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giovedì 27 ottobre 2022

Sua Altezza (Milan l'è un gran Milan)

"L'umiltà è quella virtù che, quando la si ha, si crede di non averla".
Mario Soldati

Alto non è soltanto quanto sei, ma il punto esatto in cui inviti tutti noi a guardare: oltre, sempre, all'orizzonte.
Hai il cuore più gentile che abbia conosciuto, a pari merito con altri, tu tra i pochi tuttavia a detenere sulla carta il diritto di conservarlo chiuso, cocciuto, con la vita che ti ha messo a dura prova quando eri ancora bambino, per vicende che in altre pagine ho raccontato.
Invece no. Invece la privazione e la sofferenza non ti hanno corrotto, il bene ha saputo prendersi in carico il male e tramutarlo.
Partire da lì sarebbe facile per spiegare il motivo che oggi mi rende felice, orgoglioso: la storia del ragazzino a cui è dato molto, viene tolto altrettanto e arriva in cima, ripartendo da capo.
Voglio evitare però di essere scontato o, peggio, retorico.
Preferisco sottolineare i sacrifici, la fatica, il peso che hai portato sulle spalle in questi ultimi anni, facendo carriera e gestendo una posizione di ardua responsabilità sul lavoro e nel frattempo studiando intensamente, investendo ore ed energie alla famiglia, a Dina e a Viktor, allo svago, al tempo libero.
Ecco perché vederti lì, con la stola e il cappello e il diploma dell'Executive Master in Business Administration, in gruppo con gli altri - tu, sempre il più alto - mi ha commosso nel profondo e reso ancor più orgoglioso di esserti amico, "fratello" maggiore che impara da quello più piccolo come stare al mondo.

P.S. Riporto qui ciò che hai scritto tu, a corollario delle foto della cerimonia di assegnazione del diploma. Perché le parole che hai scelto, caro Milan, spiegano l'uomo che sei, più di un ritratto.
"Executive MBA alla Dublin City University. Sì, ce l'ho fatta! Tuttavia questo post non riguarda me, riguarda le persone dietro le quinte che hanno reso possibile tutto questo per me.
Questo post riguarda la resilienza e i miei cari che hanno altruisticamente sostenuto la mia ambizione - Grazie!
Il mio più profondo apprezzamento ai miei colleghi, ai miei professori Dublin City University per tutto il supporto e le conoscenze trasferite negli ultimi 2 anni.
Un ringraziamento speciale a Alexion Pharmaceuticals, Inc. a tutti i miei mentori e leader organizzativi che mi hanno supportato e riconosciuto l'opportunità.
Grazie a tutti!".

sabato 7 agosto 2021

Sulle tue spalle (Viktor)

Ti chiami Viktor e sei nato un giorno d’agosto che per noi italiani farà rima con “vittoria” a lungo, consegnandoci una gioia e una lezione che idealmente - proprio come il testimone nella staffetta - ti affido, qui sotto.
Quella più bella però l’hanno data a me i tuoi genitori, Milan e Dina, raccontandomi quanto e come ti hanno desiderato, cercato, voluto.
Vederti in foto, ieri, in braccio a tua madre, luminosa come il sole, dopo averti partorito, scorgere il lampo di tenerezza negli occhi di quel gigante di tuo padre, lo ammetto, mi ha commosso.
Ho pensato che davvero ha ragione Renzo Piano, l’architetto, quando dice: “Sono i giovani che salveranno la terra. I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai.  Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere”.
Le vivrai tu, allora, Viktor. E ne sono pienamente lieto, poiché io, grazie a te, ne ho viste già un pezzetto.

P.S. L’ho dichiarato all’inizio: voglio affidarti una lezione che con gli anni ho imparato, affinché il male, il dolore, la sconfitta - nei quali ogni essere umano prima o poi inciampa, sappilo - non siano mai ostacolo, bensì molla, leva, trampolino.
La dimostrazione viene dallo sport di queste settimane, con l’Italia del calcio che tre anni fa non aveva potuto partecipare ai Mondiali, ma da quella sconfitta ha messo seme e tratto forza per vincere i recenti Europei, e con la squadra di atletica, sempre italiana, che nelle Olimpiadi di cinque anni fa non aveva vinto neppure una medaglia, mentre in questi giorni, a Tokyo, di successi ha fatto il pieno, come mai nella propria storia, un vero e proprio record.
Un esempio per te ancora più fulgido viene proprio dai tuoi genitori, cresciuti sotto le bombe e in parte da profughi, conoscendo terrore, povertà, separazioni forzate, ma che da quella radice di dolore hanno tratto linfa per crescere robusti e costruirsi un futuro di benessere, soddisfazioni, di cui tu, oggi, sei il frutto più dolce, bello, unico.

sabato 7 dicembre 2019

Rassegnati alla meta (La gentilezza salva il mondo)


"Dai, che sei alto due metri" ti hanno detto, dopo che sei finito a terra, colpito da uno più piccoletto, che nel saltare ha puntato il gomito, centrandoti al costato.
Tutto normale, se te l'avesse gridato un avversario, l'allenatore, un tuo compagno.
Invece no, a dirlo è stato l'arbitro, un ragazzo più o meno della tua età. Ti sei rialzato scuotendo il capo, arrabbiato, restando zitto, perché ti conosco, ma con gli occhi rassegnati, e li ho notati sempre per lo stesso motivo: ti conosco.
In quell'istante, lo ammetto, sono stato tentato di urlare, di mandare a quel paese il direttore di gara, smentendo anni di teorie e pratica del silenzio, di sostegno incondizionato per chi si rende disponible con giacchetta e fischietto, venendo quasi sempre insultato, a volte persino aggredito, mai o quasi mai ringraziato.
Così mi sono morso la lingua, rassegnandomi anch'io, per cui lezioni oggi non ho da dartene, figlio mio, avendo fatto passare una settimana da quanto accaduto per ribadire il primato della ragione sull'istinto, ricordando che l'unica reazione comprensibile ed efficace, in casi come questo, è dimostrare il proprio valore sul campo, vincendo le partite, non lamentandosi invano.

Altra scena, altro figlio, dodici ore prima, in piena notte, alla fermata del bus, in un paese straniero.
Alle otto del mattino avevamo l'aereo per tornarcene a casa, ma una serie di lavori stradali e la disorganizzazione del servizio informazioni ci avevano indotto a partire dall'appartamento alle tre di notte, poiché per essere certi di trovare un collegamento con l'aeroporto dovevamo tornare dalla periferia della città verso il centro.
Invece, dopo un quarto d'ora di cammino, un bus della medesima compagnia con cui avevamo prenotato (National Express), praticamente vuoto e diretto alla stessa nostra meta, sta per partire dalla fermata che in teoria - secondo quanto avvisato la sera precedente da loro - nessun mezzo sarebbe passato. Apriti cielo. Più contenti di Mosè nel varco creato dal mar Rosso mostriamo il messaggio ricevuto sul cellulare e il biglietto a un marcantonio di autista (sarà stato alto... due metri), calvo come una boccia da biliardo, senza che questi ci degni nemmeno di uno sguardo. "Non mi interessa, dovete aspettare" ci dice, prepotente, incurante delle proteste, prima garbate e poi imploranti, infine degne del più colorito italiano. Nulla, le porte automatiche si chiudono e noi due restiamo lì, valige in mano.
In quel caso però la rabbia è sbollita in breve tempo, giusto i minuti per telefonare all'ufficio reclami (aperto sempre, pure in piena notte) e ascoltare le scuse del povero operatore e camminare un altro mezzo miglio, dove abbiamo trovato un autista più umano.

Due episodi, diversi, con una morale comune: chi esercita un potere non soltanto non dovrebbe essere esente da gesti di gentilezza, ma dovrebbe praticarli proprio, poiché costano poco o nulla e rendono felice chisi incontra sul cammino.
Quando capita a me di essere dalla parte del più forte, vorrei sempre rammentarlo.

P.S. L'episodio del bus mi ha suscitato pure un altro sentimento. Io e Giovanni in quel caso rischiavamo poco, ma mi sono messo nei panni dei genitori che scappano con i figli dalla guerra o da condizioni di pericolo e incappano nella freddezza altrui, in chi è incapace di tendere una mano. Mi è venuto in mente Milan, il nostro Milan, quando è fuggito con suo padre dalla Croazia dilaniata dal conflitto dei Balcani, e insieme a lui molte persone che incontro per strada, ogni giorno, senza sapere cosa hanno provato, quale trattamento hanno ricevuto. Oppure Primo Levi, Anna Frank, Aleksandr Solženicyn, Luís Muñoz, i racconti della persecuzione, le retate, lo sterminio, in ogni epoca e luogo. Davvero spero che Giovanni abbia imparato qualcosa, in quella notte fredda, mentre attorno era tutto buio.

lunedì 28 ottobre 2019

Tu e lui (Come vedersi adulto)


Aspettavi di vederlo da che te ne ho parlato, cinque giorni addietro, quando avevi ascoltato la sua storia e collegata alla tua, specialmente dopo che ti ho detto che la prima volta che ho incontrato te assomigliavi a lui, a Milan, bambino, lo stesso faccino pulito, serio, da ometto, il corpo esile, alto, asciutto.
Il giorno prima che arrivasse mi hai fatto cento domande, quasi buttate là, come distratto, per non dare l'impressione che ti interessasse davvero.
Poi l'incontro, a mezzogiorno di sabato, lui in piedi in cucina, sotto, due metri d'uomo, tu entrato dopo aver fatto la spesa, un soldo di cacio, con un sorriso da orecchio a orecchio, un filo imbarazzato e più che altro ammirato, da quella pertica di ragazzo, solare, moro, bello.
Non ne abbiamo più parlato ma io so perché lo aspettavi, perché nel vederlo eri così contento: in lui aspettavi di vedere te, tra vent'anni, una sorta di salto rassicurante nel tempo, perché se ce l'ha fatta lui puoi farcela pure tu. Una sensazione confermata dalle domande che con discrezione, nelle ore successive, gli hai fatto.
Che numero di scarpe portava alla tua età? Quanto era alto? Era vero che era timido e parlava poco?
Lui ti ha risposto con pazienza, con quella luce negli occhi che fa da contrasto alla voce profonda, calma, da basso.
Sono contento che vi siate conosciuti, lui è la testimonianza che l'albero buono non teme bufera, tempeste, fulmini, vento. Ciò non significa indifferenza, assenza di riguardo, protezione, specialmente quando l'essere umano è appena un germoglio, tuttavia aiuta a mettere a fuoco le priorità, l'attenzione al carattere, alla capacità di empatia, alla sensibilità, a tutto ciò che irrobustisce la pianta, rendendola forte, radicata nel suolo.

domenica 27 ottobre 2019

Un odio accecante (E come è stato sconfitto)


"Blinding hate". Un odio accecante. Così lo chiama Milan, mentre racconta chi era e cosa è diventato, anche grazie alle terribili esperienze che ha vissuto.
La storia di Milan e di come mi sia "fratello per dono ricevuto" l'avevo già raccontata, meno di dieci anni or sono.
La sintesi è che aveva dieci anni giusti giusti quando per la guerra nei Balcani dovette scappare da casa, con suo padre da una parte e sua madre e le sue sorelle d'altra, via dalla Croazia in cui aveva sempre abitato, a motivo delle sue origini serbe, pur se la famiglia si era stabilita pacificamente lì una generazione addietro.
Per un ricciolo del destino fu ospite a casa nostra alcune settimane, poi altri mesi, l'anno successivo. Era la metà degli anni Novanta, lui alto alto e con un volto serio, che raccontava più delle parole cosa gli stava capitando.
I contatti da allora non si sono più interrotti e non capita di raro che venga a trovarci, ora ch'è diventato due metri d'uomo e lavora come ingegnere in Irlanda ed è sposato e mantiene intatta la bellezza del viso, che si apre in un sorriso disarmante. Un sorriso che quando venne la prima volta aspettammo moltissimo prima di vederlo.
"Se non fossi stato qui, se non avessi vissuto quell'esperienza di accoglienza e di amicizia, non sarei ciò che sono ora - mi ha detto ieri, mentre lo guardavo dal basso in alto, sentendomi ancor più piccolo di quanto sia al suo cospetto - e soprattutto credo che avrei provato un odio accecante, che mi avrebbe lacerato".
"Blinding hate". La furia dei disperati in fuga, di coloro a cui è stato tolto tutto, saccheggiata ed espropriata la casa, recise le radici, le amicizie, di quanti devono ripartire da capo, con nulla, poveri tra i poveri, stranieri tra gli stranieri (perché questo era la sua famiglia, una volta arrivati a Belgrado, in quella che è la sua nazione d'origine ma che nel frattempo ne aveva fatto a meno e non sapeva poi come gestire quell'esodo, diventando tutto più angusto, più stretto).
Milan ce l'ha fatta, ha trasformato tutto quel dolore in un trampolino, ha imparato a vedere nell'altro non un estraneo, un nemico, bensì un altro essere umano, che come lui ha un cuore, dei sogni, uno zaino sulle spalle, a volte greve, altre leggero. A conferma che persino le prove più dure non piegano l'albero buono né impedisce ad esso di produrre frutto e seme sempre nuovo.

(Quando sono preoccupato per il futuro dei miei figli, per le privazioni o delusioni o difficoltà che potrebbero incontrare, penso sempre a Milan, così come a mia madre e a mio padre e a tutti coloro che sono cresciuti ad ostacoli, uscendone rassicurato e convincendomi che più che metterli al riparo dal mare burrascoso devo badare a far sì che imparino a stare a galla e nuotare fino al porto).

domenica 29 luglio 2012

Traformar le debolezze in forza

Campate di silenzio così lunghe in quattro anni ce ne sono state poche ed è possibile che in futuro i post, qui, saranno più rari, ma scomparire no. Questo è e rimarrà sempre il mio spazio di libertà, la casa accogliente dove poter condividere tutto, dai fatti eclatanti a quelli più intimi). Una casa a immagine e somiglianza proprio della mia, reale, che per uno dei figli che diventa grande e ci vuole restare il meno possibile, cercando la compagnia degli amici, trova ogni anno ospiti in arrivo da lontano e graditi. L'estate scorsa era arrivato David, con la sua splendida famiglia dal Vermont, quest'anno è tornato Milan a farci visita dalla Serbia, con la sua ragazza, Adriana. Milan, per chi non lo sapesse, ha ventisette anni e per me è un fratello. Quando la guerra ha costretto la sua famiglia a fuggire e abbandonare la casa aveva solo dieci anni. Con il padre scappato sui monti e  la madre e le due sorelline in fuga verso Belgrado, trovò un tetto qui, per quei disegni misteriosi che solo il destino sa creare. Allora era un bimbo stupendo ma dagli occhi tristi, oggi resta stupendo uguale però con anche il sorriso negli occhi e un cuore buono, che ha saputo trasformare l'odio di troppe generazioni in compassione. Tra le tante cose che egli mi ha aiutato a capire c'è questa: le debolezze possono essere sempre trasformate in forza, basta saperle usare. Prendiamo l'inglese, che Milan e Adriana parlano benissimo come la maggior parte dei ragazzi delle loro parti. "Sai Giorgio - mi ha detto - il fatto è che voi in Italia avete tradotto tutto, dai film al cinema ai cartoni animati, dalle istruzioni per gli elettrodomestici a milioni di libri. In Serbia invece non è tradotto niente, per cui se vogliamo capire o leggere o usare le cose ci dobbiamo svegliare". Svegliarci. Un buon verbo per uscire dalla crisi.

mercoledì 5 ottobre 2011

Il calcio più bello

Domenica sera abbiamo visto insieme, qui a casa mia, la partita del Milan. Insieme significa, io, la mia famiglia, Loris con la sua, cioè Roberta, Silvia e Alberto e Angelo con i tre figli maschi, Stefano, Federico e Pietro. Tutti juventini, chi più sfegatato, chi meno. Nel primo tempo c'era anche Fabrizio, che invece tiene all'Inter e suo figlio Cristian, milanista, ma con i suoi otto anni troppo piccolo per restare concentrato a lungo, così con Giovanni ne ha approfittato per farsi un paio di sfide alla playstation.
Risultato a parte, è l'atmosfera che mi è piaciuta un sacco. Non una novità, in casa mia, perché già con mio padre le gare di calcio erano occasione per un ritrovo di amici, anche venti per volta, come per i turni finali dei mondiali, compresi i mitici del 1982 e quelli più recenti ma sempre vittoriosi del 2006, gli ultimi che abbiamo visto insieme, prima che lui se ne andasse in tutt'altro stadio.
Che io portassi avanti la tradizione non era scontato. A differenza sua, sono meno di compagnia, mi piace anche starmene da solo, anche perché spesso sono nervoso e nel caso di sconfitta simpatico come una pedata di punta sulle tibie. Per fortuna ci sono loro, amici e parenti, che non si fanno scrupolo e ogni tanto vengono. E ogni volta è un'emozione, un evento.
Lo ha scoperto anche Pietro, dodici anni, che di calcio non si è mai interessato, ma uscendo da casa mia, l'altra sera, ha detto a suo padre: "E' stato bellissimo".
Gino, da dove vede lui le partite adesso, sarà stato certo contento.

Foto by Leonora