domenica 17 novembre 2019

Il dono della piantina (Far crescere, scomparendo)

L'hai raccontata così, un po' riferita, un po' inventata, la storia del grande albero e della piantina cresciutagli accanto, al riparo, protetta e al tempo stesso costretta, limitata nella crescita, fino al giorno della tempesta, del vento, dello schianto per il tronco secolare, che ha esposto l'arbusto smilzo agli sbalzi del meteo, ma nel contempo concedendogli luce e nutrimento, permettendo ad esso di crescere, che prima era impedito.
Eri seduto al tavolo della cucina, io terminavo la cena da solo, arrivato come al solito in ritardo. Tu a capotavola, hai voluto fermarti, chiacchierare, tenermi compagnia. Non accade spesso, ma come per gli altri figli ho imparato a rispettare i tempi, a non forzare le situazioni, cogliendo piuttosto al balzo le occasioni offerte, le eccezioni alla regola del procedere sul proprio binario, senza interscambio alcuno, se non quello convenzionale, della buona creanza, dei convenevoli classici, quando si chiacchiera senza entrare davvero in contatto.
Ti ho ascoltato con attenzione. Con i tuoi non ancora dodici anni sei tuttora per molti aspetti un soldo di cacio e spesso provo una vertigine pensando a quanto dolore la vita ti ha già messo nello zaino, al vuoto che immagino tu avverta di tanto in tanto, magari quando resti solo, nel tuo letto, eppure hai un garbo, una sensibilità, una capacità di empatia fuori dal comune, un dono, in tutto e per tutto.
Nel momento in cui te l'ho detto, che sei un dono, l'altra sera, in risposta al tuo racconto, mi hai guardato con occhi ampi, fissandomi, volendo quasi pescare nei miei per cogliere il tono di quel commento e non soltanto il contenuto, aggiungendo una sola parola, con un punto interrogativo: "Davvero?".
Sì, davvero. Hai un dono grande, un talento che la natura, i geni delle famiglie da cui provieni ti hanno dato e che coloro che ci hanno preceduto - penso in particolare ad Elisabetta e Stefano - hanno contribuito a temprare, come si fa quando si lavora il metallo, modellandolo quand'è caldo. Spero di aiutarti pure io a custodirlo, ad alimentarlo, ma già così è "tanta roba", come direbbero Giorgia o Giovanni. Già così è un regalo che fai a noi, che la piccola piantina insegna al grande albero.

P.S. Il racconto della piantina e dell'albero vorrei arrivasse a coloro che convivono con la lacerazione del lutto. A una persona in particolare, a cui sono legato fin da quando ero ragazzo e che sta passando giorni neri più che bui, alzandosi al mattino e accudendo i figli e riassettando la casa e recandosi al lavoro apparentemente come tutti gli altri giorni della sua vita, in realtà con la luce spenta dentro, con sul cuore un peso che al tempo stesso è una smorza, un muro altissimo, che impedisce non soltanto di sorridere, ma anche di guardare e pensare al futuro. La morte di chi ci ha preceduto e cresciuto ha il fragore e l'irruenza del tronco che precipita a terra, della tempesta che lo sradica e pare decretare anche il nostro abbattimento, la fine di tutto. Non è così. Anzi, quello stesso albero, una volta al suolo, continua ad esserci utile, non più riparandoci, bensì decomponendosi, disgregandosi, donando gli elementi necessari alla nostra crescita, ecco perché va tenuto accanto, accettandone il peso, e non rimosso. Lo so che il dolore che si prova e brucia è reale, tangibile, autentico, mentre queste sono soltanto parole, ma le parole - per chi le vuole ascoltare - hanno un potere intrinseco, curano, e a tacerle non è quello che fa chiunque pretende di definirsi amico.

sabato 9 novembre 2019

Muri, ponti e gentiluomini (La lezione di Marino)


Per un muro che cade, cento se ne costruiscono, ogni giorno.
Vista la ricorrenza di oggi, non è un esempio a caso.
La maggior parte però non sono pietre né mattoni messi con discernimento: spesso, quasi sempre, si tratta dei così detti "errori involontari", quegli sbagli non intenzionali ma che finiscono inevitabilmente per fare danno, pur senza volerlo.
Quanto livore, rancore, disappunto, quanta delusione e ira eviteremmo se tra i molti pregiudizi che abbiamo aggiungessimo questo: considerare l'errore altrui come frutto di un inciampo, una svista, un eccesso di superficialità, una scarsità di sensibilità o conoscenze e non di un disegno preciso, di un atto malignamente architettato.
Credo sia questo un modo efficace per distruggere molti dei muri che si erigono e nel contempo gettare le basi di quei ponti che a voce tutti auspichiamo e pochi nel concreto innalziamo.

Cambio scenario, pur restando in argomento.
Sentenziava Totò: "Signori si nasce e io modestamente lo nacqui". Lo nacque anche qualcun altro.
Marino Magrin fu a suo tempo giocatore diligente e di talento, professionista in molte squadre di calcio, ricordato soprattutto per aver vestito la maglia numero dieci della Juventus la stagione successiva a quella in cui "Le Roi" Platini annunciò il ritiro.
Tre giorni fa ho realizzato chiaramente perché piacque a Boniperti, dirigente spartano e primo ministro plenipotenziario della società che aveva l'avvocato Agnelli per monarca assoluto.
L'episodio che mi ha illuminato è stato questo: una telefonata ricevuta subito dopo aver concluso il tg. Era lui, Marino, ospite fisso di BgTv degli appuntamenti dell'Atalanta in Champions e per una volta assente, perché voleva essere allo stadio ad assistere alla sfida con il Manchester City, insieme con il figlio che proprio quel giorno avrebbe festeggiato il compleanno. "Giorgio, ti disturbo? - ha esordito - volevo soltanto sapere come stai e scusarmi se domani non potrò esserci". "Ma Marino, figurati - gli ho risposto - ci mancherebbe altro, mi avevi già avvisato e sono contento per te, non dovevi disturbarti a chiamare". E lui, a chiosa di tutto: "Non dirlo neanche per scherzo, una telefonata, sentirti di persona, è il minimo".
Questo è l'uomo (che da noi viene a sue spese, non prendendo neanche un euro, è bene precisarlo), questa è la lezione che mi ha dato. Una telefonata, al giorno d'oggi, è come il sorriso della poesia di Gibran: "Arricchisce chi la riceve, senza togliere nulla a chi la dona".

Quando pensiamo ai muri da abbattere e ai ponti da costruire non andiamo lontano: basta considerare involontarie buona parte delle mancanze altrui e praticare piccoli gesti di buona volontà per unire, più di quanto immaginiamo.

P.S. Che Magrin fosse un signore già lo sapevo. Me l'aveva detto un tifoso dell'Atalanta con i capelli brizzolati, incontrato per strada e che mi ha fermato per dirmi che quando era ragazzo suo padre lo portava agli allenamenti della prima squadra e l'unico che si fermava sempre, che stava con i tifosi e firmava autografi e ascoltava tutti era proprio lui, Magrin, Marino.

martedì 5 novembre 2019

Se non ci fossi tu (Il buono che è in noi)


Se non ci fossi tu, bisognerebbe inventarti, ma inventandoti non riuscirei comunque a pareggiare la simpatia, l'originalità, la bellezza del ragazzo che sei, con i tuoi diciassette anni oggi e il ciuffo castano chiaro, gli occhi scuri, come i miei, come il lato della famiglia a cui appartengo, il sorriso unico, gli scatti di altruismo e pure di carattere, mai piatto, banale.
Se non ci fossi tu, la vita sarebbe come il lago d'inverno, un televisore senza audio, la casa a cui manca un tetto, il risotto insipido, il camino freddo, Instagram prima delle "Stories" e un cellulare con pochi giga, che questi paragone forse li capisci meglio.
Se non ci fossi tu, sarei più piccolo, più grigio, più povero, più ingobbito, più avaro, più scorbutico, più tignoso, più inquadrato, più triste, più malinconico, più pigro, più vecchio, e tutti questi più sarebbero un grande meno.
Se non ci fossi tu, guarderei con minore fiducia al futuro, mi aggrapperei con forza alle poche certezze dell'essere umano, scordando che è la speranza in qualcosa di infinito, di eterno, il tratto distintivo delle persone che siamo.
Se non ci fossi tu, avrei smesso di seminare empatia, di preoccuparmi che sappia metterti nei panni dell'altro, comprenderne i desideri, le emozioni, le ragioni, di creare legami, relazioni, essere perspicace, andare avanti, non fermarti di fronte a un ostacolo.
Se non ci fossi tu, mi vestirei da anziano, non guarderei film che invece meritano, ascolterei la stessa musica che andava di moda quand'ero ragazzo, non riderei per i "meme", eviterei di rispondere a domande che mi aprono un mondo.
Se non ci fossi tu, non ci sarei io, l'io che sono diventato, un uomo fortunato.

P.S. Avere figli non è un merito, è un dono. Conosco moltissime persone generative che per scelta o indipendentemente dalla loro volontà non sono madri e padri. Mi piace pensare alla paternità e alla maternità non come un fatto privato, bensì in relazione a una comunità, alla società degli esseri umani, nel loro complesso. In questo senso bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, uomini e donne, non sono figlie e figli miei, tuoi, loro, bensì nostri, nostre, di tutti. E il buono che c'è, in questo mondo, è proprio perché con compiti diversi ma con eguale valore li facciamo crescere, aiutandoli a capire qual è il loro posto e a diventare possibilmente migliori di come noi siamo.

domenica 3 novembre 2019

Il quinto vuoto (Quando la natura è maestra)


Una distesa infinita, ondulata, sabbia e sabbia e sabbia per chilometri e chilometri, sabbia rossa, cotta, fine, che s'infila nelle scarpe e cede sotto i piedi, rendendo ogni passo uno sforzo, fatica.
Il deserto, il suo spazio fisico, mi lascia sempre sgomento, intimorito, un'inospitalità letale per l'uomo, con il sole a picco sulla testa e zero verde, niente acqua.
C'è un'altro universo però, quello dello spirito, che innanzi al deserto ammutolisce, si interroga.
Il quarto vuoto. Lo chiamano così nella penisola d'Arabia, intendendo "la quarta parte", insieme con cielo, mare, terra. Me lo ha raccontato una persona sensibile, che sa andare oltre l'apparenza e che in quel deserto in questi giorni c'è stata.
"Il quarto vuoto" è un'espressione bellissima, due gocce di sapienza distillate in centinaia e centinaia di anni da popoli che vivono al cospetto di tanta maestosa e temibile grandezza.
La associo a una frase di Bernardo di Chiaravalle ("Troverai più nei boschi che tra i libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà") per ricordare che esiste, deve esistere, una dimensione contemplativa della vita.
Se ottobre l'ho dedicato alla scrittura quotidiana, vorrei che novembre fosse il mese dell'osservazione e dello stupore per ciò che ci circonda, senza fretta, ritagliandomi un "quinto vuoto", quello dentro me, un luogo che a ciascuno è stato dato in dono dalla nascita, ma raramente si abita, sacrificandolo alla superficialità, agli impegni, alla fretta.

P.S. La frase di San Bernardo mi piace perché spiega il motivo per cui le persone semplice spesso sono sagge e, con un po' di immodestia, dà valore ad alcuni post pubblicati in questo blog, sulle lezioni della natura.

sabato 2 novembre 2019

Alba chiara (Grida senza risposta)


L'ho ritrovata dopo anni, sentendomi parecchio in colpa, per non essere andato a trovarla prima, per non essermi ritagliato il tempo e la voglia necessaria.
Albina è prima cugina di mio padre, nata in Valtellina e innestata in Piemonte, in paesi sparsi tra Borgomanero e Varzo, con tutto quel ramo della discendenza.
Quando ero bambino non passava anno o due in cui non prendessimo l'auto, attraversassimo il lago Maggiore in traghetto, e facessimo visita ai parenti.
La modernità ha portato la comodità dell'autostrada e tolto l'abitudine buona della riunione di famiglia, complice la falcidie di lutti che ha estirpato poco alla volta ma inesorabilmente una generazione intera, quella della parentela più stretta.
Tranne Albina. Quando l'ho chiamata, prima di bussare alla sua porta, per avvisarla, ha risposto dolcemente, salvo poi chiedere consiglio alla vicina e chiamare per sicurezza a casa mia mamma, spiegando che "al giorno d'oggi può essere anche un truffa".
Non ci vedevamo da anni, l'ho ritrovata d'una dolcezza infinita, pure se oltre la limpidezza degli occhi c'era un muro, la barriera del dolore, della sofferenza inconsolabile, quella che continui a respirare e bere e mangiare e vedere la tv e parlare con la gente ma la tua vita è finita.
Albina, uno dopo l'altro, in un lampo, ha perso i due fratelli e i due figli, uno stillicidio di disgrazie da far perdere la testa.
Sentirglielo raccontare, a ciglio asciutto - perché anche le lacrime a furia di scorrere hanno inaridito la sorgente di provenienza - è stato straziante.
L'ho ascoltata come avrebbe fatto mio padre, una mano sulla fronte e a occhi chiusi, di tanto in tanto indicando sì con la testa, compreso quando ha parlato della fede, di quanto è arrabbiata e delusa da Dio, da come si sente lontana.
Non suonava come una bestemmia, tutt'altro: aveva il suono della disperazione, era il grido di Giobbe, dell'essere umano che non trova giustificazione, risposta.
Di fronte a lei mi sono sentito piccolo piccolo, uno gnomo che ha costruito la sua casa sulla sabbia, colui che vede la precarietà delle proprie certezze, del marinaio che viaggia spedito e sicuro di sé soltanto perché ha il vento in poppa.
L'ho ricordato quest'oggi, in uno di quei giorni che la tradizione ha fissato in calendario per ricordarci che molto traballa e tutto passa e per quanto i nostri affanni siano unici ed originali, fanno eco a quella che è da sempre, incessantemente, la condizione umana.

P.S. Il vuoto di Albina è immenso, eppure c'è chi lo riempie o tenta di riempirlo, con presenza, costanza. Sono le persone che le stanno vicino, a cominciare dalla nipote Claudia e dai figli dei suoi fratelli, che conosco a malapena ma a cui sono legato non soltanto dal sangue, pure dalla riconoscenza, perché danno contorno e forma e consistenza alla virtù della speranza.

giovedì 31 ottobre 2019

L'ultima pagina del libro (Questo)


Questo blog, il mio lascito. Perché è vero che non sono altro che fogli di carta in un bidone che brucia, ma a differenza di soldi, palazzi, gioielli ed oro, queste parole raccontano di me, di questo tempo, rendendolo in qualche modo vivo.
Il primo ottobre scorso, in occasione del dodicesimo anniversario, mi ero ripromesso di tornare a scrivere con assiduità, un post al giorno, per un mese di fila.
L'ho fatto.
Un poco arrugginito all'inizio, più disinvolto nella scelta degli argomenti e nella stesura dei testi man mano che i giorni passavano, ricordando una delle regole principali di ogni mestiere, compreso il mio: per fare una cosa non c'è miglior modo che farla.
Trentun giorni, trentuno argomenti, trentuno spunti, alcuni pubblicizzati poco, altri nulla, qualcuno molto, messo su Twitter e su Facebook, ammorbando coloro che passano di lì e ogni tre per due trovavano la mia postilla (mi ha fatto assai sorridere David, con la sua consueta ironia: "Ma che logorrea tieni in questi giorni? Non riesco a starti dietro con i like").
Da domani me la prenderò con più calma, senza tuttavia farmi vincere dalla pigrizia.
Dico spesso che non ho ancora pubblicato un libro, ma mento. Questo blog è già di per sé un libro, anche se l'ultima pagina è quella che non ho ancora scritto.

P.S. Sono grato a questo blog, anche perché è un pretesto: per osservare meglio le cose, per riflettere sui giorni che passano e ciò che mi capita, per dialogare con me stesso e con gli altri, soprattutto per fare quanto ogni volta mi prefiggo: posare lo sguardo.
"Posare lo sguardo", vedere "veramente", in particolare la persona che mi sta dinnanzi, sia esso qualcuno che conosco benissimo e frequento abitualmente, sia chi intervisto per lavoro, chi incontro casualmente al bar, per strada. "Posare lo sguardo" è uno stile, un punto fermo, ciò che mi qualifica e fa di me un essere davvero umano.

mercoledì 30 ottobre 2019

Lucky man in the Sky (Noi due)


Sei voluto venire con me, perché sei curioso di natura, ed è ciò che più mi rassicura, oltre che inorgoglisce, riguardo la tua vita, la tua crescita.
Ti ho intravisto mentre leggevi, nella guardiola che nell'enorme Sky fa da portineria.
I tuoi occhi, una volta entrati, sono stati per me una panacea. Guizzavano di interesse, di meraviglia, senza infantilismi, con quella serietà che caratterizza i tuoi ventidue anni e una solidità che spesso ti invidio, anche se la noto io, mentre tu difficilmente ne hai consapevolezza, essendo sempre così, generazione dopo generazione: il futuro tranquillizza soltanto quando lo guardiamo dalla coda, quando ormai abbiamo superato l'incertezza e il fiume ampio da cui, oggi, fatichi a vedere da riva a riva.
Abbiamo incontrato di sfuggita parecchi personaggi che entrano nelle nostre case ogni giorno, ogni sera. Fabio De Luigi, Francesco Facchinetti, Leo Di Bello, Giorgia Cenni, Sara Benci, Massimo Marianella, Gianluca Di Marzio... Li hai osservati tutti, hai scattato qualche foto senza farti notare, hai postato un paio di storie su Instagram e poi siamo tornati insieme, in auto, un ora e mezza di chiacchiere, come non capita spesso ma neppure di rado, rispettando i tuoi tempi.
Mi hai fatto un regalo. Oggi pomeriggio, in mezzo a molta gente di fama, di successo, il più ricco, il più fortunato, mi sentivo io: altro che i clienti abbonati extra.

martedì 29 ottobre 2019

RisorTweet (Dodici anni social)


C'è stato un tempo in cui questo blog era esclusivamente un estensione del lavoro, uno luogo di sperimentazione e di narrazione di ciò che si sarebbe rivelata l'alba di una nuova era, quella digitale, con i social che facevano capolino già facendo intuire le potenzialità che avevano, che tuttora hanno.
Lo scrivo oggi poiché è l'ottavo anniversario della mia iscrizione a Twitter, un social media che qualche hanno fa ho abiurato, dandolo per spacciato. Mi sbagliavo. Non che adesso sia convinto del contrario, tuttavia ammetto che sopravvive florido, avendo rinunciato ad essere di massa e ritagliandosi il ruolo che un tempo era delle agenzie di stampa, dando megafono a chi voce ha già e non più bisogno di giornali, tv, radio.
Da quel tempo, dodici anni fa, è rimasto vivo e vegeto soltanto Facebook, anche se settimana scorsa ho sentito dire da un collega che entro due anni chiuderà: non ne sono convinto. Instagram invece è fenomeno più recente e veleggia florido, mentre molti altri hanno vissuto il tempo di una stagione, piegandosi a una selezione naturale che riguarda tutti gli ecosistemi, non soltanto quelli biologici.
Intanto, proprio per ricordare quei tempi, metto il link al post intitolato "Un mese da orso", pubblicato esattamente dodici anni fa, in cui raccontavo l'approccio a quel nuovo mondo digital e social, account Twitter compreso.

lunedì 28 ottobre 2019

Tu e lui (Come vedersi adulto)


Aspettavi di vederlo da che te ne ho parlato, cinque giorni addietro, quando avevi ascoltato la sua storia e collegata alla tua, specialmente dopo che ti ho detto che la prima volta che ho incontrato te assomigliavi a lui, a Milan, bambino, lo stesso faccino pulito, serio, da ometto, il corpo esile, alto, asciutto.
Il giorno prima che arrivasse mi hai fatto cento domande, quasi buttate là, come distratto, per non dare l'impressione che ti interessasse davvero.
Poi l'incontro, a mezzogiorno di sabato, lui in piedi in cucina, sotto, due metri d'uomo, tu entrato dopo aver fatto la spesa, un soldo di cacio, con un sorriso da orecchio a orecchio, un filo imbarazzato e più che altro ammirato, da quella pertica di ragazzo, solare, moro, bello.
Non ne abbiamo più parlato ma io so perché lo aspettavi, perché nel vederlo eri così contento: in lui aspettavi di vedere te, tra vent'anni, una sorta di salto rassicurante nel tempo, perché se ce l'ha fatta lui puoi farcela pure tu. Una sensazione confermata dalle domande che con discrezione, nelle ore successive, gli hai fatto.
Che numero di scarpe portava alla tua età? Quanto era alto? Era vero che era timido e parlava poco?
Lui ti ha risposto con pazienza, con quella luce negli occhi che fa da contrasto alla voce profonda, calma, da basso.
Sono contento che vi siate conosciuti, lui è la testimonianza che l'albero buono non teme bufera, tempeste, fulmini, vento. Ciò non significa indifferenza, assenza di riguardo, protezione, specialmente quando l'essere umano è appena un germoglio, tuttavia aiuta a mettere a fuoco le priorità, l'attenzione al carattere, alla capacità di empatia, alla sensibilità, a tutto ciò che irrobustisce la pianta, rendendola forte, radicata nel suolo.

domenica 27 ottobre 2019

Un odio accecante (E come è stato sconfitto)


"Blinding hate". Un odio accecante. Così lo chiama Milan, mentre racconta chi era e cosa è diventato, anche grazie alle terribili esperienze che ha vissuto.
La storia di Milan e di come mi sia "fratello per dono ricevuto" l'avevo già raccontata, meno di dieci anni or sono.
La sintesi è che aveva dieci anni giusti giusti quando per la guerra nei Balcani dovette scappare da casa, con suo padre da una parte e sua madre e le sue sorelle d'altra, via dalla Croazia in cui aveva sempre abitato, a motivo delle sue origini serbe, pur se la famiglia si era stabilita pacificamente lì una generazione addietro.
Per un ricciolo del destino fu ospite a casa nostra alcune settimane, poi altri mesi, l'anno successivo. Era la metà degli anni Novanta, lui alto alto e con un volto serio, che raccontava più delle parole cosa gli stava capitando.
I contatti da allora non si sono più interrotti e non capita di raro che venga a trovarci, ora ch'è diventato due metri d'uomo e lavora come ingegnere in Irlanda ed è sposato e mantiene intatta la bellezza del viso, che si apre in un sorriso disarmante. Un sorriso che quando venne la prima volta aspettammo moltissimo prima di vederlo.
"Se non fossi stato qui, se non avessi vissuto quell'esperienza di accoglienza e di amicizia, non sarei ciò che sono ora - mi ha detto ieri, mentre lo guardavo dal basso in alto, sentendomi ancor più piccolo di quanto sia al suo cospetto - e soprattutto credo che avrei provato un odio accecante, che mi avrebbe lacerato".
"Blinding hate". La furia dei disperati in fuga, di coloro a cui è stato tolto tutto, saccheggiata ed espropriata la casa, recise le radici, le amicizie, di quanti devono ripartire da capo, con nulla, poveri tra i poveri, stranieri tra gli stranieri (perché questo era la sua famiglia, una volta arrivati a Belgrado, in quella che è la sua nazione d'origine ma che nel frattempo ne aveva fatto a meno e non sapeva poi come gestire quell'esodo, diventando tutto più angusto, più stretto).
Milan ce l'ha fatta, ha trasformato tutto quel dolore in un trampolino, ha imparato a vedere nell'altro non un estraneo, un nemico, bensì un altro essere umano, che come lui ha un cuore, dei sogni, uno zaino sulle spalle, a volte greve, altre leggero. A conferma che persino le prove più dure non piegano l'albero buono né impedisce ad esso di produrre frutto e seme sempre nuovo.

(Quando sono preoccupato per il futuro dei miei figli, per le privazioni o delusioni o difficoltà che potrebbero incontrare, penso sempre a Milan, così come a mia madre e a mio padre e a tutti coloro che sono cresciuti ad ostacoli, uscendone rassicurato e convincendomi che più che metterli al riparo dal mare burrascoso devo badare a far sì che imparino a stare a galla e nuotare fino al porto).