sabato 30 gennaio 2010

La felicità in gabbia


Ho trascorso una serata piacevole, in compagnia di Frenz, Mauro, Ale, Luca, Giovanni e altri blogger comaschi, chiacchierando del più e del meno. Più del più che del meno, nel senso che in ogni discussione ho notato un seme di positività, un cercare di cavare del giusto, del buono. Domani e domenica lavoro, ma intanto mi rituffo nel libro che ho per le mani in questi giorni. S'intitola "La terrazza proibita" e l'autrice, Fatema Mernissi, racconta la vita nell'harem in Marocco negli anni del primo dopoguerra. Nulla a che vedere con l'harem imperiale ottomano, con palazzi colmi di donne sontuosamente vestite o discinte, spesso immortalate nei dipinti di Ingres o Delacroix in pose lascive, bensì harem domestici, borghesi, che di erotico non hanno nulla e che nel mondo arabo sono poco più di una famiglia allargata, con il divieto però per le donne di uscire di casa. Ed è proprio questa imposizione, questa reclusione, che qualifica l'harem di cui si parla nel libro, un palazzo ospitante due famiglie, con una sola moglie per marito, in un tempo in cui la poligamia era tollerata ma generalmente non più praticata. Non ne parlo però per gli usi e costumi, m'interessano invece i luoghi in cui con l'immaginazione mi ritrovo: quei palazzi bianchi, con scale e cento stanze ai piani superiori e a pian terreno quattro immensi saloni, che danno tutti su un ampio cortile centrale, con in centro una fontana di mattonelle bianche con motivi azzurri che si riproducono anche sulle pareti, tutto attorno. E' in quel bianco, in quella luce abbagliante del riverbero del sole, ma anche negli angoli d'ombra che concedono riparo, che vorrei un giorno sedere, e ascoltare quelle storie che solo chi è recluso sa inventare, uniche ali che concedono di volare alto, lontano. C'è un brano, che ho letto ieri sera, e che vorrei qui riportare. Parla della felicità.
"Felicità - mi spiegava (mia madre) - è quando una persona si sente bene, leggera, creativa, contenta, quando ama, è riamata, ed è libera; una persona infelice si sente dentro delle barriere che schiacciano talenti e desideri. Una donna, secondo lei, era felice quando poteva esercitare ogni genere di diritti, da quello di muoversi a quello di creare, competere e sfidare e, al tempo stesso, di sentirsi amata proprio perché lo fa. Parte della felicità consisteva nell'essere amata da un uomo in grado di apprezzare la forza e il talento della sua compagna, e di andarne fiero. La felicità aveva a che fare anche con la privacy, il diritto di allontanarsi dalla compagnia degli altri e di immergersi in una solitudine contemplativa; o quello di sedersi tutta sola a non far niente per tutta la giornata, senza dare giustificazione o sentirsene colpevole. Felicità era poter stare con le persone care, e tuttavia esistere come essere distinto, che non è lì soltanto per rendere felici gli altri. Felicità era, infine, il frutto dell'equilibrio fra ciò che si dà e ciò che si riceve".

E' evidente e al contempo ignoto il motivo per cui sono gli uccelli in gabbia a sapere cos'ha di bello, di così bello, il cielo.

Foto by Leonora

giovedì 28 gennaio 2010

Questione di karité


In doccia c'è un nuovo bagnoschiuma. "Neutro setificante, con elastina" c'è scritto sulla confezione, ben in risalto con inchiostro blu su sfondo panna e caramello. Ma le parole magiche vengono in fondo: "Cashmere e karité". L'occhio m'è caduto quand'era ancora a mezz'asta, perché il rito dell'acqua calda è quello che mi sveglia al mattino: scendo dal letto e mi catapulto direttamente sotto il getto rigenerante. Infatti per i primi tre, quattro minuti quelle parole mi sono rimbalzate nel cervello senza incocciare in neppure uno dei neuroni disponibili, un po' come asteroidi che gravitando nella tua orbita ti incuriosiscono ma d'una curiosità vaga, impalpabile. E' stato usando lo shampo che la faccenda ha assunto un contorno più preciso e mi sono reso conto che, di lì a poco, avrei sperimentato le meraviglie profumate del "cashmere" e soprattutto del "karité", che fino a un minuto fa non sapevo nemmeno cosa fosse (Google ha dipanato il mistero: si tratta di un albero africano, con un frutto simile alla prugna, con cui si produce un burro definito "miracoloso"). In doccia, invece, sprovvisto di terminali enciclopedici, mi sono dovuto affidare ad impressioni e figure. Una, in particolare, ha attirato la mia attenzione, perché accanto alla scritta "karité" c'era come una caramella Alpenliebe, che sbuccava come da un guscio, mentre accanto a "cashmere" mi sarei aspettato un pullover, un golfino, invece c'era come una mandorla. Forse però si trattava sempre del "karité", nella doppia figura con guscio e senza. Credo sia così. D'altra parte, o mettevano davvero il disegno di un golfino, oppure sarebbe stato poco attraente mettere una capra Kel, dalla cui pur pregiata lana si ricava appunto il cashmere. Chi però si laverebbe volentieri con una capra?

D'accordo, mi sono dilungato. Volevo solo condividere la seduzione che la pubblicità, il marketing possono esercitare. Se l'altro ieri mi avessero sussurrato all'orecchio: "Cashmere e karité" avrei pensato a una particolare variante della "gauche caviar", la sinistra al caviale simbolo di un certo snobismo francese. Oggi invece mi annuso le braccia e mi sembra ancora di sentire il profumo sulla pelle, e quella sensazione di delicato, di morbido, di pulito. "Allieta il tuo corpo con una fragranza dolcemente cremosa" c'è ancora scritto, in caratteri più piccoli, sul retro del contenitore. Ma io una "fragranza dolcemente cremosa" avrei voglia di mangiarmela, non soltanto di spalmarmela addosso! (E avrei torto: l'ho assaggiata, una punta proprio: fa schifo). È questo dunque il progresso del mondo? Perciò abbiamo iniziato a progredire nel Pleistocene e ci ritroviamo ora, in qualche parte dell'Olocene, cinque o sei milioni di anni dopo? Me lo chiedo senza ipocrisia, cercando di non avere sotto il naso né la puzza né il profumo.
Foto by Leonora

sabato 23 gennaio 2010

A rotoli


Oggi è il tredicesimo compleanno di Giacomo e fino a mezz'ora fa era stato un giorno bellissimo. Poi la Juventus ha perso la quinta su sei partite in campionato e d'improvviso il blu e il rosso e il verde s'è trasformato in grigio. Uomini. Per fortuna è arrivata una vocina amica e saggia, che m'ha sussurrato all'orecchio: "No, per una palla no". E' vero. Giacomo è un marcantonio alto uno e sessantotto per cinquantacinque chili di peso e in campo, con la sua squadra, nel pomeriggio ha giocato benissimo. Stasera era a una festa, all'oratorio, e ha portato un panino con la Nutella, lungo un metro e mezzo: è tornato giusto giusto per vedere il secondo gol della Roma e restarci male, come il sottoscritto. Hai voglia a dirgli che è nella sconfitta che si vede un uomo vero, che è quando il gioco si fa duro che i duri devono dimostrare di saper giocare... E' un mese e mezzo che vado avanti con questa storia, sarebbe ora di cambiare registro.

Accidenti, non esco dal tunnel neanche a volerlo, gira e rigira torno al punto e a capo, lingua che batte dove il dente è scheggiato. Proviamo da capo. Oggi è il tredicesimo compleanno di Giacomo e ieri l'altro siamo rimasti noi due soli, in cucina, a ripetere la lezione di geografia. Io ero stanco, dopo una giornata di lavoro, ma il senso di colpa e di responsabilità è stato più forte del desiderio di svago. Oltre ai soliti cenni storici, montagne, fiumi, laghi, città, lingue e clima, trattandosi di Svizzera ci siamo permessi una digressione sullo scudo fiscale, il segreto bancario, le pressioni (ascoltate) del governo americano su quello elvetico e quelle (ignorate) messe in atto dallo Stato italiano. E' stata una discussione vivace, in cui Giacomo - solitamente asettico e pacifico - ha dimostrato un interesse sincero. Chissà, magari un giorno si dedicherà alla politica, che era la mia passione da piccolo. A questo proposito, vorrei segnalare la delusione nell'arrivo a Como, per la prima volta in campagna elettorale, del candidato alla presidenza della Regione Lombardia per il Partito Democratico. Filippo Penati, mi ha riferito il cronista che ha seguito per La Provincia l'evento, è arrivato in treno, con quell'aria dimessa e quasi un po' scocciata di chi è trascinato lì, suo malgrado. Poche parole, frasi di circostanza e il copione già scritto dello sconfitto di turno. Ma io dico, possibile che una parte politica che tutto sommato rappresenta una fetta consistente dei cittadini che votano, non sappia trovare un uomo onesto, schietto, serio, che pur sapendo di andare al massacro riesca a toccare il cuore di quanti lo ascoltano? Chiamatemi pure ingenuo, ma io ne ho le tasche piene (e non sono le tasche) di burocrati color beige, tristi come le stoffe delle giacche che indossano e che riuscirebbero ad anestetizzare persino uno stallone al galoppo. Sono stufo di politici che dovrebbero indicare un orizzonte e invece, al più, segnalano la porta del bagno. I have a dream. Loro no. Dormono. Si guardano l'ombelico e dormono. Ho ancora in mente la delusione quando, tre anni fa ormai, portai i bambini in bicicletta a Cernobbio per assistere al comizio di Uolter Veltroni: "Sarà una lezione di partecipazione, di democrazia" pensavo. Parlò dieci minuti, con la verve di una cotoletta e l'entusiasmo di una pasta in bianco, senza traccia di pomodoro. Non ci credeva neppure lui, questo è il punto. Penati è anche peggio. Ora basta, che se continuo così per consolarmi e non sbattere via la testa, mi tocca pensare alla Juventus che ha perso. Ecco, ci sono ricascato.

Ma non voglio finire così, Giacomo non merita un sipario mesto. Così, per concludere con un sorriso, racconto la storiella che oggi mi ha raccontato lui, dopo averla ascoltata dal suo compagno Stefano. "Papà - mi ha detto mentre andavano ad Oggiono, dove avrebbe di lì a poco giocato - ieri hanno chiuso una fabbrica di carta igienica: andava a rotoli". Proprio come la Juve. Mannaggia a me....

Foto by Leonora

martedì 19 gennaio 2010

Camminare in verticale



In questi giorni sono asciutto d'idee e preferisco leggere che scrivere. Confermo quanto detto qualche giorno fa: c'è un sacco di gente che ha stoffa di parole e usa benissimo ago e filo. Ne ho citati alcuni, ne aggiungo un altro. Un'altra, anzi. Paola, che ha passione e talento per la bella calligrafia.


Breve inciso personale: ricordo quand'ero bambino, frequentavo le elementari e il pomeriggio ero tenuto a balia dalla zia Angelina, che non sopportava il disordine con cui tenevo libri e quaderni. "Sei una zampa di gallina" mi diceva stizzita, portando invece in palmo di mano una figlia di suoi cugini, tale Marilena, che era quasi mia coetanea e a suo parere era l'archetipo della precisione e raffinatezza. Marilena diventò poi una splendida ragazza, corteggiatissima da pletore di baldanzosi maschi, ma per me è sempre rimasta quella pietra di paragone pungente e inarrivabile, anche quando, con il passare del tempo, ho affinato tratto e stile.

Chiuso l'inciso, torno a Paola e al suo blog, che aggiorna con il contagocce e di cui riporto qui - senza chiederle il permesso - l'ultimo post, che risale ormai a novembre e che mi è piaciuto assai. S'intitola "Dedalo".

In italiano viene utilizzato il sostantivo dedalo per indicare un intrico (solitamente di strette vie) simile ad un labirinto, derivando il termine dal costruttore per antonomasia del labirinto, Dedalo appunto. Nel cercare la via, l'uscita e il modo per sbrogliare la matassa, si rischia di far passare tutta la vita. E se invece guardassimo il cielo? Se la strada non fosse in orizzontale, ma in verticale?
L'affanno nelle piccole cose porta a ingigantirle oltre misura. Una vita che finisce, muore, proietta fuori da ogni dedalo. E questo allontanarsi mette in luce, paradossalmente, cosa si ha di molto vicino. A cosa dare valore. A chi dare ascolto. A chi dedicare del tempo. A chi rispondere.
Ho in questi giorni taciuto alle parole di una donna con cui lavoro, che spara sentenze e poi si scusa, determina regole che poi trasgredisce, si pone superiore quando afferma di essere umile, si sforza di chiedere assoluto rispetto, quando rispetto agli altri non ne concede. Mi sono solo sporta, dunque, sul suo dedalo e ho visto che non ha cielo per camminare in verticale.
Manca di misura il suo sguardo e l'intrico sale a coprire ogni varco. Così ho taciuto.

Foto by Leonora

venerdì 15 gennaio 2010

La pazienza delle piante


Sono diventato alto che avevo quindici anni e facevo già il liceo. Non me ne accorsi che guardando, qualche mese dopo, una fotografia: io e il mio amico Angelo eravamo allo Stelvio, davanti a una montagna di neve e lui, di un anno maggiore, era almeno una testa sopra la mia. In pochi mesi, madre natura mi concesse il bonus che m'aveva negato prima, anche se basso non lo sono mai stato. Però avevo le scapole sporgenti (le "ali", diceva mio padre) ed ero magro. Anche i primi peli spuntarono tardi, rispetto ai miei coetanei, ma quello non mi pesava, perché sempre mio padre non era particolarmente villoso ("uomo peloso, uomo scimmioso" sorrideva, piegando alla rima il politicamente corretto e l'italiano). Ricordo anni in cui mi mettevo in competizione, per dimostrare che lo stavo raggiungendo o superando. Anni di scarpe troppo larghe e vestiti abbondanti, rubati a lui con l'orgoglio di chi vuole tagliare un traguardo prima che sia arrivata la linea. Qualche mese dopo fu tuttavia mio padre ad incassare la sconfitta, quando vide che lo stavo superando in altezza e lui, che del suo metro e ottanta era orgoglioso come una medaglia al petto, per un po' negò l'evidenza, non sapendo di diventare più piccolo ai miei occhi proprio perché insisteva nell'essere più grande. Non so se l'ho già scritto da qualche parte, in questo blog, ma molti di quelli che considero pregi sono a specchio delle sue debolezze: lui fumava e io non l'ho mai fatto; alle feste magari beveva un mezzo bicchiere in più e gli si scioglieva la lingua, e io non ho mai esagerato con il bere; nel discorso aveva per intercalare parolacce o bestemmie addirittura e io ho sempre cercato di evitare. Peccato che questo principio valga anche alla rovescia, così mi trovo appiccicati dei difetti (di cui qui per amor proprio e un pizzico di vigliaccheria non parlo) che lui non aveva.

Accidenti, dottor Freud, sono finito ancora con lo scrivere della figura paterna, ma chiedo venia: avevo tutt'altra intenzione e cioè di tranquillizzare tutti quei genitori che vorrebbero perfetti i loro figli e invece non debbono avere fretta. E il primo di tutti quei genitori sono proprio io, che spesso dimentico la lezione di pazienza delle piante: se le guardi, non crescono.

Foto by Leonora

giovedì 14 gennaio 2010

Portiere di giorno


Il bambino ha capelli biondi ed è un soldo di cacio sotto la traversa, ch'è bianca e alta per lui, come la luna. Bisogna avere un cuore grande per fare il portiere. Coraggio, sangue freddo e non avere paura di niente. Non aver paura, soprattutto, della stessa paura, di quel fiato che t'arriva a fatica alla bocca quando vedi il pallone arrivare a mille all'ora e sai che non puoi sbagliare, che nelle tue mani è affidato il destino di tutta la squadra. Porta è il nome proprio della rete che difende ma anche il verbo delle responsabilità che ha sulle spalle e che, appunto, porta.
Giovanni, sette anni, vuole fare il portiere, ha una maglia che gli arriva sotto le ginocchia e torna dal campo sporco di fango dai piedi alla testa. "Sei sicuro di volerlo fare? - gli ho chiesto stamattina - non è forse più bello correre per il campo e segnare i gol invece di prenderli?". "Papà, io sono il portiere, punto" ha tagliato corto, tirando fuori dalla tasca un paio di Gormiti e tre mattoncini dei Lego. Giacomo, suo fratello, scuote la testa sorridendo e mi dice: "E' scarso", ma a me non interessa. M'incuriosisce di più il motivo per cui un bimbo (non tutti, non molti, ma proprio quel bimbo tra tutti) decide che il suo spazio è tra i due pali, a difesa di una linea, unico tra undici ad essere davvero solo in un gioco di squadra.


Foto by Leonora

domenica 10 gennaio 2010

Scrivere da dio


Me lo ha scritto Wilma, un paio di giorni fa, con quell'arguzia pragmatica - tutta femminile - che ha l'abilità di spiegarmi in due parole ciò che io avvertivo senza afferrare chiaramente da mesi. "C'è un sacco di gente che scrive benissimo". E' vero. Lei per prima e le sue amiche Samantha e Miranda, ma anche Fuma, che lascia spesso qui qualche pensiero e di cui non perdo un post. Seguo le loro vite, anche se non ne conosco il nome, la città, l'indirizzo di casa: mi appassiona ciò che dicono e come lo scrivono, fiumi carsici nell'informazione di superficie quotidiana. Loro hanno un blog, altri no, ma se lo avessero mi lascerebbero ogni giorno a bocca spalancata, per profondità di pensiero e abilità di penna. Penso a David, compagno di università e fratello, o al suo (e mio) amico Massimiliano, che pur su Internet s'era ritagliato uno spazio ma evidentemente non se lo sentiva a sua misura. Potrei citarne altri, ma non è l'elenco telefonico, solo il tributo all'arte della parola che, come evidenziava Einstein, ha permesso all'uomo un balzo rispetto agli altri esseri viventi e che non per caso San Giovanni, l'evangelista, fa coincidere con lo stesso Dio.

Foto by Leonora

Due anni, un giorno


Pioveva, anche il dieci gennaio di due anni fa. L'ho seguito a ciglio asciutto nel suo ultimo viaggio, che da tempo aveva preparato senza immaginare un temporale come quello. Non riuscivo a piangere, lo avevo già fatto quando s'era ammalato e nei cinque anni in cui c'eravamo allenati all'idea del distacco. Non ho lacrime neppure adesso, ne conservo un ricordo vivo, caldo, sereno. Un mese fa, per un minuto, è stato diverso. C'era pioggia anche quel giorno ed era buio, anche se un po' più presto di adesso, mentre si apriva il cancello elettrico, non so perché, ho sentito per un istante -uno squarcio - che non c'era più, che non sarebbe più tornato a vedere ciò che aveva fatto, la casa che aveva costruito, il garage, le piante, il prato, quello che io dopo di lui ho sistemato. M'è venuto un magone e un groppo in gola e un senso di vuoto disperato. E' durato poco, poi il colore è tornato e ho ripreso a camminare per la mia strada, come ho sempre fatto, come lui mi ha insegnato. Oggi sono due anni esatti che mio padre è morto, che se n'è andato in pace o - come diceva lui, scherzando e ridendo - "incazzato nero", perché alla vita teneva, pur se non ha preteso di rimanervi aggrappato un istante in più di quanto gli aveva riservato il destino, uscendo di scena quieto, in silenzio.

Foto by Leonora

giovedì 7 gennaio 2010

Ci sto dentro


Ho atteso qualche giorno, assorto in altri pensieri, rimandando il primo post dell'anno, nella speranza che fosse speciale, mirabolante, memorabile. Non è così. Dicono sia l'anno dello scorpione ma non devono aver avvertito lo scorpione che c'è in me, perché gennaio è iniziato fiacco che più fiacco non si può. Mi consolo pensando che l'anno scorso era peggio e due anni fa neanche a parlarne. Per il resto faccio resistenza, cerco di non metterla giù troppo dura, argino come posso le paturnie di chi pensa troppo e tento di prendermela meno per tutto. Faccio i conti anche con qualche fallimento, cercando di non fare naufragio, avendo consapevolezza che mi sento più uomo proprio quando mi pare di esserlo meno. Ascolto tanta musica, badando di prestare attenzione alle parole. E sorrido. Sorrido molto, soprattutto di me stesso. Imparo a vivere, insomma, proprio adesso, che m'ero illuso persino di poter insegnare qualcosa al mondo scordando di essere piccino piccino.

Foto by Leonora