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sabato 20 dicembre 2025

Fiorire e far fiorire (Stare bene al lavoro)

Vedere positivo è una propensione del cuore, prima che un esercizio oculistico.
In ogni mestiere, in ogni luogo di lavoro abitato, ho trovato del buono e son certo di esser stato fortunato.
Ad ogni modo, sono grato a chi fin da principio mi ha dato la possibilità di guadagnarmi il pane e anche il companatico. Così come ricordo con affetto ogni collega avuto accanto, compresa l’esigua minoranza di coloro che mi urtavano e i molti con i quali invece s’è sviluppata un’affinità elettiva che ha tuttora i tratti dell’amicizia, pur se non ci vediamo.
Un corposo preambolo, per dire che dopo un lungo vagabondare, sovente facendo di necessità virtù, il porto in cui sono approdato due anni fa è un piccolo gioiello, un diamante per il quale quanti ci sono abituati faticano a cogliere le sfaccettature di luce, mentre brilla agli occhi di chi ha conosciuto in quarant’anni altro.
Mi riferisco sia al nocciolo del lavoro, a quanto produciamo, alla cifra giornalistica in sé, sia al contorno: la città, l’ambiente, le persone di ogni ordine e grado.
Ieri ne ho avuto la conferma, in due distinti momenti: il brindisi aziendale mattutino e la cena con i colleghi, karaoke finale incluso.
Momenti di partecipazione genuina, non ipocrita, in cui per metà mi sono immerso, per l’altra metà invece era come se osservassi me stesso e gli altri da fuori, dall’alto, realizzando cosa m’è capitato in questi mesi e comprendendo appieno come mi sento davvero, professionalmente parlando: un fiore sbocciato.

P.S. Fiorire e far fiorire. Un buon proposito per il nuovo anno. «Fioritura» nel senso in cui la intende Maura Gancitano, cioè la sua traduzione in italiano di ciò che i greci chiamavano “eudaimonia”, la felicità che discende dal trovare il proprio “daimon” socratico. Che è ancor più di talento, interesse, scopo, fuoco. Piuttosto, un sentirsi in armonia profonda con se stessi, «agendo secondo i propri tempi e la propria vocazione», rendendo il lavoro denso e insieme lieve, pienamente innestato nella vita e non zavorra, cruccio, laccio.



martedì 11 ottobre 2022

Ius vitae (Viva l'Italia)

“Cara Italia, perché giusto o sbagliato che sia questo è il mio paese, con le sue grandi qualità ed i suoi grandi difetti.”
(Enzo Biagi)

Tra un paio di giorni si radunerà il nuovo parlamento, il centro politico di un Paese che spesso, noi per primi, italiani, denigriamo.
Abbiamo molte responsabilità, altrettante colpe, come comunità, come popolo. Prima di tutte, forse, il cuore chiuso per la troppa abbondanza, per una ricchezza diffusa che mai abbiamo avuto, anche se la memoria dei contemporanei è sempre corta, guarda miope alle spalle, preferendo la punta del naso.
Di contro, proprio per questo, giusto non fare di tutte le erbe un fascio. Alla sordità che impedisce di udire il grido di dolore di chi emarginiamo fa eco la grandezza di gesti apparentemente scontati, banali, ma che banali e scontati non lo sono affatto.
Prendo esempio da parte di uno scritto ritrovato per caso, a narrazione della festa finale dell'anno scolastico nel mio paese, Lurate Caccivio. È di dodici anni fa, potrebbe essere di ieri l'altro. 
Le maestre "Mariella, Luisa, Manuela e Maria hanno portato quest'anno a termine il ciclo delle elementari in una scuola pubblica, organizzando uno spettacolo finale per tutte le classi quinte. Per due ore e mezzo bambine e bambini hanno intrattenuto la platea di un teatro. Se ne sono viste di tutti i colori, con ragazzi venuti dalla Tunisia e dal Ghana che hanno ballato sulle musiche di Michael Jackson ed altri che hanno preparato scenette in dialetto comasco, qualcuno s'è esibito in un'appassionata 'O sole mio, il tutto farcito di diapositive che hanno riepilogato cinque anni insieme, fianco a fianco. A un certo punto, a metà serata, tutti insieme hanno cantato l'inno di Mameli e noi, a cui viene il prurito per ogni retorica, siamo rimasti ugualmente stupiti e commossi di quell'andare in coro: bambini dai colori differenti ma accolti e cresciuti dalle insegnanti nello stesso modo. Ognuno sa da dove proviene, se da Trapani, dal Senegal o da via Umberto. Le radici per fortuna non sono recise di netto, ricordandoci che siamo frutto di una tradizione, di una cultura differente, che può essere d'ostacolo ma anche arricchire l'un l'altro. Su quel palco, cantando quell'inno, ognuno dichiarava un'appartenenza condivisa, che non rinnegava le differenti radici, semmai le radunava. Lo diciamo schietto: non ci siamo mai sentiti così orgogliosi di essere italiani, figli di un paese che offre una scuola e insegnanti capaci di far sentire ogni bambino a casa. La sua, la nostra".

P.S. Chiedo perdono per interesse privato in racconto d'ufficio se cito una contraddizione che conosco e vivo, da vicino. L'Italia è quel Paese che non riconosce a K., nato nel nostro paese e cresciuto qui, secondo le nostre tradizioni, senza metter mai piede oltre confine, diritto di avere una cittadinanza e un passaporto o anche una semplice carta d'identità valida per l'espatrio, fosse una vacanza in Spagna o accompagnarmi a camminare a sette chilometri da casa nostra, dove la Lombardia diventa Svizzera, Ticino. Al contempo, è lo stesso Paese che ha permesso a K. non soltanto di studiare, ma pure di vivere una vita dignitosa, assumendosi la maggior parte delle spese, in certi casi gravose, per farlo crescere, accudirlo.

lunedì 15 agosto 2022

Il dito e la luna (La maledizione del misurare)

Ti ho ascoltato, ho cercato di ascoltarti, come riesco, come posso, con tutti i limiti che mi porto appresso, compreso quello che mi rende così umano e mi spinge a “misurare tutto”.
Sei sempre accanto a me, pur se ti nomino di rado e ancor meno rivelo che ti penso, che mi manchi, che specialmente oggi avrò un vuoto dentro, poiché è una delle feste a cui non saresti mancato e mi parrà tuttora di vederti, a capotavola, mentre sorridi e versi il vino.
Dei molti che erano seduti, troppi mancano all’appello, tu però sei il più giovane, colui che non ha seguito la logica del tempo, che è stato strappato con uno scarto del destino.
Ti ho ascoltato, dicevo, cercando di godere questa vita più di quanto mi verrebbe spontaneo, concentrato come sono a costruire senza badare che un giorno, spesso senza preavviso, crolla tutto.
Ho programmato più vacanze, sono stato meno orso, ho sperimentato modi nuovi di viaggio, non ho avuto braccio corto e, quando mi veniva la tentazione di ritrarlo, mi sono tornate in mente le tue parole, ma prima ancora il tuo sguardo, l’espressione del tuo viso, esattamente un anno fa, quando senza fronzoli hai confidato quanto sciocchi siamo a rinunciare alle esperienze belle per pigrizia, per risparmio.
Ho cercato di fare la mia parte insomma, come ho visto fare a chi ti era ancora più vicino, per dimostrare che in noi, in tutti noi, sei vivo e che il tuo lasciarci così presto non è stato vano.

P.S. “Misurare” è abilità che può essere dono e maledizione al tempo stesso, una delle derive a cui come esseri umani tendiamo e che ci rende così diversi dalle creature che intendiamo divine, per le quali il tratto caratteristico è esattamente il contrario, cioè l’estrema abbondanza, il senza confini, il donare continuo, straripante, in eccesso.
“Misurare ogni cosa” è tentazione continua, una tendenza innata, pure negli spiriti più liberi.
Sconfiggerla, eliminarla, estirparla completamente è arduo, però se ne può avere consapevolezza, accorgersene, giungendo a mitigarla, tenendola a bada, impedendo che diventi idolo, ricordando che nessuno è tanto ricco come colei o colui ch’è veramente povero, cioè non aggrappato al materiale, disposto a rinunciarvi, in parte o del tutto.

giovedì 24 dicembre 2020

Silent Night (Elogio del vuoto)

In genere lo rifuggo e, anche per il mestiere che faccio, a tratti ne ho proprio orrore.
Eppure, in questo Natale per cause di forza maggiore azzoppato, del bicchiere metà pieno apprezzo proprio l'altro mezzo, quello vuoto, l'assenza, il silenzio, con la conseguente possibilità di ritagliare un poco più di tempo per la compagnia a cui faccio caso meno, quella con me stesso.
I giorni di festa, nel bene e nel male, restano questo: un'occasione.
Lo spunto per mettersi in moto, per uscire dai binari, per compiere gesti pure nel loro piccolo straordinari.
In questo senso le restrizioni imposte dalla pandemia possono diventare trampolino e non necessariamente ostacolo, restituendo alle relazioni sostanza e soprattutto spessore.
Un Natale meno di fretta, più rado di avvenimenti, di obblighi, impegni.
Un Natale a misura d'uomo, essenziale.
Un Natale in cui riscoprire la possibilità di ciò che conta veramente: tenersi in contatto, esprimere i propri sentimenti, telefonando, scrivendo, approfittandone per uscire dal banale e provando a esprimere ciò che si prova, prendendo coraggio e superando ogni imbarazzo, tornando in qualche modo innocenti, i bambini che eravamo.
Il mio proposito, per questo e per i prossimi giorni di festa, sarà proprio questo: parlare meno, ma di cuore.
A chi passa di qui intanto anticipo abbracci ed auguri sinceri, come ogni anno.


martedì 10 novembre 2020

Il giorno più bello (Sogno o son desto)

È stato semplice, spartano. Il più semplice, il più spartano e insieme il più bello, vissuto senza imprese straordinarie, a contatto fisico o mentale con le persone a cui tengo, godute di persona oppure tramite messaggio, al telefono.
Oggi, meglio di così, non potevo immaginarlo, comprendendo alla fine che sono diventato più grande davvero, più vecchio, maturo, anche più contento.
Pur bravo che possa essere, le parole non potranno mai raccontare appieno lo stupore, la scoperta, il valore dell'incontro, le emozioni, le sensazioni, le esperienze che ho provato. Quelle esistono soltanto nel presente, nell'istante in cui si provano, poi fatalmente scivolano, si polverizzano, svaniscono, esattamente come all'alba un sogno, i cui contorni man mano si dileguano, tessere di domino che cadono ad una ad una, scenografie di teatro che man mano affondano nel mare sterminato dell'oblio.
Resta nella carne il ricordo di qualcosa di piacevole, bello, senza tuttavia un contorno definito.*
È una memoria di etichetta, di copertina, non di sostanza.
Accettarlo, rinunciare a trattenere ad ogni costo, essere consapevoli che comunque tutto passa, badare piuttosto a vivere l'attimo, è sapienza antica e insieme mai compresa del tutto.
Oggi però l'ho fatto. Domani non ricorderò bene tutto, nel dettaglio, ma che almeno qui rimanga traccia che oggi, per il mio cinquantaquattresimo compleanno, sono stato felice, a casa tutti insieme, al telefono o per messaggio - visti i tempi - con le altre persone che amo, il pomeriggio in giardino, a piantare erica e curare le aiuole in vista dell'inverno, guardando "Fargo" (il film) la sera, scartando molti regali e andando a letto sereno, cominciando un altro sogno, non sapendo dire in tutta onestà se più vago o reale di quello vissuto a occhi aperti, durante il giorno.


* Abbiamo timore della demenza, di diventare anziani e di incappare in quel male che ci riporta all'incapacità di ricordare tutto, come bambini di pochi mesi o come le piante, senza renderci conto che così lo siamo già, nella sostanza. È una questione di misura della memoria, di differente approssimazione, non di differente destino. Una constatazione che non mi mette tristezza. Al contrario, è così che affronto con più ottimismo il futuro.

giovedì 25 aprile 2019

Dentro me vivi sempre (parlarsi senza usare la voce)


Venticinque aprile. Che sia davvero una "liberazione", dai cattivi pensieri, dagli affanni inutili, dalle distrazioni vane, dalle priorità capovolte, dalle divisioni dannose.
Venticinque aprile e tu non ci sei più, a ricordarmi che i gesti contano più delle parole, che la generosità è moneta che paga sempre, che una mano basta per proteggere i figli, perché con l'altra occorre spingerli.
Venticinque aprile è un vaso vuoto quando perdiamo il desiderio di valori condivisi, quando crediamo di essere migliori degli altri, quando saliamo sul piedistallo e tutti ci sembrano piccini.
Tu non avevi questa tentazione, nessuno ti ha innalzato mai, tanto meno lo hai fatto da te stesso, restando l'uomo a cui non pesava la fatica delle braccia, anche se compravi e leggevi tre giornali e sapevi distinguere i "poveri" da chi banalmente non ha soldi, dai disperati.
Non so perché mi sei venuto in mente, senza un motivo apparente, una ricorrrenza personale.
Forse succede perché se sbando sei la mia stella polare oppure perché attraverso ciò che provo io possano trovare consolazione pure gli altri, coloro che vivono in affanno, che hanno timore di perdere le persone care.
Le persone care non le perdiamo mai. Possiamo non vederle, ascoltare la loro voce, parlarci, ma vivono dentro noi, sempre.
Proprio come te, che ritrovo talvolta allo specchio, nei tratti del viso che cambia e finisce con l'assomigliarti, che nella mia testa parli senza usare la voce, quasi sempre senza chiedere il permesso, spesso facendo capolino con i tuoi motti, le frasi lapidarie.
Dentro me vivi sempre, anche se non ti cerco nelle fotografie, se piango mai o raramente, se non ti nomino di frequente. Tranne oggi, in questo venticinque aprile in cui dovremmo essere tutti uniti invece ci dividiamo e io, per sapere dove andare e come comportarmi, devo ricordarmi da dove sono arrivato, chi mi ha messo al mondo e insegnato a camminare.

lunedì 7 gennaio 2019

Dieci più uno (Un compleanno col trucco)


Sono in tutto undici, con noi è stato il primo.
Un compleanno lungo, durato due giorni, dalla festa con i tuoi amici di ieri pomeriggio al momento insieme stasera, quello che tu hai definito "con i tuoi parenti", che poi sono i miei e in effetti anche i tuoi, ora, che pur conservando la tua originalità fai parte della nostra famiglia al cento per cento.
Ti ho visto contento, spensierato: è stato il più bel regalo. Lo sei spesso in questi giorni e mi si allarga il cuore ogni volta che ti metti a ridere a perdifiato e sembri immemore di ciò che è brutto, come se non ci facessi caso. So che non è sempre così, che quando vai a letto, la sera, e metti la testa sotto il lenzuolo e stai per addormentarti i cattivi pensieri a volte ti accompagnano. Lo intuisco da certi sospiri o forse sono io a dare forma al silenzio, mettendomi nei tuoi panni, ponendo in fila tutti gli inciampi di cui la vita ti ha presentato così presto il conto. Non conosco cosa alberga a tratti nel tuo stomaco, posso immaginarlo, tuttavia so pure che la vita è maggiore di qualsiasi ostacolo, così come la voglia di cielo limpido spazza via le nubi più scure e ti fa crescere sereno.
In più hai un candore, una purezza ch'è uno spettacolo. La si notava quando ti si illuminavano gli occhi - come ormai da noi si illuminano a nessuno - mentre scartavi i pacchetti: una felpa, una camicia, dei calzoni, le carte dei Pokemon, le figurine dei calciatori, il videogioco di Spiderman (quello che Gesù Bambino a Natale "si era sbagliato"), la scatola con i giochi di prestigio.
Per dieci minuti, al centro della sala, ti sei trasformato proprio in un mago, mostrandoci quanto imparato al volo.
E' stata l'unica volta in cui, di fronte a certi trucchi, non ho desiderato di scomparire io.

P.S. Tenerezza infinita ho provato anche in un altro momento: quando tua mamma ti ha chiamato e sei rimasto a parlare con lei un sacco e a un certo punto le hai domandato di tuo padre, di quanto in realtà è alto. "Perché?" ti deve aver chiesto lei e tu, impettito, le hai risposto: "Perché voglio sapere quando diventerò alto io".
Non so quanto diventerai alto, non lo sa nessuno, ma grande lo sei già, adesso.

martedì 6 ottobre 2015

Il fiume degli anni (How deep is your love)

Foto by Leonora
La canzone è partita all'improvviso, mentre scorrevo distrattamente Facebook. "How deep is your love" dei Bee Gees. In un istante la stanza attorno è scomparsa e la penombra era quella della soffitta della casa di Michele, in seconda media, il gioco della bottiglia, il ballo con la scopa, le chiacchiere delle femmine in un angolo, noi maschi in quello opposto, il giradischi al centro, la colonna sonora della Febbre del sabato sera ed era sabato sì, ma pomeriggio.
Di quella prima festa ricordo lo stupore, la sorpresa: ingenuo già allora, ero stato invitato ma credevo si giocasse a calcio, non mi aspettavo quell'intimità languida, con la percezione netta che si aprisse all'improvviso un mondo. Ballai "How deep is your love" e altri lenti con una mezza dozzina di compagne, tenni la scopa per un tempo che mi parve congruo, poi ci riunimmo in cerchio, toccò il mio turno di fare girare su se stessa la bottiglia che si fermò puntando Rossella e la baciai in modo casto, sfiorandole le labbra appena, ma con un'emozione che dura tuttora, se ci penso.
La seconda media è passata e la terza, università, liceo, amici, ragazze, posti di lavoro... 
Sono trascorse le stagioni, come pietre che rotolano, e credo restino vere per me e per l'intera mia generazione le parole che l'altro giorno ho scritto a Cristina, in occasione del suo compleanno: "Gli anni hanno aggiunto molto senza togliere nulla di buono e so cosa significa il tempo che passa, come un fiume, tracciando solchi e anse ben più profondi dei segni sul viso, ma al tempo stesso, proprio come un fiume, rendendo fecondo e vivo tutto attorno".

mercoledì 31 dicembre 2014

Il dono più bello (fatto e ricevuto)

Foto by Leonora
Pèrdono e perdóno: in un accento tutta la differenza del mondo. Lo sperimento ogni volta che nei rapporti umani scelgo le forbici che recidono o la leva che divarica invece delle asole che ricuciono, uniscono.
È così che tutti pèrdono, io per primo, mentre accade il contrario quando scelgo il perdóno, cioè un gesto di bene assoluto, incondizionato, che spazza via malintesi, fraintendimenti e mancanze.
Un gesto deciso, risoluto, opposto alla contabilità minuta di torti e ragioni, che ha il vantaggio di poter esser fatto d'impeto, come quando si salta in mare da uno scoglio o in piscina, dal trampolino.
Possiamo infatti trascorrere giorni e notti e mesi, in qualche caso addirittura anni, covando un rancore o alimentando un cruccio, mentre basta un istante per gettarsi tutto alle spalle e ricominciare da capo.
Quell'istante potrebbe essere oggi, sfruttando l'occasione della festa, del cambio tra l'anno vecchio e il nuovo, per tendere la mano, per preferire l'abbraccio alle distanze, una parola dolce al silenzio.
P.S. Non esistono persone perfette né famiglie modello. Nei giorni scorsi, ad esempio, casa mia è stata tutta un risonar di sciabole e di silenzi, pesanti quanto piombo. Ringrazio chi infine mi ha abbracciato, nonostante tutto, dimostrando nei fatti ciò che qui ho soltanto scritto.

mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio

Foto by Leonora
Ieri ho conosciuto una persona carismatica, che senza essere invasata porta avanti la sua idea, testimoniando il valore della libertà non soltanto con le parole, ma con la vita.
Di Yoani Sanchez parlerò però un'altra volta: troppe sono ora le emozioni, i concetti, i sentimenti che rimbalzano tra cuore e testa. Farò un po' di silenzio, in modo da fare decantare il tutto e conservare il meglio di una visita straordinaria, qual è stata quella della giornalista cubana al Cittadino di Monza.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori, e qui voglio mettere in fila qualche idea sparsa proprio sul lavoro, su quella condizione umana necessaria da un lato e utile, dall'altro, non tanto per fare soldi, quanto per campare, per guadagnarsi pane e desideri di vita.
Penso a mio zio Emilio, classe 1924, diventato garzone di un'officina di fabbro a dieci anni e meccanico per il resto dell'esistenza. Penso a mio zio Gianni, classe 1937, a undici anni mandato in una piccola vetreria o a mio padre, anch'egli del '37, che neanche ebbe il tempo di concludere la quinta e già era per la campagna, a falciare l'erba e fare fieno e poi in stalla, a mungere mucche e dare da mangiare a polli e maiali. Penso a mia madre, anno di nascita 1940, che prima dei quattordici anni faceva andare i telai alla Clerici e Tessuto o a sua zia Angelina, venuta alla luce nel 1912, anch'essa impiegata in una filanda e la sera e la mattina presto a fare mestieri, in una casa privata.
Penso a tutti loro quando sento la retorica del lavoro e della dignità che esso aveva una volta. Ultimo in ordine di apparizione Riccardo Bonacina, con il suo raccontare di come un tempo l'importante era fare una cosa bene in sé, non per il salario né per lo stipendio che si riceveva.
Balle. Siamo figli di generazioni che hanno sacrificato i loro anni migliori, che si sono spezzate la schiena semplicemente per campare, per fare da respingente a una miseria nera. E anche se adesso è dura, se la crisi morde, se tante persone hanno nel cuore la pena di un'occupazione che manca (lo dico con rispetto e pure con empatia: ne conosco anche vicino a me, carne della mia carne), sono certo che siamo comunque anni luce avanti e in condizioni migliori di quelle in cui stavamo prima.
Non aggiungerò dunque retorica alla retorica del primo maggio, limitandomi a constatare che avere ricevuto in dote una fortuna non mette al riparo dal sciuparla, dal dilapidarla. Allora la giornata di oggi sarà di festa non in sé e per sé, bensì in segno di rispetto per chi non poteva (non può) fermarsi mai, per chi andava (o va) a lavorare da bambino, per chi non aveva (non ha) altra scelta.
Vivere senza lavorare per me è inconcepibile, ma parimenti non esiste dignità del lavoro quando la condizione del singolo individuo è disperata e si accetta di tutto, accada quel che accada. Sono questi i due estremi, inacettabili entrambi, mentre nel mezzo la discussione su quanto è determinante e utile il lavoro può esser fatta.

venerdì 30 dicembre 2011

Cento di questi anni

Domani è un altro giorno ma dopo domani è un altro anno.
Archivio quello che sta passando con qualche ora di anticipo, grato del molto che ho ricevuto e senza rimpianti per ciò che non è accaduto. Continuo ad essere un uomo fortunato, raccogliendo assai più di quanto ho seminato.
Se riesco, domani metto in fila uno dietro gli altri i motivi principali per cui ricordo volentieri il 2011 e le speranze per cui confido nel 2012 che sta arrivando. Oggi mi accontento di lasciare qua un pensiero, sulle persone che non ci sono più, che negli anni scorsi ci hanno lasciato.
Tra pochi giorni ad esempio saranno quattro anni che mio padre è morto. Mia madre lo piange ancora e anche se sono giorni in cui non è simpaticissima, ieri mi ha fatto tenerezza perché mi ha detto: "Mi manca e a volte sembra anche a me di morire, vorrei solo potergli parlare, ogni tanto".
Ogni tanto vorrei potergli parlare, anch'io, e in realtà lo faccio. E' lui che parla a me, meglio.
In mille cose che faccio, nelle decisioni che prendo, negli oggetti che sono stati suoi e sopratutto nei moltissimi ricordi che ho di lui, nel fatto di averlo goduto così tanto pur se non siamo sempre stati appiccicati, essendo stato bravo lui a recidere il cordone ombelicale, a non voler imporre le sue scelte, a farmi camminare con le mie gambe, anche quando imboccavo una strada impervia o inciampavo. Per questo non lo rimpiango e sono anzi lieto che se ne sia andato così, presto, eppure senza rimorsi o rimpianti lui stesso. Pur s'è dura ammetterlo, credo che non sia importante spostare l'asticella qualche tempo più in là, bensì poter dire "tutto è compiuto".
Detto ciò, mi preparo a "compiere tutto" nei prossimi cento anni. Come minimo.

Foto by Leonora

sabato 8 ottobre 2011

Il teorema di Marchionne

E' stata una bella serata, quella della cresima di Giorgia.
Della cerimonia non parlo, essendo un'esperienza personale e intimissima di chi la vive.
Il momento conviviale successivo invece è stato degno della fortuna che abbiamo: avere, essere una famiglia numerosa.
Casa nostra era piena di gente, ma non è questo che di per sé ha reso la serata speciale, unica. La differenza l'ha fatta, come sempre, il clima. Di gioia, di semplicità, di affetto, di buona compagnia. Il regalo più bello che Giorgia potesse ricevere, l'unico che resisterà all'usura e al logorio del tempo che passa.
Archivio il quadretto domestico e rispolvero un pensiero che mi ronza nella testa da quando ho letto "L'Espresso" della scorsa settimana, con un ritratto di Marchionne, l'amministratore delegato della Fiat. Più dei titoli, delle foto e dei sommari, mi ha colpito una frase tra le tante, una dichiarazione che lo stesso manager aveva rilasciato quando era da pochi mesi alla guida del colosso industriale italiano. "Salvare la Fiat - disse - richiede uno sforzo intellettuale com'è possibile avvenga una sola volta nella vita".
Che non tutto proceda per routine, che la bravura non sia uno stampo da utilizzare in qualsiasi circostanza, che il successo dipenda non tanto o non solo da un'abilità diffusa e tale da poter esser replicata, bensì che si tratti in qualche modo di un'opera unica, mi ha colpito parecchio.
Mi ha ricordato la matematica, o la fisica, con exploit che riescono una volta sola, di solito in età verdissima, mentre il resto della carriera trascorre sì nell'eccellenza, ma un'eccellenza priva di genialità, di scoperta.
E visto che come sempre rivedo a specchio su me stesso le altrui vicende della vita, mi sono domandato se anche a me capiterà di dover prima o poi affrontare un'esperienza che richieda uno sforzo intellettuale unico, irripetibile.
Non so se una risposta esista o se occorra più tempo per pensarci, ma non l'ho ancora trovata. Però qualcosa cova.

Foto by Leonora