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sabato 15 ottobre 2022

Oltre lo steccato (Il legame creato)

“A stare tra sorelle e fratelli si può continuare a essere bambini in eterno.”
Banana Yoshimoto

Aggiungo una postilla, al post di ieri l'altro,  per raccontare un pezzetto importante di te, una caratteristica che ti distingue e mi auguro tu non perda mai: la sensibilità.
Nonostante i tuoi silenzi, le tue asprezze, alcuni infantilismi, nonostante il tuo essere permaloso, l'ammettere raramente il torto, il fare spesso l'offeso, nonostante le distese di vuoto che a volte mi pare di intuire oltre lo steccato che poni a difesa di ciò che provi veramente, c'è un cuore buono, che sa mettersi nei panni altrui, che tende a rammendare strappi, a medicare ferite.
Un'impressione che ha avuto conferma stamane, un sabato in cui - a differenza degli altri - non hai potuto dormire a lungo, a riposo dalla scuola, poiché in calendario era prevista una mattinata di "motoria", a Cernobbio, fuori portata di corriera.
Così mi sono svegliato anch'io, per accompagnarti, poco dopo le sette di mattina, e quando sono sceso, la prima cosa che ti ho detto è stata: "Dura eh, alzarsi presto?", sentendomi rispondere: "Sì sì, ma mi spiace per te, perché ti sei dovuto alzare anche tu".
Anche tu. Anch'io. Che mi sono sciolto sentendotelo dire, senza retorica, senza voler lisciare il pelo, soltanto perché era ciò che sentivi, con quella bontà spontanea che vorrei ti distinguesse sempre come ora.
Ti ho abbracciato, ti ho detto che non c'era problema, perché problema non c'è davvero e mai ci sarà: lieve infatti è il peso quand'è condiviso e tu, rispetto a me, non sarai mai "altro".

P.S. Più difficile è il rapporto con i tuoi "fratelli", ma proprio perché fratelli e sorella sono. Se n'é accorta Giorgia, che ora, vedendoti "da lontano", apprezza di più il legame creato e fa meno caso alle incongruenze, alle fatiche, alle preoccupazioni della tua età. Si sente più sorella e meno mamma, insomma. Com'è giusto che sia, per non essere schiacciati da un ruolo che non appartiene e che finirebbe per togliere luce, oltre che equilibrio.

giovedì 13 ottobre 2022

L'età in bilico (Destino o baratro)

E se crescere non significasse affatto conoscere se stessi, e il dono portato dall'esperienza consistesse solo nel doverci mettere un bel "non", davanti a "so chi sono"?
Sandro Veronesi

Scrivo di te, di raro, ma costantemente. Tengo traccia sporadica del ragazzo che sei, dei tuoi quasi quindici anni trascorsi in un bozzolo, pur avendo tu vissuto ciò che la maggior parte di noi vivrebbe come incubo.
Cresci in fretta, i piedi, prima di tutto, ma pure gambe, braccia, tronco. Hai cominciato una nuova scuola, ti stai sempre più appassionando al basket, guardi serie tv e film quasi sempre da solo, nel rispetto della nostra tradizione familiare, che vuole educare alla libertà e alla responsabilità più che puntare su regole ferree e controllo. Potremmo fare più cose insieme, è vero anche questo, e mi sento un poco in colpa, mitigata appena dalla circostanza che anche con gli altri figli è stato non stesso.
A volte pari assente, freddo, distaccato. Non lo imputo al carattere, bensì a ciò che da piccolo ti è capitato, a un vuoto che nessun velo può coprire o nascondere, specialmente a te stesso, soprattutto adesso, pozzo profondo di domande senza risposta, crepaccio di giustizia assente, a meno che si creda in un tutto e in un destino.
Troppo, per affrontarlo adesso. Poco, per cominciare a guardarci seriamente dentro. Prima o poi tirerai le somme e deciderai da che parte stare, se ribellarti per rabbia o risolvere i conflitti voltandoli in positivo. Che volere è potere, sempre. E tu, già così, ancora piccolo, mostri qualità e maturità per farmi essere ottimista, confidando che tanto dolore, tanto vuoto, non verrà sprecato, né ti farà restare appiccicato addosso l'amaro.

P.S. Quando ti vedo giocare a basket, tirando il pallone nel canestro appeso sopra la porta del garage, mi commuovo e insieme diverto. Sono fiero di te, davvero.

martedì 5 luglio 2022

Specchio riflesso (Il disagio di crescere)

Un diavolo per capello è ciò che hai, quanto di questi tempi monopolizza la tua attenzione, la "testa" di ogni problema direi, a giudicare dal tempo che stai di fronte allo specchio o in doccia alle prese con balsamo e shampoo o le innumerevoli volte in cui ti passi le mani tra i capelli, il tuo centro di tutto.
Credo che ciascuno di noi - almeno ciascuno che abbia sensibilità spiccata - finisca per sentirsi inadeguato, sbagliato, fuori posto.
Capita a tutti e per qualcuno a tutte le età. Alla tua però di più, per quel bozzolo di essere umano che sei, sospeso tra il bambino che eri e l'adulto che diventerai.
Un passaggio che in te è ancora più evidente, esplicito, poiché - per fortuna - sei abituato a mettere in piazza molto, anche se la prima risposta alla domanda su come stai è: "Bene" o "Niente" è la replica naturale al "Cosa hai?".
Valentina, che con te ha da poco concluso un percorso ampio, osserva che i capelli sono un simbolo, sono la parte in cui rivedi tutto te stesso, con il senso di incompletezza e di identità confusa che l'età e la tua storia personale sommano ed esasperano.
Mi pare una lettura illuminante, che intuisco giusta pur se non l'avevo colta appieno.
Se l’appunto qua è perché sono certo che tra qualche anno di questa fase non resterà che un ricordo pallido, eppure l'uomo che sarai avrà tratto forza e robustezza proprio dall'averla attraversata, dall'esserci passato.
Il disagio, l'insicurezza, infatti, non si possono evitare come compagni di viaggio. L'unico modo per affrontarli senza farsene schiacciare è imparare ad averli accanto e farci i conti, affrontarli, passarci in mezzo appunto, come stai facendo tu. Anche guardandoti così spesso allo specchio e non piacendoti affatto.

P.S. Già che ci sono, proprio poiché la memoria è labile, metto in nota qui qualcosa che caratterizza questo periodo. Tipo: i film che vediamo insieme (su tutti "Doctor Strange e il multiverso della follia" e "Hustle" con Adam Sandler); le partite di basket perse (ne vincerai prima o poi una, ne sono certo); gli spostamenti con il monopattino (e Isabella che si arrabbia perché non usi più la bici); le cene e i pranzi che prepari, dimostrando però quanto sia bravo in cucina (bravo davvero); l'aiuto che sporadicamente dai ad Angelo, in giardino (ma quante zucchine avete piantato???).

sabato 16 ottobre 2021

Crescere (Senza rimpianti)

“Tenersi in punta di piedi non è crescere.”
(Lao Tse)

La paura di perdere i genitori, di restare orfano, mi ha preso una serata di primavera o forse autunno.
Era domenica, questo è certo.
Avrò avuto sedici anni, un tempo in cui non esistevano i cellulari eppure ce la cavavamo lo stesso, in un modo che ora pare impossibile o arduo, ma che allora era abituale e normalissimo, affidandoci in estrema urgenza al telefono di casa o quello a gettoni, nelle cabine della Sip, che era la nonna della Tim,  la mamma della Telecom.
I miei sarebbero dovuti tornare dalla Valtellina verso le sei, massimo le sette di sera, come al solito.
Alle otto neanche l'ombra. Alle nove, neppure.
Ricordo i dettagli in modo vago, mentre ho memoria precisa del crescendo vorticoso con cui i pensieri negativi  arrivarono ad ebollizione, quel tarlo dapprima lieve poi cocciuto e ossessivo, che spazzò via possibili spiegazioni e rassicurazioni che cercavo di darmi, sempre più disperato, singhiozzando, a un certo punto piangendo.
Telefonai persino alla Polizia stradale, dimostrando un'audacia che di me non conoscevo, per sapere se c'erano stati incidenti. Fui rassicurato dall'operatore, ma non a sufficienza e continuai ad arrovellarmi, finché a buio inoltrato, saranno state le dieci o le undici, vidi in fondo alla strada di casa i fanali accesi dell'auto e finalmente mia madre e poi mio padre scendere, sorridere, dicendomi che c'era stato un inconveniente e che si erano fermati a mangiare, ma nulla di grave, di brutto.
Il sollievo risultò di gran lunga più intenso del disappunto e mi resi consapevole quasi subito che era stata una sorta di passaggio, una prova che avrei volentieri evitato, ma che affrontare e superare era d'obbligo.

P.S. Ho avuto preoccupazioni prima di quel giorno e altre - assai più fondate - dopo, tuttavia ho sempre considerato quella sera lo spartiacque tra i timori irrazionali, giganteschi, di quando ero bambino e il terrore fondato, autentico, glaciale degli adulti, quello in cui si prendono meglio le misure e si distinguono le ombre proiettate sul fondo della caverna dalla dimensione reale di ciò che le proietta, bello che sia o brutto. Credo che anche questo sia "diventare grandi" ed è il motivo per cui ho nostalgia del bimbo che ero, senza rimpiangerlo.

sabato 24 ottobre 2020

JoJo Rabbit sui pedali (Lacrime e consapevolezza)

Un film, che film. L’ho rivisto con te, una settimana dopo averlo guardato la prima volta, e m'è parso più bello ancora.
“JoJo Rabbit” parla di noi, di me, di te. Soprattutto di te, che per età ed eccesso di sfortuna puoi competere con il bimbo protagonista.
Mi sono commosso pure per questo, mentre si avvicinavano i titoli di coda e osservavi accigliato - come sei sempre, quando ti concentri - l’ultima scena.
È in quell'istante esatto che ti ho abbracciato, mentre stavi per appoggiarmi la testa sulla spalla, forse perché capivi che mi ero commosso, e tenendo gli occhi chiusi mi hai stretto forte, più forte ancora di quando ogni tanto vuoi fare la lotta.
“Non sarai mai solo. Ricordalo” m'è venuto da dirti, d'impeto, con la voce un po' strozzata, senza ragionarci sopra, sentendo che era vero a prescindere, perché sono quelle cose che dimorano non nel cervello, bensì nella pancia.
Chissà se quel momento rimarrà impresso in te, chissà se sarà uno di quelli che si cancellano dalla memoria oppure tra mille rimangono a galla, per insondabili motivi, per invisibili riccioli a cui li appendiamo, senza averne contezza.
Resta il fatto che il film merita proprio e la tua presenza me lo ha fatto apprezzare sotto una luce nuova, oltre che gustare un momento piacevole, una bella esperienza.

P.S. In questi mesi hai scoperto il gusto di andare in bicicletta, con gli amici, nei boschi, su e giù per le cunette. Per quanto possa suonare strano e benché tu non ne abbia piena consapevolezza, pedalando stai mettendo... un mattone, uno di quelli importanti, una pietra angolare della formazione di essere umano, della tua esistenza. Non è tanto il piacere delle due ruote, bensì quello della scoperta, della prima emancipazione, dell'autonomia. Stai diventando grande insomma. Sono certo lo farai pienamente, con l'augurio di non accantonare mai del tutto il tuo candore, la tua purezza.

lunedì 5 ottobre 2020

Mi abbracci così (Le porte aperte)

Mi abbracci così, con il pudore che cade come un velo, stringendomi forte, naufrago alla deriva aggrappato d'impeto al primo legno.
Ogni giorno diventi più grande, oltre che alto, mentre bello lo sei sempre stato, anche se forse adesso in modo spiccato, con i lineamenti gentili del viso che prendono armonia con il resto del corpo.
Ti osservo da lontano quando non pensi di esser visto, noto le tue esuberanze di ragazzino sereno e pure quando gli occhi ti si adombrano e guardi in basso, perso in pensieri profondi e oscuri a noi quanto un pozzo.
Con te non sono l'adulto migliore del mondo, lo riconosco. A volte il mio egoismo fa premio sull'attenzione e sulla comprensione che meriteresti, piccole durezze che potrei risparmiarti, una schiena dritta che a volte è soltanto la scusa per non riuscire a testimoniare un amore tondo.
Per fortuna non sono solo, faccio parte di una famiglia che è diventata la tua e in cui ci si aiuta a vicenda, compensando mancanze e attutendo i tonfi che inevitabilmente accadono.
La tua età poi è straordinaria, sospeso in quella terra di mezzo tra l'indipendenza e il vincolo a chi ti dà sicurezza, oltre che un posto a tavola e il tetto.
Sono davvero orgoglioso di te e ne voglio lasciare traccia qui, per i tempi che verranno.
Sei per noi una benedizione, lo sei dal primo giorno, in questa avventura straordinaria che è il mondo quando si è disposti a lasciare le porte aperte e non chiuderle per comodità o paura di ciò che è ignoto.

P.S. Oggi al lavoro mi si spezza il cuore, poiché devo dare conto di un ragazzino che aveva un anno meno di te e che in un incidente è morto. Nessuno può comprendere il dolore di sua madre, che nell'auto gli era accanto, o del padre, cui la notizia è rimbalzata come un proiettile nel petto. Nessuno può provare ciò che provano, né attutirne il dolore, tanto meno io, che vorrei tu fossi qui, per abbracciarti come di solito fai tu, restando in silenzio, eppure dicendoci tutto.

sabato 24 settembre 2016

L'aria in faccia (Lasciarsi, tenendoci)

Foto by Leonora
Mi stringi come se non dovessi andar più via e nel contempo come se mi stessi già lasciando, carne della mia carne e creatura unica, a sé stante, com'è giusto che sia, da che mondo è mondo.
Sei nel mezzo di un dosso, terminata la discesa del bambino che eri e iniziata la rincorsa per l'uomo che sarai, ragazzo ancora in tutto per tutto, senza un filo di barba né un pelo sulle gambe, proprio come alla tua età ero io. Adoro le tue battute, il tuo cervello lesto, persino gli scatti e le furie che ti prendono per un nonnulla, carattere di chi un carattere ce l'ha, pur se a volte ti vorrei diverso, meno volubile, più pacato, tranquillo. Ti osservo mentre cresci, quando sei in compagnia dei tuoi amici, specie in questo tempo di vita in cui l'indipendenza è un pane che si assaggia ogni giorno, uscendo la sera, andandosene in giro in bicicletta, scoprendo il mondo che esiste oltre la strada avanti e indietro casa e oratorio e campo da calcio, trascorrendo ore e ore senza un compito preciso né un doverne dare conto.
Mi accorgo adesso, e un po' ne provo imbarazzo, di quanto sciocchi fossero i timori che avevo quando eri piccino: che non trovassi la tua strada nel mondo, che frequentassi compagnie sbagliate, che avessi spirito gregario e ti facessi trascinare, ribelle a conto terzi, banderuola sbattuta dal vento. Non abbasso la guardia, semplicemente comprendo che di guardie non ce n'è bisogno, che nessuno può tenere a te più di te stesso e che un padre non è custode, semmai un compagno di viaggio.
Così mi godo i momenti con te, fianco a fianco - vedendo un film sul divano, discutendo su quale giocatore inserire nel fantacalcio, al ritorno da scuola sulla Vespa io davanti e tu dietro mentre mi dici: "L'aria in faccia, ecco quello che mi piace un sacco" - sapendo che a breve sarai ancor più indipendente e ce ne saranno sempre meno, ma l'intensità e il bene colmeranno gli spazi dei differenti percorsi, del ruolo distinto che abbiamo.
Ho una fortuna immensa, immeritata nel senso che non esistono meriti tanto grandi da poter giustificare un simile dono: ho avuto voi, tu e i tuoi fratelli, ma so benissimo che pur avendovi non mi appartenete e che lasciarvi crescere, lasciarvi andare, è l'unico modo per tenervi, oltre che per dimostrarvi quanto a voi tengo.

giovedì 19 febbraio 2015

Una sfumatura di grigio (la pornografia del cervello)

Foto by Leonora
A chi domanda come faccio a scrivere qui di vicende intime e personalissime, rispondo che questa è la parte più pubblica della mia vita meno privata. Sono sempre io, ma non tutto, soltanto una parte, quella che scelgo di esporre, omettendo le mancanze, le meschinità e le ombre che distinguono ciascun essere umano, me compreso.
È questa la ragione per cui quando qualcuno in buona fede eccede nei complimenti (“Come sono fortunate le persone che ti sono accanto!”) lo stoppo subito: non per falsa modestia, bensì con la consapevolezza di essere ben peggiore di come sembro, oppure migliore, visto che in genere diffido dei tipi troppo per bene, che sembrano usciti dalla casa del Mulino Bianco, lindi e splendidi, senza nemmeno un grammo di farina o una stilla di sudore, una macchia di sugo...
Del resto, basterebbe chiedere a chi mi è a fianco davvero – Isabella, mia madre, Giacomo, Giorgia, Giovanni… - per scoprire limiti e bassezze che stridono come unghie sul vetro e, se rese pubbliche, mi farebbero diventar paonazzo.
In queste settimane mi è capitato di dialogare con un paio di persone che esprimono anch'esse una parte di loro stesse, celandosi però con il velo dell'anonimato, per "appagare un po' di voglia di esibizionismo e provocazione" soprattutto. Di solito glisso e passo oltre, non perché sia un bacchettone, piuttosto poiché le carte scoperte sono l'unica condizione che pretendo per dare sincerità e riceverla indietro. Esistono tuttavia delle eccezioni che meritano, perché mi aiutano a comprendere non soltanto loro, ma anche me stesso.
A tali persone sono grato per tutte le volte che abbandonano le maschere e rivelano il lato più intimo, che non ha nulla a che vedere con un lembo di pelle nuda o con le fantasie piccanti, ma con l'essenza più vera di ogni essere umano, con il bisogno di entrare in relazione, di capire e capirsi, aprendo la testa, il cuore e null'altro. Una pornografia ben più potente di quella adesso a disposizione ad ogni ora del giorno e per qualsiasi gusto (tanto che persino lo scabroso non sa cosa inventarsi per recuperare un briciolo dell'interesse perduto).
Qui ci starebbe bene un bel "O tempora, o mores" sul bombordamento che subiscono ragazzi e adolescenti della Internet generation, a cui nulla è celato e che prima o poi dovranno fare i conti con questo eccesso di esposizione, a differenza di chi ha la mia età, per cui sbirciare un reggiseno sul Postal Market era un evento. Non lo farò. Non aggiungerò una riga per rimpiangere i bei tempi passati, che poi tanto belli nemmeno erano. Siamo campati noi con il gramo, camperanno pure loro con il molto, forse anche l'esagerato.
P.S. Una postilla, per "Porcellina premurosa" e "Meraviglioso padrone": tranquilli, non stavo parlando di voi.

mercoledì 17 settembre 2014

Amore non fa rima con rabbia

Foto by Leonora
Gira e rigira, oggi gli occhi cadono là, nel pozzo buio dove s'è precipitato un ragazzo di vent'anni, trascinando con sé l'ex fidanzata.
Un fatto di cronaca come tanti e unico insieme, un balzo dal settimo piano che ha infranto la vita di due persone e aperto sull'abisso anche la ragione, incapace di comprendere e timorosa persino di provarci, preferendo volgere lo sguardo e l'attenzione altrove, per un pudore che assomiglia all'istinto di sopravvivenza: quando non si può far nulla e inutile stare a bagnomaria nello sgomento, meglio voltare pagina.
Poi però, insidiosa quanto un tarlo, la curiosità cresce e con essa il desiderio di trovare almeno un appiglio in ciò che appiglio non ha. I dettagli che via via si aggiungono alla vicenda nuda peggiorano la situazione, facendo crescere l'inquietudine, non consentendo di scorgere la fine del pozzo, bensì lasciando l'impressione che quel pozzo un fondo non l'abbia.
Non si spiegherebbe altrimenti la scoperta che quel gesto non è stato frutto di un'stante di follia, bensì era voluto, studiato, calcolato, meditato, come spiegano le parole lasciate in tre pagine di scrittura minuta e fitta, un odio tanto grande da non trovar pace se non nell'annientamento dell'altrui gioia, vita, bellezza.
Ho figli adolescenti, non riesco a fare finta di nulla, a soffocare il timore che uno di loro possa diventare carnefice o vittima, che confonda a tal punto rabbia ed amore da non rispettare l'esistenza altrui né la propria. Magari non con un gesto così estremo, ma con tanti gesti piccoli e grandi che avvelanano le relazioni e le snaturano per gelosia, possessività, per quell'istinto deviato che tutto offusca, acceca.
A loro, a Giacomo, a Giorgia, a Giovanni vorrei dire che non esiste amore né innamoramento che non si accompagni alla gioia, alla serenità, e che chi vuole ottenerlo altrimenti non riceve in cambio che un pugno di ossa. Vorrei dire che l'amore non si prende né tanto meno pretende, bensì si dona, accettando chi non lo accetta, e non esiste passione che non sia buona, generativa.
Non so per quale seme gramo, per quale contagio dannoso invece di volere il bene dell'altro a cui si dice di voler bene lo si tormenti o addirittura distrugga. L'unica cosa che posso fare è alzare la guardia, parlare di questo argomento, invitare chi mi è vicino non soltanto a non fare alcun male ma anche ad esser sentinella nella propria scuola, all'oratorio, in compagnia, affinché non si resti mai soli, né in cima a un palazzo, né nelle troppe occasioni in cui la prepotenza diventa sgarbo, minaccia, violenza.

domenica 31 agosto 2014

Azzurro

Foto by Leonora
Tu che ridi, con il bikini azzurro, e azzurro è il cielo sopra te e le sfumature del telo con cui ti asciughi, appena uscita dall'acqua, mentre ti osservo, seduto a terra, e penso che vorrei fotografarti così, per trattenere un'immagine perfetta di te e della luce che sento scorrermi dentro.
Non ho il cellulare a portata di mano e anche se l'avessi sarebbe difficile cogliere l'attimo, rendere perfettamente l'idea di ciò che provo. La riporto qui, per fare memoria di quel lampo di felicità che mi ha attraversato.
Sono stati bei giorni quelli trascorsi a Cecina, al mare, insieme, anche se con i tuoi quattordici anni ormai ti senti grande e non sei più la mia bambina da un pezzo (ma un po' lo sarai sempre, e sai pure questo). Abbiamo chiacchierato a sprazzi, riso molto, discusso e persino cozzato, per quella caparpietà capricciosa che hai di carattere e che si somma alle bizze dell'età che stai vivendo.
Mi piace quando mi ascolti, ma so che ti distrai facilmente, per cui le cose che mi sembrano importanti te le ripeto, mettendo a tacere il sospetto che tu mi ritenga già un po' rimbambito (la storia delle donne, ad esempio, e del fatto che più della bellezza - o che oltre la bellezza - occorra avere fascino, "charme" come dicono i francesi, e che per quello non occorrono smalti, balsami o push-up, ma la testa soltanto, il cervello, mi pare tu l'abbia ascoltata e non soltanto sentita la seconda volta che te l'ho detto).
I consigli altrui sono come i libri: necessitano del kairòs, del giungere nel tempo propizio, al momento opportuno. Perciò non insisto e sovente preferisco il silenzio, o appiccicare i pensieri qui, immaginando che un giorno ti saranno meno molesti di adesso. Oggi volevo dirti che crescendo per un verso si cambia e ci si allontana moltissimo da ciò che eravamo, per l'altro invece si finisce con l'assomigliare con chi ci ha preceduto, con il padre soprattutto (e qui lo so che penserai: "No!!! Non può essere vero!!!" e ti starai preoccupando. Ed è anche per questo che non te l'ho detto a voce, per evitare di essere osservato con sguardo atterrito :-)

domenica 29 giugno 2014

Postal Market (il papà di Amazon)

Il Postal Market ritrovato
Piove. Non so se ve ne siete accorti, ma se abitate a nord o anche a sud del Po, in questi giorni piove che è un piacere. O un dolore, se detestate la pioggia (che a "quasi luglio" può essere comprensibile).
Il meteo comunque c'entra soltanto accidentalmente con questo post, dedicato al papà di Amazon: il Postal Market.
Per i nativi digitali e anche per chi nativo digitale non lo è ma ha meno di trent'anni spiego velocemente di cosa si tratta: un modello di vendita per catalogo. In pratica compravi in edicola o ti arrivava a casa questo librone zeppo di foto di prodotti con relativi prezzi, tua madre poteva ordinarli e riceverli per posta.
Di questi cataloghi ne ho trovato uno, ieri, curiosando tra i libri nella casa che fu dello zio Emilio e della zia Angelina. Collezione autunno-inverno '84-85, con in copertina Isabella Ferrari che "indossa la nostra boutique". Mi si è aperto un mondo. Di ricordi, soprattutto. Dal ferro da stiro Simac (114.900 lire) al walkman Sony (289mila), dal giaccone spalle larghe gabardine per uomo (69.900) al tailleur foderato pura lana vergine per donna (168mila).
In un tempo in cui i canali della tv erano una dozzina e supermercati un paio in tutta la provincia, il Postal Market (e anche l'altro catalogo, Vestro) era un libro dei sogni per il ragazzo che la società consumistica anelava.
Personalmente non ricordo grandi acquisti. In famiglia eravamo morigerati e mia madre i pochi acquisti che faceva preferiva soppesarli, vederli di persona. Semmai, ma qui il discorso si fa più delicato, ricordo l'emozione nello sfogliare le pagine dedicate all'intimo femminile: non quei corsetti spessi e rigidi che credo portasse la zia Angelina e pure mia mamma, piuttosto quel florilegio di reggiseni e di mutandine semitrasparenti, indossate da avvenenti modelle, che se ci aggiungevi un po' di fantasia ti pareva di vedere cosa nascondessero e costituivano l'unica morbosità in un età per il resto candida.
Di tutti quei prodotti compravamo poco o nulla, dicevo, tuttavia ammirarli così, uno in fila all'altro, dai pigiami alle macchine per scrivere, dai cappotti agli orologi, dalle pentole al tritaghiaccio manuale per granite (5.950 lire), era una meraviglia, oltre che far venire l'acquolina (infatti un tritaghiacchio identico - arancione - lo comprammo, me lo ricordo, però alle bancarelle del mercato).
Ora che quel tempo è passato e del Postal Market è rimasta soltanto l'etichetta (credo sia uno delle decine di store on line), alla mia generazione restano i ricordi e, nei più romantici, la nostalgia. Con Internet, oltre alla velocità, si è aggiunta l'abbondanza, mentre lo stupore non è merce che si possa acquistare né mettere in vendita, però - e questa è una buona notizia - lo si trova dappertutto. Anche in cima a un armadio, tra i libri polverosi che ti ha lasciato in eredità la tua zia.

lunedì 1 aprile 2013

La vera ricchezza

Foto by Leonora
"Goditi i figli finché sono piccoli perché poi l'adolescenza è una lunga camminata nel deserto: non sai mai come ne esci". Me lo dice Luigi, seduto dall'altra parte del tavolo e con cui parlo di tutto, discutendo spesso, senza nascondere nulla.
Metto la carta nel mazzo dei pensieri di questi giorni, finalmente sgombri da incombenze e compiti urgenti, aprendo la finestra di casa e appuntando che in un mese hanno fatto un Papa ma non un governo, dato una svolta alla Chiesa e restando invece fermi al palo di uno Stato avvitato su se stesso, sempre meno dalla parte dei cittadini e distante anni luce dai bisogni reali di ciascuno. Perciò me ne sento distante, disattendendo un coinvolgimento per le vicende politiche che ho da quando ero piccolo e conoscere onorevoli e senatori in parlamento distingueva il bambino mediocre che ero.
Il Papa mi piace, pur se temo gli osanna a trecentosessanta gradi che sta ottenendo. Conosco gli uomini e so che ai ramoscelli di ulivo di ogni entrata a Gerusalemme risponde un "crucifige" al primo refolo di vento. Credo che lo sappia anche lui, Jorge Bergoglio detto Francesco, la cui serenità che traspare dal volto è testimonianza di fede assai più delle prediche e dei documenti compilati dallo studioso.
Mi interrogo sulla povertà a cui fa riferimento spesso, sul significato che ha, su chi sia veramente il povero e come possiamo fare per stargli vicino, per essergli prossimo. Assodato che la sopravvivenza è il minimo che deve esser garantito a ciascuno, cioè un bicchiere d'acqua e un pezzo di pane, possibilmente con del companatico, cosa altro occorre a una persona per realizzarsi come donna, come uomo. Il denaro? Quanto? Sono mille i fattori che incidono sulla condizione del sentirsi ricco e sovente dipendono dalla formazione, dalle convinzioni personali o banalmente dal caso, da dove siamo nati, da un posto piuttosto che un altro. Per il ragazzo cresciuto a Beverly Hills la povertà è non poter contare sulla servitù, non avere vestiti firmati, l'auto sportiva all'ultimo grido, per quello che cresce nella baraccopoli di Città del Capo o di Rio de Janeiro la ricchezza è uno stipendio fisso da impiegato e un appartamento pulito. Sono i due estremi e li ho scelti perché nel mezzo ci può stare di tutto. Ciò che mi importa ribadire è che non si può tirare una riga e definire che quel che sta di qua è "povero" e di là è "ricco". Il beato Arlatto, uno dei padri che scelse di vivere meditando, nel deserto, sosteneva che la vera ricchezza non sta nel molto possedere, bensì nel poco desiderare. La penso così anch'io. Credo che la vera rivoluzione sia proprio questa, uscire dall'illusione capitalistica che il denaro sia misura di tutto, dando valore a una dimensione comunitaria che via via è scomparsa, secondo cui dare il proprio tempo, le proprie conoscenze, le proprie energie al servizio del bene pubblico è giusto, oltre che buono. Dobbiamo tornare a un'essenzialità che abbiamo perso, a una sobrietà non imposta, ma scelta da ciascuno. Non sono pessimista, i segni di un miglioramento ci sono, è sufficiente coglierli e saperli interpretare per tornare a guardare il futuro sorridendo.

giovedì 13 settembre 2012

I loro sedici anni e il padre impreparato

Foto by Leonora
''Le risate, le litigate, le partite a carte, a muro, a schiaccia 7, la pizza alle 11 di sera, gli abbracci, le corse in bicicletta al piazzale della chiesa quando pioveva, le partite a biliardo, a bowling, le foto, le sfide a 4 player, i condomini che ci minacciavano di chiamare i carabinieri perché facevamo casino .. Bè, anche quest’estate è finita, è passata così in fretta, forse perché siamo stati davvero bene insieme, non posso far altro che ringraziarvi, dal primo all’ultimo. Grazie di tutto, grazie per quest’estate stupenda. Vi voglio bene!''.
Sulla bacheca di Facebook di Giacomo, mio figlio maggiore, leggo questo messaggio di Ilaria agli amici e in un istante torno io stesso ragazzino, con i miei sedici anni senza vuoto a rendere, il corpo allungato di botto, i capelli con il gel, le serate passate sul piazzale davanti all'oratorio, la bicicletta per spostarsi, le chiacchierate infinite con Angelo, Raffaele, Brunella, Giovanna, Paolino... Che bei tempi.
Non ne ho nostalgia perché ho vissuto quelle stagioni intensamente, immerso come nel blu profondo. Semmai guardo alla generazione che ho davanti, a mio figlio appunto, ai miei ragazzi che crescono e penso al fatto che non ero, che non sono pronto. Non so come mai, ma nessuno mi ha messo in guardia su questo periodo di passaggio dal bambino all'uomo adulto, su quel camminare in equilibrio che chiamiamo adolescenza e che scombussola tutto quanto attorno. Quando ero piccolo sì, mi dicevano che l'adolescenza era un periodo frizzante, incerto, ma non quanto peggiore fosse affrontarla da genitore, quando l'adolescente desideroso d'indipendenza non sei tu, bensì colui o colei che fino a qualche mese prima pendeva dalle tue labbra ed era con te un tutt'uno. Forse non me l'ha detto nessuno, più probabilmente sono stato distratto io, che ho archiviato la mia, d'una adolescenza, senza appunto tener conto che sarebbe stato più arduo affrontarla dall'altra parte del muro, da genitore a stretto contatto con il vulcano. Se chiudo gli occhi vedo chiaramente che ero preparato a quanto mi sarebbe toccato avendo un neonato, con pappe, seggioloni, asilo, pupazzetti, carrozzine, passeggino, e un figlio piccolo, con i primi calci a un pallone, il grembiule del primo giorno di scuola, i cartoni animati alla tv, non invece un ragazzo alto come te e che fa i suoi primi passi nel mondo.
Per fortuna, pur con tutta la prudenza del caso, mi sono capitati in sorte ragazzi desiderosi di crescere e di costruirsi una propria personalità ponendo dei paletti ma senza cercare ogni volta il conflitto. Scrivo "per fortuna" perché posso permettermi di essere un padre di buona volontà anche se niente affatto preparato.