giovedì 15 maggio 2008

Democratici "perbenino"


Note a margine di una giornata di maggio.
Pausa pranzo, lettura dei giornali, politica estera. "La Repubblica" dedica una pagina a "La corsa alla Casa Bianca", con il duello sempre aperto tra Barack Obama e Hillary Clinton per la nomination democratica. Un argomento che mi è caro perché - come ho ricordato qualche giorno fa, parlando ai compagni di scuola di mio figlio - in quinta elementare la maestra per un intero trimestre ci fece "fare" un telegiornale, nel senso che ognuno di noi bambini aveva il compito di vederlo (l'unico che c'era, sulla Rai, canale 1, detto anche "Nazionale") e farne poi un rendiconto. La maestra, che si chiamava Emiliana e morì giovanissima, assegnò ad ognuno i vari settori e a me capitò la "politica estera". Lo rammento bene, poiché era in corso la campagna che condusse Jimmy Carter per la presidenza degli Stati Uniti e io, dal divano di casa mia, la seguivo passo passo, raccontandola ai compagni di scuola il giorno successivo e provando per quell'uomo chiaro di carnagione e, in generale, per quella "cultura politica" una certa simpatia.
Una buona disposizione che provo tuttora, anche se non posso fare a meno di sorridere per alcune curiosità.
Leggo sulla citata "Repubblica" a firma del corrispondente Mario Calabresi: "Barack Obama si comporta come se la Clinton non esistesse più: martedì sera non ha fatto il comizio con cui solitamente si commenta il risultato elettorale e non avendola trovata al telefono per congratularsi, si è limitato a lasciarle un messaggio sulla segreteria".
Ecco, a me, questi americani, che si telefonano per congratularsi dopo ogni risultato elettorale, considerando che le primarie si tengono ogni paio di settimane, fanno sorridere. Ancora di più se penso a Obama che chiama e, non trovando la Clinton al telefono, le lascia un messaggio sulla segreteria.
E dopo, quando ho smesso di sorridere, penso che anche se ci sforziamo di assomigliare a questi americani (vedi dibattito di ieri in Parlamento, per la fiducia a Berlusconi) non saremo uguali mai. Ed è giusto che sia così: non abbiamo passato migliaia anni di storia per candidi convenevoli al telefono. Io stesso, pur anelando la loro fresca ingenuità e non essendo dissimile per carattere da loro, parteggio assai più per quella sanguigna schiettezza che in Toscana, e a Firenze in particolare, ma pure in buona parte delle altre cento città d'Italia, trova tuttora i suoi campioni più veraci ed amabili.
Ne ho in mente uno che non c'è più, il pittore Ottone Rosai, raccontato mirabilmente da Montanelli, che aveva in uggia il collega Berto Ricci e tutti quelli come lui, che definiva così "perbenino".
Per fortuna, quando è morto Rosati, non c'erano ancora i cellulari né la segreteria telefonica, perché non ho dubbi sul messaggio, così poco "perbenino", che avrebbe lasciato a chiunque si fosse trovato all'altro capo del telefono.
Foto by Leonora

mercoledì 14 maggio 2008

Padre nostro


Una persona a cui tengo molto mi consiglia di scrivere, su questo blog, delle opinioni personali, sui fatti di cronaca che accadono vicino o lontano.
Se non lo faccio è perché, spesso, non ho un pensiero su tutto quello che accade. Anzi, ce l’ho su quasi niente e, anche quel poco, mi pare punto meritevole. In più, chi fa il mio lavoro, rischia di scrivere troppo e, proprio per questo, col dire nulla (un pericolo che Ryszard Kapuscinsky, cronista di razza, ha espresso nel suo libro: "Lapidarium").

Premesso ciò, ieri è stata diffusa la notizia dell’iscrizione sul registro degli indagati del vescovo emerito di Como, Alessandro Maggiolini, con l’accusa di favoreggiamento personale nei confronti di Don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio a processo per violenza sessuale (presunti abusi su un parrocchiano minorenne).
Maggiolini, ad onor di cronaca, ha dichiarato di non essere stato di intralcio alle indagini e di essersi comportato con don Mauro "come un papà con un figlio".
Della vicenda il telegiornale di Como se n'é occupato ampiamente e qualche opinione l'ho maturata anch'io.

Primo: a prescindere che l'ex parroco di Laglio sia condannato o assolto, ciò che è emerso dal dibattimento rimarrà sempre una lacerazione per tutti coloro che lo hanno seguito, a maggior ragione se credenti. La scabrosità delle rivelazioni e i toni usati, pur se leciti ai fini della difesa del sacerdote, sono stati in più occasioni mortificanti.

Secondo: è giusto che il Vescovo si comporti da "buon papà" con il sacerdote accusato, ma dovrebbe farlo anche nei confronti del minore che avrebbe subito le molestie e con tutte le pecore del gregge di cui è pastore, per evitare di dare loro "scandalo".

Terzo: proprio nel comportarsi da "buon papà" forse Maggiolini avrebbe dovuto ricordare a don Mauro l'importanza di un atteggiamento sobrio, magari consigliandogli - un consiglio energico, se fosse stato necessario, proprio come a volte i padri debbono fare con i figli - la via del rito abbreviato, che risolvendo il tutto a porte chiuse avrebbe evitato un gogna penosa per tutti, senza esclusione né per presunto molestatore né per la presunta vittima. Un invito ancor più pressante nella convinzione, se il Vescovo ne è convinto, dell'innocenza del sacerdote per quanto riguarda la grave accusa della violenza sessuale.

Quarto: comportarsi da "buon papà" significa anche non mettere in condizione il proprio figlio di "farsi e fare del male", di "cadere in tentazione". Invece di affidargli un altro incarico in parrocchia (a Colico, pur non a contatto con i giovani, da quanto ci risulta) nel tempo del processo si poteva trovare per don Mauro una collocazione più defilata, una dimensione più "contemplativa", che pur per l'uomo di fede è urgente e indispensabile quanto il pane quotidiano.

Quinto: non trattandosi di un tema "di coscienza", il Vescovo deve rispettare la legge, come qualsiasi altro cittadino, anzi: di più. Se don Mauro è stato informato delle indagini sul suo conto della magistratura, chiunque lo abbia fatto deve risponderne ai giudici.

Sesto: nel processo in questione, la stampa (locale, poiché quella
nazionale non se n'é occupata fino ad oggi) è stata unanimente rispettosa nei confronti dell'imputato, al punto che se d'un peccato la si può accusare è quello di "omissione" su dettagli non essenziali, ai fini del dibattimento, ma che avrebbero alzato un polverone e aumentato lettori e copie vendute. Una scelta che ho condiviso in pieno (contribuendovi da attore dell'informazione e non soltanto da spettatore) e che toglie legna sul fuoco di quanti alimentano le voci di un "eccesso di spettacolarizzazione" o di una "campagna contro" qualcuno.

Ci fermiamo qui, ricordando che di opinioni si tratta e siamo pronti a mutarle se interverranno elementi nuovi o se, con l'uso della ragione, qualcuno ci convincerà del contrario. Al male che questa vicenda ha già creato vorremmo non se ne aggiungesse altro. Con una preghiera: non si trasformi quanto accaduto in una lotta tra il bene e il male, tra Chiesa e Stato laico. D'una faccenda d'uomini si tratta e gli uomini possono sbagliare. Se lo fanno è giusto che paghino, non importa se indossano un doppio petto, una toga o una tonaca.

Foto by Leonora

lunedì 12 maggio 2008

L'ultima postilla


Ieri è stato il primo anniversario dalla morte dell'unico zio che avevo, Gianni, il fratello di mia madre. Non aveva ancora settant'anni e un brutto male se l'è portato via, come è successo pochi mesi dopo, ad inizio di quest'anno, con mio padre, che era suo coetaneo. Per la nostra famiglia, una falcidie.

Lo zio Gianni non era un uomo di molte parole. Sono contento di avergli fatto avere, qualche anno fa, una lettera in cui lo ringraziavo per essermi stato così vicino in occasione della malattia di mio padre, aggiungendo quanto importante era per me, per noi.

C'è una cosa però che non gli ho scritto, perché allora non lo sapevo che sarebbe andata a finire così e perché certe cose non si capiscono finché non le si prova e quando le si prova per qualcuno ormai è tardi.

Quella cosa che non gli ho scritto è quanto in gamba sono i suoi figli, Fabrizio e Roberta, che davvero, nel buono, sono a sua immagine e somiglianza.

A lui non ho potuto dirlo quanto li ammiro, quanto ne sono orgoglioso, ma a tutti gli altri sì, specialmente ai suoi nipoti, ai figli dei suoi figli, a Silvia, Alberto, Cristian e Alice.

Quando Gianni se n'è andato, quando mio padre se n'è andato, ho creduto che qualcosa fosse morto per sempre. Oggi so che non è così.


Foto by Leonora

giovedì 8 maggio 2008

"Il Giornaletto" (ovvero il giornale letto)


Ho poco tempo, ne approfitto soltanto per segnalare un post di qualche settimana fa, ma che non finisce di stupirmi (per i contenuti innovativi e soprattutto perché è un'idea work in progress della mia azienda 2.0 preferita).

A chi non importa nulla del futuro della carta stampata o anche del futuro a tutto tondo, il consiglio è di passare oltre. Ci sono un mucchio di post interessanti in giro.


Foto by Leonora

martedì 6 maggio 2008

Il piatto ride e il piatto piange


Mi piacerebbe oggi, parlare di "gratuità".
Mi piacerebbe, lo faccio: il bello del blog è anche questo.
La genesi sta in più episodi.

Primo: un post di Frenz, in cui tra l'altro scrive: "Troppo spesso si parla dell’importanza delle amicizie, del proprio network ma poi nel concreto ci si ferma un secondo e si scopre che molte di queste si basano su fondamenta di interesse personale e di poca trasparenza".
Secondo: la polemica che accompagna in queste ore l'arrivo di Al Gore in Italia e il lancio di Current Tv (per saperne di più, consiglio un blog un po' di parte, quello di Roberto Dadda, che propone anche il link a un video di Robin Good).
Terzo. Non me lo ricordo. So che c'era, ne sono sicuro, ma adesso non mi viene in mente ("Alzheimer, chi era costui?"). Magari dopo lo aggiungo.
A sì, ecco, è anche importante.
Terzo: il post che Luca Conti, nel suo Pandemia, dedica a non quale ben definito evento Audi, con tanto di prova, o più in generali di molti blogger, che hanno la possibilità di "provare" materiale tecnologico e non solo, per poi farne recensioni.
Il filo di Arianna che almeno nella mia testa unisce questi tre episodi è il concetto di "gratuità", con tutte le declinazioni che comporta e la domanda che in fondo esso pone: esiste una linea di demarcazione, per distinguere quando la "gratuità" diventa "interesse"?

Parere modesto e banale: al pari della maggior parte delle vicende umane, il confine non esiste, o per lo meno non nella maniera netta e distinta in cui, in qualche circostanza, lo desidereremmo.
Semmai, l'immagine è quella di una continua tensione tra questi due aspetti. Una tensione solitamente a senso unico, poiché è la "gratuità" a trasformarsi più facilmente in "interesse", pur se è possibile anche il contrario.

Postulati personali e (per vostra fortuna) finali:

  1. La logica, nelle relazioni umane, è quella del "do ut des", dare per avere in cambio.

  2. Sovente mi capita di pensare che un "dono" ricevuto possa anche esser messo a frutto.

  3. Raramente il criterio presenta una perfetta reciprocità (un'imperfezione maggiore tanto è più breve il periodo temporale di riferimento. Per esser chiari: un favore è raro si possa ricambiare immediatamente. A volte, prima che si presenti l'occasione, passano anni, a volte non ci si riesce proprio e si rimane in perenne debito).

  4. Importante, quando la gratuità altrui si trasforma in interesse proprio, è avere il coraggio di saperlo dichiarare.

  5. La gratuità, rispetto all'interesse, mi dà più soddisfazione, cioè attribuisco ad essa, nella mia personalissima scala di valori, un gradino superiore.

  6. L'interesse pareggia il conto con la gratuità solamente se entra in gioco un altro valore: la riconoscenza.

Foto by Leonora

venerdì 2 maggio 2008

Il frutto aggiunto


Ieri sera, fin quasi a notte inoltrata, mi sono divertito a "spulciare" tra gli utenti registrati su Blogger che nel loro profilo hanno indicato come propria provincia "Como".
Non è stata impresa da poco, trattandosi di oltre seicento persone, per cui nella maggior parte dei casi mi sono limitato a dare un'occhiata al profilo, mentre di alcuni ho visitato anche il blog.
L'idea di partenza era quella di "allargare" il cerchio, di conoscere cosa c'è oltre la siepe che nel bene e nel male mi sono costruito o, più semplicemente, mi è cresciuta attorno.
Qualche piacevole scoperta c'è stata, come ad esempio un blog (o forse sarebbe meglio scrivere una blog comunity) intitolato Unico-lab, che per la verità seguo già da tempo e che avevo anche inserito nel mio aggregatore di feed. Ieri però mi sono soffermato sui profili personali, scoprendo che alcuni di loro abitano a un tiro di schioppo da me (io a Lurate, loro a Olgiate) e consolandomi con l'idea che davvero di gente in gamba è pieno il mondo.
E' tra un clic e l'altro che, sempre ieri sera, ho riflettuto su un verbo che in questo periodo mi ritrovo a usare spesso: "aggiungere".
Un utilizzo non casuale. L'esperienza e la conoscenza della rete e delle relazioni che attraverso di essa si scoprono e si tessono, infatti, mi pare che di peculiare abbia proprio questo, la "aggiunta".
Non il parto di qualcosa di nuovo, bensì una nuova somma che si forma, l'aggiungere valore e senso ad un dato di fatto.
Per questo verso - scusandomi per il post un poco criptico, me ne rendo conto -constato che il mio essere on line non mi sottrae energie e tempo, ma mette entrambe a frutto.

Foto by Leonora

giovedì 1 maggio 2008

Presunt(uos)o consapevole


Aggiorno il blog, rimasto all'asciutto in questi giorni per pigrizia.
Vorrei scrivere due parole sulla vicenda dei redditi dichiarati e messi "on line" ieri dall'Agenzia delle Entrate, ma l'ho già fatto mettendo un commento ad un assai esaustivo post di Frenz, per cui non aggiungerò altro alla dichiarazione di condividere appieno quanto espresso da Roberto Dadda.
Ne approfitto piuttosto per dichiarare pubblicamente la mia gratitudine nei confronti di Google Reader, che da un paio di giorni fa da gemello a Netvibes nell'aggregare i feed dei blog che seguo. Netvibes lo uso sui pc, mentre Google Reader mi è comodissimo sul cellulare che in casa è sempre connesso wire-less a Internet. Proprio questa modalità è ciò che più si avvicina al concetto di "quotidiano elettronico fai da te" che secondo molti sarà il concorrente numero 1 della carta stampata per il futuro.
I pregi di questo impiego sono numerosi: la comodità nell'uso (in un nano secondo mi collego, senza attaccare cavi o attendere istanti infiniti e senza nemmeno spendere un centesimo in più, grazie all'abbonamento flat a Internet) unita alla varietà, all'interesse e all'estrema "personalizzazione" degli argomenti in agenda. In pratica, è come se in ogni momento sia possibile consultare un "giornale" fatto su misura per me, originale e completo, poiché abbina ai siti di informazione tradizionale anche i blog, interessanti perché offrono sia notizie "originali", sia commenti non convenzionali su argomenti d'attualità presenti anche nei media classici.
Ciò non toglie che il giornale di carta, per me, mantenga un suo fascino.
Ieri, ad esempio, su Repubblica ho trovato una bella intervista di Gianni Mura a Roberto Donadoni.
Premesso che a me Donadoni non è simpaticissimo, il ritratto che ne esce gli fa onore e me lo ha fatto rivalutare (solo gli stupidi non cambiano mai opinione), anche se forse un poco (molto, anzi) conta la scoperta che il padre di Donadoni commerciava in materiali ferrosi, che poi in dialetto lombardo si può tradurre in "faceva il rutamàt", come anche il mio, di un padre.
Ed è proprio una frase su suo papà e sul rapporto di noi figli con i padri di quella generazione che mi ha colpito.
"Con tutti gli allenamenti e le partite che ho fatto - dice Donadoni - so che non arrivo al 10% della fatica che ha fatto mio padre".
Anch'io lo so. Una consapevolezza che ho sempre avuto: la disparità clamorosa tra i sacrifici di coloro che dopo la guerra si sono dovuti rimboccare le maniche e noi, i loro figli. Una constatazione che non mi "schiaccia", ma che neppure va taciuta, poiché se siamo ciò che siamo è perché gente che non aveva scelta ci ha caricato sulle spalle. Il minimo che possiamo fare è riconoscerglielo, essergliene grati e conservarne memoria.

Foto by Leonora

lunedì 28 aprile 2008

Facce da "U Brunzin"


Cronaca breve di una gita in Liguria (a Lavagna, per la precisione) con nota di merito per il ristorante ("U Brunzin") scelto da Loris, in base a questa recensione in Internet.

La recensione è perfetta. Chi si trovasse a passare da quelle parti e avesse voglia di assaggiare qualche piatto non da menù turistico, bensì da tradizione popolare italica, farebbe bene a farci una capatina.

Prezzo: 25 euro. Antipasto, due primi, un secondo, dolce e amaro, escluso però il caffè, che non viene proprio contemplato.
Unica controindicazione, se avete bambini, poiché anche a loro viene offerto tutto quel ben di Dio, e il conto ne risente (22 euro a bambino).
Risultato: io, che ho tre figli, ho mangiato per quattro.
Per dire quanto è appropriata la recensione poc'anzi nominata, due esempi.

Primo. Dopo l'antipasto, parlando dei primi, il cuoco con cadenza marcatamente ligure chiede ad alta voce ai bambini: "Bambini! Preferite una pasta buona buona con i calamaretti o la preferite al pomodoro?". I bambini, in coro unanime, gridando rispondono: "Pomodoro! Pomodoro! Pomodoro!". E il cuoco: "Benissimo, calamaretti per tutti!" e se ne torna in cucina.
Io, a uno così, gli farei un monumento. La pasta con i calamaretti era buonissima e non c'è stato un bambino che si sia poi rifiutato di mangiarla.

Secondo. Prima del dolce (un budino, questo sì non propriamente speciale, ma uguale uguale a quello che fa mia mamma, tanto che ne ho mangiati tre) Isabella guarda il medesimo cuoco: "Invece del budino, non è che c'é un gelato al limone?". E il cuoco, sorridendo sornione: "Certo, alla gelateria qua all'angolo, se vuole l'accompagno"...
Isabella, come tutti, s'è accontentata del budino.


Foto by Leonora

sabato 26 aprile 2008

Il grillo e il riccio


Noto che in questa tutto sommato piccola ma ben frequentata isola che sono i blog, il secondo Vaffa Day promosso da Beppe Grillo fa assai parlare, anche perché principale bersaglio del comico genovese (io mi ostino a giudicarlo tale) sono stati editori, giornalisti e più in generale il mondo dell'informazione in Italia.
Tra i blog che seguo quotidianamente, ne hanno parlato sia Mauro (non uno, ma due post), sia Gaspar (uno solo).
Pur se non richiesto, esprimo un parere personale: ben venga Grillo, anche che se non mi assomiglia per radicalità di concetto e temperamento caratteriale, ben vengano i suoi dubbi sulla effettiva libertà dell'informazione.
Premesso che non ho verità in tasca, premesso che chi conosce anche soltanto un poco della storia della stampa nazionale e internazionale sa che i problemi gravi di oggi non sono maggiori di quelli di ieri, ritengo che un "Grillo" parlante sia utile a prescindere, come direbbe Totò, e che il suo fustigare, instillando dubbi e denunciando storture sia il minimo che un paese civile possa permettersi se vuole continuare a definirsi tale.
Diffido delle chiusure a riccio e delle difese ad oltranza di una categoria. Preferisco che il dibattito ci sia, considerando sempre utile la voce fuori dal coro o quella che risponde con un contro canto.

Foto by Leonora

lunedì 21 aprile 2008

"Teniamoci visti"


Curiosando nel blog di Frenz, mi imbatto in un video di Paolo Valenti, che con strumenti artigianali ha allestito in casa sua uno pseudo studio televisivo e creato un programma intitolato "Wolly Show", schiacciando l'occhio (e forse anche qualche dito col martello) a Maurizio Costanzo.
L'intervistato di turno è Roberto Dadda, a cui ho dedicato un post qualche giorno fa. Qui trovate il video, interessante poiché si parla dell'evoluzione (o involuzione) dei blog. Scrivo "video" interessante, ma l'interesse attiene all'audio.
Ne prendo spunto per porre una domanda.
Possiamo dividere i blog in due categorie, una definibile come "cazzeggio" e l'altra come "formazione/informazione"?
Secondo me sì, anche se spesso i due generi si fondono, confondono, mischiano.
Seconda cosa. Il mio social network tramite Facebook si sta ampliando a vista d'occhio. Nonostante io non lo utilizzi affatto (in pratica, è come se mesi fa, quando mi sono iscritto, ci avessi messo una bandierina, tipo Armstrong sulla Luna, tanto per dire: io ci sono) ogni giorno si aggiungono amici, alcuni dei quali incontro tutti i giorni, altri che non vedo da un sacco di tempo.
Soltanto nell'ultima settimana, altri 4 contatti: Milan, un ragazzo che abita a Belgrado e che quando era piccolo, in fuga dalla Bosnia, visse con la mia famiglia qualche settimana; Zoya e Maya, due ragazze anch'esse di origine slava, ma che abitano in provincia di Como da un pezzo e che non hanno bisogno di complimenti perché la natura parla da sé; Armando, cugino di mia moglie Isabella, che dopo aver insegnato in alcune università d'Europa, ora lavora per una tra le maggiori società mondiali di consulenza finanziaria.

A conclusione di questo post sconclusionato (che risponde alla logica del "teniamoci visti", come soleva ripetere Gianni De Simoni, un vecchio direttore de "La Provincia" di Como), mi associo a quanto scritto Mauro a proposito della Sketchin, aggiungendo l'elogio a una persona che ne fa parte (Leonora) e che non finisce mai di stupirmi in quanto a bravura nel fare fotografie.
Io sarò di parte (di parte, ma neanche troppo, visto che Leonora l'ho incontrata una volta sola in vita mia e l'unica volta che le ho scritto una mail è stato per chiederle il permesso di accompagnare ogni mio post con una sua fotografia) però mi chiedo spesso: perché professionisti riescono a fare peggio, molto peggio, di lei con la macchina fotografica?

Foto (obviously) by Leonora

giovedì 17 aprile 2008

Paese reale


Avrei tante cose da dire sulla recente tornata elettorale. Ne scelgo una, che riguarda noi giornalisti e che trovo ben riassunta in un post di Alessandro Gilioli, de "L'Espresso". Gilioli, riflettendo su politica, società e mass media, dice tra l'altro:

"La realtà è che esiste un’Italia massiccia, lontana dal piccolo e chiuso mondo di chi parla e si parla sui giornali e in Rete: è un’Italia che non conosciamo e le cui reazioni ignoriamo, l’Italia degli operai del nord che votano Lega e dei siciliani che eleggono compatti Lombardo, l’Italia che si vede poco o nulla nei media ma poi tracima quando è chiamata a votare.
Ed è anche l’Italia a cui non fotte proprio nulla di Giuliano Ferrara, icona attorno cui invece si schiera - esaltandolo o maledicendolo - il piccolo e autoreferenziale mondo dei media".


E' questo paese che, senza pregiudizi, mi piacerebbe saper raccontare...

Foto by Leonora

mercoledì 16 aprile 2008

"Sindrome da primo bacio"


Tempo fa, chez Andrea Blog, si parlava di "guru" e io ho ammesso di non aver mai ritenuto tale nessuno. Ne rimango convinto, anche se vorrei segnalare una persona che, se ne contemplassi l'esistenza, potrebbe candidarsi.
Sto parlando di Roberto Dadda, un omone grande e grosso, con una voce da baritono che non risparmia un decibel neanche morire e, quando sussurra, rimbombano comunque i vetri attorno.
A vederlo nella foto del suo blog sembra il fratello intellettuale e anche un po' incacchiato del nonno di Heidi, ma nella realtà è rilassato e pacioso e di ottima compagnia, anche per il fatto che adora raccontare storie, specialmente in forma di aneddoto. Ad esempio, quello della sua prima mail, quando studiava a Stanford negli anni Settanta, io me lo sono già fatto raccontare tre volte (e da notare che, finora, in vita mia ho avuto la fortuna di incontrarlo soltanto due volte, per cui lo stesso aneddoto me lo devo esser fatto raccontare in un paio d'occasioni nella medesima serata).
Ad ogni modo, Roberto mi piace perché ha una certa età (57 anni) e ne ha vista di acqua passare sotto i ponti e, pur rimanendo aggiornato su tutto, non è facile all'infatuazione.
Proprio sulla facilità con cui un fenomeno viene enfatizzato, fino a "ritenere di trovarsi di fronte a una cosa speciale e assolutamente nuova" ("Sindrome da primo bacio") segnalo questo magnifico post dello stesso Dadda, che mi pare restituisca a Internet una dimensione meno "magica" e più reale.
Il succo è che, pur potente e affascinante, la rete è un mezzo, uno strumento e lasciandosi abbagliare da essa si corre il rischio di Daryll Hannah in "Splash. Una sirena a Manatthan", quando Tom Hanks le consegna un regalo e lei, che non ne ha mai visto uno, guardando il pacchetto e la carta colorata esclama: "Grazie, è bellissimo".
Foto by Leonora

martedì 15 aprile 2008

Trascinato per i (pochi) capelli


Raccolgo pensieri sparsi, per farne un mazzetto da lasciare per chi passa da qui.

Cominciamo dai "meme", che mi ricordano il professore di ginnastica alle medie (Emanuele Clerici, detto "Meme", appunto). Mi ha fatto l'occhiolino Andrea (gliene sono grato), mi hanno ammiccato Paolo e Luisa (sono grato anche a loro), tenta di tirarmi per la giacca Mauro (gliene sono grato meno :-). Il fatto è che io e i meme (che sono poi giochi, come sintetizza bene lo stesso Mauro) non è che proprio andiamo d'accordo. Il fatto è che, ignorandoli, mi pare di essere scortese. Peggio: ho il timore di passare per snob e di essere poi ignorato da persone che stimo e che, prova una volta, tenta un'altra, alla fine si dimenticano di me, come fossi uno straccio vecchio o la famosa zitella che tutti vogliono e nessuno la piglia. Così, nella giornata di ieri, ho preso tempo: ci sono le elezioni, ed è anche lunedì, magari pensano che non ho acceso il computer, sono davvero troppo preso, magari dopo, magari domani, sì, ecco, domani ci ripenso e decido cosa fare, e poi fa anche freddo, non è che uno ragiona lucido con 'sto freddo, meglio rimandare... Insomma, per chi ha visto almeno una volta "The Blues Brothers", sembravo John Belushi mentre accampa scuse davanti alla ex fidanzata che ha piantato sull'altare ed ora ritrova, fucile spianato, che lo vuole far fuori per esser sparito e averle rovinato la vita.
Non è cosa.
Così, oggi, dopo aver cercato di prendere altro tempo, mi ritrovo qui, per confessare che... che, sì, insomma, io a rispondere e continuare il "meme" non sono ancora pronto. Sarà che devo ancora superare la sindrome da "catena di Sant'Antonio", sarà che ho un certo pudore a parlare di me (non ridere, Marco Migliavada! E' vero, sono vanitoso, ma non è che puoi rinfacciarmelo così, ridendotela, mentre leggi questo post che una congiunzione astrale ha reso così intimo e io non sono neanche lì vicino per difendermi! :-), sarà questo è anche altro, però al meme non sento ancora di rispondere. E poi: le sei cose che mi piace più fare? Ma come faccio a rispondere. Sono indeciso: e se ne dimentico qualcuna? Non sono mai stato bravo nel dare risposte immediate. Potrei dire: mangiare la Nutella, vedere la Juventus, leggere un libro, cenare in compagnia, starmene a letto per i cavoli miei e starmene a letto non per i cavoli miei. Ecco, l'ho fatto. Ci sono riuscito! Mi fermo qui: metti che ci ripenso e mi accorgo di aver omesso una cosa che mi piace ancora di più. Poi, com'era il meme? Un attimo che controllo.
Ah, no. Indicare altri sei blogger questo no. Sono rispettoso, grato, commosso persino per la gentilezza di chi mi ha nominato, ma non cada su di me il sangue di un altro giusto! Vale, Andrea, Luisa, Paolo, Frenz, Mauro, Marco, Massimiliano, dormite sonni tranquilli, io non vi nominerò! Ops...
Foto by Leonora

lunedì 14 aprile 2008

Giornalisti lo "nacquero"... (2)


Sempre proposito di buon giornalismo, anzi, di buon giornalista, altre due segnalazioni.

La prima è un articolo di Ferruccio de Bortoli, attuale direttore de "Il Sole 24 Ore", sull'informazione all'incrocio tra media tradizionali e web.
E' da leggere per intero, qui ne riporto la parte centrale:

"Le regole del buon giornalismo appaiono ancora quelle di Edmund B. Lambeth (Committed Journalism). Cinque principi. Verità: senza la presunzione di possederla, nel rispetto della buona fede del lettore. Giustizia: ovvero imparzialità, che non esclude domande scomode, ma distingue cronaca da commento. Libertà: l'indipendenza si tutela se si è liberi, ma anche se non si è scorretti. Umanità: il rispetto della persona i cui diritti soggettivi a volte prevalgono, in assenza di ruoli pubblici, su quelli di critica e di cronaca. Infine, responsabilità, etica della funzione e coscienza del ruolo pubblico della professione. Peccato che queste regole si seguano poco, nella stampa scritta, ma forse ancor di più nel web".

Il secondo è un'intervista a Carl Bernstein, pubblicata da "La Stampa". Bernstein è uno dei due giornalisti che contribuì a svelare lo scandalo Watergate, che costrinse alle dimissioni il presidente americano Richard Nixon.
Anche in questo caso, l'articolo merita una lettura completa, ne riporto qui soltanto una parte.

«Essere un buon reporter significa saper trovare e scrivere la migliore versione della verità sui singoli eventi. (...) Trovare la miglior versione della verità significa non andare a caccia di farfalle ma parlare con tanta gente, essere persistenti, saper ascoltare ciò che gli altri stanno dicendo e non farsi sedurre dall'idea che il giornalismo sia fatto di controversie e polemiche costruite a tavolino. Gossip e sensazionalismo stanno diventando una tendenza di massa ostacolando la ricerca della verità».

Ho ancora tanto da lavorare...

Foto by Leonora

domenica 13 aprile 2008

Giornalisti lo "nacquero"...


Nel blog che aggiorno a singhiozzo (per dargli un'occhiata, però, credo non serva trattenere il respiro) voglio segnalare due chicche sul giornalismo.

Una riguarda Montanelli, un cui articolo mirabile è segnalato da Mauro (con il quale, in passato, ho letto e riletto quel pezzo, provando ogni volta stupore e ammirazione).

L'altra riguarda Eugenio Scalfari, che in vita fu sovente in contrasto con Montanelli, salvo poi ritrovarsi quando l'età avanzata ebbe smussato gli spigoli, evidenziando la comune essenza di entrambi: erano giornalisti di razza, nel senso che ne dà Giampaolo Pansa, nelle righe che seguono, dettate proprio per descrivere Scalfari.


Scalfari mi ha insegnato quello che tutti gli altri grandi direttori con cui ho lavorato mi hanno insegnato. E cioè che un giornalista se vuole avere successo e far bene il proprio lavoro senza aggregarsi a nessun carro politico o economico deve prima di tutto lavorare tanto. Deve sapere tanto. Leggere molto. Deve curare la sua educazione permanente. Non deve essere mai soddisfatto del materiale che porta a casa. Deve raccogliere cento per poter utilizzare dieci. Deve parlare con cinquanta persone invece di accontentarsi di due telefonate. Deve cercare quasi sempre di essere sul posto per vedere di persona quello che racconta. E poi deve scrivere nella maniera più semplice ricordandosi che scrivere per la storia o per la letteratura mondiale non è il suo compito. Il suo compito invece è quello di scrivere per dei lettori che il giorno dopo comprano il giornale e dopo averlo letto lo gettano per terra. Inoltre di essere onesti, di non svendere mai la propria professionalità a nessuno, nemmeno alle proprie idee. Da questo punto di vista Scalfari è stato sempre molto preciso ed ha sempre preteso tanto dai suoi giornalisti. Soprattutto da quelli che reputava essenziali al lavoro e alla vita del giornale”.


Ho ancora tanto da imparare...


Foto by Leonora

giovedì 10 aprile 2008

Là dove pedalano le aquile


Si chiama Mauro, viene da Maslianico (Como) e va un po' dove gli pare.
In questi giorni, ad esempio, è in Nepal, sui pedali di una bicicletta Graziella "elaborata".

Io lo seguo da lontano, comodamente seduto alla mia scrivania, da quando s'è fatto vivo, con una mail in cui si presentava.

Di lui ho già parlato in un "posta e risposta" sul Corriere di Como, ma volevo citare la sua avventura anche qui, perché Selvatiko (il suo nick name) è troppo diverso da me, eppure un poco mi assomiglia.
L'ultima sua notizia è di oggi e come sempre la scovo sul suo blog. Lo aspetto a Como, dove mi ha promesso una birra. Sarà una bella serata.


Foto by Leonora

martedì 8 aprile 2008

Il volo della cicogna



Ho incontrato per la prima volta Paolo Moretti una quindicina d’anni fa, credo a una partita della Pallacanestro Cantù. Le nostre strade, da allora, hanno percorso molti incroci. L’ho ritrovato al Corriere di Como e in televisione, ho letto i suoi pezzi di cronaca e apprezzato la sensibilità per l’impaginazione grafica, oltre che per il contenuto, di un giornale. Siamo stati fianco a fianco mille volte, ma l’ho conosciuto soltanto un paio di settimane fa, quando ho letto il suo libro, intitolato: “La cicogna che sconfisse l’aviaria”.

Lo scrivo con sincerità, anche se un po’ me ne vergogno, poiché è vero che in amicizia sono un tipo “piano”, nel senso che diffido delle vampate d’entusiasmo e preferisco il tempo lungo alle scorciatoie, però dev’esserci qualcosa di sbagliato in me se sto in mezzo alle persone così tanto e mi “accorgo” di loro così poco.
Il libro di Paolo, per i distratti come me, è una sorta di riassunto, di quieta immersione là dove l’acqua solitamente scorre. Ho imparato molte cose di lui e anche un poco di me stesso, come accade nei libri buoni, che hanno un valore al di là dell’argomento trattato e del tempo.
Mi spiace non essermi accorto prima di certe sfumature e non posso neppure dire di voler rimediare, perché mi conosco, e ho un pudore pure nelle amicizie che mi impedisce di trasformare l’affetto in un abbraccio caldo. Sono un tipo più da stretta di mano, ma questo Paolo lo sa e non si offende se non sono tra coloro che passano serate con lui o si trovano insieme, a pranzo.
Il libro è speciale e lo dico per “piacere di cronaca”. Parla dell’adozione di sua figlia, Mehala (“Felicità” in lingua tamil), ma potrei definirlo così: la storia di un uomo, della sua famiglia e di un viaggio lungo una vita. È scritto come Paolo sa scrivere, specialmente quando una cosa la sente sua, quando l’appassiona (e nel dirlo mi viene in mente la fotocopia di una finta pagina di giornale che racconta di una diretta elettorale e dei calzini rossi di un nostro collega, che ora a Como, in Comune, fa l’addetto stampa). Quella pagina la ritengo memorabile e fa ancora bella mostra di sé, nella redazione del tg di Espansione.

Altro non voglio aggiungere, perché il libro merita di essere letto. Non si trova in tutte le librerie, ma se ne può fare richiesta alla Infinito Edizioni (info@infinitoedizioni.it).
Ricordo i dati essenziali: Paolo Moretti, La cicogna che sconfisse l’aviaria, Infinito edizioni, 12 euro.
Un “manuale” non borioso per chi ha intenzione di adottare un bambino e una buona lettura per chi non ha paura di guardarsi dentro, oltre che allo specchio.
Foto by Leonora

domenica 6 aprile 2008

Dove andiamo? Ci sarà posto?


Mercoledì sera, complice Palmasco, c'è stato il secondo pizza blog comasco. Rimando a ciò che ha scritto Giovanni sulla serata e alle foto messe on line da Elena.

Non voglio né potrei aggiungere nulla allo scontato, dicendo che si tratta di persone speciali, che mi fanno sentire ottimista per il futuro.
In questi giorni poi non sono molto presente, con la testa intendo. Vivo un po' nel mio mondo. Capita.
Ciò non toglie che in un momento di lucidità, meditando su quel benedetto futuro dell'informazione che mi sta a cuore, riflettevo su questo:


  • La logica di sviluppo e di propagazione delle informazioni “in rete” non conosce verticismi, bensì coordinate orizzontali. Per dirla con un esempio che mi pare efficace: in Internet vince non chi ha un megafono più potente, bensì chi è abile a creare un passaparola più rapido e autorevole.

  • Ciò che nella carta stampata ha perso smalto (citare le fonti, non “addomesticare” le notizie, accettare il confronto e se si è sbagliato chiedere scusa) in Internet é una necessità, pena la gogna e la perdita di ciò che distingue tuttora il potente strumento di informazione dal blogger, cioè l’autorevolezza, la certezza di serietà nel reperire, verificare, presentare la notizia.

E cosa centra il Pizza Blog con tutto questo? Nulla forse, se non per un aspetto: giovedì sera mi sono trovato attorno a un tavolo, con persone che stanno preparando la tesi, o che si occupano di grafica, che fanno i commercialisti e i docenti universitari, i consulenti d'informatica e gli addetti del settore tessile, i "responsabili della comunicazione nelle situazioni di crisi aziendale" e i fotografi, e ho compreso più cose sul futuro dell'informazione che stando a contatto per giorni con la maggior parte dei giornalisti.


Forse siamo troppo presi dal mettere un piede dopo l'altro, dal continuare passo dopo passo il cammino, per comprendere dove ci stiamo dirigendo e qual è l'intero itinerario.


Mi viene in mente una vecchia battuta "esistenziale" di Woody Allen: "Chi siamo? Dove andiamo? Ci sarà posto?"


Foto by Leonora

mercoledì 2 aprile 2008

Short arms


Come qualche amico sa, lunedì casa mia è stata visitata dai ladri. In mattinata, quando non c'era nessuno, hanno divelto porte e finestre, saccheggiando in abbondanza. Al di là del danno economico, il rammarico maggiore va per spille e oggetti in oro che appartenevano alla mamma e alla nonna di Isabella e avevavano dunque un valore affettivo impagabile.

Qui però volevo ringraziare pubblicamente l'Arma dei Carabinieri, nella persona del maresciallo Maria Cristina Pireddu, che ha raccolto la mia denuncia: è stata paziente, ha tollerato le mie imprecisioni descrittive, mi ha spiegato la differenza tra diamante e brillante (che non c'è, è il diamante che può essere tagliato a brillante) e soprattutto non mi ha fatto sentire troppo in colpa per tutte gli oggetti rubati ad Isabella che avrei potuto regalarle io, mentre erano dono di sua mamma, di sua nonna, del suo padrino e persino di mio padre e di mia madre! Di mio, poco o nulla.


E' vero che fiori e gioielli non mi fanno impazzire, però in questa già triste occasione mi sono reso conto di quanto misero e di braccio corto sono stato: chiedo ufficialmente scusa ad Isabella, annunciando di voler cambiare e provvedere, in futuro, io stesso a rimpinguare di tanto in tanto ciò che ora giace desolatamente spoglio. Promesso.
Firmato: il solito marinaio
Foto by Leonora

lunedì 31 marzo 2008

Blog? 'Sta nicchia!


Giusto per uno spunto di riflessione, rivolto non soltanto a chi si occupa di informazione, segnalo questo post di Roberto Dadda, che senza dilungarsi dice questo: "Non conosco praticamente nessuno che legga regolarmente i blog che non sia un blogger".
Io qualcuno lo conosco, ma sono parenti e amici, e non credo possano smentire nei fatti la constatazione di Roberto.
Resta da capire (ma mi rendo conto che è un interpretar la sfera di cristallo) se questo sia un destino irreversibile oppure un fenomeno contingente.
Se si accetta come presupposto che chi legge i blog ha un atteggiamento più "attivo" nei confronti dell'informazione, il bivio che si prospetta potrebbe essere questo: un numero sempre maggiore di tali persone oppure un futuro di nicchia, com'è il presente.
Foto by Leonora