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sabato 29 aprile 2023

Super Mario (Bros.)

Ci sono luoghi del cuore e persone che nel cuore altrui trovano dimora e ritagliano - spesso inconsapevolmente - un gheriglio di noce, un nido di presenza, un filamento di bene continuo, incondizionato.
Per averne conferma, per comprendere che sono speciali veramente, esiste una prova, un piccolo test, alla portata di tutti: basta chiudere gli occhi, dedicarvi un pensiero e notare se agli angoli del volto ci si disegna un sorriso, spontaneo come il sorgere del sole.
Una di quelle persone, per me, si chiama Mario ed è un collega giornalista che ho conosciuto a "Il Cittadino", con cui ho avuto l’onore di lavorare e che non sento da anni.
Ieri però, per uno di quei riccioli del destino che dimostrano quanto la realtà sia più varia e sorprendente di qualsiasi fantasie, ho ricevuto sue notizie, da un’amica - Mara - che lo incontra spesso a spasso con il cane al parco di Monza e me lo ha descritto tale e quale a come lo ricordo, una pasta d’uomo, in apparenza burbero ma soltanto per protezione.
Mario, da dopo che se n’è andato un altro collega, Angelo, resta per me il più “monzese” che conosca, colui che incarna della città uno spirito indomito e antico, lo stesso che seppe erigere il Duomo ma scacciare dalle sponde del Lambro prima Sant’Ambrogio, poi San Carlo, non proprio due mammolette.
E sapere che sta bene, che sorride e che condivide un buon ricordo reciproco è stato per me un regalo immenso, della stessa portata - immagino - che per lui ha avuto la promozione in A del Monza e questo campionato di calcio navigato a vele gonfie, dopo un inizio difficile.

P.S. Ho ricordato Mario Bonati, il “monzese” (poiché ce n’è uno anche a Bergamo, di Mario Bonati, che stimo molto, pure per motivi differenti) e Angelo Longoni.
L’elenco di colleghi o collaboratori legati a Il Cittadino e a cui sono grato e affezionato sarebbe tuttavia lunghissimo e se non faccio nomi è soltanto perché qualcuno o qualcuna finirei per scordarla e non me lo perdonerei.
Ciascuno di quei visi, di quelle menti, di quelle storie professionali mi ha dato assai più di quanto io sia riuscito a restituire, perciò sarò loro grato, sempre.
Così come riconoscente resto per una città, Monza, e un territorio, la Brianza, legati da secoli ad asola, eppure profondamente diversi, entrambi ricchissimi, di cultura e umanità prima ancora che di denari.
Nel tempo trascorso lì, nell’esperienza di direttore di una testata storica, ho commesso molti errori (di alcuni me ne sono reso conto, di altri no, e me ne scuso se hanno comportato conseguenze), tuttavia d’un fatto sono certo, senza timore di smentite: ho sempre guardato tutti dritto negli occhi, vedendo sempre, prima di tutto, delle persone, uomini e donne.

sabato 9 ottobre 2021

Un Angelo (Senza retorica)

Le ultime sue notizie le ho avute un lunedì, poco tempo fa, a risposta scritta di un saluto, dalle colline della Valpolicella, dove s’era ritirato.
“Grazie Giorgio, mi sei sempre nel cuore.
Ho passato un anno pesante, ho perso il mio fratellone chirurgo per Covid e mi hanno impianto due stent nella coronaria ma, ringraziando il Cielo, ho tanta voglia di vivere”.
Quella voglia, che già in passato lo aveva salvato - compresa quando raccontava di essere precipitato a bordo di un elicottero, sul monte Bianco - questa volta non è bastata.
Angelo Longoni è uscito di scena con la stessa discrezione con cui il venerdì sera salutava e poi lasciava la redazione: un’uscita di scena garbata, un momento c’era e un’istante dopo se n’era già andato.
Lavorare accanto a lui, come con tutti i colleghi di Monza, è stato per me un onore e un’esperienza umana senza prezzo.
Come coloro rimasti a galla a lungo, conosceva il tempo in cui dare battaglia e quando invece era opportuno ritirarsi, sorridendo pur se in bocca aveva l’amaro.
Appartenuto a una generazione in cui scrivere era ritenuto atto leggero, senza bisogno di eccessiva cautela o di doppia marca da bollo per certificare un aggettivo o un verbo, Angelo aveva una passione civica e un modo tutto suo di relazionarsi con il prossimo.
E quando colpiva lo faceva sempre di stiletto, senza proclami o fiato alle trombe, piuttosto infilzando e poi allontanandosi sorridendo, addirittura fischiettando, come se comparisse sulla scena del delitto per caso.
I rischi di querela maggiori, da direttore, li ho corsi con lui, ed è proprio per questo che mi stava simpatico: un giornale che non azzarda mai è un giornale forse sulla corta distanza più ricco, perché non paga risarcimenti, ma certo più grigio e povero, visto che alla lunga non lo compra più nessuno.
Tra i mille ricordi che lo riguardano, ne scelgo tre.
La serie di articoli che inanellò contro l’allora comando della Polizia Locale.
Le mattinate in piazza a chiacchierare con la gente, il giovedì, all’ombra del camper de “Il Cittadino”.
Il caffè - rigorosamente amaro, senza un grammo di zucchero (“Così cura anche il mal di testa!”) - al bar, mentre parlava della “sua” Juventus.
Buon viaggio allora, Angelo.
Se non detestassi la frasi mielose, aggiungerei che ora lo sei, oltre che di nome, anche di fatto.
Invece ti dovrai accontentare di un abbraccio e di un “grazie”, perché forse non mi hai detto sempre la verità, ma mi hai fatto sentire ogni volta accolto e non mi hai mai negato un sorriso.

P.S. L’amico Massimo mi suggerisce un quarto ricordo: il racconto di quando era stato in coma, a lungo, proprio in seguito all’incidente in elicottero, e si era risvegliato sentendo “un odore buonissimo di torta”.
Chissà se lo sentirà anche ora, dall’altra parte rispetto a dove ci si sveglia di solito.