mercoledì 15 luglio 2009

La ricetta della felicità


Primo giorno di ferie e computer acceso sul terrazzo, con qualche soffio d'aria, silenzio assoluto e un caldo buono. In questi giorni circola in rete un video con l'ultima lezione del professor Randy Pausch, malato di cancro, che sarebbe morto un paio di mesi dopo. Non cerco surrogati per commuovermi, ma me lo sono visto volentieri, così come volentieri rileggo la poesia di Jorge Luis Borges (o di Don Herold, come sostiene qualcuno), che inizia "Se potessi rivivere la mia vita" e pure non disdegno, tra le poesie di Neruda, i versi di "Ode alla vita". Ne prendo spicchi, spunti, avendo abbandonato da tempo l'idea che esista una regola aurea, una saggezza in pillola, che una volta scovata possa non dico deragliare in meglio la propria esistenza, ma almeno dare una sterzata, anche un'impercettibile cambio di direzione. Non è così. So, sento ciò che sarebbe pieno, giusto ma vado avanti con la ricetta che mi sono fatto da solo e che mi fa tribolare: credo sia la condizione dell'uomo e non ne faccio scandalo. Però ammiro quelle persone che scelgono di fare il bene, rifiutando il modello, l'ideale del successo, del potere, del denaro. Penso ai miei amici Maurizio Ferretto e Franco Vecchio, che si prendono cura dei malati quando non si possono più guarire. Sono angeli, il cui valore è conosciuto nel vero e a fondo, soltanto da coloro che soccorrono, così come l'acqua l'apprezza appieno l'assetato. L'altra settimana, quando sono andato a trovare Maurizio, mi ha presentato un suo collega, medico, Mario Minotti, che avrà all'incirca la mia età. "Sai Giorgio - mi ha detto Maurizio, prima che Mario arrivasse - se dovessero offrirgli il doppio dello stipendio, Mario non rinuncerebbe a fare quello che fa, a correre di casa in casa, di camera in camera, per dare una mano". Non lo conosco Mario. Aveva i capelli arruffati dal casco, gli ho stretto la mano e l'ho visto sorridere, d'un sorriso limpido. E mentre gliela stringevo, mentre ripensavo a lui e a Franco e a Maurizio, pensavo che il potere, i soldi, il successo non valgono nulla a confronto di una vita spesa pienamente, alla ricerca del bene (proprio e altrui). Pensavo che ci sono altri modelli, altri ideali, anche con la i minuscola, su cui mettere in pila uno a uno i propri giorni. Pensavo che comprendere queste ragioni, fare propria questa consapevolezza, è un segreto di felicità. E non importa se è una scoperta che non basta una volta per tutte: può darsi che, goccia a goccia, la saggezza possa scalfire non solo a parole pure gli zucconi come me.
Foto by Leonora

mercoledì 8 luglio 2009

Un padre, una comunità


Ieri ho messo on line il nuovo blog, quello di cui parlavo nel precedente post. L''ho intitolato "ComoUnica" perché parla di Como, del comunicare ed è un esperienza unica, nel suo genere. Non m'illudo che possa servire agli altri, spero sia utile a me stesso, a rimettere in moto il cervello, a studiare, ad approfondire il pensiero. "Chi ha tutto non si muove" disse un giorno di Epifania di ormai tanti anni fa il parroco del mio paese, commentando il mettersi in moto dei magi al cospetto della stella cometa. "Chi ha tutto non si muove" e io non voglio campare con la pancia piena e la testa vuota. Tutto qui.

Oggi invece ho avuto una soddisfazione professionale e personale che mi piace condividere con i miei amici, con chi passa da qui. Settimana scorsa Danny e Andrea, due ragazzi di Cernobbio, sono morti in un incidente stradale. Avevano ventuno e ventiquattro anni ed erano amici per la pelle e, anche se questo mestiere mi ha reso più cinico, non è stata una notizia qualunque. Prendendo spunto da ciò che aveva fatto L'Ordine (qualche settimana fa, quand'era morta Valentina, un'altra ragazza giovanissima, avevano pubblicato una raccolta di messaggi scritti su Facebook in occasione di incidenti stradali capitati in tutta Italia) abbiamo deciso di dare voce al dolore degli amici di Danny ed Andrea, dedicando loro ogni giorno una pagina. Lo abbiamo fatto perché spesso, quando capitano simili tragedie, è facile scivolare nella retorica, nel manierismo o, nel migliore dei casi, nel mestiere, mentre quei messaggi sono spontanei, veri, anche quando sono semplici o banali. Lo abbiamo fatto consapevolmente, con l'idea che il giornale svolge il suo compito, assolve la sua funzione quando diventa un tutt'uno con la sua comunità, diventandone la voce. Oggi pomeriggio ne abbiamo avuto la conferma quando in redazione si è presentato il padre di uno dei due ragazzi, portando con sé quattro pagine scritte di suo pugno, con una penna biro di colore blu. "Scusatemi - ci ha detto - vorrei chiedervi di pubblicare questa lettera". Una lettera semplice, terribile, commovente e bellissima insieme. "Le parole che non ti ho detto" l'ha intitolata e, come ho scritto nella presentazione sul giornale, pubblicarla è stato un onore. Questo è il link per il testo della lettera in cui quel padre ha saputo trarre dalla morte di suo figlio una lezione di vita per noi.
Foto by Leonora

domenica 5 luglio 2009

Mettiamoci insieme (una proposta)


Da ieri, quando leggevo l'articolo di uno stagista e mi domandavo che destino professionale lo aspettasse, ho un pensiero fisso. Un'idea, meglio. Quella di creare un blog che possa raccogliere il contributo di tutti i giornalisti legati in un modo o nell'altro a Como.
Un laboratorio di riflessioni, opinioni, confronti con l'obiettivo di prepararsi al tempo avvenire, in modo da avere nei prossimi anni - diciamo i prossimi dieci anni - un'informazione robusta e migliore.
Vorrei farlo per molteplici motivi.


  • Primo, perché ho a cuore il lavoro che faccio e vorrei avesse un futuro, costruito da chi lo fa questo mestiere e non solamente offerto da editori più o meno puri.

  • Secondo, perchè vedo tanti giovani in gamba, desiderosi di mettersi alla prova, di avere un'opportunità di vita, e costretti a rinunciare a un sogno o affidarsi a una precarietà con pochi sbocchi.

  • Terzo, perché la nostra città ha ben tre quotidiani (La Provincia, Corriere di Como, L'Ordine), una radio (CiaoComoRadio, una televisione (Etv) e qualche periodico (Giornale di Cantù...) e non può essere un caso: significa che il terreno è potenzialmente fertile, ma occorre continuare a seminare, progettando il futuro e non soltanto subendolo.

  • Quarto, perché ricordo una trasmissione televisiva (credo un "Porta a porta", in cui si dibatteva di Sircana e delle sue soste temerarie) e in collegamento c'erano tre direttori di testate prestigiose (Feltri, Belleri e Belpietro) e tutti e tre erano di Bergamo.

  • Quinto, perché se anche nel giornalismo (al pari della politica) Como non esprime dei "big", potremmo compensare con un gioco di squadra.

  • Sesto, perché l'idea della trasversalità, di una collaborazione professionale, che superi la concorrenza quotidiana, ponendosi un obiettivo altro e più alto, mi pare affascinante

  • Settimo, perché ho avuto molto, sarebbe anche ora di restituire qualcosa. E non sono il solo.

Se qualcuno ha idee per il nome del blog lo segnali, che nel giro di qualche giorno partiamo.

Foto by Leonora

venerdì 3 luglio 2009

Paese che vai (con un post scriptum)


Oggi ho avuto un pranzo piacevole, con Luigi e con Serena, due persone che portano appresso sorriso e speranza. Abbiamo parlato del nostro paese e dell'impegno che ci è richiesto, pur se personalmente è forte la tentazione di badare agli affari miei, di non interessarmi oltre la soglia del mio cancello. Per fortuna ci sono loro a ricordarmi il significato della comunità, il valore del farne parte, la generosità con cui si ricambia la buona sorte di non essere un'isola. C'è un'altra cosa che mi hanno raccontato e che mi ha rattristato: l'irrisione al confine con l'insulto che al primo consiglio comunale molti dei cittadini intervenuti hanno riservato all'ex sindaco, Emilio Botta. Io Emilio l'ho votato e lo considero un amico, oltre a un uomo vero. Con i suoi limiti, con un carattere appassionato e schietto, non esente da testardaggini, ma d'una onestà adamantina. Non ho dubbi nel sostenere che ha fatto più l'amministrazione guidata da lui che tutte insieme quelle che hanno governato il mio paese negli ultimi trent'anni. Alle ultime elezioni è stato battuto da Rocco Palamara, che da macchietta di Lurate Caccivio n'è diventato primo cittadino: non senza meriti, ma con molte lacune. Nonostante ciò, non ritenendomi democratico soltanto a parole, auguro a Palamara di essere un buon sindaco. Da parte mia vigilerò e mi piacerebbe farlo in compagnia delle persone che stimo. A questo proposito Luigi ha un'idea: fondare un'associazione, riflettere su quale paese sarà il nostro tra dieci anni, mettere a disposizione idee e sensibilità a chiunque voglia coglierle, non distinguendo tra maggioranza e opposizione. Ne parleremo a settembre.
P.S. I lettori fissi di questo blog sono diventati sedici. So che le persone che passano di qui sono assai più numerose, pur se non ho mai voluto contarle. Ho sempre pensato che a queste note come messaggi nella bottiglia, affidate alle correnti del mare e non frutto di un progetto pianificato. Noto che sono apprezzati anche i post più intimi, personali, mentre non mi sorprende che ad essere commentati siano quelli sulla politica o sullo sport. Quello precedente a questo, sul calcio, l'ho scritto proprio per averne una riprova: non mi ero sbagliato e non lo considero uno scandalo: dopo tutto se in molti si appassionano e sentono il bisogno di riportare la propria opinione sarebbe sciocco, oltre che snob, fare i difficili e avere la puzza sotto il naso. Qualcuno (credo Frenz, ma non ne sono certo) mi ha detto che in Irlanda è considerata una maleducazione parlare a tavola di politica, di religione, di sport e di donne. Mi domando: ma quanto noiosi devono essere in pranzi e le cene in Irlanda?
Foto by Leonora

mercoledì 1 luglio 2009

Interisti esclusi


Oggi è il tifoso che parla e il tifo è cieco e divide. Prego perciò gli interisti dall'astenersi dalla lettura: sono ancora fermi al rigore non concesso a Ronaldo (sacrosanto, è vero, ma a quante squadre non viene concesso un rigore sacrosanto eppure la spuntano lo stesso) e non ricordano che nella famigerata era Moggi hanno vinto tutti (Milan, Roma e persino Lazio) tranne proprio l'Inter. E tanto perché oggi sono sadico e un po' anche masochista voglio proprio parlare di Moggi, che ieri indiscrezioni di stampa davano di nuovo al lavoro, questa volta con il Bologna. Apriti cielo. Se avessero assunto un pedofilo in un asilo si sarebbe sollevato qualche scudo in meno. Sono scesi in piazza i tifosi (gli unici che, tenendo conto della premessa iniziale, comprendo e giustifico) ma soprattutto si sono stracciati le vesti opinionisti, giornalisti (ahimé, appartenenza ingrata) e gli stessi operatori del mondo del pallone. A cominciare dal presidente della Federazione, Abete, giù giù fino ai presidenti delle società. Ho appena visto "Speciale Calciomercato" su Sky, con un indignato Nicola Cecere, della Gazzetta dello Sport, il quotidiano che su questo tema è d'una durezza che persino Torquemada, se fosse redivivo, si farebbe qualche scrupolo. L'argomento per trattare Moggi da untore, in assenza di un giudizio penale e tanto meno civile, è il medesimo: per la giustizia sportiva è squalificato.
A lor signori, pur non avendo simpatia personale alcuna per "Lucianone", ricordo che la sua condizione per la società è la medesima dell'attuale presidente del

Consiglio, cioè in attesa di giudizio, e per il mondo del calcio a quella di Enrico Preziosi, beccato con le mani nel sacco (più che un sacco, una valigia piena di soldi per comprarsi una partita) e attualmente squalificato. Eppure, uno (Moggi) è tuttora appestato, mentre l'altro (Preziosi) è servito e riverito, osannato per la stagione mirabolante del suo Genoa e tenuto in palmo di mano da Moratti (con cui fa affari d'oro), Berlusconi (idem con patate) e dai dirigenti della nuova Juventus (idem con patate e pure il polpo).
La morale, una triste morale, è la seguente: in questo paese, che ha la tentazione irresistibile di correre in soccorso del vincitore (Longanesi), tutto si può perdonare, tranne l'essere un perdente. Finché era tra i potenti nessuno osava nemmeno sfiorare la giacca di Moggi, ora lo calpestano e, se cerca di tornare a galla, gli sputano sopra. Un applauso.

martedì 30 giugno 2009

Quesiti a fuoco lento


A me piacciono cotte "come un biscotto" e lo sa Mauro Migliavada, che quando conduceva il telegiornale a Etv non leggeva mai in anteprima gli appuntamenti del tg e una sera, mentre era in diretta, si trovò a leggere il seguente annuncio: "Domani, a Rodero, festa di San Maffeo, con le famose costine, cotte come un biscotto". Ovviamente, quando capì cosa stava leggendo gli venne da ridere, ma ormai era tardi. Per fortuna la grafica copriva la sua espressione, perciò apprezzammo appieno la scena soltanto dai monitor di servizio, in regia. Alla sagra di San Maffeo, sia scritto tra parentesi, le costine di maiale sono davvero uno spettacolo, perché le cuociono intere, tagliandole soltanto dopo averle tolte dalla griglia. La "costinata" è una tradizione a casa mia. Un momento speciale da trascorrere con la famiglia allargata ai vari parenti o con gli amici. Da un paio d'anni ho preso il posto di mio padre: preparo il barbecue (un barbecue originale, fatto da mani esperte, in acciaio, mica quelli che si comprano all'Obi o al supermercato), accendo il fuoco e aspetto che la fiamma lasci il posto alla brace (per una costinata di successo uno dei segreti è cuocerle con la brace e non sulla fiamma) salandole poi per benino e girando la griglia spesso (mettere molto sale e girarle spesso sono gli altri due segreti, della ricetta povera ma efficace che ho ereditato). Il resto lo fa la compagnia e un bicchiere di vino. Se devo essere onesto, però, la mia specialità non sono le costine, bensì le ali di pollo, anch'esse cucinate sul barbecue, a fuoco lento. Ora che il prato di fronte a casa è stato ampliato e completamente rifatto non ho più scuse per rimandare l'appuntamento con gli amici e dare inizio a un rito. Nel frattempo, appunto qui alcune domande "di stagione", proprio come le costine. Primo: piove un giorno sì e l'altro pure, scommettiamo che appena semino il prato cominciano giorni e giorni di perfetta siccità? Secondo: come mai tende a piovere più dal venerdì al sabato che nel resto della settimana? Terzo: come mai alla sagra di San Giovanni (il primo sabato dopo il 24 giugno) sul lago di Como il meteo è sempre incerto? Quarto: saranno i produttori di condizionatori che inducono il mese di maggio a proporre in anteprima una settimana di afa assoluta, che si trasforma in un ritorno di pioggia e brezza artica una volta che l'acquisto è stato ultimato? Quinto: come mai sul mio terrazzo tira sempre un gran vento le cui folate hanno inizio soltanto dopo che il tavolo è già stato apparecchiato? Sesto: perché se porto con me la felpa fa caldo e quando invece la dimentico si scatena il gelo? Ci penserò meglio la prossima volta che cucinerò le costine sul barbecue.

domenica 28 giugno 2009

Datemi una O


"Ma dove vuoi che vada? Quello lì non sa nemmeno disegnare una O con un bicchiere". Lo sentito dire spesso da mio padre, in dialetto ("al nànca una O cun un bicér"). L'ho ripensato ieri l'altro, mentre vedevo il dvd de "Il Signore degli Anelli" in compagnia dei miei figli e mi sorprendevo a spiare le loro espressioni, di volta in volta di spavento o di stupore o divertimento. Di tutte le incredibili ed affascinanti creature partorite dalla fantasia di Tolkien e messe in scena da Peter Jackson, quella che più li ha incuriositi è stata l'Olifante. Tolkien con una O non si accontentava di disegnare un bicchiere, ma trasformava una creatura esistente in un animale immaginario, curioso e affascinante. Sono i nomi che mi incantano ne "Il Signore degli Anelli". Nomi propri: Aragorn, figlio di Arathorn, Denethor, Boromir, Faramir, Gandalf, Saruman, Sauron, Smigol, Legolas, Gimli, Bilbo, Smigol, Gollum, Nazgul... Ma anche Gondor, Rohan, Pellenor, Minas Tirith, Minas Morgul, Osgiliath... Ce ne sono decine e decine e a metterli in fila sembrano già una poesia. Del resto anche lui, Tolkien, in fatto di nomi non scherzava, avendone in aggiunta ben tre: John Ronald Reuel. Ora però devo andare. Sopra, nella sua stanza, c'è Giorgia che mi aspetta: ho promesso di guardarla con "l'occhio di Sauron" e spaventarla per benino, tanto non si addormenta lo stesso.
Foto by Leonora

venerdì 26 giugno 2009

Amalfi Coast Media Award


Manca la salsa verde, per il resto il carrello dei bolliti c'è tutto. All'Amalfi Coast Media Award il giornalismo offre il peggio di sé, con una parata di cariatidi, pavoni e luoghi comuni che mi tengono incollato alla tv, a conferma che l'orrido ha il potere d'una calamita. Mi viene in mente una frase che ha detto il mio direttore, stasera: chi sa fare, fa; chi non sa fare, insegna. Un evento che si riscatta nel finale, quando sul palco sale Giorgio Bocca, che almeno ha una faccia vera, senza lifting e cerone. Lo appunto qui, per gli amici che fanno il mio stesso mestiere e che mi prendono in giro (giustamente) per ciò che scrivo, soprattutto per le divagazioni sull'orto e dintorni. A questo proposito, mi pare giusto riportare ciò che ha scritto via mail David, che è più d'un amico e di un ex compagno di università: è un fratello. "Leggo sempre con emozione i tuoi post - dice David - devo dirti però che l’ultimo filone natural-bucolico mi convince poco. O meglio, mi convince poco questa immagine di te che vanghi l’orto e contempli la precisione del rapanello, che spargi verderame e togli i pidocchietti ai ciuffi di lattuga…". Mi ha fatto ridere, David. Gli anni alla Cattolica, con lui e Carla e Rossella, sono stati il periodo più bello della mia vita, quello che ricordo più volentieri. E la chiudo qua, perché nel frattempo è terminata la trasmissione che stavo vedendo e che oltre al carrello dei bolliti mi ha regalato preziose scoperte: Paolo Garimberti è bassissimo, Milly Carlucci è altissima, Gianni Letta è impagliato come un gufo. Con queste nuove certezze me ne vado a letto, con una rinnovata convinzione: chi ha coniato il nome "Amalfi Coast Media Award" andrebbe come minimo radiato dall'albo. O mandato seduta stante a zappare l'orto.
P.S. Con Igor siamo a quattordici. E' grazie al suo blog, tra l'altro, che ho scoperto questo bell'articolo di Toni Capuozzo, proprio sul giornalismo

Foto by Leonora

domenica 21 giugno 2009

Amici


Tra coloro (tredici) che seguono questo blog do il benvenuto a un amico, Luigi, nel primo giorno d'estate che è anche quello del suo compleanno e dell'onomastico. Congiunzioni astrali, casualità, coincidenze...

Ripenso a ciò che è successo questa settimana, in cui se n'è andato, per un malore improvviso, il papà della mia amica e collega giornalista Manuela. Suo padre era andato in pensione da poco. Si chiamava Antonio, come il santo festeggiato sabato scorso, e proprio oggi doveva fare da padrino al battesimo di Giulia, la nipotina nata appena tre mesi fa, il 29 marzo. Invece ieri, nella stessa chiesa di Breccia, al posto dei paramenti bianchi c'erano quelli colorati a lutto, e sua moglie e le sue figlie lo hanno accompagnato nell'ultimo viaggio terreno. Una cerimonia sobria e partecipata, con Manuela d'una tenerezza infinita e tanti parenti e amici attorno, a testimonianza che non siamo soli, in nessuna partenza.

Intreccio questi fatti perché Luigi e Manuela si conoscono, sono amici e sono due tra le persone più "pure" che conosca. Mi piacerebbe, una dei prossimi giorni, cenare con loro, e con Davide e Cristina, discutere insieme sul senso della vita, sul valore dell'amicizia, ma anche chiacchierare del più e del meno. Mi piacerebbe soprattutto stare in ascolto e godermi la compagnia.
Foto by Leonora

lunedì 8 giugno 2009

Il mio voto


Seguo stancamente la diretta elettorale, domandandomi dov'è finito quel ragazzo che ero, affascinato dalla politica al punto ch'è stata per almeno vent'anni la mia principale passione. Molta acqua è passata sotto i ponti, molte illusioni si sono trasformate in delusioni, altri interessi si sono radicati, primo fra tutti il mio lavoro, che - per come la vedo io - prevede una regola: essere sempre dalla parte opposta al potere. Per lo stesso motivo, ho timore dei voti plebiscitari e considero l'alternanza importante quanto la stessa democrazia. Perciò non sono preoccupato che Berlusconi, con il fardello che nel bene e nel male si porta appresso, governi, bensì che lo faccia troppo a lungo. Per lo stesso motivo, temo del centro-sinistra la disgregazione, la dissoluzione persino, poiché la crisi che attraversa mi pare niente affatto passeggera, quanto piuttosto legata all'assenza di valori forti, fondanti.
E' mentre pensavo a queste cose che, sul sito del Corriere della Sera, mi sono imbattuto nella notizia della ragazza ucraina, bravissima a scuola, che essendo clandestina rischia di non poter dare la maturità. E mentre leggevo queste cose pensavo alla Repubblica Dominicana, dove i moltissimi ragazzi haitiani, essendo clandestini, non possono andare a scuola, però quando giungono in età da lavoro, vengono regolarizzati senza problemi (per chi comanda, in quel paese, è il massimo: non essendo istruiti, quegli operai non solo non faranno valere i loro diritti, ma neppure si emanciperanno, restando per sempre mano d'opera a basso costo). Arrivando al punto, voglio dire questo: non so se sia una cosa di sinistra (per parafrasare Moretti che guarda in tv D'Alema) ma io non voglio vivere in un Italia che non permette a una ragazza brava a scuola di fare l'esame di maturità, di avere un'opportunità di crescita, di vita. Non so se sia una cosa di sinistra (lo sospetto fortemente, però) ma senza dubbio so che è una cosa giusta. E chiunque si batta per un'Italia in cui un ragazzo possa studiare a prescindere da dove provenga o dal timbro su un carta, avrà il mio appoggio, il mio voto, la mia stima.
P.S. Ben trovata a L.Regni, che ha fatto diventare i lettori fissi di questo blog una dozzina.

Foto by Leonora

mercoledì 3 giugno 2009

Un Angelo in cielo



Se n’è andato dieci giorni fa, una domenica, nel giorno della sua rubrica. Angelo Curtoni mi ha dato molto e in cambio chiedeva soltanto un caffè. L’occasione per scambiare due chiacchiere, il sabato d’ogni settimana, giusto il tempo di controllare che il suo pezzo fosse arrivato e che nel metterlo in pagina non gli avessero tolto tutti gli "a capo".
E' stato il mio primo direttore, quando non avevo ancora vent'anni e già un tarlo per questo mestiere di carta e penna. Mi presentai da lui in compagnia del mio compagno di classe del liceo, Mauro Colombo, e venni ricevuto in una redazione ricavata da un negozio, in via Carloni. Allora dirigeva un settimanale, "La Gazzetta di Como" e ci permise di seguire la Pallacanestro Cantù. Al suo fianco c'era già Francesco Angelini, che ora è qui a La Provincia e martedì' scorso ha ricordato Curtoni nel rito funebre, come meglio non si poteva. Qua aggiungo due ricordi privati. Il primo legato a una soddisfazione professionale, allorché mi mandò a seguire il Calcio Como e me ne tornai con un ritratto al vetriolo dell'allora allenatore, Rino Marchesi e di quel mondo nel pallone che già allora conteneva il seme del "gigantismo" diventato ora pianta stabile: "E' un bel pezzo" commentò, senza guardarmi in faccia. Il secondo riguardo l'essere diventato io stesso soggetto di un suo editoriale, in cui si dileggiavano moda e abiti sgargianti dei giovani di allora. Fu in quell'occasione che mi affibbiò il titolo che Tacito attribuì a suo tempo a Petronio, cioè "arbiter elegantiarum", arbitro di raffinatezza. Un modo lieve di prendermi in giro, che volle rimarcare nella dedica del libro che raccoglieva la crema dei suoi commenti ("La portatile rossa"). Per anni lo abbiamo perso di vista, salvo incontrarci talvolta in centro città e scambiarci qualche battuta di circostanza. Al mio arrivo qua a La Provincia, un anno fa (a propoposito, oggi è proprio un anno giusto giusto che lavoro qui) l'ho ritrovato. Ogni settimana mandava un suo pezzo, per la rubrica "Settima colonna" e al sabato, regolarmente, si presentava in redazione, facendosi offrire un caffè e cogliendo l'occasione per parlare di giornali, ma soprattutto di vita, di sua figlia, dei nipoti. E' stato in un sabato di quelli che ha fatto al giornale dove lavoro il complimento più bello. "Giorgio - mi disse - in tanti anni che collaboro con La Provincia, mai che mi abbiano chiesto di cambiare una virgola a quello che avevo scritto, e a volte ho usato davvero la clava". Alla chiacchiera Angelo Curtoni preferiva la parola scritta ed era meticoloso nella lingua italiana quanto fulmineo nella battuta, nel cogliere al volo ogni spunto d’ironia. Negli ultimi anni una saggezza d’uomo buono gli aveva smussato gli spigoli del cronista di razza. Non aveva una bandiera, se non quella di ragionare con la propria testa e di sbagliare, sì, ma mai per conto terzi. Una lezione di giornalismo, uno stile di vita. Non lo dimenticheremo.

Foto by Leonora

venerdì 22 maggio 2009

La pazienza delle piante


Alcune parole mi piacciono più di altre. Battigia è una di queste. Ci penso, mentre la percorro a piedi, in lunghe passeggiate senza meta, se non quella di mettere un piede dopo l’altro nella sabbia, dove l’acqua del mare lambisce la spiaggia. Penso alla pazienza delle piante, che non si possono spostare di un metro e sono ancorate lì, in balìa delle condizioni atmosferiche, degli animali, dell’uomo, del tempo. Se cadono fulmini non cercano riparo, né scappano quando il fumo annuncia l’incendio, né si ritirano alla furia del vento. Prese una a una sono indifese, ma insieme conquistano terreno, poco a poco, e non cedono, neppure dove il salmastro corrode tutto. Aspettano e non vanno da nessuna parte, non si spostano. L’unica azione di movimento lo affidano al seme, che a volte, come per le palme da cocco, viaggia migliaia di chilometri prima di approdare a un lido, mentre un altro cresce vicino al fusto che l’ha generato e un giorno ne prenderà il posto, continuando la vita da cui è nato. Penso alla pazienza delle piante, una pazienza di cui non possono fare a meno, dovendo affidare al destino la sopravvivenza della specie e quella loro. E penso all’uomo, che come la natura può compiere imprese titaniche, d’un colpo, ma più spesso lo fa piano piano, un passo dopo l’altro, come me sulla spiaggia, o quando lavoro nell’orto, e vango e in principio quel fazzoletto di terra zeppo di sterpaglie mi pare sterminato, ma quando viene sera, le zolle umide lavorate dal rastrello formano un quadrato perfetto, ordinato, diviso in linee ben tracciate e pronto per essere seminato. Penso alla vita, che a volte mi sembra sfuggire di mano, senza un senso, e che forse, alla fine sarà come quell’orto, spoglio di tutto, ma - spero - finalmente ordinato e pronto a dare nuovamente frutto. Vorrei avere la pazienza delle piante, per arrivare senza vacillare, a quel giorno, senza sospettare di aver sbagliato tutto.

Foto by Leonora

domenica 10 maggio 2009

Ciccio e Silvio


Una maglia blu elettrico lunga lunga, calzettoni gialli abbassati, alla Sivori, due gambe da merlo e un fisico da Nino che non ha paura di tirare un calcio di rigore, che non è da questi particolari che si giudica un giocatore.
Oggi Giovanni, sei anni, era in campo con la divisa lustra dell'oratorio San Luigi e io sugli spalti, a osservarlo mentre rincorreva quella palla troppo grande e ogni tanto si fermava, pensieroso, serio, ed ero certo di sapere cosa gli passasse per la mente: "Ma perché sono qui, a sudare, senza i miei Gormiti, senza neanche un mattoncino dei Lego?".

Tra i vantaggi di avere più d'un figlio c'è la possibilità di apprezzarne le differenze: Giacomo vivrebbe a pane e pallone, ha talento da vendere e tira con entrambi i piedi, ma è lento e teme i contrasti; Giovanni è troppo piccolo per essere giudicato, però si capisce che non ha alcuna propensione naturale, corre alla rinfusa, assesta calci sia agli avversari sia ai compagni, ma non ha paura di nulla e potrebbe persino diventare un "Ringhio" Gattuso biondino, con i capelli a caschetto. Mi divertiva anche vederlo in panchina, con il suo amico Filippo, che al contrario di Giovanni è tanto diligente nel rispettare le indicazioni dell'allenatore da rasentare l'eroismo tragico: oggi gli hanno detto di stare largo sulla fascia e mai una volta che Filippo abbia sgarrato d'un metro. Sembrava incollato ad un binario. E dopo cinque minuti ch'era iniziata la partita e lui andava su e giù senza vedere palla, ligio all'ordine che gli era stato impartito, invece di adeguarsi a quel gioco d'istinto e buttarsi nella mischia, s'è girato verso l'allenatore e scuro scuro in volto, allargando platealmente le braccia, gli ha detto: "Ciccio! Non mi passano mai la palla!".

Ciccio non è solo l'allenatore: è l'amico, il padre, il prete, il nonno della squadra. Una persona buona, una chioccia che sa crescere uomini perché sa capire i bambini. Rimango affascinato a guardarlo, mentre fa il suo lavoro e ha una parola di sprone e d'incoraggiamento per tutti. La sua non è una squadra: è una filiale dell'Onu. Al confronto, anche l'Inter dei mille stranieri impallidisce. Marocchini, algerini, tunisini, senegalesi... Chi più ne ha, più ne metta. E sorridevo, nel pomeriggio, mentre leggevo le dichiarazioni di Berlusconi sul fatto che la sua idea non è quella di un'Italia multietnica. Qualcuno lo avverta, perché all'Oratorio San Luigi, in quel di Lurate, dove pur il settanta per cento degli abitanti vota orgogliosamente Lega e Pdl, l'Italia multietnica c'è già. E gioca a pallone e ride e scherza e diventa grande insieme, benissimo.

Foto by Leonora

giovedì 7 maggio 2009

I dubbi del sedano


D'una giornata, a volte, si butterebbe tutto. Un bel fagotto, senza andare per il sottile, muoia Sansone con tutti i Filistei. Ai Filistei io però ci sono affezionato, perché anche tra i Filistei c'erano i bambini e padri e madri e così, pure nelle giornate storte, se si ha pazienza e cuore di cercare, di momenti se ne salva almeno uno. Due. Una decina, almeno. Proprio a stare stretti stretti. Prendiamo oggi: tra correre, preoccuparsi, tribolare, pare essere rimasto nulla o poco. Invece no. Scelgo un momento, da riportare qua: quattro chiacchiere scambiate a metà mattina, con Alessandro, che è meticoloso e saggio e vicino a casa mia coltiva l'orto. "Vedi Giorgio - mi ha detto, mentre piantava il sedano - tutto questo lavoro e poi qualcuno dice che è inutile, che lo vendono già bello e pronto, al supermercato. E allora me lo domando anch'io se è giusto, che si vive una volta sola e che si prendono impegni e a volte non si riesci a dire di no e si rimane inguaiati, sempre a fare e disfare". Ascoltavo le sue parole e pensavo a me, alla carriola che avevo tra le mani, al muro di cemento armato che nei giorni in cui non sono in redazione mi ostino a distruggere senza l'aiuto di nessuno, alle ore che il martello pneumatico sottrae alla lettura, allo svago. "Beh, credo che conti la soddisfazione che viene dal lavoro" ho risposto, sorridendo, ma d'un sorriso incerto. "E' vero - mi ha risposto Alessandro - ma forse oggi era soddisfatto anche quel tipo che si è alzato e visto che era giovedì e giovedì a Lurate c'è il mercato, ha passato lì tutta la mattina, a curiosare e chiacchierare, e poi, prima di mezzogiorno è andato al bar e ha letto il giornale e poi s'è messo a discutere di politica e di calcio e ha bevuto un aperitivo e poi è tornato a casa dalla moglie, in tempo per dire: ma come? non è ancora pronto da mangiare?"
Mi ha fatto uno strano effetto sentirlo parlare così. Ero irrequieto e sollevato insieme. Irrequieto poiché Alessandro è uomo tutto d'un pezzo e, se vacilla lui, tremo anch'io; sollevato perché se vacilla un uomo tutto d'un pezzo significa che i miei dubbi, che sono gli stessi suoi, sul senso della vita e su ciò che è giusto o sbagliato fare, non sono frutto d'una mente volubile e fragile.
Poi abbiamo parlato anche d'altro (del fatto, ad esempio, che a fare festa si abituano facilmente tutti, anche i gran lavoratori, mentre assai più arduo è il contrario; e della scarsa propensione che abbiamo noi contemporanei ad accontentarci di poco) e ci siamo salutati, tornando ognuno al proprio lavoro. Io ho continuato a erodere il muro di cemento armato, centimetro dopo centimetro, lui a piantare il sedano e a tirare fili, a mettere reti anti grandine...
Per concludere, non ho avuto risposte oggi, ma mi è piaciuto pormi e lasciarmi porre domande. A differenza del sedano, certi momenti non si possono comprare già belli e pronti, al supermercato.
Foto by Leonora

mercoledì 6 maggio 2009

Vizi privati e pubbliche virtù


Ieri l'altro ho ricevuto una lettera, di quelle che non si scrivono più, a mano, armati solo di foglio bianco e biro. Ringrazio Beatrice, per la sorpresa che mi ha fatto e per la fiducia che mi ha accordato: ha avuto un pensiero gentile, con l'unica controindicazione che ha alimentato la mia già ingombrante vanità.

Prima di prendere il volo, come un qualsiasi pallone gonfiato, vorrei mettere un appunto qui, parlando di privacy. Dice giustamente il direttore del mio giornale che è un po' come la rucola: la si mette dappertutto. Non c'è giorno, in redazione, in cui qualcuno manchi di appellarsi alla privacy per chiedere che non venga pubblicato un articolo o siano omessi dettagli o elementi sostanziali. Tanto per dirne una, l'ex coordinatore di Forza Italia, Giorgio Pozzi, lunedì ha detto alla mia collega Gisella quanto paga d'affitto il suo partito per la sede in centro città, concludendo con la frase: "Però non lo scriva, c'è la privacy". Oggi, sempre su La Provincia, pubblichiamo un'intera pagina con le motivazioni per cui il garante proprio per la privacy respinge il ricorso del socio di Bruni, avvocato Galasso, che non aveva gradito l'inchiesta su politica e affari. L'elenco potrebbe essere lunghissimo. Qui mi limito a un'osservazione: siamo sicuri che la privacy sia sempre cosa buona e giusta?
Se i miei vicini (con cui per altro vado d'accordissimo) fossero stati meno riservati, i ladri non sarebbero entrati a casa mia, un paio di settimane fa. Ed è un eccesso di privacy che causa quelli che chiamiamo un po' retoricamente i "drammi della solitudine" (anziani o persone con problemi, trovate morte nelle loro abitazioni, giorni e giorni dopo il decesso). Senza esser così drammatici, dietro il velo della privacy si vorrebbero sovente coprire azioni non propriamente limpide. Non è un caso che "farsi gli affari propri" abbia il doppio significato di non impicciarsi ("Sai perché mio n0nno è campato cent'anni? Perché si faceva i cavoli suoi!" E non erano cavoli...), ma anche di brigare a proprio vantaggio.
Io credo che le esigenze di riservatezza privata e di pubblica trasparenza debbano sempre restare in equilibrio. Perché è giusto ci sia un limite all'invadenza (anche della stampa), ma parimenti la privacy non può essere l'unico metro di giudizio.

P.S. A pensarci bene, in nessun altro paese la privacy era tutelata più che nell'Unione Sovietica di Breznev o nell'Argentina di Videla: infatti la gente spariva e nessuno sapeva niente...
Foto by Leonora

sabato 25 aprile 2009

Duecento


E sono duecento. Duecento post, in un anno e mezzo. Settimana più, settimana meno. Duecento post che segnano il tempo come le briciole di Pollicino, pallido tentativo di lasciare traccia, di far sì che qualcosa -almeno - non sia vano. Duecento messaggi nella bottiglia, duecento strette di mano, duecento chiacchierate seduti ad un tavolino, duecento lettere imbucate con destinatario sconosciuto (compreso me stesso), duecento tocchi di nocca sul portone, duecento dita pigiate sul campanello, duecento sguardi che s'incrociano una domenica mattina, duecento punti di vista, duecento fette di torta distribuite alla rinfusa. Mi fossi accorto prima che si avvicinava il duecentesimo post avrei aspettato a ringraziare tutti coloro che passano di qui, uno ad uno. L'ho fatto invece qualche giorno fa, ma lo rifaccio volentieri. E' una premura, un interessarsi, un prendersi a cuore, il vostro, che m'impegna e mi onora: siamo compagni di viaggio, d'avventura.
Foto by Leonora

giovedì 23 aprile 2009

Un piccolo zoo di plastica


Entrare in doccia, a casa mia, è un'impresa. Dentro infatti c'è un leone. E un ippopotamo, un delfino, un'orca, una tigre, uno stegosauro, un triceratopo e almeno dieci, anzi dodici gormiti. Sono i giochi di Giovanni (sei anni), che prima portava avanti e indietro dalla sua camera e adesso lascia direttamente lì, ben in posa o alla rinfusa, pronti per il giorno dopo. Fino a qualche tempo fa, ogni volta li raccoglievo, ma ora non più, badando a non schiacciarli mentre m'insapono e risciacquo. Da un paio di settimane fanno parte dell'arredamento del bagno della zona notte e nessuno più ci fa caso, tanto che non mi sono stupito, poco fa, entrando in quello del piano inferiore e osservando che anche la vasca è presidiata da una lunga serie di animali, dalle misure più svariate e dai colori sgargianti, messi disciplinatamente in fila, quasi fossero in parata. Lo scrivo qui, come al solito, a futura memoria. Che Giovanni ricordi, un giorno, la pazienza dei suoi genitori nel sopportare, tra uno shampoo e l'altro, di avere tra i piedi un piccolo zoo di plastica.
Cambio argomento, per dire che l'altro giorno, martedì, un paio di ladri hanno divelto i serramenti e rotto un vetro nel tentativo di rubare. Furto andato male, poiché ero in casa e mi sono accorto di ciò che stava avvenendo. Non lo scrivo per il fatto in , bensì per la notizia che ne è stata riportata sul giornale dove lavoro. Ho sorriso per il tono usato: era tutto preciso e corretto, ma sembrava il resoconto di Aldo, Giovanni e Giacomo quando interpretano i ticinesi Gervasutti, Rezzonico e Huber: il protagonista però ero io. Isabella invece di ridere ha avuto (bonariamente) da ridire, sostenendo che tutto le pareva un po' esagerato per un tentato furto, anche se ha ammesso che la storia dei ladri messi in fuga dal padrone di casa non era male. Ad ogni modo, volevo annotare qui ciò che ho detto a lei, cioè che il giornale è ciò che ci dà il pane e che non posso lamentarmi quando qualcuno cerca di evitare la pubblicazione di notizie e poi fare io di tutto per impedirlo allorché l'interessato sono io. Questione di coerenza, diciamo. C'è dell'altro. L'anno scorso, quando i ladri riuscirono ad entrare e a razziare tutto, le denunce di colpi identici nei paesi del circondario furono decine. Dire, parlare, descrivere chi sono i ladri, come si vestono, che auto hanno, che tecniche usano, è un modo per mettere in guardia, per invitare a prestare attenzione, per evitare che episodi simili si ripetano. Visto che le forze dell'ordine latitano (quando è stata presentata ai Carabinieri la denuncia, non hanno voluto annotare il colore e il modello dell'auto, né com'erano d'aspetto e vestiti, poiché - come hanno risposto - "tanto poi si cambiano") la vigilanza, l'attenzione personale e di vicinato è l'unico modo per difendersi, senza reagire, bensì prevenendo. E c'è un terzo motivo: i ladri erano italiani e, per una volta che si sa, volevo fosse chiaro, onde evitare - com'è regolarmente successo - che saputo del tentato furto, arrivassero i commenti sui "soliti rumeni" o i "clandestini pericolosi perché non hanno nulla da perdere".

Photo by Leonora

lunedì 13 aprile 2009

Il mestiere di scrivere


Qualche giorno fa (molti giorni fa, ma il tempo vola e non ne tengo facilmente il conto) ho scritto un post sul mestiere di giornalista e su ciò che potrei dire a chi vuole fare questo mestiere. Ieri, su La Stampa, è stato pubblicata una lezione, l'ultima, che Indro Montanelli tenne in un'università ed essendo i suoi consigli assai più autorevoli dei miei, li riporto qui di seguito. Mettendo in grassetto le parti che più mi piacciono.


"So che molti di voi sono interessati al giornalismo e ai mezzi di comunicazione. Io questa passione ho cominciato a coltivarla già dal ginnasio, non ho mai voluto far altro che il giornalista, con gran disperazione di mio padre. Lui, da bravo preside di un liceo, lo considerava con molto disprezzo come un mestiere piuttosto aleatorio. Ma il giornalismo è stato la grande vocazione della mia vita. Vi confesso però che, sebbene abbia amato e continui ad amare questo mestiere, non posso consigliare a nessun giovane di intraprenderlo oggi, perché credo che il giornalismo sia ormai al capolinea. Dovrebbe trasformarsi completamente, in un senso che non so prevedere. Sono attaccato a dei ricordi e provengo da una certa scuola, e a quest’età mi è molto difficile pensare a qualcosa di diverso. Spero per voi che abbia luogo una trasformazione completa, che tenga conto dei fatti gravi accaduti nel tempo - tra cui molte colpe e deviazioni dei giornalisti -, dell’ingresso di tecnologie nuove, di tutto un ribaltamento del costume. Il giornalismo classico, dal quale non mi saprei mai distaccare, è impossibile che si possa adeguare. Quando cominciai, circa 60 anni fa, avevamo come tocco tecnologico la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, sulla quale continuo a scrivere. Non la producono più, per questo ne ho accaparrate presso gli antiquari cinque, che ho dislocato in vari punti. Oltre questo non posso andare. Io il fax non lo so usare, una cara persona se ne occupa per me, altrimenti non saprei neanche infilare il foglio. Noi giornalisti dobbiamo fare i conti con un nemico mortale. Anziché combatterlo, ci siamo messi al suo servizio: è la televisione. Ho le stesse idee di Popper, la televisione è la più grossa iattura che potesse capitarci, perché è stata utilizzata in modo tale da esserlo. I giornali sono diventati i megafoni della televisione, per questo troviamo titoli a otto o nove colonne su Pippo Baudo o la Parietti. La televisione potrebbe essere un grande strumento di cultura, ma non lo è. Questi però sono affari suoi. Ciò che è affar nostro è di esserci messi a fare i megafoni, copiandone anche i costumi e riconoscendone la supremazia. L’Italia, oltre ad aver sempre mescolato il serio con il futile, ha sempre preso il futile come l'unica cosa seria. E noi non facciamo che adeguarci, portando agli eccessi questa perversione del nostro costume. Ma c’è di peggio. La televisione insegna ed apre la strada al protagonismo, che portato nel giornalismo ha effetti catastrofici. La televisione aizza quel pessimo incentivo tipico dei cattivi giornalisti, la ricerca a tutti i costi dello scoop. Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male. Il pubblico è uno strano animale, sembra uno che capisce poco ma si ricorda, e se vi giocate la sua fiducia siete perduti. Questa fiducia bisogna conquistarsela seriamente e faticosamente, giorno per giorno. Questo non ci mette al riparo dall’errore, ma impone l’obbligo di denunziare noi stessi, quando ci accorgiamo dell’errore, e di chiedere scusa al lettore. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene. È un mestiere che richiede molta umiltà, molta, e il protagonismo è in contrasto con questa legge fondamentale. Oggi io vedo i direttori nuovi. Sono bravissimi, intendiamoci, hanno tra i 40 e i 50 anni, potrebbero essere miei figli. Ma non stanno in direzione, li ho sotto gli occhi, stanno nell’ufficio marketing, perché la cosa fondamentale di un giornale è la cosiddetta audience. L’audience procura pubblicità, perché un giornale non deve solo vivere, ma deve anche produrre soldi, soprattutto se vuole essere indipendente. Un giornale che deve chiedere soldi a qualcuno è per forza di cose suo servo. Io ho perso la Voce perché non riuscii a portarlo in attivo. È l’audience nelle sue forme più volgari che ci obbliga a involgarire il giornale, che per stampare deve battere questa strada. Questa strada però non ci conduce a niente. Noi avremo un giornalismo sempre peggiore perché sempre più in cerca di audience, sempre più in cerca di pubblicità e quindi sempre più portato ad assecondare i peggiori gusti del pubblico, invece di correggerli. Intendiamoci, il pubblico è sempre il nostro padrone, non si può prenderlo di petto ma lo si deve educare. Senza mostrarlo però, perché non c’è niente di peggio degli atteggiamenti da mentori. Non so se il giornalismo è capace di compiere un’evoluzione in questo senso, ma io non ne vedo i segni. Se io avessi 40 anni di meno, tenterei di nuovo di fare un giornale. Ora qualcuno si meraviglierà, ma seguirei la strada aperta dal mio arcinemico Ferrara con il Foglio. Quel giornale è probabilmente ciò che avrei dovuto fare io con la Voce, che non ebbi la forza e la possibilità di fare. Un giornale che adeguasse immediatamente i suoi mezzi ai costi, con poche pagine, che potesse fare a meno di gran parte della pubblicità, con dei giornalisti - ahimé - pagati poco. Ma noi siamo sempre pagati poco, questo mestiere non si fa per i soldi. Anzi, se incontrate un giornalista ricco, diffidatene. Il giornalismo non conduce alla ricchezza, può condurre al benessere, per carità. Io non mi lamento affatto, ho quanto mi basta e anche di più per campare bene. Ma il giornalista ricco è un giornalista che puzza perché si è servito del mestiere per raggiungere altri obiettivi. Un giornalista che si asservisce al mestiere - chiedendo scusa al procuratore Maddalena - lo fucilerei. Come vedete non vi porto buone notizie, però, a questo punto, devo dirvi anche un'altra cosa. Avrò forse fatto un mestiere sbagliato, ma non lo rimpiango. Credo che il giornalismo in Italia abbia svolto una missione, quella di strappare la cultura italiana ai suoi fortilizi, alle sue cosche mafiose. Chiedo scusa di ricambiare così male la vostra ospitalità, ma devo dirvi che il giornalismo questo compito lo ha assolto per decenni, portando la cultura in mezzo al pubblico. La cultura italiana ne aveva un gran bisogno, perché non sa parlare al pubblico. Ha un linguaggio suo, intraducibile nel linguaggio comune. Forse voi sapete che io non ho molto di che compiacermi del ‘68 e di ciò che ho fatto lì, perché porto ancora addosso i segni e le tracce, ma, i moventi lontani di quei ragazzi che mi misero addosso un bel mucchio di pallottole, forse se avessi avuto la loro età li avrei condivisi. Mi sarei certamente allontanato perché il modo in cui volevano rifare le cose era sbagliato, ma qualcosa c’era. Nella ribellione a un certo modo baronale di intendere la cultura, qualcosa di giusto c’è. Chi di voi vorrà fare questo mestiere, si ricordi di scegliere il proprio padrone, il lettore. Si metta al suo servizio e parli la sua lingua, non quella dell’accademia. Porti la cultura dell’accademia alla comprensione. Badate che questo è stato il più grave dei tradimenti commessi in Italia, e ne sono stati commessi parecchi. Volete le prove? Prendete un qualsiasi scritto di chiunque dell’Italia del ‘700 e mettetelo a confronto con le pagine dell’enciclopedia francese. Le pagine di Voltaire, di D'Alembert, sono chiare e limpide, tutto si capisce. Nelle altre non si capisce nulla: lingua togata, irreale, del principe. Lingua di cultura al servizio del signore, che poi è diventato partito. E quindi è anche peggiorata, perché era meglio servire un duca o un cardinale che un partito. Era meno ignobile, anche se era ignobile anche quello. Ricordatevi che la cultura in Italia non si è mai diffusa, quel poco che è stato fatto è stato fatto dal giornalismo. Se volete fare questo mestiere, questo è l’impegno che dovete assolvere. Per farlo non c’è sofferenza che ve ne possa sconsigliare, e questo mestiere è bellissimo. Non conduce a niente ma è bellissimo. Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun’altra cosa".

"Non c'è sofferenza che ve ne possa sconsigliare". E' vero. E' questo il crinale che distingue il successo dal fallimento, l'impresa dalla caduta. Per il resto, ha ragione il mio attuale direttore, secondo cui non è il grado, o l'amicizia, o la raccomandazione, o il contratto che conta, bensì la propria firma e la capacità di fare ogni volta un bell'articolo, un buon pezzo. Oltre ciò, per dirla con De Niro, sono solo "chiacchiere e distintivo".

domenica 5 aprile 2009

Bicchieri e radici


Non è vero che l'età porta saggezza. Me ne accorgo ogni giorno, prestando ascolto a chi mi è vicino e scrutando in filigrana me stesso, che non son più il ragazzo d'un tempo e cambio gusti e convinzioni, perdendo l'illusione che avevo d'una età adulta a immagine di un mare quieto. E' un discorso lungo, che non posso continuare poiché non è chiaro nemmeno a me stesso. Mi limito qua ad annotare ciò a cui, nella turbolenza dei giorni, mi appiglio, cioè a una passione riscoperta per la terra e dei prodotti che porta in dono, specialmente alberi e vino. Il vino lo bevo di rado e un bicchiere o due soltanto, sempre a pasto e nei giorni di festa. Fin che c'era mio padre sulla tavola non è mai mancato. Poi c'è stato il tempo di esaurire le scorte di quello imbottigliato da lui, prima che diventasse aceto, ma era un bere di chi è stato tradito e vede finire col bicchiere anche un ricordo lieto e una parentesi di vita che non tornerà più indietro. Un bere amaro. Qualcuna di quelle bottiglie le ritrovo tuttora in cantina, ma non c'è più l'ansia di evitare uno spreco. M'è venuto in mente d'un vino forte, siciliano credo, che sempre mio padre comprò a damigiana ad inizio anni Settanta. Lo imbottigliò senza berlo, poiché lui che veniva dalla bassa Valtellina ed era abituato a un vinello leggero, non aveva calibro per quel rosso forte e denso. Per caso e curiosità, ne aprì una bottiglia vent'anni dopo, scoprendo che gli anni avevano tolto a quel vino peso e di quella sorpresa mise a parte per mesi e mesi chi veniva a trovarci e gli amici del Circolo (circolo delle bocce, gente che il vino è abituata a berlo, non solo a gustarlo). Sta di fatto che da qualche settimana ho ripreso a fare scorte e la domenica, quando si mangia in famiglia, mi piace aprire apposta una bottiglia e tenere il vino per qualche istante tra lingua e palato, assaporando in quel sorso tutta una cultura di millenni, che ha fatto da compagnia all'essere umano.
Per gli alberi è un altro discorso. C'è stata un'età, la mia dai vent'anni ai quaranta, in cui le piante erano un fastidio. Fastidio di foglie cadute e tronchi d'intralcio, per cui c'è stata un'opera sistematica che ha tolto alberi e cespugli uno via l'altro, privilegiando il prato. L'anno in cui questa casa venne costruita (1971), furono messi a dimora piante da frutta, sul retro, e d'ornamento. Non ne conosco i nomi esatti, ma se chiudo gli occhi, quelle d'alto fusto le rivedo: un faggio pendulo, un'araucaria (morta quasi subito e sostituita da un faggio rosso), un abete argentato, quattro pini marittimi, un pino austriaco, un pino nero, anch'esso pendulo, un ciliegio, un caco, un filare con cinque peri, un melo, due susini, un albicocco... Di essi è rimasto solo il faggio, ampio e ombroso, a cui sono affezionato. In più, s'è aggiunta una magnolia e soprattutto l'ulivo di Prodi (chiamato così poiché era una pianticella sottile, nella primavera del 1996, quando venne messa sul palco del PalaSampietro, dove parlava Romano Prodi, che avrebbe vinto le elezioni qualche settimana dopo: alla fine del comizio, se ne andarono tutti e dell'Ulivo non se ne curò nessuno - metafora di ciò che politicamente sarebbe successo, ma allora non potevo saperlo - così Angelo Migliavada, che del palasport era il custode, me lo affidò. Lo piantai di fronte alla casa che abitavo allora, in centro Lurate, e poi l'ho trapiantata qui, cinque anni fa, quando il 16 aprile ci trasferimmo). Ieri l'altro ho comprato un libretto di Mario Rigoni Stern, che ho letto d'un fiato. S'intitola "Arboreto salvatico" ed è un elenco di alberi, ognuno accompagnato da appunti scientifici e aneddoti, riflessioni. Pagine piacevoli, che mi regalano parole nuove, d'un vocabolario misterioso e magico, e irrobustiscono la convinzione di approfondire la conoscenza e di mettere a dimora nuove piante. So che lo farò, presto.
Photo by Leonora

domenica 29 marzo 2009

Ricordando Gigi (e Adolfo)


Gigi Meroni (non quello famoso, l'altro, lo storico usciere del Comune di Como) era un cuor contento e il cielo l'ha aiutato: se l'è portato via in venti giorni appena, neanche quasi il tempo di rendersene conto. Per dieci anni (l'ampia parentesi in cui ho lavorato ad Espansione Tv) non c'è stato giorno in cui non l'abbia incontrato e mi abbia salutato. "Ciao Barda" gridava, mentre passava sulla sua bicicletta Graziella o in piedi, fuori dal Lucernetta, o seduto al primo tavolino fuori dalla porta del bar Rosso, in piazza San Fedele. E io, che odio gli abbreviativi, a lui perdonavo questo accorciare il cognome: una mutilazione d'affetto, la sua. Mi dice Francesco Chillino, collega ed amico, che ogni anno "il Gigi" metteva di tasca sua i soldi (non pochi) che la polisportiva della Città Murata aveva accumulato in debito. Non stento a crederlo. Gigi e sua sorella Cherubina, la Cheru, sono due tra le persone più buone e generose che abbia conosciuto. Mi spiace di non aver saputo ch'era malato, mi spiace non essere andato a trovarlo. Mi resta però di lui assai più di quanto avrei immaginato, anche se senza la sua Graziella, senza il suo "Ciao Barda", senza il suo sorriso e la erre arrotata, il centro storico di Como non sarà più lo stesso. Mi ha commosso ieri, più del funerale, con la chiesa gremita, il feretro messo al centro del cortile di palazzo Cernezzi, in quel municipio di Como dove per anni ha prestato servizio, diventando - come ha scritto oggi Mauro, su L'Ordine - un biglietto da visita che un altro così non puoi neanche immaginarlo. Gigi è morto nel giorno in cui a me, senza saperlo, ho ricordato il mio vecchio direttore, Adolfo Caldarini. Ero sul terrazzo e c'era un sole tiepido, senza un alito di vento, stavo leggendo un racconto di un padre morente e d'un figlio che l'accompagna nell'ultimo tratto del sentiero e m'è tornato in mente lui, ormai malato, gonfio di cortisone eppur così attivo e ottimista come l'ho sempre conosciuto. Erano due persone agli antipodi, Adolfo e Gigi, salvo che per quella cortesia che trasforma in una festa ogni saluto. Quell'angolo di città murata, all'incrocio tra via Vittorio Emanuele e piazza Medaglie d'oro, da giovedì è più vuoto e un po' più poveri siamo anche noi, che invidiamo il cuor contento di Gigi e di Adolfo più del potere o delle ricchezze di qualsiasi altro uomo.

Foto by Leonora