venerdì 11 ottobre 2019

Prendere la pace per la gola (Conoscere per convivere)


I prezzi sono da mordi e soprattutto fuggi, da fiera. Per tacer del caos, della qualità non eccelsa di molte pietanze e di buona parte della chincaglieria.
Eppure ogni volta che passo per "Mercatanti", la rassegna di bancarelle in centro a Bergamo bassa penso che dovrebbero dedicarvi un piccolo monumento o almeno una targa ricordo, a futura memoria.
E' così infatti che una provincia in cui un abitante su due viene additato come discriminante, poiché vota Lega, mostra il suo lato più vero, genuino. E lo fa in un modo semplice: lodando in cuor suo e mangiando ogni domenica, se può, casoncelli o polenta, ma assediando e facendo razzia di cibo turco, indiano, greco, brasiliano, caraibico, per non parlar delle prelibatezze siciliane, liguri, abruzzesi toscane e chi più regioni ha più ne metta.
Un gesto da poco, si potrebbe pensare. Invece al giorno d'oggi vale più di una lezione magistrale, di una predica dal pulpito, persino di un "Porta a porta".
Perché attraverso la gola, il gusto, il palato, scatta una molla, la scintilla per una reciproca conoscenza. Conoscenza e riconoscimento di "bontà" che è la prima e forse unica chiave che apre la porta di una pacifica e civile convivenza.

giovedì 10 ottobre 2019

Scacco matto (La mossa di Giada)


Per vincere non ha vinto, però mi ha stupito e insieme insegnato una lezione da non scordare, cioè che si può essere madre di cinque figli - o anche di uno, due, tre o sei, sette, otto - ma si resta sempre donna e, nel caso, compagna, moglie, fidanzata.
Lei si chiama Giada, a dicembre compirà trentaquattro anni e come la contadina del "Generale" di De Gregori ha cinque figli, ma non "venuti al mondo come conigli", bensì cercati, voluti, cresciuti, dedicandosi ad essi a tempo pieno, senza però svuotare il proprio d'un tempo, ritagliandosi uno spazio per restare la donna e la moglie che è.
Giada va a ballare, esce con le amiche, s'è iscritta pure al casting di TuttoAtalanta, ch'è dove l'ho incontrata e conosciuta, insieme con il marito, ch'è m'è piaciuto altrettanto, poiché non subiva la personalità della moglie e neppure l'assecondava, ma mi pareva riconoscerle il valore che merita.
Per un soffio Giada non è entrata tra le prime tre (qui il video di tutte e dodici, Giada è l'ultima a presentarsi), mancando così l'occasione di essere sorteggiata per la vittoria finale, tuttavia ha centrato l'obiettivo di spiccare tra tutte e di essere ammirata per ciò che è, oltre che per come appare: una donna bella, solare, estroversa.
Ne scrivo qui soprattutto per mia figlia, per Giorgia, con la quale parlo spesso di "femminismo" e della necessità che noi per primi si cambi forma mentale, riconoscendo una parità che non annulla le differenze di genere, piuttosto le comprende e le valorizza.
Un argomento spesso scivoloso, proprio perché anche in presenza di buona volontà, manca una cultura. Una cultura anzi c'è, ma è ammantata di un retaggio che per molti versi è maschilista, tanto che io stesso mi trovo a volte in imbarazzo, predicando bene e razzolando male, con la testa che vorrebbe andare da una parte e l'abitudine che tende verso l'altra.

P.S. Giuro che da stasera imparerò ad avviare la lavastoviglie, ultimo bastione nel mio personale vissuto, di una faccenda che finora tacitamente ma ostinatamente e colpevolmente "non mi riguarda".

mercoledì 9 ottobre 2019

Generazione Giorgia (Eccola realizzata)


Giorgia ha appena sedici anni e ieri a Stoccarda ha conquistato una storica medaglia di bronzo nel campionato mondiale a squadre di ginnastica artistica.
Tanto per capirci, erano sessantanove anni che l’Italia non raggiungeva un risultato d’identica portata.
Quando è stata ospite in Via Novelli, qualche mese fa, più della verticale o della ruota o dei salti prodigiosi in cui si è esibita, mi ha impressionato per i sacrifici che ogni giorno affronta, compreso l’aver lasciato i genitori e la propria casa per andarsi ad allenare già piccolissima.
Eppure è solare, sempre sorridente e con uno sguardo che guizza.
Giusto per ricordare quanto è falsa la convinzione che i giovani di oggi sono “peggio” di quelli di una volta.
Il problema è che spesso parliamo "di loro" e non "con loro". Io sono un privilegiato poiché grazie all'esperienza di Edoomark li frequento in abbondanza e non c'è volta che non ne esca convinto di quanto sono diversi da come li immaginiamo, da quanto sono in gamba.

P.S. Oltre a Generazione Greta, Generazione Giorgia. L'avevo sperato già cinque anni fa, s'è realizzato tuttora.

martedì 8 ottobre 2019

Casa dolce casa (Benvenuta Ginevra)


Ginevra è un batuffolo rosa con già un ciuffo di capelli scuri e gli occhi chiusi, che dorme beata.
Poche ore fa era nel grembo di sua madre, ora è avvolta in una coperta bianca e le riposa accanto, incurante di tutto quello che le accade attorno, ignara di cosa le riserverà il mondo, la vita.
Leslie, la mamma, l'aspettava tra due settimane, ma lei non lo sapeva e ha deciso di nascere prima, ricordando a tutti che l'esistenza è un dono, non un programma, e bisogna prenderla come viene, quando capita.
Poteva nascere a Capo Verde, il paese di suo padre e di sua nonna, invece è nata qui e qui crescerà, coccolata.
"Quell'isola è un paradiso - mi ha detto un giorno sua mamma - però dopo due settimane che ci sto, mi viene una gran voglia di tornarmene a Bergamo, a casa".
La stessa sensazione mi ha riferito ieri Cristiana, che fa la barista proprio accanto i Propilei, in città bassa, ed è nata alle Mauritius. Oggi è partita e per due settimane starà là, in vacanza. "Di più no - ha aggiunto, sorridendo - perché ormai a certe cose non sono più abituata".
"Anch'io - s'è intromesso il suo collega - ad agosto sono stato in Albania, il paese dei miei, e mi è piaciuto tantissimo, ma non ci starei mai per sempre".
Mentre tornavo in redazione ho ripensato a com'è strana questa cosa: corriamo e ci affanniamo qui, dicendo che non ce la facciamo più, anelando un posto tranquillo, "a misura d'uomo", dove vivere beati, con poco o nulla, e quando abbiamo un posto con poco o nulla, dove nessuno corre e campa senza fretta, non vediamo l'ora di tornare qui, poiché quella vita ci sta stretta.
Un paradosso inspiegabile o forse comprensibilissimo, se si tiene conto che ampio e stupendo a modo suo è ogni angolo di mondo e profonde le radici che ci legano alla terra dove siamo nati o cresciuti, ma più forte ancora l'asola che ci tiene stretti a quel lembo di terra in cui siamo capitati o che ci siamo scelti e che chiamiamo casa.

lunedì 7 ottobre 2019

L'aquilone di un'idea (Francesca e la sua Drogheria)


Davanti all'immagine provo stupore, emozione, come un assaggio di eternità, di grandezza.
Amo le parole ma ne ammetto l'inferiorità, a tratti l'impotenza: un quadro, un video, una fotografia riescono a far comprendere in un colpo d'occhio ciò che resterebbe ignoto persino avendo a disposizione un'enciclopedia.
Non a caso scelgo sempre per questi post un'immagine che li accompagna, finora monopolio quasi esclusivo di Leonora, in futuro mi piacerebbe aggiungere i lavori di Elena (Cometti), che ha il potere di cogliere istanti in cui il movimento si percepisce pure nella fissità e sembra che tutto l'universo abbia cospirato per arrivare esattamente a quel punto lì, quando ha fatto clic con la macchina fotografica.
C'è un'altra artista che ammiro immensamente, una professionista, che di recente ha preso coraggio (a proposito di osare e di quanto scritto ieri l'altro) trasformando la passione in un'impresa.
Ho conosciuto e visto Francesca Ripamonti tre volte in vita mia.
La prima quand'ero direttore de "Il Cittadino", a Monza, per un lavoro d'una sensibilità rara che aveva svolto con le donne detenute in carcere.
Anni dopo l'ho incontrata di nuovo, mi aveva anticipato l'idea di cimentarsi con la realizzazione di oggetti (tovaglie, tovagliette americane, vassoi, idee regalo...) con riprodotte sue fotografie, realizzate in studio, secondo quella ch'è la sua vocazione, il suo carisma.
C'è riuscita. Dimostrando tenacia e perseveranza ha fondato la "Drogheria digitale" e s'è inventata una professione, curando ogni dettaglio, dalla produzione al marketing alla vendita.
"Non vendo, non voglio vendere un prodotto, ma un concetto" mi ha detto ieri, seria seria, eppure sorridendo, ad Orticolario di Villa Erba, a Cernobbio, dove esponeva.
Non erano parole vuote o inutilmente pompose, come quelle spesso forgiate dalle agenzie di comunicazione o dagli uffici stampa. Ho capito cosa intendesse perché me l'ha mostrato e il coinvolgimento emotivo, abbinato all'esempio, è valso più di una scossa.
Sono felice per lei, spero abbia successo, se lo merita. Così come tutte le persone che inseguono l'aquilone di un sogno, di un'idea.

domenica 6 ottobre 2019

Non passa (semmai ci si abitua)


Oggi soltanto una nota, una postilla, rispetto a ciò che ho scritto ieri l'altro, sulle lacerazioni che ci riguardano, sulla morte di chi ci sta più a cuore, su un'esperienza di cui ciascuno farebbe a meno eppure plasma, forma, permette di diventare persona adulta.
"Passerà, la vita come sempre sarà più forte della morte, con il passare del tempo, senza accorgertene, tornerai a sorridere" ho scritto e lo penso tuttora. Però è vero anche quanto sostiene Paola, che quando aveva meno di quarant'anni ha perso la mamma: "La verità è che non passa mai, semmai ci si abitua".
Me lo ha detto sorridendo, tenera, con gli occhi che brillavano, ma di nostalgia.

P.S. Il destino disegna trame che prendono per il collo, di sorpresa. Ieri ha lasciato questa terra Monica, cinquacinque anni, moglie e mamma di un figlio e una figlia, lui ancora piccolo, lei non ancora ventenne. Era malata da tempo, le cure non le hanno fatto effetto, non credevo se ne andasse così in fretta.

sabato 5 ottobre 2019

L'equilibrio e la zavorra (Osare o fermarsi sulla soglia)


Tendere la mano, limitarsi a offrire aiuto, disponibilità, attendere senza pretese di risposta, oppure insistere, perserverare, anche a costo di scocciare, risultare invadenti, noiosi quanto una zanzara.
Un equilibrio precario, in cui mi barcameno, ogni giorno, in molte situazioni, dalle più spicciole a quelle esistenziali, che riguardano il lavoro, gli affetti, le relazioni umane, l'amicizia.
Un confine labile, che raramente distinguo e mi fa sentire quasi sempre in colpa, per aver fatto troppo o troppo poco, senza mai giusta misura.
Tra i due estremi, solitamente scelgo la prima, la disponibilità ad insistenza limitata, stretta parente della pigrizia e che è un po' per la coscienza come il detergente Ava, quello che sbianca che "più bianco non si può".
La seconda, invece, la pratico meno e con più frustrazione, specie quando allo sforzo di continuare a bussare alla porta, non c'è replica alcuna e dall'altra parte nessuno apre, al massimo sorride, ringrazia, rimanda.
Non è un caso.
Per carattere non sono un "fondatore di imperi", un leader carismatico, un conquistatore, un ammaliatore, né chi persegue senza sosta una causa.
Preferisco fermarmi sulla soglia, anche se in questo periodo avverto impellente la necessità di prendere, insieme con il coraggio, la faccia tosta, e rompere le scatole, osare, difendendo e propugnando ciò che ritengo giusto. E quando mi viene da lamentarmi per non essere ascoltato, dovrei considerare la possibilità che faccia a me stesso da zavorra, non credendoci io per primo, abbastanza.


venerdì 4 ottobre 2019

Ci penso io (Lo strazio del vuoto)


Lo so, lo so cosa provi, lo sento, l'ho provato sulla mia pelle anche se sulla tua brucia di più, adesso, ed è un dolore straziante, come non ce n'è mai stato uno, perché nessun dolore per sentito dire è simile al proprio.
Avresti voluto fare di più, salutarla meglio, allungarle almeno un poco i giorni, anche se comprendi che la sofferenza la stava divorando e trattenerla sarebbe stata un gesto di egoismo.
"Tutti mi dicono: devi essere forte, tuo papà ha bisogno di te, tua sorella ha bisogno di te, le tue figlie hanno bisogno di te... Ma a me chi pensa?" hai scritto.
Ci penso io, ci pensano le molte persone che ti vogliono bene anche senza dirtelo.
Non quel "pensarci" che equivale a un alleviare, risolvere, fare qualcosa, che è ciò che desideri in questo momento, ma che risulta impossibile all'essere umano.
Il mio, il nostro, è un pensiero di rimando, un non lasciarti sola comprendendo quanto sola ti senti, in quale morsa hai il cuore, com'è opprimente quella desolazione che ti accompagna quando ti alzi al mattino, prima di addormentarti la sera, ogni volta che ti fermi un istante e riprecipiti nel baratro.
Non abbiamo il potere di medicare la tua lacerazione, possiamo soltanto dirti che ti comprendiamo e testimoniare ciò che chi è vissuto prima di te ha già provato, cioè che passerà, che la vita come sempre sarà più forte della morte, che con il passare del tempo, senza accorgertene, tornerai a sorridere e la dolcezza, la tenerezza del ricordo prenderà il sopravvento sul vuoto non colmato che ora avverti come un macigno sullo stomaco.
Perché chi se ne va non ci lascia, resta con noi, non più fuori, né accanto, ma dentro.

giovedì 3 ottobre 2019

Elogio della commessa (Chi merita, davvero)


Aveva le lacrime agli occhi e non me l'aspettavo.
Lunedì era il suo ultimo giorno di lavoro, l'ho incontrata tra lo scaffale dei dolci e quello dei prodotti sott'olio, nel supermercato in centro Bergamo, dov'ero cliente abituale.
Ero. Da un mese con l'altro, con un paio di settimane di preavviso, la Unes di via Paleocapa ha chiuso. Indotti a lasciare - licenziati, di fatto - tutti i dipendenti, a cui è stato proposto un agile trasferimento a Sondrio, senza un euro in più dei mille, mille duecento in busta paga che prendevano.
Ma non era commossa per quel motivo la commessa che per quattro anni ho incrociato più o meno tutti i giorni, senza chiederle nemmeno il nome, scambiando qualche chiacchiera ogni tanto.
Aveva le lacrime agli occhi, mi ha confidato, per l'affetto delle molte persone che in quei giorni le avevano espresso dispiacere, vicinanza, affetto. "Davvero, non me lo aspettavo" ha detto, tanto che m'è venuto da abbracciarla, anche se materialmente non l'ho fatto, perché l'età mi ha fatto superare l'imbarazzo di dire le cose che penso, non la barriera fisica del contatto.
Non vedrò più lei, con il suo fare spiccio, senza mai un attimo di pausa (sistemava i barattoli di tonno o le scatole di dentifricio pure quando qualcuno si fermava a parlarle), né le cassiere bionda e bruna, con il trucco sempre spiccatissimo, la signora gentile del banco alimentare, così come il gigante che mi tagliava il pollo e consegnava il pane, ogni volta trovando lo spunto per una battuta o una sottile presa in giro. Così come non avrò più notizie di colei che più di tutti osservavo, incuriosito: una donna bassa, di spalle forti e sguardo severo, con un sesto senso per chi faceva il furbo, tenendolo d'occhio e affrontandolo a muso duro, con un fare da sceriffo, anche se il tizio era alto un metro più di lei e avrebbe intimorito Tyson.
Da martedì, con un po' di nostalgia, per la spesa ho cambiato punto d'appoggio, entrando alla Pam di Largo Portanuova, dove oggi ho notato una cassiera ragazzina che intuendo un movimento sospetto da parte di due giovani, s'è parata loro innanzi, intimando di uscire o di pagare ciò che avevano sottratto.
L'ho fatta lunga, per un concetto semplice: l'ammirazione per le moltissime persone umili che, in silenzio, a schiena dritta, fanno bene il loro lavoro.
"Il problema è che siamo lasciati soli, qua siamo in due e non sa quante persone insultano, gridano, aggrediscono" s'è sfogata, quando le ho fatto presente che un altro al suo posto avrebbe desistito.
In quel momento mi sono sentito piccolo piccolo e ho pensato che se l'Italia nonostante tutto va avanti, se il mondo ha il buono che ha, è perché migliaia, milioni di persone ogni giorno compiono piccoli gesti di educazione, senso del dovere, rispetto.

P.S. Non conosco il signor Unes o la signora Pam, non so neppure se esistano, ma certo ci dovrà essere un uomo o una donna che siede sulla poltrona più alta, che prende decisioni, che guadagna molti soldi e dà profitti a investitori che neppure si pongono la domanda sul dove e come provengano. Ad essi vorrei dire che vale la pena ogni tanto scendere da quella poltrona e andare a stringere la mano alle persone che alimentano la loro fortuna, andando oltre il corrispettivo del denaro che ricevono.

P.P.S. Ho raccontato un episodio, l'elogio è per un intera categoria, fatta di addetti alle vendite,  commessi e commesse, di supermercati, negozi, centri commerciali e pure al personale di servizio in bar e ristoranti. Non voglio lisciare il pelo a nessuno, quanti mi conoscono sanno che sono genuino. Tra loro ci sono, come in tutti i greggi, anche le pecore nere, chi ha nella schiena una canna di vetro e chi si approfitta del buon cuore dell'altro. Per la maggior parte però sono persone che fanno un lavoro arduo, senza un reddito alto, con orari di lavoro dilatati, spesso nei giorni di festa, quando tutti gli altri rimangono in famiglia o si dedicano agli svaghi o al riposo. Non sono martiri, né eroi, ci mancherebbe altro, però meritano ammirazione e soprattutto rispetto. Ricordiamocene quando ce li troviamo di fronte e comportiamoci come se fossimo noi al posto loro.

mercoledì 2 ottobre 2019

Come si cambia (La lezione del mandarino)

Da un mese e passa la guardo con occhi da innamorato.
È minuta, è vero, giovane anche, pur se le forme sono quelle che avrà da adulta. Parla poco, si fa capire lo stesso, in silenzio, e anche per questo le sono grato: mi insegna il significato di “stare in ascolto”, oltre che l’importanza di essere costante, il valore del prendersi cura come metodo, come stile, impegno quotidiano.
La pianta di mandarino è sul davanzale della casa di Bergamo, incurante dello smog dello stradone sottostante, dopo che per diverse settimane mi ha fatto compagnia all'interno dell’appartamento.
Porta con sé tre agrumi maturi e quando l’ho comprata aveva pure un paio di fiori, che in principio parevamo destinati anch'essi a diventare frutto.
Non è stato così, da un giorno con l’altro i boccioli sono caduti: il suo modo per farmi capire che tenendola vicina vicina, dentro le mura di casa, forse sarebbe sopravvissuta, cresciuta di foglie e di tronco anche, ma senza generare vita nuova. Perciò l’ho allontanata un poco, rinunciando a qualcosa io pur di metterla a proprio agio, restituendola all'aria aperta, a un ambiente più umido, adatto.
Come si cambia, mi verrebbe da scrivere. L'ho scritto.
Non tanto il bonsai, soprattutto io.
Mi sono ritrovato quell'alberello in casa dopo averla acquistato per fare un regalo che infine, per disegni suoi, non è stato consegnato. Ormai però lo sentivo mio e - un po’ perché mi ricorda la persona a cui avrei dovuto donarla, un po’ perché l’ho letto come un segno del destino - invece di sbarazzarmene l’ho adottato, quasi fosse un bambino.
Una scelta azzeccata, che mi ha fatto bene, rivelando una parte sconosciuta persino a me stesso, ricordandomi che si evolve sempre, si cambia appunto, si può cambiare, riscoprendo il gusto di non dare nulla per scontato ed evitando la condanna di guardarsi allo specchio tutta la vita indossando un identico vestito.

martedì 1 ottobre 2019

Dodici anni insieme (e un proposito)


Dodici anni. Un blog, quasi mille post e mezzo milione di pagine viste, spesso di sfuggita, a volte con attenzione, in molti casi con affetto da chi mi conosce, perché è una parola, quella scritta qui, che sempre mi assomiglia.
Ho cominciato il primo ottobre del 2007 per un impulso di libertà, in un tempo di panni stretti e crisi di coscienza, per testimoniare un impegno, oltre che raccontare ciò che mi passava per la testa. Via via è avvenuta una modifica, come accade quando una cosa è viva, diventando nella versione attuale una sorta di diario di bordo, a memoria presente e futura di ciò che sono, almeno nella parte buona, quella pubblica.
Ci sono stati mesi in cui sono stato presentissimo, altri meno, in alcuni casi un messaggio appena, mai però la spina è stata staccata, così come le "venti righe", di volta in volta più lunghe o più corte, senza tuttavia estinguersi o sbordare, per eccesso o scarsità di vena creativa.
Per celebrare degnamente questa piccola ricorrenza avrei un proposito, che faccia da pungolo alla mia naturale pigrizia e al contempo - avendo un principio e una fine - metta al riparo innanzi tutto me stesso dal peccato di vanità, di supponenza: scrivere ogni giorno un post, per un mese di fila.

P.S. Ringrazio tutti. Chi legge, chi mi segue, chi critica, chi elogia, chi scrive... Un grazie particolare lo riservo a Leonora, le cui fotografie mi accompagnano praticamente dalla prima ora. Quella di oggi l'ho scelta perché illustra più di un'enciclopedia ciò che penso delle parole che si scrivono, comprese quelle che in dodici anni si sono accumulate qui: dureranno una generazione, forse due, se il caso vuole pure di più, ma alla fine svaniranno, come carta in un bidone, che brucia. Ciò non ci esime dallo scriverle, esattamente come l'usignolo che canta, il cane che abbaia, il pesce che nuota.

sabato 14 settembre 2019

La donna più ricca del mondo (Addio Bruna)


Sette giorni, oggi. La donna più ricca del mondo se n'è andata sabato scorso e sono fiero, oltre che contento, di averla conosciuta e di potere ricordarla qui, dove "passava" spesso, commentando poi le sparute volte in cui ci incontravamo, quando tornava a Como o più spesso nelle occasioni in cui passavamo dalla sua Lavagna, in Liguria.
Bruna ha lasciato i suoi cari dopo settimane di silenzio e sofferenza, alle prese con un male che azzanna e fino all'ultimo non molla la presa. Aveva settantre anni ed era cugina di mia mamma, che l'ha pianta parecchio, sentendo scivolare via insieme con le lacrime pure la propria giovinezza.
Bruna era la donna più ricca del mondo, ho scritto, e non è stata una svista.
Non per i soldi, che quelli vanno e vengono e poi li lasci tutti, non portando appresso neanche una moneta, bensì per gli affetti da cui era contornata e per l'esempio di garbo, di eleganza, di compostezza che ha sempre dimostrato, compreso nei frequenti momenti in cui il destino le ha fatto masticare un pane amaro, risparmiandole poco o nulla.
Il contrappasso è stato vedere uno accanto all'altro, nel giorno del commiato, i molti parenti anche lontani, senza divisione alcuna, capaci di perdonarsi reciproche distanze, torti reali o presunti, litigi e incomprensioni che prima o poi arano il campo di qualsiasi famiglia. Bruna è stata mai forbici e sempre ago e filo, rammendando rapporti, evitando strappi, cucendosi la bocca, se necessario, limitandosi a qualche sguardo al cielo e a tanta, tanta pazienza.
Uno sforzo non vano, ripagato dal constatare quanto in gamba siano i suoi figli, Gabriele ed Alessia, che in questa prova ardua hanno mostrato di che pasta sono fatti, gestendo il tutto al meglio, come avrebbe voluto lei, come meriterebbe la dignità innata di ogni persona che mette piede sulla terra.
Si sente ripetere spesso, in circostanzi simili, quando si saluta per l'ultima volta la persona amata, che "siamo un po' più poveri tutti". No. Non è vero. In questo caso siamo tutti un po' più ricchi, perché condividiamo il suo insegnamento, il suo esempio, la sua ricchezza appunto.
So che da dove guarda e ci legge, ora, Bruna non dirà una parola eppure sorriderà serena, felice di aver vissuto una vita grama, ma feconda, pensando tra sé e sé: "E' stata dura, ne valeva la pena".

mercoledì 14 agosto 2019

Quoque tu (Quando nel brutto c'è del bello)


Mi chiedi spesso di parlartene, lo faccio raramente, poiché la politica è un fuoco e occorre attecchisca da sé, altrimenti si estingue presto oppure soffoca, per mancanza di ossigeno o eccesso di combustione.
Oggi, figlia mia, faccio eccezione, cedendo alle tue insistenze, non per "spiegarti" cosa accade in questi giorni convulsi, bensì per condividere la bellezza sottesa al di là e al di qua dei mille proclami, annunci, duelli, sgambetti.
Sì, chi conosce e apprezza la politica non si sgomenta né tanto meno inorridisce di fronte a ciò che per molti, la maggior parte, è soltanto teatro, torto, contraddizione.
La politica è ideale, ma pure strategia, tattica, manovre.
C'è del "bello" allora nel tentativo di Salvini di massimizzare i profitti di un paio d'anni in cui ha intercettato le simpatie di molti, spesso cavalcando le paure di tutti. Così come c'è del "bello" nella contromossa di Renzi e di Grillo, che pur di impedirglielo pare cancellino quanto detto negli ultimi cinque anni, rimangiandosi veti e giudizi sprezzanti nei confronti di chi fino a ieri era avversario e ora potrebbe diventare il principale alleato, secondo la logica del "male minore".
C'è del "bello" in tutto ciò, a patto di non essere prevenuti e di conoscere la politica, esattamente come avviene per la letteratura, la pittura e ogni forma d'arte.
Lascia dunque le urla, i lamenti, i giudizi sprezzanti agli sciocchi, ai supponenti, a coloro che si sentono superiori o indossano i panni di una parte, indignandosi senza riconoscere le buone ragioni degli altri.
Per fortuna la "politica" non è tutto (lo dimostrano i fatti: la società civile negli ultimi cinquant'anni ha retto e si è sviluppata non in "virtù" della politica, bensì "nonostante" la politica) e affrontarla laicamente, senza spirito da crociate, è il primo passo non soltanto per comprenderla e apprezzarla, ma pure per farla, rendendola per quanto possibile migliore.

P.S. Ne parlo raramente con te, Giorgina, più spesso con Giacomo, esattamente come facevo con mio padre: in un tempo non prefissato, spesso rubato, la sera, nella penombra di una stanza o sulle scale. Con il passare degli anni ho imparato molto, a cominciare dall'insofferenza per la demonizzazione dell'avversario, per chi non la pensa come me. Credo convintamente sia un male delegittimare l'altro, appiccicandogli etichette o, peggio, offendendolo. E' capitato sempre, accade tuttora: non me ne scandalizzo, tuttavia evito di farlo e prendo le distanze. Mi arrabbio così quando sento dare del "fascista" avventatamente, senza considerare cos'è stato il fascismo veramente (tra i leader attuali nessuno lo è, neppure lontanamente, poiché come ricorda uno storico preparato qual è Emilio Gentile, tutti i principali partiti o movimenti accettano le regole democratiche, pongono il voto del popolo a fondamento del governare), così come quando l'appellativo è "razzista", poiché per esserlo bisognerebbe sostenere innanzi tutto l'esistenza delle razze e poi la superiorità di una rispetto ad altre, mentre il confronto attuale e le differenze di opinioni attuali vertono sui flussi migratori.
Ragionare con la propria testa, impedire che ci si lasci imbavagliare da chi detesta la libertà di pensiero e preferisce l'insulto al dialogo, non avere pregiudizi, comprendere le ragioni degli altri, essere disposti a cambiare idea ed essere intransigenti soltanto riguardo la piena dignità dell'essere umano e ai suoi diritti inalienabili: queste e non altre sono le stelle polari che voi, figli miei, vorrei aveste sempre innanzi.

venerdì 12 luglio 2019

Pollicino (Le passioni salvano la vita)


Ho sempre pensato fossero i libri a salvarmi la vita, a renderla meno noiosa, banale, monotona.
Per questo ne ho sempre uno con me, come la coperta di Linus: quando sono in auto, nella sale di attesa, mentre faccio la coda o attendo un appuntamento.
Per questo ne ho riempito le case che abito, ogni locale, elemento di arredo e tatuaggio sui muri dell'uomo che sono diventato, del bambino che ne aveva una dozzina e del ragazzo che i primi soldi che guadagnava li spendeva in libreria, considerando ricchezza raggiunta il giorno in cui invece di attendere le versioni economiche ci si poteva permettere le copertine rigide dell'edizione prima.
Ho sempre pensato fossero i libri, invece era altro. È altro.
È la voglia di leggere, il piacere di farlo, il desiderio di conoscenza, di vivere altri mondi, altri tempi, altre storie che non siano la mia, ma che con la mia si incrociano, diventando di due una.
Ho letto centinaia, migliaia di libri, non ne ho scritto uno. "Sarei un ottimo scrittore se soltanto avessi qualcosa da dire" ripeto spesso, mentendo per primo a me stesso.
A mancarmi non è la fantasia, né l'ambizione, così come illusorio è attendere una passione forte, un fuoco dentro. La gioia, il dolore, lo struggimento e tutto l'arcobaleno dei sentimenti possono fare da scintilla, ma - ne sono sempre più convinto - la differenza la fanno la determinazione, la caparbietà, la perseveranza, la volontà di farlo. Farlo. Non pensarlo. "La differenza tra fare una cosa e non farla è farla". Scriverlo. Una pagina dopo l'altra, alcune con fatica, altre con leggerezza, come mi ha detto una persona che stimo.
Forse lo farò, forse è giunto il momento. Nel frattempo resta questo blog, briciole di pane sparse alla rinfusa, che a guardarle dall'alto somigliano al percorso un po' strambo ma lineare di un moderno Pollicino e, nel bene e nel male, lasciano una traccia di me, che ai libri e alle parole debbo molto.

P.S. Ho cominciato questo post con altro intendimento, partendo dagli occhi spenti di una donna incontrata per caso, afflitta da un dolore dilaniante, delusa dalla vita, poiché essendosi appoggiata completamente a un uomo, quando lui l'ha lasciata è caduta lei e le è crollato tutto attorno. Mentre l'ascoltavo, mentre avvertivo sotto pelle il suo tormento, pensavo a cosa avesse lasciato scampo a me, al motivo per cui neppure nei momenti più bui dell'esistenza ho avvertito un vuoto tanto tremendo. La prima immagine che mi è venuta in mente sono stati i libri e da lì è partito tutto.

Un anno con noi (Il bene vero)

Sei arrivato ufficialmente a casa nostra un anno fa e hai scombussolato tutto, con quel tuo sguardo vispo, anche se a volte assente, poiché profondo è il vuoto che già da piccolo ti si è spalancato innanzi e lacerante il dolore dell'assenza, dei pezzi che ancora ti mancano.
Vorrei scrivere spesso di te, resisto per pudore, perché c'è un'intimità che non va violata, oltre a una ricchezza di emozioni, di situazioni, di sentimenti che per raccontarla tutta ci vorrebbe un libro.
Hai picchi di dolcezza, di affabilità, di purezza che ti invidio, che raramente ho notato in qualcun altro, così come in alcuni dettagli leggo le cicatrici che le ferite ti hanno lasciato.
Vorrei scrivere più su di te, per un motivo semplice: un giorno passerai di qua e troverai tracce che avevi dimenticato. Lo faccio con discrezione e parsimonia, perché è vero che certe cose le capirai quando sarai più grande, ma il nocciolo di quanto ci lega è chiaro in ciò che viviamo ed esiste un codice non scritto che sono certo si imprimerà in noi, a prescindere da cosa ricordiamo nel dettaglio.
Per adesso lasciami annotare questo: sei una benedizione per la nostra famiglia, per noi, che riceviamo più di quanto diamo e anche se spesso lo diciamo per abitudine o convenzione, il bene che ci vogliamo è un bene vero.

domenica 7 luglio 2019

Meno paure (Siamo più grandi dei nostri errori)


Vi osservo, da lontano. Mi hanno insegnato che l'ideale per chi vuole educare è stare un passo indietro, ne faccio anche due, tre, cento, cercando l'acrobazia più improbabile: esserci, pure quando non ci sono.
Non sono perfetto, lo so, lo sapete, ed è un peso al netto, poiché il peggio di me lo tengo nascosto, un po' per proteggervi, un po' per codardia, perché siamo tutti leoni finché non ci inoltriamo nel bosco.
Penso ai maestri che ho avuto, a mio padre soprattutto, ai suoi molti difetti e al pregio di dare raramente ordini, di imporre nulla o poco, concedendo autonomia, mai sostituendosi a me, neanche quando era certo avessi torto. Riusciva a farsi obbedire, con l'esempio, parlando al momento opportuno, non urlando, abbassando semmai di un tono la voce quando voleva essere ascoltato.
 "Si fa così" è una frase che da lui ho sentito di raro, "devi fare così" ancora meno. Non aveva studiato, non era istruito, aveva la saggezza delle persone di spessore, che sentono ciò che non sanno, che sanno anche quanto non conoscono.
Vi osservo, da lontano. Ciascuno con il proprio stile, con un filo tenue che vi accomuna e che colgo soltanto prestandovi attenzione. Non siete migliori degli altri, dei ragazzi della vostra età, ma il meglio di voi credo abbia origine nell'imperfezione di chi vi ha preceduto, di chi non può essere posto su un altare e inciampa ogni giorno, comprese quelle piccolezze che rendono così piccino l'essere umano. Un trampolino, per voi, uno sprone a essere diversi e nel contempo una polizza d'assicurazione, poiché gli sbagli sono il mezzo attraverso cui impariamo ("Ogni errore è una possibilità educativa" ripete sempre Paolo) e di sbagliare non dovreste aver paura mai, se non per il male che si prova quando si sbatte il muso.
Vi osservo, da lontano. E ad essere sempre più "lontano" da voi, dai miei figli, mi alleno. Perché se è vero - com'è vero - che si diventa adulti soltanto quando si resta senza genitori, le nostre generazioni hanno un problema di sfasamento: rischiamo di rimanere figli - con le conseguenze positive e negative del caso - fino ai sessanta o settant'anni, quando ormai le scelte di un'esistenza sono state prese o rinviate, del tutto, senza appello.
Ecco perché occorre trovare un nuovo equilibrio, un coraggio maggiore nel prendersi responsabilità, nell'ottenere autonomia, nello "stare in piedi" da soli, insomma, con meno timori e nessun imbarazzo.

P.S. Ho citato una frase di Paolo Ferrari. Lavorandoci assieme ormai da anni potrei scriverne un libro, se soltanto avessi più intraprendenza e fossi meno pigro. Anche che "per educare è necessario stare un passo indietro" l'ho imparato da lui. Così come questa: "Se io educatore non credo che l'altro sia più grande dei suoi errori, non posso educarlo, perché non esisterebbe lo spazio educativo, di crescita. Lo spazio educativo lo si offre, rischiando, fidandosi del fatto che l'altro possa crescere".
Fidarsi, rischiare, sbagliare, imparare. Vorrei saperli declinare al presente, ogni giorno, con i miei figli e non solo.

sabato 6 luglio 2019

Meno Social (La rivoluzione esaurita)




Il primo segnale, la prima increspatura, c'è stata un anno fa, ma era troppo lieve, troppo sottile per darvi peso e lasciare traccia.
Lo riconosco ora, che il solco s'è fatto più profondo e quella vertigine iniziale per i social s'è trasformata via via in distanza, circospezione, freddezza.
Lo scrivo qua poiché, dodici anni fa, questo stesso blog era stato diario di un'infatuazione storica, di una scoperta dirompente, di un nuovo modo di relazionarsi con gli altri e di scoprire il mondo, grazie a opportunità soltanto immaginate prima.
I social network sono stati una vera rivoluzione pacifica e sono fiero di averla vissuta non passivamente, bensì da protagonista, cogliendo le novità che di volta in volta si affacciavano dapprima sullo schermo dei computer, poi sui tablet, infini sui telefonini, che hanno permesso un accesso continuo ed immediato, quasi fossero una protesi, un'estensione delle mani, della mente, della parola.
Twitter, Facebook, Instagram... Sono stato tra i primi ad usarli, a viverli, sarebbe meglio scrivere, e Facebook e Instagram li utilizzo tuttora, ma - giusto riconoscerlo - molto più distaccato, molto più disincantato, molto più spettatore e meno protagonista.
Credo sia una circostanza personale, ma pure una tendenza diffusa, un cambiamento che non porterà a una cancellazione di questo tipo di strumenti, ma a una derubricazione d'interessa, a uno dei molti "attori" sulla scena e non più a incontrastato protagonista.
Vale per la mia generazione e ancor più per quelle che la seguono, specialmente per i ragazzi e le ragazze che con i social convivono dalla loro nascita e per i quali la "sbornia" passa anche prima.
Considerando che non siamo i primi ad essere scesi dalla pianta e la storia è maestra di vita, per convincermi faccio l'esempio della televisione. Mio padre l'ha "scoperta" nella sua maturità ed in casa nostra è diventata presto un totem, occupando tutti i momenti lasciati liberi dal lavoro o dallo svago in compagnia. Il televisore era sempre acceso, anche durante il pranzo e la cena e ce n'era uno in cucina, uno in salone, uno in ogni camera da letto. E non solo c'erano i televisori ed erano accesi, bensì catturavano l'attenzione, si guardavano ovunque, e il suono che più ricordo della mia infanzia è stato: "Shhhhh", a indicare silenzio, per fare sentire ciò che si diceva in televisione, per non fare perdere una parola.
Sono cresciuto così, felice e senza trauma apparente, imparando un sacco di cose, non ultimo il lavoro che attualmente faccio e che mi fa alzare contento ogni mattina. Di contro, attualmente a casa mia il televisore resta a lungo spento, non è mai acceso quando si mangia ed è tornato "a misura d'uomo", quasi che io a differenza di mio padre sia stato vaccinato e diventato autoimmune, evitando l'esagerazione di una stortura.
Sono convinto - un'intuizione, senza prova scientifica alcuna - che  lo stesso accadrà con i social. Lo sforzo che faccio è provare ad immaginare cosa grazie è cambiato per sempre e cosa invece è mutato ma non nella sua essenza e passato il bagliore della rivoluzione torneremo a vederlo ed apprezzarlo nella giusta luce, ritrovando un equilibrio che come tutti gli innamorati abbiamo perso, ma alla fine sempre torna.

P.S. Il tema dei social network e della loro evoluzione chiama in causa ciò che reputo adesso, ma pure come la pensavo prima. Qui l'elenco incompleto di qualche post in cui ne ho parlato, in passato.
Ad esempio c'è stato un Giorgio a.F. (avanti Facebook), oppure sulla Generazione Social Network, oppure su Twitter, che è stato il primo che ho "abbandonato", mentre allora mi pareva tanta roba.

venerdì 5 luglio 2019

Meno teoria (Imparare, dalla vita)


Imparo sempre, da tutti. Da coloro con i quali cammino accanto, fianco a fianco, per scelta, così come da quanti incrocio per caso, in un istante che illumina la strada.
Nei giorni scorsi sono stato testimone di storie che per motivi differenti hanno offerto lezioni di vita.
La prima ha per protagonista Mustafà, il portiere della squadra di calcio del San Carlo, che ha vinto il torneo dei rioni al mio paese. Mustafà viene dal Senegal, ha poco più di vent'anni e la pelle colore della notte, ma non la nostra, la sua, quella di quando in Africa non c'è la luna. Mustafà non doveva giocare, qualcuno aveva storto il naso e sulla scia di quanto avviene per questioni simili la discussione sui principi stava portando al muro contro muro o al tavolo ribaltato, della serie: "Se è così ciascuno per conto suo e non facciamo nulla". Poi la squadra in questione non aveva il portiere, la necessità è diventata virtù e quello che la teoria impediva s'è trasformato nei fatti in un'opportunità di comprensione, di integrazione, di crescita. Il San Carlo ha meritatamente vinto il torneo, anche grazie alla bravura di quel ragazzo che non ha cittadinanza italiana ma un talento utile per gli altri e chi prima storceva il naso alla fine ha festeggiato con lui, come meritava.
La seconda riguarda il tennis, tre ragazze del Circolo Città dei Mille di Bergamo, sconfitte l'anno scorso davanti al pubblico di casa nella finale dei playoff nazionali e che quest'anno la stessa finale l'hanno vinta, a Messina. Un successo che corona una stagione intera ma che personalmente mi ha impressionato per la varietà delle giocatrici e nel contempo la possibilità di fare leva proprio sulle diversità per centrare un obiettivo, dimostrandosi una squadra.
Ksenia è una professionista, gioca per denaro, gira mezza Europa per tornei ed è una macchina. Lo sport per lei è uno scalino, uno strumento, e lo approccia con lo stile con cui i suoi avi pescavano nei laghi del Kirghizistan, con metodo e costanza, poca fantasia, molta efficienza, puntando al risultato, senza fronzoli o filosofia.
Chiara, la più giovane del gruppo, è colei che mi ricorda più i miei figli, Giacomo soprattutto. Lo scrivo perché così come per lui ho l'impressione che invece di essere sottoposta a pressione per giocare al meglio abbia bisogno di mente sgombra, di tranquillità, di lasciare che il braccio e le gambe ragionino, non la testa. Il talento non le manca (come ha dimostrato nel tie-break finale e decisivo del doppio), è lo sprone altrui, la carica a molla che per lei rischia di diventare una briglia.
Infine Stefania, una persona speciale, che conosco e ammiro da anni ed è una dimostrazione infinita di cosa significhi non mollare mai, andare oltre l'ostacolo, avere cuore, anima, grinta. Non per caso in due campionati di fila non ha perso una partita, portando a casa pure il singolo di Messina. "Sul campo do tutto, non sempre seguo la ragione, agisco d'istinto e sono impulsiva" ha scritto su Instagram. E' vero, per questo ogni volta che gioca mi emoziona ed è diventata per me un esempio, nel lavoro, nella vita, tanto che quando sono tentato di lasciare perdere - mentre sto scrivendo un articolo oppure quando corro sotto il sole cocente e avverto forte la fatica oppure quando affronto una discussione che non mostra traccia di soluzione alcuna... - me la immagino in campo, con la sua faccia seria, la postura che la fa sembrare più imponente di quanto in realtà sia, e stringo i denti, tengo duro anch'io, scoprendo che per imitazione si possono apprendere doti preziose quanto rare, quali la determinazione, la tenacia, la perseveranza.

P.S. "Gli innocenti non sapevano che quella cosa era impossibile e la fecero". La fecero. Fatti, non parole. Storie, non teoria. Lo appunto qui, poiché anche io corro il rischio di arrovellarmi sulle idee, di incaponirmi sui principi. Nella vita però è importante sì fissare alto lo sguardo, ma altrettanto tenere i piedi saldi per terra, sporcarsi le mani anche, impastare le idee con il sudore della fronte, i sacrifici, la fatica, l'esperienza. Lasciando che tutto ciò sia come il greto di un torrente, di un fiume, che non lascia mai tali e quali i ciottoli che incontra, ma li leviga, modella, trasforma.

giovedì 30 maggio 2019

"Paraculi imperant" (Addio Maurizio)


Se n'è andato solo, come presumo sia sempre vissuto, pure quando era in mezzo alla gente, su un trespolo ad arbitrare partite di pallavolo, sul sedile di un pullman o di un taxi, dietro la scrivania di una redazione, non a caso dando le spalle a tutti gli altri, tra pile di fogli e di fronte soltanto il computer acceso e un pezzo da scrivere, mai finito.
La prima ed unica volta in cui ho stretto la mano a Maurizio Del Sordo è stata alla fine del 1987, io giovane aspirante collaboratore de "La Provincia", lui appena assunto e assegnato al settore delle cronache locali. Debbo a lui alcune nozioni che mi si sono stampate a fuoco (l'accento acuto che va sul "perché", la differenza di utilizzo tra il "ma" e il "bensì"), mentre altre le ho scordate in tempo zero (come distinguere un maresciallo da un brigadiere o da un tenente dei Carabinieri osservando le mostrine sulla divisa).
Nei corsi e ricorsi professionali me lo sono ritrovato accanto in mille occasioni, limitandomi alla cortesia di coloro che non si sporcano le mani, di chi è bravo a parole ma non entra in relazione vera con l'altro, specialmente quando l'altro è spesso trasandato, un uomo di un quintale e passa con la faccia da bambino, il maglione sempre identico, le manie e quel modo lunare di porsi, che non si capisce mai se c'è o se ci fa, se lo sciocco è lui che parla o io che gli do ascolto.
Maurizio se n'è andato ieri, senza esserci mai realmente "stato", come avviene a tutti gli strani, i timidi, gli eccentrici, i disperati, gli anticonformisti, bizzarri, stravaganti...
Di lui mi rimarrà il senso di colpa per non essergli mai stato vicino, veramente, e alcune battute caustiche, per prima questa, che mi ripeteva spesso, facendo il verso a un motto trito e ritrito, per irridere di volta in volta coloro che scuotendo il capo sentenziavano: "Mala tempa currunt": "Mala tempora currunt... Paraculi imperant" chiosava lui.
Non l'ho mai detto a Maurizio, ma tra quei "paraculi" ho sempre sperato di non esserci io, anche se in fondo è impossibile e alla fine o si è come lui, lontani da questo mondo in tutto e per tutto, oppure un po' "paraculi" lo si è sempre.
Importante è esserne consapevoli, non suonare falsi o ipocriti e ricordarsi che per un Maurizio che non c'è più altre decine di Maurizio ci vivono accanto e scivolano via, tra l'indifferenza, ogni giorno.

venerdì 24 maggio 2019

Io sto con (nonna) Anna


Questa volta non me l'hai detto, sono certo tuttavia che l'hai pensato, perché in cinque anni sei cambiata parecchio, non nell'essenza, nella donna concreta che sei, che le chiacchiere vanno bene ma poi bisogna badare ai fatti, come mi dimostri spesso, a casa innanzi tutto.
"Certo che tu... non mi hai portato un voto" mi avevi detto la volta scorsa, la prima in cui ti candidavi a consigliere comunale, con quell'ingenua esuberanza che è il carburante migliore per chi davvero vuole cambiare le cose, come in effetti poi insieme con i tuoi colleghi hai fatto.
"Certo che tu... non mi hai portato un voto" mi avevi detto, tanto che io un po' per difendermi, un po' perché ho stima per la persona che sei, ne avevo tratto lo spunto per un post, in cui raccontavo divertito che eri talmente entrata nella parte che ormai ragionavi soltanto in termini di voto.
Quel tempo, quella tensione è tornata puntuale cinque anni dopo, oggi, dopo che hai deciso di ricandidarti, senza essere snob, come invece sarei io, che di chiedere il voto mi vergognerei, che mi sembrerebbe una mancanza di gusto, di tatto. Sbagliando. Perché hai ragione tu ed è una delle tante lezioni di cui ti sono grato: occuparsi del bene pubblico non è un favore che si fa, è un impegno che si prende, e cercare il consenso ha altrettanto valore di risolvere i problemi grandi e piccoli che in un paese ci sono.
Non starò qui ad elencare le mille faccende di cui ti sei occupata, né lo stile con cui l'hai fatto, né la dedizione assoluta che hai dimostrato, con una presenza quotidiana in Comune e soprattutto in mezzo alla gente, dove ti trovi a tuo agio. Non lo faccio perché chi ti conosce lo sa benissimo e ti apprezza per questo, mentre gli altri faticherebbero a comprenderlo appieno.
Semmai mi interessa dirti grazie perché hai portato in casa nostra, nella nostra famiglia, una passione civile che è sempre stata un mio pallino ma che da solo, da spesso assente quale sono, non avrebbe contagiato nessuno.
A volte, quando tornavo da Bergamo e ti trovavo a parlare del Comune con Giorgia, con Giacomo (con Giovanni meno, è ancora "piccolo" e giustamente spesso l'ho sentito lamentarsi con un: "Eh ma che due scatole!!!") mi si riempiva il cuore, vedendo in voi me stesso, con mio padre, trent'anni prima, ma anche per la certezza che entrambi, discutendo, sareste cresciuti, avreste mutato le vostre posizioni di partenza, talvolta cambiando opinione, talvolta invece rafforzandola, poiché la discussione è una fucina e il metallo che ne esce è sempre migliore di quello grezzo.
Il vero miracolo l'hai fatto però con mia madre, la "nonna" Anna, che di certe vicende non s'è mai occupata e anche adesso tende a disinteressarsi, eppure - grazie a te - è stata lei a intercettarmi e a chiedere e dire la sua, riferendo puntuale ciò che riportavano i giornali oppure le chiacchiere al bar, i complimenti e le lamentele, i pareri su ciò che andava fatto o quello che era meglio lasciar perdere.
E' capitato così che in Comune ci sei andata tu, ma portandoti appresso l'intera famiglia, il più piccolo ma al tempo stesso coeso Parlamento che la democrazia abbia mai sfornato.

P.S. Lo so, lo so pure adesso a cosa stai pensando. Questo: "Sì, grazie, però non hai scritto che la lista è "Vivere" e mi chiamo Dominioni di cognome". No, non è vero, non l'hai pensato, però adesso che l'hai letto t'è venuto in mente! Sorrido, perché sei unica, anche in questo.

domenica 19 maggio 2019

Stabat Mater (Diminuiamo le distanze)


In questo maggio che sembra marzo colleziono incontri che aprono il cuore e riconciliano con il mondo, facendomi stare bene.
Il verbo "stare" non l'ho scelto a caso.
Abituato come sono alle parole, pur riconoscendo ad esse un valore immenso, comprendo che il verbo "stare" e le azioni che lo mettono in pratica vanno a braccetto con l'essere e fanno la vera differenza. Sul lavoro, come nella vita, nei rapporti, nelle relazioni.
"Stare" in mezzo alla gente, tra amici, insieme con i colleghi, accanto alle persone a cui si vuole bene.
Stare di più, "abitare" luoghi, diminuire le distanze: un buon proposito per i mesi che ci si dispiegano innanzi.
L'ho imparato per primo da mia madre, che anche ieri mi ha "costretto" ad essere vicino a fratelli che davano congedo a un defunto e poi a far visita ad una persona a cui mio padre era legato e che gli anni hanno piegato, senza spezzarlo.
Ho usato il verbo "costringere", pur se non ha alzato la voce né supplicato o messo in scena quei piccoli ricatti che a volte io stesso, subdolamente, attuo per forzare una scelta che ritengo corretta, giusta.
Semplicemente, ha chiesto. Non soltanto a parole, bensì con gli occhi, con un tono di voce da "mendicante di fraternità" che non impone nulla e lascia libertà di decidere all'altro.
Se tuttavia non ci fosse quel legame tra madre e figlio, quel cordone ombelicale d'amore reciproco, non avrei colto l'urgenza della richiesta, perdendo l'occasione di "stare" insieme con gli altri, restando più povero io. Anche per questo gli sono grato: apparteniamo a una specie vivente - quella umana - che ha nella capacità di collaborare, di cooperare, il punto d'appoggio della leva che solleva il mondo: aiutarsi a vicenda, consigliarsi, ascoltare l'altro, correggersi, comprendere le fragilità e farsi forza sono le azioni che rendono unici e ci distinguono, in meglio.

giovedì 25 aprile 2019

Dentro me vivi sempre (parlarsi senza usare la voce)


Venticinque aprile. Che sia davvero una "liberazione", dai cattivi pensieri, dagli affanni inutili, dalle distrazioni vane, dalle priorità capovolte, dalle divisioni dannose.
Venticinque aprile e tu non ci sei più, a ricordarmi che i gesti contano più delle parole, che la generosità è moneta che paga sempre, che una mano basta per proteggere i figli, perché con l'altra occorre spingerli.
Venticinque aprile è un vaso vuoto quando perdiamo il desiderio di valori condivisi, quando crediamo di essere migliori degli altri, quando saliamo sul piedistallo e tutti ci sembrano piccini.
Tu non avevi questa tentazione, nessuno ti ha innalzato mai, tanto meno lo hai fatto da te stesso, restando l'uomo a cui non pesava la fatica delle braccia, anche se compravi e leggevi tre giornali e sapevi distinguere i "poveri" da chi banalmente non ha soldi, dai disperati.
Non so perché mi sei venuto in mente, senza un motivo apparente, una ricorrrenza personale.
Forse succede perché se sbando sei la mia stella polare oppure perché attraverso ciò che provo io possano trovare consolazione pure gli altri, coloro che vivono in affanno, che hanno timore di perdere le persone care.
Le persone care non le perdiamo mai. Possiamo non vederle, ascoltare la loro voce, parlarci, ma vivono dentro noi, sempre.
Proprio come te, che ritrovo talvolta allo specchio, nei tratti del viso che cambia e finisce con l'assomigliarti, che nella mia testa parli senza usare la voce, quasi sempre senza chiedere il permesso, spesso facendo capolino con i tuoi motti, le frasi lapidarie.
Dentro me vivi sempre, anche se non ti cerco nelle fotografie, se piango mai o raramente, se non ti nomino di frequente. Tranne oggi, in questo venticinque aprile in cui dovremmo essere tutti uniti invece ci dividiamo e io, per sapere dove andare e come comportarmi, devo ricordarmi da dove sono arrivato, chi mi ha messo al mondo e insegnato a camminare.

sabato 30 marzo 2019

I propri panni (Competitivi e collaborativi)


Vedo te, rivedo me. In meglio. Pur se non mancano caratteristiche che ci accomunano: su una di esse mi sono soffermato ieri l'altro, riflettendo sull'esistenza di persone che hanno un carisma, una capacità di essere leader, di trainare gli altri, affascinandoli, conquistandoli senza neppure bisogno di aprire bocca, semplicemente ponendosi di fronte, con l'atteggiamento, la postura, lo sguardo.
Una sorta di "tocco magico", una dote naturale che non possiedo: lo ammetto senza imbarazzo, né provando invidia o rammarico.
C'è stato un tempo in cui ho compreso di non essere come chi possiede quel magnetismo.
L'istante esatto, ora che ci penso, è stato da bambino, undici o dodici anni, quando volevo convincere i miei compagni di gioco a nominarmi capo dei cowboy: tre su quattro erano d'accordo, uno si è opposto, andandosene e lasciandomi con un palmo di naso, nonostante per un paio d'ore avessi tentato di convincerlo, illudendomi a lungo di esserci riuscito.
Passando gli anni mi sono via via convinto di essere piuttosto uno spirito gregario, un'ottima spalla, un compagno ideale e in certi contesti un capo, ma costruito, imparando a condurre, a prendermi responsabilità, conscio di avere molti limiti, di essere diverso da quelle (rare) persone che lo sono in modo naturale, che sembrano quasi sollevarsi senza sostegno.
Di recente ho affinato il pensiero e proprio grazie a te, osservandoti giocare a calcio, analizzando le difficoltà con cui devi fare i conti, formulando una teoria in base a cui esistono almeno due spiriti: quello agonistico, competitivo e quello cooperativistico, collaborativo.
Il primo è tipico dei vincenti, di coloro che non hanno altro scopo che il raggiungimento dell'obiettivo, con un desiderio costante e dominante. Sono quelli che se li osservi da fuori ti pare che abbiano più "voglia" di imporsi e se praticano discipline individuali sovente vincono, mentre in quelle a squadre fanno da punto di riferimento, caricandosi sulle spalle i compagni quando sono in difficoltà.
Anche i secondi vogliono vincere e spesso ci riescono, ma hanno uno stile differente, una sensibilità che manca di sfacciataggine, che comprende lo scrupolo, che coltiva il dubbio, che scende a patti con il fallimento (mentre gli altri, i vincenti, i competitivi, la sconfitta non lo tollerano affatto) e tale fragilità a volte compromette il raggiungimento dell'obiettivo.
Sii te stesso dunque, poiché nella vita innanzi tutto è importante dare valore a ciò che si ha, con la certezza che l'abito migliore da indossare è sempre il proprio.

giovedì 7 marzo 2019

Assunta in cielo (Quando l'amore cura, davvero)


Per una vita è stato il suo Angelo, anche se negli ultimi anni ha passato un inferno.
Ieri ho imparato da lei cosa significa "amore" quando c'è davvero, quando rimane nudo, spogliato di ogni incipriatura, belletto e tornaconto.
L'ha fatto con un piccolo gesto, chinandosi sulla cassa di legno chiaro che conteneva il marito, nell'istante preciso in cui il portellone del carro funebre si stava chiudendo, facendo un passo avanti e non limitandosi ad un tocco svelto, bensì cingendo la bara con entrambe le braccia, gli occhi colmi di lacrime ma il viso sereno, salutandolo per l'ultima volta, quasi a trattenerlo, anche se in animo suo sapeva che l'unico modo per farlo era lasciarlo andare, chiudere il cerchio.
La mente, la mia mente, pensava al sollevarsi da un peso; il cuore, il suo cuore, provava soltanto un dispiacere immenso per la separazione, oltre che una riconoscenza infinita per quanto aveva ricevuto donando.
Assunta negli ultimi anni s'è caricata sulle spalle Angelo in tutto per tutto, tenendogli la mano e standogli giorno e notte accanto nel declivio ripido di una malattia due volte infida, poiché alla sofferenza fisica somma l'assenza mentale, un distacco anticipato dal mondo.
Se n'è presa cura con l'intera famiglia, ma mostrando un'energia, un piglio e una determinazione da generale dell'esercito, senza volerne sapere di ritrarsi neppure un giorno nelle retrovie e restando baluardo in prima linea, come se fosse compito suo soltanto, dimostrando un legame più simile tra madre e figlio che tra moglie e marito.
Il vuoto che Angelo ha lasciato, per chi gli voleva bene, per chi da lui è stato generato, si riparerà, poco a poco, ne sono certo, non esistendo cicatrice più tenace del tempo.
La lezione che abbiamo imparato in questi anni da Assunta mi auguro invece non passi mai, poiché riguarda ciò che di più intimo ed originale ha l'essere umano. Una grandezza racchiusa nella semplicità della pazienza, nella condivisione della sofferenza, nel sacrificio fatto senza pretendere medaglie al petto, in silenzio, per "amore" appunto.
Ne scrivo qui, ignorando il suo riserbo, poiché credo sia giusto dire grazie a lei e alle moltissime Assunta - madri, mogli, figlie, figli, mariti, padri, fratelli, sorelle... - che in silenzio danno il meglio di sé aiutando chi è a loro vicino.

P.S. Ieri a Flavia, sua figlia, ho detto che le parole in certi momenti non servono. Lo penso davvero. Il dolore per la morte del padre lascia ciascun figlio solo, smarrito, e non esiste consolazione immediata, efficace. Si resta come sospesi su una rupe e non passa fino a che in quel mare non si cade dentro: si può trattenere il fiato più a lungo possibile oppure bere subito l'acqua d'un fiato, si torna alla serenità soltanto riemergendo in superficie e ricominciando a respirare nuotando, pian piano.

sabato 2 marzo 2019

Dritto negli occhi (Vedere, pienamente)


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Li hai compiuti quasi un mese fa, ho aspettato fino ad oggi, per non dare nulla per scontato, per evitare che il mestiere sostituisse il sentimento, per sorprenderti, perché lo stupore dovrebbe essere sempre l'ingrediente principale di un regalo.
Un regalo è quello che tu consegni a me, ogni giorno, con i tuoi abbracci affettuosi, le battute di spirito, i gesti buffi, persino le bizze e i momenti scostanti del tuo carattere tumultuoso, mai domo né sazio.
Vivi un tempo di pienezza, anche se non ne hai completa consapevolezza e tutto sembra di passaggio, un'ascesa infinita, di cui si scorge a malapena l'origine mentre avvolto nella nebbia è tutto il resto.
Stai crescendo, com'è giusto che sia, però la spinta propulsiva dell'adolescenza è giunta al culmine e a breve ti troverai anche fisicamente su un piano inclinato, una discesa dolce che chiamiamo maturità e ci trasforma fuori e soprattutto dentro.
Ti prendo in giro spesso, risultando a volte tignoso o irritante, ma niente affatto preoccupato, convinto come sono che saprai affrontare ogni ostacolo e gustare ogni gioia, facendo leva sui tuoi molti talenti e senza perdere la bussola, ricordando dove vuoi arrivare ma prima ancora da dove arrivi, dove hai radici.
Guardare l'altro sempre dritto, negli occhi. Questo ti chiedo, questo è quanto io per primo cerco di fare ogni giorno, con chiunque mi trovo innanzi, in special modo i più umili. Vederli, pienamente, senza spocchia, senza supponenza, senza limitarsi a sguardi superficiali e distratti. Lo scrivo in questi giorni, in cui per primo io a volte ho l'impressione di essere osservato da alcuni - per fortuna non dagli amici o in famiglia - quasi fosse trasparente o con una protervia che mi lascia sgomento, abbattutto, prima ancora che arrabbiato, indispettito, furente. Non è mai l'azione altrui che dobbiamo prendere a pretesto per diventare peggiori di quanto siamo, è sempre la nostra reazione che ci qualifica e ciò risulta consolante, poiché sull'azione altrui abbiamo poco o nessun potere mentre sulla reazione nostra il dominio è assoluto, dipende da noi, completamente.

P.S. Ieri e oggi ti sei concessa un giorno con tua madre, alle terme. Lo so, quello è un vero regalo, di sostanza e non quelli che faccio io, a parole. Però so che mi vuoi bene lo stesso e anche questo dimostra quanto grande sia l'amore che ti lega a me, che unisce padri e figlie.

venerdì 1 febbraio 2019

Dimmelo tu (Edward e la Generazione Z)


Dimmelo tu. Dimmelo tu, che scuoti il capo e ammonisci dove mai tutta questa tecnologia ci porterà, che oggi è peggio di ieri, che chissà cosa il futuro ci riserverà.
Dimmelo tu come faccio a non avere fiducia in quei ragazzi che ieri hanno organizzato uno spettacolo di serata, ciascuno con un proprio ruolo, tutti insieme appassionatamente con entusiasmo, bravura, coraggio, energia.
Dimmelo tu come posso evitare di sorridere e avere il cuore colmo di stupore e speranza quando oggi, come da due anni ogni venerdì mattina, siedo in mezzo a ragazzi di sedici e diciassette anni che il lunedì entrano nella redazione del Mediacenter senza idea di dove siano finiti e cinque giorni dopo si trasformano in cameraman, assistenti alla regia, attrezzisti, autori di testi, videomaker e compagni di un viaggio che dura poche ore e al tempo stesso una vita.
Dimmelo tu che sbaglio mentre tu vesti i panni di zio Vania e io mi sento Edward, il più grande uomo del Pleistocene.
Sì, è vero, nel libro Edward muore e così morirò anch’io, “ucciso” dai miei stessi figli, come lui, ma: primo, “morirò” soltanto professionalmente, perché mi ruberanno il posto, com'è giusto che sia; secondo “morirò” felice, perché quel posto sarà preso da qualcuno che lo merita davvero, qualcuno che già adesso per molti aspetti è migliore di me e a sua volta, un giorno - neppure troppo lontano, nella storia milionaria del mondo - lo lascerà ad altri, che seguiranno, in quell’infinita catena di padri e figli, di madri e figlie, che chiamiamo "esseri umani" ed è una ruota che gira.

P.S. Giovanni è anche figlio tuo, ha preso da noi metà e metà, e ieri sera sbirciavo di sguincio i tuoi occhi emozionati, mentre intervistava gli ospiti da dietro la scrivania, elegante, con la camicia bianca e il farfallino rosso, brillante, come mai avrei immaginato, capace di ricacciare l'imbarazzo di trovarsi di fronte al pubblico, per la prima volta. Anch’egli, come i suoi coetanei, è cresciuto a pane e videogiochi e tv e telefonino: dimmelo tu se è peggiore di noi o anche soltanto diverso, nell'essenza.

mercoledì 23 gennaio 2019

Il tratto distintivo (Mettersi nei panni dell'altro)


La mamma è diventata più brava di me pure con le parole e ti ha scritto un messaggio bellissimo ("Vivi sempre il domani con gli occhi di oggi, con il tuo altruismo e la tua serietà, con la tua sensibilità e la tua empatia, con il tuo essere unico e speciale"), a cui non posso aggiungere altro, avendo colto perfettamente l'essenziale di ciò che sei, i tratti che ti distinguono.
Non mi resta allora che abbracciarti, salendo sulle punte e appoggiando per un istante il capo sul tuo torace da sportivo, solido quanto il faggio di casa piantato in mezzo al giardino.
Qualche giorno fa è ricomparso sul computer un filmato di te piccino, che aspettavi Babbo Natale e scartavi i regali a casa del nonno. Avevi uno sguardo colmo di stupore e un'agitazione che cercavi di contenere, invano. Mi sono intenerito, ricordando il bambino che eri e che per me rimani tuttora, nonostante l'altezza e la tempra da adulto.
Ti osservo tuttora con attenzione ma da lontano, senza avvicinarmi troppo, evitando di essere invadente e fidandomi di te, ciecamente, che "ciecamente" è l'unico modo in cui riesco a farlo (da un lato perché non esiste fiducia a raggio limitato e dall'altro poiché un padre non riesce mai ad essere obiettivo nei confronti del figlio).
Siamo esseri unici, differenti l'uno dall'altro, mai completamente d'un colore, portando in dote diversi talenti e coltivando svariate virtù o vizi, a seconda del caso, che nessuno è mai perfetto e se lo fosse sarebbe una tragedia, oltre che noioso, un sacco.
Buon compleanno allora, senza squilli di tromba, in compagnia delle persone a cui vuoi bene e che bene ti vogliono. In fatto di regali, lo sai, sono una frana, ma conto sul tuo buon cuore per strapparti un sorriso lo stesso.

P.S. Siamo tutti diversi, pur essendo padre e figlio o tra fratelli, è vero, e non bisogna essere dei geni per comprenderlo. Tuttavia un tratto in comune nella nostra famiglia credo esista davvero e si riassume in una parola che tua madre non a caso ha citato: "empatia". Empatia, la capacità di mettersi nei panni dell'altro, di provare sulla propria pelle i suoi stessi sentimenti. Qualcosa che abbiamo nel sangue, qualcosa che a volte comporta un peso, ma di cui andare sempre fiero, perché ti fa essere pienamente umano.

venerdì 11 gennaio 2019

Fabrizio e l'Orso (Scriviamoci più spesso)


"Le parole che avrebbe potuto ancora dirci".
Ne ha nostalgia, David, che mi ricorda i vent'anni dall'addio di De André, e provo desiderio di ascoltarle pure io.
Non soltanto di De Andrè, anche delle molte persone che ho conosciuto e che tuttora incontro, riproponendomi e scordandomi ogni volta, inevitabilmente, di fissarle negli occhi, di guardarvi con attenzione dentro.
Corro veloce, anche sui volti e sulle storie di chi mi è sovente accanto, così come di coloro contro cui incoccio, per caso. Perciò, ad inizio anno, mi sono ripromesso di fermarmi più spesso, ritagliandomi del tempo per scrivere lettere, per avviare una corrispondenza meno banale del semplice saluto.
Una forma, quella epistolare, che a ben guardare utilizzo sempre più frequentemente in questo blog, rispondendo all'esigenza di evitare il monologo e avviare il dialogo.


P.S. Oggi è nato il figlio di Luca "il Drugo", collega e amico, che ha scelto per il bimbo un nome spiccio quanto impegnativo: Orso. A lui dedico questo puzzle di frasi delle canzoni di De Andrè, che proprio David mi ha "regalato" (poiché anche io e David un po' "Orso" lo siamo).
"Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra. Io nel vedere quest’uomo che muore madre io provo dolore: nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore. E se questo vuol dire rubare questo filo di pane tra miseria e fortuna, alla specchio di questa kampina ai miei occhi limpidi come un addio, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di dio. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Vanno, vengono, per una vera mille sono finte e si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore “tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”. Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso, il lampo in un orecchio e nell’altro il paradiso. Dio di misericordia il tuo bel paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura, l’inferno esiste solo per chi ne ha paura. Tu che mi ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria. Mia madre mi disse non devi giocare con gli zingari nel bosco. E scappò via con la paura di arrugginire, il giornale di ieri lo dà morto arrugginito, i becchini ne raccolgono spesso tra la gente che si lascia piovere addosso. E tu piano posasti le dita all’orlo della sua fronte: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte. Ma gli occhi dei poveri piangono altrove, non sono venuti a esibire un dolore che alla via della croce ha proibito l’ingresso a chi ti ama come se stesso. Ma a cuiuassi no riscisini l’aina e l’omu, che da li documenti escisini fratili in primu. Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà. E un giudice, un giudice con la faccia da uomo, mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione. Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore. Passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa pioggia sottile come passa il dolore. Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".

lunedì 7 gennaio 2019

Dieci più uno (Un compleanno col trucco)


Sono in tutto undici, con noi è stato il primo.
Un compleanno lungo, durato due giorni, dalla festa con i tuoi amici di ieri pomeriggio al momento insieme stasera, quello che tu hai definito "con i tuoi parenti", che poi sono i miei e in effetti anche i tuoi, ora, che pur conservando la tua originalità fai parte della nostra famiglia al cento per cento.
Ti ho visto contento, spensierato: è stato il più bel regalo. Lo sei spesso in questi giorni e mi si allarga il cuore ogni volta che ti metti a ridere a perdifiato e sembri immemore di ciò che è brutto, come se non ci facessi caso. So che non è sempre così, che quando vai a letto, la sera, e metti la testa sotto il lenzuolo e stai per addormentarti i cattivi pensieri a volte ti accompagnano. Lo intuisco da certi sospiri o forse sono io a dare forma al silenzio, mettendomi nei tuoi panni, ponendo in fila tutti gli inciampi di cui la vita ti ha presentato così presto il conto. Non conosco cosa alberga a tratti nel tuo stomaco, posso immaginarlo, tuttavia so pure che la vita è maggiore di qualsiasi ostacolo, così come la voglia di cielo limpido spazza via le nubi più scure e ti fa crescere sereno.
In più hai un candore, una purezza ch'è uno spettacolo. La si notava quando ti si illuminavano gli occhi - come ormai da noi si illuminano a nessuno - mentre scartavi i pacchetti: una felpa, una camicia, dei calzoni, le carte dei Pokemon, le figurine dei calciatori, il videogioco di Spiderman (quello che Gesù Bambino a Natale "si era sbagliato"), la scatola con i giochi di prestigio.
Per dieci minuti, al centro della sala, ti sei trasformato proprio in un mago, mostrandoci quanto imparato al volo.
E' stata l'unica volta in cui, di fronte a certi trucchi, non ho desiderato di scomparire io.

P.S. Tenerezza infinita ho provato anche in un altro momento: quando tua mamma ti ha chiamato e sei rimasto a parlare con lei un sacco e a un certo punto le hai domandato di tuo padre, di quanto in realtà è alto. "Perché?" ti deve aver chiesto lei e tu, impettito, le hai risposto: "Perché voglio sapere quando diventerò alto io".
Non so quanto diventerai alto, non lo sa nessuno, ma grande lo sei già, adesso.

martedì 1 gennaio 2019

Se apro gli occhi (L’importanza del primo passo)

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Se apro gli occhi e guardo avanti vedo una distesa piana, liscia, che è quasi un peccato muoversi e calpestare e viene la tentazione di non muovere un passo.
Se apro gli occhi e ci penso, un istante, quel passo lo compio, perché mi è stato insegnato che muoversi è un obbligo e il bello alla fine, il buono, lo disegneranno proprio le impronte lasciate giorno per giorno, nel bianco.
Se apro gli occhi invece di vederlo, a tratti, mi pare di toccarlo il futuro, sentendo sotto le dita i volti delle persone che non ho ancora conosciuto e di quelle che invece mi sono accanto, fin da quando ero bambino, oppure ho incontrato per strada, via via, fino alle ultime, che qualche settimana fa neppure immaginavo esistessero. E con ciascuna gusto un punto particolare di contatto, chi appena sfioro, con una carezza che insieme è un bentrovato e un addio, chi all’opposto tasto nel profondo, in un’intimità di spirito e di sensi che confonde i confini tra il tu e l'io, il mio e il tuo, fino a volte diventare di due uno.
Se apro gli occhi e metto una mano sul cuore provo l’emozione della vita che palpita e pure apprensione, spavento, poiché l’avvenire è incerto, perché “nel passato siamo nati tutti e tutti è nel futuro che moriremo”. Positivo come sono sempre stato, come cerco di essere, di nuovo, scaccio i timori peggiori e indosso la corazza di ogni essere umano, la cui opera più grande è vincere quotidianamente la disperazione della propria finitudine armandosi di fede, di speranza o semplicemente di indifferenza, di oblio.
Se apro gli occhi la cosa più bella è che non mi ritrovo solo e mi sento tenuto, per mano, da chi troverò sul cammino e da quanti mi hanno preceduto, pronti ad addentrarsi nella distesa bianca dei giorni che verranno, senza troppi preamboli, consapevoli che il modo migliore per arrivare da qualche parte, l’unico possibile anzi, è un passo dopo l’altro. Cominciando dal primo.