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sabato 30 marzo 2024

Il giorno più bello (Prima dell'inciampo)

“Eravamo felici e non lo sapevamo” è una frase che mi suona spesso nella testa, specie in giorni in cui come i vecchi orologi  meccanici avrei bisogno per me stesso di ricarica.
L’esercizio della nostalgia, pur seducente e talvolta lenitivo, ha tuttavia la controindicazione di essere fine a se stesso: porta con sé qualche emozione, mai un cambio di pagina.
Per questo provo a spostare al tempo presente e in positivo quel pro memoria, declinandolo al qui ed ora: “Sono felice e lo so”.
Non capita sempre, di essere felici.
La felicità è puntiforme, mai continua, va a momenti, sfugge a qualsiasi gabbia e laccio con il quale trattenerla. In più, ha la stessa natura dei sogni, che puoi ricordarli vagamente o nel dettaglio, ma non è mai la stessa cosa, non si archivia: una volta che l’attimo trascorre si sbiadisce, evapora.
Io ad esempio ho traccia del giorno in cui sono stato più felice, ad occhio e croce, nell’ultima dozzina d’anni.
È stato il 24 febbraio scorso, un sabato (il sabato capita spesso sia tra i giorni felici, tranne che per chi fa il commessa o la commessa).
Per un combinato disposto di eventi su lunga e corta scala - un lavoro soddisfacente e stimolante, la sostanziale salute fisica mia e delle persone a cui tengo di più, il raggiungimento di obiettivi importanti per i figli, la vicinanza degli amici… - mi sono ritrovato la sera non potendo far altro che ringraziare per ciò che ho, non avendo null'altro da chiedere.
Ricordo nitidamente quell’istante.
Per due motivi: la sensazione bellissima di essere in cima a una montagna e insieme la certezza che da quel momento esatto in poi non poteva che esserci peggioramento, discesa. 
La felicità è così, l’esatto contrario della sventura: la seconda è orrenda, ma contiene in grembo un seme; la prima stupenda però porta in dote un tarlo.
Ed è così che si accompagnano, sempre, in eterno equilibrio, come morte e vita.

P.S. Per giorni ho taciuto persino a me stesso che quel giorno di pienezza poteva essere il perno di una svolta, l’apice a cui segue il declino, ripido o dolce che sia.
Anche gli adulti infatti, al pari dei bimbi piccoli, a volte chiudono gli occhi confidando che così nessuno li veda.
Qualche scricchiolio l’ho avvertito subito, ma poca roba, tanto da illudermi che mi sbagliavo, che forse potevo farla franca.
Mercoledì 28, sempre di febbraio, invece, a tarda sera, è giunta la certificazione di un balzo all’ingiù, in tutti i sensi. Per mia mamma, che ruzzolando sulla scala della cantina - la foto che ho messo e che ho scattato qualche giorno dopo, casualmente, a Brescia, rende bene l'idea - s’è rotta entrambi i talloni. E per me, che ho subito compreso come da lì in poi sarebbe stata dura.
Lo racconto ora, senza pesantezza, poiché il peggio è alle spalle e di quell’inciampo potrei elencare anche qualche seme positivo che ne è derivato. Ma questa è un’altra storia.

mercoledì 26 luglio 2017

L'equilibrio della bicicletta (e il bicchiere mezzo pieno)

Foto by Leonora
Felicità è condizione instabile, un lampo nel cielo, equilibrio precario al lato della strada, in sella a una bicicletta che non si muove d'un metro. Perciò ho smesso da un pezzo di pretenderla: l'accetto quando c'è, come un dono, e mi accontento di altro, di giorni densi, sereni, goduti appieno.
Ti guardo in una fotografia trovata tra le pagine di un libro, con i tuoi cinque o sei anni, mentre sorridi da orecchio a orecchio e immagino quel lontano istante perfetto, augurandomi che ogni giorno tu possa viverne uno identico, nonostante il bimbo che eri nel frattempo sia diventato uomo.
Ho sempre pensato, illudendomi, che per farti crescere felice avrei dovuto darti tutto. Sbagliavo.
Tutto ciò che ti occorre in dote è invece la capacità di incuriosirti, di interessarti, di stupirti, di appassionarti, insieme con la possibilità di mettere a frutto il tuo talento.
Me lo appunto qui, sapendo che al di là delle parole conta l'esempio e l'esempio spero di dartelo ogni giorno, pur con i mille difetti che mi porto appresso, cercando di essere un uomo soddisfatto, oltre che fortunato, quale sono.
P.S. Questi giorni, con sole, lieve brezza e zero umidità, sono tra i più belli dell'anno. Lo scrivo qua, come pro memoria per me stesso, poiché in tempi in cui ci si lamenta di tutto e del contrario di tutto, considero un dovere civico guardare al bicchiere mezzo pieno (non soltanto quello del vino).

sabato 25 aprile 2015

Attenti agli squali (ma nuotate)

Foto by Leonora
Sono una persona normale, a volte mi sveglio di buonumore, altre mattine ho come un peso sul cuore, una sensazione di inadeguatezza, in certi casi di insoddisfazione. Mi aggrappo a ciò che ho, per prima all'ostinazione della positività, alla consapevolezza che serenità chiede serenità, per cui meglio guardare al mezzo pieno del bicchiere.
Sono una persona normale, con molti difetti, tra cui una dose abbondante di egoismo, un'attenzione a non farsi troppo coinvolgere dalle emozioni, una ricerca di tranquillità più forte dei dubbi esistenziali. E quando proprio proprio certi accadimenti costringono a fermarmi, a pensare, cerco di riportare tutto nei binari del possibile, senza vaneggiare di poter cambiare il mondo, se non con i piccoli gesti.
Sono una persona normale, mi sta a cuore soprattutto la felicità dei più vicini, a cominciare da me stesso, dai miei figli. Ecco perché la sensazione più desolante è volerli proteggere dalle sconfitte, dalle delusioni, dai fallimenti, senza riuscirci.
Eppure è proprio non riuscendoci, non mettendoli eccessivamente al riparo, che li si fa crescere forti, robusti, per cui un giorno sì e l'altro pure combatto tra il desiderio di far loro da scudo e la volontà di spingerli dal trampolino, in un tira e molla interiore spesso logorante.
Prendiamo Giacomo. Grande e grosso più di me, si capisce che sta maturando dentro, anche perché il sorriso gli nasce meno spontaneo di un tempo, la vita lo sta plasmando e non è propriamente un massaggio benefico, assomigliando in qualche caso più a un rullo compressore che lo schiaccia, a un vento che lo scuote. La tentazione è di farlo tornare bambino, di poterlo stringere tra le braccia e insieme sollevarlo, da terra e anche dalle frustrazioni. Abbandono l'idea con rammarico, sapendo che il suo è un passaggio obbligato e per quanto possa essere attento, efficiente, presente, dovrà sempre più cavarsela da solo, perché soltanto così un giorno farà a meno di me, come io ho continuato nonostante l'assenza di mio padre.

domenica 31 agosto 2014

Azzurro

Foto by Leonora
Tu che ridi, con il bikini azzurro, e azzurro è il cielo sopra te e le sfumature del telo con cui ti asciughi, appena uscita dall'acqua, mentre ti osservo, seduto a terra, e penso che vorrei fotografarti così, per trattenere un'immagine perfetta di te e della luce che sento scorrermi dentro.
Non ho il cellulare a portata di mano e anche se l'avessi sarebbe difficile cogliere l'attimo, rendere perfettamente l'idea di ciò che provo. La riporto qui, per fare memoria di quel lampo di felicità che mi ha attraversato.
Sono stati bei giorni quelli trascorsi a Cecina, al mare, insieme, anche se con i tuoi quattordici anni ormai ti senti grande e non sei più la mia bambina da un pezzo (ma un po' lo sarai sempre, e sai pure questo). Abbiamo chiacchierato a sprazzi, riso molto, discusso e persino cozzato, per quella caparpietà capricciosa che hai di carattere e che si somma alle bizze dell'età che stai vivendo.
Mi piace quando mi ascolti, ma so che ti distrai facilmente, per cui le cose che mi sembrano importanti te le ripeto, mettendo a tacere il sospetto che tu mi ritenga già un po' rimbambito (la storia delle donne, ad esempio, e del fatto che più della bellezza - o che oltre la bellezza - occorra avere fascino, "charme" come dicono i francesi, e che per quello non occorrono smalti, balsami o push-up, ma la testa soltanto, il cervello, mi pare tu l'abbia ascoltata e non soltanto sentita la seconda volta che te l'ho detto).
I consigli altrui sono come i libri: necessitano del kairòs, del giungere nel tempo propizio, al momento opportuno. Perciò non insisto e sovente preferisco il silenzio, o appiccicare i pensieri qui, immaginando che un giorno ti saranno meno molesti di adesso. Oggi volevo dirti che crescendo per un verso si cambia e ci si allontana moltissimo da ciò che eravamo, per l'altro invece si finisce con l'assomigliare con chi ci ha preceduto, con il padre soprattutto (e qui lo so che penserai: "No!!! Non può essere vero!!!" e ti starai preoccupando. Ed è anche per questo che non te l'ho detto a voce, per evitare di essere osservato con sguardo atterrito :-)

domenica 3 marzo 2013

Lo scopo del lavoro

Foto by Leonora
Ho letto molti libri, la frase che mi ha aperto la mente l'ho trovata in un film. In un cartone animato. Neanche uno dei più famosi, tipo Bambi, il Re Leone, Kung Fu Panda (il mio preferito), Madagascar... No, l'ho scovata in "Robots", figlio minore e mai cresciuto dei creatori di L'Era Glaciale, passato inosservato ai più e anche a me stesso, la prima volta che l'avevo visto, anni fa. L'altra sera invece, mentre ero seduto sul divano con Giovanni, c'è stato uno di quei rari momenti in cui senti una cosa e per un'istante diventa tutto buio e hai solo quella luce, in fondo, che tuttavia chiarisce meravigliosamente tutto. A pronunciarla è Bigweld, inventore e fondatore delle omonime industrie, che a un certo punto dice: "Per me il solo scopo del lavoro era di rendere migliore la vita ma il fare soldi è passato al primo posto".
Il solo scopo del lavoro è rendere migliore la vita... Non è semplicemente vero? D'una semplicità pari alla verità: disarmante. Eppure me lo sono dimenticato, ce lo siamo dimenticati, non so perché, non so per come, per uno di quei meccanismi molto umani per cui si parte da un punto e ce ne si allontana piano piano, inesorabilmente, finché non rammenti più l'origine, l'inizio, l'obiettivo del viaggio.
Il solo scopo del lavoro dovrebbe essere quello: rendere migliore la vita. Invece il far soldi è passato al primo posto, l'ha sostituito goccia a goccia, palmo a palmo. "Soldi per far soldi per far soldi": se n'era già accorto Giorgio Bocca, in un reportage illuminante proprio della regione in cui vivo. Era il 1962. Cinquant'anni dopo in meglio è cambiato poco. Proseguiamo su quel crinale asciutto e a rischio, preferendo sbattere la testa contro il muro piuttosto che fermarci un attimo e tornare indietro, all'origine di tutto, a quello scopo del lavoro che ricerca non la ricchezza, bensì la felicità.

P. S. I film, il libri, i blog, servono anche a questo: ricordare da dove sei partito facendoti capire perché nonostante continui a camminare non ti senti mai arrivato. Da domani ogni azione che farò al lavoro sarà finalizzata a questo: rendere migliore la vita e il posto dove abito, il mondo.

sabato 1 dicembre 2012

Le quattro forze


Foto by Leonora
Eccolo, l'ho ritrovato, il ritaglio di giornale che mi aveva messo di buon umore, qualche settimana fa. Un articolo del giornalista americano Steven Kotler, controcorrente rispetto al pessimismo dominante, con la prospettiva di un nuovo tempo di serenità ed abbondanza. E' stato pubblicato sulle pagine di cultura del Corriere della Sera, il 17 ottobre scorso, con il titolo "Quattro forze salveranno il mondo". Signore e signori, eccole: high tech, innovazione fai da te, tecnofilantropia (i soldi investiti in opere umanitarie da chi con la tecnologia somma guadagni stratosferici) e nuovi popoli emergenti.
Ora che lo rileggo però mi pare non mi lasci convinto come quando gli ho dato una sbirciata la prima volta. Forse sono io più scettico oppure contava l'effetto sorpresa. Ad ogni modo, che il futuro possa essere migliore di come spesso lo si dipinge credo dipenda non da fattori esterni, bensì dall'approccio che abbiamo noi verso la vita. La ristrettezza dei beni materiali raramente incide sulla felicità, che invece è alimentata dalla relazioni, dagli affetti, dal benessere più che dal "benavere". Le tecnologie in questo possono essere un conduttore straordinario, pur se sbaglia chi si illude che da sole possano colmare il vuoto, la solitudine, il senso di disorientamento che spesso ci accompagna. Sono un mezzo, appunto, non il fine. Posso essere in contatto tramite Facebook, Twitter, Wazzup con mezzo mondo, ma se con nessuno si crea un rapporto di affetto, di scambio, di empatia, rimango la bollicina di acqua Lete, sola e sperduta.

lunedì 15 ottobre 2012

Nel mio piccolo

Foto by Leonora
In meno di ventiquattro ore oltre cinquanta persone hanno sottoscritto una frase che ieri sera ho scritto senza pensarci troppo, lì per lì, su Facebook. Le parole esatte erano: "Non so se esiste la decrescita felice ma la crescita infelice é stata per lungo tempo un dato di fatto. Forse é venuto il momento di rimettere in ordine le priorità. Meno soldi, potere, beni materiali, più amicizia, convivialità, cultura...".
Il limite di certe frasi a effetto è che raramente il principio si declina nel concreto, mentre io nel mio piccolo, vorrei farlo. Vorrei comprare soltanto le camicie che mi servono e mai più fare un acquisto solo perché si trova in saldo o scontato del cinquanta per cento (potrei elencarvi almeno dieci boiate comprate all'outlet o al grande magazzino di turno, che mi sembravano un affarone e poi, una volta tornato a casa non le ho più tolte dall'armadio). Vorrei prestare più libri e farmi prestare più cd. Vorrei cenare più spesso dagli amici e averli ospiti a mia volta, un giorno alla settimana fisso (o anche due, che di ospitalità non è mai morto nessuno); vorrei piantare più verdure nell'orto e mettere una serra, così non ho venti chili di pomodori tre settimane all'anno ma mezzo chilo la settimana da maggio a ottobre; vorrei riciclare l'acqua piovana che scende dal tetto e tornare ad avere le galline, come quando ero bambino, anche se poi non ci sarebbe nessuno disposto a tirar loro il collo, ma almeno avrei le uova a chilometro zero (ora sono a chilometro uno, nel senso che scrocco quelle che mi porta Fulvio). Vorrei continuare a fare vacanze escludendo alberghi di lusso, possibilmente in bungalow di legno (adoro le case di legno) e senza pasto incluso, che così si mangia anche il giusto, senza abbuffarsi "tanto è già pagato"; vorrei vedere le partite della Juventus con la casa piena, che io a Sky non rinuncio (un vizio! non fumo, non bevo, non scommetto, non pago dolci compagnie o altro, ma il satellite no! concedetemelo!) così almeno qualche amico può risparmiare e venire a vederlo da me, senza pagare biglietto e magari - se proprio proprio - porta una torta fatta in casa da dividere in compagnia. Vorrei accontentarmi dei bicchieri scompagnati e non vergognarmi se quando ci sono ospiti non ce n'è uno uguale all'altro e il servizio completo s'è rotto da un pezzo. Vorrei avere poco ma quel poco condividerlo appieno, senza alzare steccati, aprendo a tutti la mia casa e mettendo in tavola una brocca d'acqua e, finché posso, un dito di vino, con un po' di pane e salame o formaggio, come mi hanno insegnato i parenti valtellinesi di mio padre. Vorrei accontentarmi di quello che prendo di stipendio e accettare l'idea che domani potrei anche a rinunciare a una parte di esso, pur di continuare a fare un lavoro che mi piace e che mi costa metà fatica pur se sono impegnato il doppio.
Queste e altre mille cose vorrei, per cominciare a cambiare il mio, d'un mondo, anche se non sono mai stato eccessivamente avaro o prodigo e la brama di potere non è tra i difetti di cui subisco il fascino, così come il desiderio di beni materiali, tanto che a parte le spese ordinarie di gestione famigliare non spendo gran che e potrei vivere tranquillamente un'esistenza da monaco (con Sky, mi raccomando).

domenica 29 aprile 2012

La tua felicità è la mia (dividendola si moltiplica)

L'ho letta un paio di giorni fa, dipinta su un muro, ma ero certo di essermela appuntata anch'io e infatti l'ho ritrovata, in uno dei sette pensieri scritti nel marzo del 2009. "Happiness is real only when shared". La felicità è autentica soltanto se è condivisa.
Mi frulla in testa in questi giorni di ponte, in cui prenderò il giorno di vacanza che ho rimandato a Natale e che potrebbero essere serenissimi se altri cieli, accanto al mio, non fossero scuri di nubi e tempesta. Troppe le storie di crisi, i nomi, i cognomi, i volti delle persone che conosco, a cui voglio bene, e che hanno perso in questi mesi il lavoro, senza trovarne un altro, dovendo fare i conti sapendo che non tornano. Anche ieri, mentre eravamo a pranzo, ho saputo che il papà di un'amica di Giulia è stato lasciato a casa. Facevano già i salti mortali prima, immagino, visto che aveva un impiego lui solo e ora immagino con che peso andranno a letto, sapendo che il buco della cintura è sempre più stretto. Chiudo gli occhi, ripenso a quanti conosco e che sono in qualche modo in mezzo al guado. Chi non viene pagato da tre mesi, chi non prende i soldi della merce che ha venduto l'anno scorso, chi è in cassa integrazione, chi è stato lasciato a casa dall'oggi al domani e punto. Ripenso alla fortuna che ho, nell'avere un buon posto, ben retribuito (senza contare ciò che più conta, cioè l'essere apprezzato). E' vero, da quando ho cominciato questo mestiere ci sono stati alti e bassi e i bassi hanno sfiorato il logoramento, quando mi sentivo stretto in gabbia, soffocato. Però a fine mese lo stipendio veniva accreditato e anche se non era da nababbo (sui mille e seicento euro al mese) mi consentiva di vivere sereno. Ora, ho saputo dai miei ex colleghi della tv, la situazione è grigia anche lì e tra contratti di solidarietà, ferie forzate e cassa integrazione si barcamenano, sperando in tempi migliori e cercando di non andare tutti a fondo. E io mi sento piccino piccino al loro confronto, quasi non meritassi tanta fortuna, pur se so che è una ruota che gira e per quanto posso restare in equilibrio, ad ogni alto corrisponde sempre un basso: è solo questione di tempo.
Seguendo i miei pensieri sono uscito dal solco che avevo all'inizio tracciato. Ci torno svelto, per dire che non esiste godimento pieno dei propri privilegi e tanto meno felicità se le persone che dicevo prima, quelle che conosco, a cui voglio bene, non lo sono altrettanto. Non è un caso se i politici del dopo guerra hanno attuato politiche di redistribuzione del reddito. Una scelta egoistica più di quanto appaia all'occhio disattento. Anche il ricco, infatti, trae beneficio da una società dove la differenza tra lui e il povero non è abissale, non crea un varco insormontabile, profondissimo. Avere milioni di dollari o di euro ed essere costretto a girare con la scorta o ad abitare in villaggi protetti da guardie armate fino ai denti (come avviene in molti paesi del terzo e anche del secondo mondo - perché anche se nessuno lo definisce mai un "secondo mondo" deve pur esistere visto che c'è il terzo mondo e anche il quarto) è meno allettante rispetto ad avere in banca un conto più striminzito ma poter girare sicuri, non essere definiti soltanto come un bersaglio. Come ben sapeva Christopher McCandless, la felicità è autentica soltanto se è condivisa. Lo stesso mi pare valga per la fortuna, per il lavoro, per la ricchezza: solo dividendole si moltiplicano.

Foto by Leonora

sabato 7 aprile 2012

Frammenti di felicità

L'ho scritto l'altro giorno, per il compleanno di Sabrina. Più passano gli anni e più mi convinco che una felicità continua non esiste. Esistono dei momenti di felicità e conservarne la memoria, chiudere gli occhi ogni tanto e sentirli tanto vicini da riviverli, è un dono che non ha prezzo, che vale una vita. Alcuni di quegli istanti li conservo per me, li coccolo persino, contento di riviverli pure quando fanno diventare lucidi gli occhi e riaprono una ferita. Altri riaffiorano sorprendendomi, risorti da chissà quale sepoltura, in letargo per mesi, anni e poi visibili, anche se come da un vetro smerigliato, che fa perdere i contorni, non la sostanza. Altri ancora li fotografo in diretta, specie in questi giorni, in cui l'idea dei momenti di felicità perfetta mi ronza per la testa. L'ultimo è stato ieri sera, mentre finiva un film d'azione e l'intera famiglia era assorta nella trama, chi sul divano, chi seduto sul parquet, per terra. Un paio di settimane fa m'è capitato di fissarlo mentre avevo in mano un Martini rosso e la città attorno era un quadro e il sole scaldava e illuminava a meraviglia. Stamattina invece è stato quando ho finito di tagliare il prato e gocce di pioggia cominciavano a cadere, nel silenzio più totale, profumo di erba tagliato e fiori di magnolia. Me ne sono stato lì, per un minuto o due, consapevole che era un intervallo e che passava, deciso però a imprimermelo in testa, non per farne scorta - perché non esiste un deposito per le sensazioni che si provano e che quando passano non sono niente e anche il ricordo al confronto è soltanto una pallida ombra - bensì con la consapevolezza che in quel frammento di felicità era contenuto l'annuncio di una felicità assai più grande, incomprensibile a noi mortali, assoluta, eterna.

Foto by Leonora

giovedì 17 febbraio 2011

Sergio Belardinelli e il segreto della mia felicità


E' curioso e straordinario insieme che una persona di sinistra sdogani e restituisca dignità e valore a concetti monopolio per anni dalla destra (e schifati da buona parte della sinistra stessa): inno, nazione, patria... Della grandezza di Roberto Benigni non voglio parlare: ogni parola risulterebbe banale. Dico soltanto che il suo "Fratelli d'Italia" cantato a Sanremo mi ha commosso e sono fiero di essere suo contemporaneo.
Tra le tante cose dette da Benigni, cito questa: "Se qualche volta la felicità si scorda di voi, voi non scordatevi di lei". Faccio il paio con un articolo letto oggi, su consiglio di Isabella. E' l'intervista che Antonella Mariani ha fatto su "Noi genitori & figli" a Sergio Belardinelli, docente di Sociologia dei processi culturali all'università di Bologna. Di seguito ne riporto le risposte, mettendo in neretto i concetti che mi sono più piaciuti. Di più, dico solo che leggendole mi sono reso conto del perché sono, perché sento di essere una persona felice: perché ho avuto la fortuna di incontrare persone che, amandomi, mi hanno trasmesso fiducia e gusto per la vita.

"Cos’è la pienezza di vita? È una vita riuscita, una vita che ha senso, che si conduce con soddisfazione, in cui si è contenti di esserci. Da Hanna Arendt ho imparato che lo scopo dell'educazione è quello di aiutarci a sentirci a casa nel mondo. Proprio così: sentirsi a casa nel mondo. È questo il dono più grande che ciascuno può ricevere, il dono che rende una vita riuscita e piena. Sentirsi a casa nel mondo prescinde dalle condizioni materiali in cui si vive, non dipende dalla ricchezza o dalla povertà e nemmeno dalla salute o dalla malattia. Si tratta di una condizione dello spirito che varia da persona a persona. La felicità non risponde a un protocollo, né è frutto di condizioni prestabilite. Non è un caso che spesso le persone più felici sono quelle da cui ce lo aspetteremmo di meno e che le persone più infelici sono quelle di cui avremmo detto: ha tutto per essere felice. In ogni caso, la felicità, la pienezza hanno a che fare con la capacità di dare senso alla vita e a ciò che facciamo. Credo che tale capacità sia in realtà un dono. Essa dipende dalla fortuna che abbiamo avuto di incontrare persone che, amandoci, ci hanno trasmesso fiducia e gusto per la vita. La mancanza di queste persone è il male della nostra società. Mancano sui nostri ragazzi sguardi attenti e amorevoli, mancano educatori che colgano dietro tante apparenti normalità gli abissi di solitudine in cui vivono molti giovani e adolescenti.
Un tempo era un dato acquisito che la vita fosse un dono. Dietro a questa affermazione c'era un patrimonio di cultura, nella quale trovava posto anche un forte senso di gratuità. In ultimo ciò significava che noi uomini non siamo responsabili fino in fondo di ciò che facciamo né di ciò che ci capita. Eravamo, in fondo, sgravati da tante responsabilità. Oggi invece si pretende di essere sempre padroni della situazione, in tutte le circostanze, perfino quando si tratta di mettere al mondo un figlio. È evidentemente una responsabilità sproporzionata alle nostre forze. Ecco allora che molte giovani coppie decidono di non mettere al mondo figli per un eccesso di senso di responsabilità. Non ci sono abbastanza soldi, non abbiamo ancora un lavoro sicuro o una casa adeguata, insomma meglio aspettare. E si rinuncia cosi a procreare. L'idea di autodeterminazione è forse una delle più controverse del nostro tempo. Apparentemente essa sembra un segno della grandezza dell'uomo, ma in realtà è un segno dello svuotamento di ciò che è più umano. Nella volontà di tenere tutto sotto controllo si gioca la nostra frustrazione più profonda, quella stessa frustrazione che spinge tanti uomini e donne a rivolgersi a maghi, chiromanti e fattucchieri. Non è tollerabile che io non sappia se supererò quell'esame o se riuscirò a conquistare il cuore di quella donna. E invece le cose più essenziali della vita non dipenderanno mai da noi, saranno sempre imponderabili, indisponibili. Pensare la vita, dall'inizio alla fine, come un dono significa anche essere consapevoli di questa indisponibilità sostanziale di ciò che conta per davvero. Io credo che la vita sia bella a condizione che ci si concili con l'imponderabilità, l'incertezza, che, oltretutto, sono anche le dimensioni che danno senso alla nostra libertà. Non c'è niente di più umano e più bello dell’imprevedibilità. Come un bambino che nasce è una assoluta imprevedibile novità, cosi sono le nostre azioni libere: un modo di rinnovare il mondo. Non a caso il più grande segno di speranza e di fiducia nel mondo è sintetizzato dalle parole con le quali il Vangelo annuncia la lieta novella dell'Avvento: "Un bambino è nato per noi". Ogni bambino, dovunque nasca, nasce per noi; rappresenta la novità che rompe la decrepitezza della vita, ridandole vigore".
Foto by Leonora

mercoledì 19 marzo 2008

"Yes, week-end"


Si avvicina il lungo week-end pasquale, che per il sottoscritto si ridurrà a sabato, domenica e lunedì: già un lusso rispetto all'anno scorso.


A proposito di accontentarsi, una breve riflessione che prende spunto da uno dei tormentoni veltroniani, quello dell'ascensore sociale.


"Voglio vivere in un paese in cui il figlio dell'operaio può diventare avvocato e questo adesso in Italia non succede" ripete Uolter e noto di non esser l'unico a pensare il contrario, cioè che fossero i figli degli avvocati a dover fare gli operai (cito da Max: "Formaggino sogna proprio un paese in cui il figlio dell’operaio può fare l’avvocato, invece io e Davidone sogniamo il contrario cioè un paese in cui finalmente il figlio dell’avvocato possa fare l’operaio senza sentirsi per questo un reietto o che debba fare l'operaio invece che farsi di coca ai festini con i trans se si capisce subito fin dalle medie che è un cazzone").

Al di là di questo moto istintivo, che solo parzialmente può essere ricondotto ad ataviche recriminazioni di lotta (e sconfitta) di classe, mi domando se alla fine davvero l'operaio conduce un'esistenza più misera di quella dell'avvocato.


Conosco operai sereni della loro condizione, che non si fanno mancare nulla (in proporzione alle loro aspettative) e avvocati costantemente frustrati e insoddisfatti (incapaci di conoscere una qualsiasi proporzione nelle loro aspettative). I miei figli vorrei rientrassero nella prima categoria, piuttosto che nella seconda.


Anche perché, se il metro di giudizio sono i soldi, l'avvocato guadagna di più (troppo, decisamente troppo) dell'operaio e non c'è storia. Per quanto riguarda il resto invece, cioè il grado di soddisfazione, la serenità, il sentirsi realizzato, la felicità anche, il rapporto non è altrettanto scontato.


Il tutto, credo, si riduce alla cultura, intesa come il sistema di conoscenze e valori di riferimento, che costituiscono l'essere umano non per quello che fa (avvocato o operaio, appunto) bensì per quello che è.


Il paese in cui vorrei vivere è un paese meno povero culturalmente. Se così fosse, non sentirei il bisogno di un'ascensore sociale: salirei a piedi.

Foto by Leonora

giovedì 13 marzo 2008

Buoni sentimenti 2


Buoni sentimenti 2 (solo per i teneri di cuore)

Ieri, sul blog di Luca Conti (Pandemia) ho letto una frase che mi ha colpito.
In occasione del terzo compleanno di ITCBlog, Luca dedica all'anniversario un post che inizia così: "Sarò sempre grato a Luca De Nardo, uno dei primi a credere in me". La trovo una cosa banale, scontata e bellissima.
Credere in qualcuno, qualcuno che creda in noi. Professionalmente, intendo.
Oggi invece ho letto un altro post, di De Biase (e sì, Valentina, proprio Luca De Biase, fattene una ragione :-), in cui si parla di aziende redditizie e persone felici. Oggi ero a pranzo con due mie colleghe/amiche, Manuela e Valentina, e si parlava di lavoro (anche se per quasi tutto il tempo siamo riusciti ad evitare l'argomento) e si diceva che non esiste il paradiso terrestre, che ogni posto ha le sue spine, che bisogna accontentarsi, rassegnarsi, farsene una ragione.
E' proprio così? Io mi ostino a credere di no. Io mi ostino a credere che qualcuno crederà in me per ciò che sono e non per il servizio che svolgo. Io mi ostino a credere che qualcuno crederà in me per quello che do, ma soprattutto per quello che posso dare. Io mi ostino a credere che credere in qualcuno è l'unico modo perché qualcuno, prima o poi, creda in me.
P.S. Luca Conti, Luca De Nardo, Luca De Biase... Io mi ostino anche a credere che qualcosa, nei nomi, non mi torna. O torna troppo.
Foto by (Luca) Leonora

giovedì 28 febbraio 2008

Ci conto


I miei figli sono piccoli. Cioè, Giacomo è alto, molto alto e anche robusto, ma ha solo 11 anni. Giorgia invece di anni ne ha 8, mentre Giovanni tre mesi fa ne ha compiuti 5.

Mi sono venuti in mente, ieri, mentre ero al lavoro, per due notizie distinte in cui mi sono imbattutto. La prima è il tetto massimo al costo dei libri di testo, fissato nei giorni scorsi dal ministero dell'istruzione. Per un liceo non si dovrebbe spendere più di 370 euro, ma a sentire alunni e genitori e professori qui a Como si superano tranquillamente i 450 euro, con un picco di oltre 600 euro il primo anno, se si contano anche vocabolari e atlanti vari.

Non ho mai fatto conti riguardo ai miei figli, perché li considero un dono e credo che la provvidenza esiste e in qualche modo ce la si cava sempre. Però ieri, leggendo il servizio che la nuova stagista aveva appena terminato, mi è passata per la testa un'ombra. Solo un'ombra o, se volete, un filo d'ansia, che ho subito scacciato, ma che per un istante mi ha fatto pensare che tempo mi aspetta in futuro, se le preoccupazioni economiche saranno un nuovo, futuro compagno di viaggio.

Non è finita qua. Un altro servizio, curato dalla mia collega Manuela, si occupava di cosa mangiano a pranzo, fuori casa, studenti comaschi delle superiori e dell'università. La cosa che mi ha colpito è questa: molti ragazzi preferiscono arrangiarsi in qualche modo e spendere i 5 euro del panino per comprarsi una ricarica del cellulare.
Libri, cellulare, divertimenti. Sono tre e anche l'economia di scala, sulla quale faccio molto affidamento, non sempre giova. Per fortuna sono ancora "piccoli". Ci penseremo.
Foto by Leonora

sabato 2 febbraio 2008

Dietro la porta chiusa

Oggi ho pianto. Ho pianto a lungo, in silenzio, senza vergogna ma con pudore, chiudendo la porta della stanza e nascondendo gli occhi con l'incavo del braccio.
Ho pianto leggendo le parole di Mario Calabresi e del suo "Spingendo la notte più in là", che mi ha dato ieri mia madre e che racconta la storia della sua famiglia e di altre vittime del terrorismo.
Sono arrivato a pagina 30 e l'ho riposto sul comodino. Almeno per oggi sono io a non spingere la notte più in là e voglio conservarle care quelle pagine, la testimonianza di un dolore e di una redenzione. Ha quasi la mia età Mario Calabresi, solo qualche anno più giovane, come Antonia Custra, figlia di Antonio, ucciso da un colpo di pistola nel 1977, mentre faceva il poliziotto in Via De Amicis a Milano. Entrambi non hanno conosciuto il padre e a me torna in mente il mio. Ho pianto oggi e non me ne vergogno, anche se ho cercato di fare piano, e ho chiuso la porta della stanza e mi sono coperto gli occhi con il braccio.

mercoledì 23 gennaio 2008

al Hattabi, il grido e l'uncino


E' vero, lo ammetto: scrivere sul blog in questi giorni mi pesa. Mi pesa come non mi è mai pesato prima e non è colpa di ciò che è capitato quindici giorni fa. C'é dell'altro. Ne parlerò, un giorno.

Oggi però ho letto qualcosa che merita, qualcosa che è degno di essere rilanciato. E' una frase che ho trovato nel libro di Gianfranco Ravasi, "Breviario Laico", che non mi stanco di consigliare perché ci sono perle rare che vi si trovano giorno per giorno.

La frase è di un mistico mussulmano del X secolo, al Hattabi, e recita così: "Ogni uomo altro non è che figlio della sua stessa specie. Ogni uomo ha un'anima, un'anima come la tua, tutti sono sensibili. Sensibili come sei tu".

"Sensibili come sei tu". Il povero, il malato, il carcerato, il diverso, l'altro, e pure il vicino, il collega, il parente, l'amico, ma anche il tuo capo, l'aguzzino, persino il malvagio.

Riprendo un pensiero dello stesso Ravasi, a guarnizione di quella frase. "Anche se sepolto sotto strati di male, anche se protetto da forme di autodifesa scostanti e fin brutali, batte sempre in ogni persona un cuore, respira sempre un'anima. Una poetessa americana, Sylvia Plath, morta suicida nel 1963 appena trentenne, confessava: "Sono abitata da un grido. / Di notte esso esce svolazzando / in cerca, coi suoi uncini, di qualcosa da amare".

giovedì 17 gennaio 2008

The membership perspective


Per natura ed indole non sono invidioso, soltanto mi è spiaciuto non essere andato con Mauro, ieri, ad ascoltare De Bortoli, De Biasi e Caio (con tutto questo fiorire di De, volevo scrivere De Caio, ma forse s'arrabbia) alla libreria Feltrinelli di Milano. Argomento: l'economia della felicità, dal titolo del bel libro di Luca De Biasi. Attenderò che lo stesso Mauro ne riporti qualche spunto.
Tutta 'sta premessa, per consigliare un post sulla rete e i suoi "adepti", che ho letto un paio di giorni fa e che a mio parere merita di essere condiviso. E' di Gaspar e lo trovate cliccando qui. Buona riflessione.


P.S. Il titolo di questo post, The membership perspective, deriva da un ricordo d'università, quando il bigio Villa (David, sai di chi parlo!) riuscì a portare a Milano niente meno che il professor Robert Constable, della Loyola University di Chicago, autore di una teoria chiamata in quel modo. Gliene sono ancora grato, poiché la usai a piene mani per la tesi, giocando sul fatto che nessuno dei docenti, a parte lo stesso Villa, si era poi preso la briga di capire cosa diavolo fosse.

lunedì 14 gennaio 2008

Tre appigli


Eccomi qua, quasi un mese e un anno e una vita dopo. Ne sono successe di cose in una ventina di giorni. Ventisette giorni, in cui scrivere m'è sembrato una banalità, un sforzo inutile, un peso. Mi ritrovo di nuovo davanti a un computer, nella solita pausa pranzo che ora non devo più riempire di corse e ansie e preoccupazioni e parole.
Ma prima di ricominciare, ho una cosa da aggiungere a ciò che scrissi un paio di mesi fa, nel giorno della ricorrenza dei defunti, proprio sulla morte.
Dicevo: "Alla morte, alla sofferenza non fa eco il senso di nessun "perché". O si crede che tutto non finisce con questa vita o ci si dispera".
Ho cambiato idea. Ora che è morto mio padre, mi pare vera anche una terza possibilità, oltre la fede e la disperazione. E' quella di andarsene con dignità, certi di aver vissuto bene, appieno, la propria vita.

venerdì 11 gennaio 2008

Non è una storia triste (Epilogo)


Con dignità, com'è vissuto, è morto ieri mio padre, Gino.



Riposa ora, all'ombra di un ampio faggio.


Per me vivrà sempre.





martedì 8 gennaio 2008

Non è una storia triste


Foto by Leonora
Sono debitore, e non solo in questi giorni, nei confronti di molte persone che mi conoscono e che sanno, ma forse sarebbe più corretto scrivere che intuiscono, ciò che accade alla nostra famiglia e che hanno la premura di un gesto o di una parola di attenzione, di affetto.
Chiedo scusa a chi mi ha scritto e a cui non ho ancora risposto. Lo farò, spero presto. Qui voglio lasciare un pensiero che sia per tutti. Se non l’ho fatto, nei giorni o nei mesi scorsi, è per una sorta di pudore, poiché diffido dei sentimenti sbandierati senza riguardo, della compassione a buon mercato e perché non voglio che un fatto così privato, qual è il dolore per un proprio caro che se ne sta andando, divenga mercanzia da dare in pasto, stoffa su cui ricamare invano.
Mi sono ricreduto, stasera, poiché ho pensato che, dopo tutto, questo è un diario pubblico, ma altresì molto privato, un luogo da cui passano molti amici e nel quale un po’ diventano tali anche le persone che non conosco.
Mio padre sta morendo di cancro. Il primo gli è stato diagnosticato cinque anni fa, il secondo, diverso e ancor più aggressivo del primo, due anni or sono. Una malattia temibile, che alla fine ha avuto il sopravvento poiché, come dice lui, “la natura fa il suo corso, l’uomo non può mettersi di traverso troppo a lungo”. Gli ultimi mesi sono stati un pendio ripido. Una quindicina di giorni fa, quando era già assai debilitato, un edema polmonare ha fatto temere il peggio. In ospedale si è ripreso e siamo riusciti a riportarlo a casa per Natale, ma la discesa s’è trasformata in un precipizio. Ha cominciato a camminare con fatica, poi solo se accompagnato, poi niente del tutto; la carrozzina ha sostituito la sedia e il letto la carrozzina; a Natale leggeva i giornali, poi basta giornali e solo un po’ di televisione, oggi neppure quella, soltanto penombra e buio.
Giace così, in un dormiveglia quasi continuo, senza forti dolori, grazie ai farmaci, ma non si nutre, limitandosi con gran fatica a bere, di tanto in tanto.
Non è però una storia triste quella che sto raccontando, anche se mi spaventa il finale, pur sapendo che è già scritto.
Non è una storia triste perché mio padre ha saputo, sa ancora, tenerci per mano e accompagnarci, senza veli, guardando in faccia il male e ciò che gli sta capitando. Non è una storia triste poiché il suo spegnersi pian piano e il suo andare incontro consapevolmente alla morte ci ha permesso, ci sta permettendo un congedo denso, pieno, in cui trova le parole anche il silenzio.
Anche stasera gli abbiamo detto, ci siamo detti, ciò che proviamo per lui, ciò che lui ci ha insegnato; gli abbiamo chiesto e ci siamo sentiti rispondere da lui altrettanto. Ciò non toglie il dolore che proviamo, né mette al riparo dal terrore per come saranno i momenti della restante agonia, del trapasso, ma lo affrontiamo con il cuore in pace, sapendo che tutto è compiuto, che tutto è pronto per il grande salto.

martedì 25 dicembre 2007

"Confidare" in un buon Natale


Debbo delle scuse a chi mi segue (sì, dico a voi tre!) e anche a me stesso, per aver trascurato questo blog nell'ultima settimana. Per me sono giorni tribolati, con problemi famigliari (non mi piace chi si piange addosso, ma me ne sono capitate di tutti colori: se andassi a Lourdes, tanto per intenderci, credo troverei un cartello con la scritta: "Chiuso". Comunque nulla di grave, tutto che può passare, tranne la malattia di mio padre) a cui si aggiungono preoccupazioni professionali (se ne avrò occasione, ne scriverò).
Debbo delle scuse, ma soprattutto spero che per tutti sia stata un buon Natale. Dopo tutto, lo è stato anche per me.
Seppur in ritardo, vorrei lasciare in dono a chi passa di qui un pensiero: una poesia scritta da Antonia Pozzi l'8 dicembre del 1934. Si intitola: "Confidare" e la trovo bellissima.


Ho tanta fede in te. Mi sembra

che saprei aspettare la tua voce

in silenzio, per secoli

di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,

come il sole:

potresti far fiorire

i gerani e la zàgara selvaggia

sul fondo delle cave

di pietra, delle prigioni

leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta

come l'arabo avvolto

nel barracano bianco,

che ascolta Dio maturargli

l'orzo intorno alla casa.