mercoledì 31 dicembre 2008

Vorrei (propositi buoni)


"Io lo cancello questo 2008" mi hanno appena detto al telefono. Io no. Non lo cancello questo 2008, pur se mi ha portato lutti e malinconie che non mi abbandoneranno a mezzanotte, così come non si trasformeranno in zucca e topolini i dispiaceri collezionati negli ultimi dodici mesi. Non lo cancello perché ho ricevuto doni attesi da tempo ed è anche per ciò che manca che sono quel che sono. Non lo cancello perché "confesso che ho vissuto" (rubando il titolo alla biografia di Pablo Neruda). So che mi mancherà, il 2008, compreso il fardello dei dolori e delle delusioni. Lo custodirò caro, allora, nei ricordi che mi porto appresso e di cui non sento il peso. E lo custodirò nei propositi buoni per l'anno nuovo, che sono a specchio degli errori commessi in un anno che è passato troppo rapido, lesto. Vorrei assaporare ogni istante, momento per momento. Vorrei ridere di più e meglio. Vedere più film, passare più tempo coi miei figli e con gli amici, attorno a un tavolo o sotto un albero, appena finisce l'inverno. Vorrei essere sorriso per qualcuno e prestare ascolto, con la facilità con cui cammino, dormo, respiro. Vorrei scansare la tentazione senza temerla e trovare pace, fuori di me e dentro. Vorrei camminare in montagna, come non ho mai fatto, andar per boschi e ruscelli e valli. Vorrei piantare un albero in giardino e vederlo crescere in silenzio, lento, talmente lento che nessuno s'accorge che sta crescendo. Così so che sarà l'anno che sta arrivando e che se ne andrà senza che me ne sia accorto, proprio come questo, che pur non è passato inosservato.
Foto by Leonora

lunedì 22 dicembre 2008

Auguri piccoli piccoli


Questa sera doveva esserci un ritrovo di blogger comaschi, per scambiarsi gli auguri e mangiare una pizza in compagnia. L'appuntamento è stato annullato e mi dispiace, pur se è stato deciso di ritrovarci a gennaio.
A tutti quelli che avrei dovuto e voluto vedere stasera e alle persone conosciute o ignote che passano di qui, con un buon anticipo rispetto ai miei standard, un abbraccio e un augurio sincero di buon Natale. Che sia a misura d'uomo. E che abbia occhi e cuore di bambino.
Foto by Leonora

sabato 20 dicembre 2008

La crisi in controluce


Giovedì sono stato ospite della cena di Natale della redazione di Tale&a, una rivista comasca di architettura e dintorni, che ha anche una versione on line e rimane per me esempio mirabile di come si possa riuscire in imprese ardite (qual è ideare e realizzare una rivista in tempi in cui chiudono testate assai più solide e prestigiose).

Un segreto credo consista nella figura di riferimento (Sergio Pozzi, ingegnere e imprenditore con un'apertura mentale invidiabile) e nella redazione giovane e dinamica, che abbina competenza e passione. Sta di fatto che terminata la serata sono uscito più ottimista riguarda al futuro e a quella che tutti prospettano come la grande crisi del 2009 ("A gennaio non abbiamo più ordini né commissioni" sento ripetere da più parti).
Foto by Leonora

mercoledì 10 dicembre 2008

Inseguendo una libellula in un prato (o dell'albero genealogico di un mestiere)


Nessuno di noi nasce dal nulla, nemmeno professionalmente. Qualche giorno fa, commentando una fotografia che Mauro Maggi ha pubblicato sul gruppo FB di Espansione Tv, mi è capitato di pensare alle persone che mi hanno portato a lavorare lì e ho invitato anche gli altri a raccontare per quali strade si sono poi trovate accomunate. Un gioco, nulla di più. Un gioco per costruire una sorta di "albero genealogico" della televisione di Como, dove nel 1989 ho aiutato a fare una telecronaca e da cui me ne sono andato pochi mesi or sono, a giugno.
Lo scrivo qui, perchè da quel giorno penso di mettere qui, per esteso, le persone a cui devo essere grato per essere arrivato, nel bene e nel male, al presente in cui mi trovo.
Dunque, in principio c'era Stefano Guzzetti, mio compagno di liceo, che terminate le scuole superiori cominciò a scrivere qualche articolo per La Gazzetta di Como, diretta da Angelo Curtoni e dove lavoravano, tra gli altri, Francesco Angelini, Roberto Festorazzi e Lilliana Cavatorta. Un giorno, era la metà degli anni Ottanta, Stefano disse a me e al mio ex compagno di banco (che mi aiutò a superare la maturità) Mauro Colombo se eravamo interessati a scrivere qualche articolo di basket sulla Pallacanestro Cantù.
La faccio breve: prima con Mauro e poi da solo scrissi su Cantù e anche sulla Comense di basket femminile. A Cantù conobbi Dino Merio, a cui mi rivolsi quando La Gazzetta di Como chiuse. Lui mi affidò una rubrica su Cantù Basket e un giorno, quando il telecronista ufficiale della Comense (Eugenio Cremona) se ne andò in gita con le classi del collegio Gallio, lo stesso Dino Merio mi propose di fargli da seconda voce. Fu la mia prima telecronaca e balbettavo, faticando persino a far uscire dalla gola un filo di voce. Era il 1989, credo. Qualche mese dopo Lilliana Cavatorta, che in tv lavorava, mi domandò se ero interessato a realizzare i servizi di basket per il tg e con Giovanna Salvadori come conduttrice ci cimentammo anche in dirette televisive la domenica pomeriggio. Intanto frequentavo l'Università Cattolica e con La Provincia cominciai una collaborazione, realizzando articoli riguardanti il mio paese. In redazione, allora in Via Anzani, c'erano Giorgio Brusadelli, Marengo e Barocco. Conservo ancora i ritagli di quel tempo, che durò non a lungo (ad Olgiate l'ombra lunga i Roberto Caimi giunse fino a Lurate oscurando le mie velleità e inducendomi a ritirarmi in buon ordine, mantenendo invece il rapporto con la tv).
Nella seconda metà degli anni Novanta, l'attuale direttore dei programmi di Etv, Carlo Nicolella, chiese al vice direttore del telegiornale, Mario Rapisarda, se conoscesse qualcuno da utilizzare come inviato per una nuova trasmissione pomeridiana che aveva in mente. Credo che la concorrenza fosse più che scarsa, poiché Mario propose me. Mi misero alla prova all'inaugurazione della pista del ghiaccio, in piazza Cavour. Avrebbero dovuto esseri ospiti, ricchi premi e cotillons, invece per due ore mi ritrovai solo, in diretta, di fronte a una telecamera. Intervistai i passanti al volo e nei non rari momenti vuoti, non mi persi d'animo, chiacchierando del più e del meno. Fu così che Nicolella si convinse di ingaggiarmi per la trasmissione chiamata Al 9000, condotta da Elda De Mattei e con il sottoscritto "live", dai posti più disparati (persino in mezzo a un gregge di pecore) tutte le sere. Nel frattempo Adolfo Caldarini, direttore del tg di Espansione, tornò a Como per fondare un nuovo giornale (Il Corriere di Como) e sempre con Mario Rapisarda mi chiese di collaborare, scrivendo sempre di basket e poi affidandomi una galleria di personaggi da intervistare, pubblicando l'articolo a tutta pagina, ogni domenica (alla fine ne collezionai oltre duecento, tra cui Gianfranco Miglio, Gianni Clerici, Giuseppe Pontiggia, Massimo Fini: sono tutte in Internet e il link lo trovate nei banner di questo blog). Nel 1999, gli stessi Caldarini e Rapisarda mi offrirono un lavoro a tempo pieno: capo redattore del telegiornale di Etv. Per me era toccare il cielo con un dito. Per dieci anni sono stato lì, fino a che, nella primavera di quest'anno, Giorgio Gandola mi ha chiamato a La Provincia, con una decisione coraggiosa ai limiti della sfrontatezza, per la quale non gli sarò mai abbastanza grato.
Riassumendo: da Stefano Guzzetti a Giorgio Gandola passando per Dino Merio, Lilliana Cavatorta, Carlo Nicolella, Adolfo Caldarini e Mario Rapisarda. Se non ci fossero stati loro, non sarei dove sono. Forse l'umanità ne avrebbe tratto migliore giovamento se a quest'ora costruissi case o raccogliessi rottami metallici o insegnassi in qualche scuola invece di fare il giornalista, ma tant'è. Di una cosa però desidero si conservi memoria: a loro, a tutti loro, sono grato. E non c'è mattina che mi alzi senza sentire la responsabilità di ripagare la fiducia che essi, di volta in volta, hanno riposto in me.
P.S. Sabato, alle 18, ad Appiano Gentile ci sarà una messa in suffragio di Stefano Guzzetti, morto di leucemia quando aveva vent'anni. Io quel giorno lavoro, ma farò di tutto per esserci. Come ho scritto qui, gli devo più di molto: gli devo tutto.

Foto by Leonora

domenica 7 dicembre 2008

Svizzera, pregiudizi e carta carbone


Premesso che due tra le persone che più ammiro (Luca Mascaro e Andrea Perotti) sono "Made in Switzerland", oggi mi sono fatto quattro risate in c0mpagnia del mio amico Andrea L., che da qualche mese lavora come agente di commercio in Ticino. Sostiene Andrea che in Svizzera sono "un po' indietro", motivando il giudizio affermando che a volte, quando dice: "D'accordo, le mando una mail", viene ricambiato da uno sguardo tra il sorpreso e il diffidente. Oltre ai vocaboli curiosi ("Natel" invece di cellulare; "Azione" e non sconto"; "Comanda" al posto di ordinazione), ci sono anche le cautele per evitare guai con la giustizia ("Viaggio in macchina come un pensionato", mi ha detto Andrea, aggiungendo di esser terrorizzato anche dal divieto di sosta con i gendarmi che lascerebbero segni con il gessetto per verificare se si sposta realmente l'auto o ci si limita furbescamente, all'italiana, a girare il disco orario). Ma il meglio - o il peggio, dipende dai punti di vista - l'ho sentito quando mi ha detto che il computer non tutti gli uffici ce l'hanno e pochi giorni fa gli è stata rilasciata una ricevuta scritta con la carta carbone. "La carta carbone!" mi ha detto Andrea. "Non la vedevo da vent'anni!"

Così è e non appare. Pur se lo stesso Andrea L. mi ha confessato che ora che lo conosce meglio, il Canton Ticino è un luogo davvero a misura d'uomo, dove abitare - una volta fatta l'abitudine con certi anacronismi - dev'essere gradevole.

P.S. A Luca Mascaro, Andrea Perotti e tutti gli amici d'oltre confine: chiedo scusa per questo post, se suona offensivo. Nelle intenzioni non vuole esserlo, al massimo ricordo da me che l'Italia, per buona parte del mondo, resta pizza, sole e mandolino.
Foto by Leonora

mercoledì 3 dicembre 2008

Quel (molto) che resta del canestro


Ieri l'altro, per una circostanza fortunata, mi è capitato di pensare a quando facevo l'addetto stampa alla Comense e ancora prima, quando scrivevo i primi articoli di pallacanestro, e tutto mi sembrava meraviglioso e bello e buono. Devo dire grazie a Barbara Giordano, che me li ha fatti tornare in mente, che mi ha fatto per qualche secondo tornare al chiuso della palestra Negretti, quando il PalaSampietro non era nemmeno una linea su un foglio di progetto. Un salto all'indietro lungo vent'anni, sul parquet del palazzetto di Muggiò e su quello della palestra del collegio Gallio, dove la prima squadra si allenava due sere la settimana e non c'erano soldi e telecamere e contratti da migliaia di euro - come poi per le atlete vennero, negli anni d'oro - ma solo donne e ragazze toste, che giocavano per una passione che covava loro dentro. Ero un giovanotto pieno di buona volontà, che si aggrappava ai propri sogni, un cucciolo migliore - per rigore e coerenza - all'uomo che sono adesso. Ho conosciuto, ho incontrato tante ragazze ma ero fidanzato e con nessuna di loro non dico di aver avuto una storia, ma nemmeno un bacio. Eppure debbo a loro molta parte della stima che da allora ho provato per me stesso, per il bene che mi hanno voluto, per la spensierata allegria che pur nel corso degli anni ho dimenticato e che ieri l'altro, seduto sul divano di casa, mentre leggevo poche righe sul computer, d'improvviso ho ricordato.



Foto by Leonora

lunedì 1 dicembre 2008

Un brindisi alla buona informazione


Chiudo qua la questione già trattata in questi due precedenti post (uno e due): il giornalismo - inteso come professione - ha un futuro, poiché certi argomenti sono affrontabili soltanto se si mettono a disposizione risorse e competenze specifiche. L'inchiesta sulla trasparenza dei politici ne è un esempio: entrare in possesso di dati, confrontarli, metterli in relazione e poi trarne una sintesi, sarebbe assai arduo se una o più persone non vi si dedicassero a tempo pieno. Il citizen journalism, in cui credo fermamente, ha dei limiti per cui può essere la benzina o i componenti di un motore, ma difficilmente sarò l'intera automobile. Ciò non toglie che il futuro della professione si giocherà sempre più sull'essenzialità della propria missione e meno sull'impermeabilità di una casta.

P.S. Stamattina l'avvocato Malavenda ha tenuto una lezione al nostro giornale, sul diritto all'informazione e il dovere alla privacy (contorni e confini, dove finisce una e comincia l'altra e viceversa). Abbiamo speso diversi minuti per entrare nei casi specifici (quando si può nominare e mettere la fotografia di un minore; perché si possono mettere i dati di un ferito in un incidente; che tipo di notizie si possono pubblicare sugli indagati di reato...), mentre sulla vicenda di cui ci stiamo occupando, cioè sugli intrecci tra politica e affari, l'avvocato ha risposto in un nanosecondo, citando proprio la legge sulla privacy. Punto. Tutto qui (domani comunque pubblichiamo lo stralcio della legge sul giornale). Lo scrivo per chi volesse seguire l'esempio de La Provincia e temesse ripercussioni legali. Niente pericoli e neppure alibi.


Foto by Leonora (la cui foto dimostra che apprezzo quando fotografa la bellezza, sia essa in un fiore, in un sasso, in un volto di donna e anche di uomo)

domenica 30 novembre 2008

Abbiamo voluto la bicicletta


Due parole, su giornalisti e amicizia e libertà di informazione.
Oggi, proseguendo nell'inchiesta di cui ho già parlato in un precedente post, abbiamo pubblicato le società in cui ha incarichi il sindaco di Como. La formula è identica a quanto già fatto con il coordinatore di Forza Italia, Giorgio Pozzi: grafico con l'elenco delle società, articolo in cui si spiegano le cose, intervista al diretto interessato, con tutte le domande senza omissioni o reticenze, con resoconto dettagliato delle risposte, ugualmente senza reticenze e omissioni. Oggi, in più, c'era una lettera di un amico del sindaco, nonché suo socio nella Veronelli Viaggi, che replicava a quanto scritto e pubblicato ieri sempre su "La Provincia" dal segretario cittadino del Partito Democratico.
In ogni caso, ciò che volevo aggiungere qui è la spiegazione di un metodo di lavoro, per mostrare la trama e l'ordito di quanto poi trovate sui giornali, che nel nostro caso - nel giusto e nello sbagliato, nel buono e nel gramo - è la somma di capacità e limiti personali e di gruppo. Non c'è nessun burattinaio che ci manovra, non esistono mandanti di cui noi siamo gli esecutori. Per scoprire ancora più le carte, potrei anche aggiungere che la mia preoccupazione - oggi come ieri come sempre - è quella di non risparmiare nulla a nessuno, senza tuttavia dare l'impressione di essere "barricaderi" o schierati da una parte politica o dall'altra. In questo, il giornale credo finisca con l'assomigliare a chi lo fa. La mia regola è: schiettezza più equilibrio uguale credibilità.
Un'ultima annotazione, che mi viene da uno scambio di messaggi via Facebook - pochi minuti fa - con Mauro Migliavada, che tra l'altro mi ha scritto: "Mi trovo bene con Sallusti, che è uno aperto, anche se ha le sue idee e non le nasconde. Credo di stare imparando. Me ne accorgo giorno dopo giorno. Un bel training, insomma. Certo, si fanno errori, si è sempre allo sbaraglio, ma ci sta... anche perché, malgrado quanto si dica, noi di mandanti non ne abbiamo, almeno, io non ne ho". Su questo, sull'indipendenza di Mauro, posso mettere anche io la mano sul fuoco, senza preoccupazioni di essere chiamato da domani Giorgio "Muzio" Bardaglio. Ho lavorato con Mauro dieci anni e so che, pur se sa essere realista, non si piega a ciò in cui non crede e a questa rettitudine ha pagato un prezzo caro, essendo persino licenziato. Quanti altri hanno questo coraggio?Io no, per primo. Ecco perché metto la mano sul fuoco: anche lui può sbagliare, per limiti e incapacità, ma mai per conto terzi. E sono fiero, pur se non lavoriamo più fianco a fianco, di restargli amico.
Foto by Leonora


martedì 25 novembre 2008

Ernest, Dino e... Grace


Hemingway ha scritto: "Courage is grace under pressure". Me lo ha ricordato ieri l'altro un amico giornalista, alle prese con un articolo difficile, che andava consegnato in breve tempo. La cosa buffa è un aneddoto che mi ha raccontato. Un giorno, molti anni fa ormai, in redazione erano in due, fianco a fianco. Questo amico, molto "inviato speciale", di quelli apparentemente disordinati, come se dovessero partire da un momento all'altro per il fronte anche quando partecipano a una festa di gala; l'altro invece molto "british", capace di conservare flemma e stile da festa di gala pur quando si trovava in mezzo a una battaglia al fronte. "Lo stato di grazia si trova quando si è sotto pressione" sostenne il primo, mentre batteva velocemente i tasti del computer per chiudere il pezzo in tempo. "Ah sì, rispose l'altro. Io ho sempre interpretato questa frase differentemente, cioè: mantieni uno stato di grazia, anche quando sei sotto pressione". Al che il primo si bloccò, staccò le mani dalla tastiera, levò gli occhi dallo schermo e replicò: "Può darsi che questa frase non ci dica nulla di Hemingway, ma certo dice tutto di noi due"...
Comunque sia, non dimenticherò questa frase di Hemingway e la metterò accanto a un'altra frase, che il mio attuale direttore ripete spesso, citando Buzzati che sulla macchina per scrivere aveva messo un biglietto: "Racconta, non fare il furbo".
"Grace under pressure" e "Racconta, non fare il furbo": a volte per esser grandi ci vuole poco. Ed è proprio quel poco che fa diventare grandi.
Foto by Leonora

sabato 22 novembre 2008

Anime candide


A proposito di lavoro. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un 'inchiesta sulle relazioni tra politica e affari, partendo dal presupposto che è meglio conoscere cosa fa un politico (aziende, società, partecipazioni...) e con chi lavora (altri politici, imprenditori privati...)


Qui vorrei spiegare com'è nata, perché anche questa è trasparenza e pure perché la considero un paradigma di corretta informazione e delle pre-condizioni necessarie affinché si realizzi.


In principio ci fu un voto in consiglio comunale a Mariano Comense, in cui è stato approvato un intervento edilizio di 24.000 metri cubi, tra residenziale e commerciale. Uno dei soci che lo realizzerà è Giorgio Pozzi, coordinatore provinciale di Forza Italia, nonché capogruppo dello stesso partito proprio a Mariano. Pozzi, quando s'è trattato di votare, è uscito dall'aula, ciò non toglie che la commistione affari e politica sia apparsa palese, tanto che direttore e vice direttore de La Provincia, Giorgio Gandola e Bruno Profazio decisero di fare il titolo principale in prima pagina.


Qualche settimana dopo, l'altro episodio decisivo. L'assessore al territorio dell'Amministrazione Provinciale, Stefano Valli (sempre di Forza Italia), viene coinvolto in un caso politico, a causa del progetto di una massiccia urbanizzazione ad Olgiate Comasco che lo vede interessato nella doppia veste di amministratore pubblico e di privato professionista.


Due episodi che fanno riflettere, così decidiamo di prendere visione di tutte le società in cui hanno quote gli amministratori di Provincia e Comune di Como. Emergono così intrecci curiosi, con società che comprendono politici e loro parenti e amici e amici degli amici.


Ne parliamo con il direttore che ci sprona ad approfondire ancora di più la questione, ampliando l'inchiesta a trecentosessanta gradi. Arriviamo ad inizio della scorsa settimana, quando spulciando tra le carte ci imbattiamo in un'agenzia di viaggi in cui compaiono tra soci e amministratori una dozzina di nomi, tra cui il sindaco di Como, sua moglie, il presidente della Compagnia delle Opere, il direttore dell'Associazione Provinciale Artigiani, nonché politici dell'Udc e altro ancora. Pubblichiamo un articolo "pulito", stile agenzia giornalistica, accompagnato da un grafico e da un titolo un po' aggressivo ("Veronelli, la politica in viaggio d'affari") ma per nulla pesante. Il giorno dopo scoppia un putiferio. L'accusa, più o meno velata, è che così scrivendo favoriamo una parte a scapito dell'altra (nella fattispecie l'ala liberal di Forza Italia a scapito della componente ciellina). Un'accusa infondata, tanto che il giorno successivo rincariamo la dose, pubblicando l'elenco delle società (ben 15, quasi tutte immobiliari) di Giorgio Pozzi.

Il resto è cronaca da leggere sul giornale.


Qui volevo semplicemente far presente come spesso le notizie non sono frutto di un caso di una macchinazione. In questa circostanza, se il direttore fosse stato più timoroso, se i suoi collaboratori diretti gli avessero consigliato prudenza, invece di sostenerlo, se la mia collega Gisella non avesse messo a disposizione tempo e capacità professionali per controllare carte e fonti e se l'altro mio collega, Emilio, non avesse fiutato fin da subito la bontà dell'inchiesta, spronando ed aiutando in ogni modo, non una riga sarebbe uscita e a mio modo di vedere la città avrebbe avuto un'occasione in meno per fare chiarezza e, tutto sommato, per essere migliore.

Foto by Leonora

Due palle e una morale


Oggi sono stato per buona parte della giornata con Roberto Di Caro, un giornalista de L'Espresso di passaggio a Como. Tra i molti aneddoti che mi sono fatto raccontare, ne voglio riferire uno che rende onore a Giulio Anselmi, definendone la grandezza di direttore (attualmente de La Stampa) e di uomo.

Quando arrivò a L'Espresso - mi ha detto Di Caro - Anselmi per un anno rivoluzionò tutto quanto. Un giorno, su "imbeccata" di una sua amica, Anselmi venne a sapere di una certa situazione nella sua stessa città, a Genova. Così mandò per affrontare la questione Di Caro, il quale andò ma descrisse la situazione esattamente al contrario di quanto avesse riferito l'amica del direttore. Ebbene, non solo Anselmi non fece una piega, disse al vice direttore di pubblicare senza problemi l'articolo e dopo di allora "promosse" di fatto il giornalista, affidandogli servizi sempre più delicati e prestigiosi. Una grande dimostrazione di cosa dev'essere un capo, che riconosce e ricompensa il valore dei suoi uomini dal carattere e dal coraggio.
Morale della storia: un giornalista e più in generale un collaboratore con le palle è fondamentale, almeno quanto un capo che - a dispetto dei santi - lo metta nelle condizioni di lavorare.

Foto by Leonora

lunedì 10 novembre 2008

Quarantadue a zero


Quarantadue. Oggi compio gli anni e c'è poco altro da aggiungere. Quarantadue anni sono molti se li penso di qualcun altro ("Vai con uno di quarant'anni? Ma è un vecchio!" m'è capitato di dire pochi mesi fa a un'amica, senza badare che quel vecchio potevo essere io) mentre se penso ai miei mi sembrano un niente, un soffio. Non ricordo nessun compleanno in particolare, se non uno a cavallo dei trenta o forse era proprio quello dei trenta, con una festa a sorpresa nella vecchia casa di via Varesina e due metri di panino con la Nutella. Le feste di compleanno non sono mai stato il mio forte, anche se adesso, seduto qui, penso che forse avrei dovuto essere meno burbero. Comunque oggi lavorerò, mentre ieri ho avuto un meraviglioso pranzo in famiglia, una famiglia allargata, e poi prima che fosse sera quattro pasticcini e un regalo davvero speciale. A La Provincia, dove lavoro, abbiamo creato una pagina di Facebook e con Frenz abbiamo fatto una scommessa, cioè lui l'ha fatta con un mio collega, Francesco Chillino: arrivare a 500 fan prima di mercoledì. Chissà se ci riusciremo... Da ultimo, visto che al compleanno si perdona un po' tutto, vorrei esprimere la mia opinione su ciò che ha detto Berlusconi a proposito di Barak Obama: "E' giovane, simpatico e abbronzato". Ne è nato un putiferio, con per primi i giornali americani a sottolineare quanto fossero offensive, seguito poi dalle polemiche in Italia. Ebbene, io che a Berlusconi non perdonerò mai l'uso superficiale delle parole (ogni cosa detta da lui vale il suo contrario) questa volta non mi sono scandalizzato. Ha detto una gigioneria, come spesso capita agli uomini di potere, credendo di fare il simpatico. Forse non c'è riuscito, ma dire che un nero può esser considerato un uomo molto abbronzato non mi pare una vergogna, o un'offesa o peggio, com'è stato pur scritto, un segno di razzismo. Lo scrivo, conscio di potermi attirare molte antipatie, perché sono convinto che l'unico modo di combattere il non senso dato alle parole, sia quello di riappropriarsene, smettendola di dividere ogni frase in bianco o nero, bensì sapendo individuare una scala di colori, distinguendo ciò che vale uno, due, tre, dieci o zero.
Foto by Leonora (ed è un mese che aspetto il mio 42esimo compleanno, così da poter mettere questa foto)

mercoledì 5 novembre 2008

The light and the black


Così Obama ha vinto. Ci speravo, è ovvio, d'altra parte la mia opinione contava come uno zero al quoto e devo dire che nove volte su dieci il mio pensiero si discosta da quello dei più (ricordo a tutti che il politico che preferisco si chiama Romano Prodi, un galantuomo che a me piace persino quando parla e con questo ho detto tutto). Detto ciò, ieri in diretta mi hanno commosso le lacrime di Jesse Jackson, il reverendo che al pari di Giosuè è passato dalla tribolazione, ricevendo in dono di vedere ed entrare nella terra promessa. Avendo in uggia la retorica dei comizi, quelle lacrime in privato di Jackson, inquadrato dalla telecamere mentre si trovava in mezzo alla folla che attendeva il risultato delle elezioni, mi hanno commosso. Non lo conosco molto, sono sempre stato un suo osservatore distratto, ma ieri ho pensato che aveva sognato con Martin Luther King, vedendolo poi ammazzato, e che per anni e anni si è candidato alle nomination democratiche, certo che un nero non sarebbe mai stato scelto. Ieri invece il miracolo s'è realizzato. Comunque vada a finire (e speriamo non in un modo violento, cosa che purtroppo temo) è un buon segno.

Foto by Leonora

Il regalo più bello


Auguri, Giovanni. Oggi è il tuo sesto compleanno e tu te ne dormi beato, mentre io sono qui che mi gusto la lunga diretta elettorale, sperando che alla fine Barak Obama diventi presidente degli Stati Uniti, pur se non mi dispiace McCain, che quando si schierava contro Bush era considerato un repubblicano originale e per niente bigotto. Sei anni e hai imparato a leggere da poco e mi fai sorridere quando te ne esci con espressioni che sorprendono. "Sono esausto" ci hai detto l'altro giorno, con quell'aria tra l'annoiato e l'infastidito, che ti fa sembrare già un adulto, nonostante tu sia alto non più di un soldo di cacio. Dei tre figli sei quello più indipendente e più capriccioso. Te ne stai anche per ore a giocare da solo, con i Gormiti o i mattoncini del Lego, oppure a colorare, per mostrarmi poi il foglio, tutto orgoglioso. E sei lo stesso Giovanni che da adorabile si trasforma in una furia e che strilla come un ossesso, non ascoltando niente e nessuno. Niente e nessuno tranne me, che so come prenderti e non mi faccio mancare di rispetto. "Un duce" dice tua madre. Forse è vero, però non so essere diverso e sono lo stesso con cui giochi e che ti fa morire di solletico o ti sveglia pian piano, ogni tanto, al mattino, senza forzature, ma entrando nel tuo letto e grattandoti la pancia, fingendo di annusarti come farebbe un orso, un lupo. Auguri, Giovanni. Oggi è il tuo primo compleanno che festeggerai senza il nonno. Sei nato il suo stesso giorno, il 5 novembre, sessanta cinque anni dopo. Lui ci ha salutati per l'ultima volta nel gennaio scorso e sono certo che - insieme alla nascita di tuo fratello Giacomo, il suo primo nipote - la coincidenza del tuo arrivo nel giorno del suo compleanno è stato il suo momento più lieto. Sicuramente lo è stato per me, che quel giorno vedevo congiungersi perfettamente il passato e il futuro. Auguri Giovanni, sei nato come me, in questo mese di novembre grigio e splendido. E ho voluto scrivertelo qui, per non stare a svegliarti, che dormi un po' accaldato ma quieto. E quando spegnerò il computer, come ogni sera, entrerò nella stanza tua e di Giorgia e di Giacomo per ascoltarvi respirare e sentire il vostro odore di pulito, di buono. Ogni sera, così, il più bel regalo lo ricevo io.
Foto by Leonora

domenica 26 ottobre 2008

Tolgo polvere dal ripostiglio (dei ricordi)


Ieri l'altro, lasciando un commento sulla bacheca FB di Mariagrazia, m'è capitato di ricordare quand'ero studente al liceo e poi all'università e andavo a studiare a casa di Marco (Antonio Giamminola, per tutti Marco). Lo voglio scrivere anche qui, con più calma. Di quella casa, di quell'appartamento ampio, proprio sopra gli uffici della tessitura di proprietà di famiglia, ricordo l'ospitalità dei genitori di Marco, una coppia già anziana, che suscitava ogni volta in me ammirazione. Ora che ci ripenso, erano esempi limpidi di quella borghesia che di Como costituiva la spina dorsale. La mamma di Marco era una Sant'Elia, se non ricordo male, parente di quell'architetto Antonio Sant'Elia, che con Giuseppe Terragni diede forma e vita al "razionalismo". Era una signora alta e dal viso gentile, che non alzava mai la voce e d'un sorriso buono, come quello del marito, che era di poche parole e spesso trovavo seduto in poltrona, mentre leggeva il giornale. La casa di Marco era ogni giorno meta di figli e parenti, poiché la coppia aveva avuto in dote una prole numerosa. Più dei fratelli, che ho sempre visto di sfuggita, ricordo più di tutti la sorella Vittoria, la mamma di Mariagrazia e anche di Betty e Chicco. Ricordo le porte verniciate di smalto chiaro, i vetri che ricordavano la superficie per grattugiare le mele, i pavimenti di graniglia bianca e nera e l'odore della tessitura, l'odore dei telai che intrecciavano trama ed ordito. Mi sentivo a casa, quando salivo i gradini che portavano all'abitazione ed entravo. Ciò che studiavo l'ho dimenticato, non scorderò mai invece il senso del dovere, la cultura del lavoro e soprattutto la dignità, la compostezza e anche l'affetto privo si smancerie, ma genuino, sincero, che trovavo in quella casa. Per me i Giamminola Sant'Elia sono sempre rimasti una stella polare e un esempio, anche se forse a Marco non l'ho mai detto. Lo faccio adesso e glielo ricorderò la prossima volta che lo vedo, in una delle purtroppo sempre più rare rimpatriate tra compagni di banco al liceo.


giovedì 23 ottobre 2008

Distillati di qualità


Non volevo scrivere questo post, era tardi, ero già a letto (e capita una volta al mese che riesca ad andare a letto quando la mezzanotte non è scoccata), mi aspettava il libro che ho iniziato ieri sera... Ma ci sono cose che quando le hai in testa non stai in pace con te stesso fino a quando non le partorisci. A me succede così, almeno. E allora mi sono alzato, sono sceso di sotto, ho preso il mio computerino, sono risalito, mi sono rimesso a letto, nel frattempo Isabella s'è svegliata, incinghialita e sbuffante ("E' mezzanotte! Non si può dormire, vado di là" m'ha detto). Io le ho risposto: "Ma figurati! Se vuoi di là, nel letto vuoto, ci vado io". Lo faccio sempre questo teatrino, tanto lei non torna mai indietro e così il giorno dopo posso pure borbottare: "Te l'ho detto che andavo io! Non mi hai neanche risposto!" Invece Isabella stasera mi ha risposto. Era già nell'altra stanza ma è tornata indietro e mi ha detto, mentre rimetteva piede a letto: "Va bene, vai di la tu". Così sono qua io, con il mio computerino acceso, nel letto freddo, a ripensare cosa diavolo avevo in mente di tanto urgente da scatenare tutto questo putiferio.
Il diavolo che avevo in mente è questo: qual è la chiave del successo e soprattutto della soddisfazione personale? Prendiamo il giornalismo, un mestiere che molti vorrebbero fare ma pochi riescono (e quei pochi spesso dopo qualche tempo dimenticano quanto lo volevano fare e te li ritrovi come impiegati tristi, a barcamenarsi tra un turno e l'altro). In questi anni ne ho visti passare di principianti e prima di loro sono stato uno della schiera degli aspiranti anch'io. Se tiro una riga, a parte qualche raro esempio di raccomandato o di botta di culo nell'essersi trovato immediatamente nel posto giusto al momento giusto, ce la fanno coloro che hanno una passione tenace e non mollano mai, e fanno tutto con entusiasmo da ragazzino innamorato, dicendo mai di no, se non in casi disperati, e quando lo dicono poi rimediano subito, facendoti capire che è stata un'eccezione di cui si scusano (si scusano anche quando a scusarsi dovrei essere io, che magari li volevo spedire in cima a un monte per scrivere quattro righe in tutto). Certe persone se sono in gamba lo noti subito: sanno cogliere le occasioni al volo e sanno conquistarmi perché in loro rivedo me stesso. Lo scrivo qui, pensando che un giorno mi leggerà mio figlio. Vorrei lasciargli questo biglietto: svegliati, perché se sei sveglio otterrai ciò che desideri, pur se costa sacrificio. Le spintarelle non servono, se non a piazzarti in qualche posto, magari ambito da altri, magari ben ripagato, ma dove ti troverai sempre a disagio. Tutto ciò non l'ho pensato come fulmine a ciel sereno. M'è venuto in mente leggendo il blog della Sketchin di Luca Mascaro, che con un amico carissimo, Francesco "Frenz" Lietti, s'è ritrovato per un "Meetup". Vedendoli lì, nella foto che vedete sopra, a Manno, a due passi da casa mia, questi giovani troppo in gamba per essere raccontati in poche righe di post, tutta questa storia della crisi e della recessione mi è sembrata una banalità e m'è tornato il buon umore, oltre che la fiducia nell'avvenire del mondo. "Questi sì che sono ragazzi svegli, in gamba" ho pensato. Gente che ha idee e non ha paura di confrontarsi, di discutere, di costruire il futuro e non soltanto di subirlo. E ho pensato che persone così non le trovi appena svoltato l'angolo, come i giornalisti in erba che già denotano le qualità che li faranno emergere, anch'essi sono frutto di una selezione naturale, di una distillazione che non avviene per coptazione, bensì per fioritura spontanea e successiva gemmazione, con una sorta di attrazione spontanea indotta dal valore che si riconoscono l'un l'altro. Potevano starsene quieti, a giocare alla loro play station, invece si sono dati appuntamento un giorno d'ottobre, hanno formato un gruppo di lavoro, senza fronzoli, badando alla sostanza. E se si muovono loro, dannato Giorgio - ho pensato - come diavolo fai tu a restartene a letto, a lasciar che la rivelazione che hai avuto possa appassire così, nel torpore del sonno, senza che rimanga scritta a futura memoria tua, di tuo figlio (un giorno) e di tutti quelli che passano dal blog e che magari hanno capito poco o nulla tanto ti sei spiegato male, ma almeno c'hai provato e se non altro conosceranno il perché ora sei qui, in un letto che non è il tuo, ma che nel frattempo è diventato anch'esso caldo e pure se hai tirato tardi sei felice e contento, per quello che hai scritto, per ciò che hai fatto.

mercoledì 15 ottobre 2008

Generazioni in bilico


Oggi alla scuola elementare era tempo di incontri tra insegnanti e genitori.


In "prima" tutto tranquillo (anche perché hanno sei anni - Giovanni non ancora compiuti - e le lezioni sono cominciate da un mese), mentre le maestre delle "quarte" (ci va Giorgia) non le hanno mandate a dire, mettendo sul banco degli imputati i genitori. Motivo: bambini troppo maleducati. Fin qui niente di nuovo sul fronte occidentale, anche se sapere che bimbi di 9 anni rispondono male alla maestra già mi fa serrare la mascella, come direbbe il mio amico Maggi per esprimere un cocente arrabbiatura (e la chiamo così per amor di patria). Ciò che invece mi lascia basito, facendomi seriamente preoccupare, è il fatto che alcuni di questi cucciolini amorosi dududù dadadà si rivolgono ai loro compagni provenienti da altre nazioni con simpatiche espressioni tipo: "Rumeno di merda torna al tuo paese". Hanno fatto bene le maestre a dare a questi episodi un nome preciso: razzismo. Ora, io so poco della riforma Gelmini, del ritorno del grembiule azzurro o del cinghiale bianco, del voto in condotta e dell'insegnante unico, però se fosse mia figlia a dire una cosa del genere sarei grato alla maestra se le tirasse un'orecchio lungo un metro....
Foto by Leonora

martedì 14 ottobre 2008

L'amico è


Ieri sera ho visto su Sky Cinema un film di cui non avevo mai sentito parlare. S'intitola "Reign Over Me", diretto da Mike Binder, con attori bravissimi, tra cui Adam Sandler, Don Cheadle, Jada Pinkett Smith, Liv Tyler, Donald Sutherland, Saffron Burrows (che, detto tra noi, è d'una bellezza che solo a guardarla mi manca il fiato). E' la storia di un uomo (Adam Sandler) che nell'attentato alle Torri Gemelle perde moglie e tre figlie e va fuori di testa, diventa ciò che noi chiamiamo un "disadattato". Di lui si interessa un ex compagno di college (Don Cheadle) e il film, pur nell'alveo delle americanate (che però a me non dispiacciono), è la storia di un'amicizia, la cui grandezza sta nell'assenza di calcolo e non solo di un tornaconto. Mi è piaciuto proprio perché mi ha ricordato il valore di un legame a cui spesso purtroppo lego il mio interesse personale. Per farla breve: io farei quello che ha fatto Don Cheadle? Mi metterei in gioco così? Oppure farei più o meno finta di nulla, me ne laverei quietamente le mani, chiudendomi nella torre d'avorio delle mie certezze, delle mie comodità? La risposta non è scontata e a dire il vero un poco m'inquieta.
Foto by Leonora (che qui si vede anche: delle tre ragazze è la prima a sinistra)

domenica 12 ottobre 2008

Mamma, m'ha preso mano la tecnologia


Stiamo entrando nella recessione, ma a passi di gigante a casa mia avanza la tecnologia. Oggi mio cognato Roberto dopo aver ripulito di tutte le schifezza il mio vecchio pc portatile lo ha installato accanto al nuovo televisore, collegandolo con l'impianto stereo di quando io e Isabella ci siamo sposati e con la rete wire-less posizionata qualche mese fa. Risultato: possiamo finalmente ascoltare cd, vedere dvd e persino guardarci i filmati di You Tube dal divano, in schermo 37 pollici.

Peccato che da qualche settimana il piccolissimo Eee Asus (che mi hanno regalato i mitici colleghi di Etv nei giorni in cui ho cambiato lavoro) è il compagno fedele delle serate libere, assai più del televisore, con Facebook e le mail e il blog e i feeds e tutte le altre diavolerie. E se non accendo quello, posso sempre dare un'occhiata a Internet con il telefonino, sempre wire-less. Non ho Skype, ecco. Lo scrivo perché me lo ha appena chiesto Barbara e mi sono sentito un po' a disagio, come colui che invitato a cena si presenta trasandato (tra l'altro era il Vangelo di oggi, ma lì finiva male, perché colui che senza motivazione si è presentato sprovvisto di abito nuziale ha avuto per compenso solo "lacrime e stridore di denti", mentre Barbara si sarà accontentata di fare spallucce). Vabbé, la faccio finita qua. Tenendo tra le mani il buon vecchio carissimo libro, tutto carta e cartone, che tra poco mi porterò sotto le coperte e non ha bisogno di filo elettrico o batteria.

P.S. La fotografia qui sopra, scattata come tutte le altre da Leonora, c'entra con quello che ho scritto, poiché dà l'idea della tecnologia che non conosce barriere, persino in piscina, ma soprattutto l'ho messa perché è sul suo blog da mesi e mesi e ho sempre cercato l'occasione per pubblicarla senza sembrar soltanto un po' intrigato :-)

venerdì 10 ottobre 2008

"Ti..nan": il valore di in concerto


In redazione c'è febbre da superenalotto. Sarà che avrò preso troppi antibiotici da piccolo, ma non avverto il contagio da gioco, la smania di ritrovarmi ricco dalla sera alla mattina. Tra l'altro, ora come ora non avrei nemmeno nessuno da cui andare e fare il gesto dell'ombrello o una pernacchia, aggiungendo un bel: "Tiè, state lì voi adesso!"
Parimenti, come lo struzzo cerco di non pensare al terremoto economico che sta accadendo nel mondo e che brucia miliardi su miliardi, compresi probabilmente parte dei miei quattro soldi, messi da parte giorno per giorno con l'unico scopo di non ritrovarsi un domani con le spalle al muro. Forse ne usciremo indenni, forse è solo l'inizio di un tempo gramo. A maggior ragione mi pare opportuno dare valore alle cose che non hanno prezzo. I rapporti personali, l'amicizia ad esempio. Tramite Facebook ho ritrovato persone care e perse di vista da un pezzo (Mariagrazia, Riccardo, Claudio, Valentina, Silvia Cipo, Deborah...), altre che mi sono care ma vedevo di rado e invece adesso tengo nel mirino (David, Elisa, Viviana, Luca...) e altre ancora di cui ignoravo l'esistenza ma che mi sono stati simpatici da subito (Lucia, Barbara, Simone, Natasha, Augusto). Il problema è che sono troppi: centoventidue, un bel numero. Qualche amico, molti conoscenti, qualcuno perfettamente sconosciuto. Ma perché ho iniziato a scrivere di Facebook? Ah sì, ecco: per i rapporti personali, l'unica moneta che non conosce inflazione anche se si continua a battere conio. Compagni di strada che si prendono e si lasciano. A volte i cammini non si incrociano, altre volte le unioni si saldano. E a proposito di amicizia, voglio segnalare un'iniziativa di cui volevo scrivere già una settimana fa, ma che mi ha commosso talmente tanto da lasciarla per qualche giorno nel cassetto. Mio zio Gianni, il fratello di mia mamma, morto a maggio dell'anno scorso, aveva un collega e amico straordinario, Arnaldo Pagani, impiegato di banca e viaggiatore e musicista a tempo guadagnato. Sabato 25 ottobre, al cine teatro Pax di Lurate, per ricordare il suo amico Gianni, Arnaldo ha organizzato un concerto. Musica alla buona, leggera in ogni senso. A commuovermi però, oltre alla sua fotografia sorridente (scattata mentre era in Patagonia, con lo stesso Arnaldo) è stato il titolo. "Ti...nan" ha chiamato quest'idea di revival concerto. "Ti...nan" era l'espressione più usata da mio zio Gianni, "tu...ragazzino" potrei tradurla malamente dal dialetto lombardo. Ecco, in quel "ti...nan" è racchiuso tutto: la gentilezza di un gesto, il senso del ricordo, l'amore limpido per un amico. Un patrimonio che va al di là della morte e la cui cifra non starebbe in nessun mega assegno.
Foto by Leonora

mercoledì 1 ottobre 2008

Giusto un anno


Oggi è un giorno speciale: esattamente un anno fa nasceva questo blog. Queste sono le prime parole che scrissi e non le rinnego. In dodici mesi ne sono cambiate di cose e io per primo. Ho perso mio padre, ho cambiato lavoro, ho ritrovato qualche amico, qualche altro l'ho perso. Soprattutto, in rete, ho scoperto un mondo. Un mondo che sarebbe incolore se fosse distante da quello vero. Per fortuna non lo è, perciò ringrazio tutti quanti passano di qua e danno una sbirciatina o addirittura si fermano, leggono. Con il passare del tempo, come ho già scritto, è diventato una sorta di diario, di portolano, e io per primo sono rimasto stupito, poco fa, a rileggere qua e là ciò che che in un anno ho scritto. Gutta cavat lapidem. Lo goccia scava la roccia e tante gocce mi sembrano a ritroso i 152 post di questo blog, nato il primo giorno d'ottobre di un anno fa, quando non mi sentivo né sereno né libero e che trova un senso anche oggi, pur dopo avermi per aspre rive e fonde valli accompagnato... Tanti auguri, per una volta li faccio a me stesso.
Foto by Lyonora

martedì 30 settembre 2008

Eredità di saggezza


Valentina punta sul mio senso di colpa per farmi scrivere sul blog e, come può notare di persona, funziona. Lo farò anche domani, ch'è una data speciale (non aggiungo altro).

In questi giorni, come forse ho già detto, leggo e rileggo "Il Signore degli Anelli". Di Tolkien mi stupisce la fertile fantasia: è come se io, acqua che salta da un rio a un fosso, conteplassi un grande fiume, che si dispiega per valli e pianure, possente e immenso. Per me, centometrista della parola, la maratona Tolkien è al contempo meta ambita e irraggiungibile. In più rimango affascinato dalla capacità di battezzare nomi: nel romanzo ce ne sono a migliaia, belli da leggere e ancor più da pronunciare. Erri De Luca da qualche parte ha scritto che prerogativa dell'uomo rispetto al resto del creato è quello di "dare nomi". Tolkien non ha eguali, non che io conosca, almeno. Pochi minuti fa mi sono imbattutto in una frase di Faramir, fratello di Boromir, che mi piace assai e che riporto qui:

"La guerra è indispensabile per difendere la nostra vita da un distruttore che divorerebbe ogni cosa; ma io non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la gloria acquisita. Amo solo la città che difendo: la città degli Uomini di Nùmenor; e desidero che la si ami per tutto ciò che custodisce di ricordi, di antichità, bellezza ed eredità di saggezza. Non desidero che desti altro timore che quello riverenziale degli Uomini per la dignità di un anziano saggio".

Scrivo queste cose, mentre contemplo il panorama dalla finestra di casa e i miei tre figli guardano "Zack e Cody al Grand Hotel", su Disney Channel. Non ne farò un dramma. Anch'io, quando avevo la loro età, preferivo la tv ai libri e Antenna Nord (la mamma di Italia Uno) si faceva un baffo di Tolkien, Aragorn, Gandalf, Boromir, Frodo, Saruman, Sauron e compagnia. Se c'è una cosa che non posso imputare ai miei genitori è di avere mancato di pazienza. Anche questa la considero eredità di saggezza.
Foto by Lyonora

martedì 23 settembre 2008

La famiglia più ricca che conosco


L'altro ieri Raffaele e Rosi, papà e mamma di Damiano e Elena, hanno battezzato la loro terza figlia, Francesca. Dopo la cerimonia in chiesa, in modo semplice hanno invitato gli amici, all'oratorio di Castello. Io non c'ero perché, come al solito, lavoravo, ma Isabella mi ha detto che erano in moltissimi. Non avevo dubbi: sono la famiglia più ricca che conosca e i soldi non c'entrano.
Foto by Leonora

domenica 21 settembre 2008

Il buco


Dannato Facebook. Si sta prosciugando le già scarse energie lasciate dal lavoro e a risentirne è questo blog, che pur mi è assai caro.
Oggi ho avuto una giornata intensa, forse la peggiore da quando ho lasciato la tv per il giornale. Colpa un virus intestinale che mi ha messo ko per tutta notte e persino di giorno, a conclusione di una settimana di per intensa. Stupido io, più di tutto, nel voler essere in redazione a tutti i costi anche in questo week end, nonostante avessi già lavorato in quello passato. Però usciva L'Ordine, però anche il Corriere di Como avrebbe spolverato il servizio da tavola d'argento, però non me la sentivo di essere assente proprio in questo giorno. Di contro c'è che eravamo in pochi (io, Gisella e Ferro, più Billy Cavalcanti, che però era "chiusurista", cioé arriva tardi e si occupa solo di seguire i fatti di cronaca che accadono in serata). In più, per un colmo di sfortuna, non avevamo collaboratori. Neanche uno! Tranne Angelica, una ragazza che ha chiesto di collaborare con noi da tre giorni in tutto. Siccome poi la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, stamattina ci siamo accorti di avere anche preso anche un "buco", termine tecnico nel giornalismo per definire una notizia che ha in pagina la concorrenza e tu no, nella fattispecie la presenza in una scuola di Albate di nove insegnanti per una classe sola. Apro una parentesi: ho sempre detestato, quando si prende un buco, ignorarlo oppure arrampicarsi sui vetri per tentare di minimizzare il fatto o, ancora peggio, usare rappresaglie per mettere in cattiva luce chi poteva avvisarti e non lo ha fatto, quindi oggi ho potuto mettere in pratica ciò che ho sempre teorizzato: orecchie basse, voglia di riscatto e la notizia va data lo stesso, perché chi compra il tuo giornale paga un euro e ha diritto ad essere informato, pur con un giorno di ritardo. Complimenti dunque ai colleghi del Corriere di Como e anche a quelli de L'Ordine, che aveva parimenti la notizia. Chiusa parentesi.
Sta di fatto che ridotti ai minimi termini, completare le otto pagine che facciamo ogni giorno non è stato facile. Speriamo bene per domani.
P.S. I buchi si danno e si prendono. Ho parlato solo di quello che ho preso, perché è poco elegante elencare quelli che si danno e che, in ogni caso, sono merito dei miei colleghi, che perlustrano il territorio, mentre io sono diventato una brutta copia dell'Uomo Neon (ma mi piace da matti questo lavoro). In più, con mezzi poco più che artigianali, i ragazzi (eccezionali) del reparto tecnico de La Provincia hanno messo in piedi un set per incontri in video. Ieri abbiamo registrato una sorta di esperimento, che è già visibile via web, sul sito de La Provincia di Como.
Foto by Lyonora

mercoledì 10 settembre 2008

I cinque clic



Mi sono iscritto molto tempo fa, praticamente l'ho visto crescere, per mesi e mesi non l'ho quasi mai guardato, nel frattempo vi ho dedicato anche un paio di post su questo blog e finalmente la stagione appare matura: Facebook non è più un pallido oggetto del desiderio.


Da ormai tre mesi lo uso con regolarità, gli "amici" dall'anno scorso ad oggi sono triplicati, faccio fatica a farne a meno. Con Facebook tengo ad occhio gli amici e le amiche di vecchia data, ritrovo qualcuno di cui avevo smarrito traccia, conosco persone nuove, che altrimenti mi sarebbero rimaste per sempre ignote. Sto persino imparando lo spagnolo, grazie a Martina, medico di Buones Aires, a cui io per ricambiare insegno qualche parola d'italiano. Oggi poi, quando ho scoperto che di questo social network fa parte anche Maria Luisa, non ho avuto più dubbi: sdoganato al cento per cento.


Comunque sia, questa non è la premessa per una riflessione semplice semplice: quali sono i primi cinque siti su cui faccio clic quando accedo a Internet.


Elenco i miei:



  1. IGoogle (pagina personalizzata)

  2. Mail La Provincia

  3. Mail Hotmail

  4. Facebook

  5. Google Reader (elenco feeds di blog e giornali quotidiani)

Foto by Leonora

domenica 7 settembre 2008

L'età alessandrina


Sono tornato. Sei giorni splendidi di vacanza, a Baia Domizia, al confine tra la Campania e il Lazio. Terra meravigliosa, mal tenuta dagli abitanti del luogo. Nei paesaggi, nel clima, nel panorama ho compreso come mai gli antichi romani si innamorarono di quella regione (Cicerone vi trascorse anni felici e si fece pure seppellire qualche chilometro più a nord, in pieno Circeo; l'imperatore Claudio fece costruire una dimora incantevole poco distante, a sud) e anche per questo non mi capacito di quanto trascurata è ora. C'è una cesura profonda tra l'ordine e la pulizia di alcuni angoli e la spazzatura, la sporcizia abbandonata e accumulata dappertutto. Uno scempio che non può passare sotto silenzio.

Tornando a me, erano anni che non mi rilassavo tanto. Prima la malattia di mio padre, poi i problemi al lavoro mi avevano impedito di gustare senza pensieri i giorni di riposo.

Questa volta è stato diverso. E poi niente mail, nessun computer, raro il telefono, mai la tv, pochissimo i giornali. In compenso, molta lettura (ma neppure moltissimo: mi sono riletto il Signore degli Anelli di Tolkien), molte chiacchiere con i miei figli, molte partite di Scala 40, l'unico gioco con le carte che non mi fa cader le calze, passeggiate, sole, mare. E dieta a base di frutta, verdura e mozzarella. Squisita mozzarella di bufala. E pizza. Al ristorante, una margherita tre euro. Volevo rubare il menù e portarlo a qualcuno di mia conoscenza, a Como, che solo per entrare e sedersi bisogna accendere un mutuo.

Dove alloggiavamo c'erano un sacco di stranieri: tedeschi, ma anche numerosi polacchi e poi russi, svedesi.
Da domani si torna in redazione. Non mi pesa, tutt'altro. C'è una stagione intera da mettere in cantiere, qualche novità da proporre, molte idee che frullano per la testa, aspettative da confermare e sempre nuove sfide, che poi sono il sale di un lavoro. Tra l'altro, il 20 settembre arriva in edicola L'Ordine e come ho già scritto il confronto con i "competitor" non mi dispiace affatto. Il pericolo, in tutti i mestieri e specialmente per chi fa il giornalista, è quello di sedersi, di sentirsi arrivati, di non esser più curiosi e aver poca o nessuna voglia di imparare, di non mettersi in discussione, di vivere un'età alessandrina, di bassa epoca, come l'avrebbe forse chiamata T.S. Eliot se si fosse occupato di simili vicende. Il confronto tra persone che si stimano è invece stimolante e spero sia antidoto naturale per evitare appisolamenti o, peggio, inutili autocompiacimenti. In più, come ripeto sempre, perché ci credo, "la competizione è la forma massima di collaborazione". Il resto sono solo chiacchiere e distintivo.
Foto by Leonora

mercoledì 27 agosto 2008

Due passi più in là


Ripartiamo da me. Stasera ho voglia di farlo, di tornare a intrecciare fili (vedi foto a fianco) che - in apnea da nuovo lavoro - da tempo non annodo.
C'è una frase di una canzone di Concato che mi assomiglia. Dice: "Sì, non ci si può fidare, di uno che vivrebbe bene in un motel. Senza niente, senza neanche il mare..."
Io sono così. Vivo in un bel posto, sono fortunato in famiglia, con le amicizie e sul lavoro, però mi accontenterei di un locale pulito, con bagno annesso (quello sì, irrinunciabile) e un libro. Il resto mancia.
Estremizzo, ma neppure tanto. Ed è per questo che non è facile vivermi accanto, sopportare il mio scarso badare alle cose pratiche, la tendenza a rimandare le cose. Se non avessi incontrato Isabella forse non sarei sposato, non avrei figli, casa e un canarino.
Su certe cose mi so accontentare e forse questo è il trucco per ricevere molto. Lo scrivo in termini generali, perché ogni mantello di Diogene ha i suoi bei buchi e a volte capita che mi imbronci o cambi d'umore per stupidaggini. La Bibbia ha una parabola anche per questo. E' quella del profeta Giona, che si arrabbia con Dio perché il caldo fa seccare la pianta di ricino che gli faceva ombra, procurandogli sollievo. Anche nel giardino che sono le mie giornate crescono e seccano molte piante di ricino. E ogni volta mi spazientisco. Indifferente sulle grandi cose, meticoloso nelle piccole. Ecco perché mi rendo conto di esser "pesante" da sopportare. Lo ammetto, a mo' di espiazione.
Per concludere questa sera (notte) di confidenze, riporto la frase che una ragazza rumena mi ha detto l'altro giorno, raccontandomi l'infanzia grama, ma di un gramo vero, che ha avuto.
"Ogni cosa che non ti uccide ti aiuta a crescere - mi ha detto, sorridendo - e ogni calcio nel sedere sono due passi in avanti più in là".
Saggezza vera.

Foto by Leonora

martedì 26 agosto 2008

Jacopo c'è


Non c'è il due senza il tre e non importa che io sui proverbi sia scettico. Sabato, a Matilda e Alessandro, s'è aggiunto Jacopo, figlio di Martha e Massimiliano. Purtroppo Martha non la conosco, non ancora almeno, Massimiliano invece sì e so che Jacopo sarà un bimbo fortunato. Non gli mancherà un padre capace di distinguere i contorni delle cose, tracciandone ogni volta il chiaroscuro, ispirando sempre un sorriso. Come inizio, non è poco.
P.S. Chi si domandasse: ma questi bambini, non finiscono mai? stia in campana: ho un altro amico fraterno, David, che attende di diventare padre. Forse davvero i proverbi non mentono e il quarto vien da sé.
Foto by Leonora

domenica 24 agosto 2008

Alessandro c'è


Dopo il fiocco rosa (Matilda), un fiocco azzurro. Ieri l'altro è nato Alessandro. A lui, alla mamma Valentina e al papà (un barba papà) Andrea, un abbraccio stretto stretto, di quelli che si riservano agli amici, quando non li si vede da un pezzo.

Lo dico io, che invece agli abbracci non sono abituato. Specialmente quelli con persone del mio stesso sesso. Si tratta di una sorta di pudore, di garbo. Con le donne no, ma il discorso è diverso. Vabbè, mi fermo qua, prima di dar briglie sciolte all'ironia o al doppio senso.

Alessandro e Matilda sono due belle notizie, in questo mese troppo freddo né troppo caldo. Oggi poi è una giornata perfetta, con un cielo terso e un sole che fa passar la luce dappertutto. Per loro non ho regali. Non ancora almeno. Ma un augurio: che la loro vita sia splendida, come questa domenica d'agosto.

Foto by Leonora

venerdì 15 agosto 2008

Matilda c'è


Oggi, giorno dell'Assunta, pochi minuti dopo le due del pomeriggio, con la stessa voglia di arrivare prima che quando corre in bici ha sua madre, è nata Matilda. Benvenuta. E complimenti anche alla mamma, Antonella: ha avuto ragione lei, è nata in anticipo sulla tabella di marcia. Come dicevo, è proprio sua figlia. Volevo dedicare alla piccola, quella che io considero la più bella poesia. S'intitola "Confidare" e l'ha scritta tanti anni fa Antonia Pozzi.


Ho tanta fede in te. Mi sembra

che saprei aspettare la tua voce

in silenzio, per secoli

di oscurità.


Tu sai tutti i segreti,

come il sole:

potresti far fiorire

i gerani e la zagara selvaggia

sul fondo delle cave

di pietra, delle prigioni

leggendarie.


Ho tanta fede in te. Son quieta

come l'arabo avvolto

nel barracano bianco,

che ascolta Dio maturargli

l'orzo intorno alla casa.
Foto by Leonora

domenica 10 agosto 2008

Pensieri minimi


Oggi devono aver tagliato il prato attorno a casa. Non ne sono certo, perchè sono arrivato ch'era già notte, ma ho sentito l'odore dell'erba, lo stesso che si sentiva dalla mia stanza quand'ero bambino e avevo paura del buio e mio padre si portava a casa il lavoro e tagliava con il flessibile dei lunghi cilindri di metallo, per dividere il ferro dal nichel e rivendere entrambi. Si guadagnava così i soldi per terminare la casa dove abito tuttora e che spero un giorno possa ospitare i miei figli. Tre generazioni: è quello che ho promesso, che tenterò di rispettare. Poi accada quel che accada, poiché nulla è per sempre e queste mura, pur preziose per me, non compenseranno i sacrifici di una vita.
E' appena finito un film curioso, Keeping Up with the Steins (con una Daryl Hannah assai in forma). C'è una frase che a un certo punto la vecchia mamma dice al figlio, produttore cinematografico: "Non è come nei tuoi film. Esistono angeli e diavoli nella vita, ma la maggior parte di noi sta nel mezzo". Scritta così è banale, ma recitata nel suo contesto ha un suo perché.
Oggi è tornata la mia amica Maja, dall'Australia.
Stasera ho mangiato una pizza in buona compagnia di Mauro e Marco.
Domani mi aspetta un'altra giornata di lavoro, però comincio come ogni domenica nel pomeriggio, per cui sembra davvero festa e poi non mi pesa.
Madeleine Stowe, in Revenge, è sensualissima. Ho visto cento volte l'inizio di questo film, senza arrivare mai ai titoli di coda.
Sul comodino c'è un libro che mi aspetta: Il libraio di Kabul, di Asne Seierstad.
Tempo scaduto.
Foto by Leonora

giovedì 7 agosto 2008

Un borghesotto piccolo piccolo


Prima regola per non montarsi la testa: non prendersi troppo sul serio, ridere di sè stessi. Se dovessi scordarlo, c'è sempre chi può dare una mano.

Pochi minuti fa, ad esempio, per puro caso ho scovato questo post di tale Nana che parla di me, dicendo testualmente:


WEE!! oggi volevo presentarvi un mito della televisione locale di Como, il caporedattore Giorgio Bardaglio!!Qst'uomo è davvero fantastico!! ammiratore segreto del sindaco Bruni, ha un modo di fare e di parlare tipicamente borghesotto e mi fa morir dal ridere!!io seguo il telegiornale di espansione tv (etg) non perchè mi interessa sapere cosa succede a Como! anke perchè la vita in città non è molto vivace!!!ma soltanto per il gusto di prenderlo in giro cn mio padre!!Giorgio abita al paese confinante con il mio e lo trovo sempre in chiesa!!! io e mio padre ce la ridiamo sempre qnd lo si vede, del tipo k gli dico k vorrei andare da Giorgio a farmi fare l'autografo..o cose del genere!! poi mio padre conosce sua moglie, i parenti di lei e di Giorgio!! perchè anke mio padre è di quel paese!!! quindi io scherzosamente gli dico di sfruttare le sue conoscenze per farmi avere un lavoro!!e così elevare il mio ceto sociale! ah ah ah


Dico la verità, stasera ero un po' "cotto" (traduzione: molto stanco), ma leggere questo post mi ha fatto tornare il sorriso.
Foto by Leonora

venerdì 1 agosto 2008

Stop and go


Sono tornato. Un'ora fa, dopo tre notti e quattro giorni in Friuli, al mare placido (e un poco torbido) della laguna antistante la pineta di Grado. Meravigliosa la pineta, con odore di acqua salata e di resina e di pigne. Grazioso l'albergo, molto curata la cucina, con piatti originali, ben fatti e guarniti (numero uno: il riso basmati con peperoni e gamberi). Troppe, decisamente troppe le zanzare, tenute a bada con scrupolosa aspersione di Off e schiaffoni ben assestati (ben, neanche troppo). Mi sono rilassato, come non mi accadeva da un pezzo. Oltre alle letture (Scalfari, Scerbanenco, Beccaria), mi sono gustato lunghe camminate sulla battigia, talmente preso nei miei pensieri da non accorgermi nemmeno dov'ero. Lunedì riprendo, non mi lamento. Sono un uomo fortunato: ho un lavoro che ho sempre desiderato, dopo averlo atteso per un pezzo invano. Guai a me se non lo ricordo ogni giorno, sarebbe un oltraggio non solo per chi non ha la fortuna che ho avuto io, ma pure per le tante vacanze in cui sulla spiaggia camminavo sì, ma irrequieto, disperando di avere l'occasione di mettere alla prova me stesso.
Foto by Leonora

martedì 29 luglio 2008

PlantiGrado


Tra poche ore parto. Doveva essere l'Olanda, ma sono troppo stanco e ripieghiamo (se di ripiego si può parlare) sul mare. Mare e pineta. Voglia di quiete, relax e buone letture. Ho cominciato oggi "L'uomo che non credeva in Dio", l'autobiografia di Eugenio Scalfari e ho un'altra mezza dozzina di libri in valigia. Sento il bisogno di ricaricare le batterie e temo che se non lo faccio ne risentirà anche il lavoro. Era tanto tempo che non andavo in vacanza con tanta voglia di andarci. Chi mi conosce sa che sono plantigrado e mi muovo con l'entusiasmo di un condannato alla gogna. Questa volta è diverso. Segnale forse che sto cambiando o che davvero sono cotto come una caldarrosta (birolla, in dialetto comasco) e che urge una tregua.
P.S. Una persona speciale mi ha consigliato di abbinare a questi post, invece che esclusivamente fotografia, l'immagine di un quadro. Sono curioso di sapere che opera sceglierebbe per le povere cose che ho scritto oggi.
P.S.S. Per chi non lo sapesse e fosse curioso della meta marina prescelta, sia chiaro che l'ho scritto, pur se in modo non esplicito. Una sorta di "AllenaMente": d'estate i giochi vanno di moda.


Foto by Leonora

mercoledì 23 luglio 2008

Lavori in corso


Dopo la pioggia viene sempre il sereno. L'ho scritto anche come frase di benvenuto, quando accendo il telefono (poi non lo spengo mai, ma è un altro discorso) e in questi giorni sta accadendo davvero: un cielo limpido, un sole splendido, neppure troppo caldo. E' l'estate che preferisco. Non è comunque del meteo (della meteo, direbbero in Svizzera) che voglio parlare, bensì della libertà di stampa. Non l'ho detto il primo giorno che lavoravo a "La Provincia", non l'ho detto il secondo e nemmeno il terzo. Ora però, cinquanta giorni dopo, posso tranquillamente scriverlo: la libertà nei giornali esiste. Nel mio, almeno. Certo, la usiamo con discrezione, poiché libertà non equivale a scrivere quello che frulla per la testa, bensì ricordando che ogni parola messa nero su bianco è destinata a un pubblico, ai propri lettori. Però nessuno mi ha mai detto: "No, questa notizia non la scriviamo" o, peggio, "Guarda che hai scritto questo e invece va scritto quest'altro".
Cosa c'è di nuovo, dirà qualcuno. Per me, tutto.
P.S. A breve, nel mese di settembre, a Como uscirà un terzo quotidiano, "L'Ordine". Un nome a cui sono affezionato: quando ero in quarta elementare mi portarono in visita guidata alle rotative di Grandate, che allora erano un gran esempio di modernità. A dimostrazione che un giornale lo fanno le persone e non le macchine, quel quotidiano fallì pochi mesi dopo. Ora Sandro Sallusti ha rilevato la testata e intende rilanciarlo, puntando su un foglio di pregio, capace di fare appieno ciò per cui i giornali in fondo nacquero: dare un'idea, oltre che una notizia.
Con Sallusti, se risolverà i nodi che ancora lo vincolano, potrebbe esserci Mauro Migliavada, il giornalista "d'inchiesta" che più stimo e con cui ho avuto il piacere di lavorare per otto anni fianco a fianco. Se così fosse sarà ogni giorno un bel duello, perché sanno fare il loro mestiere e non ci saranno alibi, per nessuno. A me, convinto come sono che un "più" d'informazione è sintomo per una città di buona salute, non resta che aggiunger per loro sette parole: in bocca al lupo e buon lavoro.

Foto by Lyonora

lunedì 14 luglio 2008

Nino non aver paura di tirare quel calcio di rigore


Marta, via Facebook, mi ha chiesto come faccio a scrivere in questo blog cose intime, generalmente riservate. Non so come, lo faccio e basta. Mi viene spontaneo e naturale. Poi, ripensandoci, mentre l'altra sera ho fatto un salto dagli amici del "Como blog beer", parlando con Valentina, mi si è accesa una lampadina e ho rivisto questo blog come dall'alto, come invece di solito non succede. Non post dopo post, ma tutto quanto insieme, nella direzione che ha preso e nella forma conseguente: un diario. Un vero diario, uno di quelli che sulla carta non sono mai riuscito a tenere. E ho pensato a me stesso tra dieci anni, mentre lo rileggo e posso rimettere in sequenza i miei passi semplicemente seguendo le impronte che ho lasciato. E ho pensato ai miei amici che potranno fare lo stesso e ricordare chi sono, e agli estranei, che potranno capirlo, e ai miei figli, ai miei nipoti, a cui non avrò soltanto storie da raccontare, bensì potranno scoprire ciò che sono adesso, hic et nunc, qui ed ora. E scoprendo me potranno scoprire anche loro. Lo dico a Giacomo, a mio figlio Giacomo, di 11 anni, che da ieri è partito per la prima vacanza lontano da casa e oggi ci ha già chiamato sei volte, le ultime singhiozzando, perché ha paura la notte e ieri non ha dormito e non vuole che andiamo a prenderlo, ma se lo facessimo sarebbe il bambino più felice del mondo. Non lo faremo, perché è in un posto fidato, con i suoi compagni di scuola, della squadra di calcio. Non lo faremo, perché volergli bene non vuol dire solo tenerlo stretto a sé, bensì aiutarlo a diventare grande, a camminare da solo. Non lo faremo, ma ci si spezza il cuore a pensarlo distante, senza sapere se l'angoscia che aveva gli è passata o se nel suo letto è ancora sveglio, col magone che in gola è un groppo. Lo scrivo adesso, ma avendo per interlocutore immaginario quel Giacomo che quando leggerà queste parole sarà un giovanotto o addirittura un uomo fatto e finito. Perché se gli sembrerà di poter tenere in pugno il mondo, non dimentichi il bambino che è stato e abbia buona memoria anche di suo padre, che in una notte di temporali di luglio, gli era vicino, pur se lontano.

Foto by Leonora