martedì 10 luglio 2018

Qua la zampa (Complimenti per la maturità)


“È andata bene”. Tre parole, due righe in cronaca, per farmi sapere che anche l’orale della maturità l’hai superato e che da oggi è festa, senza pensieri, uno stacco che hai meritato.
Per cinque anni ti ho vista studiare e impegnarti come io al liceo non ho mai fatto, a volte andare a letto tardi e alzarti prestissimo, ripetendo la lezione con i libri di fronte e il cellulare in mano (per cinque anni il cellulare è stato il tuo vero compagno, ammettiamolo).
Per cinque anni ti ho osservata sorridere, concentrarti, piangere persino, andare in crisi, ridere con le tue amiche del cuore, affezionarti a qualche insegnante, detestarne altri, mandare messaggi, riceverne (con quel modo buffo, ora, per ascoltare i messaggi vocali, con il telefono attaccato all’orecchio dalla parte in cui di solito io parlo).
Per cinque anni ti sono stato accanto pure senza esserti fisicamente vicino, sapendo che non avevi problemi di rendimento, più preoccupato che crescessi serena, poiché la scuola è molto ma non è tutto.
Preoccupato lo ero anche stamani, non per il risultato finale, bensì perché l’esame è una prova per i nervi più che per la mente e i nervi non sempre rispondono a comando.
Mi dicono che a parte un tremolio iniziale della voce e un lungo sospiro tra un capoverso della tesina e l’altro te la sia cavata egregiamente, tenendo la tensione nel recinto.
Sono orgoglioso di te, come dei tuoi fratelli, per come vi state comportando.
Voi siete il mio punto più debole, quello che istintivamente proteggo, come fanno i cani quando si sentono attaccati e si accucciano ritirando e nascondendo più che possono le zampe, rispondendo ad un richiamo atavico, che li porta a preservare ciò che hanno di più delicato e insieme prezioso.

P.S. Le zampe. Non l'addome, la coda, il muso. Le zampe sono ciò che tutti gli animali che ne sono provvisti istintivamente proteggono. Le zampe perché attraverso esse ci si può procurare il cibo, si può attaccare, soprattutto ci si può difendere nel modo più efficace in natura conosciuto: scappando. Non è un caso che, per i cani, porgere la zampa è un gesto di fiducia assoluta, di "amicizia". A volte, Giorgina, vorrei essere come loro, che senza parole sanno esprimere quanto provano. "Qua la zampa" allora. E complimenti di nuovo.

domenica 8 luglio 2018

Tu non avere paura (E mantieniti saldo)


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Se si procede spediti gli ostacoli si avvertono meno. L'ho constatato stamattina, mentre correvo e tu con la bicicletta mi pedalavi accanto.
Il sentiero nel bosco era irto di pietre e man mano che procedevi rischiavi di perdere l'equilibrio. "L'equilibrio - ti ho detto - è più facile da trovare se si va veloci".
"Ci sono i sassi" hai replicato, eppure anche per i sassi vale lo stesso: andare svelti è un trucco per sentirli meno, per superarli di slancio. "Per farlo occorre innanzi tutto coraggio, non temere di incespicare, di ruzzolare a terra, importante è concentrarsi, mantenere la tensione nelle braccia, tenendo saldo il manubrio".
Mi hai ascoltato, anche se non ti ho affatto convinto. Un secondo dopo, lo sguardo serio serio, con i tuoi dieci anni asciutti asciutti e le gambe da merlo, hai stretto le manopole fino a farti diventare bianche le nocche e guardando dritto sei partito a razzo, pronto a dimostrare che paura non ne avevi e anche se l'avevi non volevi ammetterlo.
Per un chilometro e mezzo non hai proferito verbo, poi quando la campagna è finita e le ruote hanno toccato l'asfalto liscio ti sei illuminato e nonostante i venti metri che ci separavano ti ho sentito esclamare contento: "Oh, qui sì che è bello".
Già. Quando tutto fila liscio è bello, eppure non ce ne accorgeremmo senza affrontare e superare gli ostacoli che troviamo lungo il cammino. Grazie per avermelo ricordato.

lunedì 2 luglio 2018

Il palombaro di ritorno (scriviamoci e incontriamoci di più)


Nell'attuale società liquida informazioni e relazioni sono fitte, eppure restano quasi sempre in superficie.
Ed io, che pur in questo mare navigo a mio agio, avverto sempre più spesso il desiderio di tornare ad essere il palombaro che ero da ragazzo: più solo, ma anche più capace di "nuotare profondo".
Che poi, ridotto in spiccioli, si potrebbe tradurre in qualche desiderio.
Vorrei tornare a scrivere delle lettere, ad esempio. Lettere, non messaggi, nessun epigramma, niente faccine che piangono o sorridono. Fogli di carta bianca, vergati a mano, possibilmente con penna a stilo. Al più, delle mail, indirizzate agli amici e alle persone che stimo.
Vorrei tornare soprattutto a "incontrarmi", quei momenti comuni di discussione, di confronto, di dialogo, che quando ero ragazzo non passavano due sere di fila senza che ce ne fosse uno. Politica, scuola, religione... Ogni spunto era buono. In quella fucina sono stato forgiato, ho imparato attraverso gli altri a formarmi una coscienza, che poi diventava patrimonio comune, condiviso. In quelle serate dicevo la mia, ascoltavo parecchio, cambiavo idea pure quando la mantenevo, nel senso che non era raro si rafforzasse, anche soltanto per doverla affinare con l'obiettivo di esporla o di puntellarla affinché assorbisse l'urto avversario.
Mi mancano quei momenti, lo ammetto. Credo che nell'attuale scorrere dei giorni, connessi in ogni istante come siamo, ciascuno con gli occhi puntati sul proprio telefonino, sia sempre più urgente la necessità di "riunirsi", di luoghi anche fisici di scambio.
Se è vero infatti che in un certo periodo storico ne abbiamo abusato (mi viene in mente il post Sessantotto e certe tendenze all'assemblearismo), oggi rischiamo l'esatto contrario, cioè l'assenza, l'autoreferenzialità, il vuoto, ciascuno che va avanti con il proprio paraocchi, vince chi urla di più e non importa se capisce di meno.


giovedì 14 giugno 2018

Diventare grandi (La stagione di Zaccaria)

Sulla battigia, a due metri dalle onde placide del mare, un bimbo siede gaudente con gli occhi fissi sulle mani minuscole, sporche di sabbia. Attorno a lui, disposti a semicerchio, in piedi, sei anziani, simili a colonne, che lo osservano silenti e compiaciuti, novelli Zaccaria che contemplano quello che per loro pare insieme Gesù Bambino e Giovanni Battista.
Appena incontrati non vi ho fatto caso, se non distrattamente. L'immagine però mi è rimasta impressa e per giorni e giorni l'ho ruminata, inconsciamente, finché ieri l'altro, di mattina, chiacchierando con Paolo e Beppe si è accesa la luce, una lampadina.
Fino a sessant'anni fa si partiva in tanti e alla vecchiaia giungevano pochi. La nostra società era zeppa di infanti, di giovani e con pochi anziani, che non a caso venivano messi al centro dell'attenzione, oltre che della tavola.
Ora è il contrario: la clessidra si è capovolta, si campa a lungo, ma le nascite sono merce rara ed è naturale che i pochi bambini siano posti su un piedistallo, soggetti di mille premure e coccolati, riveriti, venerati, mantenuti idealmente nella culla anche quando hanno gambe e braccia forti per conquistare il mondo e non soltanto per fare merenda.
Non basta. Pure la fascia di mezzo, che è poi la mia, paga dazio a questo cambiamento.
A illuminarmi, questa volta, è stata Ambra, con le parole commoventi con cui oggi ha salutato per sempre la sua mamma. "Attraverso questo dolore siamo più grandi" ha detto. È vero. L'ho provato sulla mia pelle e ne resto convinto: si diventa adulti passando per la sofferenza, per la malattia, per la morte di chi ci ha generato, partorito e cresciuto, chiunque esso sia.


P.S. Che poi, a pensarci bene, è una lezione ricevuta mille volte, proprio da bambino, ma a cui ho fatto sempre poco caso, non riuscendo appieno a comprenderla. Accadeva quando mi sbucciavo un ginocchio o facevo un capitombolo e mi mettevo a piangere, disperato, venendo consolato da un abbraccio, da un bacio e dall'immancabile frase: "Dai, che sei diventato più grande". Grande, non alto, come invece fraintendevo perplesso allora. "Più grande". Più saggio, più adulto. Migliore insomma, anche se meno innocente, e a volte più triste, di prima.

venerdì 11 maggio 2018

Nel mezzo del discorso (La politica spiegata ai miei figli)


Seduti alla stessa tavola, per cena, stiamo di rado. Soltanto noi, intendo, senza avere per ospiti parenti o amici vari.
Imploro le vostre scuse perciò se ieri l'altro vi ho annoiato organizzando tra i primi piatti e il companatico una sorta di comizio, inalberandomi e non poco, quasi avessi davanti un pubblico vasto e ostile, mentre voi ascoltavate con vago interesse persino.
Così dopo mesi di un ruminare in solitaria per evitare le bagatelle di chi ai ragionamenti preferisce il tifo da stadio, non mi è parso vero di potermi ergere su un trespolo (che non avevo) e fare un discorso in famiglia come fossi tra gli scranni del parlamento.
Chiedo perdono a te, per prima, Isabella, se cinque volte hai tentato di inserirti nel discorso e per cinque volte sei stata rimbalzata, che una simile veemenza dovevano contrastarla neppure le suffragette di inizio Novecento.
Domando venia a te, Giacomo, con il quale pure parlo spesso di politica e l'altra sera, dopo i primi dieci minuti di attenzione, in tre occasioni hai cercato di sgattaiolare dalla cucina alla zona giorno e per altrettante volte sei stato richiamato, in un paio di circostanze anche con malcelata stizza da parte mia, come colui che sta decidendo i destini della nazione e teme che coloro che gli sono vicini non si rendano conto dell'ora "segnata dal destino" che stiamo vivendo.
I miei rispetti a te, Giovanni, unico che, dati i tuoi sedici anni e una serata che ti vedeva particolarmente su di giri, hai visto tollerato un interesse evidentemente parziale e hai sbirciato continuamente il telefono e cercato di far ridere di sottecchi tua sorella, con smorfie buffe e ammiccamenti per prendermi in giro.
Onore a te, Giorgia, la sola a sembrare colpita davvero, con domande che a tratti mi hanno infervorato, a tratti invece indispettito (per l'ingenuità o perché spesso non capivi e così dovevo ripetere, assumendo lo stesso atteggiamento - tra l'altro - che aveva la mia odiatissima professoressa di matematica al liceo!).
Ho esagerato, lo so, cercando di compensare con voi una sorta di aventino che per eccesso di razionalità o per cinismo o per codardia, sui temi politici, in questi mesi mi sono cucito addosso.
Ma ciò sarebbe nulla se non confessassi la vera colpa e il motivo autentico per cui ho scritto tutto questo: approfittando del vostro fuggi fuggi, durante la prima pausa del mio accorato comizio, ho finito tutto il mezzo chilo di fragole con il succo di limone che c'era sul tavolo, approfittando del fatto che nessuno nella mezz'ora successiva ha osato riaffacciarsi nelle vicinanze. E ciò vi serva da lezione: sei voi non vi interessate di politica, la politica si interessa di voi e fa sparire le cose che contano.

P.S. "Fragole a parte, qual era il nocciolo del discorso che l'altra sera hai tenuto, Giorgio?". Qualcuno, qualche sconsiderato, se lo sarà chiesto. E se così non fosse, come temo, io non vedo comunque l'ora di dirlo. La premessa era questa: non siate negativi o pessimisti, dimenticate per un momento nomi e volti e storie personali e proclami e polemiche di questi mesi, poiché il teatro di oggi è nel nocciolo identico a quello a cui da decenni assistiamo, mentre dovremmo essere interessati a comprendere se esiste qualcosa di nuovo, di epocale oserei dire, che merita di essere sottolineato con un pennarello rosso e studiato con la cura e la passione con cui l'entomologo osserva un coleottero mai prima visto. La risposta è: sì, c'è a mio parere qualcosa di inedito, di curioso, interessante, di potenzialmente in grado di segnare una svolta e una rottura con il passato. Magari, la prima volta che tornano in tavola le fragole, fatevi invitare a casa mia e ne riparleremo.

sabato 28 aprile 2018

L'acqua del pozzo (Chi siamo e come decidiamo di apparire)


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Non sei mia figlia, pur se potresti esserlo, con i tuoi anni dispari anche quando sono pari, quel corpo sbocciato in fretta e mille pensieri in testa. Ne conosco soltanto una parte minima, una virgola, ciò che traspare dal sorriso ampio quando ti incontro e dal ricordo di qualche momento condiviso, in cui mi era sembrato di comprendere tutto e invece non sapevo nulla. Fuori sei marea placida, onda leggera del mare quando sale la brezza, dentro invece è un pozzo, che a volte mi pare acqua torbida, nonostante resti convinto sia colpa dell'ombra e che in realtà sia come l'ho sempre immaginata: cristallina.
Penso a cosa ricordo di te, all'impressione avuta, fatico a ritrovarla quando inciampo nelle immagini che pubblichi, in ciò che scrivi, con un linguaggio che urta e ti calza come una scarpa larga, sgualcita.
Rimango incerto se la ragazza che conosco, da quel frammento che rammento e da cui ti ho ricostruita, sia la stessa che fa mostra di sé provocando, assumendo una posizione estrema.
Credo di sì, sei la stessa. Ne sono certo anzi. Sono io che non ti conoscevo abbastanza (nessuno si conosce mai abbastanza) e sei tu che decidi di apparire esagerata, di recitare una parte, anche se è una parte vera.
Do la colpa all'età, a quella fase della vita in cui si forma una personalità adulta, ma mi rendo conto di essere superficiale o, peggio, di dire una bugia.
Tu non sei differente da chi è più grande di te: ciascuno di noi indossa una maschera, bella o brutta che sia, chi più bravo e chi meno a rifarsi il trucco ogni mattina, chi più abile e chi meno a coesistere con serenità alle incongruenze, alle debolezze, ai limiti della natura umana.
Tu non sei diversa dagli altri e mentre lo scrivo mi rendo conto che quanto considero una rassicurazione potrebbe suonare alle tue orecchie come una sconfitta, poiché ciò che cerchi è proprio la diversità, la capacità di evidenziarti, di ritenerti unica.
Metteti il cuore in pace. Unica lo sei, lo sei sempre stata, dalla prima scintilla che ti ha dato vita alla scelta del vestito che indosserai questa sera. E prima di scrivere qualsiasi cosa ricorda che c'è chi ti guarda e merita la parte migliore di te, non spazzatura.

P.S. Avrei voluto pubblicare un post sull'importanza del contesto, del distinguere la vita reale dai social, del fare attenzione al linguaggio che usiamo. L'ho fatto.

domenica 22 aprile 2018

Brava Giulia (Fiducia nel futuro)



Fiducia. Una parola che non uso spesso, un sentimento che raramente esige di essere pronunciato: quando c'è, sta in piedi da solo, senza necessità di evocarlo.
Faccio eccezione, poiché in questi giorni la sento particolarmente presente, soprattutto abbinata ai termini "giovani" e "futuro".
Sarà che nei mesi recenti ho ricevuto un regalo stupendo, quello di stare a contatto e lavorare con i ragazzi delle scuole superiori, un'esperienza che si somma alla compagnia dei miei figli, anch'essi più o meno di quell'età, con ogni contatto che diventa occasione di scambio, iniezione di positività, di ottimismo, confermando ciò che già sapevo: il mondo è una ruota che gira, quasi sempre in meglio.
Ieri l'altro poi si è laureata Giulia, mia nipote, dimostrando una caparbietà, una determinazione, pure un'ambizione che molte ragazze della generazione precedente non avrebbero avuto. Sono così orgoglioso di lei, che non si è limitata a seguire un solco già segnato, costruendosi piuttosto un percorso e un destino. Molto resta ancora da fare, è vero, la laurea al giorno d'oggi non è un punto di arrivo, semmai una base di partenza, un possibile trampolino, tuttavia merita un applauso l'esserci saliti, aver compreso che l'avvenire si gioca innanzi tutto puntando in alto, cercando ciò che genera passione e dà soddisfazione davvero.

P. S. Non sono uno dei suoi moltissimi fan, sulla persona in sé ho anzi motivate riserve, tuttavia c'è una canzone di Vasco Rossi che fa da colonna sonora perfetta di questo post. Soprattutto il ritornello: "E brava Giulia, e brava Giulia / prenditi la vita che vuoi / E brava Giulia, e brava Giulia / sceglitela, certo che puoi". Brava Giulia, te lo dico anch'io, per tua fortuna (di tutti) senza cantarlo. La vita non si subisce: si sceglie. Una lezione che ci hai dato, insieme a tutte quelle che a tua volta hai imparato.

sabato 14 aprile 2018

Eravamo quattro(mila) amici al bar


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Baglioni e i suoi occhi scuri sono diventati grandi insieme e negli ultimi dieci anni mano nella mano si sono accompagnati pure i social network e questo blog.
Un bar. Così Pierluca Santoro descrive Facebook. Un bar, un luogo dove passare spesso o raramente o di tanto in tanto, per incontrare gente, per dire la propria, per sapere cosa pensano gli altri, come vanno le cose, quali gli argomenti più discussi.
In quel bar mi sono trovato bene e per anni ho accettato che diventasse più grande, con un'ampia cerchia di amici (conoscenti, sarebbe la definizione corretta), andando d'accordo con alcuni e limitandomi a osservare gli altri, proprio come in un bar, dove attorno al tuo tavolo sono pochi, molti quelli che sbirci e ogni tanto incappi in qualcuno di nuovo o scambi due parole, mentre ti alzi per andare al banco e ordinare un'altra bibita.
Un paio di mesi fa, per la prima volta, ho cambiato registro e accompagnato idealmente alla porta del "mio" bar chi non sopporto più, comprese persone che conosco di persona e di cui mi ritengo amico ma che lì - in quella bolla che molti si ostinano a ritenere vita ma rimane sempre e fondamentalmente un bar - mi risultano fastidiose come mosche nella minestra.
Breve elenco.
I negativi. Gli odiatori. Coloro a cui non va mai bene niente. I detentori della verità assoluta. Chi tifa contro (in maniera seriale, senza usare leggerezza e ironia). Quelli che hanno la puzza sotto il naso. I saccenti. I diffusori di falsità, bassezza, violenza.
Prima li tolleravo, adesso li cancello, talvolta con amarezza, altre con soddisfazione, come quando ci si libera da una zecca.
Alcuni, rarissimi, invece li conservo, pur appartenendo a una o addirittura a più delle categorie indicate qui sopra. Lo faccio non per masochismo, bensì per ricordare che il pensiero unico è comunque pericoloso, che l'omologazione è rischiosa e per continuare ad indurre, però in dosi omeopatiche, un moto di reazione, di indignazione, di ribellione alla stupidità umana.
P.S. Perché come mi ripete spesso Paolo Ferrari: "A dire sì siamo capaci tutti, ma sono i no che fanno crescere, perché marcano una differenza e costringono a un cambio di rotta".

martedì 10 aprile 2018

La tentazione del silenzio


Scrivo a molti, quasi mai a me stesso.
Dovrei farlo, più spesso, per ricordare il ragazzo che ero, quanto sono cambiato, quali invece le impronte immutabili, ciò che mi emoziona e quello che invece mi fa serrare la mascella e masticare amaro.
Mi commuovo parecchio. L'ultima volta qualche giorno fa, durante la registrazione del programma che conduco, alla visione di un breve video commissionato dall'Ats al Media Center dell'Eco.
Il tema era quello delle dipendenze, con i ragazzi di quarta superiore che l'hanno realizzato ribaltando la prospettiva, mostrando alcuni atteggiamenti che rafforzano l'autostima, che producono una specie di anticorpi per evitare che la difficoltà diventi disagio.
La scena era semplice: un bimbo che sbaglia il rigore, suo padre che ci rimane male eppure non smette di incoraggiarlo. Balzo in avanti e otto anni più tardi quel cucciolo d'uomo, diventato nel frattempo un giovanotto, segna e va ad abbracciare il genitore che l'ha sempre sostenuto.
Quando siamo tornati in studio avevo i lucciconi agli occhi e un po' me ne vergognavo. Per fortuna la regia mi ha tratto d'impaccio, impostando inquadrature da lontano o almeno non tanto vicine da notare un paio di lacrime che nel frattempo rigavano il viso.
Ho letto da qualche parte che le persone forti sono quelle che si commuovono più facilmente: io devo essere fortissimo.

P.S. Ho un ringraziamento particolare da fare, a coloro che passano da qui e mi leggono e me lo fanno sapere e si lamentano se sono pigro e mi sostengono. Già, mi sostengono. La vita non è mai una linea retta, c'è stato un tempo in cui per passione e per mestiere o qui o sul giornale scrivevo ogni giorno. Quattro anni fa altro giro di giostra, una nuova opportunità, un modo di comunicare diverso e molti fogli bianchi, un po' per scelta, un po' per caso. Spesso mi capita di preferire la lontananza, l'assenza, il silenzio, da contrapporre alle molte chiacchiere, alle parole in eccesso, al rumore di fondo costante che diventa di volta in volta sibilo, borbottio, frastuono. In queste settimane avverto tuttavia  l'urgenza di non abdicare, di far sì che la moderazione non si trasformi in accidia, disimpegno, indifferenza. Mettere a frutto il talento, non seppellirlo sottoterra insomma, poco o tanto che sia. Per farlo userò uno stratagemma, scriverò di volta in volta a qualcuno di voi, anche senza mettere il nome, per non creare imbarazzo. Non sarò insistente, ma nemmeno assente. Il filo annodato più di dieci anni fa merita di continuare ad essere tessuto.

sabato 31 marzo 2018

La mano nella tua


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Mi hai tenuto la mano nella tua, per tutto il tempo, la pelle morbida quanto quella di un bambino e anche sul volto era distesa, liscia, senza un ruga nonostante gli anni e il male che, dice mia madre, ti ha scavato nel profondo.
Non ci vedevamo da anni, sapevo che ti eri ammalata, ma come al solito ho badato più a correre, rimandando di mese in mese, di giorno in giorno.
Oggi mi sono deciso, ti ho trovato nel letto di un ospedale, debole eppure serena, con gli stessi occhi chiari e mansueti e dolci che ricordavo.
Hai l'età di mia mamma, tuo marito è stato il miglior amico di mio padre, sono cresciuto frequentando casa vostra e andando in vacanza insieme, quando ero piccolissimo. Poi i momenti d'incontro si sono diradati, non a scapito della qualità: bastava una visita, un saluto, un bacio, un abbraccio, per riportare quell'intimità che distingue l'amicizia autentica dalla conoscenza vaga, il bene profondo da quello blando. Le occasioni più piacevoli erano le serate in cui vi venivamo a trovare e si chiacchierava tutti insieme fino a notte fonda, io poco più che ragazzo, al pari dei tuoi figli, tuo marito mattatore indiscusso, come sanno esserlo coloro che non conoscono vie di mezzo ed esiste soltanto il niente o il tutto. Tornando a casa, in auto, con mio padre e mia madre commentavamo i discorsi fatti, tornavamo a ridere delle battute, talvolta mi addormentavo, altre invece finivo per cantare con mio papà, che aveva voce di tenore e quando era allegro non risparmiava il fiato.
Mi hai fatto un regalo oggi, ricordandomi che nella vita più di tutto importa perdonare e voler bene, cominciando da chi ci è vicino. Augurio migliore non potrebbe esserci per la giornata di domani, che è Pasqua di risurrezione e ci rammenta che anche se noi prima o poi ce ne andiamo, sempre vivo rimane ciò che c'è di mite, di buono.