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domenica 3 ottobre 2021

Quando cala l'oscurità (La luce dentro)


Le persone sono come le vetrate.
Scintillano e brillano quando c’è il sole, ma quando cala l’oscurità rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce dentro.
(Elisabeth Kubler-Ross)

Quando cala l'oscurità. Cala sempre, prima o dopo. È per noi l'immutabile alternanza della notte e del giorno: può durare poco o tanto, ma ci sarà sempre un buio ad alternarsi al chiaro e di contro un'alba che sfida il tramonto.
Ecco perché la luce occorre averla dentro.
Intendo non la luce ch'è un dono, quella del carattere di chi ha cuor contento o che accompagna le persone serene di natura, poco inclini al tormento.
Piuttosto, la luce accesa dalla volontà, la capacità di vestire i panni dell'altro, di mettersi in ascolto, di scegliere ad ogni bivio il bene, il buono, il sorriso, il tendere costantemente la mano, vedere la parte del bicchiere mezzo pieno, riconoscere le proprie mancanze e le virtù di chi ci sta accanto o che osserviamo da lontano.
Le persone sono come le vetrate.
Non i vetri, limpidi, perfettamente trasparenti.
Le vetrate spesse e opache, colorate, quelle delle chiese o delle case in stile liberty e art nouveau, delle finestre o dei divisori, che illuminano e insieme coprono, quelle saldate con il piombo, pezzo per pezzo, come pezzo su pezzo siamo noi, non banalmente un uno.

P.S. Si fa in fretta a dire: sii contento. Ed è facile giudicare sommariamente da fuori, fare l'addizione delle fortune altrui, evitando di sottrarre ciò che non vediamo, quanto chi abbiamo di fronte tende a celare, a non mettere sul banco. C'è bellezza dentro ciascuno, insieme a fragilità, delicatezza. Per scorgervi la luce occorre attenzione, rispetto, non rompere a sassate il vetro, bensì accostarsi vicino, a volte mettendo le mani sulle tempie, eliminando l'abbaglio che c'è attorno e aguzzando la vista, mettendo meglio gli occhi a fuoco, confidando che ci sia anche ciò che d'acchito non notiamo. Vedere "la luce dentro" è un esercizio che riesce se, per farlo, ci alleniamo.

sabato 2 ottobre 2021

Lasciare un'impronta (Desiderio e cambiamento)

“Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto“
(Thomas Jefferson)

Parto al contrario, proponendo qualcosa che negli anni recenti ho sempre mantenuto: dedicando ottobre a questo spazio, rinnovando il proposito di un post al giorno.
Al tempo stesso, provo a cambiare spartito, inaugurando un modo nuovo, riportando sempre una frase che ho letto o ascoltato da qualche parte o sottolineato in un libro, e aggiungendovi sotto un pensiero.

P.S. La novità scompensa sempre, destabilizza, disorienta persino.
Ho avuto colleghi e amici che l'aborrivano, anch'io però la subisco, l'accetto, piuttosto che auspicarla, favorirla o cavalcarla appena compare all'orizzonte o mentre si fa spazio già al di qua dell'uscio.
A volte, quasi sempre, sono così pigro che piuttosto che fare qualcosa che non ho mai fatto, preferisco rinunciare a qualcosa che non ho mai avuto.
A contare allora non è la capacità di fare un salto, di cimentarsi, di sperimentare, bensì la molla che spinge a farlo, cioè l'aspirazione, l'ambizione e tutti quei sentimenti che si declinano con un desiderio.
In altre parole, il verbo che conta, nella frase di Jefferson, è il primo: vuoi, volere.
Se manca quello, il resto possiamo anche cancellarlo, considerarlo inutile, mai scritto.
Cosa voglio allora? Cosa desidero io, di ambizioso, in questo tempo?
La prima cosa che mi viene in mente è: un obiettivo, una missione, uno scopo. Vorrei lasciare un'impronta, utilizzare pienamente l'esperienza accumulata, mettere a frutto i talenti che ho ricevuto in dono, qualsiasi essi siano.
Se questo è l'auspicio, so anche cos'è che mi manca, cosa non ho mai a sufficienza avuto: disciplina, determinazione, spirito di sacrificio.
Buono a sapersi. Almeno come inizio.

domenica 6 aprile 2008

Dove andiamo? Ci sarà posto?


Mercoledì sera, complice Palmasco, c'è stato il secondo pizza blog comasco. Rimando a ciò che ha scritto Giovanni sulla serata e alle foto messe on line da Elena.

Non voglio né potrei aggiungere nulla allo scontato, dicendo che si tratta di persone speciali, che mi fanno sentire ottimista per il futuro.
In questi giorni poi non sono molto presente, con la testa intendo. Vivo un po' nel mio mondo. Capita.
Ciò non toglie che in un momento di lucidità, meditando su quel benedetto futuro dell'informazione che mi sta a cuore, riflettevo su questo:


  • La logica di sviluppo e di propagazione delle informazioni “in rete” non conosce verticismi, bensì coordinate orizzontali. Per dirla con un esempio che mi pare efficace: in Internet vince non chi ha un megafono più potente, bensì chi è abile a creare un passaparola più rapido e autorevole.

  • Ciò che nella carta stampata ha perso smalto (citare le fonti, non “addomesticare” le notizie, accettare il confronto e se si è sbagliato chiedere scusa) in Internet é una necessità, pena la gogna e la perdita di ciò che distingue tuttora il potente strumento di informazione dal blogger, cioè l’autorevolezza, la certezza di serietà nel reperire, verificare, presentare la notizia.

E cosa centra il Pizza Blog con tutto questo? Nulla forse, se non per un aspetto: giovedì sera mi sono trovato attorno a un tavolo, con persone che stanno preparando la tesi, o che si occupano di grafica, che fanno i commercialisti e i docenti universitari, i consulenti d'informatica e gli addetti del settore tessile, i "responsabili della comunicazione nelle situazioni di crisi aziendale" e i fotografi, e ho compreso più cose sul futuro dell'informazione che stando a contatto per giorni con la maggior parte dei giornalisti.


Forse siamo troppo presi dal mettere un piede dopo l'altro, dal continuare passo dopo passo il cammino, per comprendere dove ci stiamo dirigendo e qual è l'intero itinerario.


Mi viene in mente una vecchia battuta "esistenziale" di Woody Allen: "Chi siamo? Dove andiamo? Ci sarà posto?"


Foto by Leonora

lunedì 28 gennaio 2008

Esmeralda e noi


Si intitola "Espiazione" ed è un romanzo di McEwan, da cui hanno tratto anche un film. M'è venuto in mente perché l'ho letto ieri e perché non so se riuscirò mai ad espiare l'assenza al polentablog di ieri.
Erano i miei amici, i miei nuovi amici, e io non c'ero. Il resto è solo "chiacchiere e distintivo". Cercherò di farmi perdonare, intanto ammetto che mi sono mancati. Mi sono mancati un sacco.

Chiusa parentesi, volevo aggiungere un ringraziamento al mio amico Raffaele, che mi ha regalato un libro della edizioni Leonardo International, a cura di Marco Impagliazzo, dal titolo: "Il caso zingari".
I testi sono di autorevoli studiosi, tra i quali Giovanni Maria Flick e Amos Luzzatto, con un'introduzione di Andrea Riccardi, in cui tra l'altro si legge:
"Questo libro vuole essere un contributo a una cultura politica di ampio respiro, non appiattita sull'emozione del momento o sugli archetipi del nemico, nomade, straniero. E' una rimeditazione di un dramma - quello dello sterminio degli zingari ad opera dei nazisti, dopo una secolare persecuzione - la discussione di un caso, ma anche la proposta di un ripensamento sulle politiche per gli zingari, a partire dalla scuola, cioè dall'investimento sui più giovani. E', anche, un richiamo al pericolo dell'antigitanismo, che viene da una storia antica e si fa disprezzo verso un intero popolo. L'antigitanismo ci rassicura che il nemico della nostra sicurezza è lì, davanti a noi, nei campi, sudicio, accattone, infido, ma in fondo debole, facilmente schiacciabile. L'antigitanismo è un prodotto della paura delle nostre società e si alimenta di stereotipi antichi oltre che dell'esperienza di un contatto, non sempre facile, molto particolare, con gli zingari".
E' questa frase che mi ha colpito: "...il nemico della nostra sicurezza è lì, davanti a noi, nei campi, sudicio, accattone, infido".
E' vero, anche per me che credo di essere antirazzista, aperto alle culture più diverse, convinto dell'importanza del dialogo inter religioso, non prigioniero di pregiudizi. Invece li ho. Nei confronti degli zingari li ho. Per ignoranza, credo. O forse perché in fondo sono "deboli, facilmente schiacciabili".
Non ci avevo mai pensato. Non finché Raffaele mi ha "casualmente" regalato questo libro. Lo leggerò.

P.S. Il libro sugli zingari sarebbe stato un seme gettato sui rovi o tra i sassi se giovedì scorso, su Raisatcinema, non avessi visto insieme al mio figlio più piccolo, Giovanni, un film del 1939, tratto dal romanzo di Victor Hugo "Notre Dame de Paris". Mentre lo guardavo, pensavo al fatto che gli zingari erano a quel tempo perseguitati, che la società del tempo aveva nei loro confronti un sacco di pregiudizi, ma anche al fatto che uno scrittore nonché politico come Hugo avesse scelto di darne una visione positiva, assegnando alla zingara Esmeralda e ai suoi compagni il ruolo di protagonista, in positivo.
Mi domandavo la reazione dei benpensanti di allora, se oggi una scelta del genere sarebbe ripetibile da parte di un romanziere inserito nel "sistema" com'era Hugo. E mi chiedevo se era lui coraggioso o gli zingari diversi o se, tutto sommato, la società dell'Ottocento fosse più aperta della nostra, nel ventunesimo secolo. Domande che ho lasciato sospese a mezz'aria e sarebbero finite nel dimenticatoio se non ci fosse stata la coincidenza del libro ricevuto.


mercoledì 23 gennaio 2008

al Hattabi, il grido e l'uncino


E' vero, lo ammetto: scrivere sul blog in questi giorni mi pesa. Mi pesa come non mi è mai pesato prima e non è colpa di ciò che è capitato quindici giorni fa. C'é dell'altro. Ne parlerò, un giorno.

Oggi però ho letto qualcosa che merita, qualcosa che è degno di essere rilanciato. E' una frase che ho trovato nel libro di Gianfranco Ravasi, "Breviario Laico", che non mi stanco di consigliare perché ci sono perle rare che vi si trovano giorno per giorno.

La frase è di un mistico mussulmano del X secolo, al Hattabi, e recita così: "Ogni uomo altro non è che figlio della sua stessa specie. Ogni uomo ha un'anima, un'anima come la tua, tutti sono sensibili. Sensibili come sei tu".

"Sensibili come sei tu". Il povero, il malato, il carcerato, il diverso, l'altro, e pure il vicino, il collega, il parente, l'amico, ma anche il tuo capo, l'aguzzino, persino il malvagio.

Riprendo un pensiero dello stesso Ravasi, a guarnizione di quella frase. "Anche se sepolto sotto strati di male, anche se protetto da forme di autodifesa scostanti e fin brutali, batte sempre in ogni persona un cuore, respira sempre un'anima. Una poetessa americana, Sylvia Plath, morta suicida nel 1963 appena trentenne, confessava: "Sono abitata da un grido. / Di notte esso esce svolazzando / in cerca, coi suoi uncini, di qualcosa da amare".

domenica 18 novembre 2007

Epicuro il saggio



Approfittando della domenica, oltre ai riti festivi, ho trovato il tempo per dilettare mente e spirito con gli “Aforismi” di Epicuro.

Ne trascrivo tre.


  • “Da ogni cosa ci si può mettere al sicuro, ma nei riguardi della morte viviamo in una città senza mura”.
  • “Nei discorsi tra quanti amano ragionare, guadagna chi perde, perché impara”
  • “L’uomo onesto coltiva saggezza e amicizia, l’una è un bene mortale e l’altra immortale”

martedì 13 novembre 2007

"Il ballo..." in sei frasi


Terminato anche l'altro romanzo breve di Raymond Radiguet, "Il ballo del conte d'Orgel" (Peruzzo Editore, 1995), ne riporto le frasi che ho sottolineato.


  • Pag. 124 "In poche parole, Francois viveva esattamente la sua età. E, di tutte le stagioni, la primavera, se è quella che sta meglio indosso, è anche la più difficile da portare".

  • Pag. 126 "Vivere una fiaba non meraviglia. Solo il suo ricordoce ne fa scoprire il miracolo".

  • Pag. 160 "... loro opponevano la stizza al suo entusiasmo: la carrozza era sporca, un attore non sapeva la sua parte... Gli intenditori devano lamentarsi, pensavano. Ed è ahimè! ciò che dal basso in alto pensano tutti".

  • Pag. 162 "Semplicemente, la signora de Séryeuse non nutriva contro la pigrizia il pregiudizio che nutrono gli umili".

  • Pag. 169 "Il conte d'Orgel nasceva a un sentimento nuovo. Aveva sempre evitato l'amore come una cosa troppo esclusiva. Per amare ci vuole tempo libero, e le frivolezze si accaparravano il suo".

  • Pag. 176 "Ci sono degli esseri come i mari; negli uni, l'inquietitudine è lo stato normale; altri sono un Mediterraneo, che si agita solo per un po' e poi ripiomba nella bonaccia".

venerdì 9 novembre 2007

"Il diavolo..." in quattro frasi


Un po' per dovere professionale, un po' per personale diletto, quando leggo un libro sottolineo le pagine che più mi incuriosiscono.

Terminato "Il Diavolo in corpo" di Raymond Radiguet (Peruzzo Editore, 1995), riporto qualche frase in ordine sparso.


  • Pag. 22 "Mio padre e i miei fratelli si erano annoiati, ma che importava? La felicità è egoista".

  • Pag. 63/64 "L'etichetta di corte è piuttosto semplice, come tutto ciò che è nobile. Ma nulla eguaglia in enigmi il protocollo del popolino".

  • Pag.67/68 "Ma l'amore è pigrizia benefica, come la molle pioggia che feconda. Se la gioventù è ingenua, è perché non è stata pigra. Ciò che indebolisce i nostri sistemi educativi è che si rivolgono ai mediocri, a causa del loro numero. Per una mente in movimento la pigrizia non esiste. Io non ho mai imparato di più che in quelle lunghe giornate che, dal di fuori, potevano sembrare vuote, e in cui osservavo il mio cuore novizio come un arricchito osserva i propri gesti a tavola".

  • Pag. 73. "Me ne avvalsi come quei despoti che s'inebriano di un nuovo potere. La potenza si dimostra solo usandola con ingiustizia".

Per concludere, aggiungo che più del libro in sè mi è piaciuta la biografia dell'autore, talento precocissimo e morto a soli ventidue anni.