sabato 24 settembre 2016

L'aria in faccia (Lasciarsi, tenendoci)

Foto by Leonora
Mi stringi come se non dovessi andar più via e nel contempo come se mi stessi già lasciando, carne della mia carne e creatura unica, a sé stante, com'è giusto che sia, da che mondo è mondo.
Sei nel mezzo di un dosso, terminata la discesa del bambino che eri e iniziata la rincorsa per l'uomo che sarai, ragazzo ancora in tutto per tutto, senza un filo di barba né un pelo sulle gambe, proprio come alla tua età ero io. Adoro le tue battute, il tuo cervello lesto, persino gli scatti e le furie che ti prendono per un nonnulla, carattere di chi un carattere ce l'ha, pur se a volte ti vorrei diverso, meno volubile, più pacato, tranquillo. Ti osservo mentre cresci, quando sei in compagnia dei tuoi amici, specie in questo tempo di vita in cui l'indipendenza è un pane che si assaggia ogni giorno, uscendo la sera, andandosene in giro in bicicletta, scoprendo il mondo che esiste oltre la strada avanti e indietro casa e oratorio e campo da calcio, trascorrendo ore e ore senza un compito preciso né un doverne dare conto.
Mi accorgo adesso, e un po' ne provo imbarazzo, di quanto sciocchi fossero i timori che avevo quando eri piccino: che non trovassi la tua strada nel mondo, che frequentassi compagnie sbagliate, che avessi spirito gregario e ti facessi trascinare, ribelle a conto terzi, banderuola sbattuta dal vento. Non abbasso la guardia, semplicemente comprendo che di guardie non ce n'è bisogno, che nessuno può tenere a te più di te stesso e che un padre non è custode, semmai un compagno di viaggio.
Così mi godo i momenti con te, fianco a fianco - vedendo un film sul divano, discutendo su quale giocatore inserire nel fantacalcio, al ritorno da scuola sulla Vespa io davanti e tu dietro mentre mi dici: "L'aria in faccia, ecco quello che mi piace un sacco" - sapendo che a breve sarai ancor più indipendente e ce ne saranno sempre meno, ma l'intensità e il bene colmeranno gli spazi dei differenti percorsi, del ruolo distinto che abbiamo.
Ho una fortuna immensa, immeritata nel senso che non esistono meriti tanto grandi da poter giustificare un simile dono: ho avuto voi, tu e i tuoi fratelli, ma so benissimo che pur avendovi non mi appartenete e che lasciarvi crescere, lasciarvi andare, è l'unico modo per tenervi, oltre che per dimostrarvi quanto a voi tengo.

L'aria in faccia (Lasciarsi, tenendoci)

Foto by Leonora
Mi stringi come se non dovessi andar più via e nel contempo come se mi stessi già lasciando, carne della mia carne e creatura unica, a sé stante, com'è giusto che sia, da che mondo è mondo.Sei nel mezzo di un dosso, terminata la discesa del bambino che eri e iniziata la rincorsa per l'uomo che sarai, ragazzo ancora in tutto per tutto, senza un filo di barba né un pelo sulle gambe, proprio come alla tua età ero io. Adoro le tue battute, il tuo cervello lesto, persino gli scatti e le furie che ti prendono per un nonnulla, carattere di chi un carattere ce l'ha, pur se a volte ti vorrei diverso, meno volubile, più pacato, tranquillo. Ti osservo mentre cresci, quando sei in compagnia dei tuoi amici, specie in questo tempo di vita in cui l'indipendenza è un pane che si assaggia ogni giorno, uscendo la sera, andandosene in giro in bicicletta, scoprendo il mondo che esiste oltre la strada avanti e indietro casa e oratorio e campo da calcio, trascorrendo ore e ore senza un compito preciso né un doverne dare conto.
Mi accorgo adesso, e un po' ne provo imbarazzo, di quanto sciocchi fossero i timori che avevo quando eri piccino: che non trovassi la tua strada nel mondo, che frequentassi compagnie sbagliate, che avessi spirito gregario e ti facessi trascinare, ribelle a conto terzi, banderuola sbattuta dal vento. Non abbasso la guardia, semplicemente comprendo che di guardie non ce n'è bisogno, che nessuno può tenere a te più di te stesso e che un padre non è custode, semmai un compagno di viaggio.
Così mi godo i momenti con te, fianco a fianco - vedendo un film sul divano, discutendo su quale giocatore inserire nel fantacalcio, al ritorno da scuola sulla Vespa io davanti e tu dietro mentre mi dici: "L'aria in faccia, ecco quello che mi piace un sacco" - sapendo che a breve sarai ancor più indipendente e ce ne saranno sempre meno, ma l'intesità e il bene colmeranno gli spazi dei differenti percorsi, del ruolo distinto che abbiamo.
Ho una fortuna immensa, immeritata nel senso che non esistono meriti tanto grandi da poter giustificare un simile dono: ho avuto voi, tu e i tuoi fratelli, ma so benissimo che pur avendovi non mi appartenete e che lasciarvi crescere, lasciarvi andare, è l'unico modo per tenervi, oltre che per dimostrarvi quanto a voi tengo.

sabato 10 settembre 2016

Padri e figli (Ascoltarsi in silenzio)

Foto by Leonora
Mi sei seduto accanto, in auto, e non ho bisogno di guardarti per vederti così serio, quasi severo. Io ascolto e tu non parli e nemmeno a tentarci riesco a immaginare i tuoi pensieri. Provo soltanto un bene prorompente, sterminato, una tenerezza tanto intensa da superare quella di quando eri bambino e malfermo sulle gambe giocavi a pallone, in giardino, o quando da neonato te ne stavi lì, quieto, addormentato sul mio petto. Ora al massimo capita di abbracciarti, cingere quel corpo fatto uomo, avvertire sul viso la barba ispida, mentre te ne resti in piedi, più alto e largo di me, un palmo. Talvolta mi scopro ad osservarti da lontano, mentre sei con gli amici, e ridi, sereno. Mi domando spesso se tu lo sia, temendo l'esistenza di un cruccio o, peggio, che il cuor contento che eri da piccolo si sia perso in questi vent'anni di strada, rimasto sfregiato dai graffi che l'esperienza riserva inevitabilmente all'essere umano.
La tua voce, bassa, profonda, pacata, irrompe improvvisa, uno squarcio, ma uno squarcio che cuce, che in un istante cancella e annulla tutto attorno e nel mezzo restiamo soltanto noi due, tu e io. Mi accorgo allora pienamente di quanto sei cresciuto, anche dentro, provo ammirazione per l'uomo che sei diventato, anche se resti un ragazzo. Ascolto i tuoi ragionamenti e mi viene in mente il mio, di un padre. Sorrido pensando che anche con lui funzionava così: io gli parlavo quando lui sapeva restare in silenzio, davo risposte a domande che non poneva, pesce che affiora a pelo d'acqua se nulla increspa la superficie, se il lago rimane placido, indisturbato. (L'esatto contrario di molte madri, che invece interrogano di continuo lamentandosi di non sapere mai nulla, di sbattere sempre contro un muro).
Ogni stagione ha i suoi frutti, sono appagato da quelli che mieto adesso, accorgendomi di essere sul culmine di un dosso. Mi commuovo facilmente (vedendoti allenare i ragazzini, all'oratorio, ad esempio, o per un complimento che ti riguarda e che mi giunge all'orecchio). Non credo tu sia migliore di altri, non ho mai preteso lo fossi, preferendo l'eccezionalità delle persone normali, che sanno mettere in fila ciò che conta davvero, imparando da ciascuno e insegnando a nessuno. Neppure provo preoccupazione per il futuro, conscio che percorrerai la tua strada, augurandomi unicamente che tu sia appunto sereno, sorridente, cordiale e gentile con chiunque, per primo e soprattutto con te stesso.

martedì 30 agosto 2016

L come Luglio (e come L'America)

Foto by Leonora
L'America sono i ponti imponenti, tele di ragno che tengono sospese le strade a mezz'aria e cuciono sponde. Ce ne sono moltissimi, ma per percorrerli spesso si pagano: immagine emblematica di questo paese, che sa essere simbolo (ciò che unisce) e anche diavolo (ciò che divide, che tiene separato).
L'America, la mia America, quest'anno sono state due settimane nel nord-est, tra lo stato di New York e il Vermont, compresi dieci giorni ospite di persone splendide, che portano il mio stesso cognome e una gentilezza senza fronzoli, che bada al sodo e insegna molto.
Proprio come certi vini - ne fanno di ottimi, anche là, vini giovani, come dopo tutto sono loro - quella iniziata il 24 luglio scorso è una vacanza di cui si gusterà il sapore migliore tra qualche mese o anno, il tempo di decantare e far emergere ciò che alla fine conta davvero. Per il momento mi limito ad elencare qui i primi ricordi che mi vengono in mente, quelli che affiorano da sé, senza le briglie del pensiero.
  • La colonna sonora di J-Ax, imposta da Giovanni, Giorgia e Giacomo.
  • New York più sporca di come la ricordavo.
  • I viaggi in auto e le autostrade a quattro corsie, con il prato nel mezzo.
  • Gli scoiattoli rossi, che lì sono considerati invasori (qui gli invasori sono quelli grigi, i loro: questione di punti di vista).
  • Gli animali selvatici, moltissimi, che sbucano da ogni parte e convivono con l'uomo (coyote, puzzole, cervi, i chipmunks, cioè i Cip e Ciop della Disney e Alvin superstar della 20th Century Fox, serpenti, orsi, tassi, procioni...).
  • L'ossessione che Donald Trump diventi presidente.
  • Le case di legno, con il patio.
  • Lo stile italiano o greco delle abitazioni, ma di una Italia e una Grecia arcadica che hanno in mente loro.
  • Il rispetto delle regole e pure una burocrazia molto meno invadente della nostra, con una libertà simile a quella che qui c'era negli anni Settanta, quando - ad esempio - andare per strade di campagna su una vecchia auto senza targa e da rottamare non era uno scandalo né un crimine abominevole.
  • La lentezza ai margini dell'indolenza di chi svolge un lavoro a contatto con il pubblico.
  • I laghi vasti quanto un nostro mare, ma bassi, più dell'Adriatico.
  • Le distanze.
  • Gli spazi.
  • L'assenza di recinzione tra le case (avendo così tanto spazio a disposizione a dividere provvedono già le distanze: mi viene in mente il paragone con la Valtellina, dove per un termine di confine spostato di mezzo metro in un bosco o peggio in un prato si veniva alle mani e si portavano rancori destinati a durare generazioni).
  • I "garage market" del sabato mattino, perché gli americani sprecano molto ma buttano via poco (lo so, è una contraddizione, ma con le contraddizioni da che mondo è mondo conviviamo).
  • La fila lunghissima, di fronte alla chiesa di San Francesco, sulla Trentunesima, la domenica mattina, per fare colazione gratis.
  • La frutta fresca già pulita, già lavata, già selezionata, già confezionata.
  • I recipienti da un gallone, quasi quattro litri, di limonata.
  • I fast-food che hanno lo stesso nome e gli stessi arredamenti di quelli in Italia, ma sapori, menù e pietanze differenti (d'accordo Giovanni, non c'era il McToast, però non era il caso di farne un dramma cosmico e limitarsi a mangiare soltanto patatine per tutto il viaggio!).

sabato 27 agosto 2016

Su, coraggio (La faccia tosta di scrivere)

Foto by Leonora
Due mesi e un giorno. Due mesi e un giorno di silenzio qui e poche chiacchiere altrove. Il tempo di prendere fiato e togliere laccio e museruola ai pensieri, facendoli decantare come in una pozza, una pozza di acqua limpida e placida ma dal fondale scuro, quasi nero. Ho sciacquato i miei panni lì, guardando il mio volto riflesso, cercando di capire come posso essere migliore dell'uomo che sono.
Lo ammetto subito: non l'ho compreso. Però sono contento di ciò che mi è capitato nel frattempo: ho viaggiato parecchio, corso molto, camminato altrettanto, lavorato il giusto, letto tantissimo. Steinbeck, Faulkner, Tolstoj, Cronin, Bernanos... Compagni di viaggio ingombranti e discreti, che hanno moltiplicato le epoche vissute e i luoghi che ho visitato.
Una dozzina di volte ho deciso di scrivere qualcosa, altrettante volte ho rinunciato, consapevole dell'impossibilità - almeno da parte mia - di mettere nero su bianco qualcosa di serio, di definitivo.
Un'ambizione a cui ho rinunciato presto, mentre più difficile è stato superare la pigrizia subentrata nel mezzo. La supero oggi, più per rompere il ghiaccio che per un concetto di senso compiuto.
Se proprio dovessi scegliere un pensiero, uno solo, su tutti, direi che nella vita spesso occorre sfrontatezza, assenza di eccessivo pudore. In una parola, occorre "coraggio". Il coraggio della faccia tosta, anche, o della leggerezza, meglio. Il coraggio del non darsi troppa importanza, di non pretenderla soprattutto. Il coraggio dell'autoironia, di sfidare il senso del ridicolo. Il coraggio dei buoni propositi, dei progetti ambiziosi, delle aspirazioni ardite, dei sogni da realizzare e prima ancora da avere. Il coraggio di parlare, di esprimersi, di dialogare, dopo essere stati per lungo tempo in silenzio.

sabato 25 giugno 2016

G come Giugno (e come Fiducia)

Foto by Leonora
Sì, lo so che "fiducia" non inizia per g, ma febbraio è passato e altri mesi che cominciano con la lettera f non ce ne sono, mentre di fiducia c'è sempre bisogno, oggi più che mai, fidarsi l'uno dell'altro, dare per scontata - fino a prova evidente e contraria - la buona fede reciproca, cancellare le tentazioni di diffidenza, circospezione, sospetto.
Ho trascorso settimane da solo con me stesso, da solo anche quando ero in mezzo agli altri, pure i momenti in cui ridevo, scherzavo, chiacchieravo come se nulla fosse, all'apparenza tale e quale al Giorgio che sono sempre, in realtà più pensieroso del solito, persino un filo più preoccupato, senza un motivo preciso, semplicemente con un desiderio di fare ordine, di vedere chiaro, di eliminare i lacci e lacciuoli che limitano e vincolano al passo dopo passo quotidiano, come quei cavalli o quei buoi da tiro che tengono la testa bassa e non hanno altro orizzonte del solco già tracciato, del metro di terra davanti al loro naso.
Ogni tanto mi capitano i periodi così, in cui sono "selvatico" e in un certo senso ricarico le batterie, metto in fila sulla scacchiera torri, pedine, alfieri, regine e cavalli, senza conoscere la mossa che mi aspetta ma preparandomi a farla, in qualsiasi modo.
Tra i mille pensieri, a volte lisci e fini come fili di nylon, a volte ispidi e intrecciati o aggrovigliati che è difficile persino comprenderne coda e capo, quello della "fiducia" è rimasto pressoché fisso.
Fiducia generazionale, tra padri e figli; fiducia negli ambienti di lavoro, tra chi sta sopra e chi sotto; fiducia tra chi gestisce la cosa pubblica e chi è semplice cittadino; fiducia tra amici; fiducia anche in se stessi, nelle proprie abilità, nelle doti che ciascuno di noi ha, nella capacità di imparare dagli errori che facciano e di non ripeterli con la cocciutaggine di chi continua a pestare la testa contro un muro.
Fiducia. Fiducia come base di partenza, come atteggiamento. Fiducia come virtù, fiducia anche come proposito buono, come conquista quotidiana, con meno tensioni e più serenità. Fiducia come stile, come modo di vivere, meglio. Che tutto ciò sia utile poi non lo so: ma mi fido.

sabato 28 maggio 2016

"Anche meno" (La virtù del togliere)

Foto by Leonora
"Anche meno". Mi viene da ridere e insieme riflettere ascoltando l'astronauta Paolo Nespoli a Radio DeeJay (minuto 80.25) quando spiega che "lo Shuttle va in pensione non perché vecchio, bensì è troppo nuovo. Gli americani, così come noi, tendono a rispondere con la tecnologia a tutti i problemi che incontrano. Serve un sensore? Beh, ne mettono due. E poi cinque, dieci. Alla fine diventa una macchina così complessa che è impossibile da gestire. Nelle navicelle russe invece non c'è neanche il computer! Se non c'è, loro dicono, non si spacca. Noi restiamo increduli e dubbiosi, ma si può fare. E valutando la sicurezza, la navicella russa è persino più sicura dello Shuttle".
Più banalmente, tornando con i piedi per terra e senza andare nello spazio, capita anche a me: quando l'auto nuova si blocca non posso far altro che chiamare il carro attrezzi, se invece ha problemi di avviamento la Vespa (anno di immatricolazione 1984) basta spingerla e nove volte su dieci si mette in moto
Lo scrivo con un filo di imbarazzo, essendo pienamente figlio del mio tempo, invaghito, affascinato, intrigato da tutto quel ben di dio di aggeggi che la tecnologia sforna di continuo.
A volte tuttavia togliere è meglio che aggiungere. Vale anche per l'arte (lo scultore con il blocco di marmo, lo scrittore con le parole...) e talvolta pure per la vita.
"Anche meno" potrebbe diventare uno stile, un metodo, una stella polare e un'àncora al tempo stesso.
Ecco allora, tanto per non restare nel vago, alcune indicazioni pratiche che hanno valore e significato di buon proposito per il sottoscritto.
Meno libri ma quelli che restano leggerli.
Meno cibo, gustandolo.
Meno riguardo per il denaro, spendedolo senza avarizia né prodigalità.
Meno fesso: anche se lo siamo tutti prima o poi e - chi non lo è - facile sia un arrogante o un farabutto.
Meno ipocrisia.
Meno carne sotto i denti e nella pancia.
Meno applicazioni nel telefono.
Meno chiacchiere banali.
Meno scatti di nervosismo.
Meno scarpe e vestiti nell'armadio (tanto poi metto sempre quel paio).
Meno tempo libero sciupato.
Meno tentazioni e magari in più qualche vizio o sfizio.
Meno ascensori da prendere.
Meno paranoie di fronte alle novità o al cambiamento.
Meno giudizi prima di "camminare almeno tre lune nei mocassini dell'altro".
Meno consigli inutili e scritti retorici. E qui, per coerenza, mi fermo.

lunedì 16 maggio 2016

Cartoline vista lago (La rabbia e l'orgoglio)

Guardo sempre con sospetto gli album dei ricordi che hanno stampato sulla copertina "Io c'ero". Al rischio di esagerare con la retorica si aggiunge quello di apparire ridicolo, come lo sono i re nudi e i Napoleone da manicomio.
Corro comunque il rischio per una buona causa, riassunta oggi da Giorgio Gandola (qui il suo editoriale): "A Como riparte la battaglia di civiltà per rivedere il lago da piazza Cavour. Dopo otto anni e per merito del giornale La Provincia. Come ai vecchi tempi, quando il cane Pluto scoprì la malefatta. I lettori sono invitati a firmare una cartolina inserita nel quotidiano - martedì, giovedì e domenica - e a consegnarla all'edicola per coinvolgere Renzi. Per abbattere i muri serve sempre una spallata".
Conosco bene l'argomento, non mi dilungherò raccontando nel dettaglio il giorno in cui Innocente Proverbio scrisse al giornale dicendo che avevano costruito un muro (la lettera arrivò sulla scrivania di Pietro Berra che lo richiamò per accertarsi che con un nome così non si trattasse di uno scherzo). Non aggiungerò nulla sul sabato in redazione quando venne il momento di pubblicare le migliaia di nomi e cognomi di comaschi che avevano scritto al giornale chiedendo di abbatterlo (verso le sette di sera il capo redattore Francesco Angelini e il manipolo di valorosi in Cronaca non erano ancora certi di riuscire a metterli in pagina tutti, quei nomi). Non occorre neppure ricordare il lavoro che l'intera redazione svolse per settimane (un grazie però lo meritano Emilio Frigerio, Stefano Ferrari, Gisella Roncoroni, Paolo Moretti, lo stesso Pietro Berra, Anna Savini, insieme con Michele Sada, Dario Alemanno e Alessio Brunialti).
Ricordo tutto questo e molto altro, ma domani compilerò la cartolina de La Provincia per un motivo più banale, concreto: il danno che il progetto funesto delle paratie ha causato al di fuori di Como.
Ne ebbi completa consapevolezza un paio di settimane dopo essere arrivato alla direzione del Cittadino di Monza, quando a quello che consideravo un buffetto rispose incrociando i guantoni da pugilato l'allora prima cittadino brianzolo. Della gragnuola di epiteti incassati, soltanto uno mi mise in crisi davvero. Fu quando mi sentii dire a bruciapelo: "Ma cosa volete insegnare voi comaschi, che avete costruito il muro!".
"Io il muro non l'ho costruito" avrei voluto rispondere, "io sono uno di quei giornalisti e di quei comaschi che il muro l'ha fermato!". Invece stetti zitto. Perché tutti i torti quel sindaco non li aveva, un po' in colpa mi sentivo davvero, avendo fatto molto ma non abbastanza per impedire quello scempio.
Quattro anni dopo siamo ancora qua, fermi come il palo della banda dell'Ortica che "per sentirci ci sentiva poco o niente ma per vederci non ci vedeva un accident". Non so se compilare una cartolina servirà, non so se Renzi ascolterà, non so se potrà combinare qualcosa più del nulla di chi finora ha messo mano, per quello che importa però io ci sono. Con le prime firme abbiamo bloccato il muro, con queste speriamo venga restituito alla città il lago.

sabato 14 maggio 2016

Grazie Bianconiglio (Punti di sutura e cicatrici)

Foto by Leonora
Punti di sutura. Sono quelli che tocco con mano tra l'occhio e lo zigomo sinistro, ricordo di una rissa quand'ero bambino, la prima e non a caso l'ultima in cui mi sia mai cimentato.
"Le ferite si rimarginano ma le cicatrici restano". Me lo disse, con una nota di asprezza ma con tono benevolo, accalorato, l'amministratore delegato poche settimane dopo il mio arrivo alla direzione del Cittadino. Abituato alla lievità e alla schiettezza di Como mi mancava l'esperienza di comprendere che il contesto ha sempre importanza, oltre che significato. Non mi pento di quei giorni di svolta per il giornale, i lettori apprezzarono e vendemmo più copie di quanto fosse accaduto negli anni immediatamente precedenti, ammetto però che avrei potuto essere meno maldestro, più accondiscendente non nello scrivere e tanto meno nel dare notizie, bensì nel tessere buoni rapporti con tutti, perché - parafrasando una frase che mi è cara - "il giornalismo è importante, ma la vita lo è di più".
L'ho presa larga, come al solito, ma l'immagine dei punti di sutura non m'è venuta in mente guardandomi allo specchio né ripensando ai miei primi giorni monzesi.
La terra. La terra, il luogo dove abito e dove il sabato e la domenica vado a correre o passeggio con il cane, i medesimi posti che mi hanno visto crescere, dove andavo ad arrampicarmi sugli alberi o a giocare a due bandiere quand'ero ragazzo. Le coordinate sono le stesse, il paesaggio visto dall'alto pressoché identico, differente è invece osservandolo da vicino: le piante e il verde hanno ripreso vigore sullo squarcio fatto dalle costruzioni negli anni Sessanta e Settanta, ridotto sensibilmente è l'intreccio di rovi e sterpi causato dall'abbandono della campagna a favore delle fabbriche, sempre in quegli anni, lasciando ora posto a un paesaggio più curato, così come nuove piste e vecchi sentieri sono tornati percorribili, accanto al letto dei torrenti e tra i boschi. Sono questi dettagli che ai miei occhi paiono punti di sutura tessuti con l'ago e il filo di una nuova sensibilità, di una maggiore attenzione all'ambiente e alla possibilità di viverlo appieno, senza farne scempio. Punti di sutura che non hanno cancellato le ferite, medicandole però, dando nuova forma, vitalità, armonia. E lo stesso vale per la città. Ogni volta che vado a correre al parco della Trucca, a Bergamo, mi si apre il cuore. E così in quello di zona Loreto, dove non è raro, mentre si cammina, vedersi attraversare la strada da un coniglio selvatico.
E' stato proprio uno di loro, un animaletto non più grande di un palmo e spuntato all'improvviso come il Bianconiglio di Alice, a suggerirmi di vedere le cose in modo diverso. Lo ha fatto senza proferire suono, semplicemente piazzandosi davanti e inducendomi a rallentare e portare la mano al volto, sentendo così il lieve solco lasciato dal medico che mise i punti al mio sopraciglio e rammentando in quello stesso istante, per associazione di idee, le altre ferite, quelle che "poi si rimarginano ma rimane il segno". Ai punti di sutura ho pensato proprio lì, in quell'attimo esatto, realizzando che nonostante gli errori che facciamo non è mai troppo tardi per porre rimedio e se ci mettiamo intelligenza, passione, impegno le cicatrici possono avere pure un che di affascinante, di bello.

giovedì 5 maggio 2016

M di Maggio (e Meraviglia)

Foto by Leonora
Occhi nuovi. Guardano me, senza vedermi. Sono quelli dei ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni che riempiono il piazzale antistante il teatro di Colognola. Apparteniamo a generazioni differenti e ho imparato ad essere ignorato esattamente come avviene ai rami di un albero, al selciato del marciapiede, alle auto che sfrecciano sulla via accanto: oggetti qualsiasi che esistono e che rientrano nel campo visivo per un motivo che non li riguarda da vicino.
Non è cattiveria o maleducazione, semplicemente non appartengo al loro mondo, sono estraneo nel senso letterale del termine: una persona fuori dal contesto, che resta assente fino all'istante in cui per una coincidenza o un motivo particolare viene inquadrata e classificata nella categoria degli "adulti", esseri umani di una specie simile soltanto vagamente alla loro.
Occhi nuovi sono pure i miei, che invece li osservo meticoloso, scorgendone i particolari, tentando di indovinare che tipi di persone sono, che uomini e donne diventeranno, con la sensazione perfetta di assistere a un passaggio epocale: vagoncini dell'otto volante al culmine della salita e pronti a tuffarsi nel vuoto, farfalle che spiegano le ali uscendo dal bozzolo.
E' uno sguardo di meraviglia il mio e uno sguardo di meraviglia vorrei avessero sempre quei ragazzi, una continua ed inesauribile capacità di stupirsi di fronte a ciò che è grande, diverso, nuovo.
A loro e anche ai miei figli - Giovanni, Giorgia, Giacomo - che hanno più o meno la stessa età, non ho nulla di imprescindibile da dire: so che la strada, qualsiasi essa sia, la troveranno da soli, sbattendo il muso, se proprio proprio, ma confidando in piedi buoni, testa, mani e cuore per affrontare tutto, compreso il momento in cui saranno loro gli "adulti" e si accorgeranno di essere invisibili per chi ha venti o trent'anni in meno.
P.S. In verità una cosa nell'orecchio di Giovanni, Giorgia e Giacomo vorrei dirla. E' una cosa che anche io ho imparato dai miei genitori, pur se non in modo diretto, perché mio padre e mia madre erano grandi davvero: facevano capire le cose senza bisogno di dirle. Proprio in quel modo ho capito che nella vita non mi sarei dovuto vergognare del lavoro più umile, purché fatto con dignità, ma al contempo avrei potuto ambire al posto migliore, fosse anche ciò che gli altri definiscono "sogno": il calciatore di serie A, il presidente della Repubblica, un premio Nobel, il direttore di giornale, uno scienziato... Puntare in alto, poter aspirare al massimo, senza biasimare il basso, con la possibilità di andare avanti e anche indietro: credo sia stata questa la dote più bella che ho ricevuto in dono. Un dono che merita di essere tramandato.