sabato 2 settembre 2017

Il gioco (Dimmi chi sei e ti dirò che talento hai)

Foto by Leonora
Facciamo un gioco. Sì, un gioco, insieme, in questi giorni che per molti sono di rientro, di un nuovo inizio.
Un gioco che parte da una premessa. Questa.

Guardare le persone. L'ho fatto spesso in queste settimane, osservandole a volte attentamente, altre di sfuggita, in modo vago, superficiale, sempre tuttavia con la speranza di un lampo, un'intuizione. Guardare, interessarmi a chi incrocia le mie strade non per un voyerismo appiccicoso o per soddisfare una curiosità istintiva che pur non nego, bensì con un obiettivo preciso, uno scopo particolare: comprenderne la pecularietà, quel talento che le rende a loro volta speciali, eccezionali, uniche.
Un vezzo che mi porto appresso da parecchio (credo dalla prima volta in cui sono incespicato nella frase di Einstein: "Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido") ma che negli ultimi mesi ha assunto contorni più precisi, diventando un proposito.
Ciò che conta però non è la confessione di un passatempo, bensì la consapevolezza che davvero ciascuno di noi porta con sé un'originalità, una dote che talvolta è manifesta e si esplica poi nella professione, nelle passioni coltivate, nelle qualità riconosciute, sovente invece rimane latente, inespressa, persino incompresa da chi la possiede.

Facciamo un gioco allora. Prendiamo a riferimento una o due persone (compagni, compagne, figli, figlie, padri, madri, zii, amici, amiche, parenti, serpenti, colleghi, colleghe, collegati, scollegati, chi volete voi insomma) e proviamo a capire e a rendere esplicito soprattutto qual è il loro tratto saliente, quella caratteristica che li distingue e che in loro ammirate.
E se trovate il coraggio poi ditelo loro e se non lo trovate, quel coraggio, trovatelo, fate in modo di trovarlo, di far sapere ciò che di positivo vedete, constatate, deducete, intuite.
Siate per un giorno gli Sherlock Holmes del vostro prossimo, il commissario Maigret di chi vi sta accanto, il dottor House dei talenti altrui, senza scordare di trovare un briciolo di tempo - se non l'avete mai fatto - per riflettere su qual è il vostro, di talento, e fare due più due, valutando se esso è centrale oppure defilato, marginale, accessorio nella vita che state conducendo.

P.S. "Giorgio, sei indolente ed irritante quanto un tir che sorpassa un altro tir in autostrada". D'accordo, potete dirmelo.
Oggi tuttavia è il compleanno di Giulia, mia nipote, e allora vorrei cominciare da lei, scrivendole che ho molta stima per la sua ostinazione quieta, per quella dolcezza naturale che non mette a disagio gli altri, per l'assenza assoluta di ostentazione della bellezza esteriore che madre natura (e anche madre Manuela e papà Fulvio) le ha donato, soprattutto per quella capacità di mettersi in ascolto senza mai interrompere, senza mettere ansia, per quella discrezione che trasforma il silenzio in una lavagna su cui disegnare, un ponte che collega e non in un vuoto che separa, divide.

mercoledì 26 luglio 2017

L'equilibrio della bicicletta (e il bicchiere mezzo pieno)

Foto by Leonora
Felicità è condizione instabile, un lampo nel cielo, equilibrio precario al lato della strada, in sella a una bicicletta che non si muove d'un metro. Perciò ho smesso da un pezzo di pretenderla: l'accetto quando c'è, come un dono, e mi accontento di altro, di giorni densi, sereni, goduti appieno.
Ti guardo in una fotografia trovata tra le pagine di un libro, con i tuoi cinque o sei anni, mentre sorridi da orecchio a orecchio e immagino quel lontano istante perfetto, augurandomi che ogni giorno tu possa viverne uno identico, nonostante il bimbo che eri nel frattempo sia diventato uomo.
Ho sempre pensato, illudendomi, che per farti crescere felice avrei dovuto darti tutto. Sbagliavo.
Tutto ciò che ti occorre in dote è invece la capacità di incuriosirti, di interessarti, di stupirti, di appassionarti, insieme con la possibilità di mettere a frutto il tuo talento.
Me lo appunto qui, sapendo che al di là delle parole conta l'esempio e l'esempio spero di dartelo ogni giorno, pur con i mille difetti che mi porto appresso, cercando di essere un uomo soddisfatto, oltre che fortunato, quale sono.
P.S. Questi giorni, con sole, lieve brezza e zero umidità, sono tra i più belli dell'anno. Lo scrivo qua, come pro memoria per me stesso, poiché in tempi in cui ci si lamenta di tutto e del contrario di tutto, considero un dovere civico guardare al bicchiere mezzo pieno (non soltanto quello del vino).

domenica 9 luglio 2017

L'angelo mancato (Tutto passa, tutto si aggiusta, sempre)

Foto by Leonora
Al momento opportuno m'è mancato l'ardire per rivolgere loro una parola, per interrompere il pianto affranto di lei e lo sgomento imbarazzato di lui, che la guardava con occhi disorientati e tristi, senza sapere cosa fare, cosa dire, se sedersi accanto o cingerla in un abbraccio.
Loro erano due ragazzi tra i diciassette e i vent'anni, appartati sui gradini di una scaletta ai margini del piazzale della stazione, lei capelli neri, lunghi fino alle spalle, occhiali, calzoncini corti, lui bermuda chiari, capelli ricci, una faccia da adolescente rimasto dentro ancora bambino, una maglietta verde acido con sulla schiena la scritta in maiuscolo: "Animatore".
Non so cosa avessero. Lei parlava concitata, con momenti di vera disperazione e lacrime abbondanti, come chi ha nel cuore una pena enorme e le sta cadendo il mondo addosso; lui ascoltava attonito e impacciato, quasi volesse rassicurarla, dirle "Ci penso io", ma senza ruscirci perché di pensarci lui non sembrava affatto pronto.
Mi sono imbattuto in quella scena per caso, camminando fin lì perché ero al telefono e volevo evitare il rumore della gente, il frastuono del traffico. Dopo averli notati, continuando la conversazione, sono passato innanzi un paio di volte, senza che nessuno dei due vi facesse caso, e la terza volta, dopo aver salutato chi stava parlando con me, sono stato tentato di fermarmi, di rivolgere loro una parola, svestendo i panni dello sconosciuto e indossando quelli del padre, del ragazzo più grande, di colui che anche se non richiesto può dare una mano.
Non l'ho fatto. Il timore di essere invadente, insolente, mi ha fatto tirare dritto, salvo poi pentirmene, con il dubbio che i piedi non mi avessero portato lì per caso, che magari avevo un compito e non l'ho assolto (dimostrando così che la distanza tra il tirare dritto e l'interessarsi è esigua ma pur distingue il pavido dal coraggioso).
Non so cosa avessero, dicevo. Nella mia limitata fantasia ho ipotizzato che lei fosse stata bocciata oppure che lui volesse lasciarla oppure, se dovessi scommetterci un centesimo, che fosse rimasta incinta o temesse di esserlo.
Non so cosa avessero e non lo saprò mai, ma so cosa avrei dovuto dire io e non ho detto, cioè di non temere, di non preoccuparsi, di non considerarla una tragedia, qualsiasi cosa fosse, perché nella vita tutto passa, tutto si sistema, tutto si aggiusta.
"Non piangete" sono state le parole che non ho detto. "Non piangete e qualsiasi spina abbiate tornate a casa dai vostri genitori, specialmente tu ragazzina, sapendo che nessun problema, nessuno sbaglio è più grande del bene che ti vogliono".
Queste parole mi sono mancate e non me lo perdono, perciò le scrivo qua, perché se a quei due ragazzini non possono arrivare, almeno giungano alle persone che passano di qua, oltre a rimanere come pro memoria per me stesso: per quanto grande, nessuna disperazione dura in eterno e dopo ogni tempesta esce sempre il sereno.
P.S. Con l'augurio che se mai uno dei miei figli si trovasse in una situazione simile possa trovare un essere umano più coraggioso di me, trasformandosi occasionalmente in quell'angelo custode che non ho saputo essere io.

sabato 1 luglio 2017

L come Luglio (e L'ora dei lupi)

Foto by Leonora
L'ora dei lupi. Così lo chiamava Ingmar Bergman, quel preciso istante della notte in cui si tirano le somme e non si può mentire a se stessi e ci si trova soli pure se si ha qualcuno accanto, da stringere.
A nulla in quell'istante valgono fama, gloria, denaro, potere, poiché in quell'ora si rimane nudi, vestiti soltanto del buono che abbiamo saputo cucirci addosso, voce che fa eco alla propria voce, pugni che stringono frammenti.
L'ora dei lupi m'è venuta in mente in questi giorni, incrociando di sfuggita i miei figli, in quella porta girevole che diventa ogni casa quando i bimbi che erano si trasformano in ragazzi, giovani, adolescenti.
Mi somigliano tutti e tre, pur per aspetti diversi. Anch'essi, come io alla loro età, sentono il bisogno di mutare le radici in rami, di spiegare a falcate le gambe sulle quali hanno imparato a reggersi.
La loro età dell'innocenza, me ne rendo conto, sta per terminare e non lo scrivo rammaricandomene: nella vita questo ho imparato, che sono tutte stagioni, ciascuna con i suoi frutti, insieme buoni e grami.
L'unico desiderio, se posso permettermi, è quello di saperli sereni, così che non temano alcuna ora dei lupi o l'attendano persino, sperando di averli educati alla ricerca della felicità, che non è mai legata ad aspetti materiali, ma ha sempre sede dentro sé e si nutre di generosità, di apertura, di sorrisi, di comprensione, di curiosità, di passioni, di slanci.
Questo è l'augurio per loro e per tutti coloro che passano di qua e che proprio per questo considero amici: di essere felici a momenti e di voler bene a se stessi, sempre.

sabato 25 marzo 2017

L'Amore è un filo elastico (Lettere da una professoressa)


Foto by Leonora
"L'Amore è un filo elastico". Lo dice a bassa voce, senza enfasi, come di passaggio, mentre io - ripensandoci - lo scriverei a caratteri cubitali, ci farei una lapide, il titolo di un libro, un tatuaggio.
Me la sono ritrovata di fronte trent'anni dopo, stessi capelli scuri, stessi occhi, egualmente minuta eppure resistente, combattiva, energica, coriacea, soltanto il viso un po' più scavato e le rughe d'espressione e i solchi delle amarezze, delle delusioni, delle sofferenze che ha avuto.
Debbo a lei buona parte dell'uomo che sono, pure se è stata mia insegnante qualche mese solo. Supplente di filosofia, il terzo anno del liceo. Un'interrogazione programmata da tempo, quattro prescelti, il giorno fatidico in classe se ne presentò uno soltanto, io. Ricordo distintamente quella mattina, il desiderio di starmene a casa, il senso di colpa per la tentazione, la volontà di non deludere i miei genitori, persone semplici, che neanche sapevano cosa accadesse a scuola ma avevano una regola semplice: tutti devono fare il loro dovere, andiamo a lavorare noi, vai a studiare tu. Soprattutto per questo, nonostante fossi sostanzialmente un asino, per di più pigro, in cinque anni di superiori non ho mai bigiato un giorno che fosse uno. Nemmeno quello, che pur avevo studiato nulla ed ero entrato in classe con un peso, constatando di essere dei quattro il solo presente all'appello. Per non farmi mancare nulla lei, la professoressa Milani, dopo aver biasimato gli assenti si era lanciata in un elogio, dipingendomi come un Ernesto Derossi da libro Cuore, dicendo alla classe che per fortuna almeno uno era presente, almeno uno non aveva tradito la fiducia riposta, almeno uno aveva studiato.
"Professoressa, devo dirle una cosa - ricordo ora che mi guardavo i piedi, prima di fissarla negli occhi e confessare contrito - non sono preparato".
Silenzio. Trenta secondi di silenzio. Trenta secondi che sembravano cento, un'ora, un anno. Il suo sguardo fisso su di me, qualche sorriso imbarazzato dei compagni. Finalmente la sua voce, ferma: "Non fa nulla, almeno hai avuto il coraggio di presentarti, di dirmelo. A te concedo un'altra possibilità, tra una settimana esatta, questo stesso giorno".
Il finale della storia è spiccio. In quella settimana studiai un sacco, all'interrogazione presi un voto alto e per entrambi i quadrimestri mantenni una media mai raggiunta in nessun'altra materia. Agli scrutini di giugno, seppi più tardi dall'insegnante di scienze, gli altri docenti avevano già deciso che dovevo essere bocciato ma lei, la professoressa Milani, fece il diavolo a quattro, e a differenza di una dozzina di compagni fui risparmiato, con due esami a settembre e null'altro.
"L'Amore è un filo elastico" mi dice ora, che l'ho davanti, parlando del rapporto tra genitori e figli, tra professori e studenti e in generale.
Per trent'anni mi sono proposto di ringraziarla di persona e finalmente, lunedì scorso, l'ho fatto, passandola a trovare al liceo classico, dove insegna tuttora.
L'Amore è un filo elastico, lo penso anche io. L'Amore è un filo elastico che non deve essere né poco lungo, né troppo lasso, a volte bisogna trattenere ma altrettante lasciare andare, dare spago.
E mentre la ascolto, la guardo, inevitabilmente mi emoziono, pensando alla fiducia che mi ha dato, alla scommessa fatta su un ragazzino che anche grazie a lei è diventato uomo.
Lo scrivo qui, per ricordare di essere io a dover dare fiducia, ora, alle molte persone che sulla mia strada incontro e soprattutto per ringraziare lei e tutte le innumerevoli professoresse Milena Milani che sono al mondo.

giovedì 9 marzo 2017

L'otto e il nove (Sette consigli non richiesti a mia figlia)

Foto by Leonora
Ti scrivo il 9 e non l'8 marzo, Giorgina, perché non può essere uno soltanto il giorno di festa dedicato alla donna. E lo faccio qui, mettendo in fila sette consigli non richiesti, poiché non sarei in pace se badassi soltanto a te, alla felicità di mia figlia, ignorando che al pari tuo ciascuna donna merita di essere felice, serena.
Uno. Sii capace di bastare a te stessa. Cerca, com'è naturale che sia, qualcuno che sappia farti sentire completa ma completa non dimenticare che lo sei già tu: soltanto se per prima ti vorrai bene riuscirai a voler bene pure all'altro, agli altri, a chiunque incontri sulla tua strada.
Due. Sentiti ogni giorno una principessa, una regina. Innanzi tutto perché per qualcuno - per me, per tua madre, per molti altri - una principessa lo sei veramente, ma se anche tua madre ed io e molti altri non ci fossero più, ricorda che principessa, regina, lo sei da te, avendo radici profonde, appartenendo a una genia millenaria e avendo la dignità di essere umano, una tra le creature più meravigliose che ci sia.
Tre. Ricorda che sei stata desiderata, attesa, amata fin dal primo spasmo di vita, fin da quando non eri che un'asola di cromosomi, un punto indefinito nell'ecografia. Un amore che spero abbia generato e saldato la tua autostima: non permettere a nessuno di minarla, di incrinarla, men che meno di cancellarla.
Quattro. Rifuggi le relazioni con chi ogni giorno ti toglie serenità, sicurezza, gioia. Allontana presto, senza ripensamenti, chi giudica con sufficienza ciò che fai, chi ti mette a confronto con gli altri, che ti fa sentire a disagio e pian piano azzera la fiducia in te stessa.
Cinque. Cogli immediatamente i segnali del disagio, non attendere un giorno in più, non dire mai: "Forse ha ragione, forse sono inadeguata, sbagliata, forse la colpa è mia". Il baratro non è mai una porta spalancata all'improvviso, semmai è un scivolare lento, inesorabile, impercettibile fino a che è troppo tardi e per uscirne occorre la mano di chi ti prende per i capelli e da fuori ti aiuta.
Sei. Misura chi ti è accanto dalla positività che ti sa trasmettere, dal sorriso che ti dipinge sul volto, dal rispetto che ti porta e dall'ammirazione, dalla stima, prima ancora che dall'amore, con cui ti guarda.
Sette. Rammenta che non sei e non sarai mai inadeguata e che nessun sbaglio merita di non essere perdonato, da te per prima. Ogni sera ci addormentiamo e ogni giorno ci svegliamo, ci mettiamo in cammino, così avviene anche nelle vicende della vita: se ci si vuole bene ad ogni caduta ci si rialza.

P.S. Ti chiamo Giorgina, ma sei una donna ormai. Da parecchio ti reggi sulle gambe, ragioni con la tua testa. Per me, per me solo e per tua mamma, per tua nonna, resterai sempre la bambina che eri, però è dal primo giorno in cui sei nata che ci prepariamo a vederti "uscire dal cancello", percorrere la tua strada. Come per i tuoi fratelli, abbiamo cercato di non tenerti in una bolla di vetro, togliendoti dal mondo, risparmiandoti rischi e pericoli. Piuttosto abbiamo tentato di farti crescere, affinché potessi andare oltre la porta di casa, insegnandoti ad affrontarli quei pericoli, quei rischi, sapendo che in ogni caso il destino non è mai in mano completamente nostra. Sii forte allora, credi in te stessa. La strada che intraprendi è la stessa di milioni, miliardi di ragazze prima e dopo di te, non avere timore di nulla.
Ti vogliamo bene e bene devi volerti tu. Questo è quello che conta.