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mercoledì 4 ottobre 2023

Hai voluto la bicicletta (E io sto fermo)

È tornato dall'Irlanda, dopo due anni e mezzo di vita, studio e lavoro, ripartirà presto e per altro lido, sempre lontano da casa, questa volta in Spagna, a Barcellona: orizzonte certo, tempo imprecisato.
Una decisione su cui non ho proferito verbo, essendo ormai lui un adulto, come ho scritto nel giorno esatto in cui me ne sono accorto, poche settimane fa per altro.
Se lo scrivo qua non è per pettegolezzo, né per mettere in piazza affari che riguardano soltanto lui e al massimo noi, soltanto. Piuttosto perché esiste sempre un certo punto in cui i figli fanno le valigie e vogliono andare via, un'esperienza che per fortuna si ripete, anche se ciò, come ogni distacco, comporta pure una parte di sofferenza, di dolore. "Patire la ferita della loro libertà" scrive Franco Nembrini, nel suo libro "Di padre in figlio", in cui mette in guardia da due possibili errori: "Chiudere la casa per non lasciarli uscire oppure uscire con loro". Invece no. "L'adulto è quello che sta, che resta per la felicità che gode lui, per il bene che intravede lui, per la speranza che vive lui".
Soltanto così, lo scrive innanzi tutto per convincere appieno me stesso, chi se ne va potrà essere a sua volta felice, riuscendo a costruire fuori ciò che per lui esisterà sempre, dentro.

P.S. Aggiungo quello che in apparenza è un dettaglio, ma che quando lo ha comunicato ha suscitato uno stupore che ha lambito la perplessità e lo sgomento: "A Barcellona andrò in bicicletta".
Ora, non dico la madre, che si sa che le mamme sono apprensive e stanno in pena per un nonnulla e vorrebbero sempre controllare se uscendo ti sei coperto abbastanza o non hai scordato l'ombrello, ma pure io un sopracciglio l'ho alzato. Non per lui, che ha gambe e cuore d'atleta e in bicicletta potrebbe fare il giro del mondo, bensì per le insidie della strada, gli automobilisti distratti, i mezzi pesanti, le intemperie del meteo, l'organizzazione complessiva del viaggio... Poi, passato lo scossone iniziale e messo da parte l'istinto primario di protezione, è subentrata sua maestà la ragione e tutti i motivi per cui accettare la dose di rischio (gli stessi, ad esempio, di quando abbiamo detto di sì a Giovanni che voleva il motorino).
Perciò non mi resta che ricordare il post scriptum d'un anno esatto fa, che calza anche oggi a pennello: "La sensazione di precarietà è sovente abbinata al desiderio di tenere tutto sotto controllo, alla mania di gestire ogni cosa, alla paura di “lasciare che sia”, mollando la presa, affidandosi alla corrente, al mare aperto. Altrettanto spesso, specie in questo tempo, mi conforta e fa da bilanciere la lezione delle tragedie greche, di Elettra, di Edipo, sull’ineluttabilità del destino, la circostanza che nulla dipende veramente da noi e che dunque darsi troppa pena, oltre che sciocco, sia vano".

lunedì 3 ottobre 2022

In viaggio (Alla ricerca del buono)

“La propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose”
(Henry Miller)

I lacrimoni sulle guance, al momento dell'abbraccio, si sono asciugati presto. Almeno così mi piace pensare: che appena superata la porta a vetri dell'aeroporto il dispiacere per il distacco abbia lasciato spazio al desiderio del viaggio e all'apprensione per le ultime pratiche, prima dell'imbarco.
Tre mesi. Probabilmente meno.
Un tempo che ti sei ritagliata con piglio, per viaggiare in lungo e in largo, oltre oceano, “a zonzo", come direbbero i superficiali e i sarcastici.
In verità l'obiettivo - concordato - è assai più alto e consiste nel coltivare la libertà e mettersi alla ricerca del bello, del vero, del buono. Non dell'utile. O meglio, l'utile non per filo diretto, per calcolo, bensì come conseguenza, a specchio, esattamente come chi cerca di creare valore e di sponda ottiene denaro.
"Se non ora, quando?".
Me lo sono ripetuto spesso, per te, che a ventidue anni hai l’occasione giusta per farlo. Lo penso pure adesso, anche se la lontananza non è affatto simile al vento, semmai è una pietra sul petto, un risucchio allo stomaco, una sensazione di perenne nostalgia, placata soltanto dal bene che ti voglio e dalla gioia nel sapere che spieghi le ali, che diventi grande coltivando curiosità, interessi, passioni, entusiasmo.

P.S. Ciò che di più profondo vorrei esprimerti, le parole non dicono. Gli sguardi, forse. Gli abbracci. Il salutarsi o congedarsi stringendosi forte, stretto stretto. Anche così però so che tutto il sentimento che provo non trova descrizione, confine, forma, recinto, alfabeto. Tu sai tutto questo, poiché lo senti a tua volta. Il resto conta, ma zero.

sabato 31 luglio 2021

Il cielo d'Irlanda 2 (Il trapezista ostinato)

Hai spiegato le ali, sette mesi fa, prendendo il volo e svoltando ad angolo acuto la tua vita, accelerando in curva, senza deragliare.
Ti ho rivisto venerdì scorso, per la prima volta dopo la mattina in cui ti avevo accompagnato all'aeroporto, in tasca un biglietto di sola andata per l'Irlanda e l'entusiasmo incosciente di chi non ha paura di osare, mettersi in gioco.

Venirti a trovare non è stata una mia idea, pigro come sono e riottoso a mettermi in moto, preferendo viaggiare con la mente, come spesso mi capita, tuttora, nonostante gli anni.

A insistere è stata piuttosto tua madre, con l'ostinazione e la tenacia che la distingue, premiata da quell'abbraccio nel ritrovarti che mi ha fatto sentire grande e al tempo stesso piccolo, rispetto al bene che lei ti vuole (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi, che infatti apro, sul nodo che lega due creature che hanno condiviso uno stesso grembo, un sentimento che in natura, per intensità e frequenza di vibrazioni, non ha pari, schianta qualsiasi paragone con il resto).

Ho archiviato tutto ciò nel seminterrato dei ricordi, assaporandolo di tanto in tanto, consapevole che ogni giorno qualcosa si perde, ma alla fine, per decantazione, resterà il meglio, il nocciolo delle emozioni, cioè il piacere di averle provate.

Se ne scrivo qui è proprio per lasciare un segnaposto, un pro memoria per i giorni a venire, abbinato all'orgoglio di aver visto lì una parte dell'Italia migliore, i tuoi amici di Caserta e di Salerno e di Bari, che in quel paese dove per gran parte dei giorni piove e tira vento si guadagnano un poco più del pane e lo fanno senza fanfare né medaglie, impegnandosi, in silenzio.


P.S. Mi hanno insegnato che "chi si loda si imbroda" e che "ogni scarrafone è bell' 'a mamma soja", perciò non mi sfiora neppure il pensiero di caricarti sulle spalle elogi fuori luogo.

A differenza di chi parte per necessità tu lo hai fatto per scelta, con la rete del trapezista ben spiegata sotto. Non è un dettaglio trascurabile, accessorio.

Però misurare la distanza che ogni mattina alle sei e mezza fai in bicicletta per recarti al lavoro; immaginare il maltempo che quasi sempre c'è lì e quanto arrivi zuppo, prima ancora di cominciare il turno; notare i calli, le fiacche, le cicatrici sul palmo e sul dorso delle mani, mi hanno fatto sentire fiero di te, degno erede - più di me - di chi ti ha preceduto.

venerdì 15 gennaio 2021

Il cielo d'Irlanda (Buon vento)

Ci siamo abbracciati così, di sfuggita, di fronte alla porte chiuse di una parentesi aperta, l'aeroporto che ti ha portato via.
Sei partito all'alba, destinazione Irlanda, per qualche mese, scegliendo un lavoro che non c'entra nulla con la tua recente laurea, ma che mi rende fiero di te, perché mestieri di manovalanza hanno dato terra alle radici della famiglia di cui sei fronda e, in futuro, quando magari seguirai percorsi diversi, saprai sulla tua pelle cosa significa l'umiltà di una mansione, il sudore che si accompagna al pane e come gira il mondo quando si nuota nella parte meno a galla.
Nella tasca del giaccone ho la busta che mi hai lasciato in mano, dopo esserci salutati, aggiungendo soltanto: "Questa è per te e per la mamma".
Credo che la diga si sia sgretolata lì, nell'istante esatto in cui mi sono voltato per tornare alla macchina.
Un groppo in gola che non era timore né tristezza. Resti un ragazzo fortunato, con un paracadute ampio sulle spalle, per cui anche una sola lacrima versata avrebbe il sapore del melodramma.
Se mi sono commosso, piuttosto, è poiché nel tuo andare ho avvertito il senso di un distacco, di ogni distacco, del destino di qualsiasi essere umano che, a dispetto di tutto, resta sempre e soltanto una linea retta.
Non voglio però essere greve. Ogni nube si è dissolta velocemente e ora che le vele sono spiegate l'unico desiderio è che tu abbia buon vento, consapevole che, per quanti porti ti attendono, qui avrai sempre casa.

P.S. No, non l'ho letta. Ce l'ho ancora nel giaccone, quella lettera. Sono curioso per mestiere e per natura, ma non è indirizzata soltanto a me, per cui saprò aspettare, almeno fino stasera.

martedì 7 luglio 2020

La stagione della farfalla (Attesa e pazienza)

Abbiamo smarrito la virtù della pazienza. Ed è un paradosso, nell'era in cui l’essere umano può vivere mediamente più a lungo di quanto sia mai riuscito. 
Ci manca pazienza con i figli, che desideriamo già grandi subito.
Ci manca pazienza con le verdure dell’orto, che vorremmo mature presto, comprandole anche fuori stagione al supermercato.
Ci manca pazienza nel lavoro, dove pretendiamo risultati immediati e ragionare in termini di lustri o decenni sembra un abominio.
Ci manca la pazienza di piantare alberi, di costruire cattedrali, di immaginare una società che abbia fiato lungo e prosperi per le generazioni che seguiranno.
Ci manca la pazienza di attendere il perdono, di accettare il mistero, di mettersi di impegno per sanare un torto.
Ci manca la pazienza del corteggiamento, dell’attesa di un bacio, dell’intimità di un rapporto.
Ci manca la pazienza di tollerare gli errori, di comprendere le ragioni, di convincere l’altro o di farci convincere, nel caso.
Ci manca la pazienza di arrivare in fondo a un libro, a un post, a un articolo.
Ci manca la pazienza un po' su tutto.
Viviamo la stagione breve della farfalla, senza la sua leggerezza.
Abbiamo più tempo, ci sembra sempre meno.
Ignoriamo la meta e nel mentre non ci gustiamo neppure il viaggio.
La buona notizia è che la pazienza non è un dono riservato a pochi: si può trovare, coltivare, costruire, pian piano. Con pazienza appunto.

P.S. Questo, come gli altri, è un post scritto innanzi tutto per me stesso, che sono il primo a non avere pazienza, a pretendere tutto e subito. Le lezioni migliori le prendo dai miei figli, che premiamo le attese concesse loro e puniscono le impazienze che ho avuto. Così guardo con orgoglio Giacomo che mangia le zucchine, Giovanni che apprezza la pallacanestro, Giorgia che si interessa di politica, Kadir che guarda film in inglese, mentre ancora aspetto il giorno in cui mi chiederanno di tornare in un museo, dopo che quando erano piccoli li ho tenuti per sei ore agli Uffizi di Firenze, sperando di infondere precocemente l'amore per l'arte e ottenendo invece una noia mortale, da cui non si devono essere ancora ripresi del tutto.

lunedì 14 ottobre 2019

Davide contro Golia (La dignità della leggerezza)


C’è sempre qualcuno che rompe gli schemi e ce la fa, a dispetto di chi ci ha provato prima.
Mi racconta Roberto che Lindbergh riuscì nell'impresa della traversata atlantica per uno sgravio: gli altri puntavano sulla potenza, aumentando i motori per poter coprire più distanza ma nel contempo dovendo sopportare un peso che faceva da croce tombale ai sogni di gloria e alla loro stessa vita: lui scelse un motore solo, la leggerezza, e arrivò dove nessun altro aveva volato prima.
Un secolo dopo debbo all'aviazione una lezione analoga, anche se più personale, banale, prosaica.
La compagnia Ryanair, nel tentativo di massimizzare i profitti, impone gabelle sempre più minuziose, a cui nei rari viaggi che faccio mi picco di replicare con altrettanta ostinata e certosina pedanteria.
È così che - memore tra l'altro che il post più letto di gran lunga sul mio blog è questo, sulla virtù del togliere - ho accolto senza batter ciglio l’indicazione di contenere il bagaglio gratuito consentito alle misure lillipuziane di una borsetta, applicandomi con attenzione per portare con me il meno possibile, pur restando al di sopra della decenza, cioè prevedendo cambi di biancheria e abiti sufficienti per non restare senza in caso di freddo o pioggia.
Sono rimasto stupito e dunque provo indiretta gratitudine per il “gigante cattivo” dei cieli, poiché ho scoperto quanto poco serva, oltre alla piacevolezza di viaggiare lievi, di riuscire a godersela lo stesso, se non di più, senza peso in eccesso e zavorra.

P.S. Siccome ogni Davide, quando affronta un Golia, per vincere deve puntare alla guerriglia più che a una battaglia ad armi pari dichiarata, confesso di aver escogitato piccoli, innocenti diversivi, che riporto qui, per un’espiazione catartica, ammettendo che se dovessi sentirli raccontare messi in atto da qualcun altro ne riderei o ne resterei scandalizzato, giudicandolo meschino al limite della grettezza. Chiedo scusa dunque alla dignità d’essere umano e ai millenni di civiltà che mi hanno preceduto se prima di imbarcarmi, per ridimensionare lo zaino, ho indossato un maglione, una felpa e tre giacche (una però senza maniche), infilando nelle tasche tre paia di calze, una mutanda (pulita!) due libri, il caricabatterie del telefono, il telefono, un cappellino, sei pasticcini in una scatola esagonale, un deodorante (mini), lo spazzolino da denti e una maglietta da calcio del Portogallo (da regalare).

sabato 10 settembre 2016

Padri e figli (Ascoltarsi in silenzio)

Foto by Leonora
Mi sei seduto accanto, in auto, e non ho bisogno di guardarti per vederti così serio, quasi severo. Io ascolto e tu non parli e nemmeno a tentarci riesco a immaginare i tuoi pensieri. Provo soltanto un bene prorompente, sterminato, una tenerezza tanto intensa da superare quella di quando eri bambino e malfermo sulle gambe giocavi a pallone, in giardino, o quando da neonato te ne stavi lì, quieto, addormentato sul mio petto. Ora al massimo capita di abbracciarti, cingere quel corpo fatto uomo, avvertire sul viso la barba ispida, mentre te ne resti in piedi, più alto e largo di me, un palmo. Talvolta mi scopro ad osservarti da lontano, mentre sei con gli amici, e ridi, sereno. Mi domando spesso se tu lo sia, temendo l'esistenza di un cruccio o, peggio, che il cuor contento che eri da piccolo si sia perso in questi vent'anni di strada, rimasto sfregiato dai graffi che l'esperienza riserva inevitabilmente all'essere umano.
La tua voce, bassa, profonda, pacata, irrompe improvvisa, uno squarcio, ma uno squarcio che cuce, che in un istante cancella e annulla tutto attorno e nel mezzo restiamo soltanto noi due, tu e io. Mi accorgo allora pienamente di quanto sei cresciuto, anche dentro, provo ammirazione per l'uomo che sei diventato, anche se resti un ragazzo. Ascolto i tuoi ragionamenti e mi viene in mente il mio, di un padre. Sorrido pensando che anche con lui funzionava così: io gli parlavo quando lui sapeva restare in silenzio, davo risposte a domande che non poneva, pesce che affiora a pelo d'acqua se nulla increspa la superficie, se il lago rimane placido, indisturbato. (L'esatto contrario di molte madri, che invece interrogano di continuo lamentandosi di non sapere mai nulla, di sbattere sempre contro un muro).
Ogni stagione ha i suoi frutti, sono appagato da quelli che mieto adesso, accorgendomi di essere sul culmine di un dosso. Mi commuovo facilmente (vedendoti allenare i ragazzini, all'oratorio, ad esempio, o per un complimento che ti riguarda e che mi giunge all'orecchio). Non credo tu sia migliore di altri, non ho mai preteso lo fossi, preferendo l'eccezionalità delle persone normali, che sanno mettere in fila ciò che conta davvero, imparando da ciascuno e insegnando a nessuno. Neppure provo preoccupazione per il futuro, conscio che percorrerai la tua strada, augurandomi unicamente che tu sia appunto sereno, sorridente, cordiale e gentile con chiunque, per primo e soprattutto con te stesso.

martedì 30 agosto 2016

L come Luglio (e come L'America)

Foto by Leonora
L'America sono i ponti imponenti, tele di ragno che tengono sospese le strade a mezz'aria e cuciono sponde. Ce ne sono moltissimi, ma per percorrerli spesso si pagano: immagine emblematica di questo paese, che sa essere simbolo (ciò che unisce) e anche diavolo (ciò che divide, che tiene separato).
L'America, la mia America, quest'anno sono state due settimane nel nord-est, tra lo stato di New York e il Vermont, compresi dieci giorni ospite di persone splendide, che portano il mio stesso cognome e una gentilezza senza fronzoli, che bada al sodo e insegna molto.
Proprio come certi vini - ne fanno di ottimi, anche là, vini giovani, come dopo tutto sono loro - quella iniziata il 24 luglio scorso è una vacanza di cui si gusterà il sapore migliore tra qualche mese o anno, il tempo di decantare e far emergere ciò che alla fine conta davvero. Per il momento mi limito ad elencare qui i primi ricordi che mi vengono in mente, quelli che affiorano da sé, senza le briglie del pensiero.
  • La colonna sonora di J-Ax, imposta da Giovanni, Giorgia e Giacomo.
  • New York più sporca di come la ricordavo.
  • I viaggi in auto e le autostrade a quattro corsie, con il prato nel mezzo.
  • Gli scoiattoli rossi, che lì sono considerati invasori (qui gli invasori sono quelli grigi, i loro: questione di punti di vista).
  • Gli animali selvatici, moltissimi, che sbucano da ogni parte e convivono con l'uomo (coyote, puzzole, cervi, i chipmunks, cioè i Cip e Ciop della Disney e Alvin superstar della 20th Century Fox, serpenti, orsi, tassi, procioni...).
  • L'ossessione che Donald Trump diventi presidente.
  • Le case di legno, con il patio.
  • Lo stile italiano o greco delle abitazioni, ma di una Italia e una Grecia arcadica che hanno in mente loro.
  • Il rispetto delle regole e pure una burocrazia molto meno invadente della nostra, con una libertà simile a quella che qui c'era negli anni Settanta, quando - ad esempio - andare per strade di campagna su una vecchia auto senza targa e da rottamare non era uno scandalo né un crimine abominevole.
  • La lentezza ai margini dell'indolenza di chi svolge un lavoro a contatto con il pubblico.
  • I laghi vasti quanto un nostro mare, ma bassi, più dell'Adriatico.
  • Le distanze.
  • Gli spazi.
  • L'assenza di recinzione tra le case (avendo così tanto spazio a disposizione a dividere provvedono già le distanze: mi viene in mente il paragone con la Valtellina, dove per un termine di confine spostato di mezzo metro in un bosco o peggio in un prato si veniva alle mani e si portavano rancori destinati a durare generazioni).
  • I "garage market" del sabato mattino, perché gli americani sprecano molto ma buttano via poco (lo so, è una contraddizione, ma con le contraddizioni da che mondo è mondo conviviamo).
  • La fila lunghissima, di fronte alla chiesa di San Francesco, sulla Trentunesima, la domenica mattina, per fare colazione gratis.
  • La frutta fresca già pulita, già lavata, già selezionata, già confezionata.
  • I recipienti da un gallone, quasi quattro litri, di limonata.
  • I fast-food che hanno lo stesso nome e gli stessi arredamenti di quelli in Italia, ma sapori, menù e pietanze differenti (d'accordo Giovanni, non c'era il McToast, però non era il caso di farne un dramma cosmico e limitarsi a mangiare soltanto patatine per tutto il viaggio!).

mercoledì 22 febbraio 2012

Father and son

Due giorni a Madrid con Giacomo, un regalo di Natale goduto a febbraio. Padre e figlio insieme, poche chiacchiere per un'intimità sazia di sguardi più che di parole; l'essenza delle cose si coglie anche in silenzio, mentre si cammina, si guardano i negozi, si viaggia in metropolitana, si mangia. Tendenzialmente da McDonald.
Siamo stati bene, senza ansie, senza recite, senza fretta, venendoci incontro con reciproco riguardo, non facendo pesare all'altro nulla. Si è stupito per il Santiago Bernabeu, per la vista dall'aereo, per la mole del rinoceronte allo zoo, per il corteo di almeno un milione di persone in cui ci siamo imbattuti appena arrivati, la domenica. Io più di lui, vedendolo alto come me, sulla rampa di lancio della vita.