La conferma più bella è stata al matrimonio di Silvia e Matteo, il primo in cui mi sono accorto che è cambiato il modo di intenderlo come celebrazione, l’ennesimo rinnovamento da fenice di un rito che i numeri dicono in crisi, forse però è talmente radicato dentro l’essere umano che soltanto la nostra miopia (la miopia di chi pensa che i pochi suoi anni siano tutto) giudica ormai superato.
Se è così, se assisteremo a una prossima ripresa delle unioni formali - magari sotto nuove vesti, identica però nel nocciolo - lo dirà soltanto il tempo.
Io mi limito a rigustare di tanto in tanto quel giorno, trascorso in armonia, con una presenza di adulti ridotta all’osso e decine e decine di ragazzi e ragazze, protagonisti, non spettatori di qualcosa da altri atteso e voluto o imposto.
Non sono ingenuo, l’età m’ha reso anzi cinico, per cui sul «per sempre» non metterò mai più la mano sul fuoco per nessuno, perché le unioni si disfano esattamente come si fanno e il «vissero felici e contenti» non è detto che sia insieme, bensì una ad uno. Ciò non toglie che nel presente l’amore fosse tangibile, non millantato, non recitato, bensì debordante come soltanto l’amore sa essere, sfarzoso finanche quand’è nudo. Un amore non figlio dell’illusione, piuttosto spremuto goccia a goccia da tanti istanti di sole passati già insieme e pure dalle nubi e dai temporali vissuti fianco a fianco, cozzando fino a farsi male, ritrovando però ogni volta il bandolo per uscirne, a conferma dell’unica ricetta che funziona, che conosco, per superare ogni divisione e il logorio del tempo: un atto di volontà, decidere di scegliersi, ogni giorno.
P.S. Lui c’era. Ricordandoci qualcosa di intimo, profondamente vero, anche se quasi sempre lo scordiamo: gioia e dolore, risate e lacrime, sono un intreccio. Voler escludere le une o le altre fa perdere bellezza, ma soprattutto autenticità, a qualsiasi rito di passaggio.

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