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sabato 26 novembre 2022

Il gradino più alto del podio (A sostegno)

Si dice sarete il mio sostegno.
Non è vero. Io sto in piedi da me e da me voglio continuare a restarci, neppure troppo a lungo, andandomene un secondo prima dell’istante in cui dirò o sarò tentato di pensare: “Ai miei tempi sì che…”.
Piuttosto, voi siete spunto di partenza, trampolino, gancio in mezzo al cielo: andando avanti costringete me ad inseguirvi, a non sedermi, a restare aggiornato, cura naturale al decadimento, ch’è ineluttabile, insito nella condizione umana, non può essere evitato.
Affrontato con dignità però sì, invecchiando bene, senza tasso di acidità elevato.
Non è questione di figli, che quelli si hanno o non si hanno e a volte pure chi li ha è come non li avesse, tanto procede nella vita ripiegato su stesso, tronfio delle proprie certezze, incapace di mettersi in discussione, su tutto.
È questione di giovani, di stare loro accanto, di avere la possibilità di frequentarli in qualche modo, nelle famiglie allargate, come vicini di casa, sul lavoro…

P.S. Una nota speciale a margine la voglio mettere collegandomi all’inizio. Sulla bella parola “sostegno”. Sulla grandezza di uno Stato e di una scuola, spesso criticata, con cognizione di causa, da me per primo, che anni fa ha però deciso di introdurre la figura dell’insegnante “di sostegno”.
Certo, l'istituzione dovrebbe fare di più, non limitarsi alla forma, fornire più risorse, liberare dall’assurda burocrazia, dare compimento concreto a un’enunciazione di principio.
Però il poterlo fare meglio, il doverci credere di più, non deve sminuire il valore dell’inclusività, la promozione della diversità, il tentativo di eliminare o almeno attenuare le conseguenze della sfortuna o del destino o del caso o come si vuole chiamarlo, dando appunto supporto, sostegno.
Proprio per questo, per la bontà del proposito e per la fatica nel renderlo concreto, sono ancora più grato a chi l’insegnante di sostegno lo fa, a cominciare dalle molte persone che conosco, di cui sono parente, conoscente o amico: medaglie d’oro di una corsa ad ostacoli altrui, esse occupano - per quel poco o nulla che conta la mia considerazione - il gradino del podio più alto.

martedì 11 ottobre 2022

Ius vitae (Viva l'Italia)

“Cara Italia, perché giusto o sbagliato che sia questo è il mio paese, con le sue grandi qualità ed i suoi grandi difetti.”
(Enzo Biagi)

Tra un paio di giorni si radunerà il nuovo parlamento, il centro politico di un Paese che spesso, noi per primi, italiani, denigriamo.
Abbiamo molte responsabilità, altrettante colpe, come comunità, come popolo. Prima di tutte, forse, il cuore chiuso per la troppa abbondanza, per una ricchezza diffusa che mai abbiamo avuto, anche se la memoria dei contemporanei è sempre corta, guarda miope alle spalle, preferendo la punta del naso.
Di contro, proprio per questo, giusto non fare di tutte le erbe un fascio. Alla sordità che impedisce di udire il grido di dolore di chi emarginiamo fa eco la grandezza di gesti apparentemente scontati, banali, ma che banali e scontati non lo sono affatto.
Prendo esempio da parte di uno scritto ritrovato per caso, a narrazione della festa finale dell'anno scolastico nel mio paese, Lurate Caccivio. È di dodici anni fa, potrebbe essere di ieri l'altro. 
Le maestre "Mariella, Luisa, Manuela e Maria hanno portato quest'anno a termine il ciclo delle elementari in una scuola pubblica, organizzando uno spettacolo finale per tutte le classi quinte. Per due ore e mezzo bambine e bambini hanno intrattenuto la platea di un teatro. Se ne sono viste di tutti i colori, con ragazzi venuti dalla Tunisia e dal Ghana che hanno ballato sulle musiche di Michael Jackson ed altri che hanno preparato scenette in dialetto comasco, qualcuno s'è esibito in un'appassionata 'O sole mio, il tutto farcito di diapositive che hanno riepilogato cinque anni insieme, fianco a fianco. A un certo punto, a metà serata, tutti insieme hanno cantato l'inno di Mameli e noi, a cui viene il prurito per ogni retorica, siamo rimasti ugualmente stupiti e commossi di quell'andare in coro: bambini dai colori differenti ma accolti e cresciuti dalle insegnanti nello stesso modo. Ognuno sa da dove proviene, se da Trapani, dal Senegal o da via Umberto. Le radici per fortuna non sono recise di netto, ricordandoci che siamo frutto di una tradizione, di una cultura differente, che può essere d'ostacolo ma anche arricchire l'un l'altro. Su quel palco, cantando quell'inno, ognuno dichiarava un'appartenenza condivisa, che non rinnegava le differenti radici, semmai le radunava. Lo diciamo schietto: non ci siamo mai sentiti così orgogliosi di essere italiani, figli di un paese che offre una scuola e insegnanti capaci di far sentire ogni bambino a casa. La sua, la nostra".

P.S. Chiedo perdono per interesse privato in racconto d'ufficio se cito una contraddizione che conosco e vivo, da vicino. L'Italia è quel Paese che non riconosce a K., nato nel nostro paese e cresciuto qui, secondo le nostre tradizioni, senza metter mai piede oltre confine, diritto di avere una cittadinanza e un passaporto o anche una semplice carta d'identità valida per l'espatrio, fosse una vacanza in Spagna o accompagnarmi a camminare a sette chilometri da casa nostra, dove la Lombardia diventa Svizzera, Ticino. Al contempo, è lo stesso Paese che ha permesso a K. non soltanto di studiare, ma pure di vivere una vita dignitosa, assumendosi la maggior parte delle spese, in certi casi gravose, per farlo crescere, accudirlo.

martedì 23 agosto 2022

Al riparo del vento (L'ansia contro)

Ti chiedo scusa. Vi chiedo scusa, anzi, a tutti e quattro, per essermi troppo spesso conformato al sentire corrente, al pensiero unico del risultato, della prestazione, del merito scolastico, dicendo a parole “Non mi importa del voto”, lasciando in realtà che quel numero, quella cifra, quella valutazione costituissero la pietra miliare, l'unità di misura, la linea di demarcazione tra bene e male, buono e cattivo, giusto e sbagliato.
Non ce l’ho con chi insegna e giudica: fa il suo lavoro.
Ce l’ho con me, che ho delegato a un parametro altrui ciò che compete a me, al genitore che sono, faticando a staccarmi dall’ambizione dell’eccellenza, spacciando il desiderio mio per bene vostro.
Piuttosto, invece, avrei dovuto valutarvi su un piano diverso, lasciando che la scuola avesse la sua dignità, la sua autonomia, la sua importanza, senza metterci becco, e istituendo a compendio una pagella per le materie che a me, come padre, interessano.
Hai usato il cellulare o la Playstation?
Sette e mezzo.
Hai visto almeno due ore di serie tv al giorno?
Sette.
Sei uscita/o almeno quattro sere a settimana e hai chiacchierato facendo le ore piccole con le amiche o gli amici?
Dieci e lode.
Hai trascorso delle ore senza fare nulla di che, semplicemente “perdendo tempo”?
Otto (se poi lo hai fatto in garage, maneggiando cacciaviti e chiavi inglesi, o tra gli scaffali colmi di libri, leggendo anche soltanto i titoli, senza sceglierne uno, o ancora nell'orto, anche soltanto a staccare dalla pianta le more o un pomodoro: un altro bel dieci, pieno).
Poiché la scuola, il lavoro, il successo, il benessere sono importanti, tanto.
Ma la vita, specialmente quella “di relazione”, nel suo insieme, lo è di più.

P.S. Nulla, naturalmente, mi importa più di voi, del vostro avvenire, e so che niente, ma proprio niente, conta più dello studio e del lavoro, così come tutto, ma proprio tutto, si ottiene facendo fatica, con il sudore della fronte, mettendoci sacrificio, tenacia, perseveranza, talento, impegno.
Queste verità, tuttavia, non necessitano di parole: spero di dimostrarvele tuttora, ogni giorno, con l’esempio.
Se ho scritto ciò che ho scritto non è per desiderio di smentire l'ovvio o il gusto di provocare, bensì poiché ho la sensazione di vivere un tempo in cui sempre più aumenta l'ansia, la sensazione di non essere all'altezza, di non riuscire a stare al passo, con l'angoscia che prende il posto della spensieratezza, della gioia, dell'entusiasmo.
Un vento che soffia violento, specialmente nelle pianure del benessere materiale, dove le incombenze per la semplice sopravvivenza non fanno inciampo ma neppure riparo.

martedì 18 maggio 2021

Tu non mi deludi mai (E mai potrai farlo)

Dicono di averlo trovato in un campo e che aveva diciott'anni.
La tua età.
Non so null'altro. Non ho voluto saperlo.
Ignoro i motivi per cui ha deciso di farla finita, il baratro che dentro lui s'è ampliato tanto da farlo saltare in quel buio che non conosce ritorno.
Troppo dolore, troppo mistero.
Mi aggrappo al tuo sorriso, convinto sia autentico, che non nasconda nulla, anche se non posso esserne certo, poiché insondabile è l'animo di ogni essere umano, compreso quello di chi abbiamo generato e dorme nella stanza accanto da quando è nato.
Voglio soltanto che tu sappia questo: tu non mi deludi mai e mai potrai deludermi, nulla potrà succedere di così ingombrante, pesante, ispido da non essere ascoltato, compreso e, al limite, perdonato.
Vale per te, per i tuoi fratelli, per tutte le persone che ho care, con cui ho condiviso un lembo di cuore, oltre che di cammino.
L'accettazione dei miei limiti, la consapevolezza dei miei errori, la conoscenza delle mie fragilità impediscono la spietatezza del giudizio nei confronti di ciascuno, più ancora delle persone che amo.

P.S. Ho un cruccio. Un cruccio che risale a una decina d'anni fa e riguarda tuo fratello, un'ingiustizia che ha subito e per la quale avrei potuto fare di più, invece di limitarmi a sostenerne insieme con lui il peso e cercare di superarla, andando avanti, trasformando l'ostacolo in un trampolino, cavando dal gramo il buono, convinto com'ero - come tuttora sono - che il gramo esiste sempre, per cui tanto vale non crucciarsi troppo e imparare a superarlo. Credo sia avvenuto proprio questo, per merito suo, che ha saputo reagire,  non senza struggimento, dimostrandosi forte, maturo. Io invece sono stato egoista, pavido, badando al perimetro del mio giardino, sottraendo dalle fauci di un sistema bacato il mio cucciolo, senza pensare che abdicando a una battaglia di principio, altri in futuro avrebbero pagato dazio. Un tarlo che mi rode da parecchio e che da qualche sera s'è fatto più pungente, ascoltando la storia di un altro ragazzo alle prese con una vicenda simile, un regime scolastico per nulla attento alla persona, distante anni luce dai miei ideali di buono, giusto. Te lo racconto non soltanto per confidarti che l'unico a poter deludere me stesso sono io, ma anche perché in questa dirittura finale dell'anno scolastico vorrei che nessuno scordasse quanto tutto è relativo e che l'istruzione è importante, ma la vita lo è di più. Molto di più.

domenica 18 ottobre 2020

Essere educati (Educando)

Debbo molto a tutti, a Paolo Ferrari di più, almeno per ciò che attiene il rapporto con i ragazzi, i giovani.
Un modo di vederli, di apprezzarli, di interagire cambiato radicalmente negli ultimi anni, quelli in cui ho avuto la fortuna di collaborare con lui, imparando innanzi tutto a puntare su di loro, a fidarmi, a coglierne le potenzialità, la ricchezza che hanno.
Se dovessi descrivere il nocciolo di quanto ho compreso, direi che Paolo mi ha insegnato questo: la possibilità di formare i ragazzi, di accompagnarli, di condurli, di educarli, è al tempo stesso un'occasione unica, preziosa, per essere formati a nostra volta, di essere condotti noi, educati dagli stessi ragazzi, in un percorso, una relazione che non è mai univoca, ha sempre una doppia direzione, è circolare.

P.S. I tempi grami che stiamo vivendo, con la pandemia e le conseguenze negative sull'economia, rischiano di spazzare via le esperienze meno collaudate, robuste. Eppure sui progetti di Paolo mi sento di scommettere e li considero una cartina di Tornasole: se riusciremo a fare capire quanto valgono, come possono essere importanti, se verranno compresi, sostenuti, vorrà dire che staremo investendo sul futuro, che ci stiamo preparando al meglio. Altrimenti... Niente. Buonanotte.

mercoledì 7 ottobre 2020

Mamoli e mammole (Speranza)

Nel giorno in cui sui giornali tiene banco la saccenteria presuntuosa del ministro Speranza - che non concedendo nulla al suo cognome innesca una pallida polemica mettendo in alternativa scuola e sport, come se non concorressero entrambi al pieno sviluppo della persona - mi trovo innanzi, nel parco Loreto, a Bergamo, una scena bellissima.
Nell'anello di sentiero tra alberi e prati una dozzina di ragazzi e soprattutto ragazze corrono a perdifiato, con un professore che tiene il tempo e incita.
C'è chi sbuffa, chi arranca, chi impreca, chi non lascia trasparire una piega del volto.
Nessuno però cede, nessuno si tira indietro.
E' una vera ora di educazione fisica, come forse io in cinque anni di liceo non ho mai fatto, pur se stavamo in movimento, giocando a basket o a calcio.
Non oso dire nulla, prima di imboccare il cancello chiedo a una studentessa qual è l'istituto che frequentano. "Il Mamoli" mi sussurra, con l'esigue fiato che le resta in gola senza però mancare l'accenno di un sorriso.
Bene. Oggi ho visto un pezzetto dell'Italia che funziona, di un paese che ha futuro e pure speranza, scritto minuscolo, per non confonderlo con chi il fiato lo utilizza invano.

P.S. Erano più ragazze ho scritto. In effetti di ragazzo ne ho notato solo uno. Lievemente sovrappeso, correva a passo di trotto e sbuffava quanto un mantice, tanto che per qualche istante ho temuto stramazzasse al suolo o buscasse un infarto, accasciandosi esanime al suolo. Invece no. Con fatica, ma anch'egli ha raggiunto l'obiettivo dei giri fissato, ha tenuto duro. L'immagine di quel ragazzo, che a prima vista pareva mio figlio Giovanni l'anno scorso, mi ha "accompagnato" tutto il giorno. Facile emergere quando si è dotati di talento, assai più arduo - e parimenti meritevole - stringere i denti e non lasciarsi prendere dallo sconforto quando occorre sacrificio. Me lo ricorderò ogni volta che a voler arrendermi, per qualsiasi ragione, sarò io.

sabato 26 ottobre 2019

Ultima fila (Lì c'è Paolo)


Mai dire "Te l'avevo detto", sempre stare accanto.
"Un modo di essere, uno scegliere di metterci al fianco, senza rinunciare ad esprimere cosa vediamo da quel punto di vista, a raccontare la nostra esperienza, sperando che possa essere illuminante, evitando imposizioni, assumendosi un rischio".

Lo spiega Paolo Ferrari, una persona fuori dal comune, con cui ho la fortuna di collaborare da qualche anno, contribuendo a realizzare qualcosa di nuovo, utile, bello.
Il piacere maggiore, per me, è proprio stargli accanto, perché non è mai banale e ha una capacità unica nell'individuare il percorso educativo e un rigore fermo nel mettere sempre al centro il ragazzo, il suo cammino.
Il bello invece è che da un paio di settimana, invece di limitarsi a "fare", ci si ferma anche per "dire", per mettere nero su bianco i principi che lo ispirano, le lezioni che a sua volta ha imparato, ciò che l'esperienza nel bene e nel male ha partorito.
Per chi ha figli adolescenti, ma non solo, mi permetto di consigliare una sbirciatina, ogni tanto, ai suoi articoli, che di tanto in tanto posterò anche qua, linkandoli.
Questo ad esempio è il primo e afferma il principio secondo cui gli adulti sono sempre e comunque educatori ed il punto non è cosa facciamo, bensì se siamo credibili o meno.
Il secondo è quello che ho citato all'inizio e che qua si trova in versione integrale, garantendo che è corto e si legge in un fiato.

P.S. Il suo blog si può leggere anche se L'Eco di Bergamo e ha un nome curioso: "Ultima fila", poiché  generalmente soltanto se ci si siede in fondo si riesce ad avere uno sguardo ampio, attento, su tutto.

martedì 10 luglio 2018

Qua la zampa (Complimenti per la maturità)


“È andata bene”. Tre parole, due righe in cronaca, per farmi sapere che anche l’orale della maturità l’hai superato e che da oggi è festa, senza pensieri, uno stacco che hai meritato.
Per cinque anni ti ho vista studiare e impegnarti come io al liceo non ho mai fatto, a volte andare a letto tardi e alzarti prestissimo, ripetendo la lezione con i libri di fronte e il cellulare in mano (per cinque anni il cellulare è stato il tuo vero compagno, ammettiamolo).
Per cinque anni ti ho osservata sorridere, concentrarti, piangere persino, andare in crisi, ridere con le tue amiche del cuore, affezionarti a qualche insegnante, detestarne altri, mandare messaggi, riceverne (con quel modo buffo, ora, per ascoltare i messaggi vocali, con il telefono attaccato all’orecchio dalla parte in cui di solito io parlo).
Per cinque anni ti sono stato accanto pure senza esserti fisicamente vicino, sapendo che non avevi problemi di rendimento, più preoccupato che crescessi serena, poiché la scuola è molto ma non è tutto.
Preoccupato lo ero anche stamani, non per il risultato finale, bensì perché l’esame è una prova per i nervi più che per la mente e i nervi non sempre rispondono a comando.
Mi dicono che a parte un tremolio iniziale della voce e un lungo sospiro tra un capoverso della tesina e l’altro te la sia cavata egregiamente, tenendo la tensione nel recinto.
Sono orgoglioso di te, come dei tuoi fratelli, per come vi state comportando.
Voi siete il mio punto più debole, quello che istintivamente proteggo, come fanno i cani quando si sentono attaccati e si accucciano ritirando e nascondendo più che possono le zampe, rispondendo ad un richiamo atavico, che li porta a preservare ciò che hanno di più delicato e insieme prezioso.

P.S. Le zampe. Non l'addome, la coda, il muso. Le zampe sono ciò che tutti gli animali che ne sono provvisti istintivamente proteggono. Le zampe perché attraverso esse ci si può procurare il cibo, si può attaccare, soprattutto ci si può difendere nel modo più efficace in natura conosciuto: scappando. Non è un caso che, per i cani, porgere la zampa è un gesto di fiducia assoluta, di "amicizia". A volte, Giorgina, vorrei essere come loro, che senza parole sanno esprimere quanto provano. "Qua la zampa" allora. E complimenti di nuovo.

sabato 25 marzo 2017

L'Amore è un filo elastico (Lettere da una professoressa)


Foto by Leonora
"L'Amore è un filo elastico". Lo dice a bassa voce, senza enfasi, come di passaggio, mentre io - ripensandoci - lo scriverei a caratteri cubitali, ci farei una lapide, il titolo di un libro, un tatuaggio.
Me la sono ritrovata di fronte trent'anni dopo, stessi capelli scuri, stessi occhi, egualmente minuta eppure resistente, combattiva, energica, coriacea, soltanto il viso un po' più scavato e le rughe d'espressione e i solchi delle amarezze, delle delusioni, delle sofferenze che ha avuto.
Debbo a lei buona parte dell'uomo che sono, pure se è stata mia insegnante qualche mese solo. Supplente di filosofia, il terzo anno del liceo. Un'interrogazione programmata da tempo, quattro prescelti, il giorno fatidico in classe se ne presentò uno soltanto, io. Ricordo distintamente quella mattina, il desiderio di starmene a casa, il senso di colpa per la tentazione, la volontà di non deludere i miei genitori, persone semplici, che neanche sapevano cosa accadesse a scuola ma avevano una regola semplice: tutti devono fare il loro dovere, andiamo a lavorare noi, vai a studiare tu. Soprattutto per questo, nonostante fossi sostanzialmente un asino, per di più pigro, in cinque anni di superiori non ho mai bigiato un giorno che fosse uno. Nemmeno quello, che pur avevo studiato nulla ed ero entrato in classe con un peso, constatando di essere dei quattro il solo presente all'appello. Per non farmi mancare nulla lei, la professoressa Milani, dopo aver biasimato gli assenti si era lanciata in un elogio, dipingendomi come un Ernesto Derossi da libro Cuore, dicendo alla classe che per fortuna almeno uno era presente, almeno uno non aveva tradito la fiducia riposta, almeno uno aveva studiato.
"Professoressa, devo dirle una cosa - ricordo ora che mi guardavo i piedi, prima di fissarla negli occhi e confessare contrito - non sono preparato".
Silenzio. Trenta secondi di silenzio. Trenta secondi che sembravano cento, un'ora, un anno. Il suo sguardo fisso su di me, qualche sorriso imbarazzato dei compagni. Finalmente la sua voce, ferma: "Non fa nulla, almeno hai avuto il coraggio di presentarti, di dirmelo. A te concedo un'altra possibilità, tra una settimana esatta, questo stesso giorno".
Il finale della storia è spiccio. In quella settimana studiai un sacco, all'interrogazione presi un voto alto e per entrambi i quadrimestri mantenni una media mai raggiunta in nessun'altra materia. Agli scrutini di giugno, seppi più tardi dall'insegnante di scienze, gli altri docenti avevano già deciso che dovevo essere bocciato ma lei, la professoressa Milani, fece il diavolo a quattro, e a differenza di una dozzina di compagni fui risparmiato, con due esami a settembre e null'altro.
"L'Amore è un filo elastico" mi dice ora, che l'ho davanti, parlando del rapporto tra genitori e figli, tra professori e studenti e in generale.
Per trent'anni mi sono proposto di ringraziarla di persona e finalmente, lunedì scorso, l'ho fatto, passandola a trovare al liceo classico, dove insegna tuttora.
L'Amore è un filo elastico, lo penso anche io. L'Amore è un filo elastico che non deve essere né poco lungo, né troppo lasso, a volte bisogna trattenere ma altrettante lasciare andare, dare spago.
E mentre la ascolto, la guardo, inevitabilmente mi emoziono, pensando alla fiducia che mi ha dato, alla scommessa fatta su un ragazzino che anche grazie a lei è diventato uomo.
Lo scrivo qui, per ricordare di essere io a dover dare fiducia, ora, alle molte persone che sulla mia strada incontro e soprattutto per ringraziare lei e tutte le innumerevoli professoresse Milena Milani che sono al mondo.

mercoledì 25 novembre 2015

Emilia non è stupida (Guardare dalla parte sbagliata)

Foto by Leonora
"Emilia si stava convincendo di essere stupida!". Lo dice con foga sua mamma Laura, di getto, come se dovesse prender fiato dopo un'apnea, groppo di dolore tenuto troppo a lungo tra cuore e gola.
Emilia è una ragazza ormai, quarta di quattro figli, nata in una famiglia perfettamente normale o normalmente perfetta, tanto che la mamma la definisce  "famiglia invisibile". Una coppia che si ama, tenore di vita dignitoso, senza sciupare nulla e senza nulla lasciarsi mancare, fratelli che sono sempre andati bene a scuola, zero richiami, pochi brutti voti, mai una nota. Emilia no. Emilia fin dalle elementari ha espresso un disagio, stando male parecchie volte, vomitando persino, tanto che più volte i genitori sono stati chiamati per portarla a casa, con le maestre prima e i professori poi che storcevano il naso e ripetevano la solita litania: "Emilia non studia abbastanza... Emilia potrebbe dare di più... Emilia non si impegna...".
Una discesa ripida e faticosa quanto una salita, con nessuno che riesce a trovare il bandolo della matassa, finché il destino fa uscire il dado che sblocca lo stallo e risolve la storia. Emilia viene sorteggiata per una ricerca sul valore e l'utilità delle riunioni di famiglia in ambito scolastico. Attorno a un tavolo si siedono lei, la sua famiglia, i professori, un "facilitatore" delle relazioni e un "advocat", un "portavoce" potremmo chiamarlo, che parli a nome della ragazza.
Il risultato positivo non tarda ad arrivare, con Emilia che pian piano riprende fiducia, i docenti che allentano la presa e l'inizio di un percorso che porterà alla diagnosi di disturbo dell'apprendimento, concretizzato nella scarsa memoria a breve termine e la necessità di utilizzare tavole e altri strumenti per compensare la mancanza.
"Emilia si stava convincendo di essere stupida!" si sfoga la madre al convegno che racconta in teoria ciò che lei ha vissuto nella sua stessa carne, in prima persona. "Emilia si stava convincendo di essere stupida e se non fossimo stati fortunati nel far parte di questo percorso probabilmente ne saremmo stati convinti tutti, senza scoprire mai la cause delle sue difficoltà e del malessere che ne seguiva".
Riporto questa storia, pari pari a come l'ho ascoltata, ieri, perché Emilia non è sola, di Emilia è pieno il mondo e anch'io ne ho avuto da genitore un'esperienza diretta. Lo scrivo senza pretese di invettiva, con una funzione più prosaica, ch'è quella di lanciare una cima, un salvagente, per tutte quelle famiglie che si trovano in difficoltà e non sanno dove sbattere la testa: non lasciatevi cadere le braccia, non permettete a vostro figlio o figlia di convincersi che è stupido o stupida, cercate il tratto di genio che c'è in ciascuno di noi, perché spesso il problema di noi adulti è che guardiamo dalla parte sbagliata.
P.S. Grazie a David, a Laura, a Elena Meroni, a Francesca Maci e all'azienda speciale consortile Comuni Insieme che mi ha invitato come moderatore della tavola rotonda per spiegare i risultati della ricerca sperimentale sulle "riunioni di famiglia nella scuola". Ogni volta che vado a Bollate torno più fiducioso sul servizio pubblico e sulle risposte che è in grado di offrire nella società contemporanea.

sabato 14 novembre 2015

Generazioni (Elogio della dolcezza)

Foto by Leonora
Carla non c'era. Ha avuto una colica renale ed è rimasta in Inghilterra, dove insegna fisica all'università di Londra. E mancava pure Mauro, a cui debbo tre promozioni su cinque al liceo e lo spunto decisivo per ciò che faccio ora, perché mi passava i compiti in classe di matematica e mi ha trasmesso la passione per il basket, con cui ho cominciato la carriera giornalistica. Assenti all'appello anche un Roberto Pini (ne avevamo due, l'altro c'era), Gianluca Gazzolo, Fabio Giovannelli, Marco Tettamanti, Gianbattista Peduzzi e Maria Pellegrini, unica assolutamente giustificata visto che fa la suora di clausura. Con gli altri ci siamo trovati attorno a un tavolo, a elle, proprio come l'ultima fila dei banchi quando andavamo a scuola.
Trent'anni, un giorno. Trent'anni da quando ci siamo diplomati al liceo, il giorno invece è stato quello della rimpatriata, ieri sera, venti compagni di classe che si rivedono, incrociano di nuovo le strade, si abbracciano come mai si erano abbracciati prima. Sì, perché se c'è un aspetto che mi ha colpito è stato il senso fraterno di questo incontro, come se gli anni avessero limato gli spigoli, eliminato le simpatie a gruppetti e restituito un senso di appartenenza comune, un sentimento di vicinanza con ciascuno, un guardarsi negli occhi e riconoscere nell'altro un pezzetto di sé, scordato per decenni in un anfratto della memoria. "Sei tu!" dicevano gli occhi che incontravo, "Sono io!" rispondevano quelli incontrati, con un sorriso che illuminava i volti, mentre le parole contavano poco o nulla.
Chi legge il mio blog sa che sono convinto che le generazioni attuali siano migliori della mia, che i ragazzi di oggi abbiano delle qualità e una consapevolezza che non io non conoscevo. Ieri sera tuttavia mi sono accorto dei talenti che portano in dono gli anni e che valgono assai più dei molti capelli in meno e di qualche ruga. Prima fra tutte è la dolcezza, la tenerezza dei rapporti, senza imbarazzi, pudore o vergogna. La seconda è la pacatezza, poi l'equilibrio, la capacità di tollerare i difetti altrui e giudicarli con meno durezza.
Ci pensavo tornando a casa e ascoltando alla radio il resoconto della strage di Parigi, degli attentati che hanno portato morte e dolore in Francia. Le ho collegate alle parole udite qualche settimana fa da Padre Pizzaballa, custode di Terra Santa, che raccontava come i terroristi sono ragazzi giovanissimi, tra i diciotto e i ventidue anni e che neppure i loro conterranei più grandi riescono a controllarli, schegge impazzite senza briglia.
Ho una fiducia immensa nei nostri figli, nelle nuove generazioni, mi piace un sacco la purezza dei sentimenti, la rettitudine, il desiderio di cambiare in meglio il mondo, la generosità di relazioni e la gratuità dei gesti. Però come tutte le virtù rischiano di lambire il vizio se non mitigate da una certa accondiscendenza, da un vedere le cose da una prospettiva diversa, più "alta", non più "vecchia". Dettagli che allora non coglievo, adesso sì, proprio perché sono salito in cima alla pianta. E se è vero che la maturità l'ho fatta allora, maturo - e per questi aspetti migliore - mi sento soltanto ora.

P.S. Grazie a Michele Bignami, Rodolfo Sonzogni, Marco Antonio Giamminola, Monica Bernasconi, Patrizia Mattaboni, Giovanni Bianchi, Massimiliano Monaci, Giovanni Braga, Antonello Vella, Marina Briccola, Roberto Pini, Simona Bettarello, Vittoria Fagetti, Luca Corvi, Rossella Castellini, Cristina Corti, Matteo Livio, Giovanni Ruffini, Franca Vitelli. Grazie per avermi fatto sentire importante allora, nonostante al liceo fossi il più asino in matematica, e per non avermelo ricordato ieri sera :-)

martedì 6 ottobre 2015

Il fiume degli anni (How deep is your love)

Foto by Leonora
La canzone è partita all'improvviso, mentre scorrevo distrattamente Facebook. "How deep is your love" dei Bee Gees. In un istante la stanza attorno è scomparsa e la penombra era quella della soffitta della casa di Michele, in seconda media, il gioco della bottiglia, il ballo con la scopa, le chiacchiere delle femmine in un angolo, noi maschi in quello opposto, il giradischi al centro, la colonna sonora della Febbre del sabato sera ed era sabato sì, ma pomeriggio.
Di quella prima festa ricordo lo stupore, la sorpresa: ingenuo già allora, ero stato invitato ma credevo si giocasse a calcio, non mi aspettavo quell'intimità languida, con la percezione netta che si aprisse all'improvviso un mondo. Ballai "How deep is your love" e altri lenti con una mezza dozzina di compagne, tenni la scopa per un tempo che mi parve congruo, poi ci riunimmo in cerchio, toccò il mio turno di fare girare su se stessa la bottiglia che si fermò puntando Rossella e la baciai in modo casto, sfiorandole le labbra appena, ma con un'emozione che dura tuttora, se ci penso.
La seconda media è passata e la terza, università, liceo, amici, ragazze, posti di lavoro... 
Sono trascorse le stagioni, come pietre che rotolano, e credo restino vere per me e per l'intera mia generazione le parole che l'altro giorno ho scritto a Cristina, in occasione del suo compleanno: "Gli anni hanno aggiunto molto senza togliere nulla di buono e so cosa significa il tempo che passa, come un fiume, tracciando solchi e anse ben più profondi dei segni sul viso, ma al tempo stesso, proprio come un fiume, rendendo fecondo e vivo tutto attorno".

sabato 13 giugno 2015

Dieci giusti (nella scuola voglio ostinarmi a credere)

Foto by Leonora
Passano gli anni, mi stupisco di rado ma quando accade l'emozione è più forte.
Deve essere il germoglio di ciò che accade agli anziani, che ne hanno viste troppe per sorprendersi ma non è raro si commuovano, talvolta persino rigando il volto di lacrime.
Abituato per mestiere a incontrare i potenti, mai ne resto ammaliato, scorgendo nove volte su dieci il dettaglio che ai miei occhi li rende deboli e distinguendo sì il loro punto forte con ammirazione, però un'ammirazione lucida, di testa, senza calore. Di contro mi viene un groppo in gola e diventano lucidi gli occhi quando mi trovo d'innanzi una persona normalissima, ma di spessore umano che fa eccezione.
M'è capitato pure stamattina, parlando con un insegnante, una persona della mia età, che in ciò che fa mette cuore.
In tempi in cui sono parecchio critico sulla scuola, irritato dal rifiuto da parte del corpo docente ad accettare qualsiasi riforma che porti a un cambiamento sostanziale, mi riconcilio con quel mondo quando sento una persona assennata, che accetta di dialogare e soprattutto di mettersi in discussione. Mi torna in mente l'episodio biblico di Abramo, che di fronte a Dio finisce con il perorare la salvezza di Sodoma, ingaggiando una trattativa in base al numero dei "giusti". Prima chiede che la città sia risparmiata se se ne troveranno almeno cinquanta e poi insiste ed insiste fino a che la cifra richiesta di assottiglia sensibilmente, scendendo infine a dieci.
Così vale per me, disposto ogni volta a concedere credito ai molti in forza della virtù dei pochi.
Al di là della preparazione e delle competenze conoscitive - condizione minima per insegnare in una scuola qualsiasi - ciò che conta maggiormente per me è lo spessore umano, la capacità di guardare al ragazzo nel suo insieme, aiutandolo a sviluppare i talenti che ha, senza negarne i limiti, aiutandolo tuttavia a superarli: questa è la vera sfida. Se altrimenti si va in classe come si entrerebbe in un ufficio ministeriale deputato ai protocolli, è ovvio che oltre a non cavar sangue dalle rape si otterrà un'aridità generale, con gli ultimi, i meno talentuosi, più penalizzati.

giovedì 28 maggio 2015

I bambini non deludono mai

Foto by Leonora
L'ho chiamata verso mezzogiorno, perché alle otto mi sembrava presto. Erano due giorni fa, il 26 maggio, ed esattamente cinquant'anni prima lei e mio padre si sposavano.
Di quel giorno, oltre ai ricordi e all'album di grandi fotografie in bianco e nero, resta lei e per gemmazione io, nato un anno e mezzo dopo e che senza quella data sarei un nulla assoluto.
Ho telefonato a mia madre perché sapevo che non l'avrebbe fatto nessun altro. Nemmeno mio padre, se fosse ancora vivo, avendo moltissimi pregi, non la sensibilità del romanticismo.
Il 26 maggio, ho appreso alla radio, è anche la data in cui si ricorda la Madonna di Caravaggio, al cui santuario è legato il ricordo più triste che ho da bambino.
Frequentavo la seconda elementare e in gita ci portarono alla Minitalia e a Caravaggio appunto. Fu lì che pranzammo e accanto ad una stele del colonnato dimenticai la "gavetta".
Ora, della gavetta non c'è più traccia, ma a quel tempo era uno dei rari oggetti indispensabili nella vita di un operaio. Si trattava di un contenitore di alluminio o acciaio cromato dove si riponeva il cibo, che poteva essere anche scaldato a bagnomaria, immergendolo in acqua calda.
Dopo pranzo, intento a giocare a perdifiato con i compagni di classe, dimenticai di avere con me lo zaino e salii sul pullman senza portarlo con me, accorgendomi appena partiti ma senza avere il coraggio di proferir parola, tanto meno per fermare l'intera comitiva. A quel tempo ero davvero timidissimo e avevo sempre timore di disturbare, per cui tacqui, covando in principio il dispiacere e man mano che i chilometri passavano la preoccupazione di dover tornare e spiegare tutto ai miei genitori.
Fu mio padre ad arrabbiarsi di più, con quella stizza che anch'io ogni tanto manifesto. Piansi a lungo, affranto. Ricordo mia madre seduta sul divano e io che mi nascondevo dietro lei, singhiozzando fino a mancarmi il fiato, disperato come forse non lo sono mai stato.
La gavetta non la trovammo più e nemmeno la cercammo. Tutto era diverso allora, a casa non avevamo il telefono, non c'era Internet per trovare il recapito del santuario e anche se l'avessimo individuato il viaggio fino a Caravaggio era considerato un'impresa, oltre che costare almeno una mezza giornata di lavoro. Sta di fatto che io piansi un fiume di lacrime ma finii con il sopravvivere, limitando i danni al costo della gavetta e alle cicatrici del ricordo.
A quella gavetta penso spesso, specialmente in questi mesi, che ogni paio di giorni passo di fronte all'ex Minitalia. Adesso sono certo che quel pianto a dirotto non era per la gavetta né per la rabbia di mio padre, bensì per la sensazione di averlo deluso. Oggi, che sono padre anch'io, so benissimo che non è così, ma allora vedevo tutto ad altezza e profondità di bambino, quando persino uno stagno assomiglia al mare aperto. Anche per questo, pur non comportandomi con i miei figli da genitore modello, ripeto loro spesso che non mi deludono. Mai. Neppure quando sbagliano.

giovedì 29 gennaio 2015

Immaginazione (Il mare calmo dei pensieri fuggenti)

Foto by Leonora
Stamattina mi sono svegliato pensando a quanto poco do respiro alle mie capacità di immaginazione. Pur se credo di avere il dono di notare percorsi là dove altri gli ignorano, di creare ponti mentali, di unire puntini chiari al sottoscritto e che una volta divenute linee appaiono come disegni, figure nitide, distinte anche per chi mi sta accanto.
Queste però sono abilità da tecnico, mentre l'immaginazione è altro, è sprazzo di genio, talento d'artista: non soltanto vedere i puntini ma segnarli proprio, sollevarsi da sé senza bisogno di leve, avendo come unico appiglio l'orizzonte, il cielo.
Ci sono esseri umani che immaginando un mondo l'hanno creato, uomini e donne che ignorando la barriera dell'impossibile l'hanno superata.
Gli scrittori di fantascienza. Verne, Asimov... Ma anche gli sceneggiatori di Star Trek, una delle maggiori fucine di invenzioni (ogni volta che chiamo in causa Siri sul telefonino o sul tablet e attendo le sue traballanti risposte non posso fare a meno di andare con la mente a colui che il riconoscimento vocale l'ha pensato per primo). Gli inventori. Leonardo, con le sue macchine volanti. I grandi filosofi. Platone, Hegel.
Teste ispirate, che non coglievano soltanto l'intuizione: la coltivavano.
Lo scrivo qui per Barbara, che fa la maestra e conta trentanove alunni di sette anni, menti da aprire, come suggeriva Einstein, un altro cultore dell'immaginazione. E lo scrivo altresì per me, genitore esigente del fare (fai i compiti, fai bene a scuola, fai musica, fai ginnastica, fai calcio, fai catechismo, fai danza) e distratto se non ostile verso quei momenti in cui corpo e mente sembrano in stallo. Scordo facilmente che le scintille scoccano proprio lì, nel mare calmo dei pensieri fuggenti.
P.S. Per chi è curioso metto qui un articolo di Wired, con dieci retroscena gustosi su altrettante invenzioni.

giovedì 26 giugno 2014

Anni Ottanta: la musica che gira intorno

Foto by Leonora
Per Giulia sono i giorni della maturità (come per Federico, Martina, Micaela, Andrea "Zwooby" e molti altri) e vedo in lei la mia trepidazione di allora. Formidabili quegli anni ma anche no. Cioè, non tornerei indietro, anche se sono contento di averli vissuti appieno, con tutto il candore e lo stupore di un adolescente che sta sbocciando nella speranza di non essere bocciato.
Mi tornano in mente oggi perché David mi ha segnalato un bel post di Luca Sofri sui trent'anni esatti dall'uscita di Purple Rain, di Prince: era il 25 giugno 1984. Quella canzone per me e per David è legata a filo doppio a diverse stagioni più tardi, quando la sentimmo cantare nella via centrale di Copenaghen, accompagnata da una ragazza che ballava in un modo da togliere il fiato. L'articolo di Sofri invece mi ha catapultato di nuovo sui banchi del liceo, con Michele Bignami, Antonio Giamminola detto Marco, Gianluca Gazzolo, Rodolfo Sonzogni, Mauro Colombo, Carla Molteni, Patrizia Mattaboni, Simona Bettarello e molti altri, di cui ometto i nomi per non trasformare queste righe in elenco.
Proprio per non divagare, potendo ciascuno di noi scrivere un libro sui propri anni alle superiori, oggi mi limito alla musica, che aveva in Antonio detto Marco il mio mentore, colui che mi teneva aggiornato, anticipando le tendenze, con una sensibilità direttamente proporzionale al metro novanta e passa che lo distingueva dal resto del gruppo. Il citato Prince, ad esempio, me lo fece scoprire lui, così come altri suoi artisti preferiti, da Paul Young ai Prefab Sproud.
Non ero un ragazzo da discoteca (quella arrivò, di striscio, ma più tardi, che i vent'anni li avevo superati da un pezzo), preferivo e frequentavo l'oratorio, però di musica ne ascoltavo un sacco, anche in tv. Erano i tempi di Deejay Television, con Claudio Cecchetto ma anche Jovanotti, Sandy Marton, Tracy Spencer, Kay Rush, , Fiorello, Linus, Albertino, Amadeus, Gerry Scotti e persino Leonardo Pieraccioni. Qualcuno di loro - penso appunto a Pieraccioni, Fiorello, Gerry Scotti, ma soprattutto Linus - è tra i personaggi che più piacciono a Giacomo, che con i suoi diciassette anni non si perde una puntata che sia una di Deejay chiama Italia, e di ciò lo ringrazio: mi fa sentire meno vecchio.
Concludo con un pensiero che mi consola sul destino del mondo. Allora sembrava che la musica contemporanea (quella degli anni Ottanta) fosse un obbrobrio, poverissima rispetto allo splendore degli anni Sessanta e anche dei Settanta, con i Beatles, i Rolling Stones, Elvis Presley e tutto il resto. Invece ora i vari Terence Trent D'Arby, Guns N' Roses, Kim Wilde, Nick Kamen, Samantha Fox, Wendy and Lisa, Sheila B, Afrika Bambaataa, Run DMC e Public Enemy, Debbie Gibson, Bon Jovi, Mandy Smith, Bryan Ferry, Boy George, George Michael, Duran Duran, Spandau Ballet sono rivalutati e si tende a sputare nel piatto, anzi, sugli Mp3 dei cantanti attuali, che sicuramente saranno osannati dai critici tra qualche decennio. Così va il mondo: basta aspettare e non agitarsi troppo. Buon ascolto.
P.S. Poi ci sono ancora in giro i Rolling Stones, con Mike Jagger che per due ore canta, incanta e corre come un centometrista sul palco, ma questo è un altro discorso...

domenica 4 marzo 2012

Il mestiere di Giotto (sull'ingresso nel mondo del lavoro)

C'è un nuovo social network tutto italiano, si chiama "Egomnia, ha scelto il colore verde e il suo creatore, Matteo Achilli, spiega che l’idea è creare «una classifica degli studenti migliori. Ho pensato che sarebbe stata perfetta per un’azienda privata in cerca di un nuovo stagista o di un dipendente da assumere»".
Penso all'unica vicenda che conosco bene, a me stesso, alla storia che sulla pelle ho vissuto.
Se il modo per "valutarmi" fosse stato quello del curriculum o delle classifica degli studenti più abili probabilmente starei facendo il lavoro di mio padre o l'impiegato pubblico, come in effetti per tre anni ho fatto. Invece ho avuto la fortuna di essere messo alla prova senza credenziali, sulla fiducia, d'istinto, da uomini e donne che mi hanno semplicemente guardato negli occhi e detto: "D'accordo, tentiamo".
Il timore e' che stiamo diventando più severi, esigenti, selettivi, premiando il conformismo della formazione, che pure quand'è d'alto livello non tiene conto o quasi di fattori quali il differente tempo di maturazione, la capacità di adattamento all'ambiente lavorativo, l'aspetto pratico oltre che teorico, la costanza, la determinazione, il miglioramento progressivo.
Non è irreggimentando i giovani che aiutiamo loro a scegliere il percorso per cui hanno passione, talento. Non è matematico, ad esempio, che i migliori a superare i test per entrare alla facoltà di medicina diventino poi medici più bravi di quelli scartati. Eccellere sui libri è un conto, saper prendersi cura un altro (questo l'ho scritto per Stefano, che magari in autunno, finito il liceo, tenterà questa strada, affinché non si abbatta se troverà la porta chiusa e non si sieda sugli allori se gli sarà aperta).
Non ho risposte certe, soltanto domande. Se Cimabue avesse scelto gli allievi dall'Accademia di belle arti avrebbe scelto Giotto?
Forse in un'ottica di flessibilità del lavoro, insieme ad abbandonare l'idea del posto fisso - come ci viene chiesto - dovremmo altresì considerare la possibilità di lasciare ampia la porta d'ingresso e pure quella che permette di passare da un lavoro all'altro.

Foto by Leonora

martedì 28 febbraio 2012

La scuola a testa in giù

Non sono mai andato volentieri a scuola. All'asilo sì e anche all'università (giorni d'esame esclusi). Alle elementari, alle medie e al liceo no. Ricordo che mi pesava tutto, in particolare alzarmi presto, studiare al pomeriggio e l'essere messo alla prova ogni giorno, con interrogazioni e compiti in classe che mi mettevano angoscia da quando mi svegliavo fino a che m'addormentavo, a letto.
Ho avuto qualche insegnante carogna, qualche altro impreparato e cialtrone, la maggior parte bravi uomini e donne, con qualcuno veramente in gamba, che mi ha trasmesso insieme alle conoscenze pure il carburante per la mia curiosità innata.
Ora quei giorni rimossi li ripercorro per interposta persona. Persone, plurale: i miei figli. Soprattutto Giacomo, giovane liceale alle prese con il salto triplo carpiato dalle medie alle superiori, a cui non posso imputare un cattivo impegno. Potrebbe fare di più, è ovvio, ma nel complesso si applica assai più di quanto facessi io. Peccato che nel frattempo la scuola sia diventata più esigente, specialmente la sua, ch'è anche la mia, ma cambiata parecchio.
A volte, lo ammetto, rimprovero a me stesso di aver lasciato che il caso decidesse tutto. Per me non c'è mai stata alternativa al servizio pubblico e non me ne sono mai pentito. Fino a qualche giorno fa, tirando le somme del primo quadrimestre e intravedendo le nubi scure del secondo. "Forse alle medie o anche alle elementari potevo scegliere per lui un percorso diverso, forse lo avrebbero seguito di più, forse avrebbe fatto meno fatica adesso...". Pensieri che mi arrovellano e anche se non esistono controprove - o forse proprio perché controprove non esistono - il tarlo del dubbio scava profondo.
L'altro giorno, tornando da un doppio colloquio, dopo aver parlato con due professoresse brave ma inflessibili, mi sono sorpreso a maledire le insegnanti che alle elementari e alle medie potevano essere più dure, severe, preparandolo meglio. Un pensiero ch'è durato tutto il tragitto da scuola al lavoro e poi nel resto del giorno, fino a che ho ripreso la macchina per tornarmene a casa ch'era già tardi, con tutt'attorno fanali e buio. E' lì che ho ripensato a Giacomo e a quanto egli sia orgoglioso ma pure sorridente, sereno.
Sì, è vero, forse le maestre non lo hanno bacchettato a dovere quando scriveva a zampa di gallina e si fa fatica a leggere ciò che scrive ancora adesso... Sì, è vero, forse qualche professoressa delle medie è stata troppo buona e non l'ha tirato grande come si fa con i cipressi ingabbiati dai pali di legno: dritto come un fuso. Forse sì, è vero anche questo, persino le insegnanti più arcigne non lo sono state abbastanza... Però... Però Giacomo è una ragazzo solare, limpido, un cuor contento. Al diavolo tutti i cattivi pensieri e le angosce del genitore premuroso che sono, opposto esatto (e anche un po' vigliacco) dello studente lavativo che ero. Voglio che lui riesca negli studi, ma non a scapito di ciò che nella vita conta davvero. E se ha bisogno di tempo per maturare, quel tempo glielo concederò, anche perché non scordo di averlo ricevuto per primo io.

Foto by Leonora

martedì 6 dicembre 2011

L'attimo fuggito (e se Nolan avesse ragione?)

Sto diventando vecchio. Me ne sono accorto ieri, rivendendo dopo anni "L'attimo fuggente". Per la prima volta ho pensato che la responsabilità del suicidio di Neil fosse anche del professor Keating, l'amato, adorato, ammiratissimo professor John Keating. Per la prima volta ho anche provato dispiacere, disperazione quasi, per il severissimo padre di Neil, per quel detestabile genitore che soffoca le aspirazioni del figlio, che ne inibisce la creatività, ma paga a prezzo carissimo le sue asprezze. E, ancor peggio, per la prima volta ho dubitato che avesse ragione anche il personaggio monocorde e vile rappresentato dal preside Nolan, quando avverte che è pericoloso instillare il seme della passione, del sogno, in una mente adolescenziale, per sua natura fragile.
Sto diventando vecchio e il bianco e nero non mi basta più, vedo le sfumature e cerco la giusta dose anche negli slanci.
Ci ho ripensato oggi, in due differenti occasioni. Stamattina, appena svegliato, e poi leggendo un messaggio che mi ha mandato Silvia riguardo a una insegnante dei suoi figli, rea di avere usato metodi didattici discutibili e non concordati con il resto del corpo docente, ma per questo messa in croce dai genitori e, quel che è peggio, con forza, violenza quasi, da parte dei colleghi.
"Ma è mai possibile che delle regole debbano considerarsi valevoli per sempre secula seculorum amen? Se i risultati non ci sono perchè non aggiustare il tiro? Chi mina dall'interno un sistema, qualunque esso sia, viene eliminato anche se è apportatore di novità che, poste in modo corretto, possono essere interessanti e costruttive". Se lo chiede Silvia, girando la domanda a me, che non ho risposte. Certo mi piacerebbe che i miei figli non crescano omologati, forgiati con lo stampino, inquadrati e imbalsamati. Per lo stesso motivo, però, vorrei fosse posta attenzione al loro punto di crescita, alla maturità effettiva. Una crescita che li aiuti a puntare in alto senza farli immediamente cadere.

Foto by Leonora

mercoledì 14 settembre 2011

Calabria: l'educazione civica, i ceci tostati e lo scempio

Rimando di un giorno la recensione del villaggio Porto Kaleo (tanto sta chiudendo e fino al giugno prossimo non riapre) per due parole sulla Calabria.
Scrive Cafecaracas a commento del post che precede questo: "La vacanza piu' bella della mia vita l'ho passata proprio in Calabria, a Soverato. L'accoglienza, l'ospitalità, la gentilezza che trovammo lì, ci sorprese e ci fece riflettere sui nostri stupidi preconcetti".
Verissimo. Ospitalità, gentilezza, accoglienza li ho sperimentati anch'io.
Non solo. Mi ha affascinato il racconto di un signore di Arezzo, che a Marinella di Cutro andava a fare campeggio libero trent'anni addietro, quando non esistevano alberghi e strutture attrezzate ma unicamente sperdute case di contadini. Uomini e donne dai volti segnati dal sole e dalla terra grigia di quelle parti, persone d'una povertà che faceva spavento ma che non accettavano soldi o compensi per le verdure che andavi a chieder loro, per abbinare alla carne il companatico. "Gli uomini - ci ha detto il toscano, che nel frattempo s'è costruito una casetta a Scalea - quando ti fermavi a chiacchierare un minuto, avevano sempre in tasca dei ceci tostati, che ti offrivano al momento del congedo, in segno di amicizia. E le donne guai a farti pagare quattro uova o mezzo chilo di pomodori. Per lasciare un mille lire dovevo fare i salti mortali e, quasi sempre, lasciarli sul tavolo e scappare, mentre erano affaccendati in qualcos'altro".
Una fierezza e una generosità senza pari, come dicevo, ed è questa la Calabria che tuttora ci fa restare ammirati, quella che leggevamo nei libri di Alvaro, una terra aspra eppure per molti aspetti del tutto simile a mille altre zone rurali d'Italia, da Ragusa a Bolzano.
Ma c'è un'altra Calabria che in tutta onestà e schiettezza detesto. E' la Calabria dei paesi dove le case sono tutte appiccicate, brutte, quasi sempre senza intonaco oppure non finite o lasciate a metà, con enormi pilastri di cemento, il tetto e qualche parte finita qua e là, a seconda del caso.
E più ancora la Calabria dell'immondizia lasciata ai bordi delle strade, lungo i sentieri incantevoli che dal mare si inerpicano sui rilievi circostanti, sulle spiagge: bottiglie, sacchetti di plastica, imballaggi di polistirolo, vecchi frigoriferi, sacchi neri, pneumatici... Di tutto.
Non ne conosco la ragione, non so perché avvenga, come mai non si abbia cura della propria terra, della culla stessa in cui ogni essere umano lì è cresciuto.
So di rischiare il ridicolo, proponendo soluzioni a problemi complessi e profondi e che sono intrecciati con la natura stessa di una gente che non conosco a fondo. Tuttavia, sforzandomi di pensare che la via migliore che unisce due punti sia sempre la linea retta, ho un suggerimento: cinque ore settimanali di educazione civica in tutte le scuole della penisola, dalle elementari fino al liceo.
Se non possiamo convincere gli adulti dello scempio che attuano, proviamo a formare i nostri figli, insegnando loro che non si gettano i rifiuti per terra, non si abbandonano, che occorre avere rispetto per l'ambiente, in qualche modo preservarlo, custodirlo.
Ore e ore di educazione civica, sia teorica, mostrando il disastro che viene compiuto da chi è incivile, sia applicata sul campo, portando tutti i ragazzi in età scolare a pulire, a eliminare e in qualche modo compensare ciò che generazioni di nonni e di padri ha creato. I figli devono essere coinvolti e responsabilizzati in prima persona, in modo che quando tornano a casa diventino loro i paladini del buon costume e pretendano dai genitori un comportamento più congruo, assillandoli e stressandoli finché la smetteranno di essere sciatti, di comportarsi come se l'intero creato non sia altro che una fogna, dove abbandonare il superfluo.

Foto by Leonora