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domenica 30 giugno 2024

Ben tornata (Tirare una linea)

Chi ti conosce sa, chi non ti conosce - o è prevenuto - non capirebbe.
È successo tutto in un vortice, una pressione aumentata a dismisura negli ultimi due mesi, coronamento di un impegno lungo dieci anni, con un finale amaro per te che ci tenevi e per noi che ti vogliamo bene.
Comprendo dunque il tuo stato d'animo e i sentimenti contrastanti di questo scorcio di stagione, in cui puoi finalmente riprendere fiato, anche se tu sei sempre stata abituata a fare tre cose insieme e il vuoto, seppur provvisorio, non è un foglio bianco da scrivere ma una parentesi da accorciare ai minimi termini.
Tra le cattiverie che hai dovuto sopportare la più ridicola è che volevi proseguire "perché non hai altro da fare": di tutte le persone che conosco, e ne conosco molte, tu sei quella che non ho visto mai restare con le mani in mano, lavori da quando avevi sedici anni, hai mantenuto un impiego tirando grandi nel contempo tre figli più uno, ti sei caricata sulle spalle me, che ora comincio ad essere un filo autonomo ma fino a qualche anno fa rispecchiavo il "patriarcato" più obsoleto, lasciando a te incombenze su tutto.
Lascio queste parole qui, pro memoria per chi ci succede, rinnovando la stima per le qualità che hai, per le doti che hai dimostrato, soprattutto l'ammirazione per la mancanza di ambizione fine a se stessa.
Non so se saresti stata una buona sindaca, credo che l'autocritica e il riconoscimento dei propri limiti siano sempre necessari, così come non sono tra coloro che gridano alla tragedia in riferimento a chi ha unito sacro e profano, estrema sinistra e leghismo militante pur di raccogliere il vostro testimone. Essendo il nostro paese mi auguro sinceramente possano fare bene. Di certo attendo al varco chi per anni ha criticato anche sulle minime questioni, non rendendosi conto della differenza che passa tra il dire e il fare: ora constateranno quant'è difficile e speriamo siano perseveranti quanto te a non lasciarsi cadere le braccia e a ricercare il meglio, nonostante tutto.
Da parte mia ho accusato il colpo (in questo senso però lo accolgo con favore: una sana spuntatina all'orgoglio, ch'è una brutta bestia e se di tanto in tanto non gli si tarpano le ali "ne rovina più lui del petrolio"), egoisticamente però sono contento di averti più con noi, a casa, di sapere che potrai tornare a dare per la tua famiglia e anche per te stessa il cento per cento, convinto che cambierà il campo, ma il seme buon che sei continuerà a mettere germoglio.

P.S. Tirare una linea. Io cerco di non portare rancore per nessuno però una linea l'ho tirata, misurando e soppesando molte persone, benedicendo anche le peggiori (le peggiori, per come sono fatto, sono quelle che hanno sempre rifuggito un confronto schietto, palese, aperto, nel merito delle questioni) poiché comportandosi male mi costringono alla virtù della tolleranza, dell'indulgenza, del perdono. Non è facile, lo ammetto, tuttavia nemmeno impossibile, anche se qualche sassolino dalle scarpe sono proprio tentato di togliermelo e lo trattengo non per bontà personale, che non ho, bensì per non dare cattivo esempio alle persone a cui tengo di più e che meritano di sapere che a vincere sempre deve essere il sorriso.

sabato 4 maggio 2024

Prometto (Dietro ogni donna...)

Prometto che ti sosterrò, anche se sono stato la persona che più ti ha messo i bastoni tra le ruote, colui che ha tramato e brigato, alla luce e nell’ombra, affinché ti tirassi indietro, ti dedicassi ad altro, scegliessi pace, tempo libero, vacanza.
Prometto che ti sosterrò, perché tu sei fatta così: la persona più fragile e insieme più forte che conosca. E anche stavolta hai dato a tutti noi, cominciando dai nostri figli, una lezione del coraggio che a me manca, mettendoti in gioco, accentando il rischio, affrontando una sfida.
Prometto che ti sosterrò, perché hai molti difetti - come tutti - ma sei certo generosa e trasparente, limpida e tutta alla luce del sole, mai voltafaccia o doppia.
Prometto che ti sosterrò perché grazie a te esercito ogni giorno (con fatica) le virtù della pazienza e della tolleranza, resistendo alla tentazione di parlare o pensare male di chi ha fatto altre scelte, ricordando che chi si impegna al giorno d’oggi merita sempre e comunque riconoscenza.
Prometto che ti sosterrò, e se non faccio pubblicità smaccata, con tanto di frasi ad effetto e foto di famiglia felice, è perché noi non siamo una famiglia felice, da copertina, come credo non lo sia nessuna. Ma essendo da trent’anni esatti una famiglia viviamo moltissimi momenti felici e in quelli ardui, impervi, ci sosteniamo a vicenda.

P.S. Prometto che ti sosterrò, perché tu lo hai sempre fatto con me. E perché dietro una donna in gamba... c’è sempre un uomo di cui quella donna si è presa cura.

domenica 23 ottobre 2022

Il cuore in pace (Per fortuna)

"La fortuna guida dentro il porto anche navi senza pilota".
William Shakespeare

“È una questione di fortuna”. Lo hai detto così, come s’appoggia la vanga in un angolo dell’orto o si ripone il mestolo nel lavandino, senza quasi pensarci, senza darvi troppo peso.
Una constatazione quasi ovvia, scontata, senza pretese di insegnamento, con la spontaneità delle certezze che si hanno, che si sentono.
Sei la persona che stima se stessa di meno e quella che ammiro di più, che considero fondamento del buono che ho combinato, spessore e sostanza delle famiglie a cui abbiamo dato continuità, anelli di catena che si intrecciano man mano.
La domanda che ti ho fatto riguardava proprio questo, la famiglia, i figli.
Da cosa dipende se sono “bravi” o meno? Come mai alcuni crescono sereni e se la cavano senza problema ed altri inciampano, s’affannano, restando impigliati in reti e in lacci che soltanto all’ultimo, quando ormai è tardi, vediamo? Perché a noi, per il momento, all’apparenza, finora è andata bene ed altri, non tanto distanti, non così diversi da noi sembra vada peggio, con pene e preoccupazioni e patimenti che schianterebbero un mulo?
“È una questione di fortuna”. Hai ragione tu.
“È una questione di fortuna” perché la fortuna - la disposizione naturale, le circostanze, le compagnie che si incontrano… - conta altrettanto, se non più dell’impegno, dell’intelligenza, del merito.
Riconoscerlo, esserne consapevoli, è fondamentale per osservare la realtà nella giusta luce ed evitare di restare schiacciati dalla responsabilità quando le cose vanno male o non girano per il verso giusto.
Noi contribuiamo al destino nostro e delle persone a cui teniamo, ma quello stesso destino non dipende da noi, dalla nostra bravura, dalla nostra volontà.
Mettiamoci il cuore in pace. Riconosciamolo.

P.S. Di “merito”, complice la nuova denominazione del ministero della pubblica amministrazione, si parla e si scrive parecchio in questi giorni, non sempre a sproposito, tendenzialmente però schierandosi, come sempre, com’è facile, o di qua o di là, giusto o sbagliato, bianco o nero.
Da parte mia, resto convinto che il merito sia cosa buona e giusta, a patto di non considerarlo l’unico criterio discriminante, il solo santo, un totem a cui inchinarci o, peggio, una clava da brandire.
Per chi vuole approfondire davvero l’argomento consiglio “La tirannia del merito” di Michael J. Sandell.

mercoledì 13 ottobre 2021

Amicizia (Camminare accanto)

Non camminare dietro me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico.
(Albert Camus)

Chi sarei mai, chi sarei mai senza gli amici e le amiche che di volta in volta, nella vita, ho avuto accanto, senza lo specchio, il trampolino, la stella polare, il punto d'appoggio che sono stati e che sono.
La vastità del mare calmo e d'un cielo turchese non bastava, lo scorso fine settimana, per contenere la pace del cuore e la tranquillità, la gioia di due giorni insieme agli amici d'infanzia e alle compagne che ciascuno s'è scelto e da cui scelto è stato.
Sono fortunato ad averli in dono e a frequentarli tuttora, pur se dolce è il giogo e la corda che ci unisce in passato a volte è stata tanto lassa da permetterci il giro del mondo, senza mai spezzarsi né esser percepita come vincolo.

P.S. La convivialità della tavola ha pochi eguali, poiché unisce il gusto per le bevande e per il cibo, i profumi, gli aromi. Ammetto però che il mettersi in cammino, passeggiare uno accanto all'altro, è per le relazioni ancor meglio, poiché come le carte del mazzo, il procedere a piedi consente la formazioni di coppie spontanee o di un piccolo drappello, con la possibilità di chiacchierare prima con questo, poi con quello, coinvolgendo tutti, nessuno escluso.

lunedì 16 novembre 2020

In verticale (Tu, laureato)

A quest'ora le luci si sono spente tutte, tranne quella del tuo sorriso, così ampio, così limpido.
Da oggi sei dottore, la corona di alloro da portare qualche ora, il diploma da appendere al muro, una laurea per la vita, mille ricordi d'università che ti faranno compagnia, in futuro.
Ciò che dovevo dirti di più sincero te l'ho scritto, soltanto per te, consapevole che il meglio di quanto provo non hai bisogno di leggerlo, lo conosci nel cuore, per quel legame insondabile che unisce padre e figlio.
Qui aggiungo un appunto per tutti coloro che pensano di non potercela fare, che si arrendono agli inciampi, che si lasciano tarpare le ali dalle difficoltà e dalle persone ottuse o meschine incontrate lungo il cammino, comprese coloro che dovrebbero essere d'aiuto e invece si dimostrano l'esatto contrario, una zappa sui piedi, pietra attaccata al collo.
Sei nato e cresciuto in una famiglia che ha creduto in te, ma niente ti è stato regalato.
Sei arrivato in cima agli studi con l'ardire e la cocciutaggine degli scalatori in verticale, quelli che hanno una meta nel cuore e proseguono un appiglio via l'altro, senza timore di stare per un istante sospesi nel vuoto pur di aggrapparsi a uno spuntone di roccia o a un solco nella parete e salire oltre il bordo del dirupo.
In passato quello odierno sarebbe stato il traguardo, oggi è una tappa - una pietra miliare - di un cammino di formazione infinito.
Per questo sono orgoglioso di te e felice al tempo stesso. Non tanto per il "pezzo di carta" ottenuto, bensì poiché hai dimostrato in questi anni di essere curioso, capace, intelligente, perseverante. Un uomo, insomma. E non soltanto uno studente modello.

P.S. Ho scelto la foto con tua madre, poiché nessuno più di lei è contenta per questo tuo risultato, nessuno più di lei conosce la resistenza e l'ostinazione di volare alto anche quando la sensazione è di schiantarsi al suolo. Che il suo esempio ti sia sempre utile, nei giorni in cui c'è luce, come oggi, ma soprattutto quando diventa buio.

sabato 17 ottobre 2020

Ciò che conta davvero (Spese e risparmio)

Lascio testimonianza pubblica qui, dell'incontro privato "genitori - figli" che oggi abbiamo organizzato, per condividere conoscenza di ciò che la nostra famiglia possiede, affinché possiate esserne responsabili, farvene carico. 
Il totale complessivo potrà esservi sembrato tanto o poco, dipende dal punto di vista, dalla considerazione che ne abbiamo.
Di certo l'intero raccolto è frutto di attenzione, di cura, in qualche caso di rinuncia, di sacrificio, di un oliva risparmiata ogni giorno, per parafrasare uno degli esempi classici dell'economia del tenere da conto.
Di contro, se la somma non è considerevole è per il fatto che veniamo da famiglie che avevano poco o nulla, in passato, e non siamo genia di imprenditori, coloro che moltiplicano le entrate, assumendosene anche il rischio. Abbiamo piuttosto passo corto e costante, come la formica contrapposta alla cicala nella favola raccontata da La Fontaine su spunto di Esopo.
Queste le pagine scritte fin qui, da chi vi ha preceduto, ora tocca a voi affrontare un tempo di mezzo, una stagione in cui non siete più ragazzi sollevati dai pensieri del conto economico, ma parimenti nemmeno adulti con una propria indipendenza, con un'autonomia che deriva dal reddito e dal proprio risparmio.
Ecco perché con vostra madre abbiamo deciso di confrontarci con voi su ciò che fino a ieri discutevamo soltanto lei ed io.
Al di là di tutto, a me importa questo: che i beni materiali e in particolare il denaro mai diventino "misura di tutte le cose" o, peggio, fonte di divisione, creando un solco.
I soldi non sono che uno strumento, un mezzo per poter godere senza ansie o patemi una vita felice e piena grazie ad altro, cominciando dagli interessi e dalle relazioni personali.
A tale proposito, credo possa fare da stella polare quanto mi ha confidato Loris, l'altro giorno. Una breve confessione che potrebbe essere la mia e che vale un manifesto.

Sai, ci sono stati giorni in cui vedevo più buio che luce davanti a me e in quei giorni mi sono rammaricato delle cose che avrei potuto fare nei tempi passati, cose semplici tipo un week-end lungo, una cena al ristorante, una sera a teatro, qualsiasi cosa occupasse il tempo insieme alle persone care, poche o tante, agli amici...
Quelle cose che spesso rinvii e poi non fai più per ragioni che solo ora hanno assunto un altro valore nella graduatoria delle priorità (il lavoro, i soldi, la pigrizia). Se il destino vorrà essere benevolo ecco, quello è il mio buon proposito, cercare di sfruttare il tempo per arricchire l'anima e il corpo di quei piaceri che la vita ti offre (anche una semplice camminata nel bosco o in riva al lago parlando del più e del meno), piaceri, persone care, possibilità che non scontati per tutti, sono una fortuna e per questo sarebbe un peccato non approfittarne.

venerdì 2 ottobre 2020

GK (Confessarsi, nell'intimo)

Rimasto in mutande e non per modo di dire, di fronte allo specchio, una settimana fa, l'occhio m'è caduto su un dettaglio accendendo insieme il lampo di un ricordo.
Faccio un passo indietro (qui, mentre scrivo, non quand'ero praticamente nudo, davanti allo specchio).
Chi abita in una casa affollata, specialmente affollata di ragazzi, sa che l'ordine è un'utopia più della città ideale di Tommaso Moro.
Tesa e mai doma, come la lotta tra bene e male, in ogni abitazione immagino si svolga la battaglia che esiste tra chi cerca di porre ogni indumento nel giusto armadio, cassetto, e chi invece abbandona scarpe, calze e felpe ovunque, con predilezione per sedie, tavoli e pavimento.
A casa nostra almeno è così, anche se la "reverenda madre" che sovrintende tutto ha una perseveranza e un'energia tali da non cedere mai e talvolta sbraitando, spesso in silenzio, non cede di un millimetro, mettendo sempre a posto tutto, lasciando ogni locale pronto per essere fotografato da "Elle Decore" o da " Domus".
Siccome però il diavolo si insinua nei dettagli, può capitare che qualche stortura si celi oltre le ante dell'armadio, manifestandosi con indumenti fuori posto, per un errore minuto oppure per una delle periodiche rotazioni che la suddetta "reverenda madre" programma con obiettivi limpidi soltanto a lei stessa, restando oscuri per gli altri coinquilini, che si accorgono di quelle piccole rivoluzioni soltanto quando non trovano ciò che cercano.
Tutto ciò per dire che a volte nel comparto dove in teoria dovrebbe esserci la mia biancheria, incappo in capi sconosciuti, che non so se siano finiti lì poiché dismessi dai figli oppure per sbaglio.
Sta di fatto che, lungi dal contestare alcunché, mi limito a indossare ciò che trovo, avendo imparato che è una ruota che gira e alla fine tutto scorre, come diceva Eraclito, ma anche tutto torna, come fanno calze e mutande mie e loro.
Una settimana fa, dicevo, è stato uno di quei casi. Il primo paio della pila di boxer in maglia di cotone nel cassetto, pescate nella penombra del primo mattino, pareva di bel blu accesso, con stampata ad ogni centimetro quadrato la sigla di un noto stilista americano.
"Guarda un po' - mi sono detto - qualcuno deve avere fatto spese folli oppure erano in saldo".
Un pensiero durato poco, il tempo di tornare verso il bagno, lavare i denti, sciacquarsi il volto, rimirarsi velocemente allo specchio e... l'occhio s'è fissato su un dettaglio, una lettera che non avrebbe dovuto esserci. Così ho controllato meglio, scoprendo con stupore che il buon Calvin Klein (CK) non c'entrava proprio, bensì stavo inconsapevolmente indossando una paio di Glein Kloin (GK), acquistate da un compagno di mio figlio Giovanni, al mercato, e finite lì probabilmente soltanto per darmi modo di confessarmi in tutti i sensi nell'intimo.

P.S. La GK non le ho restituite (ma la sera le ho tolte e lavate, giuro). Le porterò fieramente, in futuro, perché mi ricordano il ragazzo che ero, scarso di mezzi ma carico di stupore e di sogni, che a dodici anni comprò un paio di Addass, preferendole alle Mike in bella mostra nel negozio in centro paese del Giordano.

domenica 8 dicembre 2019

Se salgo lo trovo (Superpoteri femminili)


Per fortuna Dio o chi per lui ha concesso a ciascuno di noi almeno un difetto (con me tra l'altro è stato generoso, abbondando) affinché nello sperimentare i propri limiti non si sia troppo severi nel giudicare l'altro.
Ad alcuni però, in particolare ad alcune donne, ha concesso pure dei superpoteri, che l'Uomo Ragno al confronto è un imbranato.
Qualche esempio, limitato all'esperienza personale nel perimetro domestico.
-  "Metti il sale" (variante: butta la pasta)
Lei mette il sale o butta la pasta e pesa gli ingredienti "ad occhio". Ed è sempre giusto! Io l'ultima volta che ho obbedito gettando nell'acqua bollente "due manciate di penne", come mi era stato esplicitamente chiesto, abbiamo patito la fame (e ho pure le mani grandi!) e quel poco era insipido.
- "È nell’armadio" (variante: se salgo e lo trovo...)
Non esiste indumento che non si trovi al posto corretto, quasi sempre nell'armadio. Il fatto è che io non lo trovo. Osservo, sposto, cerco, risposto, ricerco... Nulla. Il vuoto. Al che mi arrendo e grido: "Qui non c'è, giuro". Al che la sua risposta è sempre la stessa: "Guarda che se salgo e lo trovo". Sale. E lo trova. Qualsiasi cosa sia. Sempre. Subito.
- "Compragli una maglietta" (variante: taglia dodici anni)
Un po' come per il sale e la pasta, anche per le taglie degli indumenti ha un occhio clinico. Io se entro in un negozio e acquisto una t-shirt per un bambino di dodici anni, che dunque dovrebbe indossare una maglietta misura "dodici anni" torno a casa con un lenzuolo matrimoniale, che sta largo pure a Platinette o con un francobollo di tessuto che al dodicenne arriva a malapena all'ombelico.
- "Piega i vestiti" (variante: metti in ordine)
Le camicie manco mi ci metto: uso l'appendino e le lascio stese, nel guardaroba. Magliette e felpe sono un incubo. Lei in tre mosse piega e sistema ogni cosa, riducendola a uno spessore di qualche millimetro, io mi impegno e sudo come per completare un origami giapponese dalla forma di fenicottero e alla fine avanza sempre una manica, c'è sempre una piega, sembra sempre una sfera o un bauletto, qualsiasi capo tento di sistemare nel cassetto.
- "Assaggia se è cotta" (variante: non lo è mai o lo è troppo)
Mentre l'acqua bolle con la pasta dentro da qualche minuto, lei intinge le dita pescando rigatoni o penne o spaghetti quasi direttamente dalla pentola oppure da un cucchiaio apposito, mostrando insensibilità delle mani e anche al palato, poiché lo spaghetto o la penna o il rigatone se lo infila subito in bocca, assaggiandolo a una temperatura che persino il dio Vulcano riterrebbe fuori posto. Lo stesso vale quando beve il caffè o sorseggia la minestra, appena tolta dal fornello. Io l'ultima volta che, per sbaglio, l'ho fatto, ho avuto le labbra di Angelina Jolie per un plenilunio.

Per fortuna ci sono anche i difetti. Limitandomi a casa nostra elenco questi.
- Spesa fatta di fretta, con prodotti acquistati a caso (abbiamo bevuto per una settimana litri di "bevanda al gusto di latte senza lattosio" invece di pacifico latte, mangiato würstel che sarebbero dovuti essere normali invece avevano il ketchup extra piccante dentro, usato un flacone da litro di "shampoo per i capelli tinti di rosso". E molto altro)
- Chiama mille volte il figlio o la figlia, urlando, e quando lei o lui risponde, lei replica: “Nulla, volevo soltanto sapere se c’eri”.
- Grida: "A tavola! È pronto....". Ma quando arrivi pronto non lo è affatto e devi aspettare minuti minuti, senza lamentarsi, perché altrimenti dice: "Dovevate cucinare voi allora".
- Spalanca le finestre al mattino facendo entrare il vento del nord (“Winter is coming “), incurante di chi ha cicli di vita e percezioni diverse dalle sue, che ha freddissimo la sera e al mattino sempre caldo.

 P.S. Annoto tutto questo con ironia e ammirazione, non per un vezzo o desiderio di riscatto, bensì per esperimento scientifico: valutare tra qualche anno se si tratta di talento innato o, come suppongo, di abilità che si tramandano di generazione in generazione, da madre in figlia. Giorgia infatti ora è stupita quanto me, ma tra vent'anni sono quasi certo avrà superpoteri che ora neanche immagino.

venerdì 24 maggio 2019

Io sto con (nonna) Anna


Questa volta non me l'hai detto, sono certo tuttavia che l'hai pensato, perché in cinque anni sei cambiata parecchio, non nell'essenza, nella donna concreta che sei, che le chiacchiere vanno bene ma poi bisogna badare ai fatti, come mi dimostri spesso, a casa innanzi tutto.
"Certo che tu... non mi hai portato un voto" mi avevi detto la volta scorsa, la prima in cui ti candidavi a consigliere comunale, con quell'ingenua esuberanza che è il carburante migliore per chi davvero vuole cambiare le cose, come in effetti poi insieme con i tuoi colleghi hai fatto.
"Certo che tu... non mi hai portato un voto" mi avevi detto, tanto che io un po' per difendermi, un po' perché ho stima per la persona che sei, ne avevo tratto lo spunto per un post, in cui raccontavo divertito che eri talmente entrata nella parte che ormai ragionavi soltanto in termini di voto.
Quel tempo, quella tensione è tornata puntuale cinque anni dopo, oggi, dopo che hai deciso di ricandidarti, senza essere snob, come invece sarei io, che di chiedere il voto mi vergognerei, che mi sembrerebbe una mancanza di gusto, di tatto. Sbagliando. Perché hai ragione tu ed è una delle tante lezioni di cui ti sono grato: occuparsi del bene pubblico non è un favore che si fa, è un impegno che si prende, e cercare il consenso ha altrettanto valore di risolvere i problemi grandi e piccoli che in un paese ci sono.
Non starò qui ad elencare le mille faccende di cui ti sei occupata, né lo stile con cui l'hai fatto, né la dedizione assoluta che hai dimostrato, con una presenza quotidiana in Comune e soprattutto in mezzo alla gente, dove ti trovi a tuo agio. Non lo faccio perché chi ti conosce lo sa benissimo e ti apprezza per questo, mentre gli altri faticherebbero a comprenderlo appieno.
Semmai mi interessa dirti grazie perché hai portato in casa nostra, nella nostra famiglia, una passione civile che è sempre stata un mio pallino ma che da solo, da spesso assente quale sono, non avrebbe contagiato nessuno.
A volte, quando tornavo da Bergamo e ti trovavo a parlare del Comune con Giorgia, con Giacomo (con Giovanni meno, è ancora "piccolo" e giustamente spesso l'ho sentito lamentarsi con un: "Eh ma che due scatole!!!") mi si riempiva il cuore, vedendo in voi me stesso, con mio padre, trent'anni prima, ma anche per la certezza che entrambi, discutendo, sareste cresciuti, avreste mutato le vostre posizioni di partenza, talvolta cambiando opinione, talvolta invece rafforzandola, poiché la discussione è una fucina e il metallo che ne esce è sempre migliore di quello grezzo.
Il vero miracolo l'hai fatto però con mia madre, la "nonna" Anna, che di certe vicende non s'è mai occupata e anche adesso tende a disinteressarsi, eppure - grazie a te - è stata lei a intercettarmi e a chiedere e dire la sua, riferendo puntuale ciò che riportavano i giornali oppure le chiacchiere al bar, i complimenti e le lamentele, i pareri su ciò che andava fatto o quello che era meglio lasciar perdere.
E' capitato così che in Comune ci sei andata tu, ma portandoti appresso l'intera famiglia, il più piccolo ma al tempo stesso coeso Parlamento che la democrazia abbia mai sfornato.

P.S. Lo so, lo so pure adesso a cosa stai pensando. Questo: "Sì, grazie, però non hai scritto che la lista è "Vivere" e mi chiamo Dominioni di cognome". No, non è vero, non l'hai pensato, però adesso che l'hai letto t'è venuto in mente! Sorrido, perché sei unica, anche in questo.

venerdì 11 maggio 2018

Nel mezzo del discorso (La politica spiegata ai miei figli)


Seduti alla stessa tavola, per cena, stiamo di rado. Soltanto noi, intendo, senza avere per ospiti parenti o amici vari.
Imploro le vostre scuse perciò se ieri l'altro vi ho annoiato organizzando tra i primi piatti e il companatico una sorta di comizio, inalberandomi e non poco, quasi avessi davanti un pubblico vasto e ostile, mentre voi ascoltavate con vago interesse persino.
Così dopo mesi di un ruminare in solitaria per evitare le bagatelle di chi ai ragionamenti preferisce il tifo da stadio, non mi è parso vero di potermi ergere su un trespolo (che non avevo) e fare un discorso in famiglia come fossi tra gli scranni del parlamento.
Chiedo perdono a te, per prima, Isabella, se cinque volte hai tentato di inserirti nel discorso e per cinque volte sei stata rimbalzata, che una simile veemenza dovevano contrastarla neppure le suffragette di inizio Novecento.
Domando venia a te, Giacomo, con il quale pure parlo spesso di politica e l'altra sera, dopo i primi dieci minuti di attenzione, in tre occasioni hai cercato di sgattaiolare dalla cucina alla zona giorno e per altrettante volte sei stato richiamato, in un paio di circostanze anche con malcelata stizza da parte mia, come colui che sta decidendo i destini della nazione e teme che coloro che gli sono vicini non si rendano conto dell'ora "segnata dal destino" che stiamo vivendo.
I miei rispetti a te, Giovanni, unico che, dati i tuoi sedici anni e una serata che ti vedeva particolarmente su di giri, hai visto tollerato un interesse evidentemente parziale e hai sbirciato continuamente il telefono e cercato di far ridere di sottecchi tua sorella, con smorfie buffe e ammiccamenti per prendermi in giro.
Onore a te, Giorgia, la sola a sembrare colpita davvero, con domande che a tratti mi hanno infervorato, a tratti invece indispettito (per l'ingenuità o perché spesso non capivi e così dovevo ripetere, assumendo lo stesso atteggiamento - tra l'altro - che aveva la mia odiatissima professoressa di matematica al liceo!).
Ho esagerato, lo so, cercando di compensare con voi una sorta di aventino che per eccesso di razionalità o per cinismo o per codardia, sui temi politici, in questi mesi mi sono cucito addosso.
Ma ciò sarebbe nulla se non confessassi la vera colpa e il motivo autentico per cui ho scritto tutto questo: approfittando del vostro fuggi fuggi, durante la prima pausa del mio accorato comizio, ho finito tutto il mezzo chilo di fragole con il succo di limone che c'era sul tavolo, approfittando del fatto che nessuno nella mezz'ora successiva ha osato riaffacciarsi nelle vicinanze. E ciò vi serva da lezione: sei voi non vi interessate di politica, la politica si interessa di voi e fa sparire le cose che contano.

P.S. "Fragole a parte, qual era il nocciolo del discorso che l'altra sera hai tenuto, Giorgio?". Qualcuno, qualche sconsiderato, se lo sarà chiesto. E se così non fosse, come temo, io non vedo comunque l'ora di dirlo. La premessa era questa: non siate negativi o pessimisti, dimenticate per un momento nomi e volti e storie personali e proclami e polemiche di questi mesi, poiché il teatro di oggi è nel nocciolo identico a quello a cui da decenni assistiamo, mentre dovremmo essere interessati a comprendere se esiste qualcosa di nuovo, di epocale oserei dire, che merita di essere sottolineato con un pennarello rosso e studiato con la cura e la passione con cui l'entomologo osserva un coleottero mai prima visto. La risposta è: sì, c'è a mio parere qualcosa di inedito, di curioso, interessante, di potenzialmente in grado di segnare una svolta e una rottura con il passato. Magari, la prima volta che tornano in tavola le fragole, fatevi invitare a casa mia e ne riparleremo.

martedì 30 agosto 2016

L come Luglio (e come L'America)

Foto by Leonora
L'America sono i ponti imponenti, tele di ragno che tengono sospese le strade a mezz'aria e cuciono sponde. Ce ne sono moltissimi, ma per percorrerli spesso si pagano: immagine emblematica di questo paese, che sa essere simbolo (ciò che unisce) e anche diavolo (ciò che divide, che tiene separato).
L'America, la mia America, quest'anno sono state due settimane nel nord-est, tra lo stato di New York e il Vermont, compresi dieci giorni ospite di persone splendide, che portano il mio stesso cognome e una gentilezza senza fronzoli, che bada al sodo e insegna molto.
Proprio come certi vini - ne fanno di ottimi, anche là, vini giovani, come dopo tutto sono loro - quella iniziata il 24 luglio scorso è una vacanza di cui si gusterà il sapore migliore tra qualche mese o anno, il tempo di decantare e far emergere ciò che alla fine conta davvero. Per il momento mi limito ad elencare qui i primi ricordi che mi vengono in mente, quelli che affiorano da sé, senza le briglie del pensiero.
  • La colonna sonora di J-Ax, imposta da Giovanni, Giorgia e Giacomo.
  • New York più sporca di come la ricordavo.
  • I viaggi in auto e le autostrade a quattro corsie, con il prato nel mezzo.
  • Gli scoiattoli rossi, che lì sono considerati invasori (qui gli invasori sono quelli grigi, i loro: questione di punti di vista).
  • Gli animali selvatici, moltissimi, che sbucano da ogni parte e convivono con l'uomo (coyote, puzzole, cervi, i chipmunks, cioè i Cip e Ciop della Disney e Alvin superstar della 20th Century Fox, serpenti, orsi, tassi, procioni...).
  • L'ossessione che Donald Trump diventi presidente.
  • Le case di legno, con il patio.
  • Lo stile italiano o greco delle abitazioni, ma di una Italia e una Grecia arcadica che hanno in mente loro.
  • Il rispetto delle regole e pure una burocrazia molto meno invadente della nostra, con una libertà simile a quella che qui c'era negli anni Settanta, quando - ad esempio - andare per strade di campagna su una vecchia auto senza targa e da rottamare non era uno scandalo né un crimine abominevole.
  • La lentezza ai margini dell'indolenza di chi svolge un lavoro a contatto con il pubblico.
  • I laghi vasti quanto un nostro mare, ma bassi, più dell'Adriatico.
  • Le distanze.
  • Gli spazi.
  • L'assenza di recinzione tra le case (avendo così tanto spazio a disposizione a dividere provvedono già le distanze: mi viene in mente il paragone con la Valtellina, dove per un termine di confine spostato di mezzo metro in un bosco o peggio in un prato si veniva alle mani e si portavano rancori destinati a durare generazioni).
  • I "garage market" del sabato mattino, perché gli americani sprecano molto ma buttano via poco (lo so, è una contraddizione, ma con le contraddizioni da che mondo è mondo conviviamo).
  • La fila lunghissima, di fronte alla chiesa di San Francesco, sulla Trentunesima, la domenica mattina, per fare colazione gratis.
  • La frutta fresca già pulita, già lavata, già selezionata, già confezionata.
  • I recipienti da un gallone, quasi quattro litri, di limonata.
  • I fast-food che hanno lo stesso nome e gli stessi arredamenti di quelli in Italia, ma sapori, menù e pietanze differenti (d'accordo Giovanni, non c'era il McToast, però non era il caso di farne un dramma cosmico e limitarsi a mangiare soltanto patatine per tutto il viaggio!).

sabato 21 febbraio 2015

Il contagio del male (e come evitarlo)


Foto by Leonora
Ci sono uomini e donne che vengono abbattute dalle delusioni, dai torti, dai dispiaceri.
Altre invece che le trasformano in benzina, carburante per reagire, ripartire, rialzarsi più forti e determinati di prima.
E ci sono infine persone - la maggior parte credo - che stanno sul crinale, che vorrebbero usare dispiaceri, delusioni, torti subiti come leva, invece ne restano schiacciati o invischiati, rovinandosi la vita o per lo meno cancellando la serenità e dunque in qualche modo ingigantendo e amplificando gli effetti dannosi, il male che già di per sé, spoglio, è una ferita.
Non permettiamolo. Non lasciamo che la cattiveria diventi come la pioggia di oggi nei prati, penetrandoci a fondo, colmandoci il cuore fino a traboccare, occupando il posto che dovrebbe essere dei pensieri sereni, luminosi, positivi. Lo dico ad Isabella, che viene messa a dura prova in questi giorni, per vicende privatissime, ma lo ricordo soprattutto a me stesso.
La tentazione di reagire alla prepotenza con la prepotenza, di opporre all'offesa il dispetto, alla vigliaccheria lo sgarbo, il gesto vendicatore al colpo a tradimento è forte, seducente, normale direi. Mi è capitato cento volte e cento volte ho dovuto scegliere tra l'assecondare l'istinto, dare fuoco alla pira del risentimento, oppure farmi scivolare le cose addosso, ricordando il male subìto, ma senza assecondarlo. "Non diventerò come loro" mi ripeto in quelle circostanze, confidando che il fissare alle parole un proposito mi aiuti a scegliere la strada giusta, a serrare sì la mascella e stringere i pugni, ma per uscirne più forte, non per farmi trascinare a fondo (anche perché, nove volte su nove, chi provoca, offende e ferisce, in quel fondo si trova a suo agio e lì quasi sempre ha la meglio, mentre se portato in superficie, dove c'è aria, è come quegli organismi - anaerobi - vengono annientati, scompaiono).
Non diventerò come loro. Una consolazione niente affatto magra, perché è la stessa che quando poi al mattino mi guardo allo specchio o quando la sera appoggio la testa sul cuscino mi fa essere in pace con me stesso, mentre i prepotenti, i vigliacchi, i subdoli friggono e si consumano, impagati del male che hanno fatto e consapevoli di non avermelo neanche un po' trasmesso, infettato.

lunedì 20 ottobre 2014

Ballando sotto la pioggia (pensieri privati a voce alta)

Foto by Leonora
Vorrei dire a Giacomo che nulla mette al riparo dalle delusioni e ha ragione Gandhi: "La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia".
Vorrei dire a Giovanni che anche sbagliasse mille volte, mille volte lo perdonerò e che gli regalerò un cane perché, come sosteneva Schopenhauer, "chi non ha mai posseduto un cane non sa cosa significhi essere amato".
Vorrei dire a Giorgia che Schopenhauer non la racconta tutta e che un cane è importante ma non sostituisce la presenza di un amico, un fratello, un papà, una mamma.
Vorrei dire a Isabella che ciò che lei giudica debolezza in realtà è una forza e nessuno pretende che lei ne sappia più degli altri, semmai sono le sue qualità - la semplicità, la disponibilità, la gentilezza... - che fanno, in meglio, la differenza.
Vorrei dire a mia madre che la ascolto anche quando non parla e so leggere il suo volto come fosse carta stampata.
Vorrei dire ai miei amici di infanzia che rivederli di tanto in tanto e contare sulla loro vicinanza vale più di una super vincita.
Vorrei dire alle persone che ho conosciuto attraverso Internet che penso a loro assai più spesso di quanto appaia e le considero amiche a tutti gli effetti, non figli di un dio minore.
Vorrei dire a chi la pensa diversamente da me a proposito di lavoro, politica, svaghi, scuola e vita, che avere idee differenti è una ricchezza, a patto però di non voler imporre la propria.
Vorrei dire a chi ci amministra di smetterla di nascondersi oltre il velo della burocrazia, sarebbe ora di concentrare gli sforzi per semplificare le cose, eliminando molte regole e facendo rispettare quelle che rimangono.
Vorrei dire scusa a tutti coloro che leggono questo blog e che da oltre un mese non vi trovano nulla. Non sono stato assente per banale pigrizia, bensì perché scrivere è come mietere e per mietere, se non ci si chiama George Simenon o Alexandre Dumas, occorre lasciare il tempo che il seme cresca.
Vorrei dire, l'ho detto.

venerdì 13 giugno 2014

Io ci sono

Foto by Leonora
È inutile girarci attorno, mi sento un poco in colpa in questi giorni, poiché al mio lavoro e al passar tante ore fuori casa, capitando pure spesso di non tornare la sera, si aggiungono gli impegni di Isabella, che finora pur lavorando era stata della famiglia il fulcro.
Non è tanto una questione di ore, ma di testa: entrambi siamo concentrati sulle sfide che abbiamo scelto e il timore - sono sincero - è che ad andarci di mezzo siano i nostri figli, Giovanni, Giorgia e Giacomo. Due sono adolescenti, uno è ragazzino, grazie al cielo non sono perfetti ma finora siamo stati davvero fortunati, avendo ciascuno di loro molti talenti e un carattere solare, positivo. Vorrei che non cambiassero, se non in meglio, vivendo anni pieni, sereni. Ecco perché temo una distanza emotiva, prima ancora che fisica, e dovrò impegnarmi, prestare attenzione affinché ci sentano presenti, come siamo sempre stati.
Scrivo queste cose non per caso, abbinando una preoccuoazioni alla lacrima che non sono riuscito a trattenere, oggi, mentre veniva proiettato questo video, che racconta le mamme di chi ha successo nello sport, partendo proprio dalla vicinanza quando le cose non giravano per il verso giusto, eppure loro potevano dire: "Io c'ero".

lunedì 26 maggio 2014

La mano tesa (prove tecniche di distensione)

Foto by Leonora
Anna ha vinto e sarà il nuovo sindaco, Isabella di voti ne ha presi una carriolata (258) ed è giusto che questa sera tutto il gruppo faccia festa, godendosi un successo che ha il sapore della svolta.
Da parte mia, oltre ai complimenti, va il ringraziamento per la passione che hanno testimoniato, per l'interesse privo di interessi che hanno messo, per l'entusiasmo nel volersi occupare della cosa pubblica invece di badare al proprio giardino di casa.
Il difficile viene adesso, ma questo credo lo sappiano.
Nei giorni scorsi ho sentito tanti incoraggiamenti ma anche molti brontolii, alcuni sensati, altri invece frutto di una malignità gratuita. Certi appunti mi hanno ferito, poiché "la politica è importante, ma la vita - e oserei aggiungere l'amicizia - è più importante della politica".
Perciò, per cominciare, mi piacerebbe che in paese si torni a un clima più disteso, sereno, lontano dal tifo da stadio e credo che ciò sia possibile se coloro che hanno vinto dimostreranno di esser fatti di un'altra pasta. Ad esempio tendendo la mano agli avversari, riconoscendo loro dignità, ricordando che la vittoria è stata indiscutibile ma rappresenta pur sempre una parte esigua dell'intera popolazione. Cercare ciò che unisce, tentare una gestione il più possibile condivisa, puntare a una mediazione "alta" credo debba essere un'opportunità, prima ancora che un dovere.
Lo scrivo con il cuore: sono stanco delle divisioni e la responsabilità maggiore che imputo al sindaco uscente è quella di aver scavato un solco più profondo, invece di costruire ponti e di ricucire gli strappi. Ormai però è acqua passata. Anna e il gruppo che l'ha sostenuta hanno la possibilità di distinguersi, ascoltando i cittadini, a cominciare dai problemi concreti: le scuole, le aree un tempo produttive e ora dismesse, il rapporto con le moltissime associazioni, le tante situazioni di povertà...
Quanto a Isabella, si porta sulle spalle una responsabilità gravosa, quella di ripagare la fiducia delle moltissime persone che in buona fede l'hanno votata. Ecco perché spero le stiano vicino, che non intendano il loro voto come una cambiale in bianco, come una delega assoluta, bensì le dicano in maniera schietta quando percorre la direzione giusta e quando invece sbaglia. Se ciò avverrà penso potrà fare bene, visto che è una donna che ascolta e niente affatto presuntuosa.
Come ha scritto lei stessa l'altro giorno: una persona sola non può cambiare in meglio un paese, un paese si cambia in meglio soltanto insieme, maggioranza e minoranza, chi la pensa in una maniera e chi nell'altra. Ora è il momento di dimostrarlo.

venerdì 23 maggio 2014

Il mio voto

Foto by Leonora
"Certo che tu... non mi ha portato un voto!". Erano le sette del mattino di ieri, ero ancora al calduccio del letto e un po' per l'orario, un po' per gli sconvolgimenti dei cambiamenti al lavoro, ammetto di non esser stato proprio lucidissimo. Due secondi dopo ho aperto gli occhi, dato uno sguardo alla radiosveglia, messo a fuoco la donna che avevo al mio fianco e che quasi non riconoscevo. Isabella mi fissava pensierosa, assorta persino. "Certo che tu... non mi hai portato un voto!". Ho impiegato mezzo minuto per capire che si trattava proprio di ciò che avevo sentito, ribattendo: "Ma scusa, cosa stai dicendo?". "Scusa, scusa - mi sono sentito rispondere, vedendola di nuovo sorridente e poi ridere proprio, distesa e autoironica - ormai ragiono solo in termini di voto...".
Racconto questo siparietto domestico per stemperare il clima preelettorale di queste ore e soprattutto per far capire come Isabella ha preso sul serio l'impegno preso. Lo scrivo onestamente: non so se Obama aveva lo stesso piglio, la stessa determinazione, quando si è candidato alla Casa Bianca.
Le donne, in questo, mi insegnano tantissimo. In ogni caso, piacendo al cielo, tra quarantotto ore sarà finito tutto e vada come vada non sarà stato tempo sprecato. Da parte mia ho apprezzato moltissimo la purezza dei suoi intenti, il crederci davvero e persino l'ingenuinità, quel candore che io ho smarrito da un pezzo ma di cui in fondo è rimasta traccia, rimandando a un Giorgio di trent'anni fa, quando davvero pensavo di cambiare il mondo. Che non ce l'abbia fatta io, che abbia deciso di occuparmi di altro, che abbia delegato ad altri la buona amministrazione del mio paese è un fatto di cui non sono pentito, ma che nell'intimo comporta sempre un certo rammarico.
Non so chi da lunedì pomeriggio diventerà sindaco, se avremo finalmente una donna (Anna Gargano, la persona che ha convinto Isabella) oppure sarà confermato Rocco Palamara o invece la spunteranno il grillino Venneri, il farmacista Di Lenna, l'immarcescibile Lamorgese. Chiunque sarà, avrà il mio rispetto.
Però di una cosa sono certo: Isabella almeno un voto lo prenderà. Il mio.

venerdì 16 maggio 2014

La vita è più importante della politica (ma onore a chi si impegna)

Foto by Leonora
Osservo Isabella mentre avvolge al collo il suo foulard d’ordinanza, saluta i tre figli ed esce di casa. In queste sere io non ci sono mai, ma lei nemmeno: io perso per la Brianza a raccontare la campagna elettorale, lei a farla, a Lurate Caccivio, dov'è nata e cresciuta. A volte rientro prima io e la sento arrivare contenta, altre volte invece è delusa, non avendo il callo per le accuse fatte a prescindere o per il partito preso, che non guarda in faccia e ti giudica dal colore del volantino, dimenticando che sei una persona.
Penso spesso a chi gliel’ha fatto fare e sono preoccupato per lei, poiché conosco i meccanismi della politica e l’ostilità della gente, che raramente è contenta. Però ne sono anche orgoglioso e mi piace un sacco la sua ingenuità, il suo impegno pieno e disinteressato. Io, cinico, prevedo i fastidi a cui andrà incontro, i problemi che dovrebbe affrontare nell’ipotesi in cui dovesse entrare in consiglio comunale, mentre lei pare ignorare tutti i possibili grattacapi e si butta a capofitto, convinta davvero che un paese migliore sia quello che si costruisce insieme e che tutti debbano fare la loro parte, lei per prima. Mi piace che riesca ad andar d'accordo con tutti e che con i rappresentanti delle altre liste abbia un buon rapporto, compreso con il sindaco uscente, dimostrando nella pratica ciò che Martinazzoli sosteneva in teoria: "La politica è importante, ma la vita è più importante della politica".
Non so quanti voti riuscirà a prendere Isabella, temo nella medesima misura la cesta vuota e la messe piena. Nel primo caso si sentirebbe sconfortata, la prenderebbe come una sconfitta personale, un non essere all’altezza, mentre nel secondo i fastidi di cui ho scritto finirebbero per trasformarsi presto in montagna.
In ogni caso la ammiro perché si è candidata, perché non è rimasta con le mani in mano, perché ha dato un esempio ai suoi figli e pure a me, dimostrando che il “bene comune” non sono due parole con cui riempirsi la bocca, bensì una scelta concreta, che va fatta.

giovedì 10 aprile 2014

Il mio paese (piazze e parcheggio)

Foto by Leonora
Sono stato in dubbio fino all’ultimo, poi ho detto sì, ammettendo che avrebbe fatto bene a candidarsi al consiglio comunale. Così ho aggiunto il mio al parere già favorevole dei nostri figli (espresso senza primarie, in un dopo cena rapido rapido, mentre lei sparecchiava e io cercavo di non farmi portare via forchetta e coltello) e Isabella ha sciolto gli ultimi dubbi: per la prima volta si cimenterà in una campagna elettorale, superando l’imbarazzo di metterci la faccia e anche il timore di non essere all’altezza, sapendo che noi siamo con lei, anche se poi dovrà cavarsela da sola.
Da parte mia metà sono contento, perché conosco l’onestà di fondo e la genuinità che la muove, mentre per l’altra metà sono preoccupato, volendo proteggerla da invidie, piccole gelosie e la naturale contrapposizione che in queste situazioni si crea. Ma non è questo il punto o almeno non il motivo per cui scrivo queste cose, oggi. Semmai mi importa condividere il motivo per cui alla fine ho ritenuto giusto che qualcuno della mia famiglia si impegnasse, dicesse sì, non mostrasse indifferenza.
La causa principale direi che è la frustrazione nel vedere un paese spaccato, una comunità che si divide su tutto, trovando a fatica i punti di incontro. Mi piacerebbe che Isabella, che è al di fuori delle logiche di appartenenza o partito, sapesse portare quello sguardo distaccato, sereno, difendendo le proprie opinioni ma anche comprendendo le ragioni dell’altro.
Sarei disonesto tuttavia se non ammettessi che nei giorni scorsi c’è stata una goccia che ha fatto traboccare il vaso dell'indecisione. Un fatto apparentemente da nulla, come l’inaugurazione di "piazza Italia", proprio a Lurate Caccivio. Il giorno successivo, mentre ci passavo davanti, guardando il cartello e ricordando l’articolo in pompa magna sul giornale, mi sono detto: “Ma com’è possibile chiamare “piazza” un “parcheggio”?”. Capisco le ragioni elettorali e anche l’amore per il proprio territorio, che come tra fidanzati e fidanzate fa sembrare principe azzurro persino un pupazzo di pezza, ma non chiamare più le cose con il nome esatto è il principio della decadenza. Perché se chiamiamo “piazza” un “parcheggio” allora anche il “giusto” può diventare “sbagliato”, il “bene comune” confuso con “l’interesse privato” e invece della “faccia” possiamo dire che è il “c…ollo” (scusatemi, so che c’era un’espressione più efficace ma non voglio esser volgare).
Con tutto il rispetto per il primo cittadino uscente, trovo l’enfasi e la retorica usata in questi anni fuori luogo per il posto dove abito, a cominciare da quell’ostinazione nel chiamarla “città”, pur giustificata dalla facoltà che la legge concede a chi supera anche di poco i diecimila abitanti.
Città di qua, città di là, città di sopra, di sotto e anche di lato, ma per me Lurate Caccivio resta un paese, il paese in cui – a differenza della città – ci si dovrebbe conoscere tutti, dove le distanze tra persone e non soltanto tra luoghi sono ravvicinate e il senso di comunità prevale sull'ampiezza. Per me infatti non è grande ciò che è vasto, bensì quello che vale molto, proprio come il paese in cui abito fin da neonato, dove ha costruito casa mio padre, in cui ho intenzione di vivere e un giorno anche di essere sepolto, prima o poi (speriamo più poi che prima).

mercoledì 11 settembre 2013

Gli occhi degli altri

Foto by Leonora
Quanti sbagli, quante meschinerie eviterei se solo guardassi a me stesso con gli occhi con cui osservo gli altri. L'ho scritto così, sinteticamente, un paio di giorni fa. Ci torno sopra ora, per spiegarmi meglio, per condividere una riflessione fatta su due piedi, vedendo una coppia che discuteva animatamente in mezzo alla strada. Quanta pena nell'essere spettatore di quella scena, quanto disagio nell'impotenza di non mettere becco tra un uomo e una donna che, pur senza passare la soglia della violenza fisica e neppure verbale, manifestavano senza pudore la rabbia, il rancore dell'uno verso l'altro.
Non è la prima volta che succede, spesso capita quando di mezzo ci vanno i bambini, rimproverati, spaventati, sballottati in nome di un'educazione corretta, giusta, sacrosanta.
"Perché lo fanno?" è la domanda che mi pongo io, dall'alto del muro che li divide, osservatore distaccato ma non disinteressato, sgomento nell'assistere a una reazione così prepotente per un motivo che visto al di sopra delle barriere divisorie appare minuscolo, superabile, banale persino.
Invece no, attorno a quell'appiglio si attorciglia l'edera dell'incomprensione, affonda le radici l'indignazione, la rabbia. Chi ragiona a senso unico non può comprendere come sia possibile e si limita al biasimo. Io tuttavia so che non di rado dalla parte del rompiscatole, dell'irriducibile caparbio, c'è il sottoscritto, incapace di tendere la mano per fare la pace e neppure dotato di quella sensibilità intelligente che si traduce nel rimandare a un tempo più propizio la discussione, pur senza tralasciare nulla.
E' capitato che con Isabella, pur essendo in pubblico (e per pubblico intendo in mezzo la gente, anche se non in compagnia di amici), il tono della voce si sia fatto aspro, alto, o che la mia parte offesa, invece di "essere tagliata" - come suggeriva ironicamente mio padre: "Ti sei offeso? Taglia via la parte offesa" - fosse esaltata, tenuta in gran conto. E lo stesso vale per i figli, per Giacomo, Giorgia, Giovanni, che quando mi fanno arrabbiare non hanno un padre quieto, pacato, tollerante, bensì una furia, soprattutto se il fatto in sé si somma alle tensioni di giornata, alle preoccupazioni contingenti, al nervosismo. Eppure quel Giorgio gretto è il medesimo Giorgio che a vedere gli altri comportarsi così resta basito, sconcertato.
Misteri della natura umana o debolezze dell'individuo, che indossa i panni del dottor Jeckyll ma ha sempre la biancheria di un mister Hyde sotto il vestito.

domenica 10 febbraio 2013

Un segno di vita (dall'hotel Mille Flebo)

Foto by Leonora
Raffaele tace spesso e lo rispetto ancora di più per questo suo comprimere emozioni e parole. Rosy, sua moglie, è più sanguigna, passionale, entusiasta. Discutiamo di politica con opinioni differenti ma senza arroccarci su partiti, schierimenti, bandiere da sventolare o da bruciare, bensì confrontandoci sui problemi concreti: scuola pubblica e privata, sanità, amministrazione comunale... Ci animiamo, talvolta alziamo pure la voce eppure l'amicizia, il rispetto per l'opinione altrui fa sempre premio sulle convinzioni personali e ci incontriamo sempre, anche quando restiamo distanti. Merito dell'estrema pulizia che distingue entrambi, con zero interessi e un solo interesse: il bene comune, le scelte migliori per una società più giusta, fraterna, libera.
Debbo a loro - oltre che a mia moglie Isabella e a mio figlio Giacomo - il cordone ombelicale che ancora mi tiene legato all'amministrazione del mio paese, che in tre anni mi ha visto passare da una cordiale accettazione del vincitore (il sindaco Palamara) a una siderale distanza fino all'insofferenza di questi tempi, poiché l'uomo tutto sommato mite d'inizio mandato s'è trasformato in un despota, che non sente ragioni altrui e fila dritto per la sua strada. Non discuto la facolta che ha di scegliere (è un suo diritto) ma il rifiuto del dialogo e la prepotenza con cui nei fatti cancella il dissenso. Raramente ho incontrato una persona che nei fatti nega così palesemente ciò che professa a parole: dice di essere il sindaco di tutti, non lo è. Non è il mio, ad esempio, e non lo è dal momento in cui dice: "Ascolto tutti ma ho già deciso". Mi spiace non tanto per il paese dove abito (ne ha viste delle brutte, sopravviverà anche a questo) bensì per lui, perché aveva un'occasione di riscatto politico e personale e invece ha preferito il bastone del comando all'arte del governo. Pazienza.

P.S. A proposito di amministrazione. Ieri l'altro, spulciando tra vecchie mail, ho trovato questo messaggio di auguri (tutto in minuscolo) dell'allora vice sindaco, Renato Riva. Era il 24 dicembre del 2008. Mi sono commosso nel rileggerla, poiché non ha avuto scampo dalla malattia di cui accenna lì (l'hotel Mille Flebo, come chiamava lui - ironico fino alla fine - l'ospedale di Pavia). Allora non lo immaginavo, ma ora che so com'è andata mi sembra ancor più ricca, pur nell'estrema semplicità dei contenuti. La trascrivo qui, per l'attuale sindaco Palamara, per i consiglieri di maggioranza e opposizione, per i tanti abitanti di Lurate Caccivio che l'hanno conosciuto e anche per chi non sa chi sia e soprattutto per me, orfano di un'amicizia. Finché ha vissuto Renato è stato un tessitore di reti, un costruttore di ponti e mai di muri. Nel suo piccolo, è questo il segno di vita che mi ha lasciato. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

carissimi tutti,
ogni natale nasconde qualche regalo inaspettato e inatteso.
alcuni sono belli e riempiono la vita come il bimbo che nasce e porta la vita, quest'anno il mio è un po' diverso, ma lo stesso spero riporti alla vita di tutti i giorni con lo stesso entusiasmo di sempre e la stessa corroborata voglia di fare e di esserci per lasciare, nel nostro piccolo,. un segno di vita .
e allora ancora con tutto il cuore buon natale.

dall'hotel mille flebo  pavia          renato