lunedì 29 agosto 2011

Uomini duri (di comprendonio)

Ultimo giorno di lavoro prima di levare il piede dall'acceleratore.

Raccolgo le idee con l'obiettivo di godere i giorni che arriveranno, evitando di ritrovarmi a settembre inoltrato seduto di fronte al computer, in redazione, senza che mi sia accorto della fortuna che ho avuto.

Oggi, dopo aver parlato con l'amico F., penso alle donne. Cioè, come ogni maschio adulto (adulto?), alle donne penso spesso. Certo meno di un presidente del consiglio dei ministri o di un direttore generale del Fondo monetario internazionale, ma comunque in dosi per nulla omeopatiche, inferiori soltanto alla preoccupazioni per le sorti della Juventus.

Ma non è di quei "pensieri" che parlo. Penso alle donne e a quanto sono diverse dagli uomini, in particolare nella categoria: "Non ti dico quello che ho, lo devi capire da te".

Io, da me, non lo capisco. Semmai lo intuisco e, quando capita, prima di migrare dal sospetto alla certezza ne passa di tempo, nella speranza che mi stia sbagliano (di solito non mi sbaglio), che le passi (di solito non le passa), che faccia lei il primo passo (di solito è più fissa d'un palo di teleferica, non si smuove neanche col tritolo).

Trascorrono così giorni di stallo, ognuno arroccato sulle proprie posizioni, abbarbicati come pedine degli scacchi senza mosse apparenti, al più qualche calcio mentale negli stinchi e facce funeree che pure un becchino pare allegro.

Il massimo del minimo poi è quando il povero tapino non è colpevole in linea diretta, bensì "di sponda", trovandosi tra l'incudine e il martello nella titanica contesa tra nuora e suocera, con entrambe arcigne e disposte a tutto, assumendo sembianze che vanno dallo sguardo furente all'occhio lacrimevole, manifestazione palese di inconsolabile sconforto.

"Cosa c'è?" chiede lo sventurato che incappa a sua insaputa della disfida. "Niente" è la risposta in fotocopia, dove il niente sta per tutto, la cordialità è quella di un Rottweiller a cui si è appena calpestato un callo e la tensione è tanto spessa che non ci basta un normale coltello, ci vuole un Miracle Blade, quello che oltre all'arrosto affetta pure le lattine di Coca-Cola e un serramento.

Ora, lo so che scopro l'acqua calda, ch'è un argomento su cui si sono scritti fior di libri, che è così da che mondo e mondo e che qualche argomento più originale sarebbe gradito.

Se aggiungo banalità all'ovvio è soltanto perché, non potendo debellare la fame nel mondo né sconfiggere in quattro e quattr'otto il cancro, l'unica ambizione che mi resta per passare alla storia e diventare famoso è quella di trovare una soluzione al "mutismo femminile da colpa maschile o fraintendimento". Ma mentre lo scrivo mi rendo subito conto che sono un illuso. Non esistono infatti rimedi celeri o prodigiosi, l'unica ricetta è lo scorrere del tempo, nella certezza che si tratta di una breve tregua provvisoria prima del prossimo muso. Mi sa che da domani mi dedico alla fame nel mondo...

P.S. Questo post è dedicato ai maschi che conosco, ricordando loro - e anche a me stesso - che esiste una dignità, una soglia oltre la quale l'unica risposta al mutismo immotivato (o motivato, ma da una labile ragione) è una ferma e fiera compostezza. E' vero, saremo cocciuti, limitati, ottusi, tuttavia ciò non significa trasformarci in zerbino.


P.P.S. Questo post è dedicato alle donne che conosco. Con un'unica richiesta: parlate! Dite quello che avete, non aspettate che siamo noi a comprenderlo, perché la drammatica e inevitabile verità è contenuta nella tredicesima riga di questo post: qualsiasi cosa abbiate, noi non la capiamo. So che magari vi siete illuse di aver sposato un genio e invece vi trovate ammogliate o conviventi o fidanzate con un mezzo asino. Se vi può consolare, gira e rigira, tra gli uomini non ce n'è uno che sia meglio.



Foto by Leonora

domenica 28 agosto 2011

L'uomo senza ricordi (Alzheimer, demenza e dintorni)


Non lo faccio mai. Quasi mai. Rarissimamente insomma. Non metto qua ciò che scrivo sul giornale. Oggi però faccio un'eccezione, perché le edicole sono chiuse da un pezzo, perché non faccio alcuna concorrenza al quotidiano che mi dà il pane e soprattutto perché quando trovo una persona che vale credo sia giusto far sì che l'eco sia vasta, il più possibile. In questo sono simile a un cercatore di funghi: quando ne trova uno notevole, non si accontenta di coglierlo e magari farne risotto, ma non vede l'ora di mostrarlo ad amici e conoscenti. C'è un'altro motivo, però, ed è che attraverso questa persona ho scoperto, o meglio ho potuto riflettere su un argomento che spesso viene taciuto, su cui si stende un manto di silenzio o mal inteso pudore.
Bando però alle ciance. Questo è il testo pubblicato oggi su La Provincia.

Abbiamo una notizia in esclusiva. Sappiamo chi non sarà il prossimo presidente della Ca’ d’Industria: Giovanni Bigatello. Troppo esperto, troppo preparato, umile, onesto per esser scelto da politici che gira e rigira fiutano il loro tornaconto. Se Como invece fosse ancora Como, ovvero una città seria, sobria, che premia innanzi tutto la competenza, questo medico di sessantotto anni, che della Ca’ d’Industria è stato per decenni primario, per la presidenza sarebbe perfetto. "Una brava persona", "Sempre pacato, mai una volta in tanti anni che abbia urlato o litigato con qualcuno", "Non potrei che parlarne bene". Sono alcuni giudizi di dipendenti e di familiari di anziani ricoverati nella casa di riposo. Noi, fino a una settimana fa, non lo conoscevamo. Con lui abbiamo scambiato poche parole al telefono. Nulla di che, semmai l’impressione di un uomo calmo, buono, sereno. Poi una persona che gli vuole bene ci ha fatto avere un suo libro. Si intitola “La sottoveste sopra la gonna - Storie di Alzheimer narrate da un medico” (edizioni Marna) e leggerlo è stato una scossa e insieme un sollievo. Un sollievo perché esistono dottori capaci di dire le cose senza retorica, in modo schietto eppure delicato, a dimostrazione che il prendersi cura comincia chiamando le cose con il loro nome. Una scossa perché ci ha catapultato nel dramma di migliaia di famiglie, anche comasche, che hanno un congiunto affetto da demenza senile. "Attorno a queste persone - scrive Bigatello - o viene innalzato un muro di isolamento o viene costruito un alone di zuccherosa benevolenza, di retorica consolatrice. Si tende all’oleografia, per evitare volutamente di vedere la tragedia di una famiglia stravolta. Non hai più lavoro, orari, tempo da dedicare a te stesso. La malattia del congiunto ti penetra nelle ossa fino a far diventare malato anche te. E poi la vergogna. La signora Tale non ha più il coraggio di invitare le amiche perché prova vergogna a esibire lo sfacelo del marito; il signor Talaltro non se la sente di uscire di casa con la moglie, perché “Chissà cosa direbbe la gente a vederla così”. E infine la signora Tizia che, dopo una struggente battaglia contro se stessa, si è rassegnata a ricoverare in casa di riposo la madre e, alla vergogna, aggiunge il senso di colpa per quello che la maggior parte della gente dabbene considera ancora un abbandono, se non un tradimento". Mentre leggevamo queste righe pensavamo a tante persone che conosciamo, che hanno la mamma, il nonno, il marito malato e ci siamo resi conto che noi, per primi, li abbiamo lasciati soli. Un tradimento è stato il nostro. Di peggio potrebbe esserci soltanto la superficialità dei politici, se sceglieranno il prossimo consiglio di Ca’ d’Industria secondo logiche di amicizia e convenienza, invece che badando al merito.

Ora, al di là della Ca' d'Industria (per chi non è di Como, si tratta della casa di riposo più importante della città), al di là dei risvolti politici e amministrativi (i vertici della Ca' d'Industria devono essere rinnovati, dopo che il consiglio in carica è finito al centro di polemiche e di un paio di indagini della procura per l'appalto esterno del servizio mensa e altri episodi dai contorni tuttora oscuri) e al di là del personaggio (il dottor Bigatello, una sorta di James Herriot, piacevole quanto utile da leggere: il suo libro lo consiglio proprio) l'argomento della vecchiaia e ancor più quello di una vecchiaia senza ricordi è terribile e affascinante insieme.
Vorrei aggiungere altro. Forse lo farò, nei prossimi giorni. Per adesso mi limito al sasso nello stagno, premessa morbida al pugno nello stomaco che per molte famiglie è il contatto quotidiano con una persona affetta da demenza senile.

Foto by Leonora

Il ritratto (Un catalogo dei viventi)


Li ricordiamo così. I morti, le persone che non ci sono più, quanti si sono trasformati - da carne e sangue che erano - in cristallo d'ambra con la mosca dentro. L'insetto siamo noi, sono loro, immortalati per sempre in una fotografia statica, immutevole e immutabile, se non con processi lunghi e mai, mai, per volontà di chi ormai non ha più voce in capitolo.
Mi è sempre piaciuto e credo di avere pure un certo talento per tratteggiare l'icona di chi non c'è più, per consegnare alla memoria un profilo essenziale di chi ha lasciato questa terra. Convinto come sono che si tratti comunque di un'impresa vana (essendo l'oblio il destino che presto o tardi attende ciascuno) ho tuttavia l'ambizione di allungare seppur di poco il confine tra il prima e il dopo, tra la parola e il silenzio, tra il nulla e il poco.
In questi giorni però sto pensando che è ingiusto limitare il campo, che se è pur vero che solo parlare di colui o colei che non c'è più permette di usare segni marcati, distinti e che raramente possono essere smentiti o mutati rispetto a ciò che si è scritto, forse varrebbe la pena dedicarsi ai vivi, ai presenti, con maggior passione, generosità, gusto.
Un'impresa rischiosa, considerato che si parla di un amico, di una persona che può dire la sua e la reazione è imprevedibile, essendo labile il giudizio su ciò che è buono e su ciò che lo è meno. Ma anche un'impresa affascinante, poiché all'andata corrisponde un ritorno, la possibilità di un confronto e di cambiarlo, quel giudizio, sia da un versante sia dall'altro, sia in me che scrivo sia nell'altro che viene descritto.
Per farla breve e dire pane al pane e vino al vino, mi piacerebbe in futuro, su questo blog, parlare senza falsi pudori delle persone che conosco. Una sorta di catalogo minimo dei viventi. Minimo non già per il basso valore dei protagonisti, bensì per il lato intimo che mi piacerebbe fosse dipinto.

Foto by Leonora

sabato 27 agosto 2011

Tom e Jerry (la crisi si batte così)


Ce la faranno. Gli Stati Uniti, intendo.
Come tutti gli imperi, le potenza, anche quella a stelle e strisce è destinata al declino, ma non è ancora giunto il momento. La loro forza sta nella giovinezza della nazione e nella capacità di attrarre le migliori menti di tutto il mondo, a cui offrono un'opportunità unica: quella di realizzare il loro sogno.
Così, se da un lato sanno rinnovarsi e immettere nuove energie vitali, dall'altro - essendo appunto una nazione perennemente giovane - godono della riconoscenza e dell'orgoglio di appartenenza dei cittadini di prima o seconda generazione.
Una conferma l'ho avuta l'altra sera, a cena, quando un amico mi ha raccontato la storia di un suo conoscente, tale Tom, il cui padre emigrò dalla Campania negli Stati Uniti che era da poco iniziato il ventesimo secolo.
"Mio padre ha lavorato ogni santo giorno, dall'alba al tramonto, e non l'ho mai sentito lamentarsi nei confronti di questo Paese, che ha dato a lui un'occasione straordinaria e permesso a me di diventare ciò che sono" gli ha detto.
Tom è milionario. Ha diverse case (e che case, quelle tipo Dallas, che si vedono nei film) nel New England e auto, barche, residenze all'estero. La produzione per le sue industrie, tempo fa, è stata trasferita in Cina, perché era conveniente, costava meno. "Ora però che siamo in crisi, che il mio paese ha bisogno - ha detto Tom al mio amico, mentre bevevano vodka e fumavano sigari nel cottage affacciato sull'oceano -ho deciso di riportare parte della produzione qui. Nel North Carolina, anzi, dove esiste l'indice di disoccupazione più alto degli interi Stati Uniti". Tom, che è patriota sì, ma non scemo, nel frattempo sta trattando con il governatore del suddetto Stato, perché lì non sono come noi che "paghi il 55% di tasse zitto e mosca" e poi ciascuno s'arrangia a modo proprio, spesso evadendo. "Darò lavoro a centocinquanta persone - sostiene Tom - almeno per i primi anni voglio un regime fiscale agevolato". Così, aggiungo io, aiuterà il suo paese e guadagnerà pure qualche milioncino di dollari.
"Vedi, quando la fabbrica in North Carolina sarà avviata, finalmente chiuderò il cerchio iniziato da mio padre, quando senza neanche una valigia, è partito da Gaeta ragazzino ed emigrato qui, in questa grande nazione" ha detto Tom, commuovendosi come un bambino e facendo commuovere, complice la vodka e i sigari e l'oceano, anche il mio amico.
"Piangevo come un bambino e anche come un cretino, ma lì, Giorgio, ho capito che ce la faranno" mi ha detto l'altra sera, mentre assaggiavamo un delizioso paté di cavedano.
E' vero, ero perfettamente d'accordo anch'io, pur senza vodka, sigari e oceano, ma con davanti agli occhi lo straordinario panorama del lago e nel sangue un mezzo litro di prosecco ghiacciato. E forse possiamo farcela anche noi, se non scordiamo che un debito di riconoscenza l'abbiamo anche noi, con chi ci ha preceduto, con chi non è partito per l'America ma ha lavorato lo stesso, per anni e anni, dall'alba al tramonto.

Foto by Leonora

venerdì 26 agosto 2011

D. (A spalle dritte)


Ho detto mille grazie, ne avrei dovuto pronunciare un milione.

Farei un patto con il diavolo pur di aggiungerne uno, che mi è sfuggito ma di cui mi sono pentito subito, perché è dedicato a una persona che ho incontrato una mattina di maggio, venuta a Como con una Mini rossa per scrivere un lungo articolo sul lago. Sarei dovuto essere la sua guida, sono andato per due giorni a rimorchio, restando incantato più volte e commosso persino, mentre mangiavamo un panino, in fondo a viale Geno, quando all'improvviso mi raccontò di suo padre, di suo fratello, della sua vita spezzata e di un sacco di cose che erano come orecchini, collane di perle, spille d'oro estratte da uno scrigno e consegnate a me, che passavo in quella sua stagione per caso ma che forse ispiravo fiducia, o ero soltanto abbastanza ingenuo da apparire candido.
Candida era lei, che ha fatto carriera e che ora ha un posto di prestigio ma sono certo sia rimasta tale e quale.
Mesi fa l'ho vista in un video: era l'unica donna vera in un circo di maschere, collagene e botulino che se dovessero fare il conto di quando spendono in chirurgia plastica supererebbero il Pil norvegese, petrolio incluso.
Se di lei non ho mai parlato su questo blog, che pure è spudorato, al punto da mettere in piazza il mio lato più intimo, è per rispettarne la sua riservatezza, il suo essere "troppo snob per sembrarlo", e anche perché di quella fiducia sono rimasto onorato.

A proposito di riconoscenza, mi hanno scaldato il cuore (oltre che fatto ridere) le parole di David, a commento della sua inclusione nel listone.

"Caro amico, ritrovarmi nel listone mi ha fatto un piacere enorme. Ho scorso veloce tutti nomi per trovare il mio (sotto sotto, ma neppure troppo sotto, sapevo che ci sarei stato), mi cade prima l’occhio, con un po’ di delusione, sull’omonimo Bardaglios, ma poi scorro di nuovo su e finalmente trovo il mio! Non ho ben capito la questione dell’elezione, diciamo che la intuisco! Comunque mi sarei accontentato di essere quello con cui hai condiviso gli anni più belli della tua giovinezza, quello con cui hai riso di più, quello con cui hai fatto il guardone per una settimana a Copenaghen, quello con cui guardavi solo i primi 30’’ del film porno alla tv dell’albergo perché dopo si pagava (e forse perché i 30’’ bastavano :-), quello con cui avresti voluto condividere molto più tempo ma per tanti motivi va bene così, ecc.

… e invece addirittura stella polare nelle nebbia! Sti cazzi …. direbbe Bombolo!"

David è stato mio compagno di università, suona da dio la chitarra (e canta altrettanto da dio "Don Raffaé" di De Andrè), mi ha insegnato a leggere De Luca e consigliato decine di libri stupendi, è un bell'uomo con occhi alla Paul Newman, ha sposato Maria Giulia, ha due bimbi, ama camminare in montagna, faceva atletica leggera, tifa Milan (e sì, un difetto ce l'ha anche lui) ed è forse la persona più sensibile che conosca. Non sensibile come Brandon Fraser in "Indiavolato", quando proponeva l'insalata nizzarda fatta con il tonno pescato salvando i delfini e piangeva ogni volta che guardava il tramonto. Quella di David è una sensibilità senza fronzoli, fatta di attenzione e perspicacia, abbinata a un ironia ch'è il vero antidoto per declinare in positivo anche i verbi negativi della vita.
Cito David perché ha qualcosa in comune con colei di cui parlavo all'inizio di questo blog. Due cose. La più banale è l'iniziale del nome. La più bella è che entrambe sono persone che mi fanno stare con le spalle dritte, ricordandomi di essere migliore di quello che sono e spingendomi ad essere degno della loro stima, quando mi alzo, ogni mattina.

Foto by Leonora

giovedì 25 agosto 2011

Realtà batte finzione (dieci e uno)

Fake. Falso. Ogni volta che ascolto R101, al mattino (Paolo e Lester mi fanno troppo ridere, non riesco a rinunciarci) mi viene il nervoso.
La pubblicità della radio consiste in pseudo interviste ad ascoltatori che dicono il motivo per cui per loro è la numero uno. Idea non originale, con risultato tra il mediocre e il pessimo (a seconda dell'attore che dice la frase) e che invece di convincermi suscitano la tentazione di spegnarla o scegliere un'altra stazione.
Perché lo fanno? Chi sono i pubblicitari che hanno scelto lo spot, i dirigenti che l'hanno approvato, i vertici che ora, ascoltandolo, non corrono in regia, lo tolgono o, se non riescono, non tolgono la spina evitando così di fare un danno?
La realtà è sempre migliore e più varia di qualsiasi artificio. Me ne sono accorto al terzo articolo scritto in vita mia, diciannove anni non ancora compiuti e un sogno che si stava finalmente avverando. Per la Gazzetta di Como dovevo intervistare l'allenatore della Arexons Cantù, Carlo Recalcati e dopo averlo fatto con l'amico Mauro Colombo (lavoravamo in coppia) stavamo sudando da una mezz'ora per mettere assieme qualcosa di sensato, per trasformare in parole su carta il lungo discorso registrato. La folgorazione arrivò lì: concentrati come eravamo nel "creare" un articolo avevamo dimenticato che il modo più semplice era eclissarsi e limitarci a riferire ciò che lui aveva detto. "Racconta, non fare il furbo" come insegnava Buzzati. Allora però Buzzati l'avevo soltanto letto sui dorsi delle copertine di libri rimasti a far polvere sugli scaffali e ci sono dovuto arrivare da solo.
L'episodio m'è tornato in mente stamane, parlando con Stefano, che mi diceva quant'è forte la tentazione, specie per chi è alle prime armi in questo mestiere, di intervistare le persone per farsi dire ciò che pensiamo noi. Se si è disonesti e lo si fa per interesse è un conto, ma se si è in buona fede anche peggio, poiché soltanto la stupidità è peggiore del vizio.

Foto by Leonora

mercoledì 24 agosto 2011

Grazie mille

Al buon Dio, se esiste, che mi ha fatto nascere con la camicia e anche con un pullover, per quando fa freddo.
Alle donne, che sono la dimostrazione che Dio esiste, specie quelle che in tutti questi anni, spesso senza neppure sfiorarmi con un dito, mi hanno portato lo stesso in paradiso.
Ad Angelo, che mi considera un fratello. Più di un fratello.
A Isabella, che mi rimane ancora a fianco, nonostante le debolezze, gli errori, le asprezze che potevo evitare e che invece ho accentuato.
A Raffaele, Paolo, Brunella, Paola, Lela, Manuela, Cristina e tutti gli amici d'infanzia, che mi sono rimasti amici ancora adesso.
A Viviana, Elisa, Claudia, Maddalena, Federica, Sabrina, Valeria, Giuliana, Simona, Antonella, Chiara, Paola, Elena, Fabiola, Rosa, Marianna, Caterina, Maria Grazia, Valentina. Il perché lo so io.
A mia madre, per cui sono tutto.
A mio padre, che mi ha insegnato che nulla è tutto e che si deve sopravvivere sempre, lo stesso, tenendo in equilibrio sensibilità e amor proprio.
A Gianni, che se n'è andato troppo in fretta e che ha fatto "come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte".
Ad Angelina e Carletto, che mi hanno ricordano di godere la vita in salute, perché poi è tardi e la vecchiaia e gli acciacchi se la portano via.
Ad Emilio e Angelina, che mi rammentano che senza passioni si può morire dentro anche se si rimane in vita.
A Carla, una delle altre troppe persone che non ci sono più e che non posso abbracciare, dicendo loro che non l'ho mai fatto abbastanza.
A Eudemia, mia nonna, per tutte le volte che mi ha tenuto al caldo del suo letto, la mattina, e per la carne inpannata, che mi faceva trovare il pomeriggio per merenda.
A Sabina, perché l'amore non ha bisogno di parole e neppure di ricordi per restare impresso come stigmate, nella memoria.
A David, amico per elezione e stella polare quando sono nella nebbia.
A Mauro e Marco, che non conoscono il pesa della riconoscenza.
Al direttore che se n'è appena andato via e che mi ha voluto qua e che non potrò mai ricambiare in generosità, neanche se campassi fino a cento otto anni, come la Porta Musa.
Al mio nuovo e attuale direttore, che mi costringe a alzare l'asticella, migliorando sempre di più, senza accontentarmi dell'acqua bassa.
Ad Angelo Curtoni e Adolfo Caldarini, i miei primi direttori, che hanno creduto in me, tenendomi sotto la loro ala protettiva ma anche spingendomi a volare.
A Mario Rapisarda e Maurizio Giunco, nonostante tutto, perché a volte si è spinti a volare anche quando si riceve nel sedere una pedata.
Ai miei colleghi di Espansione Tv, del Corriere di Como e ora de La Provincia, perché da loro ho imparato più di quanto abbia insegnato.
A Mauro Colombo, che mi ha aiutato nella prova scritta di matematica alla maturità e pure in tutti i cinque anni del liceo, perché senza di lui mi avrebbero bocciato senza speranza.
Alle professoresse delle medie, Bugnoni e Taborelli, la seconda perché mi ha ferito nell'orgoglio spingendomi a reagire, la prima perché ha creduto in me, non facendomi sentire una schifezza.
A Laura, Roberto, Roberta, Loris, Fabrizio, Flavia, Fulvio, Manuela e Matteo, Giulia, Cristian, Alice, Alberto, Silvia, che mi fanno sentire parte di una famiglia.
A Angelo, per tutti i mobili e i lavoretti che ha fatto in casa mia.
A Basco e Luisella, che mettono a disposizione la loro casa e hanno un'ospitalità senza salamelecchi, genuina.
Ad Ambrogio, Amelio, Filippo e anche Giulio, loro sanno perché.
A don Nello, don Mario, don Luigi e ai preti in generale, che in tanti ne parlan male, ma per me sono stati una guida, esempio di libertà e fratellanza.
A Elisabetta, che aveva sette/otto anni più di noi e ci portava tutti in vacanza, in Puglia, guidando un 127 Blu che allora non era neanche stretto e non faceva neppure caldo, nonostante fosse un agosto afoso quanto questo e non esistesse aria condizionata né climatizzatore incluso nel mezzo.
A Giampietro e a ciò che è stato per me quando da bambino che ero sono diventato ragazzo.
A George, e Peter, David e tutti gli American Bardaglios, che rendono il mondo piccolo e ogni continente una casa.
A Francesco Corrado, che mi ha sempre trattato come un figlio.
A Dino Merio, esempio mirabile di professionalità giornalistica anche senza essere un professionista.
Agli amici di Facebook.
Ai membri del Como Blog (Elena, Gaspar, Frenz, Alessandro, Giovanni, Luca, Andrea....) orizzonte aperto sulla mente e sul mondo.
A Leonora, che presta i suoi occhi per dare immagine a questo angolo virtuale.
A tutte le persone che qui non ho nominato e che lo avrebbero meritato.
E, soprattutto, a tutti coloro che con piccoli gesti, di cui spesso neppure mi accorgo, rendono la mia vita migliore, comoda, interessante, vivace, bella, felice, buona.

A tutti, grazie. Foto by Leonora

lunedì 22 agosto 2011

Il peso sostenibile della riconoscenza (Alberoni docet)




E' la rubrica con più lettori in Italia, o così almeno dicono al Corriere. Parlo del "Pubblico & Privato" di Francesco Alberoni, in edicola sul principale quotidiano italiano, ogni santo lunedì.

La leggenda narra che in passato uno dei direttori, dovendo far fronte a continui tagli di bilancio, impose un taglio netto ai compensi dei collaboratori fissi, Alberoni incluso. Il quale Alberoni però non fece una piega e disse: "Grazie, ma a queste condizioni lavorare è avvilente, me ne vado". Fu allora che gli esperti di vendita estrassero dal cassetto quanto valeva, in termini di copie, il suddetto Alberoni, convincendo il direttore a una lesta retro marcia.

Personalmente non lo seguo con continuità. Non per scelta: per atavica distrazione. Quando lo leggo è raro che rimanga deluso. "Sono le solite cose" dicono alcuni. "Aria fritta" sentenziano altri. Sarà. Ma la grandezza è anche questa: rendere affascinante ciò che a prima vista è pure scontato, banale.

Oggi ad esempio l'articolo intitolato "Se aiutate qualcuno non aspettativi gratitudine" è di quelli da collezione.
Scrive Alberoni:

A tutti noi è capitato di aiutare qualcuno, un amico, un conoscente, a trovare un lavoro, di sostenerlo nel momento del bisogno in modo disinteressato, e poi scoprire che la persona beneficata, anziché esservi riconoscente non solo dimentica quanto avete fatto per lei, ma diventa fredda e si comporta verso di voi con rancore. E mi viene in mente quel passo de «Il paradiso perduto» di Milton in cui Satana dice che si è ribellato a Dio per il peso insopportabile della riconoscenza. Cos'è il peso della riconoscenza? Come può la gratitudine diventare insopportabile? Il caso più semplice è quello dell'invidia. Satana voleva di più, non accettava la sua condizione di secondo. E mi viene in mente che agli inizi della mia carriera avevo aiutato un mio collega psicologo che aveva bisogno di lavorare e ne avevo fatto il mio vice. Un giorno qualcuno mi ha riferito che sparlava continuamente di me al punto che sua moglie, il giorno in cui li ha colti un acquazzone, gli ha detto: «Non sarà anche questo colpa di Alberoni»? La spiegazione era semplice. Dopo aver imparato un po' il mestiere, pensava di essere più bravo di me e voleva prendere il mio posto. Da allora ho imparato che è pericoloso mettersi troppo in evidenza perche scateni l'invidia dei tuoi colleghi.
Ma la mancanza di riconoscenza non è dovuta solo all'invidia. Ogni volta che noi facciamo per un altro qualcosa di più del dovuto, mettiamo sempre in moto dei meccanismi che possono essere positivi e negativi. Prendiamo l'esempio più semplice, quello del dono. Il dono, anche se fatto nel modo più disinteressato e generoso, crea quasi sempre il bisogno di ricambiare. E se io esagero in generosità posso mettere l'altro in imbarazzo perché non sa come ricambiarmi e si domanda cosa voglio in cambio da lui. Vi sono però persone che reagiscono nel modo opposto. Se voi fate loro dei doni o le aiutate, lo considerano un dovere da parte vostra e, se smettete di farlo, vi criticano e vi accusano. In tutti i casi il risultato della vostra generosità sarà la mancanza di riconoscenza.
Perciò quando decidete di fare un dono a qualcuno, o di aiutarlo quando ha bisogno, o di far sì che possa realizzare le sue potenzialità, tenete presente che lo dovete fare solo per ragioni morali, perché lo ritenete giusto, senza aspettarvi nulla in cambio. Se poi l'altro vi ricambierà con la fedeltà e la riconoscenza considerate questo suo comportamento solo il dono di un animo generoso.


Ci ho pensato. Il concetto del "peso insopportabile della riconoscenza" intriga moltissimo.

Ad onor mio, devo ammettere che da tale vizio sono immune. Pur zeppo di difetti, non conosco o quasi invidia e mi piace manifestare espressamente gratitudine. Ne faccio un punto d'orgoglio persino, forse proprio perché detesto chi non lo è, chi gode del buon cuore altrui e poi se ne fa un baffo. Anzi, il prossimo post lo dedico alle persone (ad alcune persone) a cui sono grato.



Foto by Leonora

domenica 21 agosto 2011

La curva (Proposta per un nuovo patto sociale)



Sono stati due bei giorni, ieri e venerdì, in montagna. Dopo tre settimane tirate ne avevo bisogno. Mi è piaciuta, ma piaciuta proprio, la compagnia, il ritrovarsi con vecchi amici d'infanzia (giovani amici d'infanzia, sarebbe meglio scrivere, poiché la fascia d'età è ancora quella dei quaranta). Più di tutto ho apprezzato il confronto, il potersi scambiare idee, ansie e opinioni sugli aspetti essenziali della vita, in particolare sul futuro, sull'educazione dei figli, sulla gestione delle risorse "tempo" e "denaro".

Ne prendo spunto per proporre una sfida per l'Italia (sì, mi piacciono gli obiettivi minimalisti, poco ambiziosi). La intitolerei così: "La curva".

Premessa: nel passato recente il percorso lavorativo ideale è stato simile a una linea retta, in contuinua e costante ascesa. Si comincia guadagnando poco e con il passare del tempo (spesso in Italia solo "per il passare del tempo, in modo svincolato dal merito" sottolinea il mio amico Angelo) si aumenta di posizione o comunque si guadagna sempre di più.

Tale resta l'aspettativa attuale, con svantaggio economico minimale quando si passa dall'età produttiva alla pensione. Ora, date le disastrose condizioni economiche statali, la tendenza è semplicemente quella di innalzare l'età pensionabile, con disappunto per chi contava di andarci prima, ma pure con danno sia per i giovani che trovano un tappo e per le stesse aziende, che vedono rallentato il cambio generazionale, perdendo competitività.

La faccio breve, saltanto altre considerazioni, per arrivare al punto. Sarebbe opportuno sostituire lo schema a linea retta in costante e continua ascesa, con una curva (una sorta di gobba di cammello o una collina, come preferite) che preveda un picco di posizione e guadagno fra i quaranta e i cinquantacinque anni e fasi meno remunerative ma anche con maggiore tempo libero prima e dopo quella soglia.

Nel concreto, molti possono essere gli strumenti per attuare una simile proposta. Prima però è necessaria la condivizione di un progetto, siglare un patto tra generazioni, in modo che a una disponibilità individuale facciano da eco regole chiare e una nuova architettura sociale.

Prima di lanciare il sasso nello stagno, un esempio pratico: il mio. Ora che ho tre figli in età scolare ho necessità di un certo reddito. Fra dieci anni è inutile che io guadagni più soldi, se dovrò spenderli per mantenere i miei figli che si trovano senza lavoro. Meglio sarebbe che avessi un reddito più basso a fronte di entrate da parte loro. Il nocciolo del discorso sta tutto qui.

Critiche e consigli sono ben accetti.


P.S. Si fa tanto parlare della politica che latita, che non sa più parlare alla gente. Mi domando: quand'è l'ultima volta che un politico su un simile ragionamento (un nuovo patto sociale) ha messo testa e faccia? Non in modalità spot, per una puntata di "Porta a porta", bensì facendono il perno e la missione del proprio impegno. I have a dream. Ma loro? Boh...



Foto by Leonora

venerdì 19 agosto 2011

L'obiettivo a medio termine


Ci ho pensato quattro giorni (avrei detto due, ma controllondo vedo che sono quattro): alla fine qualcosa ho partorito.
So cosa vorrò fare tra tre anni. Non il desiderio dei desideri (viaggiare, scrivere ed essere pagato per farlo), ma qualcosa di simile. Ometto di riportarne i dettagli qua, un po' per scaramanzia, un po' per la suspence, un po' per il timore di non riuscire a realizzarlo e sentirmi uno sfigato.
Eppure spesso è il destino a sballottarci, impedendoci di arrivare alla meta prefissata, proprio come Ulisse/Odisseo o come Carl Fredricksen, il protagonista di "Up", che vuoi per un motivo, vuoi per un altro, rimanda di giorno in giorno il sogno suo e della moglie, riscattandosi quando il tempo è ormai scaduto.
Al principio anglosassone della determinazione, del "volere è potere", preferisco tuttavia quello più asiatico e anche cristiano dei percorsi misteriosi del destino, di un disegno più ampio a cui possiamo aderire con docilità, pur non confondendola con l'esser pappamolle o con l'andare dove tira il vento.
Da parte mia so che, dato il punto d'arrivo, occorre adesso una partenza. La farò subito, sapendo che per chi crede è meglio affidarsi alla mano di Dio che accompagna l'uomo, ma anche che Dio non si offende di certo se - pur rispettando le sue trame - io comincio a mettermi in cammino.

P.S. Ne ho anche uno a breve termine, di obiettivo: mangiare sciatt, pizzocheri e stare due giorni in Val di Sacco, in compagnia di Angelo, Raffaele, Paolo e donne e ragazzi al seguito.

Foto by Leonora

giovedì 18 agosto 2011

La bella estate (scoperta con la grafite)



Ci sono persone che sorridono con gli occhi. L'avete mai notato? Oggi ne ho incontrata una, che avrà avuto vent'anni appena e aveva proprio quell'espressione che si illumina, in cui il sorriso non si trattiene, promana, sprizza, accende tutto, corpo mente anima.

Ero in un negozio, stavo pagando, e mentre attendevo il resto ci ho pensato per un istante, poi gliel'ho detto, così, a bruciapelo: "Hai proprio una faccia simpatica". Il suo viso s'è velato di rosso, per lo stupore, non per l'imbarazzo, avendo capito che era un'espressione spontanea, disinteressata, a immagine e somiglianza di quel suo sorriso che, ne sono certo, aiuta ad affrontare meglio la vita.

Ne discutevo ieri sera con Isabella: per una serie di motivi non è stata un'estate "goduta". Sarà colpa del tempo o degli impegni difficili da coordinare fra tutta la famiglia o questo mio lavoro che mi porta dodici ore su ventiquattro lontano da casa e le restanti dodici con la testa che ancora mastica e rumina o la programmazione sbagliata, presa troppo sotto gamba, oppure - ed è il pensiero che quest'oggi mi martella - siamo semplicemente noi ad avere alzato la soglia, a non accontentarci più del buono, a pretendere sempre di più, in una società che ci ha educati non tanto all'opulenza, quanto all'appetito costante, a una fame di emozioni, di novità, che alla fine per paradosso ci divora.

Faccio un esame di coscienza. Sì, è vero, mi sono organizzato male. Sì, è vero, c'erano tanti impegni, soprattutto dei ragazzi. Sì, è vero, non ci ho pensato abbastanza. Sì, è vero, ho un carattere egoista, che quando ha una priorità tutto il resto può mancare e non faccio una piega. Sì, è vero, il lavoro - per una serie di circostanze - quest'anno è stato un gerlo in spalla.

Però, a saper guardare oltre l'apparenza, ci sono state cose di cui andare fiero e che hanno reso questa stagione bella, oltre che unica. Penso ai contatti con le altre persone, con gli amici di sempre e anche a quelli di fresca data. Abbiamo cenato o pranzato non spesso, insieme, ma più di frequente rispetto agli anni precedenti. Ci siamo tenuti in contatto. Poi ho tenuto una disciplina ferrea, non lasciandomi tentare eccessivamente da ozio, vizi e lassismo. E ho scritto molto, qui, sul blog, scambiando opinioni e non soltanto incidendo frasi su una lapide muta. E anche la settimana di vacanza è stata bellissima, superiore alla media già alta.

Mi fermo qui, ma sono certo che potrei continuare, scoprendo un mondo di bene, se facessi come quando su un foglio bianco si sparge polvere di grafite e dal nulla spunta un disegno, un'immagine ignorata prima. Ecco, in questi giorni voglio procurarmi una manciata di grafite, per scorgere ciò che gli occhi d'acchito non vedono e continuare a sorridere anch'io, con gli occhi.


Foto by Leonora

mercoledì 17 agosto 2011

Giorgio a.F. (avanti Facebook)


Luca ha scritto un post interessante e molto tecnico, che spiega in parte il successo di Facebook. In parte l'ho aggiunto io, perché né i singoli ingredienti né la loro semplice somma assicurano il successo di una ricetta, la bontà di un piatto.
Per quanto mi riguarda, non sono mai stato un fanatico di Fb e neppure un detrattore. E' uno strumento, tutto qui, importante non se fine a se stesso, ma in quanto permette di raggiungere obiettivi più alti, esattamente come il fuoco, la ruota, il motore a scoppio, la pentola a pressione e lo spremiagrumi elettrico.
Se però non si aggiorna, non si adegua, non sta al passo con i tempi, anche Facebook è destinato al tramonto. Magari resterà nella semantica, riproducendo a livello planetario ciò che per gli svizzeri di lingua italiana è il Natel: un nome proprio divenuto comune per definire i social network. Facebook passerà, non i social network.
Per quanto possa capire io (poco), i social network sono il compimento di internet, la rete tecnologica che massimizza la propria peculiarità, di connessione appunto. Della rete sono importanti i fili, i nodi, ma soprattutto le sinapsi che si creano, i collegamenti.
Comprenderemo appieno come cambia il mondo, com'è già cambiato, soltanto in futuro, quando potremo sezionare le due epoche ante e post social network. Un tentativo - goliardico - potrei farlo io, immaginando me stesso, adolescente e giovane, connesso con il mondo attraverso computer e telefonino. L'esperimento mi è venuto in mente ieri sera, quando mi sono ricordato come mai ero finito alla Comense. Scrivevo già di basket maschile e un sabato pomeriggio, per caso, ero finito alla palestra Negretti, dove giocavano le ragazze juniores della Comense. Ricordo che ce n'era una particolarmente bella, si chiamava Simona e decisi che, se dovevo occuparmi di pallacanestro, tanto valeva contemplare quella femminile, che abbinava al dovere anche il diletto, per lo meno dell'occhio.
Questa cosa, alla suddetta Simona, non l'ho mai detta. Primo perché ero timido, secondo perché l'anno dopo se ne andò a giocare in un'altra città, terzo - e più importante - perché non c'erano telefonini o computer per mandare messaggi. E il terzo, se ci penso, è stato più determinante dei primi due, poiché la timidezza a volte si supera quando si ha la possibilità di un "ingaggio" agevole e la distanza, con computer e telefonini, non è uno svantaggio.
E questo è solo un esempio. Penso cosa sarebbe successo per tutte le amicizie in bozzolo - maschile e femminili - che sono rimaste larve proprio perché le condizioni affinché maturassero erano insufficienti. Non so se sarebbe stato un bene o un male, se il Giorgio munito di tecnologia sarebbe stato meglio o peggio, certo sarebbe stato diverso. E' con questi occhi che guardo ai miei figli, che hanno opportunità che io non avevo. Così, se da un lato rimpiango la comodità del contatto, dall'altra apprezzo l'asticella alta che avevo e che mi ha permesso, pur senza social network, di svegliarmi, di essere connesso sul mondo contando soltanto su me stesso e sugli amici in carne ed ossa che avevo.


Foto by Leonora

martedì 16 agosto 2011

Bridgette Gordon e la teoria dell'acchiappo

Sono passati quattordici anni e mi sembrava ieri. L'ultima volta che ho visto Bridgette Gordon, Giacomo non era ancora nato, la mia Mazda rossa era appena uscita dal concessionario e portavo jeans Armani alti in vita, modello Don Johnson.
Bri, per chi non lo sapesse, è stata una campionessa di basket, ha vinto con gli Stati Uniti le Olimpiadi di Seul nel 1988 e con la Comense 1872 ben sei scudetti, due coppe dei campioni e molto altro.
Oggi l'ho rivista, a casa di Angelo Migliavada, che per lei sono stati rispettivamente una seconda casa e un secondo padre. Bridgette è sempre la stessa, più dolce però, più distesa. Anche le forme sono più morbide ma lo sguardo è rimasto lo stesso, quello di una ragazza che è partita da zero, a cui nessuno ha regalato nulla e che per ottenere ciò che vuole deve essere furba, scaltra, con il cervello sempre in azione, mai addormentato. Bridgette era innanzi tutto intelligente. Non era la più talentuosa, la più palestrata, quella dotata di miglior fisico, di senso tattico e di un talento unico, raro. Aveva ottima tecnica, quello sì, ma sul campo da basket faceva valere anche altro: la duttilità, la sostanza. Se anche l'occhio vuole la sua parte, lei la sua se la prendeva con il cervello. Non era spettacolare, in sua vece piuttosto parlavano i numeri, le statistiche sempre positive. E poi sapeva stare a galla, in qualsiasi condizione, sapendo perfettamente quando era il momento di brontolare e quando invece era preferibile stare zitta, strisciare accanto ai muri per non incappare nell'ira del presidente Pennestrì o dell'allenatore di turno.
L'ho rivista volentieri, stasera, pur se per una mezz'ora scarsa, il tempo per qualche chiacchiera e un gelato con gli amici di sempre, Marco e Mauro. Mi ha fatto pensare a un tempo felice e forse mai apprezzato abbastanza, non goduto appieno.
Era la mia giovinezza e vivevo fianco a fianco con ragazze e ragazzi della mia età, con però una serietà da uomo maturo. Avrei dovuto essere più lieve, più coraggioso, più intraprendente. Nulla di che, ci mancherebbe. Qualche serata in discoteca, qualche cena o serata in compagnia in più e qualche paturnia in meno. Lo penso adesso, a conferma che le lezioni importanti s'imparano sempre quando la campanella della ricreazione è suonata. Ecco, avrei dovuto pensare più alla ricreazione e meno al compito in classe o all'esame di fine anno.
Ormai però è inutile piangersi addosso, anche quando - come nel mio caso - sono proprio due lacrime, niente di travolgente, il seme di un dubbio più che un tormento.
A parziale risarcimento so che, invece di badare a ciò che era e non è stato, meglio sarebbe evitare di fare errori adesso. Godermi più questo, d'un tempo. Prometto che lo farò, che non lascerò scivolarmi addosso le cose senza neanche pensare di acchiapparne qualcuno al volo.

domenica 14 agosto 2011

Ne riparliamo fra tre anni (un gioco serio)



Quando ci si butta, la velocità della caduta è costante? O s'incrementa fino a un certo punto e poi si assesta? Se al liceo non avessi avuto due in fisica probabilmente risponderei io stesso, mentre ora dovrei mandare una mail a Toto o chiamare il mio amico Angelo, che adesso si occupa di tutt'altro ma in queste cose è sempre stato un asso.

Ad ogni modo, pur ignorando i principi della dinamica, intuisco (mi pare d'intuire) quelli della vita. Che non procede a velocità costante, ma ha una sorta di effetto volàno, per cui va pianissimo all'inizio, quando si è bambini, ragazzi, poi accelera in gioventù e aumenta sempre di più, diventando rapidissima a scorrere quando si è adulti e ancor più nella vecchiaia. Non so se si tratta di velocità reale o di velocità "percepita" (come va di moda dire ora, per indicare l'inflazione o il caldo e il freddo) e neppure m'interessa. Io la vivo così e credo sia esperienza comune, condivisa.

Fatta questa premessa, ho un gioco da proporre. Un gioco serio, che ho applicato a me stesso e a cui sto ancora pensando: provare a immaginarsi non domani, non dopo, bensì fra tre anni.

Tre anni proprio, il 14 agosto del 2014. E ora che è fissata una data, diamoci un obiettivo. Non qualcosa che si può ottenere in poche settimane, ma per cui occorrono mesi, anni. Chi vorremmo essere, cosa vorremmo fare nei prossimi tre anni?

Io fatico a concentrarmi, a pensarlo. Forse mi servirebbe più calma, giorni lontani dal lavoro, momenti di relax e vacanza. Per chi ci è già potrebbe essere uno stimolo, uno spunto: uscire dalla logica dell'immediato, del quotidiano, e proiettare se stessi verso un punto che se non è determinato raramente si raggiunge per caso (c'è un proverbio che recita: nessuno trova mai ciò che non cerca).

E se è vero com'è vero che il passo dopo passo è vitale per affrontare il futuro senza troppe ansie, lo è altrettanto che una visione d'orizzonte non ha mai fatto male a nessuno. Tutt'altro. Mi viene in mente un'altra storiella, quella della donna che tutte le sere, prima di andare a letto, si inginocchia e si mette a pregare e supplica: "Mio Dio, fammi vincere la lotteria!". E così per una settimana, un mese, un anno. Finchè un giorno la donna s'inginocchia, sta per aprire la bocca e dal cielo si sente la voce di Dio: "Donna, ho capito, vuoi vincere la lotteria. Ma compratelo prima o poi un biglietto!!!".

Il carpe diem non esclude il lungo periodo. La promessa è che ci penso, poi, nel 2014 ne riparliamo.



Foto by Leonora

sabato 13 agosto 2011

Grazie Laura (L'amicizia delle donne)


Come Dorando Petri alla maratona delle olimpiadi di Londra, vedo il traguardo di Ferragosto (con conseguente giorno di festa e tregua dopo due settimane di giornale da mattina a sera) ma rischio di schiattare e non giungere alla meta.
Oggi però non voglio scrivere di cose tristi, bensì di una ragazza solare, che di persona ho visto non più di tre volte in vita mia (l'ultima anni fa, credo) e di cui ora mi giunge notizia di rimbalzo o riflesso, tramite social network, soprattutto in fotografia. E sono proprio le immagini che mi colpiscono, perché Laura Radaelli è una persona solare, lieta.
Non so in privato, quando chiude la porta della sua stanza e nessuno la vede. Può darsi che, come tutti noi, abbia momenti di sconforto, di debolezza. Magari anche di più, un vero e proprio sconforto. Non so, non posso saperlo, ma per quella che posso intuire io Laura è proprio una persona buona, generosa e divertentissima. E se io non la conosco benissimo, ci sono gli scatti con le sue amiche a rivelare quanto sia speciale e quanto sappia farsi voler bene.
Se non sbaglio, io l'ho conosciuta grazie a Sabrina. Poi però me ne ha parlato benissimo Federica e sbirciando tra le sue foto ho visto che è anche amica di Elena, la moglie di Nicola. E' vedendole insieme che ho pensato di dedicarle questo post, perché a volte una persona riesce a suscitare pensieri positivi che neanche se li immagina e io volevo dirlo, non tenere segreta per me questa cosa. Non siamo isole. Persino un gesto insignificante, a chilometri o mesi di distanza, può far maturare un sorriso, un pensiero positivo, una speranza.
Non conosco i vizi e i difetti di Laura, ma tra i pregi c'è la sua ironia, la capacità di saper ridere e far ridere delle cose. E', nel mio immaginario, l'icona di quell'amicizia tutta femminile che noi uomini neppure comprendiamo, presi come siamo a scegliere la via più breve per collegare due punti da non scoprire e neanche immaginare i percorsi straordinari che si possono intraprendere scegliendo una strada meno banale, più tortuosa.
Perciò ne scrivo qui, per ringraziarla. In un mondo in cui ognuno bada agli affari suoi, Laura mi ispira un punto di vista differente, solidale con le altre donne, una mano tesa. Fortunate coloro che l'hanno per amica.

Foto by Leonora

venerdì 12 agosto 2011

L'osservatore affettato (piccole frustrazioni estive)


Docile. E' un bell'aggettivo "docile". Ha radice nel verbo latino "doceo", imparo, insegno. Più imparo. Facilmente ammaestrabile, anche.
A volte vorrei essere più docile, non verso qualcuno in particolare, semmai nei confronti della saggezza, della vita. Invece m'arrabbio.
M'arrabbio quando c'è stupidità, invidia, codardia. Specialmente quando codardia, invidia e stupidità si manifestano contemporaneamente, magari accompagnate dalla supponenza. Mi piacciono le persone schiette, che dicono pane al pane e vino al vino.
Così cerco d'essere anch'io, pur se mi rendo conto che di questi tempi sono diventato pigro. E molle. Aver trovato un lavoro che mi soddisfa, che mi piace, ha finito per intaccare la tempra d'uomo che anni di magro avevano forgiato.
Forse sono io che, in questo agosto che m'impegna a fondo, guardo a me stesso con troppa durezza. Più probabilmente c'è del vero. Unghie e denti aguzzi sono un ricordo. In compenso riscopro atteggiamenti che avevo accantonato. Lo studio, ad esempio. L'approfondimento. L'aggiornamento.
C'è un'altra cosa che non sopporto: l'ovvietà. La banalità. Nelle frasi fatte, negli atteggiamenti, persino nelle posture. Mi irrita in pari modo scoprirle in pagina (negli articoli che leggo), in radio (nei discorsi vuoti di certi deejay senza cervello o troppo impegnati ad ascoltarsi la voce impostata per partorire un pensiero originale, sensato), in televisione (con tutti questi conduttori di tg che si danno un tono, pensando di essere professionali, invece sono soltanto macchiette, sbiadite copie di un modello standardizzato: guardano in telecamera, ammiccano, si mettono di sbieco, sono affettati e suadenti come se il destino del mondo dipendesse dalla faccia con cui lo presentano). Basta. Siate più naturali, siate voi stessi - direi - se oltre la maschera ci fosse anche un essere pensante e non un robot umano.
Ecco, lo sapevo, mi riprometto sempre di essere docile e finisco per digrignare i denti e abbaiare, come un qualsiasi randagio. Ma tranquilli, non mordo. L'ho detto che sono diventato molle.

Foto by Leonora

giovedì 11 agosto 2011

Il tavolo (in Italia dalla crisi non usciremo mai)


Chiedo scusa a Leonora se oggi faccio un'eccezione e al posto di una sua fotografia scelgo, a malincuore, una banalissima foto d'agenzia.
Mi serve, poiché essa spiega più di mille parole perché non ce la faremo mai, perché l'Italia è destinata alla decandenza.
E' l'immagine scattata ieri l'altro, all'incontro tra governo e parti sociali. Una pletora di persone che, solo per convocarle, una manovra finanziaria se ne va in bolletta telefonica. Ma li vedete? Saranno duecento. E quella che ho trovato in rete è una foto che non rende giustizia, poiché ha un inquadratura ristretta. Sui giornali, ieri, ne ho viste alcune che pareva d'essere allo stadio. Roba che se dovessero parlare uno alla volta, per cinque minuti, occorrerebbe una giornata intera.
Ce li vedete, questi signori in grisaglia, che s'oppongono ai raider della finanza? Quelli schiacciano un bottone in chissà quale oscura saletta di Honk Kong o Londra o New York e in un nanosecondo si pappano miliardi, milioni di milioni che neanche la stella di Negroni brilla più. A loro s'oppone un esercito di pacifici burocrati, riuniti attorno a un tavolo a cui non vogliono assolutamente mancare, forse perché alla parola "tavolo" sanno che solitamente c'è anche qualcosa da mangiare.
A guardarli bene, in faccia, più che alle contromisure efficaci contro la speculazione finanziaria sembrano interessate a cosa offre il caffé sotto palazzo Chigi, dal buffet mattutino alla merenda. Quelli, gli speculatori, fanno razzia dei risparmi accantonati da milioni di italiani, con fatica. Questi, i rappresentanti delle parti sociali, vanno in gita a Roma, per farsi immortalare dalle telecamere e poter comparire al telegiornale delle 20, che per una sera sostituisce "Il grande fratello" e "Caramba, che sorpresa".
Ieri, mentre allibito osservavo una versione cartacea della suddetta fotografia, m'è caduto l'occhio sulla targa in primo piano, di fronte a un uomo brizzolato, che si guardava attorno compiaciuto. A metà della tavolata, unici distingubili, c'erano, piccoli piccoli, Berlusconi, Tremonti e Sacconi sulla destra e, di fronte, la Marcegaglia, Bonanni e Angeletti. Il resto, perfetti sconosciuti. Compreso il tale in primo piano, di cui si leggeva chiaramente soltanto la categoria: "Unione nazionale quadri".
Unione nazionale quadri dell'industria, credo. Roba che anche le Giovani Marmotte, al confronto, paiono giganti di autorevolezza. "Ecco - ho pensato - se per contrastare la crisi dobbiamo coinvolgere anche i quadri, non ne usciamo neanche dipinti sui muri". Gli speculatori hanno per modello Warren Buffet, noi il buffet l'abbiamo per religione, oltre che meta. Sta tutta qui la differenza.

mercoledì 10 agosto 2011

Soldi, soldi, soldi... ma non sono tutto


Money, money, money. Soldi, sempre soldi, solo soldi.
I soldi che desidera intascare Eto'o, il giocatore dell'Inter che vuole andare a giocare nell'Anzhi (nell'Anzhi!), la squadra di Makhachkala (di Makhachkala!! Non so neanche pronunciarla Makhachkala...), capitale della repubblica russa del Dagestan (il Dagestan!!! Neppure sapevo esistesse il Dagestan. Pensavo fosse come la Krakozhia di Tom Hanks in "The Terminal"...). Il tutto per una ventina di milioni di euro netti all'anno, per tre anni. Sessanta milioni in tutto. Embé, una bella cifra. Ma non è che ora il signor Eto'o Samuel guadagni al mese 1.800 euro. Ogni anno, sempre netti, stacca un bel assegno da sette o otto milioni. E gioca nell'Inter, farà la Champions, vive a Milano. Sei stanco? Vuoi cambiare? D'accordo, vai in Inghilterra, ti danno gli stessi soldi o anche qualcosina in più e stai comunque da nababbo e giochi ad altissimi livelli, benedetto signore, visto che non sei un pensionato, hai trent'anni, sei nel "buono di un uomo". E poi all'Inter o in altre squadre i soldi te li danno ogni fine mese, certi come la terra che hai sotto i piedi. Chissà nell'Anzhi (nell'Anzhi!), a Makhachkala (a Makhachkala!!), nel Dagestan (nel Dagestan!!!). E non è che vai due mesi, devi restarne almeno otto. Otto per tre ventiquattro. Due anni esatti della tua vita... E sei già ultramilionario... Boh...
"Soldi" sono anche l'ideale dei rivoltosi inglesi che hanno messo a ferro e fuoco (letteralmente Londra). Su questo sono d'accordo al cento per cento con ciò che ha scritto Massimo Gramellini oggi, su La Stampa, e non aggiungo altro.

"Continuo a guardare la foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate. E’ una povera vittima, un relitto disperato della nostra società opulenta, come vorrebbe certa sociologia? Mah. I poveracci sono un’altra cosa: i bambini del Corno d’Africa con gli occhi sbiancati dalla fame, quelli sono vittime e infatti non indossano scarpe griffate. E’ allora soltanto un delinquente «puro e semplice», come sostiene il primo ministro inglese? Anche questa interpretazione è fin troppo comoda. Sembra formulata a uso e consumo dei benpensanti: per non turbarli, per non svegliarli.

Quando i teppisti diventano un esercito e mettono a ferro e fuoco una metropoli occidentale, significa che è successo qualcosa che non si può più combattere solo aumentando il numero dei poliziotti e delle celle. E’ il segnale di un mondo, il nostro, che si sgretola. Un mondo senza politica, senza cultura, senza solidarietà. Il teppista griffato non si rivolta per ottenere un impiego, del cibo o dei diritti civili. Reclama soltanto l’accesso agli status-symbol della pubblicità acquistabili attraverso il denaro. Dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall’uomo, trasformandosi in un valore a sé. L’unico. Quel ragazzo è il prodotto di questa bella scuola di vita. Mettiamolo pure in galera. Ma poi affrettiamoci a ricostruire la scuola".

Non è finita. Oggi ho avuto una brutta sorpresa, pubblicando sulla pagina Facebook de La Provincia il seguente testo: "A settembre il settore Cronaca de La Provincia potrebbe inserire in redazione uno / una stagista. Zero soldi, ma un po' di esperienza sì. Chi è interessato mi mandi una mail ( g.bardaglio@laprovincia.it )". Nulla di che, mi sembrava. Anzi (senza l'h, se no diventerebbe Anzhi e dovrei ricominciare questo post da capo) ero certo fosse il modo più diretto, schietto, leale di allargare il cerchio e offrire un'opportunità a chiunque fosse interessato, abbattendo i paletti del circolo ristretto. Invece, apriti cielo. In poche ore sulla stessa pagina Facebook sono arrivati tre, quattro commenti che facevano sarcasmo sul "zero soldi", aggiungendo frasi maliziose (tipo: "i soliti schiavisti" o "è finita la cuccagna, siete in crisi anche voi") e anche offensive ("avete le pezze al culo"). Fatto sta che, per evitare polemiche, ho tolto il tutto. Con tristezza però, perché mi pareva una possibilità per tanti giovani che ma

Tiziano Terzani e il sogno congelato



Stamattina ho messo i piedi sulla scrivania. Come va di moda nei telefilm americani anni Settanta e talvolta alla postazione del mio collega, Ferrari.

L'ho fatto non per supponenza, bensì perché ero in redazione di buon ora e a star curvo, sulla sedia, a leggere i giornali, mi ero incriccato la schiena. Così mi sono guardato in giro, e non essendoci ancora nessuno, zac, mi sono messo nella posizione di Lou Grant, pur se mi mancavano bretelle e sigaro. Però si stava bene. Ho messo le cuffie dell'iPod (quelle invece non le aveva Lou Grant) e mi sono letto da cima a fondo un lungo articolo di Bernardo Valli, che racconta Tiziano Terzani, pregandone di ricordarlo per ciò che era, uno scrittore e un giornalista eccezionale, ma non un guru.

Sono d'accordo, anche se Bernardo Valli del mio parere può tranquillamente farne a meno, dormendo lo stesso sereno. Ho avuto la fortuna di leggere e innamorarmi di Terzani anni e anni prima che scoprisse di essere malato, quando era ancora un cronista duro e puro. Ricordo che ero sposato da poco e passai un'intera estate leggendo tutti i suoi libri, dal primo all'ultimo. All'ultimo no, me ne mancava uno. Non ricordo quale (credo "Pelle di leopardo"), ma so che lo comprai e - improvvidamente sazio - lo lasciai sullo scaffale in bella mostra, a lungo, ripromettendomi di riprenderlo in mano presto. Non l'ho mai fatto. Di Terzani avevo spremuto tutto. Non ciò che poteva darmi, bensì che potevo ricevere io. I libri che ha pubblicato in tempi più recenti li ho letti sì, ma con maggior distacco. Uno addirittura l'ho lasciato a mezzo. Ma ormai mi conosco, so che maturerà una stagione in cui avrò la brama di riprenderlo, così come quello che su di lui ha scritto il figlio e quelli che mi sono piaciuti di più: "Un indovino mi disse", "Buonanotte signor Lenin" e "In Asia". Lo farò il giorno in cui ricorderò di aver fatto una promessa, allora che ero giovane ma già aspettavo un figlio ed avevo una famiglia che contava su di me e non potevo assecondare il desiderio anch'io di partire, di andare e raccontare, senza fare il furbo. "Se non posso farlo ora - giurai - lo farò quando i miei figli saranno grandi, quando non avrò un padre e una madre che mi vogliono a fianco".

Quel giorno è tuttora lontano, eppure, in cuor mio, ci conto. Dopotutto il mondo è di coloro che hanno sogni da inseguire, pure se a volte li fanno dormire in un cassetto.

Foto by Leonora

martedì 9 agosto 2011

La barca affonda (specie se i marinai restano a bordo)


Meno Pil per tutti. Io di argomenti di macroeconomia capisco pochissimo e quando si parla di finanza non mi fido. Di nessuno. Ma quali esperti, agenzie di rating (già la parola è brutta, ricorda qualcosa che si può comprare senza soldi in mano, mio bisnonno e anche mio padre avrebbero grandemente disapprovato), banche mondiali e tutta la compagnia briscola che si dà aria da scienziato, invece assomiglia a uno sciamano?
Anche noi, poveri tapini, siamo costretti a formarci un giudizio dalle uniche, poche vicende pratiche, tangibili, che apprendiamo. E' così che - non comprendendo un acca di spread, mib, euribo e altri termini che sembrano forgiati da un linguista schizzoide - usiamo a mo' di barometro le vacanze di personaggi noti o meno. Perciò ci inquieta Obama che non si schioda dalla Casa Bianca, ci preoccupa il ritorno in fretta e furia a Londra di Cameron (ma è giustificato: gli stanno mettendo a ferro e fuoco il caminetto), ci dovrebbe rassicurare ma odora di furbata l'ostinazione con cui Sarkozy non si sogna neppure di lasciare la Costa Azzurra ("per non alimentare la spirale del panico" sostengono i suoi portavoce, ma l'impressione è che più dei mercati Sarkozy sia interessato alla spiaggia).
In questo clima da crociera guastata dal malaugurio, spicchiamo per "chiaggni e fotti" noi italiani. I parlamentari di casa nostra hanno annunciato di aver rinunciato alle ferie, scordandosi che in media sono in vacanza quattro giorni su sette per tutto l'anno e suscitando il sospetto che a settembre, quando c'è meno gente in giro, recuperanno con gli interessi il relax perduto.
Idem il governo, che oggi ha ipotizzato di convocare un consiglio dei consigli straordinario niente popò di meno che a Ferragosto, il 15 del mese proprio.
Tra i singoli s'è distinto il neo ministro della giustizia, Nitto Palma, che in una nota ha ufficializzato di aver sospeso il suo viaggio in Polinesia, "programmato lo scorso gennaio", così da poter esser presente "per tutte le necessità che dovessero emergere". E bravo Nitto.
Ma viene un dubbio: non è che i mercati reagiscono male proprio perché c'è tutta questa in gente in giro? Pensateci bene: se voi foste il mercato, preferireste che Nitto Palma e tutti gli onorevoli e i senatori fossero in Polinesia o al loro posto?
Forse mi sono sbagliato. Forse il "mercato" è sordo e muto, ma non proprio così scemo. Nitto, non fartene un cruccio, hai fatto trenta puoi fare trentuno: ritelefona all'agenzia di viaggio e dì che ci ha ripensato di nuovo e in Polinesia ora ci vai davvero. E se non ti spiace, non andare da solo: porta con te tutti i colleghi di Palazzo Chigi e di entrambi i rami del parlamento. Ce ne faremo tutti una ragione: specie se tornate tutti non prima dell'anno prossimo.

Foto by Leonora

Il retro del quadro




In questi giorni di borse che crollano, soldi che svaniscono e molte parole al vento, non mi fido di nessuno. Altro che le credenziali di cui parlavo ieri, quelle per i clienti di alberghi di lusso, e che portando l'esempio all'assurdo ho provato a immaginare per me. Non per entrare in un hotel a diciotto stelle, più semplicemente nella vita, nelle vicende che accadono ogni giorno.
Forse per un aspetto specifico una lettera di referenze innumerevoli persone la siglerebbero, ma nel complesso, come uomo, quanta gente sarebbe disposta a mettere una firma in bianco? Fatti due conti ce ne sarebbero forse quattro, cinque in tutto. Nell'ordine i miei tre figli (amore di papà, nel loro cuore innocente supereroe per davvero), mia madre (amore di mamma, qualsiasi peccato o debolezza possa avere, resterò sempre il suo cucciolo). Su questi, novello Muzio, metto la mano sul fuoco.
Poi ci sono altre persone che per me contano tantissimo, a cominciare da mia moglie, le amiche e gli amici più intimi, i parenti stretti, Laura, Roberto, Roberta, Loris, Manuela, Fulvio... Molti insomma. Loro una firma in bianco non la negherebbero, ma con il seme del dubbio, perché conoscono il davanti del quadro, ma non il retro. Un dubbio in qualche caso esplicito, in qualche altro ad essi stessi inconfessato, come un tarlo, immobile e silente nel punto della loro coscienza più profondo, pronto però a pungere e rodere quando la luce del giorno sulle cose lascia il posto a un accenno d'ombra o addirittura al buio.
Perciò una firma in bianco a loro non la chiederei io. Un uomo, in certe occasioni, è giusto che impari a contare soltanto su stesso.

Foto by Leonora

lunedì 8 agosto 2011

La lettera di credenziali


Sono di corsa, lascio soltanto un appunto. Uno spunto. Ieri l'altro parlavo con un amico di Villa d'Este e della consuetudine - che non conoscevo - di richiedere agli aspiranti ospiti le credenziali di almeno tre altri clienti. Mi spiegava di un arci milionario iraniano che s'è presentato in portineria e ha dovuto fare marcia indietro, poiché sprovvisto delle tre lettere di accompagnamento.
Per proprietà transitiva ho pensato a me stesso e all'ipotesi che anche nei rapporti umani fosse necessario esibire tre credenziali, da parte di persone che si conoscono. Chi sceglierei io? E chi sarebbe disposto a firmare sul mio nome in bianco? Qualche idea ce l'ho, ma è meglio che ci penso meglio. Domani rispondo.

Foto by Leonora

domenica 7 agosto 2011

Francesco Corrado, il casinò di Campione e le castagne al fuoco


Non ho amici. Non sul lavoro almeno. La mia regola è: per me pari sono.
Non mi riferisco ovviamente ai colleghi, né alla dozzina di persone a cui sono più legato, quasi tutte conosciute quand'ero bambino o ragazzo. Nessuna di loro però è famosa o ha incarichi pubblici, per cui è raro se non impossibile che interferiscano con ciò che sul giornale scrivo. Tutti gli altri - politici, imprenditori, docenti, funzionari pubblici e privati... - posso permettermi di trattarli al medesimo modo, senza debito di riconoscenza nei confronti di nessuno. Qualcuno m'è più simpatico, ovviamente, qualche altro meno, ma ciascuno lo valuto dai fatti, tenendo le mani libere per scrivere ciò che voglio. Una garanzia basilare per me stesso e per loro, che possono contare sulla limpidezza di giudizio, pure quand'è critico e poco generoso.
Se però esiste un'eccezione essa risponde al nome di Francesco Corrado. Chi legge questo blog e ha buona memoria (dubito che la soglia di tale categoria superi il numero di due o uno) sa la genesi di tutto questo. Quando l'ho conosciuto la prima volta non ho esitato a farne un ritratto caustico, lui però non s'è offeso e nei fatti, non a parole, mi ha dimostrato un affetto che si riserva soltanto a un figlio. Niente di che, niente contributi monetari o favori sottobanco. Semplicemente qualche consiglio sincero, una stima manifestata senza vergogna e un esserci, quando ne avevo bisogno.
Ecco perché m'è venuto da sorridere, leggendo oggi il Corriere di Como, che lo indica in posizione privilegiata per diventare nuovo presidente del casinò di Campione d'Italia. Non perché non sia vero (il Corriere, per metterlo nero su bianco, avrà i suoi buoni motivi) bensì perché mi pare strano che una gallina dalle uova d'oro sia affidata a una persona che, pur non scevra da abilità e consorterie, è stato, è e sarà sempre uno spirito libero.
Se così fosse, ho pensato, i casi sono due: o il casinò è davvero messo male, tanto che ci troviamo in uno dei rari momenti della storia in cui la politica si ritrae, perché le castagne vengano tolte dal fuoco da qualcuno più avvezzo, oppure il mondo sta cambiando davvero.
Non essendo più di primo pelo, dubito che il secondo motivo sia quello corretto. Non resta che aspettare dunque. Conoscendolo, è difficile che in questi giorni Corrado sia a Como o a Cantù, piuttosto sarà facile trovarlo nella sua Mombaruzzo, in Piemonte, a rispolverare vecchi cimeli dei suoi avi o a scrivere memorie, tutto proiettato al passato mentre qui c'è chi lo immagina e vuole protagonista del futuro.

Foto by Leonora

venerdì 5 agosto 2011

Il bene, il male e la pazienza del padrone


Diciamo che la prontezza non è tutto, ma a volte mi stupisco dei riflessi lenti che ho, nel cogliere al volo le cose. O forse non è questione di riflessi, ma di riflessione, che non è piatto pronto da scaldare bensì seme, lasciato a maturare e di cui ci si scorda, persino, fino a che d'un tratto, con somma sorpresa, ci si accorge che in giardino è spuntato un alberello, alto una spanna e già rubusto nonostante fosse fino a l'altro ieri un fiore.
Vale per i rapporti umani (penso a quando ci si innamora di una persona che magari vedi da mesi e non ti dice nulla e poi, d'improvviso, la guardi con occhi nuovi e cuore) e per le idee. Il mio caso riguarda le idee. Un vangelo, meglio, letto in chiesa qualche settimana fa e ascoltato distrattamente. Era il brano dei servi che vanno a mietere e si accorgono che con il grano è cresciuta la zizzania e vanno dal padrone, chiedendo di poterla subito estirpare. Il padrone del campo non la pensa così. Chiede di aspettare, di rimandare il giudizio, di separare il buono ed il gramo soltanto alla fine.
Una storia udita mille volte e che come un disco rotto piuttosto che incantare per la musica stride. Invece ieri l'altro (con i riflessi di Pippo che in una vignetta va dal dottore che gli dà un colpo di martelletto sul ginocchio e lui niente, mentre tre vignette dopo, quand'è già a casa, gli scattano i nervi e muove la gamba) il quadro mi si è fatto più chiaro. A dire il vero mi ha aiutato il "sempre presente in questa estate", Tolkien, e il suo Gollum che Bilbo Baggins non uccide subito, quando ne ha la possibilità, e quel gesto di pietà che in apparenza fa conseguire tanto male alla fine si rivela come l'evento salvatore. Dal male può nascere il bene. E' questo il mistero in assoluto più grande. Una consapevolezza che mi mette di buonumore e infonde pace.

Foto by Leonora

giovedì 4 agosto 2011

Benvenuto PierSilvio, il nuovo canarino


Oggi è arrivato. Tale a quale a chi l'ha preceduto, soltanto più smilzo, minuto, timido. Però è di un bel giallo intenso e, pur se spaesato, pare contento di essere entrato in casa nostra e lieto della vista di cui gode, dal balcone della cucina, con davanti il verde di alberi e prato. Sto parlando del nuovo canarino, che Giorgia e Giovanni hanno portato a casa, per fare un regalo a Isabella, che ogni volta vedeva la gabbia vuota provava una fitta dentro (lei non lo ammette, ma so che è così).
Con mia madre, stamattina, sono stati da Patrizio, una persona dal cuore buono, eccezionale allevatore, oltre che muratore tra i migliori che conosco (non quelli improvvisati, come ora ce ne sono tanti, bensì uno di quelli che il mestiere lo sa davvero, avendolo imparato da capomastri di vecchia data, che sapevano costruire una casa dal nulla senza niente altro a disposizioni di una squadra e un filo a piombo).
Il canarino così è tornato a farci compagnia, anche se non è Silvio. Comunque non lo abbiamo chiamato Angelino, come Alfano, bensì Pier Silvio, prestando ascolto al suggerimento di Marco. Pier Silvio gli calza a pennello e poi, sulla gabbietta, non abbiamo nemmeno dovuto cambiare la targhetta: è bastato attaccare un etichetta con "Pier" a quella di "Silvio".
Pier Silvio, mi ha garantito Patrizio, è maschio. E ora che l'ho scritto mi viene in mente che l'affermazione appena fatta potrebbe essere di subdolo sottinteso. Sui gusti sessuali del vero Pier Silvio infatti il gossip va a mille. Non è solo la rete a parlarne, ogni tanto anche qualche conoscente allude a questo fatto. Un paio di mesi fa è stata una ragazza che è andata in barca con Isabella ad averlo detto. "Io lo conosco bene - ha buttato là, mezza spavalda e mezza intrigante, per suscitare più invidia che scandalo - è gay. Non lo sapete?". No, non lo sappiamo. E francamente importa poco, non frequentandolo affatto. Dopotutto saranno affari suoi. Comunque sia, appena passa da queste parti, magari per fare visita al canarino a cui abbiamo dato il suo nome, glielo chiedo.

Foto by Leonora

mercoledì 3 agosto 2011

Non voglio diventare un pallone gonfiato


Tengo alta l'asticella, in giorni in cui mi sono richiesti precisione e impegno. Probabilmente ha ragione Mauro: ci viene chiesto dieci per ottenere sei. Ma non conosco mezze misure: dieci è dieci, sempre. Tengo l'asticella alta e bassa la testa, come colui che gli ostacoli non li vuole evitare. Mi alzo presto, vado a letto tardi, trascuro anche le piccole pause di mente e di gambe. Nulla accade per caso, continuo a ripetere. So che devo migliorare. L'unico cruccio è rincorrere il contingente, la paura di confondermi, scambiando il necessario con ciò che importa meno. Devo trovare equilibrio, lo so, bilanciarmi, sfruttare questi giorni che sono soltanto tre, da quando sono finite le vacanze, e mi sembrano già venti. Rido spesso, di gusto, specialmente di me stesso. Altre volte sono teso, nervoso con chi mi sta vicino. Come ogni fase di cambiamento, di passaggio, so che terminerà. Ho vissuto momenti peggiori, tanto peggiori che al confronto questo è il paradiso. Lo pensavo oggi, mentre mi sedevo per il pranzo: "Giorgio, l'unica cosa che devi evitare - riflettevo - è lasciare che ciò che ti sta attorno cambi te stesso, in peggio".

Foto by Leonora

D'Avanzo e un ritratto fuori dal coro

L'altro lato della medaglia. Ieri, dopo aver scritto il post sulle regole di D'Avanzo, m'è venuto in mente di scrivere a una persona che conosco e di cui mi fido come di me stesso, per avere un parere del giornalista appena scomparso lontano dall'elogio immancabile al momento del commiato. Stamattina m'è arrivata la mail di risposta, che riporto qui, poiché pur essendo graffiante non la ritengo priva di rispetto.

Ottimo cacciatore di notizie con agganci solidi al Viminale. Problemi insormontabili di scrittura, tanto che fu costretto a farsi affiancare da Bonini. Così Bonini e D'Avanzo erano nel giro come Gianni e Pinotto. Schivo, non simpatico, paraculo il giusto, molto fazioso, tendeva a mostrare coraggio contro Berlusconi e a vivere le guerre nelle hall degli alberghi (incrociato a Durazzo, a Kukes, a Valona, rivolte albanesi). Buon inventore, ogni raffica di kalashnikov che avvertiva in lontananza era una pagina. Degno compare di Franco di Mare. Se non avessero fatto i giornalisti sarebbero diventati ricchi fregando i turisti al gioco delle tre carte negli autogrill. Però era vicedirettore di Rep, quindi si addobbi per lui un funerale di prima classe. Amen.

Adoro la sincerità. Specialmente quand'è fuori dal coro. Vorrei che qualcuno, quando sarà il mio turno, senza esser mosso da invidia o da rancore, potesse scrivere di me con la medesima lucida e graffiante arguzia di questo brevissimo ritratto di D'Avanzo. Lo applaudirei io stesso. E a quel paese tutto il resto...
P.S. Comunque le regole di D'Avanzo sono fantastiche. Vorrei esser capace di applicarle ogni giorno senza sgarrare, io stesso

martedì 2 agosto 2011

Giuseppe D'Avanzo e le regole di buon giornalismo

Ho pudore nello scrivere della mia professione anche qui, perché mi piace troppo e so che esagererei, come tutti gli innamorati che non parlerebbero d'altro che della proprio amata. Oggi però è tardi, a casa sono arrivato da poco, mi hanno già fatto una testa tanto con mille incombenze di cui mi importa poco a nulla, sono mutato d'umore, non vedo l'ora di andare a letto e l'unica cosa che mi viene in mente di lasciare d'appunto qui è uno stralcio d'articolo di Marco Imarisio, del Corriere della Sera, in ricordo di un suo collega e amico, Giuseppe D'Avanzo, che con lui ha lavorato per tre anni, prima di tornarsene a casa, a Repubblica. D'Avanzo è morto una settimana fa, all'improvviso, d'infarto. Aveva cinquantuno anni e non sono mai stato un suo lettore accanito, ma le sue regole di lavoro, riportate da Imarisio, non meritano l'oblio, specie per chi vuole fare il mestiere in modo serio e non si accontenta dai frutti che cascano dal fico.

"Le regole di Peppe le ho chiamate per anni: al mattino fai cinque telefonate a cinque fonti diverse, a persone che ti possono dare notizie, non importa quali, basta che ti spieghino come stanno le cose; studia, non smettere mai di studiare, appassionati ai problemi, falli tuoi; rispondi, devi rispondere sempre quando il giornale ti chiama; ricordati che questo lavoro lo devi vivere con passione, ogni benedetto giorno, e metti passione in quello che scrivi, coinvolgi il lettore, butta sempre il cuore in quel che fai. Altrimenti, disse, non ne vale la pena, non è giornalismo".

Non c'è altro d'aggiungere. E' bastato rileggerle e m'è tornato il buonumore, insieme all'idea di poter (e dover) fare sempre meglio.