sabato 11 luglio 2020

Fa la cosa giusta (L'impronta della sposa)

Ho poco o nulla da insegnarti e niente da tramandare che non siano gli infiniti errori e debolezze e inciampi della vita.
Però oggi ti sposi ed è una giornata memorabile e hai l'età dei miei figli e - a te e a loro - vorrei scrivere ciò che raramente esce dalla bocca, per pudore, pavidità, ritrosia.
Cominciando da questo: dimentica le favole che Disney e Hollywood hanno ciclostilato in abbondanza, tinteggiando tutto di rosa, facendo sentire "sbagliato" chi da quel modello si discosta.
L'equazione algebrica "conosco qualcuno, mi innamoro, lui si innamora di me, ci sposiamo, ci ameremo così da innamorati tutta la vita" fa più danni della pandemia.
Siamo prima di tutto, prima di qualsiasi costruzione culturale, figli e figlie della razza umana, che da milioni di anni ha un unico obiettivo: la riproduzione, la sopravvivenza.
Abbiamo istinti, desideri, aspirazioni che si possono conciliare con la vita di coppia, ma anche no, e quest'ultima ipotesi è assai più probabile della prima.
Per questo "Finché morte non vi separi" è prescrizione vana.
A separarci badiamo assai di frequente e prima noi.
Senza briglie, senza buona volontà, senza reciproco rispetto, senza capacità di accettarsi, senza tentare e ottenere di riallacciare quotidianamente un dialogo, senza un dirsi le cose in faccia, le divisioni non risultano un'eventualità, bensì la certezza.
Lo dico allora senza giri di parole, piatto piatto, come l'abito più prezioso che abbia scovato nel guardaroba dell'esperienza: non ci si sposa perché ci si ama, ci si sposa perché si sceglie di amarsi ogni giorno, ogni sera, ogni notte, ogni mattina.
Il mio augurio allora è questo: possiate camminare insieme, prendendo anche sentieri diversi, senza però mai perdervi di vista e con l'ostinazione di serrare i ranghi quando sentirete la distanza eccessiva, andando uno incontro all'altra, qualsiasi cosa accada.

P.S. L'ho messa giù dura perché, come ho avvertito in principio, l'occasione era ghiotta e scrivere a te e ai miei figli mi pareva la stessa cosa.
Una parola però la meriti per te, per la persona che sei, Letizia, per la stima che provo, per le capacità e la perseveranza che hai, per quel candore e quell'esuberanza che sempre ti distinguono, abbinate a sensibilità, profondità, solerzia. Sei davvero una persona speciale e fortunato chi ti sposa, come del resto certo fortunata sei tu, se lo hai scelto, se hai deciso di farne il tuo compagno di vita.
Tra i molti episodi che potrei citare, scelgo quello in cui tu hai deciso di segnalare i sospetti che riguardavano una ragazza, sul dubbio che venisse maltrattata. Ricordo il giorno in cui ti sei dovuta presentare dai Carabinieri per raccontare ciò che sapevi. Ricordo l'apprensione, l'angoscia, ma pure la determinazione nel fare - a qualunque costo - la cosa giusta.
Lì una lezione me l'hai data tu. Una lezione che è come l'impronta di ciò che sei. Da oggi anche una sposa.

mercoledì 8 luglio 2020

Lo stile fatto persona (Buon viaggio Alberto)

Silenzio. Paralisi e silenzio per quest'ingiustizia che ti è capitata, il tuo lasciarci qui, senza parole da dirci, a ciglio asciutto, con il pudore delle lacrime trattenute (che di versarle hanno diritto le persone che ti sei scelto e che ti sono state accanto, prima, dopo e durante la malattia).
Oggi resto così, oggi riesco a dire nulla, oggi non posso neppure immaginare il dolore di Filippo, Arianna, Enrico, di Rossana. Un terremoto che sconquassa, un cielo nero che ammanta ogni cosa, un lama affilata che incide il petto e resta conficcata.
Non ti sono mai stato così intimo, né voglio sembrarlo ora, però ti conoscevo, soprattutto provavo per te affetto, simpatia, persino un po' di invidia, anche se l'invidia è il peccato che mi appartiene meno e sarebbe più corretto definirla ammirazione, stima.
Per venticinque anni - da che ci siamo incontrati la prima volta - ho considerato la tua famiglia "gemella" alla mia, per il tipo di coppia, per i figli avuti quasi in sincronia, anche se nelle fotografie voi siete sempre venuti meglio, un quadro che era per me una meraviglia e mi ha sempre fatto sentire un po' "sgaruppato", come se tra le doti tu avessi in più lo stile, l'eleganza.
Lo stile. Per me lo stile è e rimarrà sempre la tua cifra. Per le montature degli occhiali, per il modo di vestirti, per la postura del corpo, per il garbo con cui glissavi le cattiverie, per la dignità con cui affrontavi il male, la sfortuna.
Un'unica consolazione mi rimane: quella di ricordarti per sempre così, giovane, unita alla certezza che i tuoi figli porteranno fieri il testimone della tua presenza sulla terra.
Buon viaggio Alberto e scusa se ho avuto il coraggio di dirti il buono che pensavo di te soltanto quando ormai si intuiva "oltre il fumo umido del nebbione che ci avvolge, rosso, il disco della tua stazione".


martedì 7 luglio 2020

La stagione della farfalla (Attesa e pazienza)

Abbiamo smarrito la virtù della pazienza. Ed è un paradosso, nell'era in cui l’essere umano può vivere mediamente più a lungo di quanto sia mai riuscito. 
Ci manca pazienza con i figli, che desideriamo già grandi subito.
Ci manca pazienza con le verdure dell’orto, che vorremmo mature presto, comprandole anche fuori stagione al supermercato.
Ci manca pazienza nel lavoro, dove pretendiamo risultati immediati e ragionare in termini di lustri o decenni sembra un abominio.
Ci manca la pazienza di piantare alberi, di costruire cattedrali, di immaginare una società che abbia fiato lungo e prosperi per le generazioni che seguiranno.
Ci manca la pazienza di attendere il perdono, di accettare il mistero, di mettersi di impegno per sanare un torto.
Ci manca la pazienza del corteggiamento, dell’attesa di un bacio, dell’intimità di un rapporto.
Ci manca la pazienza di tollerare gli errori, di comprendere le ragioni, di convincere l’altro o di farci convincere, nel caso.
Ci manca la pazienza di arrivare in fondo a un libro, a un post, a un articolo.
Ci manca la pazienza un po' su tutto.
Viviamo la stagione breve della farfalla, senza la sua leggerezza.
Abbiamo più tempo, ci sembra sempre meno.
Ignoriamo la meta e nel mentre non ci gustiamo neppure il viaggio.
La buona notizia è che la pazienza non è un dono riservato a pochi: si può trovare, coltivare, costruire, pian piano. Con pazienza appunto.

P.S. Questo, come gli altri, è un post scritto innanzi tutto per me stesso, che sono il primo a non avere pazienza, a pretendere tutto e subito. Le lezioni migliori le prendo dai miei figli, che premiamo le attese concesse loro e puniscono le impazienze che ho avuto. Così guardo con orgoglio Giacomo che mangia le zucchine, Giovanni che apprezza la pallacanestro, Giorgia che si interessa di politica, Kadir che guarda film in inglese, mentre ancora aspetto il giorno in cui mi chiederanno di tornare in un museo, dopo che quando erano piccoli li ho tenuti per sei ore agli Uffizi di Firenze, sperando di infondere precocemente l'amore per l'arte e ottenendo invece una noia mortale, da cui non si devono essere ancora ripresi del tutto.

giovedì 2 luglio 2020

I calzini di Godot (Mezzo milione e un grazie)

C'è sempre un calzino che avanza ed è forse questo il bello della vita.
Li guardo così, impilati uno sopra l'altro, sulla mensola dell'angolo lavanderia, orfani colorati in attesa di un ricongiungimento che non arriva.
Saranno una dozzina e nei giorni in cui mi sento riflessivo provo a ipotizzare dove diavolo siano finiti gli altri: dimenticati in un borsone sportivo, imboscati nell'anfratto di un armadio, abbinati erroneamente ad altre paia, bloccati nel cestello o nella guarnizione circolare dello sportello della lavatrice.
Lì, ogni tanto, guardo. Borsoni o armadio non immagino neppure di ispezionarli, mentre la lavatrice stuzzica l'investigatore che c'è in me: prima controllo sommariamente, tasto con la mano, poi, non contento, mi metto in ginocchio e infilo la testa, più puntiglioso di un fiscalista.
Generalmente è in quel momento, quando realizzo di aver scovato nulla e di trovarmi in una posizione imbarazzante, che realizzo l'effimera inutilità di tanta parte delle azioni quotidiane e nel contempo l'ammirabile ostinazione con cui ogni santo giorno usciamo dal letto e ci mettiamo in pista.

P.S. Questo post non volevo scriverlo. Per molti motivi. Il principale è che in questo tempo sento forte la banalità di ciò che mi passa per la testa e tutto mi pare già stato detto, per cui nulla vale la pena, meglio rinunciare, attendendo - se mai arriverà - l'illuminazione lampante, definitiva.
Come ogni Godot che si aspetta, alla fine però mai arriva. Esattamente come i calzini spaiati di cui sopra.
La differenza allora (nella scrittura come nell'esistenza umana) non la fa il genio, il talento, bensì la cocciutaggine, la perseveranza, l'obbligo del fissarsi una meta e raggiungerla, costi quel che costi, senza troppi scrupoli, facendo leva sulla stessa irrilevanza che prima paralizzava. È così che da oltre dodici anni questo blog tira avanti, riportando nulla di fondamentale, se non appunti di viaggio che - come conferma il totalizzatore qui a fianco - hanno superato il mezzo milione di visualizzazioni. Saranno anche effimere, ma sono comunque un pezzetto di vita.

giovedì 25 giugno 2020

A Thousand Days (In tre settimane)

Ne ho letto una pagina, poi due, quindi la prefazione intera. Ci ho preso gusto e l'ho terminato, ieri.
"A thousand days", mille giorni, il racconto della presidenza di John Fitzgerlad Kennedy, scritto a caldo da uno dei suoi consiglieri più fidati, Arthur M. Schlesinger Jr., vincitore del premio Pulitzer.
L'avevo sugli scaffali da almeno una dozzina d'anni, regalatomi dal mio amico Angelo. L'ho considerato poco o nulla prima, non perché l'argomento non mi interessasse, tutt'altro. Però era in inglese, in americano anzi, e mille erano non soltanto i giorni, ma pure le pagine.
Tre settimane fa invece - a conferma che i libri necessitano di un "kairos", di un tempo propizio, per essere letti con gusto - mi è ricapitato tra le mani e me lo sono goduto proprio, apprezzandone argomento, stile e storia.
Quando Angelo me ne fece dono aveva presente una lezione che lì vi passa, cioè che in ogni decisione ad essere importante è il metodo, poiché gli esperti, seppur bravissimi, possono prendere delle cantonate. Così Kennedy, appena insediato alla Casa Bianca, venne tradito dall'eccesso di confidenza e subì un clamoroso tonfo con il fallimento dell'attacco alla Baia dei Porci, facendo tuttavia di quella batosta tesoro, così due anni più tardi condusse magistralmente l'azione che debellò l'installazione dei missili nucleari sovietici a Cuba, mettendo di fatto la parola fine a ciò che è ricordata come "guerra fredda".
Di lezioni tuttavia, scorrendone le pagine, se ne possono trovare a decine, ciascuna gustosa, compresa quella forse maggiore, cioè che la vita e i fatti che ne derivano sono assai più complessi di come di solito li riduciamo e le divisioni tra "bianco" e "nero" sono sbagliate, prima ancora che stupide.
Non aggiungerò nulla a quanto letto, se non che ho scoperto un Kennedy pragmatico, senza dogmi, pienamente figlio del proprio tempo, né santo né demonio. Un politico insomma, come dovrebbero essere tutti i politici, oggi come allora.
Una considerazione però la voglio fare sulla sensazione avuta quando ho concluso l'ultima pagina.
Una grande amarezza. Sì, una desolazione piena, vasta, profonda, istintiva, per l'odio che accompagna gli esseri umani e che nonostante secoli di civiltà ristagna tuttora nelle nostre teste, nei cuori, nell'anima, ammesso che se ne abbia una.
Un male che intacca la vita sociale, non soltanto la politica. Un male che personalmente non voglio provare, per nessuno.
Trovare ciò che unisce, comprendere le ragioni degli altri e tollerarne le idee, quand'anche siano in totale contrasto con le proprie. E nel caso estremo esse intacchino i principi fondanti dei propri convincimenti, opporsi soltanto in maniera non violenta.
Questo è ciò che voglio essere, che vorrei i miei figli abbiano a cuore, come un solco, un punto cardinale, una stella.

domenica 7 giugno 2020

Contro ogni buio (I ragazzi di Via Novelli)


Mi siete stati accanto, vi siete interessati a me, ispirandomi più di un sorriso, nei giorni della desolazione e anche dopo, quando è diventata alba di nuovo, perché "fu sera e fu mattina" sempre, senza sosta, e non c'è mai buio che vinca davvero.
"Come stai?" è stata la frase che mi avete rivolto più spesso, con la spontaneità e la freschezza dei vostri sedici, diciassette e diciott'anni, una generazione che ho imparato a stimare, standovi in mezzo, conoscendola, mettendoci occhi, braccia, cuore, naso.
Non sarò mai grato abbastanza a voi, a "Via Novelli", a Paolo, che ha dato scintilla e sostanza a un'esperienza di vita, assai prima che a una trasmissione televisiva di BgTv e un canale su YouTube e tutto il resto.
Scrivo e vi vedo innanzi a me, uno ad uno, le decine che hanno partecipato attivamente nei mesi dell'epidemia e le migliaia che negli anni recenti sono stati protagonisti di "Che classe", chi facendosi notare, chi restando legato, chi semplicemente passando, entrando in contatto.
Mi verrebbe da sottolineare che mi sono sentito e un poco mi sento padre di tutti, ma sarebbe retorico: un padre l'avete o l'avete avuto già, basta quello.
Io mi accontento di esservi stato compagno, un compagno adulto, è vero, uno di quelli che non c'entrano niente con la vostra età, che stanno scomposti e allampanati, che non riescono neppure a starci con le gambe sotto il banco e a volte appaiono imbarazzanti, per ciò che dicono e che pensano, ma neppure sono estranei del tutto.
Nominare ciascuno più che impossibile sarebbe noioso: un lunghissimo appello, uno sterminato elenco nella rubrica del telefono. Mi limito a chi da marzo a giugno ha fatto gruppo e con Letizia e Fiorella ha tenuto alta la bandiera, impegnandosi praticamente ogni giorno.
Cari Alessandra Sortino, Alessandro Cerami, Alessandro Tuzzolino, Alice Rado, Beatrice Ana Papuse, Camilla Boniforti, Camilla Foresti, Egle Salvoni, Emanuele Amighetti, Esther Salvi, Francesca Rota, Francesca Garofalo, Federica Cangelli, Gabriele Ambrosini, Gabriele Cereda, Gaia Pagano, Giulia Zanni, Giorgia Gualandris, Lorenzo Filoni, Matteo Fumagalli, Mattia Scarpellini, Martina Belfiore, Michele Carobbio, Nicole Bertuletti, Nicole Gentile, Rebecca Gagni, Sara Suardi, Simone Gentile, Simone Signorelli, Simone Vavassori, Tommaso Masserini, Vittoria Bani... sappiate che "con voi sono stato lieto dalla partenza, e molto vi sono grato, credetemi, per l'ottima compagnia".
Il dono più bello che potesse capitarmi è proprio questo: conoscervi e di conseguenza avere fiducia nel presente, nel futuro.

P.S. Ho dato nome ai ragazzi di questi mesi, gli ospiti invece li ricordo in gruppo, pur così vari e diversi l'uno dall'altra, uniti dall'aver accettato di dedicarci energie e tempo non per soldi (mai pagato un centesimo, nessuno), né per fama o per dovere, bensì poiché hanno compreso la meta, il significato, lo spirito. Con ciascuno di essi esiste o si è creato un legame speciale, oltre ad una riconoscenza che per me vale più dell'oro.


venerdì 22 maggio 2020

Vincenzo io ti abbraccerò (La grandezza dell'umiltà)


Buono come un pezzo di pane.
Non a caso si chiama Mollica, pur se con l'accento sulla seconda sillaba.
Tra le molte interviste raccolte in questi tempi strani e stranianti, mi ha lasciato commosso quella che ha per protagonista proprio lui, Vincenzo Mollica, una vita alla Rai, al servizio della tv di Stato e prima ancora della cultura.
La aggiungo qui, su questa ideale bacheca, poiché in pochi minuti concede una lezione di vita, a testimonianza del cronista che è: un uomo che è diventato un'icona senza mai indossare una maschera.
Il modo di intendere il giornalismo; il rapporto sereno con la malattia; la vicinanza nel dolore verso chi ha sofferto una tragedia; la capacità di essere attuale, cogliendo lo spirito dei tempi, a cominciare dalla musica; lo stile unico, che non si è fatto influenzare dall'onda prepotente della televisione urlata...
In una dozzina di minuti, molte perle.
Ne riportiamo scritta una, poiché è il segreto per un'esistenza piena, serena (la sua, ma pure la nostra).
"Fellini una volta mi disse che era la curiosità che lo faceva svegliare la mattina. Ecco, io voglio continuare a essere curioso".









lunedì 11 maggio 2020

Cinquanta e cinquanta (Contro il senso di ingiustizia)


C'erano campi di grano verdissimi, a perdita d'occhio, dietro il cimitero.
Luciano lo hanno salutato lì, soltanto i parenti stretti, in un bel giorno di maggio, uno di quelli in cui c'è il sole e fa caldo, ma appena lo vela una nuvola senti l'aria nella schiena e devi coprirti di nuovo.
"Che senso di ingiustizia" ha scritto la figlia Manuela, rimarcando un sentimento che ho provato anch'io, pensando a tutti gli anni di lavoro e ai pochi mesi - dodici in tutto - nei quali è riuscito a godersi la pensione, dopo una vita passata in ginocchio, a mettere piastrelle e farsi in quattro.
Nelle ultime due settimane non ho scelto il mutismo, è il mutismo che si è imposto, facendo da groppo, come accade quando troppo amaro e indigesto è il boccone che viene fatto masticare dal destino.
Passerà. Passa sempre tutto. Cresceranno i nipoti Nicolò e Tommaso, sopravviveranno le figlie Manuela e Stefania, finirà le lacrime pure la moglie Lia, che tre giorni prima aveva compiuto quarantatré anni di matrimonio tondi tondi e fino alla fine, come tutti, aveva sperato nel miracolo.
Passerà. Passa sempre tutto, per la famiglia di Luciano o per quella di Annalisa, la mamma di Nicola, anch'essa portata via d'improvviso dal virus che ha sconvolto la nostra esistenza, pretendendo da alcuni un tributo salatissimo.
Passerà. Passa sempre tutto, tranne il senso di ingiustizia e la dolcezza del ricordo, quel legame d'amore che intreccia le storie di ciascuno e - finché c'è vita in chi li ha conosciuti - non li fa mai morire del tutto.
Passerà. Passa sempre tutto, però non è questa l'ora, non è questo il giorno.
Per oggi, per domani, per dopo e credo per molto tempo ancora resterà il ricordo e un silenzio che non è vuoto e neppure semplice assenza di parole, bensì un profondo, intimo, affettuoso abbraccio.

P.S. C'era il sole mercoledì, quando è stato salutato Luciano. C'era anche il pomeriggio di tredici anni fa, nel giorno in cui abbiamo accompagnato Gianni, portato via da un altro male, subdolo. Arnaldo, suo amico vero, me lo ricorda mandando una fotografia, in cui è sorridente, zaino in spalla, pronto per cominciare un viaggio. "Chissà Gianni quante cose ti sei portato in quello zaino" commenta. A me invece piace pensare il contrario, che abbia lasciato qui tutto, e che non sia in nessun luogo diverso da quello in cui sono anch'io, noi, tutti, ora, subito. Per quanto riguarda l'al di là infatti nessuno ha certezze, né che ci sia né che non ci sia, è un cinquanta per cento di probabilità, tondo tondo. Ma se c'è, penso, oltre a quella dello spazio non esiste neppure la dimensione del tempo, è un eterno presente, in cui siamo appunto tutti... presenti, adesso, e non manca nessuno.

giovedì 23 aprile 2020

Senza fiato (Il peggio, al passato)


Tutta colpa di Raul Montanari. Se sono venti giorni che qua non aggiungo un rigo è responsabilità sua e dell'onesta quanto disarmante ammissione che ha fatto (video), quasi da "rappresentante sindacale degli scrittori": "Nessuno di noi sta scrivendo, perché per scrivere tu il cuore lo devi avere leggero, non puoi essere oppresso, non puoi avere il respiro corto".
E io, che scrittore non lo sono affatto, ma che in effetti scrivo, in queste settimane il respiro corto l'ho avuto eccome, a immagine e somiglianza del male che stiamo affrontando e che non a caso è terribile proprio perché toglie letteralmente l'aria, manda prima in affanno e poi ti schianta, lasciandoti senza fiato.
Ho scritto nulla, ma letto molto e ascoltato di più.
Mi sono preoccupato (lo sono tuttora, per alcune persone care che in un letto di terapia intensiva stanno resistendo, appese a un filo, o per una deriva da Stato vigilantes, non di diritto, a cui quotidianamente assistiamo).
Ho provato sgomento (per le testimonianze terribili di chi ha convissuto con il virus o da esso è stato sbaragliato).
In qualche caso ho avvertito rabbia (soprattutto per coloro che hanno aggiunto divisione nelle difficoltà e fatto intendere che quanto successo - specialmente qui - non sia una fatalità, bensì una colpa, che ci meritiamo).
Rabbia, preoccupazione, sgomento.
Ci sarà un tempo in cui tutto ciò che si è accumulato fluirà, in cui il groviglio di sensazioni emozioni sentimenti verrà dipanato.
Per ora mi accontento di alzare il capo, di guardare l'orizzonte di nuovo, di tastare con le mani le braccia, il torace, le altre parti del corpo e realizzare di essere vivo, vispo, senza poter annunciare lo scampato pericolo, ma consapevole che l'onda di piena che ha rotto gli argini e travolto tutto, ha esaurito la forza d'urto, rientrando.
Non è molto, lo so. Però è un inizio, il ramoscello d'ulivo nel becco della colomba sull'arca di Noè terminato il diluvio, il segnale che il peggio è passato. Speriamo.

P.S. Non vorrei essere frainteso: le difficoltà non stanno finendo, le difficoltà stanno cambiando. Questo però fa parte dell'esistenza, della continua tensione che accompagna la storia dell'essere umano, come sempre è stato prima, come sempre sarà dopo.

venerdì 3 aprile 2020

Zero certezze (E un dolore che schiaccia)


Per tutti, compreso me, è una parola, una preoccupazione, un pensiero. Teoria.
Per te è paura concreta, un terrore, l'angoscia ogni volta che squilla il telefono.
Un'ansia con cui vivi da giorni. Prima un sasso nella scarpa, quando tuo padre ha cominciato a tossire, qualche linea di febbre, il respiro più corto; poi un timore reale, la saturazione del sangue sballata, l'ambulanza chiamata contro il suo stesso parere, l'ostinazione affinché fosse curato; infine il precipitare nell'emergenza, le telefonate dal Pronto Soccorso, il ricovero in reparto, l'attesa infinita delle chiamate di un medico, le notizie a spizzichi e bocconi di ciò che sta succedendo ("Gli abbiamo messo il casco, è stazionario". "Sì è aggravato, lo dobbiamo intubare e sedare". "Qui non c'è più posto, lo dobbiamo trasferire in Germania". "Si sono liberati due letti, lo teniamo a Bergamo"...).
Diciamo tutti "capisco", ma non capiamo affatto. Finché non ci sei dentro, finché non provi sulla tua pelle cosa succede, finché nelle vene non circola quello star appesi al buio, in apprensione per qualcuno che ti è veramente caro, restiamo spettatori di un dramma nudo.
Io per primo - pur se mi è capitato di essere al tuo posto, sebbene in circostanze diverse - non ho contezza di ciò che provi davvero.
Si è soli, in questo tempo. Solo tuo padre, in un letto di ospedale. Sola tu, che non trovi pace un momento. Sola tua madre, nella stanza accanto. Sola tua sorella, nonostante la sua famiglia, i figli, il marito.
Una solitudine che schiaccia, a cui posso dare voce, non un sollievo, tanto meno una spiegazione (perché di fronte a questo, di fronte a ciò che capita a migliaia di persone in questi giorni, la ragione, la filosofia e persino la religione, hanno il pudore del giudizio sospeso, l'eterno responso alle domande di Giobbe, che dolore e sofferenza sono un mistero).
Perciò resto qui, muto, facendo l'unico gesto, seppur ideale, che posso: cingerti le spalle, abbracciarti, sentirmi fraterno nel dolore, anche se non è paragonabile al tuo.

P.S. Zero certezze. Sono quelle che ho, dopo quarantacinque giorni nel mezzo del tornado.
Aperture sì, aperture no. Chiudiamo tutto no, chiudiamo tutto sì. Mascherine no, mascherine sì. Virus nell'aria no, virus nell'aria forse, almeno un po'.
E così via, ogni giorno la sua pena e una lezione nuova, spesso a smentire la precedente.
Di certo abbiamo perso le parole e ci tocca cercarne di nuove, per raccontare ciò che sta accadendo.
Lo scrittore Raul Montanari sostiene che ne abbiamo abusato, adoperandole all'eccesso ("Spingendole al massimo, fino al tetto" dice lui, con una bella espressione, mimandola pure con le mani, "Sono stanco da morire". "Chiuso in casa impazzisco". "Stanotte non ho chiuso occhio"...), ricorrendo all'iperbole per descrivere ciò che è normale, spacciandolo per straordinario.
Così ora, con lo straordinario diventato concreto, non abbiamo più il vocabolario, lo abbiamo sprecato (quasi) tutto. Di contro, questo tempo gramo ci regala un'occasione: rimediare, ridando alle parole un peso, oltre che un significato.

sabato 28 marzo 2020

La prima cosa che voglio fare (Dopo, ma anche prima)


La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso", non sarà prendermi una settimana di ferie, vere, né pensare a nulla, uscire con gli amici, mangiare al ristorante, andare al cinema, bere il caffè in centro, visitare altre città e i musei, tuffarmi nel mare, girare in bicicletta, prendere il treno, vagare a zonzo tra gli scaffali del supermercato o nei boschi dietro casa.
E neppure tornare a baciare finalmente mia mamma, abbracciare le persone a cui voglio bene, stringere la mano alle persone che stimo, chiacchierare con chiunque senza badare a che ci sia più di un metro di distanza, cenare o pranzare con la famiglia allargata, come accadeva prima, ogni sabato o domenica, guardare le partite in tv tutti insieme, ascoltare gli amici dei miei figli che fanno un accidenti di baccano, dentro casa, fare visita alle persone malate, mettere un fiore al cimitero, aprire a chiunque bussi alla porta.
No. La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso" è tenere la testa alta, riappropriarmi della mia dignità di persona, levarmi da dosso la negatività che mi ha appiccicato addosso questa situazione assurda, lavar via la paura, non ripetere gli stessi errori, coltivare la mia parte razionale ma pure quella istintiva, fare e mantenere memoria.
Soprattutto questo: fare e mantenere memoria. Perché tanta apprensione, tanta sofferenza non sia stata vana, perché ne usciamo cambiati, in meglio, riuscendo a percepirci come comunità e non soltanto come individui, ognuno con la sua pena, ciascuno con a cuore soltanto la propria scialuppa.

lunedì 16 marzo 2020

Ho imparato (Le radici buone dell'empatia)


Imparo sempre, molto. In questi giorni di più.
Ho imparato ad esempio che con i gomiti si possono fare un sacco di cose, comprese aprire le porte o salutarsi, tenendo una distanza quasi di sicurezza.
Ho imparato che pensavo di saperla lunga, invece era corta, tanto corta.
Ho imparato che la vita è spiazzante persino in questo tempo in cui credevamo di averla in pugno tutta e di poterla piegare, all'occorrenza.
Ho imparato che può capitare anche a te, a noi, e non soltanto a loro, agli altri.
Ho imparato ad avere paura, non il terrore dei film o degli incubi, piuttosto il timore del cerchio che si stringe, della marea che sale e non sai come andrà a finire, se l'acqua ti lambirà soltanto le caviglie o salirà ai polpacci o supererà il capo e dovrai restare in apnea.
Ho imparato ad avere paura, ma anche a non cedere all'angoscia degli ipocondriaci, ad essere prudente senza cadere nella fobia.
Ho imparato la compostezza nel dolore di una città che mi ha adottato e che sta reagendo con dignità superiore alla tristezza per i troppi morti tutti insieme, senza l'occasione di congedarsi bene, di accompagnarli nell'ultimo tratto di strada.
Ho imparato il coraggio di chi fa il proprio mestiere con coscienza, sia esso in prima linea oppure nelle retrovie, medico in terapia intensiva o addetto alle pulizie della corsia, direttore di giornale o edicolante, cassiera al supermercato o volontario in ambulanza, autista di bus o insegnante a distanza.
Ho imparato che si possono dire moltissime cose, quasi mai quella giusta (e proprio per questo l'umiltà dovrebbe far premio sul giudizio o quanto meno sospenderlo, evitando ogni saccenteria).
Ho imparato, più di tutto, che se ne esce più forti di prima soltanto se la radice è buona, perché altrimenti anche l'albero apparentemente robusto vacilla, s'incrina, si spezza.

P.S. Badare alle radici, fare in modo che siano sane, virtuose, è la vera emergenza. Perché le epidemie passano, la nostra comunità continua e questi giorni saranno trascorsi invano o, peggio, ci consegneranno una civiltà ancora più disgregata, individualista, se non mettiamo al primo posto ciò che conta davvero: la comprensione, l'aiuto reciproco, l'empatia, l'amore per l'altro, l'amicizia.

domenica 8 marzo 2020

"Tutto questo si chiamerà l'anno scorso"


Ho scritto poco, anzi nulla, adempiendo a un disorientamento, che mentre tutti sembrano maestri io mi sento ancora più allievo.
Non giudico gli altri, preferisco per me stesso il silenzio, anche perché "Finché le parole sono nella tua bocca, sei il loro signore, quando sono uscite sei il loro servo".
Vivo ciò che sta accadendo, come tutti, navigando a vista, a volte illudendomi di intravedere una rotta già nota, altre comprendendo che per ciascuno di noi è un mare aperto, inesplorato, e anche i marinai più esperti (virologi, medici, statitistici, funzionarii, scienziati, politici...) ne conoscono al più un breve tratto, quello che riguarda le loro competenze, ma scenari, scelte complessive e possibili ricadute sono simili a un tiro di dadi, appartengono all'azzardo.
Pesco il buono, come cerco di fare sempre, per tutto, astenendomi dalla facili critiche e trovando gusto nello scoprire del bicchiere il mezzo pieno, provando a essere positivo, aggrappandomi alla storia, alle prove che le porzioni di umanità hanno vissuto in passato e che hanno condotto fin qui, cavando sempre del bene anche dal gramo.
E quando proprio sono in difficoltà, quando l'incertezza ha la meglio, quando l'apprensione o lo sgomento o la confusione prendono il sopravvento, mi porta conforto il proverbio bosniaco che recita: "Tutto questo si chiamerà l'anno scorso".
Già. Passerà, come passa ogni cosa, per epocale che possa essere questo tempo diventerà soltanto un ricordo.

P.S. Diventerà soltanto un ricordo, è vero, e proiettarsi oltre l'ostacolo del tempo è una consolazione e insieme un appiglio. Tuttavia la dignità con cui lo affrontiamo, le prove che supereremo, l'esempio che in ogni istante diamo ci accompagneranno e definiranno di noi stessi un profilo, l'immagine che vedremo a lungo, guardandoci allo specchio. Poterlo fare, fissandoci negli occhi, confessandoci di essere stati coraggiosi ma al tempo stesso responsabili, credo debba essere la stella polare, per ognuno.

sabato 29 febbraio 2020

Il mese bisesto (Vi sono vicino)


Un mese è un mese, chiuderlo senza passare di qua sarebbe un peccato, anche considerata l'eccezionalità di questo tempo, in cui sta succedendo di tutto e accadono cose che mai mi sarei immaginato.
Segno un punto oggi, nel giorno più particolare del quadriennio, un ventinove febbraio che non c'era l'anno scorso e neppure ci sarà il prossimo.
Scrivo meno, è vero, vivo di più, in ogni ambito. Spesso accade che "custodisca" più che rendere pubblico ciò che penso. Di certo mi ritrovo più fatalista, meno teso a plasmare il destino, che tanto il destino decide sempre da sé il letto in cui coricarsi, evitando con scrupolo lenzuola e materasso che gli abbiamo preparato.
Sono silente, ma non per questo meno vicino alle persone che in questo tempo hanno un peso greve, intenso.
Chi è ricoverato con questo virus che ha paralizzato tutto, ad esempio. A uno di loro sono particolarmente affezionato, perché mi ha preso in simpatia fin da quando l'ho conosciuto e mi sento un po' parte della sua famiglia, pur se di persona ci incontriamo di rado.
Oppure a una delle persone a cui voglio più bene, a colui a cui avrei affidato i miei figli, se mi fosse capitato qualcosa di brutto. Qualcosa di brutto, anche se non di così brutto, è capitato a lui e sono mesi che stiamo in apprensione, con il conforto del suo spirito, della sua capacità di reagire, di superare ogni ostacolo.
O infine a una delle donne più sensibili che conosca, che ha perso il padre d'improvviso, talmente d'improvviso che essendo lontano da casa l'ho saputo giorni dopo, senza potere essere di conforto, figuriamoci da aiuto, e da giorni penso e ripenso a come rimediare, a come farle capire che le sono vicino.
Per loro, per tutti loro, e anche per me, per noi, questo mese con il riporto di uno non è passato senza danno. Eppure la vita va avanti e andare avanti è l'unico modo per non viverla invano.

giovedì 23 gennaio 2020

La lettera che non ti ho scritto (Ventitré anni, oggi)


I tuoi ventitré anni compiuti oggi li porti sulle spalle di un corpo che pare scolpito, epigono di generazioni che l'hanno forgiato a pane e fatica. Te ne prendi cura sempre, in questi mesi di più, attento a ciò che mangi, allenamenti, corse, palestra.
Ti osservo ammirato, soprattutto dalla determinazione con cui ti impegni in ciò che fai, stupito da quel tuo modo di essere diverso a seconda del contesto: silente e riflessivo in casa, sorridente ed esuberante in compagnia.
Non me ne faccio un cruccio: ho imparato ad apprezzare la tua riservatezza domestica, applicando la lezione del mio, d'un padre, che "ammaestrava" spostandosi, cioè senza volerlo fare, mettendosi innanzi tutto in ascolto, attendendo i momenti giusti, che non erano mai i suoi, ma quelli scelti dall'altro. Esiste pure un proverbio in dialetto comasco, calzante a pennello: "La légùra, senza cùr, la sà càta a tuti i ùr". La lepre, senza correre, si prende a tutte le ore".
Io di lepri non sono così esperto, di figli nemmeno. Imparo vivendo, sbagliando.
Se penso a te non ho preoccupazioni, hai carattere sensibile ma spalle forti, non soltanto quelle attaccate al tronco. Certo immagino per te una vita non chiusa nel bozzolo, piuttosto aperta alle relazioni, alle compagnie ampie, a una famiglia numerosa, se ne avrai una, come ti auguro.
Mi sembri un tipo di persona che in un tempo passato sarebbe stato un buon prete, uno di quelli che si consacrano al mondo, mettendo da parte l'io. Uno di quei preti saggi, perché hanno camminato e conosciuto il "deserto", il vuoto di relazione, di vocazione, di senso persino, e sono sopravvissuti lo stesso, più forti perché hanno sperimentato la debolezza, più saldi perché si sono perduti in qualche modo.
Sei migliore di me, di questo sono certo. E me ne compiaccio. Insieme alla fortuna che ho, di averti per figlio: uno dei motivi validi per cui essere stato al mondo.

mercoledì 22 gennaio 2020

L'amico è (Un Angelo)


Domani compirai un anno più di me, precedendomi, come sempre, come quasi in tutto.
Sei il primo di quei pochi amici che mi sono capitati in dono, coloro che c’è un modo semplice e lineare in cui si distinguono: può passare un giorno, una settimana o un anno, ma quando ti siedi di fronte e li guardi negli occhi riprendi il discorso che avevi lasciato, come se nulla fosse, anche se non ci si è raccontati tutto.
Debbo a te gran parte del buono dell’uomo che sono, anche se - proprio per ciò che ho scritto qui sopra - non te l’ho mai detto: so che lo sai, non ce n’era bisogno.
Faccio eccezione oggi, che ti attende un compleanno senza spigoli, tondo, perché un regalo lo fai continuamente a me, da mezzo secolo, da quando il bambino timido che ero, curioso quanto insicuro, ha incrociato la tua strada, trovando un’affinità elettiva e insieme un appiglio.
Pure se mi soffermassi a lungo e scrivessi un libro non riuscirei a descrivere un’infima parte di ciò che insieme abbiamo vissuto, condiviso.
Mi limito a questo, a dirti che con te, come con i veri amici, ho compreso e provato sulla mia pelle e nel cuore la forma dell'amore più puro, intenso, intimo, casto, generoso, disinteressato, scevro da competizioni, incomprensioni, pettegolezzi, garbugli e gelosie.
Un bene per scelta, ma anche un bene ricevuto, per provvidenza o destino.
Ha ragione Victor Hugo: “Tutti sanno provare dolore per il dolore altrui, soltanto i veri amici riescono a essere felici della gioia dell’altro”.
Un sentimento che fa da prova del nove e che per te ho sempre provato, avvertendolo ricambiato.
Perciò non posso che dirti grazie, questa volta sì, per iscritto, augurando a tutti di avere la mia fortuna: di avere accanto per la vita un Angelo.

domenica 12 gennaio 2020

Un gigante, in cinquanta chili d'uomo (Addio don Dino)


Mi ha voluto bene, guardando alla persona che sono più che ai difetti che sommo, difendendomi sempre in pubblico - pur se non mi aveva scelto lui - e dimostrandosi altrettanto indulgente nel privato.
Debbo a Don Dino Gariboldi molto della mia esperienza monzese, soprattutto i colloqui nello studiolo della porzione di appartamento accanto al Duomo, in cui ci trovavamo di fronte uno all'altro, lui con la saggezza degli anni, io con l'entusiasmo e la passione per il mestiere che ho scelto.
Quando giunsi a Monza ebbi la fortuna di non passare inosservato, per un paio di dettagli che con il senno del poi avrei pure evitato, conseguenza dell'aver applicato alla lettera le regole del giornalismo che mi era stato insegnato. Ciò che a Como o a Milano sarebbe stata una pastina insipida, lì si rivelò cibo indigesto, con tanto di mal di pancia e sollevazione di alcuni notabili del posto.
Ricordo il modo in cui ricompose la frattura, dandomi ragione in consiglio di amministrazione e presentandosi in ufficio il giorno dopo. Lo vidi arrivare con quel suo corpo di uccellino, risalendo il vicolo che portava alla sede de Il Cittadino, in centro, cappello in testa e passo leggero. Bussò lieve alla porta e si accomodò senza aspettare che dicessi: "Prego", cominciando a parlare con un sorrisino di ostentata umiltà dipinto sul volto ed elencandomi i punti nei quali secondo lui avevo sbagliato. Parlò cinque minuti, ripetendo spesso una frase che in seguito gli sentii ripetere di rado: "Se io fossi il direttore de Il Cittadino...". Un modo per suggerire un atteggiamento, un comportamento, senza imporlo, senza prevaricare il ruolo. Alla fine del discorso, riprese in mano il cappello e senza che io avessi il tempo di replicare aggiunse un complimento, uno solo, che tuttavia bilanciò nella mia vana gloria tutto il resto: "Comunque hai un'ottima penna. Fanne buon uso".
Monsignor Gariboldi, don Dino, per anni arciprete del Duomo di Monza, se n'è andato alla soglia dei novant'anni, ieri l'altro.
A Monza ha voluto bene, a "Il Cittadino" di più, salvandolo in più di un'occasione e difendendolo da ogni attacco.
Per chi ha sospettato un suo interventismo eccessivo, quasi fosse tessitore di chissà quali trame, dico questo: in tre anni di direzione, non ha fatto mai un accenno sul favorire questo o quello, né chiesto fosse messa o omessa una notizia.
Una sì, ora che ci penso. Una "breve", cioè due righe che si utilizzano come riempitivo di pagina, sovente per segnalare un appuntamento. Riguardava una messa che avrebbero celebrato in Duomo i cattolici fondamentalisti, quelli che non riconoscono le riforme ecclesiastiche degli ultimi secoli. Quella volta lo vidi per la prima volta furente, piccato, con un fuoco negli occhi e una rabbia covata dentro, che chi lo conosceva bene notava non di rado. "Questa no! Questa notizia non la devi mettere! Il Cardinal Scola ha dato il permesso, ma io non sono d'accordo e anzi, quel giorno me ne andrò lontano, perché il cuore non reggerebbe un simile scempio in Duomo!".
Questo era don Dino Gariboldi, un uomo certamente conservatore, ma prete profondamente legato al Concilio Vaticano Secondo. Un gigante, in cinquanta chili d'uomo.

venerdì 10 gennaio 2020

Dodici anni (Compleanno e anniversario, intrecciato)


Sei arrivato tre giorni prima che lui se ne andasse, anche se io non lo sapevo.
Il destino incrocia a suo modo i giunchi che raccogliamo lungo il cammino e mentre tu certo piangevi e cercavi il seno materno, mio padre si spegneva pian piano, andandosene la notte tra il nove e il dieci gennaio di dodici anni fa, chiamando nell'agonia due persone, me e suo nonno, cioè chi gli aveva fatto da padre e il figlio.
Le lacrime di entrambi si sono asciugate. Le mie, perché la morte ha rappresentato anche una liberazione dalla malattia e quelle che avevo pianto erano già numerose, come le gocce di pioggia a marzo. Le tue, poiché sei diventato grande e hai altri strumenti per esprimere bisogni e desideri, compresa quella capacità di parlare di te stesso, di esplicitare quanto ti manda in subbuglio, che unita all'empatia e al potere di "aggiustare" ciò che negli altri è rotto credo sia il tuo dono più evidente, prezioso.
Qualche volta ti viene tuttora il magone, è vero, soprattutto pensando al tuo di un padre, che non sappiamo bene dove sia e che tu non sai se ti abbia nel cuore o no, se ti è accanto almeno con lo spirito oppure è una traccia biologica nel tavolozza infinita del creato.
E' successo anche ieri l'altro, quando ti sei seduto a gambe incrociate sul letto, e hai cominciato a raccontare cosa sogni la notte, ciò che ti fa paura e cosa invece ti lascia contento. A un certo punto, mentre parlavi, hai portato le nocche delle mani agli occhi e ti sei fermato di colpo. Ho compreso che piangevi dal singhiozzo e m'è venuto da proteggerti, cingendoti in un abbraccio, piccolo come sei, nonostante abbia ormai un anno in più e sia un ragazzo fatto e finito.
Buon dodicesimo compleanno allora e grazie, perché come al solito il regalo lo hai fatto tu a noi, semplicemente essendoci, ma in quel modo originale, diretto, unico, che anche senza volerlo, ci mette in scacco.

mercoledì 1 gennaio 2020

2020righe (L'era della conoscenza)


Anno tondo, che per assonanza ricorda il titolo di questo diario e che si stende come una vallata, un panorama esteso quanto vario.
Lascio i buoni propositi per chi ha caparbietà di realizzarli o almeno tentare di farlo.
Confido in un mondo che migliora, sempre, pure quando non ce ne accorgiamo, e sono convinto che prima o poi finirà la predominanza del "materiale", a cui dobbiamo il benessere in cui viviamo ma che pian piano s'è trasformato in una pietra al collo.
Soldi per far soldi per far soldi. Ma i soldi finiscono sempre, non bastano mai, sono per natura limitati, mentre la natura dell'uomo - come quella del cosmo - è frutto di eccedenza, di uno sgorgare generoso e continuo.
Finirà prima o poi l'era del voler "avere", del possedere, comincerà quella del voler sapere, del conoscere: una signoria della cultura che, come indicava Gadamer, "è l'unico bene dell'umanità che, diviso tra tutti, anziché diminuire diventa più grande".
Gli strumenti li abbiamo, un livello sufficiente per la sopravvivenza altrettanto, sta a noi instillare della conoscenza, del sapere, il desiderio, prendendo spunto dalla saggezza di Antoine de Saint-Exupéry: "Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito".
Che sia dunque l'anno di un mare di conoscenza. Vasto. Infinito.

P.S. Hans Georg Gadamer è uno dei filosofi che più mi ha affascinato e di cui ricordo a memoria un aneddoto. Quando stava giungendo alla soglia del secolo di vita e gli chiesero di presenziare a non ricordo più quale evento, rispose: "No grazie, non ho più ottant'anni".