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sabato 3 dicembre 2016

Sì e No (Il coraggio della responsabilità)

Foto by Leonora
Faccio un mestiere che mi ha insegnato molto, soprattutto a comprendere "le ragioni degli altri", di coloro che non la pensano come me. Per questo mi torna difficile riassumere tutto in un "sì" o in un "no", tuttavia capisco l'esigenza di fare delle scelte, essendo cresciuto in una famiglia pratica, da cui ho imparato che a un certo punto occorre fare sintesi, senza perdersi nei distinguo.
Domani si andrà a votare per il referendum e confido che ciascuno decida in base alle proprie convinzioni, entrando nel merito della questione e non affidandosi alle indicazioni dei vari leader di partito, considerando che ognuno di loro - da Renzi a Grillo, da Berlusconi a Salvini - ha un tornaconto politico, un interesse particolare e privato, pur se legittimo.
Questo è dunque l'invito che rivolgo per primo a me stesso: usare la propria testa, in piena serenità di spirito, sapendo che il voto è importante ma non ci saranno carestie o invasioni di cavalette a seconda che vinca l'uno e l'altro, la differenza infatti la fanno sempre le persone, mai le regole o le leggi, neppure quelle costituzionali.
Premesso questo, anche se è forte la tentazione di non aggiungere altro, lascio scritto qui nero su bianco chi mi ha convinto di più. O meglio, coloro che mi hanno convinto meno e in questo molti sostenitori del "no" hanno vinto per distacco.
Anche i sostenitori del "sì" spesso l'hanno fatta fuori dal vaso, tentando di spacciare per panacea di tutti i mali una riforma che per molti versi resta un salto nel buio, tuttavia il maggior numero di bufale, inasettezze e grossolane falsità le ho registrate nello schieramento opposto.
Cito tre esempi, che mi hanno particolarmente impressionato.
1. Un volantino fatto girare da persone pie e devote spaventate e a loro volta "spaventanti", che proclamano una vera apocalisse se vincesse il sì, mentre la riforma non c'entra nulla con eutanasia infantile, teorie dei gender, droghe e uteri in affitto.
2. Un disegno con illustrata la composizione del parlamento prima e dopo e la scritta: "Così capisce anche un bambino", mentre così al massimo un bambino lo si può imbrogliare, visto che lo schema è falso (a differenza di quanto scritto in tale manifesto, è il Parlamento attuale ad avere parlamentari votati al cento per cento in base alle indicazioni dei partiti - la legge elettorale cui è stato eletto prevedeva infatti liste bloccate, senza preferenze - mentre il possibile Parlamento futuro non sappiamo come sarà composto, poiché non è la riforma in discussione oggi che lo decide, bensì la prossima legge elettorale, cioè una legge ordinaria, non sottoposta a referendum confermativo).
3. I commenti di tante persone che pur stimo e che persino sono preparate, ma prese dalla fregola di convincere le hanno sparate più grosse di Pinocchio (cito il commento su Facebook di un'amica - per di più avvocato e che dunque dovrebbe usare le parole con cognizone di causa - che ha scritto: "Dopo ampia riflessione mi sono convinta che la riforma costituzionale non può esser accettata. E poi, quantomeno, vorrei che fosse stata proposta da un governo regolarmente eletto". Regolarmente eletto? Ma questo è un governo "regolarmente eletto"! Posso dire che non mi piace, che non lo condivido, che lo vorrei diverso, che mi fa schifo, ma scrivere che non è "regolarmente eletto" è una falsità che grida vendetta agli occhi del cielo e del senso civico.
Concludendo, le convinzioni principali a cui sono arrivato sono queste:
  • la legge ideale non esiste;
  • l'attuale Costituzione ha punti contraddittori e faraginosi, così come quella nuova, proposta dalla riforma;
  • la Costituzione è stata già modificata molte volte negli ultimi settant'anni, per fortuna mai nella prima parte, quella dei diritti e doveri fondamentali, che rimarrà immutata anche dopo questo referendum;
  • votare sì va nel solco del cambiamento e io del cambiamento non ho mai avuto paura, anche se confesso che l'incertezza che ne consegue mi mette ansia, agitazione, preoccupazione, disagio;
  • troppi decidono non perché sono convinti cosa è giusto o cosa è sbagliato ma perché ci si fida di questo o di quel leader politico, scordando ciò che ho scritto qui sopra: ognuna di loro ha un tornaconto politico e giudica la riforma non dai benefici o dai danni che produrrà all'Italia, ma da quelli che comporterà per sé e per il proprio partito/movimento.
  • la riforma non è quella che avrei voluto, tuttavia - come sta scritto all'ingresso della sede di Facebook: "Done is better than perfect", cioè una cosa fatta è meglio di una cosa perfetta, e votare "sì" è un passo in avanti verso quella che considero l'ideale, cioè una maggiore governabilità, esattamente come già avviene per Regioni e Comuni.
Questo è quanto. Lo scrivo senza smania di convincere nessuno, rispettoso di chi è giunto a conclusioni diverse, convinto soprattutto del fatto che occorra portare il peso delle proprie scelte, assumendosene la responsabilità, specialmente in Italia, dove la vittoria ha molti padri e la sconfitta nessuno.
E domenica sera, a prescindere da come andrà, troviamoci idealmente a brindare, insieme, accettando qualsiasi risultato e ripartendo per avere un Paese meno diviso, più unito.

P.S. Al di là delle opionioni del sottoscritto, chi fosse tuttora indeciso può comprendere un poco meglio le cose ascoltando il presidente della Regione, Roberto Maroni, per il "no" o il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per il "Sì", intervistati dal sottoscritto.

mercoledì 9 novembre 2011

Mister B. e la terza Repubblica

Il lato B delle cose: si dimette domani e già mi manca.
Sarà l'avverarsi di ciò che scrivevo cinque giorni fa, oppure la sindrome di Stoccolma, come dice Selena, o più semplicemente un velo di spossatezza dopo anni di attesa: una sorta di depressione post parto, anche se partito lui non è ancora.
Già ne parlano tutti al passato però, compresi i due grandi che finiscono in "ini": Massimo Gramellini e Annalena Benini. Articoli memorabili, come sempre, quelli comparsi in prima pagina oggi su La Stampa e Il Foglio.
Su La Stampa poi ci si è messo pure il direttore, Mario Calabresi, con un pezzo di rara umanità, che riporta fedelmente un colloquio con mister B. in persona, ieri sera. Il finale è magnifico, poiché in poche righe riassume l'essenza del personaggio, che chiude una parentesi quasi ventennale rammiracandosi di non aver superato Giolitti, l'unico che è stato in carica più anni di lui. "Ma io sono stato il più longevo nell'Italia repubblicana. Questa di Giolitti però non la sapevo: peccato, peccato davvero. Vabbé, buonanotte". Le ultime parole di uno che hanno dipinto come angelo salvatore della Patria o demonio sceso in campo soltanto per scampare la galera,, mentre nel finale sta scritta la verita': voleva semplicemente ritagliarsi uno spazio sui libri di storia.
"Sic transit gloria mundi", gloria minuscolo, non Gloria quella di "citofonare Gloria via Olgettina 11, dopo i pasti, la sera".
Ne ha combinate di tutti i colori, se ne va senza sbattere la porta, dimostrando buon senso, ma anche come un Rumor o un Tanassi qualsiasi, per non aver superato 308 voti alla Camera, raccogliendo una fiducia formale ma non di sostanza. Come se prima invece ne avesse avuta una o si potesse chiamare tale la raccolta foraggiata di onorevoli che una mano l'alzavano in aula e l'altra la tenevano sotto il banco, tenendo stretto l'assegno del signor Bonaventura, quello da un milione e passa.
Non era Mussolini, non è stato De Gasperi. Non ha fatto dell'Italia un paese più efficiente, migliore, felice (d'altro canto, tutto si può dire, tranne che non abbia avuto sfiga: a parte la caduta di un meteorite sulla testa, in questi anni ne sono capitate di ogni, dalla crisi nera a quella piu' buia), ma neppure l'ha trasformato in quella dittatura agitata come uno spettro da chi non lo reggeva. La libertà di stampa esiste, quella di parola pure e forse ce n'è fin troppa: bisognerebbe concederla solo a chi l'accompagna alla coerenza, altrimenti è sciupata.
Non sono mai stato un suo sostenitore, ha sempre fatto di tutto per collocarsi al polo opposto della mia visione di vita: con l'età però tutto si stempera, molto si comprende, qualcosa si scusa e persino si perdona.
Il dispiacere maggiore è che si sia estinto per consunzione, non con un atto di dignità dei parlamentari italiani, bensì sotto le pressioni della Bce, del Fondo monetario internazionale, degli speculatori finanziari che ci minacciano a colpi di spread (ch'è già una parola brutta, qualcosa a metà tra spregio e una pernacchia), mentre un uomo che sia un uomo di colpi dovrebbe temere soltanto quelli di pistola o, se si rubano le uova a un contadino, quelli di vanga.
Ora che la foglia di fico s'è levata, non ci resta che contemplare la sciatta nudità di un popolo rappresentato da troppa gente senza nerbo né anima. Confido nel futuro e (pur essendo scettico) nell'impegno di gente che sia seria senza per forza esser grigia.
Da buon sempliciotto, ho una ricetta: governo tecnico di cinque mesi, riforme draconiane (mi piace la parola: draconiano) per ridurre gli sprechi ed elezioni a primavera.
Speravo tanto nella seconda Repubblica, ma è ora di passare alla Terza.

P.S. Mi sto già preparando. Avete fatto caso? Non ho l'ho mai nominato una volta.

Foto by Leonora

venerdì 21 ottobre 2011

Cattedrali senza religione e pane con il sale

Lo so, è più una provocazione che un proposito ma la trovo di cattivo gusto egualmente. Mi riferisco ai messaggi su Facebook, ai diagrammi a volte lisci, a volte gassati o Ferrarelle che pullulano sul web e fanno la conta di chi è stato fatto fuori (Saddam, Osama, Gheddafi) mettendo con prossimo della lista di cui si attende la fine Silvio Berlusconi.
Non m'importa di passare per bacchettone, prendendo per serio uno sberleffo, seppur greve.
Silvio Berlusconi, più che un dittatore o un criminale, in politica è un pasticcione. Probabilmente perché paga colpe non sue, quasi certamente perché credi che basti essere un uomo di successo per sollevare le sorti di un intero paese. Sta di fatto che per ogni passo avanti ne facciamo tre indietro, incapaci di rispondere efficacemente alle sfide che ci pone il tempo presente, figuriamoci quello futuro.
Un esempio su tutti: la scelta del governatore della Banca d'Italia. Ha impiegato più lui a indicare un nome che Carla Bruni a portare a termine la gravidanza e dare alla luce una bimba che appena nata fa già discutere per il nome (Dalhlia o Giulia, ma sempre con l'accento sulla a).
La realtà è che, Berlusconi o non Berlusconi, non si capisci più chi guida il paese e anche l'Europa, il mondo intero. Non sono più i capi di stato, né i militari, com'è stato nei secoli passati. Probabilmente sono i gruppi di interesse, ma tanto eterei ed evanescenti ch'è impossibile dare loro un volto, un cognome.
Abbiamo lasciato che il denaro diventasse la misura di ogni cosa ed ora l'economia detta legge. Una legge che non si cura del giusto o dello sbagliato, ma soltanto dell'utile. Allora non è Berlusconi il nemico, né colui che può risolvere le cose.
Le cose possiamo risolverle noi, ristabilendo una diversa scala dei valori, riportando il denaro a una più modesta dimensione e riscoprendo il dono, il tempo, la sapienza, la gratuità e tutti quei comportamenti buoni che assomigliano a un seme: danno frutti, purché ci sia pazienza.
La Bce, l'Fmi e tutte quelle spoglie cattedrali senza religione potranno imporci un punto in più dell'Iva o una tassa persino sul pane, ma non potranno impedirci di dividerlo quello stesso pane, di mangiarlo con gli amici, magari con un filo d'olio e un pizzico di sale, chiacchierando attorno a un tavolo, al chiuso d'inverno e sotto il sole, s'è estate.

Foto by Leonora

giovedì 4 agosto 2011

Benvenuto PierSilvio, il nuovo canarino


Oggi è arrivato. Tale a quale a chi l'ha preceduto, soltanto più smilzo, minuto, timido. Però è di un bel giallo intenso e, pur se spaesato, pare contento di essere entrato in casa nostra e lieto della vista di cui gode, dal balcone della cucina, con davanti il verde di alberi e prato. Sto parlando del nuovo canarino, che Giorgia e Giovanni hanno portato a casa, per fare un regalo a Isabella, che ogni volta vedeva la gabbia vuota provava una fitta dentro (lei non lo ammette, ma so che è così).
Con mia madre, stamattina, sono stati da Patrizio, una persona dal cuore buono, eccezionale allevatore, oltre che muratore tra i migliori che conosco (non quelli improvvisati, come ora ce ne sono tanti, bensì uno di quelli che il mestiere lo sa davvero, avendolo imparato da capomastri di vecchia data, che sapevano costruire una casa dal nulla senza niente altro a disposizioni di una squadra e un filo a piombo).
Il canarino così è tornato a farci compagnia, anche se non è Silvio. Comunque non lo abbiamo chiamato Angelino, come Alfano, bensì Pier Silvio, prestando ascolto al suggerimento di Marco. Pier Silvio gli calza a pennello e poi, sulla gabbietta, non abbiamo nemmeno dovuto cambiare la targhetta: è bastato attaccare un etichetta con "Pier" a quella di "Silvio".
Pier Silvio, mi ha garantito Patrizio, è maschio. E ora che l'ho scritto mi viene in mente che l'affermazione appena fatta potrebbe essere di subdolo sottinteso. Sui gusti sessuali del vero Pier Silvio infatti il gossip va a mille. Non è solo la rete a parlarne, ogni tanto anche qualche conoscente allude a questo fatto. Un paio di mesi fa è stata una ragazza che è andata in barca con Isabella ad averlo detto. "Io lo conosco bene - ha buttato là, mezza spavalda e mezza intrigante, per suscitare più invidia che scandalo - è gay. Non lo sapete?". No, non lo sappiamo. E francamente importa poco, non frequentandolo affatto. Dopotutto saranno affari suoi. Comunque sia, appena passa da queste parti, magari per fare visita al canarino a cui abbiamo dato il suo nome, glielo chiedo.

Foto by Leonora

mercoledì 29 giugno 2011

Simona Ventura, Santoro, Vespa e la Rai che perde i pezzi (per fortuna)


Simona Ventura lascia Rai Due e se ne va a Sky. "Un buon motivo per disdire l'abbonamento" ha sentenziato serafico il mio collega Mario Schiani, in riunione di redazione, mentre le agenzie rilanciavano la notizia. Santoro è andato, la Ventura è andata e anche la Gabanelli non si sente tanto bene. Eccetto quest'ultima, da conservare in una teca e preservare come patrimonio dell'Unesco (in un paese di guitti e furbetti, fa le pulci con piglio e rigore teutonico), per tutti gli altri non mi fascerei la testa. La Rai ha il dovere e non soltanto il diritto di congedare vecchi tromboni e affermati professionisti pagati quanto una mezza punta del Milan, possibilmente per sostituirli con giovani o meno giovani comunque emergenti, che alla fine riescono a portare un valore aggiunto in termini di freschezza e dunque di qualità e valore per la stessa azienda. Non piangerò una lacrima per la Simona griffata e graffiante tenuta assieme a graffette, lontana parente della ragazza sveglia che teneva botta alla Gialappa's. E' stata brava, probabilmente lo è tuttora (saranno tre anni che non vedo più una sua puntata) ma avanti un'altra: la lista delle sostitute è lunga. Idem Santoro. E' una vita che "chiaggne e fotte": è bravo, ma date loro il tempo che ha avuto lui e almeno un centinaio di giornalisti televisivi potrebbero fare informazione quanto e come la fa lui, se non meglio. Tranne i geni (Benigni, per fare un nome), chiunque altro è rimpiazzabile. Lo stesso Floris era un signor nessuno, finché gli hanno dato chiavi in mano un'ammiraglia. Per non parlare di Vespa, che ormai celebra ogni sera se stesso con altezzosità e boria, neanche immaginando dove stia di casa l'ironia (figuriamoci l'autoironia).
A chi adombra il sospetto che in verità si tratti di una dismissione in massa della tv di Stato, a favore della concorrenza Mediaset e del conseguente portafoglio del presidente del consiglio Berlusconi, rispondo che anche nella peggiore delle ipotesi - cioè che sia vero - il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: liberarsi di contratti pesanti e far emergere volti nuovi non è una maledizione, bensì una manna. Ricordando che per quanto possa esser devastante la compagnia briscola dei Berluscones, son sempre bruscolini al confronto di quanto male da sé si faccia la stessa Rai, gigante obeso che pretende di volare nonostante la gran zavorra di dirigenti, funzionari e dipendenti parastatali in gita.

Foto by Leonora