venerdì 10 novembre 2017

Le parole masticate (Breve manuale di comportamento social)

Foto by Leonora
Ho passioni profonde ma pretese modeste. Per gli "amici" che passano da qui, da questo mondo vasto e sospeso chiamato "social", non ho che tre richieste: garbo, educazione, rispetto. Che tradotte si riducono a una regola semplice: scrivete soltanto ciò che direste alle persone se vi trovaste con loro faccia a faccia.
Lo scrivo  a compenso di una misura che sta raggiungendo il colmo, affranto, più che irritato, da un'irruenza, da una violenza, da un'aggressività che non comprendo, men che meno in me stesso, se non quando pesto un dito del piede contro lo spigolo del letto o allorché mi casca la bottiglia dell'olio sul pavimento.
Non sono bigotto, di pari passo detesto pure il politicamente corretto, il silenzio ipocrita, il falso buonismo e il miele versato su tutto, ma il tono e il contenuto becero di certi post, di certi commenti, mi schiantano proprio, mi prostrano come avviene per un lutto, la sconfitta della squadra del cuore, un lungo digiuno.
Ecco allora perché, senza tirarla lunga, vorrei condividere un brevissimo "Manuale di comportamento per amici o aspiranti tali", prendendo a prestito una frase che ripeteva spesso alla moglie un mio parente alla lontana, Ugo, camionista per mestiere e saggio per vocazione, persona che parlava nulla o poco: "Le parole, prima di dirle, bisognerebbe masticarle".
P.S. Masticarle, non vomitarle. Come invece accade spesso.

sabato 2 settembre 2017

Il gioco (Dimmi chi sei e ti dirò che talento hai)

Foto by Leonora
Facciamo un gioco. Sì, un gioco, insieme, in questi giorni che per molti sono di rientro, di un nuovo inizio.
Un gioco che parte da una premessa. Questa.

Guardare le persone. L'ho fatto spesso in queste settimane, osservandole a volte attentamente, altre di sfuggita, in modo vago, superficiale, sempre tuttavia con la speranza di un lampo, un'intuizione. Guardare, interessarmi a chi incrocia le mie strade non per un voyerismo appiccicoso o per soddisfare una curiosità istintiva che pur non nego, bensì con un obiettivo preciso, uno scopo particolare: comprenderne la pecularietà, quel talento che le rende a loro volta speciali, eccezionali, uniche.
Un vezzo che mi porto appresso da parecchio (credo dalla prima volta in cui sono incespicato nella frase di Einstein: "Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido") ma che negli ultimi mesi ha assunto contorni più precisi, diventando un proposito.
Ciò che conta però non è la confessione di un passatempo, bensì la consapevolezza che davvero ciascuno di noi porta con sé un'originalità, una dote che talvolta è manifesta e si esplica poi nella professione, nelle passioni coltivate, nelle qualità riconosciute, sovente invece rimane latente, inespressa, persino incompresa da chi la possiede.

Facciamo un gioco allora. Prendiamo a riferimento una o due persone (compagni, compagne, figli, figlie, padri, madri, zii, amici, amiche, parenti, serpenti, colleghi, colleghe, collegati, scollegati, chi volete voi insomma) e proviamo a capire e a rendere esplicito soprattutto qual è il loro tratto saliente, quella caratteristica che li distingue e che in loro ammirate.
E se trovate il coraggio poi ditelo loro e se non lo trovate, quel coraggio, trovatelo, fate in modo di trovarlo, di far sapere ciò che di positivo vedete, constatate, deducete, intuite.
Siate per un giorno gli Sherlock Holmes del vostro prossimo, il commissario Maigret di chi vi sta accanto, il dottor House dei talenti altrui, senza scordare di trovare un briciolo di tempo - se non l'avete mai fatto - per riflettere su qual è il vostro, di talento, e fare due più due, valutando se esso è centrale oppure defilato, marginale, accessorio nella vita che state conducendo.

P.S. "Giorgio, sei indolente ed irritante quanto un tir che sorpassa un altro tir in autostrada". D'accordo, potete dirmelo.
Oggi tuttavia è il compleanno di Giulia, mia nipote, e allora vorrei cominciare da lei, scrivendole che ho molta stima per la sua ostinazione quieta, per quella dolcezza naturale che non mette a disagio gli altri, per l'assenza assoluta di ostentazione della bellezza esteriore che madre natura (e anche madre Manuela e papà Fulvio) le ha donato, soprattutto per quella capacità di mettersi in ascolto senza mai interrompere, senza mettere ansia, per quella discrezione che trasforma il silenzio in una lavagna su cui disegnare, un ponte che collega e non in un vuoto che separa, divide.

mercoledì 26 luglio 2017

L'equilibrio della bicicletta (e il bicchiere mezzo pieno)

Foto by Leonora
Felicità è condizione instabile, un lampo nel cielo, equilibrio precario al lato della strada, in sella a una bicicletta che non si muove d'un metro. Perciò ho smesso da un pezzo di pretenderla: l'accetto quando c'è, come un dono, e mi accontento di altro, di giorni densi, sereni, goduti appieno.
Ti guardo in una fotografia trovata tra le pagine di un libro, con i tuoi cinque o sei anni, mentre sorridi da orecchio a orecchio e immagino quel lontano istante perfetto, augurandomi che ogni giorno tu possa viverne uno identico, nonostante il bimbo che eri nel frattempo sia diventato uomo.
Ho sempre pensato, illudendomi, che per farti crescere felice avrei dovuto darti tutto. Sbagliavo.
Tutto ciò che ti occorre in dote è invece la capacità di incuriosirti, di interessarti, di stupirti, di appassionarti, insieme con la possibilità di mettere a frutto il tuo talento.
Me lo appunto qui, sapendo che al di là delle parole conta l'esempio e l'esempio spero di dartelo ogni giorno, pur con i mille difetti che mi porto appresso, cercando di essere un uomo soddisfatto, oltre che fortunato, quale sono.
P.S. Questi giorni, con sole, lieve brezza e zero umidità, sono tra i più belli dell'anno. Lo scrivo qua, come pro memoria per me stesso, poiché in tempi in cui ci si lamenta di tutto e del contrario di tutto, considero un dovere civico guardare al bicchiere mezzo pieno (non soltanto quello del vino).

domenica 9 luglio 2017

L'angelo mancato (Tutto passa, tutto si aggiusta, sempre)

Foto by Leonora
Al momento opportuno m'è mancato l'ardire per rivolgere loro una parola, per interrompere il pianto affranto di lei e lo sgomento imbarazzato di lui, che la guardava con occhi disorientati e tristi, senza sapere cosa fare, cosa dire, se sedersi accanto o cingerla in un abbraccio.
Loro erano due ragazzi tra i diciassette e i vent'anni, appartati sui gradini di una scaletta ai margini del piazzale della stazione, lei capelli neri, lunghi fino alle spalle, occhiali, calzoncini corti, lui bermuda chiari, capelli ricci, una faccia da adolescente rimasto dentro ancora bambino, una maglietta verde acido con sulla schiena la scritta in maiuscolo: "Animatore".
Non so cosa avessero. Lei parlava concitata, con momenti di vera disperazione e lacrime abbondanti, come chi ha nel cuore una pena enorme e le sta cadendo il mondo addosso; lui ascoltava attonito e impacciato, quasi volesse rassicurarla, dirle "Ci penso io", ma senza ruscirci perché di pensarci lui non sembrava affatto pronto.
Mi sono imbattuto in quella scena per caso, camminando fin lì perché ero al telefono e volevo evitare il rumore della gente, il frastuono del traffico. Dopo averli notati, continuando la conversazione, sono passato innanzi un paio di volte, senza che nessuno dei due vi facesse caso, e la terza volta, dopo aver salutato chi stava parlando con me, sono stato tentato di fermarmi, di rivolgere loro una parola, svestendo i panni dello sconosciuto e indossando quelli del padre, del ragazzo più grande, di colui che anche se non richiesto può dare una mano.
Non l'ho fatto. Il timore di essere invadente, insolente, mi ha fatto tirare dritto, salvo poi pentirmene, con il dubbio che i piedi non mi avessero portato lì per caso, che magari avevo un compito e non l'ho assolto (dimostrando così che la distanza tra il tirare dritto e l'interessarsi è esigua ma pur distingue il pavido dal coraggioso).
Non so cosa avessero, dicevo. Nella mia limitata fantasia ho ipotizzato che lei fosse stata bocciata oppure che lui volesse lasciarla oppure, se dovessi scommetterci un centesimo, che fosse rimasta incinta o temesse di esserlo.
Non so cosa avessero e non lo saprò mai, ma so cosa avrei dovuto dire io e non ho detto, cioè di non temere, di non preoccuparsi, di non considerarla una tragedia, qualsiasi cosa fosse, perché nella vita tutto passa, tutto si sistema, tutto si aggiusta.
"Non piangete" sono state le parole che non ho detto. "Non piangete e qualsiasi spina abbiate tornate a casa dai vostri genitori, specialmente tu ragazzina, sapendo che nessun problema, nessuno sbaglio è più grande del bene che ti vogliono".
Queste parole mi sono mancate e non me lo perdono, perciò le scrivo qua, perché se a quei due ragazzini non possono arrivare, almeno giungano alle persone che passano di qua, oltre a rimanere come pro memoria per me stesso: per quanto grande, nessuna disperazione dura in eterno e dopo ogni tempesta esce sempre il sereno.
P.S. Con l'augurio che se mai uno dei miei figli si trovasse in una situazione simile possa trovare un essere umano più coraggioso di me, trasformandosi occasionalmente in quell'angelo custode che non ho saputo essere io.

sabato 1 luglio 2017

L come Luglio (e L'ora dei lupi)

Foto by Leonora
L'ora dei lupi. Così lo chiamava Ingmar Bergman, quel preciso istante della notte in cui si tirano le somme e non si può mentire a se stessi e ci si trova soli pure se si ha qualcuno accanto, da stringere.
A nulla in quell'istante valgono fama, gloria, denaro, potere, poiché in quell'ora si rimane nudi, vestiti soltanto del buono che abbiamo saputo cucirci addosso, voce che fa eco alla propria voce, pugni che stringono frammenti.
L'ora dei lupi m'è venuta in mente in questi giorni, incrociando di sfuggita i miei figli, in quella porta girevole che diventa ogni casa quando i bimbi che erano si trasformano in ragazzi, giovani, adolescenti.
Mi somigliano tutti e tre, pur per aspetti diversi. Anch'essi, come io alla loro età, sentono il bisogno di mutare le radici in rami, di spiegare a falcate le gambe sulle quali hanno imparato a reggersi.
La loro età dell'innocenza, me ne rendo conto, sta per terminare e non lo scrivo rammaricandomene: nella vita questo ho imparato, che sono tutte stagioni, ciascuna con i suoi frutti, insieme buoni e grami.
L'unico desiderio, se posso permettermi, è quello di saperli sereni, così che non temano alcuna ora dei lupi o l'attendano persino, sperando di averli educati alla ricerca della felicità, che non è mai legata ad aspetti materiali, ma ha sempre sede dentro sé e si nutre di generosità, di apertura, di sorrisi, di comprensione, di curiosità, di passioni, di slanci.
Questo è l'augurio per loro e per tutti coloro che passano di qua e che proprio per questo considero amici: di essere felici a momenti e di voler bene a se stessi, sempre.

sabato 25 marzo 2017

L'Amore è un filo elastico (Lettere da una professoressa)


Foto by Leonora
"L'Amore è un filo elastico". Lo dice a bassa voce, senza enfasi, come di passaggio, mentre io - ripensandoci - lo scriverei a caratteri cubitali, ci farei una lapide, il titolo di un libro, un tatuaggio.
Me la sono ritrovata di fronte trent'anni dopo, stessi capelli scuri, stessi occhi, egualmente minuta eppure resistente, combattiva, energica, coriacea, soltanto il viso un po' più scavato e le rughe d'espressione e i solchi delle amarezze, delle delusioni, delle sofferenze che ha avuto.
Debbo a lei buona parte dell'uomo che sono, pure se è stata mia insegnante qualche mese solo. Supplente di filosofia, il terzo anno del liceo. Un'interrogazione programmata da tempo, quattro prescelti, il giorno fatidico in classe se ne presentò uno soltanto, io. Ricordo distintamente quella mattina, il desiderio di starmene a casa, il senso di colpa per la tentazione, la volontà di non deludere i miei genitori, persone semplici, che neanche sapevano cosa accadesse a scuola ma avevano una regola semplice: tutti devono fare il loro dovere, andiamo a lavorare noi, vai a studiare tu. Soprattutto per questo, nonostante fossi sostanzialmente un asino, per di più pigro, in cinque anni di superiori non ho mai bigiato un giorno che fosse uno. Nemmeno quello, che pur avevo studiato nulla ed ero entrato in classe con un peso, constatando di essere dei quattro il solo presente all'appello. Per non farmi mancare nulla lei, la professoressa Milani, dopo aver biasimato gli assenti si era lanciata in un elogio, dipingendomi come un Ernesto Derossi da libro Cuore, dicendo alla classe che per fortuna almeno uno era presente, almeno uno non aveva tradito la fiducia riposta, almeno uno aveva studiato.
"Professoressa, devo dirle una cosa - ricordo ora che mi guardavo i piedi, prima di fissarla negli occhi e confessare contrito - non sono preparato".
Silenzio. Trenta secondi di silenzio. Trenta secondi che sembravano cento, un'ora, un anno. Il suo sguardo fisso su di me, qualche sorriso imbarazzato dei compagni. Finalmente la sua voce, ferma: "Non fa nulla, almeno hai avuto il coraggio di presentarti, di dirmelo. A te concedo un'altra possibilità, tra una settimana esatta, questo stesso giorno".
Il finale della storia è spiccio. In quella settimana studiai un sacco, all'interrogazione presi un voto alto e per entrambi i quadrimestri mantenni una media mai raggiunta in nessun'altra materia. Agli scrutini di giugno, seppi più tardi dall'insegnante di scienze, gli altri docenti avevano già deciso che dovevo essere bocciato ma lei, la professoressa Milani, fece il diavolo a quattro, e a differenza di una dozzina di compagni fui risparmiato, con due esami a settembre e null'altro.
"L'Amore è un filo elastico" mi dice ora, che l'ho davanti, parlando del rapporto tra genitori e figli, tra professori e studenti e in generale.
Per trent'anni mi sono proposto di ringraziarla di persona e finalmente, lunedì scorso, l'ho fatto, passandola a trovare al liceo classico, dove insegna tuttora.
L'Amore è un filo elastico, lo penso anche io. L'Amore è un filo elastico che non deve essere né poco lungo, né troppo lasso, a volte bisogna trattenere ma altrettante lasciare andare, dare spago.
E mentre la ascolto, la guardo, inevitabilmente mi emoziono, pensando alla fiducia che mi ha dato, alla scommessa fatta su un ragazzino che anche grazie a lei è diventato uomo.
Lo scrivo qui, per ricordare di essere io a dover dare fiducia, ora, alle molte persone che sulla mia strada incontro e soprattutto per ringraziare lei e tutte le innumerevoli professoresse Milena Milani che sono al mondo.

giovedì 9 marzo 2017

L'otto e il nove (Sette consigli non richiesti a mia figlia)

Foto by Leonora
Ti scrivo il 9 e non l'8 marzo, Giorgina, perché non può essere uno soltanto il giorno di festa dedicato alla donna. E lo faccio qui, mettendo in fila sette consigli non richiesti, poiché non sarei in pace se badassi soltanto a te, alla felicità di mia figlia, ignorando che al pari tuo ciascuna donna merita di essere felice, serena.
Uno. Sii capace di bastare a te stessa. Cerca, com'è naturale che sia, qualcuno che sappia farti sentire completa ma completa non dimenticare che lo sei già tu: soltanto se per prima ti vorrai bene riuscirai a voler bene pure all'altro, agli altri, a chiunque incontri sulla tua strada.
Due. Sentiti ogni giorno una principessa, una regina. Innanzi tutto perché per qualcuno - per me, per tua madre, per molti altri - una principessa lo sei veramente, ma se anche tua madre ed io e molti altri non ci fossero più, ricorda che principessa, regina, lo sei da te, avendo radici profonde, appartenendo a una genia millenaria e avendo la dignità di essere umano, una tra le creature più meravigliose che ci sia.
Tre. Ricorda che sei stata desiderata, attesa, amata fin dal primo spasmo di vita, fin da quando non eri che un'asola di cromosomi, un punto indefinito nell'ecografia. Un amore che spero abbia generato e saldato la tua autostima: non permettere a nessuno di minarla, di incrinarla, men che meno di cancellarla.
Quattro. Rifuggi le relazioni con chi ogni giorno ti toglie serenità, sicurezza, gioia. Allontana presto, senza ripensamenti, chi giudica con sufficienza ciò che fai, chi ti mette a confronto con gli altri, che ti fa sentire a disagio e pian piano azzera la fiducia in te stessa.
Cinque. Cogli immediatamente i segnali del disagio, non attendere un giorno in più, non dire mai: "Forse ha ragione, forse sono inadeguata, sbagliata, forse la colpa è mia". Il baratro non è mai una porta spalancata all'improvviso, semmai è un scivolare lento, inesorabile, impercettibile fino a che è troppo tardi e per uscirne occorre la mano di chi ti prende per i capelli e da fuori ti aiuta.
Sei. Misura chi ti è accanto dalla positività che ti sa trasmettere, dal sorriso che ti dipinge sul volto, dal rispetto che ti porta e dall'ammirazione, dalla stima, prima ancora che dall'amore, con cui ti guarda.
Sette. Rammenta che non sei e non sarai mai inadeguata e che nessun sbaglio merita di non essere perdonato, da te per prima. Ogni sera ci addormentiamo e ogni giorno ci svegliamo, ci mettiamo in cammino, così avviene anche nelle vicende della vita: se ci si vuole bene ad ogni caduta ci si rialza.

P.S. Ti chiamo Giorgina, ma sei una donna ormai. Da parecchio ti reggi sulle gambe, ragioni con la tua testa. Per me, per me solo e per tua mamma, per tua nonna, resterai sempre la bambina che eri, però è dal primo giorno in cui sei nata che ci prepariamo a vederti "uscire dal cancello", percorrere la tua strada. Come per i tuoi fratelli, abbiamo cercato di non tenerti in una bolla di vetro, togliendoti dal mondo, risparmiandoti rischi e pericoli. Piuttosto abbiamo tentato di farti crescere, affinché potessi andare oltre la porta di casa, insegnandoti ad affrontarli quei pericoli, quei rischi, sapendo che in ogni caso il destino non è mai in mano completamente nostra. Sii forte allora, credi in te stessa. La strada che intraprendi è la stessa di milioni, miliardi di ragazze prima e dopo di te, non avere timore di nulla.
Ti vogliamo bene e bene devi volerti tu. Questo è quello che conta.

sabato 31 dicembre 2016

D come Dicembre (e come Diversità)

Foto by Leonora
Scordo molto e lo considero un dono, così come l'incostanza, la volubilità e il lasciar correre parecchio, trattenendo poco o nulla, specialmente ciò che ha peso.
Scrivo poco, complice il cambio di lavoro, il ritorno alla tv, la mancanza di occasioni e la scelta di essere parsimonioso con le parole nero su bianco, secondo l'idea un poco snob (lo riconosco) che in un tempo in cui troppi urlano l'unico modo per farsi ascoltare e restare il più possibile in silenzio.
E' trascorso un anno zeppo di persone, emozioni, sorprese, qualche delusione e assai più gioie di quante meritavo. Porto con me tutto sulle spalle, come in uno zaino, senza darmi eccessiva importanza, conscio che ciascuna esistenza è una meraviglia e il proprio ombelico non corrisponde con quello del mondo.
C'è tuttavia una lezione che negli ultimi mesi ho compreso meglio e che vorrei condividere con chi mi cammina per un tratto di strada accanto. Questa: la diversità è un valore.
Sì, la diversità è un valore positivo, in ogni ambito.
Un brindisi allora a chi la pensa e vive differentemente da me, a quanti costringono a interrogarmi, a mettermi in discussione, a fare i conti con ciò che mi assomiglia nulla o poco, a coloro che battono sentieri lontani, persino a chi si arrocca quando io vorrei tendere la mano, a chi mi fa arrabbiare o cadere le braccia o scuotere il capo, a chi non legge i miei libri, non dà fiducia alle persone in cui credo e si fida invece di coloro a cui non credo io. Un brindisi ai battitori liberi, alle persone originali, ai colori vari, ai gusti unici, persino ai conoscenti invasati o ottusi, perché senza di essi io sarei più seduto, meno agile, più povero.
La diversità è un valore. Sempre. Anche quando sembra o è più comodo il contrario.
Di tutto ciò che dimenticherò, questo mi piacerebbe ricordarlo.

sabato 3 dicembre 2016

Sì e No (Il coraggio della responsabilità)

Foto by Leonora
Faccio un mestiere che mi ha insegnato molto, soprattutto a comprendere "le ragioni degli altri", di coloro che non la pensano come me. Per questo mi torna difficile riassumere tutto in un "sì" o in un "no", tuttavia capisco l'esigenza di fare delle scelte, essendo cresciuto in una famiglia pratica, da cui ho imparato che a un certo punto occorre fare sintesi, senza perdersi nei distinguo.
Domani si andrà a votare per il referendum e confido che ciascuno decida in base alle proprie convinzioni, entrando nel merito della questione e non affidandosi alle indicazioni dei vari leader di partito, considerando che ognuno di loro - da Renzi a Grillo, da Berlusconi a Salvini - ha un tornaconto politico, un interesse particolare e privato, pur se legittimo.
Questo è dunque l'invito che rivolgo per primo a me stesso: usare la propria testa, in piena serenità di spirito, sapendo che il voto è importante ma non ci saranno carestie o invasioni di cavalette a seconda che vinca l'uno e l'altro, la differenza infatti la fanno sempre le persone, mai le regole o le leggi, neppure quelle costituzionali.
Premesso questo, anche se è forte la tentazione di non aggiungere altro, lascio scritto qui nero su bianco chi mi ha convinto di più. O meglio, coloro che mi hanno convinto meno e in questo molti sostenitori del "no" hanno vinto per distacco.
Anche i sostenitori del "sì" spesso l'hanno fatta fuori dal vaso, tentando di spacciare per panacea di tutti i mali una riforma che per molti versi resta un salto nel buio, tuttavia il maggior numero di bufale, inasettezze e grossolane falsità le ho registrate nello schieramento opposto.
Cito tre esempi, che mi hanno particolarmente impressionato.
1. Un volantino fatto girare da persone pie e devote spaventate e a loro volta "spaventanti", che proclamano una vera apocalisse se vincesse il sì, mentre la riforma non c'entra nulla con eutanasia infantile, teorie dei gender, droghe e uteri in affitto.
2. Un disegno con illustrata la composizione del parlamento prima e dopo e la scritta: "Così capisce anche un bambino", mentre così al massimo un bambino lo si può imbrogliare, visto che lo schema è falso (a differenza di quanto scritto in tale manifesto, è il Parlamento attuale ad avere parlamentari votati al cento per cento in base alle indicazioni dei partiti - la legge elettorale cui è stato eletto prevedeva infatti liste bloccate, senza preferenze - mentre il possibile Parlamento futuro non sappiamo come sarà composto, poiché non è la riforma in discussione oggi che lo decide, bensì la prossima legge elettorale, cioè una legge ordinaria, non sottoposta a referendum confermativo).
3. I commenti di tante persone che pur stimo e che persino sono preparate, ma prese dalla fregola di convincere le hanno sparate più grosse di Pinocchio (cito il commento su Facebook di un'amica - per di più avvocato e che dunque dovrebbe usare le parole con cognizone di causa - che ha scritto: "Dopo ampia riflessione mi sono convinta che la riforma costituzionale non può esser accettata. E poi, quantomeno, vorrei che fosse stata proposta da un governo regolarmente eletto". Regolarmente eletto? Ma questo è un governo "regolarmente eletto"! Posso dire che non mi piace, che non lo condivido, che lo vorrei diverso, che mi fa schifo, ma scrivere che non è "regolarmente eletto" è una falsità che grida vendetta agli occhi del cielo e del senso civico.
Concludendo, le convinzioni principali a cui sono arrivato sono queste:
  • la legge ideale non esiste;
  • l'attuale Costituzione ha punti contraddittori e faraginosi, così come quella nuova, proposta dalla riforma;
  • la Costituzione è stata già modificata molte volte negli ultimi settant'anni, per fortuna mai nella prima parte, quella dei diritti e doveri fondamentali, che rimarrà immutata anche dopo questo referendum;
  • votare sì va nel solco del cambiamento e io del cambiamento non ho mai avuto paura, anche se confesso che l'incertezza che ne consegue mi mette ansia, agitazione, preoccupazione, disagio;
  • troppi decidono non perché sono convinti cosa è giusto o cosa è sbagliato ma perché ci si fida di questo o di quel leader politico, scordando ciò che ho scritto qui sopra: ognuna di loro ha un tornaconto politico e giudica la riforma non dai benefici o dai danni che produrrà all'Italia, ma da quelli che comporterà per sé e per il proprio partito/movimento.
  • la riforma non è quella che avrei voluto, tuttavia - come sta scritto all'ingresso della sede di Facebook: "Done is better than perfect", cioè una cosa fatta è meglio di una cosa perfetta, e votare "sì" è un passo in avanti verso quella che considero l'ideale, cioè una maggiore governabilità, esattamente come già avviene per Regioni e Comuni.
Questo è quanto. Lo scrivo senza smania di convincere nessuno, rispettoso di chi è giunto a conclusioni diverse, convinto soprattutto del fatto che occorra portare il peso delle proprie scelte, assumendosene la responsabilità, specialmente in Italia, dove la vittoria ha molti padri e la sconfitta nessuno.
E domenica sera, a prescindere da come andrà, troviamoci idealmente a brindare, insieme, accettando qualsiasi risultato e ripartendo per avere un Paese meno diviso, più unito.

P.S. Al di là delle opionioni del sottoscritto, chi fosse tuttora indeciso può comprendere un poco meglio le cose ascoltando il presidente della Regione, Roberto Maroni, per il "no" o il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per il "Sì", intervistati dal sottoscritto.

mercoledì 19 ottobre 2016

Chiedo scusa (preghiera laica)

Foto by Leonora
Chiedo scusa. Chiedo scusa per le porte aperte che chiudo, per quelle chiuse che non apro, per ciò che dovrei andare a prendermi ma sono troppo pigro o pavido per farlo. Chiedo scusa per le mani tese che ignoro, per le offerte che eludo, per gli spiccioli che conto, uno a uno, confondendo ciò che rappresentano da quanto realmente valgono. Chiedo scusa per i bicchieri di vino gramo che ho versato e per i pasti sciatti, fatti senza gioia né gusto. Chiedo scusa per il tempo perso, per tutti i momenti che spreco, per le banalità che rincorro, ignorando ciò che conta davvero. Chiedo scusa ai libri e alle creature sagge che ho incontrato, per il troppo poco che ho imparato da loro, per tutte le lezioni che mi sono entrate in un orecchio e uscite dall'altro. Chiedo scusa alle innumerevoli pagine che ho lasciato bianche, al talento sciupato, alle occasioni non colte. Chiedo scusa per gli attimi di sconforto, per gli scatti di nervosismo, per i silenzi che tagliano quanto un coltello nel burro e alzano barriere più alte e resistenti di un muro. Chiedo scusa per tutti i rinvii, le attese sterili, i "vediamo" e i "vedremo". Chiedo scusa ai miei sogni, a quelli che non ho cullato a sufficienza, a quelli che ho dimenticato, a quelli appassiti per mancanza di fiducia, a quelli che non sbocciano, perché sono diventato cinico, arido. Chiedo scusa per le incoerenze e ancor più per le coerenze ottuse, stolide, per i giudizi affrettati, per le sentenze acide, per l'astio. Chiedo scusa per le domande che non ho fatto e per le risposte non richieste che ho dato, in particolare per quelle che ero talmente ansioso di dare che la domanda nemmeno ho ascoltato. Chiedo scusa alle persone che da me si sono sentite trascurate o, peggio, prese in giro, che hanno visto in me ciò che non sono, che si sono illuse di cambiarmi mentre sono rimasto sempre identico. Chiedo scusa a chi mi è vicino e mi sente lontano, ai troppi amici a cui non scrivo e non vedo, a quanti si fidano di me nonostante io sia spesso assente, distratto. Chiedo scusa a tutti, ma soprattutto a me stesso.
Per fortuna o per iattura infatti - decidetelo voi - nessuno paga gli errori più di chi li commette.
P.S. Ora però basta fustigazioni, che di molto debbo chiedere scusa, non di essere sempre contrito e triste e mesto.