Visualizzazione post con etichetta londra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta londra. Mostra tutti i post

sabato 7 dicembre 2019

Rassegnati alla meta (La gentilezza salva il mondo)


"Dai, che sei alto due metri" ti hanno detto, dopo che sei finito a terra, colpito da uno più piccoletto, che nel saltare ha puntato il gomito, centrandoti al costato.
Tutto normale, se te l'avesse gridato un avversario, l'allenatore, un tuo compagno.
Invece no, a dirlo è stato l'arbitro, un ragazzo più o meno della tua età. Ti sei rialzato scuotendo il capo, arrabbiato, restando zitto, perché ti conosco, ma con gli occhi rassegnati, e li ho notati sempre per lo stesso motivo: ti conosco.
In quell'istante, lo ammetto, sono stato tentato di urlare, di mandare a quel paese il direttore di gara, smentendo anni di teorie e pratica del silenzio, di sostegno incondizionato per chi si rende disponible con giacchetta e fischietto, venendo quasi sempre insultato, a volte persino aggredito, mai o quasi mai ringraziato.
Così mi sono morso la lingua, rassegnandomi anch'io, per cui lezioni oggi non ho da dartene, figlio mio, avendo fatto passare una settimana da quanto accaduto per ribadire il primato della ragione sull'istinto, ricordando che l'unica reazione comprensibile ed efficace, in casi come questo, è dimostrare il proprio valore sul campo, vincendo le partite, non lamentandosi invano.

Altra scena, altro figlio, dodici ore prima, in piena notte, alla fermata del bus, in un paese straniero.
Alle otto del mattino avevamo l'aereo per tornarcene a casa, ma una serie di lavori stradali e la disorganizzazione del servizio informazioni ci avevano indotto a partire dall'appartamento alle tre di notte, poiché per essere certi di trovare un collegamento con l'aeroporto dovevamo tornare dalla periferia della città verso il centro.
Invece, dopo un quarto d'ora di cammino, un bus della medesima compagnia con cui avevamo prenotato (National Express), praticamente vuoto e diretto alla stessa nostra meta, sta per partire dalla fermata che in teoria - secondo quanto avvisato la sera precedente da loro - nessun mezzo sarebbe passato. Apriti cielo. Più contenti di Mosè nel varco creato dal mar Rosso mostriamo il messaggio ricevuto sul cellulare e il biglietto a un marcantonio di autista (sarà stato alto... due metri), calvo come una boccia da biliardo, senza che questi ci degni nemmeno di uno sguardo. "Non mi interessa, dovete aspettare" ci dice, prepotente, incurante delle proteste, prima garbate e poi imploranti, infine degne del più colorito italiano. Nulla, le porte automatiche si chiudono e noi due restiamo lì, valige in mano.
In quel caso però la rabbia è sbollita in breve tempo, giusto i minuti per telefonare all'ufficio reclami (aperto sempre, pure in piena notte) e ascoltare le scuse del povero operatore e camminare un altro mezzo miglio, dove abbiamo trovato un autista più umano.

Due episodi, diversi, con una morale comune: chi esercita un potere non soltanto non dovrebbe essere esente da gesti di gentilezza, ma dovrebbe praticarli proprio, poiché costano poco o nulla e rendono felice chisi incontra sul cammino.
Quando capita a me di essere dalla parte del più forte, vorrei sempre rammentarlo.

P.S. L'episodio del bus mi ha suscitato pure un altro sentimento. Io e Giovanni in quel caso rischiavamo poco, ma mi sono messo nei panni dei genitori che scappano con i figli dalla guerra o da condizioni di pericolo e incappano nella freddezza altrui, in chi è incapace di tendere una mano. Mi è venuto in mente Milan, il nostro Milan, quando è fuggito con suo padre dalla Croazia dilaniata dal conflitto dei Balcani, e insieme a lui molte persone che incontro per strada, ogni giorno, senza sapere cosa hanno provato, quale trattamento hanno ricevuto. Oppure Primo Levi, Anna Frank, Aleksandr Solženicyn, Luís Muñoz, i racconti della persecuzione, le retate, lo sterminio, in ogni epoca e luogo. Davvero spero che Giovanni abbia imparato qualcosa, in quella notte fredda, mentre attorno era tutto buio.

sabato 5 novembre 2011

Godersi la vita

Sul giornale di domani scriverò di Francesca, che il 17 maggio ha lasciato armi e bagagli (beh, certo le armi, per quanto riguarda i bagagli non la conosco abbastanza bene per sapere s'è frugale oppure - come quasi tutte le donne che conosco - riesce a mettere in valigia quanto io non sarei capace di far stare in un armadio a sei ante) per andarsene a Londra.
Sono sempre stato affascinato dalle persone che partono per l'estero, come Riccardo - domani, nel "Sette giorni", parlo anche di lui - che è appena partito per l'Australia. Un'ammirazione che ha origine forse nel fatto che quel coraggio è mancato a me e che ora un poco lo rimpiango, anche se ad essere onesti non molte sono state le occasioni per andarmene e avevo sempre qualche motivo per non spostarmi da casa.
Tommy, con cui ho chiacchierato l'altra sera, va avanti e indietro da Formentera e mi è piaciuta una cosa che mi ha detto, cioè che in Spagna, a Madrid, ma anche Barcellona e altre città della penisola iberica (come mi piace scrivere: "penisola iberica", voi non ne avete idea) la crisi ha cambiato i costumi. "I ragazzi, ma anche gli adulti, non spendono più soldi in vestiti. Preferiscono mettersi un paio di jeans e una camicia e non risparmiare invece quando escono a mangiare, la sera, o a bere, con gli amici, nei locali, in compagnia".
Una constatazione di parte, d'accordo, non una ricerca scientifica, ma a me è piaciuta perché l'ho sentita vera, perché come stanno le cose ora anch'io farei lo stesso, metterei in cima alle mie priorità non un bene materiale, semmai un'emozione, il piacere di vivere un momento unico.
Se ci pensate, è l'esatto contrario di quanto hanno fatto i nostri genitori e la loro generazione, per una vita. Con questo non voglio dire che li biasimo, tutt'altro. Per me restano un modello di temperanza, di buon senso, di capacità di affrontare nel migliore dei modi l'esistenza, senza sprechi e gustandosi appieno ciò che avevano e che si sono ritagliati con sacrificio, gustandoselo ancora di più, proprio per quello, perchè era costato fatica.
La loro lezione resta valida ma credo sia necessario adeguarla, renderla attuale, aggiornarla al tempo che viviamo e alle scoperte che loro stessi hanno fatto quando era troppo tardi. Mi scuserete se mi rifaccio sempre alle persone che conosco, che ho avuto accanto, come la zia Angelina. Era del 1912 ed è morta sulla soglia dei novant'anni, di cui gli ultimi passati tra molti dolori, in carrozzina, lucida di testa ma con le giunture che cigolavano e i tendini rattrappiti, non per caso, dopo decenni di lavoro duro, spesso a lavar panni con olio di gomito, sapone di Marsiglia e acqua gelida. Lasciò a noi nipoti anche una piccola somma. Nulla di che, ma messo via poco alla volta, risparmiando anche sul cibo, perché era fatta così: era cresciuta nella miseria e non conosceva altra via che la continenza.
"Giorgio - mi ripeteva negli ultimi mesi, guardandomi con quegli occhi furbi e insieme taglienti, di chi sa di dire parole di scandalo per chi non capisce nulla della vita - Giùrgin, per anni sono andata la domenica in piazza Cavour, io e il zio Carletto (suo marito, il zio Carletto, alla lombarda, e non lo zio), e bevevamo al Drago Verde, alla fontanella, per non spendere i dieci centesimi della gazosa (gazosa, la chiamiava lei e anche noi, in famiglia, gazosa e non gassosa, ch'è roba di lusso, all'italiana)".
"E adesso - riprendeva tono e vigore da ragazzina, protaendo in avanti il busto e mulinando un indice adunco per l'artrite di cui dicevo prima - adesso potrei berne cento di gazose ma sono così conciata che non posso neanche uscire di casa. Ricordati allora, ricordati della tua zia Angelina. Non sciupare i soldi, ma goditi la vita".
Una lezione che non scordo e che resta una bussola. La bussola della zia Angelina.

Foto by Leonora

mercoledì 10 agosto 2011

Soldi, soldi, soldi... ma non sono tutto


Money, money, money. Soldi, sempre soldi, solo soldi.
I soldi che desidera intascare Eto'o, il giocatore dell'Inter che vuole andare a giocare nell'Anzhi (nell'Anzhi!), la squadra di Makhachkala (di Makhachkala!! Non so neanche pronunciarla Makhachkala...), capitale della repubblica russa del Dagestan (il Dagestan!!! Neppure sapevo esistesse il Dagestan. Pensavo fosse come la Krakozhia di Tom Hanks in "The Terminal"...). Il tutto per una ventina di milioni di euro netti all'anno, per tre anni. Sessanta milioni in tutto. Embé, una bella cifra. Ma non è che ora il signor Eto'o Samuel guadagni al mese 1.800 euro. Ogni anno, sempre netti, stacca un bel assegno da sette o otto milioni. E gioca nell'Inter, farà la Champions, vive a Milano. Sei stanco? Vuoi cambiare? D'accordo, vai in Inghilterra, ti danno gli stessi soldi o anche qualcosina in più e stai comunque da nababbo e giochi ad altissimi livelli, benedetto signore, visto che non sei un pensionato, hai trent'anni, sei nel "buono di un uomo". E poi all'Inter o in altre squadre i soldi te li danno ogni fine mese, certi come la terra che hai sotto i piedi. Chissà nell'Anzhi (nell'Anzhi!), a Makhachkala (a Makhachkala!!), nel Dagestan (nel Dagestan!!!). E non è che vai due mesi, devi restarne almeno otto. Otto per tre ventiquattro. Due anni esatti della tua vita... E sei già ultramilionario... Boh...
"Soldi" sono anche l'ideale dei rivoltosi inglesi che hanno messo a ferro e fuoco (letteralmente Londra). Su questo sono d'accordo al cento per cento con ciò che ha scritto Massimo Gramellini oggi, su La Stampa, e non aggiungo altro.

"Continuo a guardare la foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate. E’ una povera vittima, un relitto disperato della nostra società opulenta, come vorrebbe certa sociologia? Mah. I poveracci sono un’altra cosa: i bambini del Corno d’Africa con gli occhi sbiancati dalla fame, quelli sono vittime e infatti non indossano scarpe griffate. E’ allora soltanto un delinquente «puro e semplice», come sostiene il primo ministro inglese? Anche questa interpretazione è fin troppo comoda. Sembra formulata a uso e consumo dei benpensanti: per non turbarli, per non svegliarli.

Quando i teppisti diventano un esercito e mettono a ferro e fuoco una metropoli occidentale, significa che è successo qualcosa che non si può più combattere solo aumentando il numero dei poliziotti e delle celle. E’ il segnale di un mondo, il nostro, che si sgretola. Un mondo senza politica, senza cultura, senza solidarietà. Il teppista griffato non si rivolta per ottenere un impiego, del cibo o dei diritti civili. Reclama soltanto l’accesso agli status-symbol della pubblicità acquistabili attraverso il denaro. Dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall’uomo, trasformandosi in un valore a sé. L’unico. Quel ragazzo è il prodotto di questa bella scuola di vita. Mettiamolo pure in galera. Ma poi affrettiamoci a ricostruire la scuola".

Non è finita. Oggi ho avuto una brutta sorpresa, pubblicando sulla pagina Facebook de La Provincia il seguente testo: "A settembre il settore Cronaca de La Provincia potrebbe inserire in redazione uno / una stagista. Zero soldi, ma un po' di esperienza sì. Chi è interessato mi mandi una mail ( g.bardaglio@laprovincia.it )". Nulla di che, mi sembrava. Anzi (senza l'h, se no diventerebbe Anzhi e dovrei ricominciare questo post da capo) ero certo fosse il modo più diretto, schietto, leale di allargare il cerchio e offrire un'opportunità a chiunque fosse interessato, abbattendo i paletti del circolo ristretto. Invece, apriti cielo. In poche ore sulla stessa pagina Facebook sono arrivati tre, quattro commenti che facevano sarcasmo sul "zero soldi", aggiungendo frasi maliziose (tipo: "i soliti schiavisti" o "è finita la cuccagna, siete in crisi anche voi") e anche offensive ("avete le pezze al culo"). Fatto sta che, per evitare polemiche, ho tolto il tutto. Con tristezza però, perché mi pareva una possibilità per tanti giovani che ma