venerdì 10 maggio 2013

Il perdono del mattino

Foto by Leonora
Scriviamo "possedere" ma dovremmo leggere "affittare". Niente porteremo via, nulla ci appartiene per sempre e non esiste patrimonio materiale, pur imponente, che metta al riparo i nostri figli dall'avere un'esistenza infelice. La mia vita per fortuna è serena (la felicità è condizione instabile e mai costante: va a momenti) e sono grato ai miei genitori soprattutto per le lezioni che mi hanno dato, che sono poi le stesse che vorrei lasciare ai miei figli.
Ne scelgo due, per esigenze di sintesi.
La prima è che il dolore per la morte altrui, compresa quella delle persone più care, si supera. Me l'hanno insegnato, come per tutte le altre cose importanti, senza bisogno di parole, bensì con l'esempio, affrontandolo loro e dimostrando che dopo la rabbia, la paura, lo sgomento, la disperazione, le lacrime, torna sempre a splendere il sole e il sorriso, nel cuore.
E' tuttavia la seconda lezione di cui vorrei parlare qui, oggi. La riassumerei così: la capacità di saper voltare pagina e perdonare.
L'ho compreso qualche giorno fa, quando Giovanni ha fatto una sceneggiata per un nonnulla, un capriccio bell'e buono che ha rovinato una serata a tutta la famiglia, tanto che siamo andati a letto imbronciati con lui, che era la causa di quel temporale. Il mattino dopo, appena sveglio, Giovanni è entrato nella mia stanza, con la circospezione e la prudenza che hanno le zebre quando vanno ad abbeverarsi nel fiume in secca e c'è l'altissima probabilità che vi siano in agguato i coccodrilli. Io l'ho sentito avvicinarsi e ho tenuto gli occhi chiusi, pensando in quella frazione di secondo se continuare a tenere il broncio per fargli capire ulteriormente le conseguenze delle sue azioni oppure se concedere tregua e comportarmi normalmente. Ho scelto la seconda strada ricordandomi all'improvviso come mi si allargava il cuore e come ero grato ai miei genitori quando il bambino ero io e la combinavo grossa, proprio come Giovanni, ma al mattino dopo, magicamente, sia mio padre sia mia madre non portavano traccia dei rimproveri e tornavano a sorridermi, come se nulla fosse. La sensazione non è che si fossero dimenticati, semmai che avessero proprio scelto intenzionalmente di andare avanti, di voltare pagina appunto e di perdonare.
Credo che quelle mattine siano state il balsamo più efficace per farmi crescere responsabile sì, ma senza complessi. Così vorrei essere con i miei figli ma lo scrivo anche per gli altri genitori che conosco, affinché facciano mente locale sull'importanza del perdono del mattino e possano metterlo in pratica, quando occorre. Farlo non costa nulla ma posso assicurare che dà molti benefici. Fidatevi.

sabato 4 maggio 2013

Ineffabile mistero (i cambiamenti dell'età)

Foto by Leonora
Molte cose migliorano con l'età, di parecchie scorgo il senso del cambiamento, mentre di altre resto sorpreso. Io ad esempio starnutisco meno, ho più tolleranza per i pollini, persino alcune intolleranze alimentari che quando avevo trent'anni hanno fatto capolino (impedendomi di mangiar le carote crude, per esempio, o le mele, la frutta acerba, i finocchi sempre crudi, che adoravo) adesso sembrano diluirsi, permettendomi qualche assaggio. Inoltre ho maggiore resistenza sia alla sforzo fisico sia a quello mentale. Se a quindici anni avessi avuto la costanza e la concentrazione che ho adesso non avrei fatto tutta quella fatica al liceo. E corro. Quasi tutti i giorni. Tre volte la settimana per un'ora, il resto trenta minuti, appena sveglio. Me lo avessero chiesto tre anni fa avrei preferito impiccarmi subito, al primo albero. Tengo le dita incrociate e riconosco che sono fortunato, non avendo acciacchi, non conoscendo cosa sia il mal di testa e provando una volta all'anno quello di stomaco, con pressione arteriosa e colesterolo sempre sotto controllo (ma lo dico sottovoce, a labbra strette, perché so quanto sottile è il filo che sostiene la buona sorte e di solito i primi che se ne vanno sono proprio quelli di cui si dice: "Ma guarda un po'. E pensare che fino a ieri stava benissimo").
Molte cose migliorano con l'età, dicevo, e io ne sono testimone. Una sola cosa non comprenderò mai: come mai madre natura risarcisca la caduta dei capelli con la crescita dei peli nelle orecchie!
Ecco, questo rimane ai più un mistero. E ora vado, perché al mio aspetto ci tengo e le pinzette mi aspettano...

mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio

Foto by Leonora
Ieri ho conosciuto una persona carismatica, che senza essere invasata porta avanti la sua idea, testimoniando il valore della libertà non soltanto con le parole, ma con la vita.
Di Yoani Sanchez parlerò però un'altra volta: troppe sono ora le emozioni, i concetti, i sentimenti che rimbalzano tra cuore e testa. Farò un po' di silenzio, in modo da fare decantare il tutto e conservare il meglio di una visita straordinaria, qual è stata quella della giornalista cubana al Cittadino di Monza.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori, e qui voglio mettere in fila qualche idea sparsa proprio sul lavoro, su quella condizione umana necessaria da un lato e utile, dall'altro, non tanto per fare soldi, quanto per campare, per guadagnarsi pane e desideri di vita.
Penso a mio zio Emilio, classe 1924, diventato garzone di un'officina di fabbro a dieci anni e meccanico per il resto dell'esistenza. Penso a mio zio Gianni, classe 1937, a undici anni mandato in una piccola vetreria o a mio padre, anch'egli del '37, che neanche ebbe il tempo di concludere la quinta e già era per la campagna, a falciare l'erba e fare fieno e poi in stalla, a mungere mucche e dare da mangiare a polli e maiali. Penso a mia madre, anno di nascita 1940, che prima dei quattordici anni faceva andare i telai alla Clerici e Tessuto o a sua zia Angelina, venuta alla luce nel 1912, anch'essa impiegata in una filanda e la sera e la mattina presto a fare mestieri, in una casa privata.
Penso a tutti loro quando sento la retorica del lavoro e della dignità che esso aveva una volta. Ultimo in ordine di apparizione Riccardo Bonacina, con il suo raccontare di come un tempo l'importante era fare una cosa bene in sé, non per il salario né per lo stipendio che si riceveva.
Balle. Siamo figli di generazioni che hanno sacrificato i loro anni migliori, che si sono spezzate la schiena semplicemente per campare, per fare da respingente a una miseria nera. E anche se adesso è dura, se la crisi morde, se tante persone hanno nel cuore la pena di un'occupazione che manca (lo dico con rispetto e pure con empatia: ne conosco anche vicino a me, carne della mia carne), sono certo che siamo comunque anni luce avanti e in condizioni migliori di quelle in cui stavamo prima.
Non aggiungerò dunque retorica alla retorica del primo maggio, limitandomi a constatare che avere ricevuto in dote una fortuna non mette al riparo dal sciuparla, dal dilapidarla. Allora la giornata di oggi sarà di festa non in sé e per sé, bensì in segno di rispetto per chi non poteva (non può) fermarsi mai, per chi andava (o va) a lavorare da bambino, per chi non aveva (non ha) altra scelta.
Vivere senza lavorare per me è inconcepibile, ma parimenti non esiste dignità del lavoro quando la condizione del singolo individuo è disperata e si accetta di tutto, accada quel che accada. Sono questi i due estremi, inacettabili entrambi, mentre nel mezzo la discussione su quanto è determinante e utile il lavoro può esser fatta.

lunedì 29 aprile 2013

Il prezzo necessario (Yoani Sanchez a Monza)

Foto by Leonora
Avendo qualche problema di connesione con il blog del giornale utilizzo questo mio spazio privato per pubblicizzare un evento pubblico, che si terrà fra due giorni (martedì 30 aprile) alle 17, al teatro Manzoni di Monza. Ospite del Cittadino sarà Yoani Sanchez, la giornalista simbolo del dissenso al regime di Cuba, che ho appena seguito in diretta streaming sul sito della Stampa, mentre intervistata da Mario Calabresi era ospite del festival del giornalismo di Perugia. Tra poche ore sarà a Monza e non mi sento per nulla rassicurato da quanto ho appena visto e sentito, con un manipolo di facinorosi tipo ultras da stadio che l'ha pesantemente contestata, accusandola - stringi stringi - di essere al soldo dell'America per destabilizzare e possibilmente abbattere il regime dei Castro a L'Avana.
Ora, non starò a fare il rendiconto delle urla e dei buuu con cui è stata accolta, mi limiterò a riportare una sua frase. Questa: "Le vostre urla non fermaranno la forza dei miei argomenti". E' vero. Non l'hanno fermata, non la fermeranno.
Di Yoani ho apprezzato la serenità con cui ha reagito alle provocazioni (si dirà: è abituata. Ma occorre una grande forza interiore per conservare lucidità, non soltanto freddezza) e la puntualità con cui ha ribattutto punto su punto, non appellandosi a principi pur validi ma ideali, bensì riportando fatti concreti, reali.
Il problema non è se abbia ragione o torto, semmai il diritto di potere esprimere la sua opionione e il dissenso verso una forma di governo che non le aggrada. Al di là di ciò che si pensa, credo sia nostro dovere permetterle di esprimersi, di viaggiare, di parlare del suo Paese e sono fiero che in tutto il nord d'Italia abbia scelto, per parlare, proprio Monza.

P.S. Spero che per motivi di sicurezza non le facciano cambiare di nuovo programma, altrimenti martedì sarà sul palco del Manzoni e potremo parlarle, ascoltarla.

P.P.S. Trovo tra le foto scattate a Cuba da Leonora una scritta che la dice lunga: "La difenderemo (la rivoluzione, credo sia sottotinteso, o la stessa Cuba) al prezzo che sarà necessario". Temo che proprio in "quel prezzo necessario" ci sia l'ostracismo nei confronti di Yoani e di qualsiasi persona che la pensi in maniera differente.

sabato 20 aprile 2013

Democrazia potenziata (come cambia la politica)

Foto by Leonora
Spremuto come un limone per il lavoro e in affanno mentale su tutto il resto torno a questa sorta di diario personale di bordo per lasciare una traccia nel futuro, cercando di interpreare quanto sta oggi avvenendo nella politica italiana, con lo stallo del parlamento, l'incapacità di formare un governo e le difficoltà a eleggere un presidente della Repubblica (quest'ultimo è un fatto non epocale: già in passato capitò che si dovettero attendere decine di giorni affinché le intenzioni di voto si coagulassero attorno a un nome solo, ma allora era un impasse di personalismi, all'interno dei partiti, oggi ha un seme diverso).
La mia premessa è che "destra" e "sinistra" siano categorie superate e il confronto / scontro sia trasversale ad esse, tra "vecchio" e "nuovo". La destra reagisce meglio perché ora non ha un partito bensì un leader senza rivali di pari carisma e a cui tutti obbediscono come a un capo, mentre la sinistra esplode perché i contrasti sono evidenti già al pian terreno.
Ma ciò non basterebbe per spiegare la paralisi, il blocco di questi giorni.
Occorre comprendere che siamo anche al primo vero momento in cui la tecnologia e i nuovi strumenti di partecipazione incidono nella politica, interrompendo e sovvertendo un sistema (quello dei maître a pensée e dei giornali) che prima costituiva l'opinione pubblica e che i politici usavano come confronto per maturare strategie e prendere decisioni.
L'accordo Bersani - Berlusconi su Marini e ancor più la scelta di puntare su Prodi fallisce non perché non condivisa dai grandi elettori o dai mega giornali, bensì perché il Paese (la parte più tecnologica almeno) comincia un tam tam che impatta su ogni singolo grande elettore e parlamentare, sgretolando certezze, insinuando dubbi. Potremmo chiamarla "democrazia diffusa" o, meglio, "democrazia potenziata", cioè quella in cui la delega non è più totale ma può essere direttamente influenzata da ogni singolo elettore, facendo arrivare la propria voce al proprio rappresentante e anche all'avversario.
Una visione che meriterebbe di essere approfondita, magari partendo dal tentativo di risposta ad alcune domande (Quanto è rappresentativa del Paese la parte di esso che arriva a farsi sentire ai piani alti tramite Twitter e Facebook? A mio parere "molto" ma magari mi sbaglio. Quale destino per i grandi giornali e delle televisioni se perdono il monopolio dell'opinione pubblica? Qui invece sospendo il giudizio ma lunedì dovrò parlare ad alcuni studenti di filosofia dell'università Vita e Pensiero del San Raffaele e magari mi faccio aiutare da loro).
Per ora mi fermo qui, non scordando un'imprescindibile aspetto: sono già passate le otto e non ho ancora fatto colazione. Il futuro può attendere un poco.

lunedì 1 aprile 2013

La vera ricchezza

Foto by Leonora
"Goditi i figli finché sono piccoli perché poi l'adolescenza è una lunga camminata nel deserto: non sai mai come ne esci". Me lo dice Luigi, seduto dall'altra parte del tavolo e con cui parlo di tutto, discutendo spesso, senza nascondere nulla.
Metto la carta nel mazzo dei pensieri di questi giorni, finalmente sgombri da incombenze e compiti urgenti, aprendo la finestra di casa e appuntando che in un mese hanno fatto un Papa ma non un governo, dato una svolta alla Chiesa e restando invece fermi al palo di uno Stato avvitato su se stesso, sempre meno dalla parte dei cittadini e distante anni luce dai bisogni reali di ciascuno. Perciò me ne sento distante, disattendendo un coinvolgimento per le vicende politiche che ho da quando ero piccolo e conoscere onorevoli e senatori in parlamento distingueva il bambino mediocre che ero.
Il Papa mi piace, pur se temo gli osanna a trecentosessanta gradi che sta ottenendo. Conosco gli uomini e so che ai ramoscelli di ulivo di ogni entrata a Gerusalemme risponde un "crucifige" al primo refolo di vento. Credo che lo sappia anche lui, Jorge Bergoglio detto Francesco, la cui serenità che traspare dal volto è testimonianza di fede assai più delle prediche e dei documenti compilati dallo studioso.
Mi interrogo sulla povertà a cui fa riferimento spesso, sul significato che ha, su chi sia veramente il povero e come possiamo fare per stargli vicino, per essergli prossimo. Assodato che la sopravvivenza è il minimo che deve esser garantito a ciascuno, cioè un bicchiere d'acqua e un pezzo di pane, possibilmente con del companatico, cosa altro occorre a una persona per realizzarsi come donna, come uomo. Il denaro? Quanto? Sono mille i fattori che incidono sulla condizione del sentirsi ricco e sovente dipendono dalla formazione, dalle convinzioni personali o banalmente dal caso, da dove siamo nati, da un posto piuttosto che un altro. Per il ragazzo cresciuto a Beverly Hills la povertà è non poter contare sulla servitù, non avere vestiti firmati, l'auto sportiva all'ultimo grido, per quello che cresce nella baraccopoli di Città del Capo o di Rio de Janeiro la ricchezza è uno stipendio fisso da impiegato e un appartamento pulito. Sono i due estremi e li ho scelti perché nel mezzo ci può stare di tutto. Ciò che mi importa ribadire è che non si può tirare una riga e definire che quel che sta di qua è "povero" e di là è "ricco". Il beato Arlatto, uno dei padri che scelse di vivere meditando, nel deserto, sosteneva che la vera ricchezza non sta nel molto possedere, bensì nel poco desiderare. La penso così anch'io. Credo che la vera rivoluzione sia proprio questa, uscire dall'illusione capitalistica che il denaro sia misura di tutto, dando valore a una dimensione comunitaria che via via è scomparsa, secondo cui dare il proprio tempo, le proprie conoscenze, le proprie energie al servizio del bene pubblico è giusto, oltre che buono. Dobbiamo tornare a un'essenzialità che abbiamo perso, a una sobrietà non imposta, ma scelta da ciascuno. Non sono pessimista, i segni di un miglioramento ci sono, è sufficiente coglierli e saperli interpretare per tornare a guardare il futuro sorridendo.

sabato 23 marzo 2013

Il coraggio di casa

Foto by Leonora
Il coraggio della conoscenza. Capire, non voltare la testa dall'altra parte, non fare finta di nulla, non negare la malattia come prima regola per respingerla, curarla. Mi ha aperto gli occhi Nando Dalla Chiesa, l'altra sera, anche se la prima a darmi la sveglia era stata Federica con la sua tesi di laurea sulle donne della n'drangheta. Un morbo che s'insinua subdolo, poco per volta, un paese della Calabria che colonizza e attacca uno della Germania, del nord Italia, della Lombardia, compresi quelli più piccoli, non escluso il mio, contando sul fatto che nessuno se ne accorge, che tutto avviene in silenzio, sotto traccia, fino a che è troppo tardi per prevenire e l'unica risposta è quella più dolorosa: la convivenza con la malattia e il tentativo di estirparla, lacerando la propria stessa carne, come sta accadendo nei paesi dove è diventato palese che la criminalità aveva messo le mani sui consigli comunali, nell'urbanistica, nelle attività produttive prese per uno sputo, sfruttando la difficoltà economica, e fatte diventare contenitori vuoti, esattamente come fa la vespa con il frutto che attacca.
Non sono parole e vorrei interrogarmi se il mio paese, Lurate Caccivio, è immune al contagio, se l'ha già preso oppure se esiste il rischio che lo subisca. Mentre lo scrivo penso alle parole di un amico, una persona d'un'onestà cristallina, che l'anno scorso mi aveva raccontato un episodio capitatogli nel comune accanto al mio, di alcune pressioni per mettere in lista con il suo partito un certo personaggio senza apparente radici né storia, arrivato pochi mesi prima proprio dalla Calabria, senza lavoro ma con amicizie potenti nel mondo della politica locale. Allora non avevo dato peso alla cosa, sciocco e ignorante che sono stato, mentre ora il due più due mi viene naturale e vorrei approfondire la vicenda. La scintilla c'è stata, come dicevo, l'altra sera, ascoltando in un teatro di Monza la testimonianza scientifica del professor Dalla Chiesa, che raccontava come in un piccolo borgo della Germania nel giro di pochi mesi si erano trasferiti un'ottantina di persone provenienti da San Luca, tutti imparentati in un modo o nell'altro con il boss locale. "Riescono a colonizzarci perché sono organizzati e non lasciano nulla al caso, mentre noi non abbiamo anticorpi, non siamo abituati a combattere e bisognerebbe prendere lezioni da chi la n'drangheta la combatte là dov'è nata, in Calabria" ha detto Dalla Chiesa. A prescindere che abbiamo tempo o che sia troppo tardi, io quel coraggio voglio sforzarmi di averlo. Sono impreparato, è vero, e affrontando questi temi ammetto di farlo con pudore, forse anche paura, ma questa è casa mia, è la terra in cui vorrei vedere crescere i miei figli, i miei nipoti, e non voglio un giorno non riconoscerla più soltanto perché oggi preferisco occuparmi di altro e farmi una gran dormita.

domenica 10 marzo 2013

Se non avessi più un soldo

Foto by Leonora
Se non avessi più un soldo venderei i miei libri, uno a uno, o li darei in prestito per poterne leggerne altrettanti, ricevuti in cambio. Se non avessi più un soldo coltiverei il prato che mi ha lasciato mio padre e farei legna nel bosco che era di mio nonno, comprerei una mucca, tre maiali, mezza dozzina di galline e un gallo, getterei nella spazzatura meno di quanto butto adesso, imparerei a rammendare i vestiti, non guarderei se la giacca è passata di moda, cercherei di diventare abile a riparare tutto, mi darei da fare aiutando il vicino nel riparare la casa così che lui aiuti me, quando ne ho bisogno. Se non avessi più un soldo pregherei che uscisse spesso il sole perché così potrei lavarmi con l'acqua calda dei pannelli che ho sul tetto, direi addio al telefono e alla tv e mi cercherei quei computer di cui ho letto da qualche parte, che hanno una dinamo e una manovella di lato per ricaricarli e farli funzionare come la torcia dell'Ikea che ho comprato a Giovanni, il mese scorso. Se non avessi più un soldo andrei in biblioteca per usare Internet, accetterei gli inviti degli amici per guardare alla tele le partite della Juve e qualche film, ogni tanto, aspetterei il giorno in cui si può andare gratis nei musei e aggiusterei la bicicletta per spostarmi con quella, cercando un lavoro da garzone in una falegnameria o da un fabbro, sperando che mi prendano. Se non avessi più un soldo chiacchiererei di meno, ascolterei di più, tornerei a suonare la chitarra, continuerei a raccontare storie e forse scriverei un libro. Se non avessi più un soldo la mia vita cambierebbe e certo cambierei pure io. Forse non in peggio.

domenica 3 marzo 2013

Lo scopo del lavoro

Foto by Leonora
Ho letto molti libri, la frase che mi ha aperto la mente l'ho trovata in un film. In un cartone animato. Neanche uno dei più famosi, tipo Bambi, il Re Leone, Kung Fu Panda (il mio preferito), Madagascar... No, l'ho scovata in "Robots", figlio minore e mai cresciuto dei creatori di L'Era Glaciale, passato inosservato ai più e anche a me stesso, la prima volta che l'avevo visto, anni fa. L'altra sera invece, mentre ero seduto sul divano con Giovanni, c'è stato uno di quei rari momenti in cui senti una cosa e per un'istante diventa tutto buio e hai solo quella luce, in fondo, che tuttavia chiarisce meravigliosamente tutto. A pronunciarla è Bigweld, inventore e fondatore delle omonime industrie, che a un certo punto dice: "Per me il solo scopo del lavoro era di rendere migliore la vita ma il fare soldi è passato al primo posto".
Il solo scopo del lavoro è rendere migliore la vita... Non è semplicemente vero? D'una semplicità pari alla verità: disarmante. Eppure me lo sono dimenticato, ce lo siamo dimenticati, non so perché, non so per come, per uno di quei meccanismi molto umani per cui si parte da un punto e ce ne si allontana piano piano, inesorabilmente, finché non rammenti più l'origine, l'inizio, l'obiettivo del viaggio.
Il solo scopo del lavoro dovrebbe essere quello: rendere migliore la vita. Invece il far soldi è passato al primo posto, l'ha sostituito goccia a goccia, palmo a palmo. "Soldi per far soldi per far soldi": se n'era già accorto Giorgio Bocca, in un reportage illuminante proprio della regione in cui vivo. Era il 1962. Cinquant'anni dopo in meglio è cambiato poco. Proseguiamo su quel crinale asciutto e a rischio, preferendo sbattere la testa contro il muro piuttosto che fermarci un attimo e tornare indietro, all'origine di tutto, a quello scopo del lavoro che ricerca non la ricchezza, bensì la felicità.

P. S. I film, il libri, i blog, servono anche a questo: ricordare da dove sei partito facendoti capire perché nonostante continui a camminare non ti senti mai arrivato. Da domani ogni azione che farò al lavoro sarà finalizzata a questo: rendere migliore la vita e il posto dove abito, il mondo.

sabato 23 febbraio 2013

Le elezioni di Giacomo

Foto by Leonora
Devo essere un inguaribile romantico, poiché se un mese di bombardamento elettorale mi ha gettato nello sconforto più totale, sono invece bastate poche ore di silenzio per sgombrare la mente dalle ombre e declinare al sereno le nubi nere.
Sarà che tanto peggio di così difficilmente potrà andare, sarà che qualsiasi cosa accada sarà un parlamento rinnovato per oltre la metà di deputati e senatori, sarà che in molte componenti - da destra a sinistra e viceversa - noto tanti cani sciolti (sciolti l'ho aggiunto per pudore, potevo fermarmi ai cani) ma altrettante persone degne, sta di fatto che sono più ottimista oggi di ieri.
Così ho preso una decisione: per la Camera dei deputati farò votare mio figlio Giacomo, sedici anni appena compiuti. Ci ho pensato e ripensato, l'ho visto interessarsi ed essere partecipe delle vicende elettorali, ci siamo confrontati a viso aperto e l'ho sentito scambiare opinioni articolate con i suoi coetanei, ha un'età che in America puoi già andare in auto e lo considero responsabile, continuo a ripetere che dei giovani ci si dovrebbe fidare, non trovo una sola ragione per cui non dovrei cominciare nel mio piccolo a cambiare le cose. Oggi, a pranzo, gliel'ho detto. "Giacomo, mi ha fatto molto piacere vederti attento a quanto accade nel nostro Paese, domani dimmi per chi voteresti tu e io prometto di mettere la croce dove lo desideri". Non ha fatto salti di gioia, non ha esultato come quando segna la Juve, ma mi è parso soddisfatto e cosciente che non si tratta affatto di uno scherzo, che è una delega in bianco che può spendere come meglio crede. Per il Senato darò dunque retta alle ragioni della testa o del cuore, per la Regione uguale, ma alla Camera il mio voto sarà il suo, perché siamo una famiglia, siamo un Paese che gioca non soltanto la propria partita, ma pure quella dei nostri figli, ed è giusto che se li riteniamo maturi possano dire la loro, anche se è potenzialmente dissimile dalla nostra, da quella di noi adulti.