sabato 3 dicembre 2016

Sì e No (Il coraggio della responsabilità)

Foto by Leonora
Faccio un mestiere che mi ha insegnato molto, soprattutto a comprendere "le ragioni degli altri", di coloro che non la pensano come me. Per questo mi torna difficile riassumere tutto in un "sì" o in un "no", tuttavia capisco l'esigenza di fare delle scelte, essendo cresciuto in una famiglia pratica, da cui ho imparato che a un certo punto occorre fare sintesi, senza perdersi nei distinguo.
Domani si andrà a votare per il referendum e confido che ciascuno decida in base alle proprie convinzioni, entrando nel merito della questione e non affidandosi alle indicazioni dei vari leader di partito, considerando che ognuno di loro - da Renzi a Grillo, da Berlusconi a Salvini - ha un tornaconto politico, un interesse particolare e privato, pur se legittimo.
Questo è dunque l'invito che rivolgo per primo a me stesso: usare la propria testa, in piena serenità di spirito, sapendo che il voto è importante ma non ci saranno carestie o invasioni di cavalette a seconda che vinca l'uno e l'altro, la differenza infatti la fanno sempre le persone, mai le regole o le leggi, neppure quelle costituzionali.
Premesso questo, anche se è forte la tentazione di non aggiungere altro, lascio scritto qui nero su bianco chi mi ha convinto di più. O meglio, coloro che mi hanno convinto meno e in questo molti sostenitori del "no" hanno vinto per distacco.
Anche i sostenitori del "sì" spesso l'hanno fatta fuori dal vaso, tentando di spacciare per panacea di tutti i mali una riforma che per molti versi resta un salto nel buio, tuttavia il maggior numero di bufale, inasettezze e grossolane falsità le ho registrate nello schieramento opposto.
Cito tre esempi, che mi hanno particolarmente impressionato.
1. Un volantino fatto girare da persone pie e devote spaventate e a loro volta "spaventanti", che proclamano una vera apocalisse se vincesse il sì, mentre la riforma non c'entra nulla con eutanasia infantile, teorie dei gender, droghe e uteri in affitto.
2. Un disegno con illustrata la composizione del parlamento prima e dopo e la scritta: "Così capisce anche un bambino", mentre così al massimo un bambino lo si può imbrogliare, visto che lo schema è falso (a differenza di quanto scritto in tale manifesto, è il Parlamento attuale ad avere parlamentari votati al cento per cento in base alle indicazioni dei partiti - la legge elettorale cui è stato eletto prevedeva infatti liste bloccate, senza preferenze - mentre il possibile Parlamento futuro non sappiamo come sarà composto, poiché non è la riforma in discussione oggi che lo decide, bensì la prossima legge elettorale, cioè una legge ordinaria, non sottoposta a referendum confermativo).
3. I commenti di tante persone che pur stimo e che persino sono preparate, ma prese dalla fregola di convincere le hanno sparate più grosse di Pinocchio (cito il commento su Facebook di un'amica - per di più avvocato e che dunque dovrebbe usare le parole con cognizone di causa - che ha scritto: "Dopo ampia riflessione mi sono convinta che la riforma costituzionale non può esser accettata. E poi, quantomeno, vorrei che fosse stata proposta da un governo regolarmente eletto". Regolarmente eletto? Ma questo è un governo "regolarmente eletto"! Posso dire che non mi piace, che non lo condivido, che lo vorrei diverso, che mi fa schifo, ma scrivere che non è "regolarmente eletto" è una falsità che grida vendetta agli occhi del cielo e del senso civico.
Concludendo, le convinzioni principali a cui sono arrivato sono queste:
  • la legge ideale non esiste;
  • l'attuale Costituzione ha punti contraddittori e faraginosi, così come quella nuova, proposta dalla riforma;
  • la Costituzione è stata già modificata molte volte negli ultimi settant'anni, per fortuna mai nella prima parte, quella dei diritti e doveri fondamentali, che rimarrà immutata anche dopo questo referendum;
  • votare sì va nel solco del cambiamento e io del cambiamento non ho mai avuto paura, anche se confesso che l'incertezza che ne consegue mi mette ansia, agitazione, preoccupazione, disagio;
  • troppi decidono non perché sono convinti cosa è giusto o cosa è sbagliato ma perché ci si fida di questo o di quel leader politico, scordando ciò che ho scritto qui sopra: ognuna di loro ha un tornaconto politico e giudica la riforma non dai benefici o dai danni che produrrà all'Italia, ma da quelli che comporterà per sé e per il proprio partito/movimento.
  • la riforma non è quella che avrei voluto, tuttavia - come sta scritto all'ingresso della sede di Facebook: "Done is better than perfect", cioè una cosa fatta è meglio di una cosa perfetta, e votare "sì" è un passo in avanti verso quella che considero l'ideale, cioè una maggiore governabilità, esattamente come già avviene per Regioni e Comuni.
Questo è quanto. Lo scrivo senza smania di convincere nessuno, rispettoso di chi è giunto a conclusioni diverse, convinto soprattutto del fatto che occorra portare il peso delle proprie scelte, assumendosene la responsabilità, specialmente in Italia, dove la vittoria ha molti padri e la sconfitta nessuno.
E domenica sera, a prescindere da come andrà, troviamoci idealmente a brindare, insieme, accettando qualsiasi risultato e ripartendo per avere un Paese meno diviso, più unito.

P.S. Al di là delle opionioni del sottoscritto, chi fosse tuttora indeciso può comprendere un poco meglio le cose ascoltando il presidente della Regione, Roberto Maroni, per il "no" o il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per il "Sì", intervistati dal sottoscritto.

mercoledì 19 ottobre 2016

Chiedo scusa (preghiera laica)

Foto by Leonora
Chiedo scusa. Chiedo scusa per le porte aperte che chiudo, per quelle chiuse che non apro, per ciò che dovrei andare a prendermi ma sono troppo pigro o pavido per farlo. Chiedo scusa per le mani tese che ignoro, per le offerte che eludo, per gli spiccioli che conto, uno a uno, confondendo ciò che rappresentano da quanto realmente valgono. Chiedo scusa per i bicchieri di vino gramo che ho versato e per i pasti sciatti, fatti senza gioia né gusto. Chiedo scusa per il tempo perso, per tutti i momenti che spreco, per le banalità che rincorro, ignorando ciò che conta davvero. Chiedo scusa ai libri e alle creature sagge che ho incontrato, per il troppo poco che ho imparato da loro, per tutte le lezioni che mi sono entrate in un orecchio e uscite dall'altro. Chiedo scusa alle innumerevoli pagine che ho lasciato bianche, al talento sciupato, alle occasioni non colte. Chiedo scusa per gli attimi di sconforto, per gli scatti di nervosismo, per i silenzi che tagliano quanto un coltello nel burro e alzano barriere più alte e resistenti di un muro. Chiedo scusa per tutti i rinvii, le attese sterili, i "vediamo" e i "vedremo". Chiedo scusa ai miei sogni, a quelli che non ho cullato a sufficienza, a quelli che ho dimenticato, a quelli appassiti per mancanza di fiducia, a quelli che non sbocciano, perché sono diventato cinico, arido. Chiedo scusa per le incoerenze e ancor più per le coerenze ottuse, stolide, per i giudizi affrettati, per le sentenze acide, per l'astio. Chiedo scusa per le domande che non ho fatto e per le risposte non richieste che ho dato, in particolare per quelle che ero talmente ansioso di dare che la domanda nemmeno ho ascoltato. Chiedo scusa alle persone che da me si sono sentite trascurate o, peggio, prese in giro, che hanno visto in me ciò che non sono, che si sono illuse di cambiarmi mentre sono rimasto sempre identico. Chiedo scusa a chi mi è vicino e mi sente lontano, ai troppi amici a cui non scrivo e non vedo, a quanti si fidano di me nonostante io sia spesso assente, distratto. Chiedo scusa a tutti, ma soprattutto a me stesso.
Per fortuna o per iattura infatti - decidetelo voi - nessuno paga gli errori più di chi li commette.
P.S. Ora però basta fustigazioni, che di molto debbo chiedere scusa, non di essere sempre contrito e triste e mesto.

sabato 24 settembre 2016

L'aria in faccia (Lasciarsi, tenendoci)

Foto by Leonora
Mi stringi come se non dovessi andar più via e nel contempo come se mi stessi già lasciando, carne della mia carne e creatura unica, a sé stante, com'è giusto che sia, da che mondo è mondo.
Sei nel mezzo di un dosso, terminata la discesa del bambino che eri e iniziata la rincorsa per l'uomo che sarai, ragazzo ancora in tutto per tutto, senza un filo di barba né un pelo sulle gambe, proprio come alla tua età ero io. Adoro le tue battute, il tuo cervello lesto, persino gli scatti e le furie che ti prendono per un nonnulla, carattere di chi un carattere ce l'ha, pur se a volte ti vorrei diverso, meno volubile, più pacato, tranquillo. Ti osservo mentre cresci, quando sei in compagnia dei tuoi amici, specie in questo tempo di vita in cui l'indipendenza è un pane che si assaggia ogni giorno, uscendo la sera, andandosene in giro in bicicletta, scoprendo il mondo che esiste oltre la strada avanti e indietro casa e oratorio e campo da calcio, trascorrendo ore e ore senza un compito preciso né un doverne dare conto.
Mi accorgo adesso, e un po' ne provo imbarazzo, di quanto sciocchi fossero i timori che avevo quando eri piccino: che non trovassi la tua strada nel mondo, che frequentassi compagnie sbagliate, che avessi spirito gregario e ti facessi trascinare, ribelle a conto terzi, banderuola sbattuta dal vento. Non abbasso la guardia, semplicemente comprendo che di guardie non ce n'è bisogno, che nessuno può tenere a te più di te stesso e che un padre non è custode, semmai un compagno di viaggio.
Così mi godo i momenti con te, fianco a fianco - vedendo un film sul divano, discutendo su quale giocatore inserire nel fantacalcio, al ritorno da scuola sulla Vespa io davanti e tu dietro mentre mi dici: "L'aria in faccia, ecco quello che mi piace un sacco" - sapendo che a breve sarai ancor più indipendente e ce ne saranno sempre meno, ma l'intensità e il bene colmeranno gli spazi dei differenti percorsi, del ruolo distinto che abbiamo.
Ho una fortuna immensa, immeritata nel senso che non esistono meriti tanto grandi da poter giustificare un simile dono: ho avuto voi, tu e i tuoi fratelli, ma so benissimo che pur avendovi non mi appartenete e che lasciarvi crescere, lasciarvi andare, è l'unico modo per tenervi, oltre che per dimostrarvi quanto a voi tengo.

sabato 10 settembre 2016

Padri e figli (Ascoltarsi in silenzio)

Foto by Leonora
Mi sei seduto accanto, in auto, e non ho bisogno di guardarti per vederti così serio, quasi severo. Io ascolto e tu non parli e nemmeno a tentarci riesco a immaginare i tuoi pensieri. Provo soltanto un bene prorompente, sterminato, una tenerezza tanto intensa da superare quella di quando eri bambino e malfermo sulle gambe giocavi a pallone, in giardino, o quando da neonato te ne stavi lì, quieto, addormentato sul mio petto. Ora al massimo capita di abbracciarti, cingere quel corpo fatto uomo, avvertire sul viso la barba ispida, mentre te ne resti in piedi, più alto e largo di me, un palmo. Talvolta mi scopro ad osservarti da lontano, mentre sei con gli amici, e ridi, sereno. Mi domando spesso se tu lo sia, temendo l'esistenza di un cruccio o, peggio, che il cuor contento che eri da piccolo si sia perso in questi vent'anni di strada, rimasto sfregiato dai graffi che l'esperienza riserva inevitabilmente all'essere umano.
La tua voce, bassa, profonda, pacata, irrompe improvvisa, uno squarcio, ma uno squarcio che cuce, che in un istante cancella e annulla tutto attorno e nel mezzo restiamo soltanto noi due, tu e io. Mi accorgo allora pienamente di quanto sei cresciuto, anche dentro, provo ammirazione per l'uomo che sei diventato, anche se resti un ragazzo. Ascolto i tuoi ragionamenti e mi viene in mente il mio, di un padre. Sorrido pensando che anche con lui funzionava così: io gli parlavo quando lui sapeva restare in silenzio, davo risposte a domande che non poneva, pesce che affiora a pelo d'acqua se nulla increspa la superficie, se il lago rimane placido, indisturbato. (L'esatto contrario di molte madri, che invece interrogano di continuo lamentandosi di non sapere mai nulla, di sbattere sempre contro un muro).
Ogni stagione ha i suoi frutti, sono appagato da quelli che mieto adesso, accorgendomi di essere sul culmine di un dosso. Mi commuovo facilmente (vedendoti allenare i ragazzini, all'oratorio, ad esempio, o per un complimento che ti riguarda e che mi giunge all'orecchio). Non credo tu sia migliore di altri, non ho mai preteso lo fossi, preferendo l'eccezionalità delle persone normali, che sanno mettere in fila ciò che conta davvero, imparando da ciascuno e insegnando a nessuno. Neppure provo preoccupazione per il futuro, conscio che percorrerai la tua strada, augurandomi unicamente che tu sia appunto sereno, sorridente, cordiale e gentile con chiunque, per primo e soprattutto con te stesso.

martedì 30 agosto 2016

L come Luglio (e come L'America)

Foto by Leonora
L'America sono i ponti imponenti, tele di ragno che tengono sospese le strade a mezz'aria e cuciono sponde. Ce ne sono moltissimi, ma per percorrerli spesso si pagano: immagine emblematica di questo paese, che sa essere simbolo (ciò che unisce) e anche diavolo (ciò che divide, che tiene separato).
L'America, la mia America, quest'anno sono state due settimane nel nord-est, tra lo stato di New York e il Vermont, compresi dieci giorni ospite di persone splendide, che portano il mio stesso cognome e una gentilezza senza fronzoli, che bada al sodo e insegna molto.
Proprio come certi vini - ne fanno di ottimi, anche là, vini giovani, come dopo tutto sono loro - quella iniziata il 24 luglio scorso è una vacanza di cui si gusterà il sapore migliore tra qualche mese o anno, il tempo di decantare e far emergere ciò che alla fine conta davvero. Per il momento mi limito ad elencare qui i primi ricordi che mi vengono in mente, quelli che affiorano da sé, senza le briglie del pensiero.
  • La colonna sonora di J-Ax, imposta da Giovanni, Giorgia e Giacomo.
  • New York più sporca di come la ricordavo.
  • I viaggi in auto e le autostrade a quattro corsie, con il prato nel mezzo.
  • Gli scoiattoli rossi, che lì sono considerati invasori (qui gli invasori sono quelli grigi, i loro: questione di punti di vista).
  • Gli animali selvatici, moltissimi, che sbucano da ogni parte e convivono con l'uomo (coyote, puzzole, cervi, i chipmunks, cioè i Cip e Ciop della Disney e Alvin superstar della 20th Century Fox, serpenti, orsi, tassi, procioni...).
  • L'ossessione che Donald Trump diventi presidente.
  • Le case di legno, con il patio.
  • Lo stile italiano o greco delle abitazioni, ma di una Italia e una Grecia arcadica che hanno in mente loro.
  • Il rispetto delle regole e pure una burocrazia molto meno invadente della nostra, con una libertà simile a quella che qui c'era negli anni Settanta, quando - ad esempio - andare per strade di campagna su una vecchia auto senza targa e da rottamare non era uno scandalo né un crimine abominevole.
  • La lentezza ai margini dell'indolenza di chi svolge un lavoro a contatto con il pubblico.
  • I laghi vasti quanto un nostro mare, ma bassi, più dell'Adriatico.
  • Le distanze.
  • Gli spazi.
  • L'assenza di recinzione tra le case (avendo così tanto spazio a disposizione a dividere provvedono già le distanze: mi viene in mente il paragone con la Valtellina, dove per un termine di confine spostato di mezzo metro in un bosco o peggio in un prato si veniva alle mani e si portavano rancori destinati a durare generazioni).
  • I "garage market" del sabato mattino, perché gli americani sprecano molto ma buttano via poco (lo so, è una contraddizione, ma con le contraddizioni da che mondo è mondo conviviamo).
  • La fila lunghissima, di fronte alla chiesa di San Francesco, sulla Trentunesima, la domenica mattina, per fare colazione gratis.
  • La frutta fresca già pulita, già lavata, già selezionata, già confezionata.
  • I recipienti da un gallone, quasi quattro litri, di limonata.
  • I fast-food che hanno lo stesso nome e gli stessi arredamenti di quelli in Italia, ma sapori, menù e pietanze differenti (d'accordo Giovanni, non c'era il McToast, però non era il caso di farne un dramma cosmico e limitarsi a mangiare soltanto patatine per tutto il viaggio!).

sabato 27 agosto 2016

Su, coraggio (La faccia tosta di scrivere)

Foto by Leonora
Due mesi e un giorno. Due mesi e un giorno di silenzio qui e poche chiacchiere altrove. Il tempo di prendere fiato e togliere laccio e museruola ai pensieri, facendoli decantare come in una pozza, una pozza di acqua limpida e placida ma dal fondale scuro, quasi nero. Ho sciacquato i miei panni lì, guardando il mio volto riflesso, cercando di capire come posso essere migliore dell'uomo che sono.
Lo ammetto subito: non l'ho compreso. Però sono contento di ciò che mi è capitato nel frattempo: ho viaggiato parecchio, corso molto, camminato altrettanto, lavorato il giusto, letto tantissimo. Steinbeck, Faulkner, Tolstoj, Cronin, Bernanos... Compagni di viaggio ingombranti e discreti, che hanno moltiplicato le epoche vissute e i luoghi che ho visitato.
Una dozzina di volte ho deciso di scrivere qualcosa, altrettante volte ho rinunciato, consapevole dell'impossibilità - almeno da parte mia - di mettere nero su bianco qualcosa di serio, di definitivo.
Un'ambizione a cui ho rinunciato presto, mentre più difficile è stato superare la pigrizia subentrata nel mezzo. La supero oggi, più per rompere il ghiaccio che per un concetto di senso compiuto.
Se proprio dovessi scegliere un pensiero, uno solo, su tutti, direi che nella vita spesso occorre sfrontatezza, assenza di eccessivo pudore. In una parola, occorre "coraggio". Il coraggio della faccia tosta, anche, o della leggerezza, meglio. Il coraggio del non darsi troppa importanza, di non pretenderla soprattutto. Il coraggio dell'autoironia, di sfidare il senso del ridicolo. Il coraggio dei buoni propositi, dei progetti ambiziosi, delle aspirazioni ardite, dei sogni da realizzare e prima ancora da avere. Il coraggio di parlare, di esprimersi, di dialogare, dopo essere stati per lungo tempo in silenzio.

sabato 25 giugno 2016

G come Giugno (e come Fiducia)

Foto by Leonora
Sì, lo so che "fiducia" non inizia per g, ma febbraio è passato e altri mesi che cominciano con la lettera f non ce ne sono, mentre di fiducia c'è sempre bisogno, oggi più che mai, fidarsi l'uno dell'altro, dare per scontata - fino a prova evidente e contraria - la buona fede reciproca, cancellare le tentazioni di diffidenza, circospezione, sospetto.
Ho trascorso settimane da solo con me stesso, da solo anche quando ero in mezzo agli altri, pure i momenti in cui ridevo, scherzavo, chiacchieravo come se nulla fosse, all'apparenza tale e quale al Giorgio che sono sempre, in realtà più pensieroso del solito, persino un filo più preoccupato, senza un motivo preciso, semplicemente con un desiderio di fare ordine, di vedere chiaro, di eliminare i lacci e lacciuoli che limitano e vincolano al passo dopo passo quotidiano, come quei cavalli o quei buoi da tiro che tengono la testa bassa e non hanno altro orizzonte del solco già tracciato, del metro di terra davanti al loro naso.
Ogni tanto mi capitano i periodi così, in cui sono "selvatico" e in un certo senso ricarico le batterie, metto in fila sulla scacchiera torri, pedine, alfieri, regine e cavalli, senza conoscere la mossa che mi aspetta ma preparandomi a farla, in qualsiasi modo.
Tra i mille pensieri, a volte lisci e fini come fili di nylon, a volte ispidi e intrecciati o aggrovigliati che è difficile persino comprenderne coda e capo, quello della "fiducia" è rimasto pressoché fisso.
Fiducia generazionale, tra padri e figli; fiducia negli ambienti di lavoro, tra chi sta sopra e chi sotto; fiducia tra chi gestisce la cosa pubblica e chi è semplice cittadino; fiducia tra amici; fiducia anche in se stessi, nelle proprie abilità, nelle doti che ciascuno di noi ha, nella capacità di imparare dagli errori che facciano e di non ripeterli con la cocciutaggine di chi continua a pestare la testa contro un muro.
Fiducia. Fiducia come base di partenza, come atteggiamento. Fiducia come virtù, fiducia anche come proposito buono, come conquista quotidiana, con meno tensioni e più serenità. Fiducia come stile, come modo di vivere, meglio. Che tutto ciò sia utile poi non lo so: ma mi fido.

sabato 28 maggio 2016

"Anche meno" (La virtù del togliere)

Foto by Leonora
"Anche meno". Mi viene da ridere e insieme riflettere ascoltando l'astronauta Paolo Nespoli a Radio DeeJay (minuto 80.25) quando spiega che "lo Shuttle va in pensione non perché vecchio, bensì è troppo nuovo. Gli americani, così come noi, tendono a rispondere con la tecnologia a tutti i problemi che incontrano. Serve un sensore? Beh, ne mettono due. E poi cinque, dieci. Alla fine diventa una macchina così complessa che è impossibile da gestire. Nelle navicelle russe invece non c'è neanche il computer! Se non c'è, loro dicono, non si spacca. Noi restiamo increduli e dubbiosi, ma si può fare. E valutando la sicurezza, la navicella russa è persino più sicura dello Shuttle".
Più banalmente, tornando con i piedi per terra e senza andare nello spazio, capita anche a me: quando l'auto nuova si blocca non posso far altro che chiamare il carro attrezzi, se invece ha problemi di avviamento la Vespa (anno di immatricolazione 1984) basta spingerla e nove volte su dieci si mette in moto
Lo scrivo con un filo di imbarazzo, essendo pienamente figlio del mio tempo, invaghito, affascinato, intrigato da tutto quel ben di dio di aggeggi che la tecnologia sforna di continuo.
A volte tuttavia togliere è meglio che aggiungere. Vale anche per l'arte (lo scultore con il blocco di marmo, lo scrittore con le parole...) e talvolta pure per la vita.
"Anche meno" potrebbe diventare uno stile, un metodo, una stella polare e un'àncora al tempo stesso.
Ecco allora, tanto per non restare nel vago, alcune indicazioni pratiche che hanno valore e significato di buon proposito per il sottoscritto.
Meno libri ma quelli che restano leggerli.
Meno cibo, gustandolo.
Meno riguardo per il denaro, spendedolo senza avarizia né prodigalità.
Meno fesso: anche se lo siamo tutti prima o poi e - chi non lo è - facile sia un arrogante o un farabutto.
Meno ipocrisia.
Meno carne sotto i denti e nella pancia.
Meno applicazioni nel telefono.
Meno chiacchiere banali.
Meno scatti di nervosismo.
Meno scarpe e vestiti nell'armadio (tanto poi metto sempre quel paio).
Meno tempo libero sciupato.
Meno tentazioni e magari in più qualche vizio o sfizio.
Meno ascensori da prendere.
Meno paranoie di fronte alle novità o al cambiamento.
Meno giudizi prima di "camminare almeno tre lune nei mocassini dell'altro".
Meno consigli inutili e scritti retorici. E qui, per coerenza, mi fermo.

lunedì 16 maggio 2016

Cartoline vista lago (La rabbia e l'orgoglio)

Guardo sempre con sospetto gli album dei ricordi che hanno stampato sulla copertina "Io c'ero". Al rischio di esagerare con la retorica si aggiunge quello di apparire ridicolo, come lo sono i re nudi e i Napoleone da manicomio.
Corro comunque il rischio per una buona causa, riassunta oggi da Giorgio Gandola (qui il suo editoriale): "A Como riparte la battaglia di civiltà per rivedere il lago da piazza Cavour. Dopo otto anni e per merito del giornale La Provincia. Come ai vecchi tempi, quando il cane Pluto scoprì la malefatta. I lettori sono invitati a firmare una cartolina inserita nel quotidiano - martedì, giovedì e domenica - e a consegnarla all'edicola per coinvolgere Renzi. Per abbattere i muri serve sempre una spallata".
Conosco bene l'argomento, non mi dilungherò raccontando nel dettaglio il giorno in cui Innocente Proverbio scrisse al giornale dicendo che avevano costruito un muro (la lettera arrivò sulla scrivania di Pietro Berra che lo richiamò per accertarsi che con un nome così non si trattasse di uno scherzo). Non aggiungerò nulla sul sabato in redazione quando venne il momento di pubblicare le migliaia di nomi e cognomi di comaschi che avevano scritto al giornale chiedendo di abbatterlo (verso le sette di sera il capo redattore Francesco Angelini e il manipolo di valorosi in Cronaca non erano ancora certi di riuscire a metterli in pagina tutti, quei nomi). Non occorre neppure ricordare il lavoro che l'intera redazione svolse per settimane (un grazie però lo meritano Emilio Frigerio, Stefano Ferrari, Gisella Roncoroni, Paolo Moretti, lo stesso Pietro Berra, Anna Savini, insieme con Michele Sada, Dario Alemanno e Alessio Brunialti).
Ricordo tutto questo e molto altro, ma domani compilerò la cartolina de La Provincia per un motivo più banale, concreto: il danno che il progetto funesto delle paratie ha causato al di fuori di Como.
Ne ebbi completa consapevolezza un paio di settimane dopo essere arrivato alla direzione del Cittadino di Monza, quando a quello che consideravo un buffetto rispose incrociando i guantoni da pugilato l'allora prima cittadino brianzolo. Della gragnuola di epiteti incassati, soltanto uno mi mise in crisi davvero. Fu quando mi sentii dire a bruciapelo: "Ma cosa volete insegnare voi comaschi, che avete costruito il muro!".
"Io il muro non l'ho costruito" avrei voluto rispondere, "io sono uno di quei giornalisti e di quei comaschi che il muro l'ha fermato!". Invece stetti zitto. Perché tutti i torti quel sindaco non li aveva, un po' in colpa mi sentivo davvero, avendo fatto molto ma non abbastanza per impedire quello scempio.
Quattro anni dopo siamo ancora qua, fermi come il palo della banda dell'Ortica che "per sentirci ci sentiva poco o niente ma per vederci non ci vedeva un accident". Non so se compilare una cartolina servirà, non so se Renzi ascolterà, non so se potrà combinare qualcosa più del nulla di chi finora ha messo mano, per quello che importa però io ci sono. Con le prime firme abbiamo bloccato il muro, con queste speriamo venga restituito alla città il lago.

sabato 14 maggio 2016

Grazie Bianconiglio (Punti di sutura e cicatrici)

Foto by Leonora
Punti di sutura. Sono quelli che tocco con mano tra l'occhio e lo zigomo sinistro, ricordo di una rissa quand'ero bambino, la prima e non a caso l'ultima in cui mi sia mai cimentato.
"Le ferite si rimarginano ma le cicatrici restano". Me lo disse, con una nota di asprezza ma con tono benevolo, accalorato, l'amministratore delegato poche settimane dopo il mio arrivo alla direzione del Cittadino. Abituato alla lievità e alla schiettezza di Como mi mancava l'esperienza di comprendere che il contesto ha sempre importanza, oltre che significato. Non mi pento di quei giorni di svolta per il giornale, i lettori apprezzarono e vendemmo più copie di quanto fosse accaduto negli anni immediatamente precedenti, ammetto però che avrei potuto essere meno maldestro, più accondiscendente non nello scrivere e tanto meno nel dare notizie, bensì nel tessere buoni rapporti con tutti, perché - parafrasando una frase che mi è cara - "il giornalismo è importante, ma la vita lo è di più".
L'ho presa larga, come al solito, ma l'immagine dei punti di sutura non m'è venuta in mente guardandomi allo specchio né ripensando ai miei primi giorni monzesi.
La terra. La terra, il luogo dove abito e dove il sabato e la domenica vado a correre o passeggio con il cane, i medesimi posti che mi hanno visto crescere, dove andavo ad arrampicarmi sugli alberi o a giocare a due bandiere quand'ero ragazzo. Le coordinate sono le stesse, il paesaggio visto dall'alto pressoché identico, differente è invece osservandolo da vicino: le piante e il verde hanno ripreso vigore sullo squarcio fatto dalle costruzioni negli anni Sessanta e Settanta, ridotto sensibilmente è l'intreccio di rovi e sterpi causato dall'abbandono della campagna a favore delle fabbriche, sempre in quegli anni, lasciando ora posto a un paesaggio più curato, così come nuove piste e vecchi sentieri sono tornati percorribili, accanto al letto dei torrenti e tra i boschi. Sono questi dettagli che ai miei occhi paiono punti di sutura tessuti con l'ago e il filo di una nuova sensibilità, di una maggiore attenzione all'ambiente e alla possibilità di viverlo appieno, senza farne scempio. Punti di sutura che non hanno cancellato le ferite, medicandole però, dando nuova forma, vitalità, armonia. E lo stesso vale per la città. Ogni volta che vado a correre al parco della Trucca, a Bergamo, mi si apre il cuore. E così in quello di zona Loreto, dove non è raro, mentre si cammina, vedersi attraversare la strada da un coniglio selvatico.
E' stato proprio uno di loro, un animaletto non più grande di un palmo e spuntato all'improvviso come il Bianconiglio di Alice, a suggerirmi di vedere le cose in modo diverso. Lo ha fatto senza proferire suono, semplicemente piazzandosi davanti e inducendomi a rallentare e portare la mano al volto, sentendo così il lieve solco lasciato dal medico che mise i punti al mio sopraciglio e rammentando in quello stesso istante, per associazione di idee, le altre ferite, quelle che "poi si rimarginano ma rimane il segno". Ai punti di sutura ho pensato proprio lì, in quell'attimo esatto, realizzando che nonostante gli errori che facciamo non è mai troppo tardi per porre rimedio e se ci mettiamo intelligenza, passione, impegno le cicatrici possono avere pure un che di affascinante, di bello.