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giovedì 5 ottobre 2023

Tre pere (Così va il mondo)

Tra i beni che mio padre in eredità ha lasciato ci sono decine di alberi, alcuni cresciuti spontanei, altri piantati da lui medesimo.
Tra questi, nel terreno a due passi dalla casa dove vivo, c’è un pero.
Non un’essenza dal tronco possente, la chioma folta, i rami protesi a sfiorare il cielo: un “pirus communis”, lo dice il nome stesso, nulla di eccezionale, poco più di un arbusto (del resto, anche se molti lo ignorano, appartiene alla stessa famiglia delle rose), alto appena un palmo più della mia testa, tanto che a mani protese se ne può cogliere il frutto.
E così è stato fatto, anche quest’anno, con buona pace di mia madre, che per quella sentinella tremula nel mezzo dell’orto ha un legame speciale e fa eccezione persino alla preferenza per i nipoti rispetto al figlio, visto che conserva per me ogni sparuto frutto, cogliendolo in anticipo e conservandolo con cura, finché arriva a maturazione, con l’inizio dell’autunno.
Un rito laico, celebrato pure quest’anno, grazie a tre pere, non una di più, né una di meno.
E se ne parlo qua, con un lungo preambolo - più buccia che polpa, sarebbe da scrivere - è perché mentre le assaporavo non ho potuto fare a meno di riflettere sulle differenze tra ognuna delle tre e il paragone con i figli, i miei, ma pure tutti i figli e le figlie e le persone del mondo.
Perché, pur provenendo dallo stesso albero e cresciute apparentemente con le stesse riserve di acqua e di luce, ciascuna pera aveva un proprio gusto, originale e diverso.
La prima dolcissima, zuccherina, succosa e deliziosa come nettare, la seconda asciutta e compatta, con sapore sciapo e allappante (“questa pera sa di rapa” avrebbe sentenziato, disgustato, mio padre), la terza migliore della seconda ma non della prima, una via di mezza senza infamia e neppure lode.
Ora, certo un motivo scientifico ci sarà per comprendere il perché delle differenze, ma le spiegazioni qui non interessano.
A importarmi invece è che la pianta sia la stessa, che i geni non siano differenti e che dunque la causa consista in altro.
Vale per me genitore, che le discrepanze in ciascuno dei miei figli le noto.
A me pare di esser fortunato, cioè tutti hanno in comune del dolce, del buono, tuttavia neanche qua sta il punto.
Il punto è che non tutto dipende da me, da noi, poiché esiste qualcosa di più grande, di più forte, che orienta carattere, preferenze, ideali, gusto…
Siamo albero, è vero, ma il frutto, pur partorito da noi, risulta essere “altro”, differente, perché così va il mondo (“va”, nel senso proprio che avanza, muta, si evolve, sopravvive, cioè “vive sopra” anche noi, che l’abbiamo generato).
Una ragione in più per mettersi il cuore in pace e considerare la diversità un valore, qualcosa di buono, bello.

P.S. Piantare alberi. Un gesto antico, che nella civiltà contadina era appannaggio di tutti, mentre ora si delega per di più all’esperto di turno, il giardiniere o la persona - per lo più anziana - che cura l’orto. Piantare alberi tuttavia ha un significato profondo, poiché legato a filo doppio all'aspettativa di futuro, alla volontà di costruirlo o, quanto meno, prepararlo. Vale per i popoli e pure per il singolo, per chi mette a dimora un seme non per sé, bensì lasciandolo in eredità e dunque a beneficio di qualcun altro.

domenica 9 aprile 2023

La pazienza del grano (Lasciar maturare)

Confesso che ho peccato.
Essendo tempo di Pasqua, lo si può confessare.
Uno dei miei errori più gravi, poiché rischia di contagiare che mi sta attorno, è la fretta di concludere, il desiderio di tagliare il traguardo del gioco dell’oca saltando a piè pari le caselle, così come la convinzione - errata - che se aumento la pressione, l’intensità, ottengo risultati più rapidi, un minor margine di incubazione.
Invece no. Esiste un corso naturale degli eventi e una pazienza che va esercitata, per assecondare il destino senza volerlo anticipare, evitando di forzare la mano, generando di conseguenza ansia, apprensione, disorientamento, apprensione.
C’è un tempo per ogni cosa, soprattutto nel saper aspettare. Prendiamo una pianta di pomodori oppure il bulbo di un tulipano o o la spiga del grano o un cucciolo d’essere umano o di animale, nella pancia della madre.
La natura anche in questo è maestra: basta saperla osservare.

P.S. Questo pensiero è dedicato per primo a te, Giorgia, che in questi mesi conduci una battaglia silenziosa e quotidiana contro le tue insicurezze, le aspettative proprie e altrui, l'incalzare tambureggiante delle scadenze, l'ansia di dover trovare una strada o risposte.


domenica 17 ottobre 2021

I belli e la bestia (Fratello Cinghiale)

Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali.
(Immanuel Kant)

Simili e opposti, uguali e contrari.
Il rapporto che gli esseri umani hanno con gli animali è antico quanto il mondo, a partire dalla constatazione elementare che pure noi lo siamo, pur se ci fa spesso comodo dimenticarlo.
Non potendo analizzare in venti righe gli ultimi quattro e rotti miliardi di anni - e neppure i cinquecentotrenta milioni nei quali compaiono i vertebrati - mi limito al recente principio del terzo millennio, con particolare riguardo alla scorsa settimana e ad eventi che mi hanno visto testimone diretto.
Il primo è legato a un acciacco di Larry, il setter irlandese che ci tiene compagnia da sei anni e che da qualche giorno guaisce talvolta di dolore per un apparente dolore alla zampa posteriore destra.
Tralascio la trafila medico veterinaria, degna di un episodio di Grey's Anatomy o di The Good Doctor, con tanto di anamnesi, lastre, tac, antidolorifici, cortisone e farmacia cantando, con cure e premure che soltanto una ventina di anni fa neppure immaginavamo.
Una solerzia d'azione e una partecipazione emotiva circoscritta però all'animale domestico, poiché basta avere setole ispide, pelo irsuto e corpo tarchiato per ricevere ben altro tipo di considerazione e trattamento.
Da qualche tempo infatti - non svernando da queste parti la tigre, il leone, il crotalo o il varano di Komodo, né potendocela prendere con il sempre più emarginato lupo, a cui per secoli abbiamo affibbiato nelle fiabe e negli incubi il ruolo del cattivo - tiene banco il "terrore da cinghiale", con una narrazione che ne descrive le gesta non per ciò che è, ovvero un generalmente pacifico suino, bensì come la maggior parte di noi finisce per immaginarlo.
Ecco così che si ripetono i racconti di cinghiali inseguitori, di cinghiali aggressori, di cinghiali in agguato a bella posta, pronti ad azzannare, ferire, uccidere attaccando alla gola, se il caso.
Una vera e propria campagna diffamatoria, della quale la storia - ne sono certo - ci chiederà conto.
Il problema è la cronaca.
Esiste infatti un amore sempre più diffuso per cani e gatti, le cui caratteristiche innate ricordano inconsciamente quelle dei cuccioli d'uomo, dei bimbi di tre anni, più o meno, con il vantaggio emotivo di restare tali, di non crescere e dunque di stimolare di continuo il potente impulso evolutivo ad accudirli, ad attivare nel cervello le aree legate all'attenzione e alla ricompensa.
Il cinghiale invece, che è grosso e grufola e puzza, anche se quasi sempre si fa gli affari suoi e al massimo - quello sì - devasta prati e campi coltivati, è relegato senza scampo a bestia, a bruto, a nemico persino.
Mentre i soli nemici lo siamo noi, a senso unico, suo malgrado.

P.S. Mai avrei scritto questo post, pur se sovente mi innervosisco allorché sento fesserie sul loro conto, se non fosse che anche mia madre, che in teoria avendo più di ottant'anni dovrebbe avere un briciolo di memoria e di senno, l'altra sera non mi avesse chiesto agitatissima: "Hai chiuso il cancello? E la porta della cucina? Perché ci sono in giro i cinghiali!".
Per lei e per tutti coloro che ne sono terrorizzati, ricordo che (a meno che sia avvenuta di recente una mutazione genetica: chissà, magari il vaccino anti Covid temuto dai No Vax s'è trasmesso a loro) il cinghiale, in novantanove casi su cento, appena sente la presenza dell'essere umano - e la sente quasi sempre grazie all'olfatto, finissimo, o all'udito, più che buono, mentre per vederci ci vede pochino - scappa a gambe levate.
E se anche non dovesse scappare, poiché vi trovate su quella che per lui è una "via di passo", vi basterà voltare le spalle e allontanarvi ed esso non si sognerà neppure di seguirvi.
E se invece si tratta di un cinghiale femmina e ha dei cuccioli e voi avete un cane non al guinzaglio e il cane abbaia o lo attacca e la mamma cinghiale reagisce?
Beh, in quel caso, se vi rincorre e attacca a sua volta, non è "cattiva" lei, siete un poco sprovveduti voi e che siate sprovveduti voi e non è un problema suo.

mercoledì 1 settembre 2021

Pietre tombali (Il destino della pesantezza)

All’aperto, nel prato, in giardino, con i fiori, le piante, imparo sempre ed è un'imparare innanzi tutto a pelle, sulle mani, nella schiena.
Poi viene la testa.
In genere con un’intuizione, lasciata a metà, sospesa, un abbozzo, una perla grezza di cui si comprende il valore senza misurarne la portata.
Una "rivelazione" ad uso personale, senza pretese di universalità alcuna, uno squarcio di verità che mi illumina i pensieri, talvolta pure la via, facendomi riconsiderare azioni, opinioni, convincimenti.
In questo mese di settembre, che per molti è anche un anno che inizia, vorrei metterne un po’ in fila, a futura memoria, condividendoli, sapendo quanto è vago il confine che separa la saggezza dalla banalità e accettando il rischio che vanga oltrepassato, senza pudore, vergogna.

Comincio dalle pietre, siano esse le enormi lastre di ardesia che segnano un sentiero nel prato di casa o il masso di granito trovato anni fa in uno scavo e posto in bella evidenza, sotto l’ulivo, di lato alla porta d'entrata.
Un’imponenza, la loro, una consistenza, una compattezza, che in teoria dovrebbe mettere al riparo dal passare del tempo, dalla caducità a cui sono sottoposte tutte le forme di vita.
Sbagliato.
Il peso è per esse forza, ma nel contempo condanna.
Impercettibilmente, in un processo che dura a lungo e non si coglie se non con il passare degli anni, vengono pian piano inghiottite dal terreno, sprofondano, scompaiono poco a poco alla vista.
È la vita, la minuta esistenza di centinaia di creature - talpe, topi, ragni, bruchi, vermi, insetti, parassiti, funghi, erbe, radici… - che sotto esse trova riparo e un granello per volta sposta la terra, erode il basamento, si rimpossessa dello spazio occupato con tanta sicumera da chi supponevamo forte, stabile, immutabile, invece affonda.

P.S. Dedicato alle nostre certezze, a coloro - io per primo - che vantano su tutto convinzioni “granitiche”, rifiutandosi di porle al vaglio del dubbio, della prova, ignorando che ponendole con pesantezza, come "pietre tombali", se ne sancisce nel nome il destino: quello appunto della scomparsa, della tomba.


mercoledì 11 novembre 2020

L'estate di San Martino (La natura che aggiusta)

Al mio compleanno, da che sono nato, segue il giorno che nella tradizione contadina si dedicava al trasloco, con i lavoratori stagionali che lasciavano la cascina, la casa padronale, con la natura entrata a riposo e poche braccia necessarie a mandare avanti tutto.
È per una coincidenza che in questa data mi sia trovato ad entrare nei locali dove tuttora abito, e oggi, quarantotto anni dopo, riscopra pienamente il contatto con la terra, il gusto di mettere fisicamente mano all'erba, alle piante, al giardino.
Un piacere che in parte ha sostituito quello della lettura, l'unica esperienza che fino ad ora mi permetteva di distrarmi da tutto, di rilassarmi, di riparare, di "aggiustarmi", in qualche modo, entrando e vivendo un altro mondo.
Non so se durerà, se il desiderio irrefrenabile di accantonare tutto e di prendermi cura del prato, dell'orto, delle aiuole, del bosco, sentendomi con la natura un essere unico, durerà a lungo, se sarà un fuoco di paglia o goccia che scava la roccia, che cambia non soltanto l'esterno di casa oppure l'essenza di ciò che sono, dentro.
Faccio pochi calcoli, come ho scritto ieri, "vivo l'attimo", avvertendo tuttavia il germoglio di un cambiamento profondo e intravedendo all'orizzonte il desiderio di essere un uomo diverso, con differenti obiettivi, priorità, la volontà di rifuggire l'ansia, lo stress, togliendo dal piedistallo la carriera, la posizione, il denaro, il comando, entrando più in armonia con il mondo, assecondando la ruota che gira, da sempre, sentendomi parte di un tutto.
Sono sulla soglia di quella stagione di vita tra estate ed autunno. Sto diventando vecchio.
Mi fa un poco paura, ma non mi dispiace affatto.

P.S. L'undici novembre ricorda San Martino, santo guerriero, famoso per avere diviso il mantello con chi aveva freddo. In quel mantello diviso io vedo tuttora un simbolo, il segno del materiale che non può, non deve essere fonte di divisione, piuttosto deve essere diviso, poiché esiste qualcosa di più grande, importante, essenziale, buono. Uno scrupolo attuale oggi, in questo tempo in cui sempre più il denaro rischia di diventare la misura di tutto. Il contatto con la natura insegna pure questo: a mettere in giusta scala il valore del possesso, dell'armonia, del tempo, dei fini, del mezzo.

sabato 31 ottobre 2020

Perdere l'amaro (Come per le olive l'acqua)


Sono arrivato alla fine, era stata una promessa, l'ho mantenuta. Un mese insieme, passo passo, una postilla al giorno, come l'anno scorso sempre a ottobre, anche se rispetto a dodici mesi fa m'è pesato meno. Allora ero giunto con il fiato corto, con l'intenzione di abdicare per parecchio alla scrittura, mentre oggi non sento la necessità di scomparire del tutto, di lasciare a maggese questo lembo di terra. È un "punto e a capo" insomma, poiché tra i molti limiti di questi appunti di viaggio c'è il merito di costringermi a trovare ogni volta uno spunto, un appiglio, osservando meglio la realtà, ciò che mi accade e circonda, per cavarne il buono, per comprenderla e insieme raccontarla.
Oggi, per dire, ho raccolto le olive dall'albero che sovrasta l'entrata di casa. Una pianta che ha una sua storia: abbandonata quand'era ancora in vaso sul palco di un comizio a metà degli anni Novanta, presa in custodia e affidatami da una persona burbera e saggia, messa a dimora nella prima abitazione di famiglia e poi spostata a fatica, poiché nel frattempo era cresciuta, con l'ultimo trasloco.
Da allora fa bella mostra di sé e in anni particolari - come questo - produce una messe di olive che è una meraviglia. 
Se ne parlo è per un dettaglio che mi ha dato da pensare, nel momento in cui i due secchi stracolmi di frutti sono stati riempiti fino all'orlo d'acqua, perché è così, lasciandole a mollo tre settimane o un mese, che le olive "perdono l'amaro".
Perdere l'amaro. Servirebbe anche a noi, specie in questi tempi di bile accentuata, di nervosismo a fior di pelle, di rabbia a fatica contenuta, a causa degli imprevisti della pandemia, che si aggiungono agli inciampi che già di per sé la vita dispensa.
Per gli esseri umani lasciare in ammollo non serve a nulla, se non forse ai reumatismi e all'artrite cronica, tuttavia esistono persone che sono come per le olive l'acqua: aiutano a far "perdere l'amaro", la negatività, il rancore, la durezza, la stizza, con l'esempio e insieme la parola.
Qualche esempio.
  • Comprendendo le ragioni degli altri, "camminando nei loro mocassini per almeno due lune", come insegna la saggezza dei nativi d'America.
  • Considerando gli errori reciproci come involontari, fatti causando dolo ma senza intenzione alcuna, concedendo per principio l'attenuante della buona fede.
  • Perdonando se stessi, le proprie mancanze, le debolezze, le meschinità enormi o spicciole.
  • Riconoscendo che esiste sempre un'occasione di riscatto, la possibilità di svoltare, di imboccare la strada giusta.
  • Apprezzando e concedendo valore a ciò che si ha, invidiando meno quanto si presume manca.
  • Vivendo appieno la compagnia, le relazioni umane, il contatto con la natura.
  • Prendendosela per poco o nulla, consapevoli che per giganti possano sembrarci i nostri impegni, i problemi, gli affanni, sono pur sempre una minuzia, meno di un battito d'ali di farfalla al cospetto dell'universo e dei miliardi di anni preceduti alla nostra entrata in scena.
Un elenco che non prevede fine, potrebbe consistere in una lista infinita, stilata su misura.
Mi fermo qui. All'ambizione della completezza preferisco chi mi indica il percorso, segna una via. Anche questo è buon modo per "perdere l'amaro": sapersi accontentare, non pretendere che ogni cosa sia perfetta, aggiustata, finita.

domenica 25 ottobre 2020

La morale delle piante (Radici che generano)

L'errore è stato aver atteso troppo a lungo la potatura o forse averne sottovalutato l'istinto vitale, l'energia.
Il gelsomino di casa, al limitare del muro di cinta, s'è portato via buona parte delle ore di luce del mio giorno di festa.
Non lo biasimo, né me ne rammarico: un pomeriggio a lavorare in giardino compensa sempre della fatica.
Anche oggi, specialmente oggi, con le notizie tristi e preoccupanti sulla diffusione della pandemia e sulle misure di prevenzione che essa comporta, a margine di una domenica già di per sé grigia, uggiosa.
L'odore di erba bagnata, la consistenza soffice della terra, i colori sgargianti della natura che si rintana, la calma dei gesti compiuti senza che nessuno metta fretta...
Ingredienti semplici di una ricetta ricca.
Restano i calli sulle mani, la pelle delle braccia resa appiccicosa dalle gocce bianche e dense della linfa, i mille pensieri che mi hanno accompagnato dall'inizio alla fine, quando cercavo di districare i rami dalla rete di recinzione. Una matassa complicata, che ha messo a dura prova la pazienza, permettendomi al contempo di comprendere che si tratta dello stesso lavoro che compie ogni giorno chi si occupa dell'organizzazione e gestione di una comunità, di un'istituzione, di un'azienda.
Procedere per livelli, comprendere dove ha origine il problema, fare attenzione a cosa si taglia, assicurarsi che venga preservato ciò che più importa, dare una forma.
Ogni colpo di cesoia, ogni sforbiciata, mi rimandava a quello e a una lezione di sponda. Questa: se la pianta è generativa, per quanto si tagli, tornerà più verde e più bella e più forte di prima.
Marginale è dunque il riguardo o la sapienza del giardiniere, bensì che l'albero o l'arbusto siano di buona radice e messi a dimora nella giusta posizione, con la corretta dose di luce e di acqua.

P.S. Ogni riferimento ai troppi governanti che invece di farci uscire dall'emergenza, contribuiscono ad alimentarla o peggiorarla, non è puramente casuale. Per quanto essi siano giardinieri maldestri, voglio convincermi che la foresta che siamo possa sopravvivere, anche se occorrerà tenere duro e non avere fretta.

lunedì 12 ottobre 2020

Undicesimo (Non invidiare)

Il fatto di cronaca è passato di moda, acqua sotto i ponti, eterna girandola di un sapere senza memoria.
Non per me, non questa volta, che mi ostino a ricordare il titolo dell'articolo in cui l'autore del duplice omicidio di Lecce, a fine settembre, avrebbe confessato uno dei moventi della sua furia: "Li odiavo, erano troppo felici".
L'invidia. La "tristezza per il bene altrui percepito come male proprio". Una debolezza che più delle altre mi spaventa, un po' perché rifugge la luce e pugnala alle spalle, in maniera vigliacca, un po' poiché dei sette vizi capitali è l'unico che nemmeno mi sfiora, per cui mi sento impreparato a riconoscerlo e, non riconoscendolo, a pormi in difesa.
Tentando però di non cedere alla paura, faccio uno sforzo per ignorarlo, evitando di snaturare la mia natura, bensì assecondandola e provando tristezza a mia volta per coloro che ne sono corrosi, logorati nel cuore da quella fiamma, non riuscendo a godere nulla, dovendo convivere con il loro demone ventiquattro ore ogni giornata.
Non ho invidia degli invidiosi, insomma.
L'unica cosa che mi sento di appuntare loro è l'assenza di obiettività: se sapessero mettersi nei panni altrui, infatti, scoprirebbero che la felicità piena non esiste, che ciascuno ha la sua pena e che provare invidia è un farsi del male da sé, non godendo la propria vita soltanto per il torto di immaginare migliore l'altra.

P.S. L'unico invidioso che mi viene in mente, che ho riconosciuto, la tipica eccezione a conferma della regola, è un collega di tempi lontani, il quale tuttavia lo era in maniera puerile, evidente, quasi farsesca, tanto da diventare esso stesso macchietta. Avendone perse le tracce non ne ho più l'occasione, ma se potessi tornare indietro glielo direi, gli farei presente che la sua invidia è proprio un "peccato", nel senso che dispiace come le molte piccolezze offuschino la grandezza del professionista che stimavo, che era e che forse da qualche parte è, tuttora.



domenica 11 ottobre 2020

Senza misure (Dio è quella cosa lì)

Lo faccio di rado, per non dire mai, sapendo quanto lusinga la tentazione di vestire i panni dei mestieri altrui, diventando solitamente negligenti verso il proprio.
In famiglia poi si è sempre guardato con sospetto a chi vuole fare il prete senza esserlo ("Pret fàls" li chiamava mio padre)
Il Vangelo di oggi però, quello della liturgia ambrosiana almeno, continua a rodermi dentro e suscitarmi pensieri che chiedono di uscire in qualche modo, anche a costo di essere depositati qui, senza eccessiva pubblicità, ma neppure nascosti e chiusi a doppia mandata nel cassetto.
Il passo è quello di una parabola, raccontata da Matteo, in cui si fa l'esempio dell'agricoltore che getta abbondante il proprio seme, senza curarsi che vada nel terreno fertile oppure si perda tra i rovi o nei sassi e porti poco frutto o nulla del tutto.
Dio è quella cosa lì. Dio è quell'abbondanza cieca lì, quel continuo creare, germogliare, seminare appunto.
Dio è "hével", che come ha insegnato Erri De Luca in ebraico si può tradurre come spreco ed è ripetuto come una litania nel libro del Qoèlet.
Dio è il contrario di ciò che facciamo spesso noi, cioè misurare, contare, calcolare, programmare, pianificare, risparmiare.
Quando mi si dice che ci stiamo sempre più allontanando da Dio io penso a questo, al nostro continuo "selezionare" piuttosto che "generare", all'uso continuo del bilancino, del braccio corto, del tornaconto immediato, individuale, senza visione abbondante, generosa per il futuro.
L'umanità non si distinguerà per un evento cosmico, apocalittico, bensì per consunzione.
Andremo incontro al peggio quando saremo diventati bravissimi a selezionare il meglio.

P.S. Chi è suscettibile e non crede in un creatore può sostituire la parola "Dio" con "Natura": il pensiero dovrebbe filare lo stesso.

domenica 27 settembre 2020

Io per primo (Cambiare)

“Cambiare” e “convertirsi” sono verbi che si somigliano: entrambi occorre declinarli alla prima persona singolare, se si vuole che si realizzino.
Di questo, con gli anni, mi sono convinto: l’unica certezza di cambiamento comincia dall'io, da sé stessi. Limitarsi all'auspicio o alla pretesa che gli altri possano o debbano farlo è inutile, prima ancora che sbagliato.
Mutare il modo di pensare, i propri convincimenti, gli schemi mentali, non è semplice, figuriamoci le azioni, i comportamenti.
Il cambiamento suscita sempre resistenza, ansia, smarrimento.
Di contro, osservo con stupore la disinvoltura con cui avviene nella natura, specialmente in questa stagione, che del cambiamento è il simbolo.
In essa trovo agio, forse perché in un mese d’autunno sono nato.
Adoro il calore dei colori, che sostituisce quello sulla pelle, ad agosto; il taglio della luce all'alba e al tramonto; le piante che si spogliano del superfluo, andando incontro all'inverno; il profumo greve, dolciastro, della frutta che nessuno coglie, per terra o sull'albero, e che rimanda all'eccedenza, all'abbondanza senza calcolo, senza risparmio: l’unica unità di misura che conosce la natura o, per chi crede, Dio.

P.S. “A scrutare gli abissi altrui siamo bravissimi, ad esplorare i nostri un po' meno” mi scrive David. È vero. Soffriamo di presbitismo. Lontano vediamo benissimo, invece tutto si sfoca man mano che ci avviciniamo. Cercherò di ricordarlo e di farne un buon proposito nei prossimi mesi. Cominciando a cambiare io, per primo.

domenica 3 novembre 2019

Il quinto vuoto (Quando la natura è maestra)


Una distesa infinita, ondulata, sabbia e sabbia e sabbia per chilometri e chilometri, sabbia rossa, cotta, fine, che s'infila nelle scarpe e cede sotto i piedi, rendendo ogni passo uno sforzo, fatica.
Il deserto, il suo spazio fisico, mi lascia sempre sgomento, intimorito, un'inospitalità letale per l'uomo, con il sole a picco sulla testa e zero verde, niente acqua.
C'è un'altro universo però, quello dello spirito, che innanzi al deserto ammutolisce, si interroga.
Il quarto vuoto. Lo chiamano così nella penisola d'Arabia, intendendo "la quarta parte", insieme con cielo, mare, terra. Me lo ha raccontato una persona sensibile, che sa andare oltre l'apparenza e che in quel deserto in questi giorni c'è stata.
"Il quarto vuoto" è un'espressione bellissima, due gocce di sapienza distillate in centinaia e centinaia di anni da popoli che vivono al cospetto di tanta maestosa e temibile grandezza.
La associo a una frase di Bernardo di Chiaravalle ("Troverai più nei boschi che tra i libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà") per ricordare che esiste, deve esistere, una dimensione contemplativa della vita.
Se ottobre l'ho dedicato alla scrittura quotidiana, vorrei che novembre fosse il mese dell'osservazione e dello stupore per ciò che ci circonda, senza fretta, ritagliandomi un "quinto vuoto", quello dentro me, un luogo che a ciascuno è stato dato in dono dalla nascita, ma raramente si abita, sacrificandolo alla superficialità, agli impegni, alla fretta.

P.S. La frase di San Bernardo mi piace perché spiega il motivo per cui le persone semplice spesso sono sagge e, con un po' di immodestia, dà valore ad alcuni post pubblicati in questo blog, sulle lezioni della natura.

martedì 22 ottobre 2019

L'abbondanza del nocciòlo (Ordine e caos)


La natura è generosa, procede per abbondanza, per eccesso. L'ho compreso guardando una pianta di nocciòlo, la miriadi di semi che sparge, incurante che mettano radici o si disperdano nutrendo altri essere viventi, sbocciando sotto altra forma, ma sempre e sempre e sempre, di nuovo.
La misura, il contenimento, il risparmio, sono categorie tipiche dell'essere umano.
Capita spesso, in questi giorni, che mi soffermi a pensare a un piano sopra il cielo, a come siamo piccoli e pure presuntuosi, volendo dare un giudizio su ogni cosa, usando il nostro metro.
Siamo una parte del tutto, non il centro: la scienza lo ha compreso secoli fa, noi fatichiamo.
Ecco perché mi sforzo di adottare un punto di vista diverso, come se l'essere vivente da considerare non fosse quello umano, non fossi io, qui ed ora, bensì l'universo intero e il battito di cuore o il respiro non si contasse in attimi bensì in secoli, in millenni.
Discorsi che portano lontano. In molti sensi.
Penso ai pianeti, alle stelle: tutte sfere.
È un Dio, se un Dio c'è, giocoso: gioca a palla, a bocce, non con il cubo di Rubik.
Potevano avere forme strane, come una goccia di inchiostro che cade sul foglio o i gnocchi della nonna, il venerdì, a pranzo. Invece no. Sfere, perfette.
Mi sono imbattuto, ieri l'altro - mi capita spesso di scrivere "ieri l'altro", ne deduco che sono lento e per pensare qualcosa, per elaborarlo, ci metto minimo due giorni o un giorno e mezzo - ho visto un documentario sulle modificazioni genetiche, sul "codice con cui è scritto il libro della vita", così l'hanno chiamato. Non sono arrivato in fondo. Una dozzina di minuti e ne ero già sazio. Non per paura, per timore, per i dilemmi etici che si pongono e che pure sono vertiginosi o abissali, a secondo del punto di vista da cui guardiamo, bensì perché non sono ancora pronto, perché sono ancora nella fase dello stupore e del sentire (a si sente anche ciò che non si sa) che esiste un equilibrio, un'armonia, che non tutto è caos e perciò non è impossibile che solo caos sia all'origine e alla fine di tutto.

P.S. Sono contento Giorgia che studi filosofia. Ancor più dopo aver visto il documentario di cui sopra, in cui la scienza e la tecnica mostravano tutta la loro grandezza, ma le risposte alle domande che interessano davvero sono altre, le stesse che ci poniamo da quando ammiriamo il cielo stellato.

sabato 12 ottobre 2019

Bestiario minimo (La natura senziente e sapiente)


Il primo freddo l'hanno patito, pur senza fare baccano né con azioni clamorose, di quelle che gli esseri umani utilizzano per richiamare l'attenzione e mettersi al centro della scena.
Loro no. Le galline di mia mamma - quattro splendidi esemplari di un paio d'anni, piume color nocciola - semplicemente hanno ridotto la produzione di uova.
Una sciopero bianco che mi ha ricordato una spiegazione fornita da un esperto di cui ho scordato il nome, non la faccia, sull'incremento dei cinghiali nella nostra zona, quella prealpina.
"Per molti anni i castagni sono stati malati, con pochissimi frutti - mi ha detto, come fosse la cosa più normale del mondo - dunque per l'inverno c'era poco cibo per gli animali selvatici, che mangiando poco non andavano in calore e non si riproducevano. Ora i castagni sono guariti e i cinghiali sfornano cuccioli che è una meraviglia".
Non so voi, ma la natura che si sa regolare, al punto da diminuire o aumentare le nascite, controllandole di fatto, in un ottica di macro ed ecosistema, a me affascina moltissimo, oltre che infondermi fiducia, quasi fosse la prova evidente che non il caso regola la vita, bensì è la vita stessa che si sa adattare e regolare, piegando il caso ai propri disegni, ai bisogni essenziali, primo tra i quali la proliferazione ed esistenza.

mercoledì 2 ottobre 2019

Come si cambia (La lezione del mandarino)

Da un mese e passa la guardo con occhi da innamorato.
È minuta, è vero, giovane anche, pur se le forme sono quelle che avrà da adulta. Parla poco, si fa capire lo stesso, in silenzio, e anche per questo le sono grato: mi insegna il significato di “stare in ascolto”, oltre che l’importanza di essere costante, il valore del prendersi cura come metodo, come stile, impegno quotidiano.
La pianta di mandarino è sul davanzale della casa di Bergamo, incurante dello smog dello stradone sottostante, dopo che per diverse settimane mi ha fatto compagnia all'interno dell’appartamento.
Porta con sé tre agrumi maturi e quando l’ho comprata aveva pure un paio di fiori, che in principio parevamo destinati anch'essi a diventare frutto.
Non è stato così, da un giorno con l’altro i boccioli sono caduti: il suo modo per farmi capire che tenendola vicina vicina, dentro le mura di casa, forse sarebbe sopravvissuta, cresciuta di foglie e di tronco anche, ma senza generare vita nuova. Perciò l’ho allontanata un poco, rinunciando a qualcosa io pur di metterla a proprio agio, restituendola all'aria aperta, a un ambiente più umido, adatto.
Come si cambia, mi verrebbe da scrivere. L'ho scritto.
Non tanto il bonsai, soprattutto io.
Mi sono ritrovato quell'alberello in casa dopo averla acquistato per fare un regalo che infine, per disegni suoi, non è stato consegnato. Ormai però lo sentivo mio e - un po’ perché mi ricorda la persona a cui avrei dovuto donarla, un po’ perché l’ho letto come un segno del destino - invece di sbarazzarmene l’ho adottato, quasi fosse un bambino.
Una scelta azzeccata, che mi ha fatto bene, rivelando una parte sconosciuta persino a me stesso, ricordandomi che si evolve sempre, si cambia appunto, si può cambiare, riscoprendo il gusto di non dare nulla per scontato ed evitando la condanna di guardarsi allo specchio tutta la vita indossando un identico vestito.

venerdì 31 luglio 2015

La guerra dei rovi (dalla parte del bene)

Foto by Leonora
Chi non crede all'esistenza di un'intelligenza superiore, di un essere supremo che ha dato vita alla materia informe, plasmandola con sapienza divina e "programmandola" in modo che si adatti da sé all'esigenze di sopravvivenza, non taglia i rovi.
Lo avesse fatto, fosse rimasto un paio d'ore, d'estate, falce in mano, a liberare dalle piante infestanti una lista di prato o un muro di cinta, avrebbe provato nella sua stessa carne la forma arcuata della spina, che arpiona la pelle dell'avambraccio o di qualsiasi lembo di pelle non coperta e si conficca arpionandola. Per toglierla esistono soltanto due modi: con la forza, a strappo, procurandosi un dolore ancor più acuto di quando nella carne è entrata, oppure - se la spina è una sola, al massimo un paio - ruotandola leggermente, in modo che si stacchi da sé, seguendo il senso d'ingresso.
Non è però dello stupore di fronte a qualsiasi dettaglio presente in natura di cui voglio scrivere, ora. Piuttosto mi incuriosisce l'illusione di forza e al contempo la pochezza unita all'ostinazione del roveto. Esso infatti è rigoglioso e forte e verde, esplode in questa stagione e tutto ammanta e ricopre, all'apparenza inestricabile, arduo da debellare quanto da contenere. Basta tuttavia un poco di attenzione e di destrezza contadina per accorgersi quanto fragile sia, tutto fronde e rami che si inerpicano, ma di sostanza sotto sotto poca o niente, tanto che bastano rari tagli netti alla base per recidere i fusti principali e quel groviglio vegetale subito si inchina, si affloscia, si sgonfia, mantenendo la bruttezza, senza più possanza.
Non è finita. Poiché per averne ragione basta mano ferma e taglio sapiente, ma debellarlo definitivamente è assai più complicato, capace com'è di rigenerarsi da una radice o da un semplice ramo, che da solo si interra e ne crea altri che a loro volta si allungano, incessanti, coprendo tutto ciò che incontrano, armati soltanto di pazienza e di una forza misteriosa il cui nome è vita.
Certi giorni immagino il male che è in me - l'invidia, la disonestà, la debolezza, la cattiveria - proprio simile al roveto: ostinato, pervicace e, se non lo si respinge giorno per giorno, in grado di diventare rigoglioso e ammorbante. Basta però poco per troncarlo: un taglio netto, un'azione decisa, un gesto radicale, uno slancio di bene per districare l'intreccio che ci aggroviglia, soffocando la nostra migliore natura. Una battaglia che ogni volta si può vincere, in una guerra che non finisce mai.
P.S. Dai rovi nascono le more, morbide, dolci, gustose. Perché la natura sa sorprendere, sempre. E forse per insegnarci che anche da ciò che consideriamo male può nascere il bene.

martedì 5 agosto 2014

Miele (anche un po' alle ginocchia)


Andrea, Giovanni e Nicolò all'opera
A lezioni di miele, a lezioni di vita. Ieri sera ho portato Giovanni e i suoi amici Andrea e Nicolò alla Rovall, dove erano state preparate le arnie e tutto era pronto per raccogliere ciò che centinaia di migliaia di api creano durante l'anno. Vedere i ragazzini curiosi, appassionati, increduli persino, mi ha emozionato e intenerito.
A parte la loro espressione meravigliata, tre sono le cose che già sapevo, ma che ho ricordato.
Primo: l'insegnamento che viene dagli insetti e dall'evoluzione degli esseri viventi, precisi in tutto, dalla raccolta del polline al sigillare con la cera le celle, per conservare il miele al meglio, in un ambiente né troppo secco, né troppo umido.
Secondo: la sapienza dell'uomo, che nei secoli ha imparato a sfruttare le risorse naturali, massimizzando i risultati con piccoli espedienti di grande efficacia. Penso ai fogli "cerati", che fanno da canovaccio ai favi e evitano di far perdere tempo alle api, oppure ai "trucchi" per invogliarle a produrre questo o quello.
Terzo: oggi è meglio di ieri e sono sempre più convinto di quanto scritto due settimane fa, cioè che il futuro ci sorrida e occorre essere positivi. Daniele mi spiegava che fino a qualche decennio fa non esistevano le arnie come si usano ora e che per ricavare il miele si usavano metodi che non davano scampo alle api. Questione di cultura, insomma, come per tutte le cose. La sensibilità infatti non si trova in natura, ma si forma, pian piano, arrivando alla meta spesso dopo aver imboccato la strada sbagliata.
P.S. A proposito di oggi che è meglio di ieri: le foreste in Europa sono il 30% in più rispetto al 1950. Un giorno neppure troppo lontano guarderemo alla seconda metà del Novecento con obiettività, riconoscendo che ha concesso una prosperità prima incredibile, ma anche oscura come ci immaginiamo gli anni che precedettero il Mille, nel Medioevo.