sabato 14 settembre 2019

La donna più ricca del mondo (Addio Bruna)


Sette giorni, oggi. La donna più ricca del mondo se n'è andata sabato scorso e sono fiero, oltre che contento, di averla conosciuta e di potere ricordarla qui, dove "passava" spesso, commentando poi le sparute volte in cui ci incontravamo, quando tornava a Como o più spesso nelle occasioni in cui passavamo dalla sua Lavagna, in Liguria.
Bruna ha lasciato i suoi cari dopo settimane di silenzio e sofferenza, alle prese con un male che azzanna e fino all'ultimo non molla la presa. Aveva settantre anni ed era cugina di mia mamma, che l'ha pianta parecchio, sentendo scivolare via insieme con le lacrime pure la propria giovinezza.
Bruna era la donna più ricca del mondo, ho scritto, e non è stata una svista.
Non per i soldi, che quelli vanno e vengono e poi li lasci tutti, non portando appresso neanche una moneta, bensì per gli affetti da cui era contornata e per l'esempio di garbo, di eleganza, di compostezza che ha sempre dimostrato, compreso nei frequenti momenti in cui il destino le ha fatto masticare un pane amaro, risparmiandole poco o nulla.
Il contrappasso è stato vedere uno accanto all'altro, nel giorno del commiato, i molti parenti anche lontani, senza divisione alcuna, capaci di perdonarsi reciproche distanze, torti reali o presunti, litigi e incomprensioni che prima o poi arano il campo di qualsiasi famiglia. Bruna è stata mai forbici e sempre ago e filo, rammendando rapporti, evitando strappi, cucendosi la bocca, se necessario, limitandosi a qualche sguardo al cielo e a tanta, tanta pazienza.
Uno sforzo non vano, ripagato dal constatare quanto in gamba siano i suoi figli, Gabriele ed Alessia, che in questa prova ardua hanno mostrato di che pasta sono fatti, gestendo il tutto al meglio, come avrebbe voluto lei, come meriterebbe la dignità innata di ogni persona che mette piede sulla terra.
Si sente ripetere spesso, in circostanzi simili, quando si saluta per l'ultima volta la persona amata, che "siamo un po' più poveri tutti". No. Non è vero. In questo caso siamo tutti un po' più ricchi, perché condividiamo il suo insegnamento, il suo esempio, la sua ricchezza appunto.
So che da dove guarda e ci legge, ora, Bruna non dirà una parola eppure sorriderà serena, felice di aver vissuto una vita grama, ma feconda, pensando tra sé e sé: "E' stata dura, ne valeva la pena".

mercoledì 14 agosto 2019

Quoque tu (Quando nel brutto c'è del bello)


Mi chiedi spesso di parlartene, lo faccio raramente, poiché la politica è un fuoco e occorre attecchisca da sé, altrimenti si estingue presto oppure soffoca, per mancanza di ossigeno o eccesso di combustione.
Oggi, figlia mia, faccio eccezione, cedendo alle tue insistenze, non per "spiegarti" cosa accade in questi giorni convulsi, bensì per condividere la bellezza sottesa al di là e al di qua dei mille proclami, annunci, duelli, sgambetti.
Sì, chi conosce e apprezza la politica non si sgomenta né tanto meno inorridisce di fronte a ciò che per molti, la maggior parte, è soltanto teatro, torto, contraddizione.
La politica è ideale, ma pure strategia, tattica, manovre.
C'è del "bello" allora nel tentativo di Salvini di massimizzare i profitti di un paio d'anni in cui ha intercettato le simpatie di molti, spesso cavalcando le paure di tutti. Così come c'è del "bello" nella contromossa di Renzi e di Grillo, che pur di impedirglielo pare cancellino quanto detto negli ultimi cinque anni, rimangiandosi veti e giudizi sprezzanti nei confronti di chi fino a ieri era avversario e ora potrebbe diventare il principale alleato, secondo la logica del "male minore".
C'è del "bello" in tutto ciò, a patto di non essere prevenuti e di conoscere la politica, esattamente come avviene per la letteratura, la pittura e ogni forma d'arte.
Lascia dunque le urla, i lamenti, i giudizi sprezzanti agli sciocchi, ai supponenti, a coloro che si sentono superiori o indossano i panni di una parte, indignandosi senza riconoscere le buone ragioni degli altri.
Per fortuna la "politica" non è tutto (lo dimostrano i fatti: la società civile negli ultimi cinquant'anni ha retto e si è sviluppata non in "virtù" della politica, bensì "nonostante" la politica) e affrontarla laicamente, senza spirito da crociate, è il primo passo non soltanto per comprenderla e apprezzarla, ma pure per farla, rendendola per quanto possibile migliore.

P.S. Ne parlo raramente con te, Giorgina, più spesso con Giacomo, esattamente come facevo con mio padre: in un tempo non prefissato, spesso rubato, la sera, nella penombra di una stanza o sulle scale. Con il passare degli anni ho imparato molto, a cominciare dall'insofferenza per la demonizzazione dell'avversario, per chi non la pensa come me. Credo convintamente sia un male delegittimare l'altro, appiccicandogli etichette o, peggio, offendendolo. E' capitato sempre, accade tuttora: non me ne scandalizzo, tuttavia evito di farlo e prendo le distanze. Mi arrabbio così quando sento dare del "fascista" avventatamente, senza considerare cos'è stato il fascismo veramente (tra i leader attuali nessuno lo è, neppure lontanamente, poiché come ricorda uno storico preparato qual è Emilio Gentile, tutti i principali partiti o movimenti accettano le regole democratiche, pongono il voto del popolo a fondamento del governare), così come quando l'appellativo è "razzista", poiché per esserlo bisognerebbe sostenere innanzi tutto l'esistenza delle razze e poi la superiorità di una rispetto ad altre, mentre il confronto attuale e le differenze di opinioni attuali vertono sui flussi migratori.
Ragionare con la propria testa, impedire che ci si lasci imbavagliare da chi detesta la libertà di pensiero e preferisce l'insulto al dialogo, non avere pregiudizi, comprendere le ragioni degli altri, essere disposti a cambiare idea ed essere intransigenti soltanto riguardo la piena dignità dell'essere umano e ai suoi diritti inalienabili: queste e non altre sono le stelle polari che voi, figli miei, vorrei aveste sempre innanzi.

venerdì 12 luglio 2019

Pollicino (Le passioni salvano la vita)


Ho sempre pensato fossero i libri a salvarmi la vita, a renderla meno noiosa, banale, monotona.
Per questo ne ho sempre uno con me, come la coperta di Linus: quando sono in auto, nella sale di attesa, mentre faccio la coda o attendo un appuntamento.
Per questo ne ho riempito le case che abito, ogni locale, elemento di arredo e tatuaggio sui muri dell'uomo che sono diventato, del bambino che ne aveva una dozzina e del ragazzo che i primi soldi che guadagnava li spendeva in libreria, considerando ricchezza raggiunta il giorno in cui invece di attendere le versioni economiche ci si poteva permettere le copertine rigide dell'edizione prima.
Ho sempre pensato fossero i libri, invece era altro. È altro.
È la voglia di leggere, il piacere di farlo, il desiderio di conoscenza, di vivere altri mondi, altri tempi, altre storie che non siano la mia, ma che con la mia si incrociano, diventando di due una.
Ho letto centinaia, migliaia di libri, non ne ho scritto uno. "Sarei un ottimo scrittore se soltanto avessi qualcosa da dire" ripeto spesso, mentendo per primo a me stesso.
A mancarmi non è la fantasia, né l'ambizione, così come illusorio è attendere una passione forte, un fuoco dentro. La gioia, il dolore, lo struggimento e tutto l'arcobaleno dei sentimenti possono fare da scintilla, ma - ne sono sempre più convinto - la differenza la fanno la determinazione, la caparbietà, la perseveranza, la volontà di farlo. Farlo. Non pensarlo. "La differenza tra fare una cosa e non farla è farla". Scriverlo. Una pagina dopo l'altra, alcune con fatica, altre con leggerezza, come mi ha detto una persona che stimo.
Forse lo farò, forse è giunto il momento. Nel frattempo resta questo blog, briciole di pane sparse alla rinfusa, che a guardarle dall'alto somigliano al percorso un po' strambo ma lineare di un moderno Pollicino e, nel bene e nel male, lasciano una traccia di me, che ai libri e alle parole debbo molto.

P.S. Ho cominciato questo post con altro intendimento, partendo dagli occhi spenti di una donna incontrata per caso, afflitta da un dolore dilaniante, delusa dalla vita, poiché essendosi appoggiata completamente a un uomo, quando lui l'ha lasciata è caduta lei e le è crollato tutto attorno. Mentre l'ascoltavo, mentre avvertivo sotto pelle il suo tormento, pensavo a cosa avesse lasciato scampo a me, al motivo per cui neppure nei momenti più bui dell'esistenza ho avvertito un vuoto tanto tremendo. La prima immagine che mi è venuta in mente sono stati i libri e da lì è partito tutto.

Un anno con noi (Il bene vero)

Sei arrivato ufficialmente a casa nostra un anno fa e hai scombussolato tutto, con quel tuo sguardo vispo, anche se a volte assente, poiché profondo è il vuoto che già da piccolo ti si è spalancato innanzi e lacerante il dolore dell'assenza, dei pezzi che ancora ti mancano.
Vorrei scrivere spesso di te, resisto per pudore, perché c'è un'intimità che non va violata, oltre a una ricchezza di emozioni, di situazioni, di sentimenti che per raccontarla tutta ci vorrebbe un libro.
Hai picchi di dolcezza, di affabilità, di purezza che ti invidio, che raramente ho notato in qualcun altro, così come in alcuni dettagli leggo le cicatrici che le ferite ti hanno lasciato.
Vorrei scrivere più su di te, per un motivo semplice: un giorno passerai di qua e troverai tracce che avevi dimenticato. Lo faccio con discrezione e parsimonia, perché è vero che certe cose le capirai quando sarai più grande, ma il nocciolo di quanto ci lega è chiaro in ciò che viviamo ed esiste un codice non scritto che sono certo si imprimerà in noi, a prescindere da cosa ricordiamo nel dettaglio.
Per adesso lasciami annotare questo: sei una benedizione per la nostra famiglia, per noi, che riceviamo più di quanto diamo e anche se spesso lo diciamo per abitudine o convenzione, il bene che ci vogliamo è un bene vero.

domenica 7 luglio 2019

Meno paure (Siamo più grandi dei nostri errori)


Vi osservo, da lontano. Mi hanno insegnato che l'ideale per chi vuole educare è stare un passo indietro, ne faccio anche due, tre, cento, cercando l'acrobazia più improbabile: esserci, pure quando non ci sono.
Non sono perfetto, lo so, lo sapete, ed è un peso al netto, poiché il peggio di me lo tengo nascosto, un po' per proteggervi, un po' per codardia, perché siamo tutti leoni finché non ci inoltriamo nel bosco.
Penso ai maestri che ho avuto, a mio padre soprattutto, ai suoi molti difetti e al pregio di dare raramente ordini, di imporre nulla o poco, concedendo autonomia, mai sostituendosi a me, neanche quando era certo avessi torto. Riusciva a farsi obbedire, con l'esempio, parlando al momento opportuno, non urlando, abbassando semmai di un tono la voce quando voleva essere ascoltato.
 "Si fa così" è una frase che da lui ho sentito di raro, "devi fare così" ancora meno. Non aveva studiato, non era istruito, aveva la saggezza delle persone di spessore, che sentono ciò che non sanno, che sanno anche quanto non conoscono.
Vi osservo, da lontano. Ciascuno con il proprio stile, con un filo tenue che vi accomuna e che colgo soltanto prestandovi attenzione. Non siete migliori degli altri, dei ragazzi della vostra età, ma il meglio di voi credo abbia origine nell'imperfezione di chi vi ha preceduto, di chi non può essere posto su un altare e inciampa ogni giorno, comprese quelle piccolezze che rendono così piccino l'essere umano. Un trampolino, per voi, uno sprone a essere diversi e nel contempo una polizza d'assicurazione, poiché gli sbagli sono il mezzo attraverso cui impariamo ("Ogni errore è una possibilità educativa" ripete sempre Paolo) e di sbagliare non dovreste aver paura mai, se non per il male che si prova quando si sbatte il muso.
Vi osservo, da lontano. E ad essere sempre più "lontano" da voi, dai miei figli, mi alleno. Perché se è vero - com'è vero - che si diventa adulti soltanto quando si resta senza genitori, le nostre generazioni hanno un problema di sfasamento: rischiamo di rimanere figli - con le conseguenze positive e negative del caso - fino ai sessanta o settant'anni, quando ormai le scelte di un'esistenza sono state prese o rinviate, del tutto, senza appello.
Ecco perché occorre trovare un nuovo equilibrio, un coraggio maggiore nel prendersi responsabilità, nell'ottenere autonomia, nello "stare in piedi" da soli, insomma, con meno timori e nessun imbarazzo.

P.S. Ho citato una frase di Paolo Ferrari. Lavorandoci assieme ormai da anni potrei scriverne un libro, se soltanto avessi più intraprendenza e fossi meno pigro. Anche che "per educare è necessario stare un passo indietro" l'ho imparato da lui. Così come questa: "Se io educatore non credo che l'altro sia più grande dei suoi errori, non posso educarlo, perché non esisterebbe lo spazio educativo, di crescita. Lo spazio educativo lo si offre, rischiando, fidandosi del fatto che l'altro possa crescere".
Fidarsi, rischiare, sbagliare, imparare. Vorrei saperli declinare al presente, ogni giorno, con i miei figli e non solo.

sabato 6 luglio 2019

Meno Social (La rivoluzione esaurita)




Il primo segnale, la prima increspatura, c'è stata un anno fa, ma era troppo lieve, troppo sottile per darvi peso e lasciare traccia.
Lo riconosco ora, che il solco s'è fatto più profondo e quella vertigine iniziale per i social s'è trasformata via via in distanza, circospezione, freddezza.
Lo scrivo qua poiché, dodici anni fa, questo stesso blog era stato diario di un'infatuazione storica, di una scoperta dirompente, di un nuovo modo di relazionarsi con gli altri e di scoprire il mondo, grazie a opportunità soltanto immaginate prima.
I social network sono stati una vera rivoluzione pacifica e sono fiero di averla vissuta non passivamente, bensì da protagonista, cogliendo le novità che di volta in volta si affacciavano dapprima sullo schermo dei computer, poi sui tablet, infini sui telefonini, che hanno permesso un accesso continuo ed immediato, quasi fossero una protesi, un'estensione delle mani, della mente, della parola.
Twitter, Facebook, Instagram... Sono stato tra i primi ad usarli, a viverli, sarebbe meglio scrivere, e Facebook e Instagram li utilizzo tuttora, ma - giusto riconoscerlo - molto più distaccato, molto più disincantato, molto più spettatore e meno protagonista.
Credo sia una circostanza personale, ma pure una tendenza diffusa, un cambiamento che non porterà a una cancellazione di questo tipo di strumenti, ma a una derubricazione d'interessa, a uno dei molti "attori" sulla scena e non più a incontrastato protagonista.
Vale per la mia generazione e ancor più per quelle che la seguono, specialmente per i ragazzi e le ragazze che con i social convivono dalla loro nascita e per i quali la "sbornia" passa anche prima.
Considerando che non siamo i primi ad essere scesi dalla pianta e la storia è maestra di vita, per convincermi faccio l'esempio della televisione. Mio padre l'ha "scoperta" nella sua maturità ed in casa nostra è diventata presto un totem, occupando tutti i momenti lasciati liberi dal lavoro o dallo svago in compagnia. Il televisore era sempre acceso, anche durante il pranzo e la cena e ce n'era uno in cucina, uno in salone, uno in ogni camera da letto. E non solo c'erano i televisori ed erano accesi, bensì catturavano l'attenzione, si guardavano ovunque, e il suono che più ricordo della mia infanzia è stato: "Shhhhh", a indicare silenzio, per fare sentire ciò che si diceva in televisione, per non fare perdere una parola.
Sono cresciuto così, felice e senza trauma apparente, imparando un sacco di cose, non ultimo il lavoro che attualmente faccio e che mi fa alzare contento ogni mattina. Di contro, attualmente a casa mia il televisore resta a lungo spento, non è mai acceso quando si mangia ed è tornato "a misura d'uomo", quasi che io a differenza di mio padre sia stato vaccinato e diventato autoimmune, evitando l'esagerazione di una stortura.
Sono convinto - un'intuizione, senza prova scientifica alcuna - che  lo stesso accadrà con i social. Lo sforzo che faccio è provare ad immaginare cosa grazie è cambiato per sempre e cosa invece è mutato ma non nella sua essenza e passato il bagliore della rivoluzione torneremo a vederlo ed apprezzarlo nella giusta luce, ritrovando un equilibrio che come tutti gli innamorati abbiamo perso, ma alla fine sempre torna.

P.S. Il tema dei social network e della loro evoluzione chiama in causa ciò che reputo adesso, ma pure come la pensavo prima. Qui l'elenco incompleto di qualche post in cui ne ho parlato, in passato.
Ad esempio c'è stato un Giorgio a.F. (avanti Facebook), oppure sulla Generazione Social Network, oppure su Twitter, che è stato il primo che ho "abbandonato", mentre allora mi pareva tanta roba.

venerdì 5 luglio 2019

Meno teoria (Imparare, dalla vita)


Imparo sempre, da tutti. Da coloro con i quali cammino accanto, fianco a fianco, per scelta, così come da quanti incrocio per caso, in un istante che illumina la strada.
Nei giorni scorsi sono stato testimone di storie che per motivi differenti hanno offerto lezioni di vita.
La prima ha per protagonista Mustafà, il portiere della squadra di calcio del San Carlo, che ha vinto il torneo dei rioni al mio paese. Mustafà viene dal Senegal, ha poco più di vent'anni e la pelle colore della notte, ma non la nostra, la sua, quella di quando in Africa non c'è la luna. Mustafà non doveva giocare, qualcuno aveva storto il naso e sulla scia di quanto avviene per questioni simili la discussione sui principi stava portando al muro contro muro o al tavolo ribaltato, della serie: "Se è così ciascuno per conto suo e non facciamo nulla". Poi la squadra in questione non aveva il portiere, la necessità è diventata virtù e quello che la teoria impediva s'è trasformato nei fatti in un'opportunità di comprensione, di integrazione, di crescita. Il San Carlo ha meritatamente vinto il torneo, anche grazie alla bravura di quel ragazzo che non ha cittadinanza italiana ma un talento utile per gli altri e chi prima storceva il naso alla fine ha festeggiato con lui, come meritava.
La seconda riguarda il tennis, tre ragazze del Circolo Città dei Mille di Bergamo, sconfitte l'anno scorso davanti al pubblico di casa nella finale dei playoff nazionali e che quest'anno la stessa finale l'hanno vinta, a Messina. Un successo che corona una stagione intera ma che personalmente mi ha impressionato per la varietà delle giocatrici e nel contempo la possibilità di fare leva proprio sulle diversità per centrare un obiettivo, dimostrandosi una squadra.
Ksenia è una professionista, gioca per denaro, gira mezza Europa per tornei ed è una macchina. Lo sport per lei è uno scalino, uno strumento, e lo approccia con lo stile con cui i suoi avi pescavano nei laghi del Kirghizistan, con metodo e costanza, poca fantasia, molta efficienza, puntando al risultato, senza fronzoli o filosofia.
Chiara, la più giovane del gruppo, è colei che mi ricorda più i miei figli, Giacomo soprattutto. Lo scrivo perché così come per lui ho l'impressione che invece di essere sottoposta a pressione per giocare al meglio abbia bisogno di mente sgombra, di tranquillità, di lasciare che il braccio e le gambe ragionino, non la testa. Il talento non le manca (come ha dimostrato nel tie-break finale e decisivo del doppio), è lo sprone altrui, la carica a molla che per lei rischia di diventare una briglia.
Infine Stefania, una persona speciale, che conosco e ammiro da anni ed è una dimostrazione infinita di cosa significhi non mollare mai, andare oltre l'ostacolo, avere cuore, anima, grinta. Non per caso in due campionati di fila non ha perso una partita, portando a casa pure il singolo di Messina. "Sul campo do tutto, non sempre seguo la ragione, agisco d'istinto e sono impulsiva" ha scritto su Instagram. E' vero, per questo ogni volta che gioca mi emoziona ed è diventata per me un esempio, nel lavoro, nella vita, tanto che quando sono tentato di lasciare perdere - mentre sto scrivendo un articolo oppure quando corro sotto il sole cocente e avverto forte la fatica oppure quando affronto una discussione che non mostra traccia di soluzione alcuna... - me la immagino in campo, con la sua faccia seria, la postura che la fa sembrare più imponente di quanto in realtà sia, e stringo i denti, tengo duro anch'io, scoprendo che per imitazione si possono apprendere doti preziose quanto rare, quali la determinazione, la tenacia, la perseveranza.

P.S. "Gli innocenti non sapevano che quella cosa era impossibile e la fecero". La fecero. Fatti, non parole. Storie, non teoria. Lo appunto qui, poiché anche io corro il rischio di arrovellarmi sulle idee, di incaponirmi sui principi. Nella vita però è importante sì fissare alto lo sguardo, ma altrettanto tenere i piedi saldi per terra, sporcarsi le mani anche, impastare le idee con il sudore della fronte, i sacrifici, la fatica, l'esperienza. Lasciando che tutto ciò sia come il greto di un torrente, di un fiume, che non lascia mai tali e quali i ciottoli che incontra, ma li leviga, modella, trasforma.

giovedì 30 maggio 2019

"Paraculi imperant" (Addio Maurizio)


Se n'è andato solo, come presumo sia sempre vissuto, pure quando era in mezzo alla gente, su un trespolo ad arbitrare partite di pallavolo, sul sedile di un pullman o di un taxi, dietro la scrivania di una redazione, non a caso dando le spalle a tutti gli altri, tra pile di fogli e di fronte soltanto il computer acceso e un pezzo da scrivere, mai finito.
La prima ed unica volta in cui ho stretto la mano a Maurizio Del Sordo è stata alla fine del 1987, io giovane aspirante collaboratore de "La Provincia", lui appena assunto e assegnato al settore delle cronache locali. Debbo a lui alcune nozioni che mi si sono stampate a fuoco (l'accento acuto che va sul "perché", la differenza di utilizzo tra il "ma" e il "bensì"), mentre altre le ho scordate in tempo zero (come distinguere un maresciallo da un brigadiere o da un tenente dei Carabinieri osservando le mostrine sulla divisa).
Nei corsi e ricorsi professionali me lo sono ritrovato accanto in mille occasioni, limitandomi alla cortesia di coloro che non si sporcano le mani, di chi è bravo a parole ma non entra in relazione vera con l'altro, specialmente quando l'altro è spesso trasandato, un uomo di un quintale e passa con la faccia da bambino, il maglione sempre identico, le manie e quel modo lunare di porsi, che non si capisce mai se c'è o se ci fa, se lo sciocco è lui che parla o io che gli do ascolto.
Maurizio se n'è andato ieri, senza esserci mai realmente "stato", come avviene a tutti gli strani, i timidi, gli eccentrici, i disperati, gli anticonformisti, bizzarri, stravaganti...
Di lui mi rimarrà il senso di colpa per non essergli mai stato vicino, veramente, e alcune battute caustiche, per prima questa, che mi ripeteva spesso, facendo il verso a un motto trito e ritrito, per irridere di volta in volta coloro che scuotendo il capo sentenziavano: "Mala tempa currunt": "Mala tempora currunt... Paraculi imperant" chiosava lui.
Non l'ho mai detto a Maurizio, ma tra quei "paraculi" ho sempre sperato di non esserci io, anche se in fondo è impossibile e alla fine o si è come lui, lontani da questo mondo in tutto e per tutto, oppure un po' "paraculi" lo si è sempre.
Importante è esserne consapevoli, non suonare falsi o ipocriti e ricordarsi che per un Maurizio che non c'è più altre decine di Maurizio ci vivono accanto e scivolano via, tra l'indifferenza, ogni giorno.

venerdì 24 maggio 2019

Io sto con (nonna) Anna


Questa volta non me l'hai detto, sono certo tuttavia che l'hai pensato, perché in cinque anni sei cambiata parecchio, non nell'essenza, nella donna concreta che sei, che le chiacchiere vanno bene ma poi bisogna badare ai fatti, come mi dimostri spesso, a casa innanzi tutto.
"Certo che tu... non mi hai portato un voto" mi avevi detto la volta scorsa, la prima in cui ti candidavi a consigliere comunale, con quell'ingenua esuberanza che è il carburante migliore per chi davvero vuole cambiare le cose, come in effetti poi insieme con i tuoi colleghi hai fatto.
"Certo che tu... non mi hai portato un voto" mi avevi detto, tanto che io un po' per difendermi, un po' perché ho stima per la persona che sei, ne avevo tratto lo spunto per un post, in cui raccontavo divertito che eri talmente entrata nella parte che ormai ragionavi soltanto in termini di voto.
Quel tempo, quella tensione è tornata puntuale cinque anni dopo, oggi, dopo che hai deciso di ricandidarti, senza essere snob, come invece sarei io, che di chiedere il voto mi vergognerei, che mi sembrerebbe una mancanza di gusto, di tatto. Sbagliando. Perché hai ragione tu ed è una delle tante lezioni di cui ti sono grato: occuparsi del bene pubblico non è un favore che si fa, è un impegno che si prende, e cercare il consenso ha altrettanto valore di risolvere i problemi grandi e piccoli che in un paese ci sono.
Non starò qui ad elencare le mille faccende di cui ti sei occupata, né lo stile con cui l'hai fatto, né la dedizione assoluta che hai dimostrato, con una presenza quotidiana in Comune e soprattutto in mezzo alla gente, dove ti trovi a tuo agio. Non lo faccio perché chi ti conosce lo sa benissimo e ti apprezza per questo, mentre gli altri faticherebbero a comprenderlo appieno.
Semmai mi interessa dirti grazie perché hai portato in casa nostra, nella nostra famiglia, una passione civile che è sempre stata un mio pallino ma che da solo, da spesso assente quale sono, non avrebbe contagiato nessuno.
A volte, quando tornavo da Bergamo e ti trovavo a parlare del Comune con Giorgia, con Giacomo (con Giovanni meno, è ancora "piccolo" e giustamente spesso l'ho sentito lamentarsi con un: "Eh ma che due scatole!!!") mi si riempiva il cuore, vedendo in voi me stesso, con mio padre, trent'anni prima, ma anche per la certezza che entrambi, discutendo, sareste cresciuti, avreste mutato le vostre posizioni di partenza, talvolta cambiando opinione, talvolta invece rafforzandola, poiché la discussione è una fucina e il metallo che ne esce è sempre migliore di quello grezzo.
Il vero miracolo l'hai fatto però con mia madre, la "nonna" Anna, che di certe vicende non s'è mai occupata e anche adesso tende a disinteressarsi, eppure - grazie a te - è stata lei a intercettarmi e a chiedere e dire la sua, riferendo puntuale ciò che riportavano i giornali oppure le chiacchiere al bar, i complimenti e le lamentele, i pareri su ciò che andava fatto o quello che era meglio lasciar perdere.
E' capitato così che in Comune ci sei andata tu, ma portandoti appresso l'intera famiglia, il più piccolo ma al tempo stesso coeso Parlamento che la democrazia abbia mai sfornato.

P.S. Lo so, lo so pure adesso a cosa stai pensando. Questo: "Sì, grazie, però non hai scritto che la lista è "Vivere" e mi chiamo Dominioni di cognome". No, non è vero, non l'hai pensato, però adesso che l'hai letto t'è venuto in mente! Sorrido, perché sei unica, anche in questo.

domenica 19 maggio 2019

Stabat Mater (Diminuiamo le distanze)


In questo maggio che sembra marzo colleziono incontri che aprono il cuore e riconciliano con il mondo, facendomi stare bene.
Il verbo "stare" non l'ho scelto a caso.
Abituato come sono alle parole, pur riconoscendo ad esse un valore immenso, comprendo che il verbo "stare" e le azioni che lo mettono in pratica vanno a braccetto con l'essere e fanno la vera differenza. Sul lavoro, come nella vita, nei rapporti, nelle relazioni.
"Stare" in mezzo alla gente, tra amici, insieme con i colleghi, accanto alle persone a cui si vuole bene.
Stare di più, "abitare" luoghi, diminuire le distanze: un buon proposito per i mesi che ci si dispiegano innanzi.
L'ho imparato per primo da mia madre, che anche ieri mi ha "costretto" ad essere vicino a fratelli che davano congedo a un defunto e poi a far visita ad una persona a cui mio padre era legato e che gli anni hanno piegato, senza spezzarlo.
Ho usato il verbo "costringere", pur se non ha alzato la voce né supplicato o messo in scena quei piccoli ricatti che a volte io stesso, subdolamente, attuo per forzare una scelta che ritengo corretta, giusta.
Semplicemente, ha chiesto. Non soltanto a parole, bensì con gli occhi, con un tono di voce da "mendicante di fraternità" che non impone nulla e lascia libertà di decidere all'altro.
Se tuttavia non ci fosse quel legame tra madre e figlio, quel cordone ombelicale d'amore reciproco, non avrei colto l'urgenza della richiesta, perdendo l'occasione di "stare" insieme con gli altri, restando più povero io. Anche per questo gli sono grato: apparteniamo a una specie vivente - quella umana - che ha nella capacità di collaborare, di cooperare, il punto d'appoggio della leva che solleva il mondo: aiutarsi a vicenda, consigliarsi, ascoltare l'altro, correggersi, comprendere le fragilità e farsi forza sono le azioni che rendono unici e ci distinguono, in meglio.