domenica 19 maggio 2019

Stabat Mater (Diminuiamo le distanze)


In questo maggio che sembra marzo colleziono incontri che aprono il cuore e riconciliano con il mondo, facendomi stare bene.
Il verbo "stare" non l'ho scelto a caso.
Abituato come sono alle parole, pur riconoscendo ad esse un valore immenso, comprendo che il verbo "stare" e le azioni che lo mettono in pratica vanno a braccetto con l'essere e fanno la vera differenza. Sul lavoro, come nella vita, nei rapporti, nelle relazioni.
"Stare" in mezzo alla gente, tra amici, insieme con i colleghi, accanto alle persone a cui si vuole bene.
Stare di più, "abitare" luoghi, diminuire le distanze: un buon proposito per i mesi che ci si dispiegano innanzi.
L'ho imparato per primo da mia madre, che anche ieri mi ha "costretto" ad essere vicino a fratelli che davano congedo a un defunto e poi a far visita ad una persona a cui mio padre era legato e che gli anni hanno piegato, senza spezzarlo.
Ho usato il verbo "costringere", pur se non ha alzato la voce né supplicato o messo in scena quei piccoli ricatti che a volte io stesso, subdolamente, attuo per forzare una scelta che ritengo corretta, giusta.
Semplicemente, ha chiesto. Non soltanto a parole, bensì con gli occhi, con un tono di voce da "mendicante di fraternità" che non impone nulla e lascia libertà di decidere all'altro.
Se tuttavia non ci fosse quel legame tra madre e figlio, quel cordone ombelicale d'amore reciproco, non avrei colto l'urgenza della richiesta, perdendo l'occasione di "stare" insieme con gli altri, restando più povero io. Anche per questo gli sono grato: apparteniamo a una specie vivente - quella umana - che ha nella capacità di collaborare, di cooperare, il punto d'appoggio della leva che solleva il mondo: aiutarsi a vicenda, consigliarsi, ascoltare l'altro, correggersi, comprendere le fragilità e farsi forza sono le azioni che rendono unici e ci distinguono, in meglio.

giovedì 25 aprile 2019

Dentro me vivi sempre (parlarsi senza usare la voce)


Venticinque aprile. Che sia davvero una "liberazione", dai cattivi pensieri, dagli affanni inutili, dalle distrazioni vane, dalle priorità capovolte, dalle divisioni dannose.
Venticinque aprile e tu non ci sei più, a ricordarmi che i gesti contano più delle parole, che la generosità è moneta che paga sempre, che una mano basta per proteggere i figli, perché con l'altra occorre spingerli.
Venticinque aprile è un vaso vuoto quando perdiamo il desiderio di valori condivisi, quando crediamo di essere migliori degli altri, quando saliamo sul piedistallo e tutti ci sembrano piccini.
Tu non avevi questa tentazione, nessuno ti ha innalzato mai, tanto meno lo hai fatto da te stesso, restando l'uomo a cui non pesava la fatica delle braccia, anche se compravi e leggevi tre giornali e sapevi distinguere i "poveri" da chi banalmente non ha soldi, dai disperati.
Non so perché mi sei venuto in mente, senza un motivo apparente, una ricorrrenza personale.
Forse succede perché se sbando sei la mia stella polare oppure perché attraverso ciò che provo io possano trovare consolazione pure gli altri, coloro che vivono in affanno, che hanno timore di perdere le persone care.
Le persone care non le perdiamo mai. Possiamo non vederle, ascoltare la loro voce, parlarci, ma vivono dentro noi, sempre.
Proprio come te, che ritrovo talvolta allo specchio, nei tratti del viso che cambia e finisce con l'assomigliarti, che nella mia testa parli senza usare la voce, quasi sempre senza chiedere il permesso, spesso facendo capolino con i tuoi motti, le frasi lapidarie.
Dentro me vivi sempre, anche se non ti cerco nelle fotografie, se piango mai o raramente, se non ti nomino di frequente. Tranne oggi, in questo venticinque aprile in cui dovremmo essere tutti uniti invece ci dividiamo e io, per sapere dove andare e come comportarmi, devo ricordarmi da dove sono arrivato, chi mi ha messo al mondo e insegnato a camminare.

sabato 30 marzo 2019

I propri panni (Competitivi e collaborativi)


Vedo te, rivedo me. In meglio. Pur se non mancano caratteristiche che ci accomunano: su una di esse mi sono soffermato ieri l'altro, riflettendo sull'esistenza di persone che hanno un carisma, una capacità di essere leader, di trainare gli altri, affascinandoli, conquistandoli senza neppure bisogno di aprire bocca, semplicemente ponendosi di fronte, con l'atteggiamento, la postura, lo sguardo.
Una sorta di "tocco magico", una dote naturale che non possiedo: lo ammetto senza imbarazzo, né provando invidia o rammarico.
C'è stato un tempo in cui ho compreso di non essere come chi possiede quel magnetismo.
L'istante esatto, ora che ci penso, è stato da bambino, undici o dodici anni, quando volevo convincere i miei compagni di gioco a nominarmi capo dei cowboy: tre su quattro erano d'accordo, uno si è opposto, andandosene e lasciandomi con un palmo di naso, nonostante per un paio d'ore avessi tentato di convincerlo, illudendomi a lungo di esserci riuscito.
Passando gli anni mi sono via via convinto di essere piuttosto uno spirito gregario, un'ottima spalla, un compagno ideale e in certi contesti un capo, ma costruito, imparando a condurre, a prendermi responsabilità, conscio di avere molti limiti, di essere diverso da quelle (rare) persone che lo sono in modo naturale, che sembrano quasi sollevarsi senza sostegno.
Di recente ho affinato il pensiero e proprio grazie a te, osservandoti giocare a calcio, analizzando le difficoltà con cui devi fare i conti, formulando una teoria in base a cui esistono almeno due spiriti: quello agonistico, competitivo e quello cooperativistico, collaborativo.
Il primo è tipico dei vincenti, di coloro che non hanno altro scopo che il raggiungimento dell'obiettivo, con un desiderio costante e dominante. Sono quelli che se li osservi da fuori ti pare che abbiano più "voglia" di imporsi e se praticano discipline individuali sovente vincono, mentre in quelle a squadre fanno da punto di riferimento, caricandosi sulle spalle i compagni quando sono in difficoltà.
Anche i secondi vogliono vincere e spesso ci riescono, ma hanno uno stile differente, una sensibilità che manca di sfacciataggine, che comprende lo scrupolo, che coltiva il dubbio, che scende a patti con il fallimento (mentre gli altri, i vincenti, i competitivi, la sconfitta non lo tollerano affatto) e tale fragilità a volte compromette il raggiungimento dell'obiettivo.
Sii te stesso dunque, poiché nella vita innanzi tutto è importante dare valore a ciò che si ha, con la certezza che l'abito migliore da indossare è sempre il proprio.

giovedì 7 marzo 2019

Assunta in cielo (Quando l'amore cura, davvero)


Per una vita è stato il suo Angelo, anche se negli ultimi anni ha passato un inferno.
Ieri ho imparato da lei cosa significa "amore" quando c'è davvero, quando rimane nudo, spogliato di ogni incipriatura, belletto e tornaconto.
L'ha fatto con un piccolo gesto, chinandosi sulla cassa di legno chiaro che conteneva il marito, nell'istante preciso in cui il portellone del carro funebre si stava chiudendo, facendo un passo avanti e non limitandosi ad un tocco svelto, bensì cingendo la bara con entrambe le braccia, gli occhi colmi di lacrime ma il viso sereno, salutandolo per l'ultima volta, quasi a trattenerlo, anche se in animo suo sapeva che l'unico modo per farlo era lasciarlo andare, chiudere il cerchio.
La mente, la mia mente, pensava al sollevarsi da un peso; il cuore, il suo cuore, provava soltanto un dispiacere immenso per la separazione, oltre che una riconoscenza infinita per quanto aveva ricevuto donando.
Assunta negli ultimi anni s'è caricata sulle spalle Angelo in tutto per tutto, tenendogli la mano e standogli giorno e notte accanto nel declivio ripido di una malattia due volte infida, poiché alla sofferenza fisica somma l'assenza mentale, un distacco anticipato dal mondo.
Se n'è presa cura con l'intera famiglia, ma mostrando un'energia, un piglio e una determinazione da generale dell'esercito, senza volerne sapere di ritrarsi neppure un giorno nelle retrovie e restando baluardo in prima linea, come se fosse compito suo soltanto, dimostrando un legame più simile tra madre e figlio che tra moglie e marito.
Il vuoto che Angelo ha lasciato, per chi gli voleva bene, per chi da lui è stato generato, si riparerà, poco a poco, ne sono certo, non esistendo cicatrice più tenace del tempo.
La lezione che abbiamo imparato in questi anni da Assunta mi auguro invece non passi mai, poiché riguarda ciò che di più intimo ed originale ha l'essere umano. Una grandezza racchiusa nella semplicità della pazienza, nella condivisione della sofferenza, nel sacrificio fatto senza pretendere medaglie al petto, in silenzio, per "amore" appunto.
Ne scrivo qui, ignorando il suo riserbo, poiché credo sia giusto dire grazie a lei e alle moltissime Assunta - madri, mogli, figlie, figli, mariti, padri, fratelli, sorelle... - che in silenzio danno il meglio di sé aiutando chi è a loro vicino.

P.S. Ieri a Flavia, sua figlia, ho detto che le parole in certi momenti non servono. Lo penso davvero. Il dolore per la morte del padre lascia ciascun figlio solo, smarrito, e non esiste consolazione immediata, efficace. Si resta come sospesi su una rupe e non passa fino a che in quel mare non si cade dentro: si può trattenere il fiato più a lungo possibile oppure bere subito l'acqua d'un fiato, si torna alla serenità soltanto riemergendo in superficie e ricominciando a respirare nuotando, pian piano.

sabato 2 marzo 2019

Dritto negli occhi (Vedere, pienamente)


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Li hai compiuti quasi un mese fa, ho aspettato fino ad oggi, per non dare nulla per scontato, per evitare che il mestiere sostituisse il sentimento, per sorprenderti, perché lo stupore dovrebbe essere sempre l'ingrediente principale di un regalo.
Un regalo è quello che tu consegni a me, ogni giorno, con i tuoi abbracci affettuosi, le battute di spirito, i gesti buffi, persino le bizze e i momenti scostanti del tuo carattere tumultuoso, mai domo né sazio.
Vivi un tempo di pienezza, anche se non ne hai completa consapevolezza e tutto sembra di passaggio, un'ascesa infinita, di cui si scorge a malapena l'origine mentre avvolto nella nebbia è tutto il resto.
Stai crescendo, com'è giusto che sia, però la spinta propulsiva dell'adolescenza è giunta al culmine e a breve ti troverai anche fisicamente su un piano inclinato, una discesa dolce che chiamiamo maturità e ci trasforma fuori e soprattutto dentro.
Ti prendo in giro spesso, risultando a volte tignoso o irritante, ma niente affatto preoccupato, convinto come sono che saprai affrontare ogni ostacolo e gustare ogni gioia, facendo leva sui tuoi molti talenti e senza perdere la bussola, ricordando dove vuoi arrivare ma prima ancora da dove arrivi, dove hai radici.
Guardare l'altro sempre dritto, negli occhi. Questo ti chiedo, questo è quanto io per primo cerco di fare ogni giorno, con chiunque mi trovo innanzi, in special modo i più umili. Vederli, pienamente, senza spocchia, senza supponenza, senza limitarsi a sguardi superficiali e distratti. Lo scrivo in questi giorni, in cui per primo io a volte ho l'impressione di essere osservato da alcuni - per fortuna non dagli amici o in famiglia - quasi fosse trasparente o con una protervia che mi lascia sgomento, abbattutto, prima ancora che arrabbiato, indispettito, furente. Non è mai l'azione altrui che dobbiamo prendere a pretesto per diventare peggiori di quanto siamo, è sempre la nostra reazione che ci qualifica e ciò risulta consolante, poiché sull'azione altrui abbiamo poco o nessun potere mentre sulla reazione nostra il dominio è assoluto, dipende da noi, completamente.

P.S. Ieri e oggi ti sei concessa un giorno con tua madre, alle terme. Lo so, quello è un vero regalo, di sostanza e non quelli che faccio io, a parole. Però so che mi vuoi bene lo stesso e anche questo dimostra quanto grande sia l'amore che ti lega a me, che unisce padri e figlie.

venerdì 1 febbraio 2019

Dimmelo tu (Edward e la Generazione Z)


Dimmelo tu. Dimmelo tu, che scuoti il capo e ammonisci dove mai tutta questa tecnologia ci porterà, che oggi è peggio di ieri, che chissà cosa il futuro ci riserverà.
Dimmelo tu come faccio a non avere fiducia in quei ragazzi che ieri hanno organizzato uno spettacolo di serata, ciascuno con un proprio ruolo, tutti insieme appassionatamente con entusiasmo, bravura, coraggio, energia.
Dimmelo tu come posso evitare di sorridere e avere il cuore colmo di stupore e speranza quando oggi, come da due anni ogni venerdì mattina, siedo in mezzo a ragazzi di sedici e diciassette anni che il lunedì entrano nella redazione del Mediacenter senza idea di dove siano finiti e cinque giorni dopo si trasformano in cameraman, assistenti alla regia, attrezzisti, autori di testi, videomaker e compagni di un viaggio che dura poche ore e al tempo stesso una vita.
Dimmelo tu che sbaglio mentre tu vesti i panni di zio Vania e io mi sento Edward, il più grande uomo del Pleistocene.
Sì, è vero, nel libro Edward muore e così morirò anch’io, “ucciso” dai miei stessi figli, come lui, ma: primo, “morirò” soltanto professionalmente, perché mi ruberanno il posto, com'è giusto che sia; secondo “morirò” felice, perché quel posto sarà preso da qualcuno che lo merita davvero, qualcuno che già adesso per molti aspetti è migliore di me e a sua volta, un giorno - neppure troppo lontano, nella storia milionaria del mondo - lo lascerà ad altri, che seguiranno, in quell’infinita catena di padri e figli, di madri e figlie, che chiamiamo "esseri umani" ed è una ruota che gira.

P.S. Giovanni è anche figlio tuo, ha preso da noi metà e metà, e ieri sera sbirciavo di sguincio i tuoi occhi emozionati, mentre intervistava gli ospiti da dietro la scrivania, elegante, con la camicia bianca e il farfallino rosso, brillante, come mai avrei immaginato, capace di ricacciare l'imbarazzo di trovarsi di fronte al pubblico, per la prima volta. Anch’egli, come i suoi coetanei, è cresciuto a pane e videogiochi e tv e telefonino: dimmelo tu se è peggiore di noi o anche soltanto diverso, nell'essenza.

mercoledì 23 gennaio 2019

Il tratto distintivo (Mettersi nei panni dell'altro)


La mamma è diventata più brava di me pure con le parole e ti ha scritto un messaggio bellissimo ("Vivi sempre il domani con gli occhi di oggi, con il tuo altruismo e la tua serietà, con la tua sensibilità e la tua empatia, con il tuo essere unico e speciale"), a cui non posso aggiungere altro, avendo colto perfettamente l'essenziale di ciò che sei, i tratti che ti distinguono.
Non mi resta allora che abbracciarti, salendo sulle punte e appoggiando per un istante il capo sul tuo torace da sportivo, solido quanto il faggio di casa piantato in mezzo al giardino.
Qualche giorno fa è ricomparso sul computer un filmato di te piccino, che aspettavi Babbo Natale e scartavi i regali a casa del nonno. Avevi uno sguardo colmo di stupore e un'agitazione che cercavi di contenere, invano. Mi sono intenerito, ricordando il bambino che eri e che per me rimani tuttora, nonostante l'altezza e la tempra da adulto.
Ti osservo tuttora con attenzione ma da lontano, senza avvicinarmi troppo, evitando di essere invadente e fidandomi di te, ciecamente, che "ciecamente" è l'unico modo in cui riesco a farlo (da un lato perché non esiste fiducia a raggio limitato e dall'altro poiché un padre non riesce mai ad essere obiettivo nei confronti del figlio).
Siamo esseri unici, differenti l'uno dall'altro, mai completamente d'un colore, portando in dote diversi talenti e coltivando svariate virtù o vizi, a seconda del caso, che nessuno è mai perfetto e se lo fosse sarebbe una tragedia, oltre che noioso, un sacco.
Buon compleanno allora, senza squilli di tromba, in compagnia delle persone a cui vuoi bene e che bene ti vogliono. In fatto di regali, lo sai, sono una frana, ma conto sul tuo buon cuore per strapparti un sorriso lo stesso.

P.S. Siamo tutti diversi, pur essendo padre e figlio o tra fratelli, è vero, e non bisogna essere dei geni per comprenderlo. Tuttavia un tratto in comune nella nostra famiglia credo esista davvero e si riassume in una parola che tua madre non a caso ha citato: "empatia". Empatia, la capacità di mettersi nei panni dell'altro, di provare sulla propria pelle i suoi stessi sentimenti. Qualcosa che abbiamo nel sangue, qualcosa che a volte comporta un peso, ma di cui andare sempre fiero, perché ti fa essere pienamente umano.

venerdì 11 gennaio 2019

Fabrizio e l'Orso (Scriviamoci più spesso)


"Le parole che avrebbe potuto ancora dirci".
Ne ha nostalgia, David, che mi ricorda i vent'anni dall'addio di De André, e provo desiderio di ascoltarle pure io.
Non soltanto di De Andrè, anche delle molte persone che ho conosciuto e che tuttora incontro, riproponendomi e scordandomi ogni volta, inevitabilmente, di fissarle negli occhi, di guardarvi con attenzione dentro.
Corro veloce, anche sui volti e sulle storie di chi mi è sovente accanto, così come di coloro contro cui incoccio, per caso. Perciò, ad inizio anno, mi sono ripromesso di fermarmi più spesso, ritagliandomi del tempo per scrivere lettere, per avviare una corrispondenza meno banale del semplice saluto.
Una forma, quella epistolare, che a ben guardare utilizzo sempre più frequentemente in questo blog, rispondendo all'esigenza di evitare il monologo e avviare il dialogo.


P.S. Oggi è nato il figlio di Luca "il Drugo", collega e amico, che ha scelto per il bimbo un nome spiccio quanto impegnativo: Orso. A lui dedico questo puzzle di frasi delle canzoni di De Andrè, che proprio David mi ha "regalato" (poiché anche io e David un po' "Orso" lo siamo).
"Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra. Io nel vedere quest’uomo che muore madre io provo dolore: nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore. E se questo vuol dire rubare questo filo di pane tra miseria e fortuna, alla specchio di questa kampina ai miei occhi limpidi come un addio, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di dio. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Vanno, vengono, per una vera mille sono finte e si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore “tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”. Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso, il lampo in un orecchio e nell’altro il paradiso. Dio di misericordia il tuo bel paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura, l’inferno esiste solo per chi ne ha paura. Tu che mi ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria. Mia madre mi disse non devi giocare con gli zingari nel bosco. E scappò via con la paura di arrugginire, il giornale di ieri lo dà morto arrugginito, i becchini ne raccolgono spesso tra la gente che si lascia piovere addosso. E tu piano posasti le dita all’orlo della sua fronte: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte. Ma gli occhi dei poveri piangono altrove, non sono venuti a esibire un dolore che alla via della croce ha proibito l’ingresso a chi ti ama come se stesso. Ma a cuiuassi no riscisini l’aina e l’omu, che da li documenti escisini fratili in primu. Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà. E un giudice, un giudice con la faccia da uomo, mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione. Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore. Passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa pioggia sottile come passa il dolore. Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".

lunedì 7 gennaio 2019

Dieci più uno (Un compleanno col trucco)


Sono in tutto undici, con noi è stato il primo.
Un compleanno lungo, durato due giorni, dalla festa con i tuoi amici di ieri pomeriggio al momento insieme stasera, quello che tu hai definito "con i tuoi parenti", che poi sono i miei e in effetti anche i tuoi, ora, che pur conservando la tua originalità fai parte della nostra famiglia al cento per cento.
Ti ho visto contento, spensierato: è stato il più bel regalo. Lo sei spesso in questi giorni e mi si allarga il cuore ogni volta che ti metti a ridere a perdifiato e sembri immemore di ciò che è brutto, come se non ci facessi caso. So che non è sempre così, che quando vai a letto, la sera, e metti la testa sotto il lenzuolo e stai per addormentarti i cattivi pensieri a volte ti accompagnano. Lo intuisco da certi sospiri o forse sono io a dare forma al silenzio, mettendomi nei tuoi panni, ponendo in fila tutti gli inciampi di cui la vita ti ha presentato così presto il conto. Non conosco cosa alberga a tratti nel tuo stomaco, posso immaginarlo, tuttavia so pure che la vita è maggiore di qualsiasi ostacolo, così come la voglia di cielo limpido spazza via le nubi più scure e ti fa crescere sereno.
In più hai un candore, una purezza ch'è uno spettacolo. La si notava quando ti si illuminavano gli occhi - come ormai da noi si illuminano a nessuno - mentre scartavi i pacchetti: una felpa, una camicia, dei calzoni, le carte dei Pokemon, le figurine dei calciatori, il videogioco di Spiderman (quello che Gesù Bambino a Natale "si era sbagliato"), la scatola con i giochi di prestigio.
Per dieci minuti, al centro della sala, ti sei trasformato proprio in un mago, mostrandoci quanto imparato al volo.
E' stata l'unica volta in cui, di fronte a certi trucchi, non ho desiderato di scomparire io.

P.S. Tenerezza infinita ho provato anche in un altro momento: quando tua mamma ti ha chiamato e sei rimasto a parlare con lei un sacco e a un certo punto le hai domandato di tuo padre, di quanto in realtà è alto. "Perché?" ti deve aver chiesto lei e tu, impettito, le hai risposto: "Perché voglio sapere quando diventerò alto io".
Non so quanto diventerai alto, non lo sa nessuno, ma grande lo sei già, adesso.

martedì 1 gennaio 2019

Se apro gli occhi (L’importanza del primo passo)

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Se apro gli occhi e guardo avanti vedo una distesa piana, liscia, che è quasi un peccato muoversi e calpestare e viene la tentazione di non muovere un passo.
Se apro gli occhi e ci penso, un istante, quel passo lo compio, perché mi è stato insegnato che muoversi è un obbligo e il bello alla fine, il buono, lo disegneranno proprio le impronte lasciate giorno per giorno, nel bianco.
Se apro gli occhi invece di vederlo, a tratti, mi pare di toccarlo il futuro, sentendo sotto le dita i volti delle persone che non ho ancora conosciuto e di quelle che invece mi sono accanto, fin da quando ero bambino, oppure ho incontrato per strada, via via, fino alle ultime, che qualche settimana fa neppure immaginavo esistessero. E con ciascuna gusto un punto particolare di contatto, chi appena sfioro, con una carezza che insieme è un bentrovato e un addio, chi all’opposto tasto nel profondo, in un’intimità di spirito e di sensi che confonde i confini tra il tu e l'io, il mio e il tuo, fino a volte diventare di due uno.
Se apro gli occhi e metto una mano sul cuore provo l’emozione della vita che palpita e pure apprensione, spavento, poiché l’avvenire è incerto, perché “nel passato siamo nati tutti e tutti è nel futuro che moriremo”. Positivo come sono sempre stato, come cerco di essere, di nuovo, scaccio i timori peggiori e indosso la corazza di ogni essere umano, la cui opera più grande è vincere quotidianamente la disperazione della propria finitudine armandosi di fede, di speranza o semplicemente di indifferenza, di oblio.
Se apro gli occhi la cosa più bella è che non mi ritrovo solo e mi sento tenuto, per mano, da chi troverò sul cammino e da quanti mi hanno preceduto, pronti ad addentrarsi nella distesa bianca dei giorni che verranno, senza troppi preamboli, consapevoli che il modo migliore per arrivare da qualche parte, l’unico possibile anzi, è un passo dopo l’altro. Cominciando dal primo.