometto di tornare alla carica per imparare cose nuove.
  • Sull’assenza dell’account Twitter ho ricevuto uno smacco. Così un account l’ho fatto (Giorgio20righe). Elena, sempre gentile, mi ha già inserito, ma se dicessi che ho capito a cosa serve o come funziona sarei falso. Mi sono ripromesso di capirlo, però qualche minuto non basta, almeno al sottoscritto. Attendo la prossima mezza giornata libera per tuffarmici a capofitto, nella speranza di non trovare un muro.

Potrei dilungarmi, non lo faccio. Per un misero mese di pratica ho già parlato troppo.

Quotidiani on line


Per addetti ai lavori e lettori di quotidiani: da lunedì è on line il nuovo sito del Sole24Ore. Nel blog di Luca Conti c'è un commento non banale. Così pure commenti si possono trovare a riguardo in Pandemia. In più, il responsabile del sito, Franco Sarcina, nel blog del Sole chiede pareri ai "naviganti" e credo che questo sia il riferimento più interessante, poiché non sono solo gli esperti che parlano, bensì i lettori veri e propri.
Poche settimane fa era stato il turno della versione on line del Corriere della Sera. Anche in questo caso Luca Conti e i visitatori del suo blog avevano espresso qualche parere significativo.

martedì 30 ottobre 2007

E il naufragar m'è dolce


Oggi non mi va di scrivere come se dovessi cambiare il mondo.

Mi limiterò a dire che non credo agli oroscopi (anche se sono curioso, quando ci incappo) ma forse il mese in cui uno è nato influisce su umori, gusti e stati d'animo.

Io ad esempio adoro l'autunno. Adoro le giornate come quella odierna: umida, piovigginosa, plumbea, grigia, scura, nebbiosa. Dell'autunno mi piacciono i colori del cielo, delle piante, la malinconia della stagione che cade. E la solitudine che induce.

lunedì 29 ottobre 2007

Buticchi merita




Per un giorno rintuzzo la curiosità su web, aggregatori e social network (non di solo blog, vive l'uomo) e torno ad occuparmi di un argomento che mi sta a cuore: i libri.
Come forse ho già scritto, da qualche mese fatico a cimentarmi con i romanzi, sia i best sellers attuali, sia i classici che mi hanno sempre appassionato. Il tempo che dedico alla lettura si è affievolito e, pur tenendo sul comodino due o tre libri, la bramosia di lettura ha cessato da un pezzo di tramutarsi in foga.
Tanto per non smentirmi, in due giorni mi sono letto "La società digitale" di Granieri (mi è piaciuto) e sempre di Granieri ho cominciato "Generazione Blog".
Non riesco invece ad appassionarmi al libro di Buticchi ("Il vento dei demoni"), pur avendo assai apprezzato l'autore, durante il suo incontro con i lettori, tenutosi a Como sabato scorso, nel tardo pomeriggio.
C'era un sacco di gente, al terzo piano di quello splendido edificio ora occupato dalla Libreria Ubik. E devo dire che ho trovato in Buticchi uno scrittore che non si è montato la testa, desideroso ancor oggi, nonostante le centinaia di migliaia di libri venduti, di "conquistare" i lettori uno a uno. Per chi non lo sapesse, Buticchi scrive d'avventura, sulle orme di "giganti" del genere, quali Wilbur Smith e Clive Cussler.
Di Buticchi ho apprezzato: che non se la tira; che parla volentieri degli altri autori, non già come se trattasse di colleghi - quali pur sono - bensì da lettore; che sembra sincero; che è ancora capace di "stupirsi" di fronte a un pubblico; che non annoia e non si annoia.
Credo sia stato determinante, nella formazione di un simile atteggiamento, oltre al carattere personale, anche l'aver raggiunto fama e gloria in età matura.
Diffido sempre degli "enfant prodige", ma questo è un altro discorso.
Comunque sia, è stato un piacere presentare Buticchi, a cui ho potuto fare una trentina di domande di fila, senza che a nessuno - credo - venisse la bolla al naso.
Ed è stata una scoperta il fatto che, nonostante sia autore affermato, come in Italia ce ne sono al massimo una ventina, continua a fare quello che ha sempre fatto: gestire uno stablimento balnerare a Lerici, in Liguria, dove abita.
Ora proprio non ce la faccio, ma giuro che appena mi torna la "voglia" di romanzo, leggerò uno dei suoi libri.

domenica 28 ottobre 2007

AggreCOmiamoci


Aggregare i blog comaschi. Potrebbe essere questa la risposta a uno dei propositi che mi hanno spinto a creare un blog e che ho dichiarato in uno dei primi post, cioè quello di creare un network? Potrebbe.

L'idea è quella di creare un network, che chiami a raccolta tutti coloro che a Como e provincia hanno un blog (e tra essi ci sono alcune "menti fini" che altri sistemi sul territorio neppure si sognano).
A rilanciare l’iniziativa è stata Elena, che ne ha già parlato con Alfredo (che a Potenza ha già sperimentato qualcosa di simile, creato da Giuseppe Granieri) e con Gaspar, che se non ho capito male è di Como e se così fosse sarebbe un onore doppio, poiché ho visitato il suo blog e l’ho molto apprezzato (tra l’altro, una sua felice frase l’ho trovata come incipit a un capitolo del libro di Granieri che sto leggendo, “La società digitale”: ciò a dimostrazione che non millanto, quando dico che lo sto leggendo, anzi mi mancano una dozzina di pagine e l'ho finito).
Dell’aggregatore di blog ne vorrei parlare con Marco Migliavada, che conosco da una vita, e con Luca Zappa, che abita ad Erba e si occupa di social network pure per mestiere, e come Elena e Gaspar e Alfredo ho conosciuto da poco. Sia Marco, sia Luca, ho scoperto, vengono a vedere il basket a Cantù, e magari già oggi, se sono fortunato, a voce gliene parlo. E poi vorrei parlarne anche con Alessandro Baffa, anch'egli di Como, che non conosco ma che ha un bel blog e mi piacerebbe coinvolgere.

Lo facciamo questo "aggregatore"? Da dove iniziamo? Come posso essere utile? Buoni propositi e consigli si accettano.

sabato 27 ottobre 2007

La sfida giurassica


Approfitto di questa mezz’ora libera per approfondire il discorso su “TRex” e “Velociraptor”, introdotta in un precedente post.
Come tutte le classificazioni, anche questa è riduttiva, lacunosa e senza pretesa di assolutezza alcuna, però la ripropongo, aggiungendo qualche ulteriore specifica, poiché mi pare significativa.
Allora, per “Tirannosauri” intendo coloro formati e affermati prima dell’era dei computer o agli albori di essa, che hanno utilizzato finora e in gran parte ancora utilizzano i moderni strumenti tecnologici come evoluzioni di vecchi metodi (penso al computer come semplice macchina per scrivere o al cellulare esclusivamente come apparecchio telefonico). I “Tirannosauri” sono cresciuti privilegiando, nel campo dell’informazione, la buona scrittura, l’esposizione lineare, il modello “uno a molti”. Usano Internet come hanno sempre fatto con l’enciclopedia universale. Fino ad oggi hanno dominato il mondo dell’informazione: sono pochi, ma imponenti e robusti. In genere, l’idealtipo del “Tirannosauro” è il giornalista classico.
“Velociraptor” sono invece cresciuti a pane e tecnologia, per loro il computer non ha segreti e alla forma dell’informazione preferiscono la sostanza, privilegiando un modello “a rete”, fatto di nodi, trame ed ordito. Non usano Internet, ci vivono. In genere, l’idealtipo del “Velociraptor” è il tecnico informatico, quelli che si accontentano di un "mouse" e computer nel buio di una cantina, ma non disprezzano la luce del sole, tanto che sempre più frequentemente vi si affacciano. Erano pochi e rapidi. Sono rimasti rapidi, ma aumentano di giorno in giorno.
Questo per dirla in maniera un poco romanzata, sperando che la banalità non faccia ombra al barlume di vero.
Aggiungo questo parere personale: mentre i “Tirannosauri” rimangono tali e pochissimi sono coloro che, avendo il ventre sazio, cominciano a correre o almeno a camminare un po’ spedito, intuendo che a breve il mondo in cui hanno sempre vissuto e che li ha fatti prosperare sta finendo, i “Velociraptor” aggiungono ai loro talenti innati, pure le abilità altrui.
Penso alla capacità di esprimersi in buon italiano, ad esempio. È esperienza comune, per chi frequenta la blogosfera (brutta parola, tra l’altro: Giulio Verne avrebbe fatto di meglio), apprezzare, oltre al contenuto, la forma di quanto viene scritto.
Ok, ora chiudo. Erano pensieri in libertà, di un tranquillo sabato pomeriggio.

venerdì 26 ottobre 2007

Scrittori a Como, istruzioni per l'uso


Nella sagra del "vorrei ma non posso" di queste ore (vorrei scrivere un post sullo "spirito" della rete; vorrei aprire un account Twitter; vorrei curiosare nei blog dei miei "amici" - ci si chiama così, tra blogger che si stimano? - vorrei scoprire qualcosa di nuovo che ancora non so...) causa impegni di lavoro, mi limito a citare tre appuntamenti con scrittori che si terranno a Como da oggi a lunedì.
Primo: alla libreria Ubik di Piazza San Fedele, oggi, alle 18, ci sarà Johanne Harris, scrittrice inglese già autrice di "Chocolat", da cui è stato tratto il film con protagonisti Juliette Binoche e Johnny Depp, e che ora presenta il nuovo libro: "Le scarpe rosse".
Secondo: sempre alla Ubik e sempre alle 18, ma di domani, sarà il turno di Marco Buticchi, scrittore italiano di best sellers. Anch'egli promuoverà un nuovo libro, "Il vento dei demoni" (a presenterlo ci sarò io, spero non s'offenda troppo).
Terzo: fra tre giorni, lunedì 29, nella sala Zodiaco del teatro Sociale di Como, alle 21, il giornalista e scrittore, Pino Corrias, interverrà per parlare del suo "Vicini da morire - La strage di Erba e il Nord Italia divorato dalla paura". Al suo fianco, il direttore de "la Provincia" Giorgio Gandola.
P.S. Mauro Migliavada (che con i colleghi Marco Romualdi, Paolo Moretti, Alessandro Galimberti e Stefano Ferrari è uno dei massimi esperti dei fatti capitati a Erba) ha già letto il libro di Corrias e ha detto che vale la pena leggerlo. Detto da lui, che in teoria avrebbe dovuto averne le scatole piene di quel fatto di cronaca, credo che sia un buon attestato di qualità sul lavoro svolto da Corrias.

giovedì 25 ottobre 2007

Brodino di pollo


In questi giorni, soprattutto con il collega/amico Mauro, discuto spesso di Internet, Blog, Rete, Web e come cambierà il nostro mestiere, alla luce (luce dapprima soffusa, ora più intensa) di ciò che sta accadendo.
Un orizzonte chiaro, definito, nitido non mi pare ancora di scorgerlo, la sensazione tuttavia è quella di essere dei tirannosauri nel momento in cui compare il velociraptor (cosa che non è avvenuta in natura, lo so, ma rende bene l’esempio). La profezia di quella vecchia volpe di Rupert Murdoch, secondo la quale nel futuro “non sopravviverà il più forte, bensì il più veloce” si sta dunque già attuando.
Di discorsi teorici ne sono già stati scritti un sacco.
Riporto qui solo due o tre esempi pratici, senza neppure spostarmi nel tempo.
Ultima mezz’ora: per leggere com’è sarà la tv del futuro leggo il blog di Marco, per trovare qualche notizia curiosa mi affido a Luca (e ne trovo una sulle biglietterie automatiche Nord che viene buona da subito per un servizio Etg, che manderemo in onda stasera), per sorridere mi affido alle avventure di Elena e dei suoi colleghi d’ufficio alle prese con 250 Liquironi “sterminati” in poco più di una settimana…
Marco, Elena, Luca. Sono tutti miei concittadini, abitiamo in pratica fianco a fianco, anche se prima di incontrarli via web due su tre non li conoscevo nemmeno. Sono di Como, come me, e mi bagnano il naso, nel senso che sono avanti anni luce rispetto a ciò che sono io.
Marco e Luca, è vero, hanno a che fare con le nuove tecnologie e sono avvantaggiati, ma non sono loro gli unici “velociraptor”. Elena, ad esempio, si occupa di tasse, soldi, bilanci, ma rispetto a me ha una marcia in più, perché ha capito prima la rivoluzione e si tiene aggiornata, studia, si sforza di comprendere, crea. Martedì, ad esempio, è andata al primo incontro di un corso sui diritti d’autore ad uso dei blogger.
Per non parlare di Francesca, che ogni volta che visito il suo blog rimango incantato (“Ma quante ne sa?” mi dico) e oggi mi ha fatto sentire un “disadattato” ponendomi la semplice domanda: “Hai un account Twitter?”.
Io l’account Twitter non ce l’ho e gliel’ho pure scritto, vergognandomene non poco, come chi è invitato a una festa di gala e si presenta in mutande.
Per penitenza, sto leggendo i libri di Giuseppe Granieri, a cominciare da “La società digitale”, che offre spunti non banali e già per questo vale il prezzo (basso, solo 10 €).
Certo non capiterà, come nel film di Spielberg, che sia il TRex a mangiarsi il velociraptor, poiché quando il mondo cambia e i colossi erbivori scompaiono, se non riesci a catturare il primo mammifero che assomiglia a un pollo sei spacciato.

Anche se tecnologicamente assomiglio al "tirannosauro", non voglio restare affatto senza pollo. Almeno un brodino!
È per questo che taglio corto: devo cominciare a correre.

mercoledì 24 ottobre 2007

"Flavio è morto"


Avrei voluto parlare di lavoro oggi. Avrei voluto parlare di informazione, di notizie, di blog e di come il giornalismo cambia e come il cambiamento mi inquieta ma assai di più mi affascina, spingendomi a migliorare, a riflettere, a riprogettare tempi e modi di questo mestiere. Avrei voluto, ma non lo faccio, perché dieci minuti fa mi è arrivato un sms dall'amico Paolo Taborelli, con scritte solo tre parole: "Flavio è morto".

Flavio Aliverti, per tutti quelli che non lo conoscono, aveva 36 anni, era cresciuto con me all'oratorio, mio vicino di casa. Aveva un cancro.

Ora è facile, come accade in questi casi, parlarne bene, ma di lui lo è sempre stato, poiché era un ragazzo mite, senza grilli per la testa, capace di farsi rispettare senza mai dover alzare la voce.

Ricordo tanti momenti insieme e anche lo sconforto di suo padre, che dopo avergli lasciato le redini dell'azienda di famiglia, era tornato ad occuparsene in prima persona, per dare tempo al figlio di curarsi.

Le campane che suonavano a lutto, stamattina, hanno chiuso quel tempo, non l'affetto che abbiamo per lui, e mi dispiace non avere avuto il coraggio di dirglielo prima che fosse troppo tardi.

martedì 23 ottobre 2007

Medico promuovi te stesso


La notizia la trovo a pagina 23 del Corriere di oggi, di “taglio basso”, cioè nella parte inferiore della pagina.
Negli Stati Uniti – si legge – la “Well-Point”, il più grande gruppo assicurativo americano, pubblicherà una sorta di guida dei medici migliori, definiti tali in base alla valutazione che di essi danno i pazienti stessi. Ben trenta i parametri utilizzati: dalla fiducia all’efficacia nel comunicare, dalla reperibilità del medico alla cortesia nel trattamento ricevuto.
Ora, pensare di definire il valore di un medico soltanto dal parere del suo paziente è inopportuno. Primo, poiché in genere a orientare, se non determinare il giudizio è il risultato ottenuto, secondo la semplice regola: se il dottore indovina è bravo, altrimenti no.
Secondo, perché il paziente andrebbe curato, non “accontentato”.
Il massimo sarebbe ovviamente poter contare su un dottor House, il medico dell’omonimo telefilm americano, scorbutico e indisponente, ma incredibilmente bravo in diagnosi e terapie, che avesse in dono pure l’umanità di un altro medico celebre, interpretato da William Hurt nel film “Un medico, un uomo”. Ovviamente, il binomio è raro.
Tornando alle valutazioni del pazienti, un modello che non le escluda credo sarebbe utile anche nel nostro sistema sanitario pubblico, dove “baronie” e raccomandazioni potrebbero essere temperate, se non cancellate, da un sistema a giudizio doppio.
Faccio un esempio. Mio padre, malato ormai grave di cancro, qualche settimana fa, per un problema alla bocca, viene spedito al pronto soccorso del Sant’Anna e da lì indirizzato al reparto di otorinoringoiatria. Viene visitato dal dottor Antonio Rinaldi, gentilissimo, che annota tutto a computer, decide cosa fare, stampa un foglio per i miei genitori, premurandosi di spiegare nel dettaglio anche a voce, rispondendo a varie domande e fissando un ulteriore controllo.
Al controllo successivo, il medico di turno è un altro, tale Marco Corbetta, il quale visita mio padre – a cui nel frattempo si è abbassata la voce, tanto che invece di parlare sussurra – chiedendo a mia madre, che lo ha accompagnato, di restare fuori dalla sala visita. Alla fine, senza spiegare nulla a mio padre, prende il foglio stampato dal dottor Rinaldi la volta precedente e aggiunge a penna, nel poco spazio residuo, quattro righe in tutto, e congeda i miei genitori dicendo che tutto quello che c’è da sapere l’ha scritto.
Una volta a casa, lasciato a me il compito di decifrare il tutto, trovo scritto: paralisi della corda vocale destra. Perché sia successo, se sia un fenomeno transitorio o definitivo, se si possa curare o alleviarne le conseguenze negative e altre cento domande rimangono senza risposta, tanto che la decisione è quella di rivolgersi a un medico privato.
Di storie così e, purtroppo, assai più gravi, è pieno il mondo. Noi, come famiglia intendo, siamo stati già fortunati, sia come medico di base (il dottor Giovanni Sassi, andato in pensione due giovedì fa, dopo decenni di onorato servizio) sia come servizi specialistici, visto che grazie al sistema sanitario nazionale mio padre, per un tumore allo stomaco e ora anche ai polmoni, è in cura al Valduce da quattro anni e non possiamo che dirne bene.
Tuttavia, inserire la possibilità di esprimere un giudizio sui medici da parte dei pazienti e fare in modo che questo giudizio conti, credo sia un metodo efficace ed utile per il futuro. Nella speranza di non ammalarsi prima.

lunedì 22 ottobre 2007

Consiglio per sé medesimi (De Biase 1)


Non è facile ogni giorno scrivere qualcosa di sensato. Mi accontenterei che non fosse banale, ma è arduo altrettanto.

Ryszard Kapuscinski, reporter polacco (uno dei miei autori preferiti) nel bel libro "Lapydarium" sosteneva che uno dei mali della professione giornalistica è l'eccesso di scrittura e il deficit di lettura, di riflessione.

Scriviamo troppo. Scriviamo troppo e conseguentemente scriviamo male. In questo senso, il blog è un rischio e un limite, non soltanto un'opportunità.

La rete tuttavia offre un potenziale immenso, cioè non solo scrivere ciò che si pensa, ma leggere anche quello che pensano altri, infiniti altri, per i quali - se meritevoli - è possibile fare da cassa da risonanza.

Io, ad esempio, ho sempre pensato che uno dei pilastri del nostro avvenire prossimo venturo sia quello della riscoperta di una forte componente spirituale a fronte del materialismo diffuso della nostra epoca, con conseguente riscoperta di valori quali la conoscenza, la sapienza, la gratuità.

Un pensiero non facile da sintetizzare in una vita intera di riflessioni, figuriamoci in poche righe. C'è qualcun altro, tuttavia, che pare non estraneo al tema.

In questi giorni, ad esempio, mi sta appassionando ciò che scrive Luca De Biase (sua la foto di questo post, responsabile di Nova 24, dorso tecnologico del Sole 24 Ore) riguardo "economia e felicità".

Un tema sul quale De Biase sta scrivendo un libro, non ancora pubblicato ma in fase di ultimazione.

Giovedì 11 ottobre, poi, c'era un post interessante, che volevo segnalare, anche per i commenti riportati.

domenica 21 ottobre 2007

Auguri don Franco Buzzi, prefetto dell'Ambrosiana


Ho sentito parlare monsignor Franco Buzzi, il sacerdote che sostituirà Gianfranco Ravasi come prefetto dell’Ambrosiana, soltanto tre o quattro volte.
Monsignor Buzzi è di Lurate (Como), come me. E a lui si attaglia quel che i compaesani di Gesù dicevano di lui: “Non è forse figlio del falegname”. Suo padre, infatti, detto “ùl Tiléta” (abbreviativo dialettale di Attilio) commerciava in legname, attività ora svolta dal fratello. Era un tipo particolare, “ùl Tiléta”, lavoratore indefesso come ne nascono tanti da queste parti, ma altresì commerciante di talento, non estraneo a qualche vezzo eccentrico. Un giorno - racconta il mio di un padre, che per anni portò il proprio camion alla pesa dei Buzzi e che li conosceva bene – il già maturo Attilio chiamò l’imbianchino per verniciare il cancello e disse che lo voleva giallo. “Lo facciamo così, o così, o così” propose l’operaio, mostrando le sfumature più delicate e consuete di giallo, dall’ocra al sabbia. “No!” rispose quasi arrabbiato il Buzzi, “lo voglio giallo! Giallo canarino!”
Ho sempre avuto simpatia, io, ragazzino, per quell’uomo, quel vecchio ormai, a cui piacevano i colori forti, da bambino.
E ogni tanto me lo immaginavo, a discuter con quel suo figliolo, che aveva ostinatamente rifiutato un avvenire nell’impresa di famiglia, scegliendo tra la sorpresa di un paese intero di entrare in seminario, di andare a prete.
Mi è sempre parso più studioso che divulgatore, monsignor Buzzi, vuoi per il tono piano della voce, vuoi per la complessa trama dei ragionamenti, raramente (direi mai, per quelle poche volte che direttamente l’ho sentito) intervallati da aneddoti, aforismi, curiosità, che conferiscono al discorso quel brio per rendere più comprensibile tutto il resto.
Un altro giorno, parlando con il nostro parroco, Don Luigi, Buzzi si soffermò a descrivere gli studi corposi su Lutero e il periodo della riforma, nei quali è considerato un luminare assoluto. “Ne avrò fino al 2009” aggiunse convinto. E quella capacità di programmare a lungo termine un percorso di approfondimento, mi colpì molto.
Ora monsignor Buzzi, con i suoi occhiali spessi, con quella sua infinita mitezza di sguardo, è chiamato a un ruolo prestigioso e insieme delicato. Far marciare la Veneranda Pinacoteca e Biblioteca Ambrosiana e sostituir un genio qual è Gianfranco Ravasi, divenuto arcivescovo e chiamato in Vaticano, a guidare il dicastero della Cultura.Auguri, don Franco. In un paese come il mio, in cui la cultura è rara e spesso tenuta sotto il moggio, la sua nomina è uno sprone, oltre che un orgoglio.

sabato 20 ottobre 2007

Pensaci, Eutimio


Tre ore fa - minuto più, minuto meno - abbiamo terminato la diretta dalla piazza di Argegno sui problemi della Statale Regina.

A parte il freddo (che se fossimo stati direttamente in piedi, su uno scoglio a Capo Horn, ne avremmo patito meno) come ho appena scritto via mail ad un amico, un risultato vero, inoppugnabile, l'abbiamo ottenuto.

Quando mai potrà ricapitare, infatti, che tal ingegner Eutimio Mucilli, niente popò di meno che "capo dipartimento Anas", avvolto nel suo leggerissimo trench bianco panna, rimanga due ore e mezzo al gelo e sia costretto per ben due volte a rispondere a tale Daniele Paggi da Porlezza?
Per la Regina, in tutti questi anni, l'ingegner Eutimio avrà fatto poco o nulla, ma per due ore, in vita sua, l'ha pagata cara...

Chiamiamolo un altro miracolo della televisione.

venerdì 19 ottobre 2007

Il Tessarolo va contro corrente


Ieri sera ho finito di leggere “Net Tv”, il libro di Tommaso Tessarolo, che spiega come Internet cambierà la televisione.
Come potrebbe cambiare la televisione, dico io, poiché le tesi di Tessarolo sono affascinanti e documentate, ma ho imparato per esperienza che il futuro è arduo da prevedere.
La competenza comunque non fa difetto all’autore, che affronta i vari temi nello sforzo di risultare chiaro anche ai profani, senza trascurare quella “profondità” apprezzata dai professionisti dell’informazione e dell’intrattenimento televisivo.
Ammetto che non l’ho letto agevolmente: mi ha impegnato più come un testo scolastico, che come un saggio. Una difficoltà (coincisa con una certa lentezza) dovuta in parte al fatto che alcuni argomenti sono assai ostici per il sottoscritto e in parte per la varietà e la ricchezza di spunti di riflessione, che mi aprivano ogni volta scenari nuovi, una sorta di “ipertesto” mentale arduo da organizzare.
In ogni caso, mi pare che la Net Tv sia una sfida che nessun serio operatore dell’informazione possa permettersi di ignorare.
Ora viene il difficile: nei prossimi giorni cercherò di "distillare", da tutta la massa delle nozioni immagazzinate, ciò che potrebbe rivelarsi utile hic et nunc, qui ed ora, nella nostra realtà, televisiva e locale.

giovedì 18 ottobre 2007

Toni Capuozzo, il professore (2)


È stata una bella serata, quella con Toni Capuozzo.
Uno spirito libero, che paga la propria coerenza, facendo quello che tutti i cronisti dovrebbero fare: lasciar parlare i fatti, a dispetto delle opinioni.
Un percorso, il suo, non privo di inciampi, ma credo di poter dire, per quel poco che lo conosco attraverso i suoi libri e i suoi servizi televisivi, che Toni Capuozzo è rimasto lo stesso, anche se non scrive più per Lotta Continua ed è “a libro paga” di Berlusconi, come scrivono non senza disprezzo i suoi detrattori.
Io Toni Capuozzo lo rispetto. Sarà per una carica empatica, che prescinde qualsiasi ragionamento, sarà perché anche io sono “a libro paga” di un editore che non la pensa come il sottoscritto. Si può fare il proprio mestiere comunque e, se proprio si è impediti, nulla vieta di abbandonare il campo, con tutte le conseguenze che ne discendono.
È stata una bella serata, dicevo. Non eravamo in molti. Una cinquantina in tutto. Tre domande mie, poi una mezza dozzina da parte del pubblico. Ad ognuna Capuozzo ha risposto senza fretta, badando più a completare un ragionamento e a spiegare al meglio il proprio concetto, piuttosto che allo scorrere del tempo.
L’ho trovato timido. Sincero.

mercoledì 17 ottobre 2007

Buttafuoco e le oche, the original


In un post precedente avevo scritto l'elogio di Pietrangelo Buttafuoco, per un suo articolo comparso su "Panorama". Ora sono in grado anche di riportare, di seguito, quell'articolo.


QUESTA E' SOLTANTO UNA DESTRA ALLE VONGOLE

di Pietrangelo Buttafuoco (Panorama, ottobre 2007)

Una volta bisognava credere, obbedire e combattere, ma quelli di Alleanza nazionale hanno un solo destino: sopravvivere. E magari è solo una storia di provincia e questo deve essere lo spettacolo tragico e comico del Passo delle oche, il libro di Alessandro Giuli (Einaudi, gli Struzzi, euro 14,50) dove il viaggio dal neofascismo ad Alleanza nazionale, "l'identità irrisolta" della destra, viene raccontato come il dramma in cui alcuni italiani, da eroi impresentabili, si sono destinati alla caricatura.Il dibattito, avviato sul Corriere della sera, alimentato da Giuliano Ferrara a Otto e mezzo e sul Foglio, dove Giuli lavora, s'è perfino incanaglito là dove An, secondo il racconto "corpo a corpo" fatto da Giuli, si scopre non fare eccezione rispetto al canovaccio miserabile dell'italiano alle vongole. E giù allora con l'amletico Gianfranco Fini, giù con il contorno piumato dei dirigenti al seguito, con le signore, i froci, gli spioni della Regione Lazio, e con la "sottocasta degli intellettuali", i peggiori, giusto loro che s'accampano nei pressi del sottogoverno e dei palazzi Rai.L'irriverente titolo scelto per questo libro non è solo un contrappasso rispetto all'elegante passo militare degli eserciti germanici; è piuttosto una didascalia da Bagaglino, tanto è stretto il rapporto tra la materia raccontata e la trappola dell'avanspettacolo. Giuli, come un Mangiafuoco, imprigiona i suoi personaggi negandosi però quella "pietas" propria del burattinaio. Stare a destra fino agli anni Ottanta, infatti, significava solo una cosa: candidarsi all'emarginazione, sottrarsi al conformismo, rimanere sparati per strada come cani, insomma avere due palle così. Giuli è un uomo con i controfiocchi dello stile romano, nel senso della "gravitas" littoria intendo, è cresciuto studiando Julius Evola, il filosofo di Rivolta contro il mondo moderno, e pubblicare il suo libro con la Einaudi è ben più che una provocazione. E forse ha inventato un genere Andrea Romano, l'editor dello Struzzo, quando l'ha varato. An, infatti, è egemone nello schieramento di centrodestra (almeno riguardo a struttura di partito), ma sarebbe proprio il caso di commissionare un Passo delle quaglie per raccontare da dentro Forza Italia, un Passo dei tacchini per la Lega, e giù con l'ornitologia più goffa fino ai postdemocristiani, perché, se c'è primato del centrodestra, è e resta quello dell'impresentabilità sociale lisciando il pelo alla madre di tutti i rutti, la "vox bottegaia".Certo, a nessuno piace farsi scannare dal fisco, tutti vogliamo sicurezza, legge e ordine sono i pilastri del buon governo e bene fanno i leader a mobilitare l'opinione pubblica, ma la verità politica dello stare a destra in Italia, pur nell'eufemistica e piccoloborghese versione del centrodestra, è tutta risolta nella gara a intercettare il peggio della società italiana. Una battuta sincera in tema di demagogia ce l'ha regalata Francesco Storace, ex An, oggi leader della Destra: "Voi dovete vendere libri, ma noi dobbiamo prendere i voti". Tutti a prendere voti, allora. Gli esempi più facili sono quelli del maiale (eletto eroe della difesa dei valori occidentali per scongiurare l'edificazione di moschee) e di Roberto Calderoli, il leghista che s'è accompagnato al suino. Magari quest'ultimo è impresentabile suo malgrado, ma la corsa al ribasso costringe fior di intelligenze non conformiste a vanificare anni di impegno politico e culturale. Facciamo un esempio noto e sconosciuto al contempo: Mario Borghezio. È un crociato, ma nel senso di Bernardo di Chiaravalle, è un uomo che per letture, studi e passioni mette nel sacco i Ciampi e tutti i padri della patria presentabile. Ne sa più di Eugenio Scalfari, sa perfettamente quanto Islam c'è in Dante eppure, per mestiere, il simpatico Borghezio risulta becero, liscia il pelo al rutto come gli altri. Crociato sì, ma del livello di Oriana Fallaci buonanima.E così tutte le anatre al passo. Ogni volta che Gianfranco Fini se la ragiona giusta ("Gli immigrati sono tutti anticomunisti. Chi se la prende la responsabilità politica di costringere domani i rumeni, i polacchi, gli indonesiani, i pachistani e gli arabi a votare a sinistra?") c'è sempre qualcuno pronto a mettere da parte proprio la responsabilità della politica in cambio dei facili applausi, magari un'alzata d'ingegno di Franco Frattini, altro crociato ma con meno letture di Borghezio. Fra i tacchini e i capponi ci sono pure nobili falchi: Terrainsubre, la rivista culturale nata in ambito leghista, è di gran lunga più intrigante di qualsiasi Micromega, ma l'inadeguatezza della destra è pari alla frenesia di tornare presto a prendersi il governo: importa a qualcuno "l'archetipo dell'individuo sovrano in Sade"? Altro che baluba, eppure vince su tutto il rutto. Gli stessi materiali disponibili, dal pensiero tradizionale al conservatorismo, sono stati frullati alla meno peggio per dovere di propaganda, salvo quando il Corriere della sera, nel dettare l'agenda politica culturale, con ancora più efficacia rispetto a ogni endorsement a favore di Romano Prodi, discute il libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi e perciò decreta: "Il liberalismo è di sinistra".Passo dopo passo, il meglio della destra diventa di sinistra perché l'Italia ha prodotto la peggiore delle destre. Anche a dispetto di personalità di livello, Borghezio in testa (ne sa più di Alesina e di Giavazzi), e con lui tutti gli ottimi amministratori come Giancarlo Gentilini, il pur simpatico prosindaco di Treviso che, diocenescampi, va a infilarsi dentro le peggiori cloache del linguaggio, tipo "auguro a Pecoraro Scanio di avere la mamma e la sorella stuprate con uno scalpello". Brividi, no? Il passo del tordo che va a infilzarsi da solo, questo. E forse la destra dovrebbe dire basta al politicamente scorretto. Sarebbe il caso, come ha suggerito nel suo libro Giuli, di tornare al dovere dello stile, categoria assai spirituale e assai di destra. Tutti staranno al passo. A Silvio Berlusconi ormai è assegnato l'obbligo di una satrapia eccentrica: coltiva un fastidio insopportabile verso il suo stesso partito, tira fuori dal cilindro Michela Vittoria Brambilla e magari si gioca una partita situazionista, un happy end degno di Andy Warhol, tanto è moltiplicata nei poster e nelle imitazioni la signora dai rossi capelli. Ma la destra che tornerà al governo sarà uguale agli italiani che la voteranno trasformandola a propria immagine e somiglianza, la peggiore mai capitata nella patria delle vongole.

martedì 16 ottobre 2007

Il sogno spolverato

Ieri è venuto a trovarmi Gianni Clerici, che detto così fa scena, perché non capita a tutti che una leggenda del tennis e del giornalismo suoni al campanello e chieda proprio di te.
Mi ha portato un suo libro, l'ultimo, edito da Rizzoli, con una bella copertina di cartone e rilegatura in tela, intitolato "Mussolini L'ultima notte".

Mi ha chiesto anche una "bella penna" e scritto con essa quattro righe, accanto alla dedica ufficiale, indirizzata a un bel altro Giorgio (Bassani).

"A Giorgio Bardaglio

in ricordo di

una vecchia intervista

Gianni"

L'intervista in questione è quella dei "Personaggi del Corriere" e non posso dimenticarla, poiché fu la prima in assoluto di una lunga serie.

Era il novembre di dieci anni fa e Clerici era per me la voce del tennis e la penna di Repubblica, uno dei "grandi", di quelli che impari a leggere da piccolo e ti immagini già domiciliati nell'Olimpo.

Trascorsi insieme a lui due ore liete, d'una curiosità febbrile, in cui spesso non sapevo distinguere se lui fosse l'intervistatore o l'intervistato. Non presi appunti, quella volta. Lasciai tutto impresso nel nastro magnetico di un registratore e impiegai una mezza giornata a riascoltare e trascrivere il tutto.

Era la prima occasione concessami dal direttore di allora del Corriere, Adolfo Caldarini, di cimentarmi con qualcosa che non fosse la cronaca spiccia e sentivo la responsabilità del debutto.

Mi rinfrancò e mi diede speranza, una frase di Clerici che, poco prima di iniziare volle sapere di cosa si trattava e, una volta saputo che la sua era soltanto il primo di una serie di ritratti, mi disse sussurrando, come al solito: "Bella cosa, ho iniziato anch'io così".

Quella frase di buon augurio mi ha sempre accompagnato e anche se ormai i sogni han cominciato a impolverarsi, non gli sarò mai abbastanza grato dell'orizzonte luminoso che mi ha regalato.

lunedì 15 ottobre 2007

Torna un'altro giorno, Moby




Un diamante è per tutta la vita, un libro invece segue il corso delle stagioni.


Perciò esito a farne regalo, poiché raramente si azzecca l'incrocio puntuale tra gusti personali, ispirazione temporanea e congiunzione esistenziale.
Per non andar lontano con gli esempi, guardo me stesso. Ci sono autori a cui mi sono avvicinato cento volte e cento volte ho rigettato, proprio come fossero un organismo estraneo. Poi, un giorno, una sera, tornandomene a casa e scorgendo questo o quel titolo sullo scaffale, l'ho ripreso in mano e mi sono letto tutta la bibliografia, d'un fiato.
Altri invece ancor oggi sono impermeabili a qualsiasi mutamento. Penso a Bulgakov, al suo "Cuore di cane" che leggerei di corsa se fosse per l'ispirazione del titolo, ma che una volta preso in mano, dopo poche pagine, mi annoia. Non è il solo. "Moby Dick" è un altro classico inesplorato, eppure il tentativo di leggerlo c'è stato e mai isolato.
Con il passare degli anni, prendendo coscienza di questo fenomeno, ho cambiato persino atteggiamento nei confronti dei libri. Prima, quando ne prendevo in mano uno, non c'era scusa per impedirmi di finirlo. Ora mi sono ammorbidito e ho imparato a tener in scacco l'orgoglio, concendendo spazio al pregiudizio.
Ne ho tratto così qualche motivo di vanto in meno e qualche buona lettura guadagnata, in più.

domenica 14 ottobre 2007

Io e loro


Non ho mai scritto un libro. Non ne sento il bisogno.
Non ho mai scritto un libro, ma ne ho letti molti e, insistendo nella lettura, credo di aver acquisito un certo gusto, grazie al quale mi accorgo quando una frase è dilettantesca, fuori posto.
Da qualche settimana ho rallentato il ritmo, leggo meno, molto meno. Mi sono concentrato, negli utlimi mesi, su argomenti professionali: la comunicazione, la televisione, la net tv, i blog, il web, l’informazione. So che il mio futuro professionale passa per competenze che tuttora non mi appartengono e cerco di colmare il divario, però ho nostalgia delle ore trascorse immerso tra le pagine di un romanzo.
So che nel blog è usuale stilare delle classifiche e mi piacerebbe anche crearne una dei libri che preferisco. Non lo faccio, poiché mi sembrerebbe di dover svuotare il mare con il cucchiaino: troppo alto il rischio di dimenticare qualcosa, qualcuno.
Se mi metto d’impegno, credo che la lotta per salire sul gradino più alto del podio si restringerebbe a un duetto, ma scelgo “Il nome della Rosa” di Umberto Eco, che ho acquistato ad una bancarella dell’isola d’Elba, mentre in vacanza dopo la maturità scientifica. L’ho letto d’un fiato, ne sono rimasto affascinato e ho deciso allora di voler leggere più libri che potevo. Non mi sono ancora fermato. Tra l’altro, c’è una bella frase di Umberto Eco, che non credo sia tratta da “Il nome della Rosa” ma che ho appuntato su un diario giovanile e ricordo a memoria: “Ci sono due modi per essere liberi: essere ricchi o essere eruditi”. Preferisco la seconda.
A pari merito con “Il nome della Rosa” metto un altro testo che ha costituito nella mia vita una sorta di spartiacque, nel caso specifico tra la giovinezza e l’età adulta (a patto che l’abbia mai raggiunta). Si tratta de “I miserabili” di Victor Hugo, un capolavoro immenso, ricco, intrigante, che mai finisce di sorprendermi.Terzo, neppure troppo distanziato, “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, un’altra pietra miliare nella mia formazione.
Ecco dunque il podio, pur se proprio appiccicati ci sono tanti, tantissimi altri. I libri di Silone, ad esempio. O i siciliani tutti: in testa Sciascia, Verga, Pirandello. E i sardi: la Deledda e pure Niffoi. E Fenoglio, Primo Levi. E i francesi, con Maupassant su tutti, se si fa eccezione per Hugo, ma non tutti gli Hugo, solo quello de “I miserabili”.
E tra i non letti? I russi, tutti i russi, che neppure mi ispirano, tranne Solzenycin e il suo “Arcipelago Gulag”, che è tra i testi desiderati e mai presi in mano. Non mi scaldano per niente i russi, poco, pochissimo inglesi e tedeschi, meglio i mediterranei. Ma chi interessa tutto questo? Al sottoscritto, che ne ha approfittato per un poco di ordine mentale, che con i tempi che corrono (o camminano) non è azione disprezzabile del tutto.

sabato 13 ottobre 2007

Federico Roncoroni, il grande

Ho incontrato Federico Roncoroni, il professor Federico Roncoroni, una mattina d’estate di quest’anno. In precedenza ci eravamo sentiti un paio di volte al telefono e, qualche anno prima, avevo persino tentato di intervistarlo. Tentativo vano, visto il cortese ma deciso rifiuto. Oggi il professor Roncoroni dice di non ricordare quella circostanza, ma a me restarono ben impresse le parole che aggiunse nel declinare l’invito. “Aspettavo la sua telefonata – ci disse – leggo sempre con piacere la sua rubrica”, che è un po’ come se Maradona dicesse: “Sei bravo a giocare a calcio” a un ragazzino.
Roncoroni ha scritto e curato l’edizione di centinaia di libri. Storie, romanzi, novelle, racconti, saggi. Soprattutto testi scolastici. E poi raccolte, due delle quali, quella sulla “Saggezza degli Antichi” e il “Libro degli Aforismi” sono ospiti abituali fin dall’adolescenza, sul mio comodino.
Roncoroni ha insegnato per qualche anno al Liceo Classico “Volta” ed è curatore testamentario di Piero Chiara. Un monumento, insomma.
Perciò quando per la prima volta sono entrato in casa sua, nella sua casa di Como, intendo - un appartamento nel centro della città e nel contempo lontano da qualsiasi posto del mondo, zeppo di libri e con mobili lineari, eleganti, color panna, chiari, forse persino bianchi - l'ho fatto in punta di piedi, con il rispetto riverente che si riserva ai mostri sacri, badando piuttosto a un buon tacere che al parlare sveglio.
Ciò che ci siamo detti non posso riportarlo, per la promessa fatta di non rendere pubblico il nostro colloquio, ma non credo che il protagonista ne avrà a male se aggiungo qualcosa sullo stile dell’uomo, che mi è parso profondo e misurato, quasi che alla scrivania sedesse di continuo. Alla scrivania e non “sulla” scrivania, ho scritto, poiché “ex cattedra” Roncoroni non parla mai, neppure quando ostenta la sicurezza del professionista arrivato, di colui che nulla ha più da dimostrare al mondo.
Certezze che, unite alla sofferenza fisica e alla malattia che non gli sono state risparmiate, lo hanno mondato degli orpelli e dei salamelecchi che solitamente si crede facciano parte del mondo accademico, sostituiti da una schiettezza genuina e dal giungere velocemente al nocciolo delle questioni.
Una persona che ha conosciuto e forse conosce ancora la sofferenza, ma che nulla ha perso dello smalto vivace che contraddistingue l’uomo, e che m’è parso di notare rivelato nello sguardo che Roncoroni si è scambiato con un’amica, forse una vicina di casa, quando nell’accompagnarci ha allungato di qualche passo il cammino, per andare a comprarsi qualcosa per pranzo.
Uno sguardo, niente più di un guizzo di pupilla, di cui onestamente non saprei interpretare il significato, se di complicità o d’intesa o di una familiarità ormai perduta, ma che in quell’istante mi ha restituito l’immagine di un uomo vivo, in carne ed ossa, le cui passioni vitali sono pari all’enciclopedica cultura. Non è poco.

venerdì 12 ottobre 2007

Per la tangente...


Tra le motivazioni che mi hanno indotto a creare un blog, c'è il desiderio di utilizzare lo strumento per qualcosa che ha attinenza con il mio lavoro, ma che per esigenze editoriali non trova spazio.
Ad esempio, ci sono personaggi che vorrei intervistare ma che non essendo attinenti alla stretta attualità sulle pagine dei giornali o in tv difficilmente ottengono una riga.
Nei mesi scorsi mi sarebbe piaciuto, altro esempio, affrontare il tema di tangentopoli a Como, quindici anni dopo. Non sarebbe banale rispolverare storie ormai dimenticate. Che fine hanno fatto i politici lariani indagati o addirittura arrestati a quel tempo? E cosa ne pensano ora i magistrati? E gli imprenditori? Ce ne sono alcuni la cui fortuna è stata spazzata via da quel vento di tempesta che portò aria nuova, ma pure dolore, sofferenza. Penso all'ex capo della Procura, Lo Gatto, una persona squisita, che ebbi già modo di intervistare a suo tempo, per tutt'altre vicende, e che ora si diletta con buone letture e il computer. O al costruttore Caprile, la cui azienda scomparve in quei flutti agitati. Storie così, insomma. Da raccontare, in libertà.

giovedì 11 ottobre 2007

Te lo do io l'Abc!


Beccato. Il mio amico Marco mi ha "beccato" e non avevo dubbi che fosse lui il primo. Per ben 11 giorni ho tenuto duro, nel folgorante piacere di restare nell'anonimato pur trovandomi al centro del mondo. Primo esperimento finito, la sfida continua con il resto.

Nel frattempo, tra ieri e oggi, sono riuscito da solo a mettere delle foto nei post, a "sbloccare" i commenti, rendendoli accessibili a tutti e - con l'aiuto parziale e sostanziale di Marco - persino a creare un collegamento per mandarmi una mail.

Non basta. Mi ha risposto anche Sid, che si è incaricato di censire i 2000 volenterosi blogger dell'iniziativa di cui parlavo ieri. Qualcosa si muove, insomma...

Piccoli imbranati crescono.

mercoledì 10 ottobre 2007

Bestiario dello scimpanzé


Affascinante e dura vita da blogger.
Ad oltre una settimana dal debutto, sono tuttora dibattuto tra le fatiche e le asperità spesso irrisolte nel rapporto con la tecnologia e il fascino dello strumento relazionale.
Per quanto riguarda questo secondo aspetto, c'è poco da aggiungere. Basta provare per credere, come i mobili Aiazzone.
Sulle difficoltà tecnologiche, invece, potrei approntare un manuale, anzi un "bestiario" a mia immagine e somiglianza.
Mi soprendo, ad esempio, dell'incapacità di eseguire operazioni che dovrebbero essere elementari.
Ad esempio: perché nel mio blog non riesco a mettere uno spazio intitolato "Contattami" e di seguito la mia mail, in modo che basta un clic per scrivermi direttamente?
Ce l'hanno tutti, perché io no? Chi sono, il figlio della serva? Evidentemente sì, anzi, il pronipote dello scimpanzé visto che da quattro o cinque giorni mi ci arrovello e non riesco a venirne a capo. E quel che è peggio è che mi rendo conto che la soluzione è semplice semplice, lì, proprio dietro l'angolo o forse addirittura davanti. Eppure non la trovo. E le foto per ogni singolo post. E' vero, non mi entusiasmano, però la prima volta che ne ho scritto uno volevo provare almeno ad inserirla, per "vedere l'effetto che fa". Invece? Niente. Per una settimana non sono riuscito. Le procedure erano eseguite tutte, passo passo, ma al momento della verità, nel post non compariva nulla. Poi ce l'ho fatta, così, magicamente...
Potrei continuare a lungo. Ieri, altro esempio, ho scovato un blog con un progetto interessante, oltre 2000 blogger italiani che si autosegnalano. Visto che ero a casa, sono rimasto oltre un'ora allacciato ad Internet nel tentativo di "segnalarmi" senza tuttavia esserci riuscito. Cioè, forse l'ho fatto, ma non mi sono reso conto, poiché un link mi rimandava all'altro e così via. A un certo punto c'era "Scrivimi il tuo indirizzo nei commenti di questo post e segnalati". Insomma, io il link ai commenti non l'ho trovato. In compenso mi sono ritrovato in una "mappa" tipo Google Earth in cui posizionarmi e mi sono iscritto a IFrapp ed altre amene avventure, per altro non disprezzabili. Ma l'iscrizione ai 2000 blog italiani? Boh, forse, magari...
Potrei farmi aiutare, è vero, ma ho fatto dell'autarchia, almeno in questa fase, un banco di prova e non voglio cedere. Se proprio non supero la prova, neppure l'ammissione al test di base, allora punterò sulle conoscenze degli amici, o quanto meno, dei "primati" poco più avanti, nella scala dell'evoluzione".

martedì 9 ottobre 2007

Toni Capuozzo, il professore


Mi è stato chiesto di introdurre, mercoledì prossimo, Toni Capuozzo, che presenterà a Como il suo libro, mercoledì 17 ottobre.
Per me una settimana sbagliata, con una lunga diretta da condurre su Etv e già fissata venerdì 19 (“La “Regina” dimenticata. Cronaca di una Statale senza Stato), con il satellite e tutto quanto, e una piazza in centro lago e la gente di trenta paesi che aspetta la “televisiùn”, con la sua forza di leone.
Ho accettato ugualmente, perché è un onore e per quella sua voce e quel viso, quel viso a cui la vita pare cucita addosso, che mi ricorda uno degli scrittori che preferisco, Erri De Luca, faccia di un mondo aspro e quasi controvoglia saggio, che usa parole con la medesima, parsimoniosa abilità che generazioni di avi adoperarono per fare pane, o tagliare pietre, coltivare campi, brulli anch’essi, d’una terra gialla e grama.
Ho accettato di presentare un uomo per età e esperienze di vita distante, nato a fine anni Quaranta, troppo tardi per diventarmi padre, troppo presto per essermi fratello, un giornalista diventato tale senza scorciatoie, come si pigia l’uva per il vino.
Ho visto molte sue trasmissioni, ne ho ammirato la polvere su scarpe e calzoni e quelle camicie sbottonate, quelle giacche troppo larghe. Non ne avevo mai letto un libro. Ho cominciato ieri sera, con “Adiòs. Il mio viaggio attraverso i segni perduti di una generazione”.Lo leggo con passione, rimanendone rapito per pagine e capitoli. Lo leggo come se fosse lui a narrarlo, con quella voce che conosco e quel viso, quegli occhi stanchi forse dalle troppe cose che hanno visto, ma non di raccontare storie. Le stesse storie che tanti anni fa, un ragazzo che non poteva essere né suo fratello né suo figlio, ha sognato di raccontare, un giorno…

lunedì 8 ottobre 2007

Eterna riconoscenza

Chi mi conosce sa che scrivo, oltre che sul Corriere di Como, anche l'articolo di copertina del "Cantù Basket", l'house organ della Pallacanestro Cantù.
Quello che segue è il primo pezzo della nuova stagione. Lo metto per un motivo semplice: al Cantù Basket sarò sempre grato, avendomi chiesto di scrivere quando nessuno me ne dava la possibilità (erano gli ormai lontani anni Ottanta) e per avermi sempre lasciato la più ampia e totale libertà.


  1. VIALE CALDEROLI, ANNO 2047: IL FUTURO E’ GIA’ QUI
    Rieccoci qua, un Sacripanti dopo e qualche punto di classifica in più.
    Per altri otto mesi, se Dino Merio e Corrado ce la mandano buona, ci terremo ancora la mano, noi a scrivere, voi a farne aeroplanini e lanciarli giù per la tribuna. E per fortuna che non tutte le parole sono pietre.
    “Tutti devono morire, forse anch’io” ammoniva quel tale. Ci accontenteremmo di sopravvivere altri quarant’anni, così da poter ammirare il basket di metà secolo, che ad occhio e croce non sarà dissimile dall’attuale. Ciò che segue è un elenco di notizie che potreste leggere nel 2047.
    Gian Galeazzo Cagnazzo è il centesimo italiano tesserato nella Nba. Terminato il tempo dei contratti d’oro, al buon Gian Galeazzo - un’ala piccola di 2.26, pronipote di quel Luigi Cagnazzo che giocò nel secolo scorso anche a Cantù – è stato offerto per l’intera stagione un buono pasto da McMicrosoft, la multinazionale del panino “chip”, nata dalla fusione del colosso dell’informatica con quello degli hamburger, per fronteggiare la grave crisi che da decenni attanaglia entrambe. Al ragazzo, talento eccezionale nel tiro da tre punti, per trovare un ingaggio è bastato promettere di aumentare venti chili in due settimane. In questo, non è cambiato nulla rispetto ai tempi dei pionieri Kukoc e Bargnani.
    Il campionato professionistico americano, oltre al Canada, vanta franchigie in altri 78 paesi affiliati alle Nazioni Unite, per un totale di 104 squadre. Il problema è nel disputare le partite d’andata e soprattutto quelle di ritorno, per cui il Congresso su proposta del presidente Billy Padmahawtybwar (terzo presidente nella storia degli Stati Uniti con un trascorso da attore, ma primo nel vantare un padre taxista a New York) ha votato il “Restricted Act”, un tormentato decreto legge che assegna la vittoria finale a caso, purché si scelga tra le due formazioni con ancora sede fiscale negli Stati Uniti, ossia gli Alabama Alligators (che giocano a Los Angeles) e i West Virginia Skin Bracer (che disputano le loro gare direttamente a Washington, in Campidoglio). Ciò ha interrotto la striscia vincente di 36 campionati consecutivi vinti dai Baghdad Fighters, squadra di proprietà di petrolieri texani e finanziata con i soldi per la ricostruzione del dopo guerra.
    In Italia la situazione non è rosea. Una squadra (il Sesto St.John) gioca infatti in Nba, tre a tempo pieno nella Euro League, otto nella Pro Uleb Cup (evoluzione della vecchia Uleb Cup che non si filava nessuno: la Pro Uleb Cup non se la fila ugualmente nessuno ma ha trovato negli oligarchi che governano l’Ucraina circa un bilione di euro all’anno per il rilancio). Cantù l’anno scorso s’è tolta una bella soddisfazione: battere l’Armani Pannoloni nella finale della serie A1, che in ordine di importanza viene prima della A2, ma dopo la AA1 e la AAA1 (campionati sponsorizzati da agenzie londinesi di rating). In compenso, nella “Supercoppa Bilionare – Memorial Cistakis”, i brianzoli hanno battuto niente meno che i fortissimi Tirana Surfers, la compagine fondata da due scafisti pentiti ma non troppo, già finalista dell’Euro League nel 2044 e 2045.
    A proposito di Cantù. Qualche fondata speranza di risalire la china si potrebbe ottenere con l’ultimazione del PalaBabele di Viale Europa (nel frattempo divenuto Viale Calderoli). La ventisettesima giunta consecutiva guidata da sindaco leghista ha puntato molto sulla promessa di mettere mano all’opera faraonica, garantendo a breve, brevissimo, un’adeguata soluzione. Era il giugno del 2047. Scettico il presidentissimo Francesco Corrado, che dal suo buon ritiro della Garibaldi Pogliani, alla vigilia del 9 novembre, suo centoquattordicesimo compleanno, ha dichiarato: “Se mi lasciano ancora solo, giuro che l’anno prossimo abbandono e vendo tutto a Pesaro”.

domenica 7 ottobre 2007

Pecore e oche


C’è un giornale peggiore dell’attuale Panorama? Può darsi, però è una bella lotta. E mi spiace assai, poiché al mondadoriano Panorama (e ad Epoca) è legata la scoperta del piacere della lettura, a metà degli anni Ottanta. Forse per questo, così, d’acchito, quando devo scegliere cosa leggere, per primo prendo sempre in mano Panorama, relegando l’Espresso. Eppure tra i due c’è un abisso. Il secondo è rimasto fedele alla sua tradizione, con un giornalismo di denuncia, d’inchiesta; il primo invece è diventato semplicemente il megafono di Berlusconi, con quel tanto (quel mica tanto) che basta per accontentare un lettore non politicizzato.
Da una settimana è stato annunciato che Belpietro, attuale direttore del Giornale, sostituirà alla direzione Calabrese. Belpietro non mi è simpatico, ma non rimpiangerò Calabrese, non ricordando un suo editoriale in cui ci fosse qualcosa di “vero”. “Vero” nel senso d'affidabile, che risponda ad una coscienza propria e non agli interessi di un padrone. Ed è una mancanza grave, poiché da ciò giudico il buon giornalista o meno.
Dell’Espresso e della stampa definita di sinistra (e ci metto pure Repubblica) tutto si può dire, tranne che si tirino indietro quando si tratta di affondare i denti nei garretti dei politici di quello schieramento. Anzi, noto quasi un certo gusto, un piacere sottile nel “dargli” all’amico.
A destra no, questo succede tanto di rado da sembrare un evento. Il coro è pressoché unanime.
Sarà per questo che stamani, sfogliando proprio Panorama (n.41/2007), a pagina 68 mi sono imbattuto in un articolo che non merita di essere taciuto. È firmato, tanto per dirla tutta, da un giornalista di “destra” che stimo e che risponde al nome di Pietrangelo Buttafuoco, il quale commenta l’uscita di un libro di Alessandro Giuli (“Il passo delle oche”, Einaudi, euro 14.50) che “apre il dibattito sulla qualità di una parte dei conservatori, spesso sguaiati e piccolo borghesi, capaci di intercettare il peggio d’Italia. Vorrei citare molte delle frasi di Buttafuoco nell’articolo intitolato: “Questa è soltanto una destra alle vongole”, ma davvero merita di esser letto tutto intero.

sabato 6 ottobre 2007

La carica dei 180

A Como e provincia, secondo la mappa di BlogItalia, ci sono circa 180 blog. L'altro ieri ho dato un'occhiata. Molti ragazzi, pochi quelli oltre i 35 anni. Sarebbe curioso, e non è detto che non venga fatto, poterli mettere in rete, creare un network.
Da qualche altra parte ho letto che un'azienda o un giornale, non ricordo, ha fatto sedere attorno a un tavolo 8 blogger italiani tra i più conosciuti in rete, per discutere di futuro.
Potrebbe non risultare vana la replica di un tale esperimento in ambito locale.

venerdì 5 ottobre 2007

Volo d'aquila


"Recubans sub tegmine fagi". Riposano all'ombra di un ampio faggio, una citazione virgiliana che sento particolarmente mia innanzi tutto poiché la pianta a cui tengo più, nel mio giardino, è proprio un faggio. Un'ampio faggio, a cui una volta ho pure dedicato l'incipit di un articolo nella raccolta dei personaggi del Corriere.
E' sotto quel faggio che individuo il luogo ideale dove fermarmi, sostare, senza più correre, senza dover continuamente affrettarsi. Lì immagino di trascorrere i momenti migliori della vecchiaia o di disperdere le ceneri, quando sorte e morte non saranno soltanto una rima.
"Sub tegmine fagi" è dunque un luogo fisico, ma anche una categoria dello spirito. Un modo di relazionarsi con il mondo e di rapportarsi con la conoscenza.
In questi giorni, in cui scopro la vitalità e l'immensa ricchezza dei blog, più urgente sento il bisogno di una guida, di una bussola, di un metodo, per discernere, orientarmi, non naufragare.
Un volo d'aquila, questo occorrerebbe. La capacità di ergersi sopra le cose, con l'abilità di scrutare il vasto orizzonte e nel contempo di cogliere, a terra, ogni dettaglio.
Altrimenti ci si perde. Mi viene in mente quando leggo testi in inglese e non capisco assolutamente niente del senso di una frase, di un discorso, quando mi soffermo su ogni singola parola, sulle possibili varianti nella traduzione. Così come prendo grossi abbagli se bado solo al significato del contesto, tralasciando di comprendere l'esatto significato delle parole.
Un volo e un'occhio d'aquila, questo occorrerebbe.

giovedì 4 ottobre 2007

L'esperimento

Questo blog è un diario e un esperimento. Duplice esperimento.
Primo: mette alla prova le abilità personali, poiché senza chiedere aiuto a nessuno, quale Ulisse oltre le colonne d'Ercole (o forse sarebbe il caso di dire quale scimpanzé, alle prese con le manopole per ricevere il croccantino, come nel famoso esperimento sulla comunicazione dei primati) mi sono cimentato e tuttora mi cimento nella creazione quotidiana di queste pagine.
Secondo: costituisce un test sulla capacità di diffusione al contrario, cioè su quanto viene ignorato e può passare "sotto traccia" l'esistenza di un sito pubblico, potenzialmente visitabile dall'intero pianeta e di cui magari non si accorge nessuno.
Ecco perché, a questo blog, non ho dato eco alcuna. Né dicendolo in televisione, né scrivendolo sul giornale, né telefonando o mandando mail o sms agli amici. Semplicemente, l'ho creato e l'ho iscritto a BlogItalia, senza celare nulla e senza nulla reclamizzare.
Ad oggi, quarto giorno di navigazione, nessuno in vista.
La cosa un po' angoscia, poiché il blog è per sua natura relazionale e risponde anche al bisogno di rete sociale. D'altro canto, però, questo "invisibilità" affascina, è come quando da bambini ci si nascondeva nell'armadio e si osservava il mondo senza essere visti.

mercoledì 3 ottobre 2007

Endorsement

Io sto con Romano Prodi. Volevo scriverlo, renderlo pubblico. Una stima per una persona cui la cronaca politica non rende i riconoscimenti che merita.
So che con il mestiere che faccio e con la moda di etichettare tutto appicandogli addosso una casacca, dichiarare apertamente la propria simpatia equivale ad attirarsi molte antipatie e, nel caso peggiore, rimanere marchiato a vita. Tuttavia la lealtà ha un prezzo e quel prezzo, pur di essere onesto, sono disposto a pagarlo.
Con Prodi condivido la formazione culturale e politica. Dicono, spesso con tono sprezzante, che ha la faccia da parroco, ma io in parrocchia sono cresciuto e ai preti che ho incontrato debbo gratitudine per la persona che sono. Di Prodi ammiro la costanza, la pazienza e pure la capacità, più unica che rara in Italia, di avere una "visione" politica. Il suo impegno di "sdoganare" la sinistra, affinché sia alternativa credibile alla destra in una forma di bipolarismo, è quanto di più lungimirante sia stato fatto negli ultimi vent'anni. Se Berlusconi è stato capace, dal nulla, di creare un partito "ad personam" che raccoglie oltre il 30% dei consensi, Prodi con talenti di tutt'altra pasta ha aggregato una coalizione eterogenea, ponendo le premesse affinché vincesse le elezioni, non una, bensì due volte. Non solo. E' seminando quel campo che è risultata possibile la nascita di un partito democratico, una formazione capace di unire forze diverse, in controtendenza assoluta rispetto alla vocazione tutta italiana di scindersi e moltiplicarsi.
Sostengo Prodi da sempre e soprattutto adesso, messo ogni giorno sulla graticola dai suoi stessi alleati, eppure caparbio (oserei dire: cocciuto) al punto da resistere al desiderio assai umano di piantar tutti in asso e godersi famiglia e nipotini.
Stimo Prodi per i suoi pregi, senza negarne difetti. Credo che sia questo il limite tra l'ammirazione e il culto della personalità. Stimo Prodi, ma non rinuncerei a criticarlo, poiché non riuscirei mai ad abdicare all'uomo libero che è in me, prima ancora che al giornalista.
Ovviamente, come tutti, anche Prodi può sbagliare - e se avessi a disposizione tre o quattro mila pagine potrei cominciare a elencarne qualcuno, degli sbagli - e il suo non è il migliore dei governi possibili, eppure sono certo che il tempo, con lui, sarà galantuomo.

martedì 2 ottobre 2007

La regola del videoregistratore

Ho creato questo blog per molte ragioni, tra cui il piacere di conoscere nuove persone e l'interesse professionale per un mondo che in gran parte ignoro, cioè quello della comunità che si relaziona tramite web.
Non si tratta di un punto di partenza né di arrivo, semmai è l'ennesimo passo in un cammino intrapreso ormai molti anni fa, ai tempi dei primi telefoni cellulari, quando proprio non ne volevo sapere di imparare come scrivere e mandare gli sms e il mio amico Marco Migliavada mi disse: "Tra un po' sarai come tuo padre, che non ha mai imparato a usare il videoregistratore".
Lo ammetto, fu una folgorazione. Da quel giorno, pur non vantando una prodigiosa abilità tecnologica, mi sono ripromesso di stare al passo con i tempi, di imparare cose nuove, sapendo che quello sarebbe stato un principio che, "finché morte non ci separi", non avrebbe conosciuto fine.
O forse sì, poiché se mi immagino fra trent'anni, non escludo di vedermi quieto, in una stanza con vista su un giardino o sotto un faggio, mentre leggo un libro, senza squilli o connessioni o apparecchi elettronici attorno.

lunedì 1 ottobre 2007

Libertà di parola, parole in libertà


Scrivere in libertà significa per un giornalista molte cose, non necessariamente legate ai vincoli che pone un editore.
Libertà di tempo, ad esempio. Senza l'assillo dell'attualità, dei tempi di pubblicazione.
Libertà di spazio. Che si possa scrivere tutto in venti righe è talmente vero da averlo ricordato già nel titolo di questo blog, ma talvolta di righe ne occorrono molte di più, altre volte meno. Non dover riempire un rettangolo predefinito è uno dei molti vantaggi del web rispetto ai mezzi di comunicazione tradizionali.
E ancora, libertà di analisi, confronto, discussione, opinione...
Una tentazione troppo allettante per non essere colta.