giovedì 31 dicembre 2009

Quanta strada ha fatto Bartali


Ultime ore dell'anno e quattro conti con me stesso, che appaio diversamente da ciò che sono, con le mie paure, i miei limiti, colpe e difetti ben nascosti e svelati a pochissimi, di rado. "Nessuno è grande per il suo cameriere" è stato scritto: per fortuna non ho camerieri, ma è una frase che sottoscrivo. Ieri ho finito di leggere "Niente resurrezioni, per favore" di Fred Ulhman e stamane mi sono riletto d'un fiato "L'amico ritrovato", sempre di Ulhman. Penso al dramma della Germania nazista, alle mani sporche di sangue di milioni di uomini e donne, alla difficile scelta tra il bene e il male e al coraggio di alcuni, che non si sono fatti lusingare dal quieto vivere, che ebbero la lucidità di intuire il pericolo e l'ardire di mettersi di traverso. Penso a ciò che sta succedendo ora in Iran e in altre nazioni della terra e allo schierarsi da tifosi della maggior parte di noi, tra il bianco e il nero. Penso alla responsabilità personale di ognuno, al dovere di opporsi alla violenza, ma anche alla barbarie, all'ingiustizia, al soppruso. Penso alla fatica, al sacrificio che comporta, e mi vergogno delle mie debolezze da uomo piccolo piccolo, che vorrebbe salvare il mondo e non riesce a comprendere il giusto e lo sbagliato nel suo orto.
Foto by Leonora

venerdì 25 dicembre 2009

Trecento


Questo Natale il regalo me lo faccio io: trecento candeline, trecento post, in un blog ch'è nato per sfida innanzi tutto con me stesso. Era l'ottobre di due anni fa e nei panni ritagliati dal lavoro mi sentivo soffocare, stretto stretto, così decisi di evadere a modo mio, creandomi lo spazio che altri non mi concedevano. "Comunicare, in libertà" è rimasto il motto e la linea guida di un viaggio proseguito prima per ostinazione e poi per godimento, trasformandosi poi in una sorta di diario di bordo, di compagno di viaggio persino. Negli ultimi ventisei mesi sono cambiate molte cose e per primo sono cambiato io. Persone che allora mi erano a fianco non ci sono più, altre si sono avvicinate, altre sono rimaste, magari in silenzio o preferendo la penombra discreta al sole di mezzogiorno, numerosi sono anche i nuovi compagni di cammino. Ho ventiquattro lettori fissi (li ringrazio uno ad uno) ma sono assai di più le persone che passano di qui e si accontentano di leggere, di camminarmi al fianco, senza dover necessariamente parlare, dire la loro. Non scrivo per un circolo privato e nemmeno alla ricerca di un vasto pubblico, non guardo mai le statistiche di Google sui visitatori, poiché non sono i numeri che m'importano, bensì l'occasione di creare una conoscenza reciproca, un rapporto genuino, sincero, vero. Non ho un tema principale né argomenti tabù, aggiungo ogni volta pensieri e parole pronunciate come se dovessi parlare allo specchio. Contro ogni previsione ed esperienza di pigrizia, aggiorno il blog di frequente e quando rimango giorni e giorni senza aggiungere una riga mi sento a disagio, come se avessi trascurato un amico. Sono contento che il traguardo dei trecento post sia coinciso con il giorno di Natale: è anche questo un dono. E se mi guardo indietro e leggo ciò che ho scritto in passato, io per primo rimango sorpreso, stupito da parole che sento mie ma al contempo mi pare di aver ricevuto in prestito. Dedico ognuno di questi pensieri alle persone che senza pregiudizi li seguono, apprezzandoli ma anche scorgendone limiti e sgualciture. Al pari del mantello di Diogene, hanno molti buchi, però mi tengono caldo lo stesso e trasformano l'io in noi, facendomi sentire fortunato, soddisfatto, meno solo. In una parola, contento.
Foto by Leonora

giovedì 24 dicembre 2009

Amici miei


Scende giù dal ciel, ma è pioggia. Vigilia di Natale umida che più umida non si può: crescono i funghi pure sui pensieri, ma non desisto perché mi manca un post per tagliare un traguardo epocale (epocale forse è esagerato, diciamo significativo). Nei giorni scorsi Fuma ha messo un pensiero, per chiedere se potevo davvero considerare amica una persona che non ho mai guardato negli occhi. Le ho risposto "sì", senza esitare. Il campo di discussione erano i social network, con i contatti che si moltiplicano, sovente tra persone che condividono soltanto pensieri via computer. Ho risposto sì, poiché non mi sembrano diversi, nell'essenza, dalle amicizie epistolari che esistono da che mondo è mondo (e soprattutto da che posta è posta). Anzi, la modernità ha portato altri elementi utili alla conoscenza dell'altro, che è il terreno e il fondamento di ogni amicizia. Intendo foto, blog, informazioni che si moltiplicano e non lasciano estraneo l'uno all'altro. Gratta gratta, quel che conta è quel filo che si tesse poco a poco, quell'interesse che - se risulta reciproco - spalanca le porte a un rapporto non banale, non superficiale, vero, insomma. I social network consentano quell'accessibilità che nelle amicizie è linfa vitale. Di contro, è vero pure questo, considero amici persone con cui magari non parlo da anni o che vedo di raro, a cui però sono legato da un comune passato, da una radice di ricordo che accomuna al di là del tempo e dello spazio. Ma questa, semmai, è la controprova che le amicizie che invece si alimentano - pur a distanza fisica - sono altrettanto degne di esser considerate tali. Ecco perché stasera brindo agli amici conosciuti tramite blog o in Facebook, che sono virtuosi più che virtuali, nel senso che costituiscono una virtù di cui vado fiero.
Foto by Leonora

martedì 22 dicembre 2009

Il momento del bicchiere


Meno due. Due giorni al Natale, che quest'anno passerò lontano da casa mia (a pranzo, almeno) e non capitava da quando andavo in terza o quarta elementare. Le famiglie si allargano, vengono a mancare i più anziani e ciò che prima era scontato ora non lo è più. Scompare il centro di gravità permanente e bisogna adattarsi, cambiare gusti, abitudini. Lo faccio volentieri pensando a che nulla è immutabile, che tanto vale affrontare le novità con spirito positivo, che importante è stare in compagnia di persone a cui si vuole bene, che c'è chi è più sfortunato di me, che magari non vedrà per le feste nessuno dei suoi cari, per una distanza materiale difficile da colmare o, peggio, per uno strappo relazionale. Mi mancheranno, di casa mia, i ricordi, i gesti rituali e le chiacchiere, lo stare insieme in libertà totale, senza dover prestare attenzione a nulla, perché c'è un clima familiare. Non mi mancheranno il vino dolce, e gli antipasti di cui sono ghiotto, tipo i gamberetti in salsa cocktail, l'insalata russa e i voulevant con crema di funghi, bensì i volti, e le parole ad occhi chiusi di mio padre, o il piluccare di zio Gianni, che mi schiaccia l'occhiolino appena intinge la forchetta nel vassoio degli affettati. E poi le discussioni, anche accese, sovente alimentate dal puro piacere di dibattere e sempre stemperate, alla fine, da un sorriso.

In compenso, mi sto rifacendo con gli interessi in queste giornate che precedono la festa e in cui si fa o si riceve la visita di amici. Non mi è sembrato mai così Natale come nelle sere attorno a un tavolo, panettone e pandoro e spumante, e ricordi e risate e programmi che non si vedranno realizzati, eppure è bello immaginare, fantasticare. Si vive di momenti, che a differenza delle lepri non si possono catturare, moneta che pretende di essere spesa, poiché non è possibile accumulare, e punisce il tirchio e il prodigo insieme: l'uno perché non li gode, l'altro perché non sa darvi valore.
Foto by Leonora

lunedì 21 dicembre 2009

Viola del pensiero


Non solo vicende tristi e pagine che si chiudono. Oggi, ad esempio, sono sei giorni che Viola non è soltanto del pensiero. Sua mamma, Sarah, gli ha dato fiato e luce mercoledì scorso, e suo padre, Stefano - mio dirimpettaio di scrivania -ha annunciato la nascita con un sms che ricorda gli scherzi che ci facciamo in redazione, le parodie di Fantozzi a Courmayeur, quando alla polentata offerta dalla contessa Serbellonti Mazzanti Vien dal Mare incontra nell'ordine: "La signora Bolla, i coniugi Bertani, la contessa Ruffino, i fratelli Gancia, donna Folonari, il barone Ricasoli, il marchese Antinori, i Sarristori Branca e i Moretti, quelli della birra. A metà di quel giro di presentazioni, Fantozzi era già completamente ubriaco!" E all'appello mancavano ancora "l'ingegner Riccadonna, Martini e Rossi" oltre al nostro mito, "il giovane Campari". Chi non lavora con noi deve sapere che nei momenti di massima pressione o sconforto, prima che parta l'embolo o il reciproco rimbrotto, invece di mandarci a quel paese, facciamo partire su YouTube questa scenetta o qualche altro pezzo memorabile (tipo Fabio De Luigi, che interpreta Guastardo oppure Guzzanti con l'inarrivabile parodia di Rutelli) e ridendo superiamo le difficoltà. L'ho fatta lunga, perché così posso riportare pedissequamente il messaggio via cellulare di Ferrari a noi colleghi della Cronaca di Como: "Cari cronici, al termine di un elaborato travaglio, nella camera padronale della magione avita, assistita da levatrice di fiducia, è la nata la piccola Viola, terza nella linea di successione dinastica della nobile schiatta Ferrari. Noi. Gente di un certo livello".
Senza chiedergli il permesso, lo trascrivo, augurando a Viola una vita in cui il sorriso gli faccia sempre compagnia.
Foto by Leonora

domenica 20 dicembre 2009

Bye George, master of life


Se n'è andato il 23 settembre scorso, un mercoledì, con la dignità con cui era sempre vissuto. George W. Bardaglio proprio oggi avrebbe compiuto ottanticinque anni e per me era una persona speciale, un modello vero. Ho aspettato tre mesi per scrivere di lui perché non mi ha mai lasciato, con i suoi occhi chiari, d'un azzurro terso (tranne il sottoscritto, quasi tutti i Bardaglio, e sono poche famiglie in tutto il mondo, hanno pupille color del cielo). L'ho conosciuto esattamente dieci anni fa, proprio in questo periodo. Erano i primi tempi di Internet e con Marco Migliavada e Roberto Ghioldi, una volta piazzato computer e modem, provai a digitare il mio cognome nel motore di ricerca di Altavista. Ho sempre pensato di esser bestia rara, un grumo di famiglie in Valtellina, dove mio padre è nato: uscirono centinaia d Bardaglio. Peter W. Bardaglio, per la precisione, insegnante all'Università di Ithaca e scrittore di libri di storia. George era suo padre ed è lui che si è subito messo in contatto con me, invitandomi ad andare a trovarlo. Pochi giorni dopo ero su un aereo per Boston e poi in auto, di notte, al gelo, lungo un'autostrada bianca di neve, che portava a Windsor Lock, in Connecticut. Io e Isabella giungemmo a una serie di case ch'era quasi mezzanotte, c'era una tempesta di ghiaccio e nessuna targhetta con i nomi, né campanello. Bussai all'unica porta da cui filtrava uno spiraglio di luce e quando l'uscio si aprì, me lo trovai davanti, bianco di capelli e con quel suo sorriso buono, quello sguardo profondo, nuovo e antico insieme, quel volto che ricordava in ogni ruga mio padre. Mi sentii a casa anche se ero lontano centinaia e centinaia di miglia. Fu il Capodanno più bello della mia vita, con la moglie di George, Ruth, assai più giovane di lui, bionda, discendente diretta dei padri pellegrini, d'una eleganza squisita e pari all'affetto. Ricordo la sera di San Silvestro. Fuori nevicava e noi mangiammo a lume di candela: pizzocheri, con gli ingredienti portati da noi, in valigia, e aragoste del New England, più piccole di quelle dei mari tropicali, ma d'un gusto sopraffino. Da quella sera l'ho incontrato altre volte, lui è venuto da noi, in Italia e insieme, a Berbenno, siamo persino riusciti a organizzare un Bardaglios Riunion Day, con decine di persone con lo stesso sangue nelle vene, ma che non si conoscevano. Volle a tutti costi pagare per tutti e lo vidi felice come un bambino: mi commuovo ora, mentre scrivo, mi scendono le lacrime persino, perché rivivo ciò che lui ha provato, perché anch'io a lungo mi sono sentito uno sradicato e immagino cosa sia significato per lui, il cui padre, Ermenegildo, se ne andò da Berbenno di Valtellina nel 1912, per non farvi più ritorno. L'ultima volta che ho visto George è stato un paio d'anni fa, a casa sua, affacciata sul fiume Connecticut. Sua moglie Ruth stava morendo e stava malissimo, ma quando seppe del nostro arrivo volle alzarsi dal letto e riceverci sul divano, truccata di tutto punto, i capelli raccolti a crocchia, come suo uso, e quella gentilezza comparabile solo all'affetto. Seppi allora cosa vuol dire esser parenti, fratelli, sentii un amore nudo, vero. Chiuse gli occhi per sempre poche ore dopo e George, senza il suo angelo, non è più stato lo stesso, ammalandosi a sua volta, senza però smarrire quella mitezza nello sguardo, quella fierezza di uomo riuscito, quella bontà adamantina, che promana dal cuore per irradiare il volto. George ha lasciato tre figli (Peter, George e David), molti nipoti e un ricordo nitido. Gli ho voluto bene e ancora gliene voglio, perché mi ha insegnato a non sentirmi mai solo, con l'unico cruccio di non avergli scritto più volte, di non aver passato con lui un tempo più lungo. So però che mi perdonerà e che, se il mondo non finisce qui, lo ritroverò un giorno, e mi aprirà la porta, sorridendo, come in quel dicembre di dieci anni fa in cui l'oceano s'è riunito e i Bardaglio sono tornati un'unica famiglia, occhi chiari e scuri insieme, destino finalmente riannodato, compiuto.



P.S. Questo è l'annuncio che i figli, in ricordo, hanno scritto e ch'è comparso sull'Hartford Courant and Journal Inquirer.
George W. Bardaglio Sr., 84, of Suffield died Wednesday, September 23, 2009 at the Suffield House. He was born in Torrington on December 20, 1924, the son of the late Ermenegildo and Augusta (Andreoli) Bardaglio, and lived in Windsor Locks and Suffield for the last 55 years. George graduated from Torrington High School in 1941, served his county during the Second World War in the US Navy, and received his B.S. in Business Administration with distinction in Accounting from the University of Connecticut in 1950. He passed all sections of the Connecticut State CPA examination on his first attempt in November 1952, receiving the Gold Medal for the highest score in the state.
Although George rarely mentioned it, his sons were fond of noting that he risked his life in 1942 rescuing a husband and wife from drowning after they broke through the ice on a Torrington pond. During the rescue, he himself broke through the ice four times. As the local newspaper reported, “Bardaglio succeeded in getting back on the ice each time and heroically persisted in continuing his efforts until the couple were saved.” The Torrington Boy Scout Drum and Bugle Corps recognized his heroism with a dinner in his honor, presenting him with an engraved plaque that became a treasured family memento.
The founder and senior partner of the Windsor Locks accounting firm Bardaglio, Hart & Shuman for 52 years, Mr. Bardaglio was dedicated to serving his clients and their families with professionalism, integrity, and care. He was an active member of several professional associations, including the American Institute of CPAs, Connecticut Society of CPAs, and Connecticut State Board of Accountancy. He was also a member of the First Church of Christ, Congregational of Suffield, Springfield Yacht and Canoe Club, and Hartford Canoe Club.
An avid Red Sox fan, George loved to ski, sail, and fish. More than anything, he enjoyed spending time with his children and grandchildren, sharing his enthusiasm for all these activities. George is survived by three sons and their wives, Peter and Wrexie Bardaglio of Trumansburg NY, George Bardaglio and Wendy Ault of Wayne ME, David Bardaglio and Ellen Wollensack of Burlington VT, two stepdaughters Wendy Ricker of Madison, CT and Amy Bellone of Manchester CT, his sister Irene Demetriou of Scottsdale AZ, and seven grandchildren. He was preceded in death by his son Robert and wife Ruth.
Foto by Leonora

sabato 19 dicembre 2009

Carla, intelligenza ed umiltà


Volti vecchi e nuovi. Oggi ho scritto a Carla, mia compagna del liceo (la più brava della classe, ma d'una umiltà che non metteva a disagio gli altri). Ora insegna meccanica quantistica al King's College di Londra ed è una di quelle belle teste che dal medioevo in poi girano l'Europa, spinte dal desiderio d'imparare. Nei suoi confronti ho sempre provato rispetto misto a soggezione. Ricordo che in classe, mentre noi delle ultime file ("la curva" ci facevamo chiamare, con i banchi che erano disposti a ferro di cavallo e io e Gianluca Gazzolo, Rodolfo Sonzogni, Michele Bignami, Marco Giaminola e Mauro Colombo occupavamo la porzione più casinistica e goliardica) mentre noi delle ultime file, dicevo, esageravamo con gli schiamazzi e l'insegnante non riusciva a mantenere la disciplina, basta che Carla si girasse e fulminasse uno di noi con lo sguardo per indurci a rientrare nei ranghi. Compresi allora che il rispetto coincideva con l'autorevolezza e non con la posizione gerarchica. Oggi gli ho scritto, perché sul prossimo numero del Mag de "La Provincia" mi piacerebbe scrivere un breve articolo sulla sua avventura all'estero. Così mi sono fatto raccontare cosa fa a Londra, dove abita, come trascorre il tenpo libero. Per farla breve, mi ha fatto venire una gran voglia di andare a trovarla, di abbandonare la tana del bradipo e andare anch'io a sbirciare i rilievi assiri di pietra al British Museum o di sedermi e leggere un libro al cortile di Somerset House, che ha le fontane d'estate e la pista su ghiaccio d'inverno. E' sempre stata un modello per me, Carla, esattamente come il mio miglior amico, Angelo Rodolfi: ne ho sempre ammirato la naturale intelligenza, unita a un volar basso che solo i migliori hanno. Ma le mail con Carla non sono le uniche che oggi ho scambiato. Mi ha scritto anche Alessandro Arrighi, di cui ho parlato in un post precedente, citandolo ad esempio di una gioventù che sa divertirsi e nel contempo studiare, lavorare. Una gioventù per cui, come ho scritto, provo simpatia e affetto, pur se li conosco da lontano. Alessandro tra l'altro mi ha accennato a una storia bellissima, che lo riguarda e che mi piacerebbe raccontare. Se lui lo vorrà, in uno dei prossimi post lo farò. Anzi, mi piacerebbe scrivere su questo blog di altri amici "virtuali", non sarebbe male una galleria di ritratti. Ci penserò.

Foto by Leonora

martedì 15 dicembre 2009

Livore a Milano (e nel resto d'Italia)


Il Livore è un personaggio di quel quadro di Botticelli, La calunnia, che come ho scritto in uno degli ultimi post mi è piaciuto un sacco, alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Egli indossa cenci sfilacciati color marrone, a foggia di cappuccio, e tiene per una braccio, come accompagnandola, per presetarla al cospetto di Re Mida, la Calunnia. Livore, scopro nel dizionario etimologico, deriva dal latino "livere", esser di color giallo plumbeo (livido, appunto). Livore è specchio di ciò che mi pare accomuni sostenitori e denigratori di Berlusconi, dopo l'aggressione che il presidente del Consiglio ha subito da parte di uno squilibrato, che gli ha tirato un souvenir del Duomo nell'omonima piazza. Da parte mia ho l'ambizione di non cedere alla tentazione di usare la pancia, invece della testa, e preferisco fare un esame di coscienza sull'uso disinvolto delle parole, che - sovente lo dimentichiamo - sono pesanti come pietre e talvolta più aguzze di una statuetta del Duomo. Lo scrivo per sdrammatizzare, ma vedendo i filmati e la violenza con cui è stato scagliato, deve aver fatto un male boia e chi abbozza l'idea della messinscena non sa neppure cosa dice. In più, è inquietante l'idea che anche l'uomo più potente d'Italia, nonostante polizia, carabinieri, servizi segreti e guardie del corpo personali, sia così vulnerabile: se invece di un souvenir fosse stata una pistola, sarebbe successo l'irreparabile. Per chiudere il cerchio, in queste ore fiumi di chiacchiere, reciproche accuse sono state rivolte. A me basta ricordare questo, nel dipinto del Botticelli, che si deve guardare da destra a sinistra, il gruppo folto è formato da Ignoranza e Sospetto, da Livore e Calunnia, da Insidia e Frode e Rimorse. Sola, quasi in un angolo, nuda sta la Verità. Non smettere mai di cercarla, nonostante gli infidi compagni da cui è circondata, è un impegno di coscienza e civiltà.

Foto by Leonora

lunedì 14 dicembre 2009

Generazione FarmVille e il Duomo


Il Duomo di Como. Bellissimo, ci hanno messo oltre tre secoli per costruirlo. M'è venuto in mente ieri pomeriggio, quando mio figlio Giacomo (dodici anni) mi ha chiesto di lasciargli pure acceso il computer, che doveva giocare a FarmVille su Facebook. A me, che i giochi al computer interessano zero al quoto, è subito venuto il sangue agli occhi e gli ho detto che non se ne parlava, che era domenica, che tanto tra dieci minuti sarebbe andato all'oratorio e che, se proprio voleva, patate, fragole e ogni sorta di verdure poteva piantarle sul serio, nell'orto di casa. "Ma papà - mi ha risposto serafico Giacomo - lì non crescono mica in quattro giorni!".

Ha ragione lui, ma siccome il trombone sono io, piuttosto che arrendermi all'evidenza preferisco trarre da tutto ciò una morale. Siamo generazioni abituate al "tutto e subito", all'avere ieri e neanche immaginare di dover aspettare domani, figuriamoci se il conto consiste in settimane, mesi, anni addirittura. Rinunciamo volentieri alla profondità, accontentandoci del navigare a pelo d'acqua (a questo proposito, leggere Zigmun Bauman, ma anche il "Next" di Baricco), godiamo l'istante ma rischiamo, esattamente come la cicala, di consumare le riserve che centinaia di generazioni hanno accumulato per noi, senza che noi badiamo ad alimentarle per coloro che verranno. Siamo una genìa di figli (anche gli adulti), disabituati a ragionare da padri e madri. Vale per le grandi opere (strade, ferrovie, infrastrutture, reti tecnologiche) e per le singole famiglie. Sta tramontando la cultura del risparmio, che specialmente da queste parti era una valore pari al lavoro, al produrre. Oggi un'opera che occorrono trecento anni a costruirla non riusciamo nemmeno a immaginarla, e lo stesso vale per unità che si misurano in decine d'anni. Non è un anatema alla Savonarola, bensì un "mea culpa". Io per primo sono così e per non demoralizzarmi, racimolo alcuni esempi di vita privata, di scelte quotidiane, avviate non per un'urgenza, ma per una strategia, per una soluzione dei problemi a lunga gittata. Penso a quando, diciottenne, ho cominciato a leggere libri su libri, imponendomi di sottolineare le frasi che mi colpivano; o quando ho iniziato a scrivere e, per far rimanere la mente allenata, mi sono imposto di ricordare quelle citazioni senza bisogno di portarmi sempre appresso un'agenda; oppure, più banalmente, quando da bambino che cresceva mi sono imposto di lavarmi i denti con metodo, non cercando di fare il furbo appena poteva. E ancora, quando ho iniziato a scrivere questo blog, che a breve conterà trecento post e che ancor oggi tengo vivo pensando e sperando che saranno i miei figli e i figli dei miei figli a leggerlo.
Foto by Leonora

sabato 12 dicembre 2009

Dieci idee regalo per Natale


C'è stato un Natale, tanti anni fa, in cui avevo scritto per ogni amico e persino per ogni collega una lettera, un biglietto. Poche righe, su un cartoncino colorato, ma personalizzate, in cui riportavo una parola sincera sul nostro rapporto, di quelle che si pensano ma che - scioccamente anche, per pudore, superficialità o supponenza - non si dicono. Mi piacerebbe farlo di nuovo e, più ancora, vorrei trovare il tempo di passare con ciascuno degli amici attuali un momento. Con alcuni, che vivono lontano, sarà impossibile; con altri, che conosco per lo più per scambio epistolare (via computer, d'accordo, ma sempre scambio epistolare è) si rivelerà impresa difficile; con la maggior parte potrebbe essere semplice, se non si mettesse di mezzo il lavoro, l'assenza di tempo, le altre incombenze festive, gli impegni delle rispettive famiglie e compagnie. Mi accontenterei di vedere, da settimana prossima a Capodanno, ogni giorno qualcuno, organizzare qualche raduno, cenare o pranzare insieme, anche soltanto bere un caffé, scambiare due chiacchiere e stringersi la mano, augurarsi buone feste guardandosi negli occhi, sorridendo l'un l'altro.


Già che ci sono, oltre al proposito buono, appunto qui qualche regalo che nel corso degli anni ho fatto e che magari può servire a chi passa di qui come spunto. Uno sforzo di creatività, per ricambiare almeno un poco l'attenzione che ricevo (e se anche altri si sforzano un poco, ne potrebbe uscire una catena delle idee regalo da cui attingere).

Primo: un biglietto personalizzato, una lettera vera e propria (ok, l'ho già scritto, ma questo è un elenco).

Secondo: un anno comprai e regalai una dozzina di videocassette de "La vita è meravigliosa" di Frank Capra, con James Stewart. Ora il mezzo tecnologico è superato, tuttavia esistono i Dvd o anche semplicemente i file video: è un film degli anni Quaranta ma mi commuove ogni volta che lo vedo.

Terzo: il classico libro. Qui azzeccare i gusti, evitando i doppioni, è più arduo. In generale, quelli che ho regalato di più in assoluto sono stati: "Giobbe, romanzo di un uomo semplice" di Joseph Roth e "Nessun luogo è lontano" di Richard Bach. Per chi vuole evitare l'imbarazzo di donare un doppione, la frase che uso nel biglietto d'accompagnamento è: "Se non l'hai mai letto, spero sia di tuo gradimento. In caso contrario, puoi regalarlo a tua volta a un amico, perché i libri sono gli unici regali che passano senza offesa di mano in mano".

Quarto: una bussola. Ce ne sono di molti tipi e di tutti i prezzi e hanno un valore simbolico. E poi sono curiosi da portare con sé in montagna o tra i boschi.

Quinto: una macchina per fare e cuocere il pane in casa. Costano, è vero, però non sono banali e l'effetto sorpresa è elevato.

Sesto: un porta Ipod a prova di acqua, da usare in piscina per rendere meno noiosa la nuotata.

Settimo: un buono per una giornata sugli alberi in un parco naturale (ce n'è uno molto caratteristico a Civenna, tra Como e Lecco).

Ottavo: uno schiaccianoci o un cavaturaccioli. In una casa non sono mai troppi, specialmente i primi, che quando si porta in tavolo il cestello con la frutta secca bisogna sempre fare a gara per spaccare la nocciolina di turno.

Nove: una raccolta annuale di fumetti. Su Ebay si trovano facilmente e a buon prezzo. In questo caso, l'unica indicazione è conoscere il fumetto preferito da chi deve ricevere il regalo.

Decimo: uno degli oggetti della Associazione Mehala, del mio amico Paolo Moretti. Si fa bella figura, aiutando chi ha bisogno.
Foto by Leonora

giovedì 10 dicembre 2009

Alessandro e il babbione


"Le vite degli altri" è un film che mi ha commosso, per cui confesso un certo pudore nel prenderlo a pretesto per una quisquiglia da poco, per dare forma a una sensazione che provavo ieri l'altro, scorrendo Facebook. Tra i molti "amici" (sarebbe meglio definirli "contatti") ce ne sono alcuni di cui so poco o nulla, certi sono capitati sulla mia lista non so come e ho imparato a conoscere di loro almeno uno spicchio, osservandoli da lontano, curiosando attraverso quel fragile velo ch'è il social network. Ad alcuni, pur non rivolgendo che qualche rara parola di circostanza, mi sono affezionato. C'è chi sta studiando e libri e voti sul libretto universitario sono l'orizzonte concreto, c'è chi è innamorato della danza e vive in funzione di quello, c'è chi pratica uno sport e si cimenta in campionati di calcio, di pallacanestro e persino in maratone, o in sfide da superatleta che io solo ad immaginarle mi manca il fiato, c'è chi vive la notte con la stessa intensità con cui io vivo di giorno. Faccio un esempio: Alessandro Arrighi. Lui non lo sa, ma io sono un ammiratore della sua resistenza da uomo di mondo. Qualche mese fa, quando mi capitava di spegnere il computer in redazione o a casa e mi preparavo ad andare a letto, mi stupivo nel leggere che stava uscendo e, non di rado, quando lo riaccendevo, lui era appena rientrato a casa. Mi veniva in mente un altro film, "Ladyhawke", in cui Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer a causa di un incantesimo si trasformavano rispettivamente in un lupo di giorno e in un falco di notte, per cui non si incrociavano mai (d'accordo, né io né lui, credo, miriamo alla parte della Pfeiffer, ma il nocciolo è un altro). Per farla breve, il prima sconosciuto Alessandro s'è rivelato un grimaldello per riscoprire un mondo che ho frequentato (in dosi omeopatiche) tanti anni fa. Ed ora, se non tutto, so almeno qualcosa in più delle discoteche, dei locali di Como, delle compagnie che si frequentano, della vita notturna, di come ci si veste, di che facce ci sono e Polina, Elena e gli "amici" (sarebbe sempre meglio dire i "contatti") di Alessandro sono diventati familiari anche a me, tanto che a volte ho infranto una regola per me aurea, chiedendo io l'amicizia (sarebbe meglio dire il "contatto") anche se non li conoscevo. Ora, da qui ad invidiare il Dj Tote ce ne passa, però ammetto che molti pregiudizi si sono infranti e provo simpatia per la voglia di divertirsi e affetto, persino, per persone che prima ignoravo e che, pur indirettamente, mi fanno sentire meno "babbione" di quello che sono. Anche questo è Facebook, e lo scrivo senza addentrarmi in giudizi valoriali, decretando che si stava meglio quando si stava peggio o viceversa. Il computer non sostituisce la frequentazione, la vicinanza fisica, il contatto: come ho già scritto in questo blog, è semplicemente uno strumento, al pari dell'auto o del telefono. Però è indubbio che aiuta ad eliminare molti alibi, molte barriere, soprattutto a stare in "contatto" (ma sarebbe meglio dire in "amicizia").

Foto by Leonora

martedì 8 dicembre 2009

Firenze e Siena


Due giorni in Toscana, appunti sparsi di viaggio.

Firenze. La città è bellissima ma trovare parcheggio è più arduo che vincere alla lotteria (quelli delimitati da strisce bianche sono riservati ai residenti e quelli a pagamento sono carissimi) e i trasporti pubblici sono un disastro. La Galleria degli Uffizi è disorganizzata e rimasta agli anni Settanta per quanto riguarda l'accoglienza dei visitatori (pro memoria: prenotare i biglietti è una necessità assoluta). Troppa gente, dappertutto. I negozi tipici stanno lasciando posto a quelli di paccottiglia gestiti da stranieri. I capolavori della Loggia, visibili a tutti, sono una meraviglia. Il dipinto che più mi è piaciuto è stata "La calunnia" del Botticelli. Volersi dedicare con attenzione a tutte le sale degli Uffizi è impresa titanica: meglio farsene una ragione e scegliere a priori otto, dieci sale, lasciando le restanti per un'altra occasione: al contrario, l'effetto sarà di una grande abbuffata, in cui per voler gustar tutto non si gusta nulla. Il Tg 3 Regionale toscano è uno scandalo: sono riusciti a farmi diventare il sindaco Renzi antipatico: "Renzi ha fatto di qua...", "Renzi ha detto di là...", "Renzi ha incontrato Tizio", "Renzi ha così commentato le dichiarazioni di Caio"... Il sindaco Renzi, oltre a badare alle pubbliche relazioni, farebbe bene a pensare ad una strategia di accoglienza, perché da un lato la sua città è schiacciata dalla massa di visitatori e dall'altro offre poco per far star bene il turista. In genere la qualità del cibo è buona, sia nei bar sia nelle pizzerie. Ristorante consigliato: La Maremma, in via Verdi 16, a due passi dalla basilica di Santa Croce.

Siena. Una perla, senza contro indicazione alcuna, se non quella di lasciare l'auto nei parcheggi esterni (carissimi anch'essi) e spostarsi a piedi. Per uno spuntino veramente toscano, l'amico Mauro Peverelli (di Siena sommo intenditore) mi ha consigliato da Trombicche, in via delle Terme: non si è sbagliato, si sta benissimo. I toscani sono una genia coriacea, che per certi aspetti è rimasta ruspante, genuina: mi ha fatto piacere, trovare a Siena anziani cittadini davanti a un calice di rosso accanto a distinti turisti o comitive affollate, senza che l'oste mostrasse impazienza per quegli ometti che occupavano per ore il tavolino, perché "la mi moglie fino a le sette la guarda la tivù e non la si sopporta proprio".
Foto by Leonora

venerdì 4 dicembre 2009

Sì, sono razzista, ma pentito


Ieri l'altro ho visto un film, s'intitola "Giù al nord" e racconta con umorismo e delicatezza i pregiudizi nei confronti dell'altro, a qualsiasi longitudine e latitudine. Nello specifico, quelli degli evoluti francesi del sud nei confronti dei paesanotti francesi del nord. Inutile dire che ho ritrovato tanti piccoli e grandi razzismi che io per primo alimento, e che indicano ignoranza più che cattiveria. Mi ha fatto sorridere quando il marito trasferito al Nord, per compiacere alla moglie rimasta in Provenza e convinta del fatto che oltre il Passo di Calais siano tutti zotici e ubriaconi, non riesce a dirle la verità e si fa passare lui stesso per alcolista. "Corrono in macchina e bevono: d'altra parte, c'è da capirli, non hanno niente da fare di meglio, lassù" dice in sostanza la donna, e mi sembra di sentire i miei stessi pensieri quando leggo di un incidente in Valtellina o in alto lago di Como. Che stupidaggine. Inutile aggiungere che per il sud Italia è anche peggio e ora come ora - che il nero e in generale lo straniero sono diventati vicini di appartamento, e non più gli eroi buoni che leggevo nei fumetti di Mandrake, da bambino - la diffidenza e il pregiudizio sono un tutt'uno. Non parlo del razionale, ma dell'istinto, del vissuto. E vale viceversa, perché la supponenza di sentirsi i migliori non conosce confini di stato e non lascia immune nessuno. Ecco perché l'aspetto che più mi ha affascinato del film che ho visto, non è stata la macchietta dei preconcetti, bensì la descrizione di un paese che accoglie, che dà il meglio di sé per far sentire a proprio agio l'intruso. Mi è venuto in mente che questi nostri paesi, ora spaventati e che si chiudono a riccio nei confronti di tutto ciò che invade il loro, il nostro mondo, sono stati in passato testimoni di fratellanza, di porte aperte per lo straniero, il povero, il pazzo. Mi tornano in mente i rari racconti di mio padre, che ricordava sua nonna Lucia e una scodella di minestra che non si negava a nessuno, così come un posto caldo in cascina, su quello stesso fieno che faceva da materasso pure alla famiglia. E la corsa a offrire ospitalità, negli anni Settanta, a chi doveva scappare dalla guerra, fosse dal Vietnam (a Grandate arrivarono molte famiglie) o dal Libano (a Caccivio aprirono le porte dell'oratorio per farli dormire e lo stesso avvenne in moltissimi altri centri del circondario).

Perché siamo cambiati, cosa c'è di diverso in noi rispetto a loro? Siamo diventati più ricchi, non c'è dubbio, e questa ricchezza non l'avvertiamo più come benedizione o fortuna da condividere, ma come privilegio da difendere, orto da recintare. Ma non può essere solo questo. Siamo diventati diffidenti, ci mettiamo poco in ascolto dell'altro, riduciamo tutto al materiale e quando rimaniamo scottati lasciamo che la rabbia e la delusione abbiano il sopravvento, reagendo con durezza e concedendo raramente l'occasione di un riscatto. Vale per il colore della pelle, la carta d'identità e pure per la condizione sociale o l'idea politica (e non mi riferisco solo a chi vota Lega e si sente puro, ma anche a quanti disprezzano chi vota Lega senza comprendere che quel voto rivela una paura e più ancora un bisogno). Integrazione non significa tradire le nostre tradizioni, dimenticare chi siamo, ma non dimenticare chi siamo, non tradire le nostre tradizione significa anche ricordare che i nostri nonni, che mangiavano carne solo una volta la settimana, se andava bene, non hanno mai chiuso la porta in faccia a uno sconosciuto e imparavano a conoscerlo, prima di giudicarlo.
Foto by Leonora

giovedì 3 dicembre 2009

Il tempo delle olive


Ieri ho raccolto le olive. Non ero in Puglia, in una di quelle masserie a un tiro di schioppo da Monopoli, dove da ragazzo andavo in vacanza, insieme a una quarantina di amici dell'oratorio, né nella "zòca de l'olii", sopra Ossuccio, su quel ramo del lago di Como. L'albero è proprio di fronte a casa mia. Un tempo era semplice arbusto in un vaso troppo piccolo, acquistato in fretta e furia da chi organizzò il comizio di Prodi al Palasampietro. Quando tutto finì e le luci si spensero nessuno lo reclamò e se ne restò abbandonato sul palco. Lo prese in cura il custode del palazzetto, che è poi il papà di Mauro e Marco Migliavada, e quando passai di lì per caso (cioè, non proprio per caso, perché allora seguivo la Comense e al Palasampietro andavo in pratica ogni giorno) mi disse: "Nàn, t'al vòrat", lo vuoi. Lo volevo. Era il 1996. Arrivato a casa lo piantai dove abitavo, nel fazzoletto di prato della vecchia casa di via Varesina, in un posto troppo all'ombra e a nord per farlo crescere rigoglioso, ma almeno abbastanza riparato da non subire l'attacco del gelo. Ma quello stelo d'ulivo era tosto, non ne voleva sapere di lasciarci con le foglie anche il tronco, come invece capitò a un acero ben più robusto, certo abituato alle basse temperature e che invece un autunno si spogliò senza più riprendersi in primavera. Quattro anni fa, quando sono tornato nella casa costruita dai miei genitori, mi sono portato appresso anche l'ulivo, scegliendo un posto molto più soleggiato, accanto a un masso enorme, che da un tocco di bucolico. Adesso è una pianta fatta e finita, con rami che crescono puntando dritti verso il cielo e che ogni due anni vengono potati, per mantenere compatta la chioma. Questo 2009 per le olive è stato uno spettacolo: ce n'erano a chili e così li abbiamo colti, per metterli in salamoia. Un esperimento già fatto tre anni fa, quando per due mesi mio padre cambio l'acqua salata e con suo grande stupore e godimento, ne usci un enorme vaso, di olive scure e asprigne, forse un filo amare perché il gusto ne fosse apprezzato, ma comunque esaurite con soddisfazione durante le feste
natalizie, poiché erano "le olive del nostro albero". Quest'anno abbiamo esagerato e scartate quelle ammaccate o quelle "picciridde", troppo piccole, ne sono rimasti un paio di secchi che, se tutto va bene, smaltiremo nel 2019. Oggi poi a pranzo ne ho parlato con Luisa, che ho scoperto essere un esperta (me lo ha fatto notare però nel suo stile, senza ostentazione, con garbo) e da cui ho imparato come si giudica salata al punto giusto l'acqua (deve rimanere a galla un uovo) e che durante la preparazione sopra si mettono le foglie, quasi a formare un coperchio. Lettore di blog avvisato, mezzo salvato: chiunque passi da casa Bardaglio nel prossimo decennio, è probabile non sfugga al fatale invito: "Vuoi provare un paio d'olive? Sono del nostro albero". Dai, se avevo una pianta di carrube vi andava peggio...

Foto by Leonora

mercoledì 2 dicembre 2009

Un capo, due regole


Da tre giorni rimando questo post, che ha per tema quello del capo. Senza vestire i panni di un novello Alberoni (che per altro mi starebbero larghi) e dei suoi articoli di prima pagina il lunedì, sul Corriere della Sera, volevo definire due caratteristiche che costraddistinguono il capo. Lo spunto è la pubblicazione integrale, sul giornale di domenica scorsa, delle migliaia di firme a sostegno dell'abbattimento del muro. Giorgio Gandola, direttore de "La Provincia" nell'editoriale di sabato aveva annunciato l'iniziativa e dunque eluderla non era possibile. Ciò ha portato la redazione a superare difficoltà via via incontrate (non è il caso di elencarle, ma chiunque abbia esperienza professionale sa che a volte le cose apparentemente più semplici, in un'organizzazione complessa, si complicano maledettamente). Saltando tutti i passaggi, che in un altra occasione sarebbe curioso elencare, alla fine il risultato ottenuto, confermando l'enunciato di Henry Kissinger secondo cui "l'assenza di alternative sgombra la mente in maniera meravigliosa" (che mio padre, avrebbe tradotto in dialetto: "Quand'è che l'acqua la tòca ùl , fa pùse vùn che ", quando l'acqua sale, vale più uno che due, cioè non è il caso di sottilizzare).

Prima regola: il capo è colui che pone l'obiettivo in un punto alto, valutando che non sia impossibile raggiungerlo, ma senza neppure andare troppo per il sottile sugli ostacoli che si dovranno superare. In sintesi, tira dritto per la sua strada.

Uno dei problemi da risolvere, a un certo punto, è stato quello di avere un elenco di testo con tutti i nomi e cognomi, ma non in ordine alfabetico. Cosa ci vuole, penserà qualcuno? Ci vuole, ci vuole, specialmente si tratta di lavorare con programmi editoriali specifici, anche perché un giornalista non è propriamente un genio informatico ed essendo sabato l'apposita sezione presente al giornale era di riposo. Taglio i vari passaggi e vado al sodo: dopo averci perso la testa per un'oretta, abbiamo chiamato al telefono Mauro Albonico, responsabile di tutto ciò che a La Provincia non è prettamente giornalistico, il quale da casa e rinunciando ad occuparsi della famiglia ha dedicato oltre un paio di lavoro per sbrigare la pratica. Il tutto sommato allo spirito di servizio che hanno avuto sia la redazione cronaca, sia i responsabili dell'Ufficio Centrale che a dispetto dei gradi e delle qualifiche si sono fatti in quattro per ottenere l'obiettivo.

Seconda regola: il capo è colui che risolve i problemi.

Foto by Leonora

giovedì 26 novembre 2009

Dare volto e nome


Non uso quasi mai abbreviazioni per chiamare qualcuno. E ho poca simpatia per chi lo fa, con un'eccezione bonaria per Mauro Migliavada, a cui viene spontaneo, quasi una seconda pelle (in redazione a Espansione Tv, se sentivo: "Ciao Cinque", sapevo esser lui che parlava al telefono con l'assessore Cinquesanti). Mi piace poco nella lingua parlata e meno ancora in quella scritta. Quando sul "Foglio" o sul "Giornale" o su "Libero" leggo titoli di questo tenore: "Il Cav. non ne vuole sapere di mollare" o, ancor peggio, "Il Gius e quei ragazzi della Barona", giro volentieri pagina. Nemmeno i soprannomi mi entusiasmano. Ancora ancora quelli di paese, che esprimono una caratteritica, un'appartenenza (il "Gigi gemell" o "l'Ambrogio stràscee", per non parlare del "Arturo Verdùra" o del "Luigi Pùlan, ch'è appena morto). Detestabili, per me almeno, i vezzaggiativi o i nomignoli, che ho sempre associato a famiglie nobili o ricche o aspiranti all'una e all'altra condizione e che abbondano di "Lulli", "Lolli", "Chicca", "Pachi", "Tessi"...
Mi piace ciò che ha scritto da qualche parte Erri De Luca: dare nome alle persone e alle cose è un dono divino ch'è concesso all'uomo. Dice De Luca: dare nome; non ridarlo, cambiarlo, modificarlo.
Scrivo queste cose al buio, mentre ascolto "Scenes of an Italian restaurant" di Billy Joel e Giorgia (lei è un'altra eccezione: ogni tanto la chiamo Giorgina) dorme qui accanto, stringendo l'orso polare di stoffa che le ho regalato sabato scorso. L'ha chiamato Aleph, ch'è la prima lettera dell'alfabeto ebraico e il titolo di una raccolta di racconti di Jorge Luis Borges. Gliel'ho suggerito io ma a lei è subito piaciuto e, per dare un tocco che lo facesse sentire più suo, gli ha messo attorno al collo un foularino molto frou frou, bianco e nero. In questi giorni aggiorno raramente il blog, al lavoro tra malati e ferie da smaltire siamo rimasti in pochi (in cronaca, tre su sette) così i ritagli di tempo libero si assottigliano. So che sabato sera ci sarà un raduno dei blogger di Como. Io sarò di turno al giornale ma spero proprio di riuscire ad aggregarmi almeno per il dolce. Ogni volta che ci sono andato è stato un ricaricare le pile, un sorprendermi nel trovare persone così normali e così straordinarie insieme: incontrarle è dare alla speranza e all'ottimismo un volto, oltre che un nome.
Foto by Leonora

giovedì 19 novembre 2009

Sì, viaggiare


E' bastata una domanda, oggi, per indurmi a sognare. Sognare ad occhi aperti, cioè mettere la freccia e lasciare che in corsia di sorpasso corra l'immaginazione. L'ho già scritto qui una volta: debbo a mio padre, che un sognatore è stato per quasi tutta la vita, il dono di esserlo anch'io, pur se sovente me ne scordo e metto in fila giorni dopo giorni da perfetto ragioniere, senza alzare gli occhi da terra neanche per accorgermi se dove sto andando è un bel posto oppure vi sbatterò il muso, rendendomi conto troppo tardi che il tempo guadagnato in realtà era perso.

La domanda era dove vorrei vivere. Ho risposto nei paesi scandinavi, in Germania, in Irlanda anche e nella Francia del nord. Vivrei in tutti quei posti, ma d'estate. D'autunno mi trasferirei in Connecticut, dove i colori in questa stagione mozzano il fiato. In Connecticut o nel Massachusett: una bella casa di legno bianco, affacciata sull'oceano atlantico, con una vetrata ampia e un terrazzo e... il caminetto. Sì, il caminetto con stesa la pelle dell'orso. D'inverno invece Caraibi. Antille Olandesi. Ma anche Maldive. Dicembre alle Antille, gennaio Maldive, febbraio in crociera dal Venezuela a Cuba, con ritorno a casa a Natale e per sciare al primo dell'anno, che non c'è in giro nessuno. E in primavera? In primavera ogni settimana una grande città: Madrid, Praga, San Pietroburgo, Edimburgo, Palermo, Istanbul, Copenaghen, Amsterdam, Cordoba, Budapest, Helsinki, Lisbona...

E ora me ne andrò a letto, sognando questo vivere un po' qua e un po' là, proprio come facevo da piccolo, quando mettevo la testa sotto il cuscino e immaginavo di diventare un giorno esploratore o di arredare il bagno in modo che potesse diventare un modulo autosufficiente se fosse stato lanciato come navicella nello spazio...
Foto by Leonora

mercoledì 18 novembre 2009

A zonzo (sui cani, blog e dintoni)


"Chi me lo fa fare?". Se lo chiede Fuma, nei commenti al post precedente sul tenere un blog. Di fatica, delusioni, frustrazione parla anche Toto, autore di uno dei miei blog preferiti, che da scienziato qual è m'inquieta, sollevando il dubbio che tra cent'anni queste lettere possano rimanere impresse oppure disperdersi, granelli di sabbia che avevo scambiato per granito. Ricaccio i timori e mi concentro sul presente, scoprendo ogni giorno una sorpresa. Il blog di Andrea, ad esempio, che trasforma un amico di vista in compagno di strada. Lo abbino alle molte informazioni dei contatti in Facebook, che nella mia personalissima dimensione digitale ha affiancato il blog, senza sostituirlo. Nei social network (Facebook, ma anche Twitter, che "non mi finisce ancora di piacere", ma che Alessandro e Elena mi consigliano da un pezzo) trovo una dimensione più orizzontale, più relazionale, mentre qui prevale la profondità. La tiro lunga, andando a zonzo, perché sento il desiderio di scrivere ma non so bene che cosa. Perciò mi faccio guidare dall'impulso, dallo scoccare di una scintilla, ignorando se produrrà fuoco oppure non resterà che fumo. Spesso è così, anche nella vita: abbiamo il mito del progetto, ma quasi sempre è il destino, il caso a condurci per mano, a farci conoscere persone, a combinare situazioni, a far sbocciare occasioni. Pensavo ieri che da piccolo, dalle elementari fino alla scuole medie, diciamo, volevo fare il veterinario. Un desiderio nato non per caso: m'era morto il gatto (non per modo di dire, sul serio: una femmina di gatto, nera, elegantissima, ch'è durata poco più di un anno, finché era caduta nella bocca del cane del vicino) e nessuno era riuscito a curarla, perché a quel tempo di veterinari ce n'erano pochi e curavano per di più vacche da latte o maiali da riproduzione e di gatti e di cani ce n'erano un sacco e se non stavano bene li si toglieva di mezzo, portandone a casa un altro. Perciò volevo fare il veterinario, perché adoravo il libri di James Herriot e quando doveva nascere un vitello, nella stalla del Giovanni Bassi, mi chiamavano per legare i piedi del nascituro e tirarlo fuori, aiutando la mucca a sgravare, come da millenni fa l'uomo. Non ricordo l'esatto momento in cui compresi che non sarebbe stato il mio lavoro, che non avrei studiato per quello, fu un distacco graduale ma netto. Meglio così, non sarei stato gran che. E anche adesso, che pure potrei permettermelo, non ho animali, se non i due cagnolini (Ibis e Anubi) che mi ha lasciato in eredità mio padre e Silvio, il canarino che ha il privilegio di restare in casa, di notte, in inverno. Forse però un giorno ricorderò quand'ero bambino e tornerò magari quel Giorgio che sono stato, che ha pianto per le bestie che ha perduto e a cui era affezionato. Forse un giorno, quando smetterò di correre e troverò tempo per accudire per bene il prato e l'orto e il giardino, mi regalerò un bel cane, un pointer, mi piacerebbe, a pelo raso, da tenere sulle ginocchia e accarezzargli la testa e le orecchie, sentendolo respirare affettuoso.
Foto by Leonora

martedì 17 novembre 2009

Pensa un blog


Causa ferie, riposi, permessi, assenze e malattia, in redazione siamo ridotti all'osso, ma talmente all'osso che anche a bollirlo nell'acqua non fa brodo. Ce la caviamo lo stesso, aspettando che passi la bufera. Lo preciso, per giustificare il mio passare qui di rado: il tempo libero s'è ridotto ai minimi termini eppure al blog ci sono affezionato. Anche i post non sono pochi, credo quasi trecento, alla faccia di chi credeva - io per primo - che avrei mollato la presa tanto tempo or sono. Non è soltanto un punto d'orgoglio, scrivere post è starmene in compagnia di me stesso e, nel medesimo tempo, socializzare, trasformare il privato in fatto pubblico. Perciò m'è venuta un po' di tristezza, oggi, quando per caso sono tornato a curiosare tra i blog che un paio d'anni fa erano uno scoppio di vitalità e che ora giacciono più o meno abbandonati, cimitero o corsia d'ospedale d'un circuito interrotto. Ricordo lo stupore del primo pizza blog a Como, il piacere d'incontrare persone meravigliose, ricche dentro. Mi consola l'aver tenuto con la maggior parte di loro un dialogo, pur se a macchia di leopardo: so però che ci sono e ogni tanto li cerco e li trovo e loro fanno con me lo stesso. "C'è un tempo per ogni cosa" recita il Qoelet: c'è stato quello della fioritura, dello sbocciare, e c'è ora quello della conserva, dell'assestamento. I blog non sono la rivoluzione del futuro, ma neppure una parentesi chiusa troppo presto: li considero un vettore, la locomotiva d'un treno, e sbagliava che vedeva in quei vagoni il tutto, dimenticando che importante è cosa c'è dentro, ma commette un errore pure chi ha archiviato il tutto come l'ennesima moda destinata all'oblio. La base s'è allargata, l'opportunità di esprimere il proprio pensiero s'è ampliata all'infinito. Ciò che in passato era privilegio di pochi, oggi è alla portata di tutti e se è la goccia che scava la roccia, in questi anni assistiamo a una cascata continua, i cui effetti sono dirompenti. Pensiamo alla memoria che non va persa. Pensiamo alla condivisione delle esperienze. Una rivoluzione epocale, paragonabile - per portata - all'invenzione della scrittura e poi della carta stampata e all'istruzione di massa. Penso se avessi avuto la fortuna io di poter leggere ora ciò che pensava cent'anni fa mio bisnonno o il suo trisavolo: tra cent'anni un mio bisnipote o qualunque essere umano potrà leggere questo blog e farsi un'idea di chi sono, di chi era lui quando non era che un'elica genetica celata in un maschio adulto. Certo, nell'alta marea delle informazioni è facile annegare, ma è altrettanto vero che coltivare la virtù del discernimento è meglio che camminare al buio, nudi, nel deserto.
Foto by Leonora

venerdì 13 novembre 2009

Una maglia troppo lunga


E' tardi, sono stanco, mi fa male il collo per il troppo tempo passato davanti al computer e domani sarà una giornata lunga ed ardua. Prima di spegnere tutto c'è però un cruccio, un nodo che se non tento di sciogliere qui mi farà girare e rigirare nel letto. Oggi è morto il bambino di origine senegalese che non si sa ancora perché è stato male, è caduto in bagno e dall'altro giorno, la vigilia del mio compleanno, non s'è più ripreso. Kader aveva sette anni e andava a scuola con mio figlio Giovanni e insieme con lui giocava a calcio, nella squadra del Csi, all'oratorio. Lo conoscevo bene perché suo fratello Sheriff di anni ne ha dodici e a pallone era compagno dell'altro mio figlio, Giacomo. Il papà e la mamma di Kader e Sheriff sembrano usciti da un romanzo: alti, eleganti, regali persino. E con un sorriso buono, di chi domanda per ogni cosa "permesso". Non riesco neppure ad immaginare cosa proveranno stasera, non ho coordinate di spazio e di tempo per dare forma e misura al vuoto che d'ora in poi avranno dentro. Penso a loro, a Sheriff e a Ciccio, l'allenatore della squadra di calcio, che per i bambini è come un padre e a cui la vita aveva già portato via un figlio. Penso a quel bambino smilzo, dalle gambe lunghe e il sorriso bianchissimo, che qualche settimana fa ho visto per l'ultima volta giocare felice, allegro. E' così che lo voglio ricordare, mentre insegue un pallone, con una maglia troppo lunga, serenamente ignaro del dolore e del destino.

Foto by Leonora

martedì 10 novembre 2009

Nel mezzo del cammin di nostra vita


Dieci novembre, il mio compleanno. Ho ricevuto un bastimento carico carico di auguri sia di persona, sia via mail, sms e Facebook. In molti casi ho ringraziato, per gli altri recupererò, cercando di restituire una pensiero a ciascuno. Qualcuno che mi aspettavo si ricordasse non è pervenuto, ma non ne faccio un cruccio né porto il muso: non ho prime pietre da scagliare essendo io stesso pigro o sovente distratto. Non mi sento vecchio però e, come ho scritto in altre circostanze qualche giorno fa, non vorrei tornare bambino, in un'età in cui il lupo delle favole era meno reale ma assai più terribile degli ostacoli che incontro adesso. Certo, da adulto non c'è scampo alla sofferenza della malattia, della morte persino, ma è un dolore nudo, spogliato delle ombre che quando ero piccolo rendevano angosciante pure un inciampo minuscolo. E poi quando mi guardo allo specchio mi vedo più brutto di qualche anno fa, ma nel contempo più consapevole di me stesso, più sicuro, meno fragile. La vita è stata una fucina ed un tornio e la montagna dei giorni, vista da quassù, terminata l'ascesa della giovinezza e appena iniziato il pendio del tramonto, mi pare maestosa, imponente, rigogliosa, splendida. Pur avendo molto cammino da fare, ho imparato a considerare nessun pensiero certo e lasciare che tutto sia filtrato dal dubbio. Vale per i gusti banali del vivere quotidiano e per i grandi temi tipo: chi siamo, dove andiamo ("Ci sarà posto?" aggiungeva Woody Allen). Prendiamo la politica. Per fedeltà al mestiere che metà mi sono scelto e metà m'è capitato in dono, a priori non prendo la parte di nessuno, cercando di distinguere in ognuno il buono dal gramo. Unica stella polare: fare al potere il contrappunto: s'è bianco diventare nero, s'è rosso azzurro, senza cadere nel "è giusto" o "è sbagliato" a prescindere. Non avendo interessi da difendere, né padroni da adulare nella speranza di avere più soldi o più potere, scrivere ciò che mi pare, che ritengo giusto, non è atto di eroismo, bensì fare il proprio dovere impiegatizio. Sono grato piuttosto a chi me lo permette, sapendo per esperienza che non è privilegio scontato.

Quante chiacchiere. Pensare che mi ero collegato soltanto per scrivere una parola: grazie. A chi mi ha fatto gli auguri e anche a chi passa da qui e condivide i miei pensieri, facendomi ogni giorno un regalo.


Foto by Leonora

sabato 7 novembre 2009

Tre giornalisti in gamba


Sono un giornalista fortunato: ho colleghi che valgono molto. Oggi sono stato a Milano, perché al Circolo della Stampa premiavano Gisella Roncoroni, mia compagna di redazione a La Provincia e autrice dell'inchiesta sui rimborsi chilometrici all'amministrazione provinciale, che ha portato l'assessore Cattaneo a patteggiare in tribunale e ad abbandonare l'attività politica. E quell'inchiesta è soltanto la punta dell'iceberg, perché nessun altro più di me conosce il lavoro che fa Gisella, l'impegno che mette e la dedizione con cui si applica a un mestiere che in lei è al cento per cento passione, missione persino. Due altri riconoscimenti sono andati a cronisti comaschi che hanno lavorato con me fianco a fianco: Annalisa Corti, a Espansione Tv e ora a TeleLombardia, e Andrea Galli, al Corriere di Como e ora al Corriere della Sera. L'ho detto che sono stato fortunato. E da loro, da ognuno di loro, chi più e chi meno a seconda del tempo trascorso insieme, ho imparato qualcosa: per questo sono loro grato e felice due volte del premio che hanno ricevuto. Con la stessa onestà, ho cercato sempre di dire loro ciò che mi pareva giusto, critiche incluse, poiché non c'è salto di qualità senza ostacolo. La chiudo qui, suggerendo ai ragazzi che vogliono fare questo mestiere di imparare da loro, da Gisella, da Andrea, da Annalisa. Sono anch'essi giovani, hanno dovuto affrontare le difficoltà di questo mestiere e si sono ritagliati non soltanto uno spazio, ma anche una medaglia al merito. Sono proprio contento per loro.


Foto by Leonora

giovedì 5 novembre 2009

Cinque novembre, sette anni


Cinque novembre. Il compleanno di Giovanni: il settimo. Lo sarebbe stato anche di mio padre, se fosse stato ancora vivo, ma a suo tempo non l'abbiamo mai festeggiato. Tranne il settantesimo, quello che sarebbe stato l'ultimo e che s'è rivelato stupendo. C'erano tutti i suoi amici e lui che sapeva che ci avrebbe lasciato presto ma che quel giorno stava proprio bene ed era contento lo stesso. Me lo ricordo seduto sulla panchina di vimini, con gli occhi chiusi e che ascoltava le chiacchiere dell'Ambrogio, del Gigi, dell'Amelio, del Giulio, del Filippo ridendo, con quell'espressione del volto e quella mimica che ha sempre avuto e che oggi mi trovo io stesso a fare, come se parte di lui si fosse trasmessa naturalmente in me, senza chiedere il permesso. So che anche oggi, quattro o cinque volte, ho detto qualcosa e mi sono portato la mano al viso e ho scosso il capo con lo stupore, mentre lo facevo, di essere la sua fotocopia, e sembrandomi proprio lui, nell'intimo, fuori e dentro.
Giovanni ha avuto tre regali: un pacchetto di Gormiti che parlano, una bicicletta Bmx e tre scatole di Lego, una grande e due più piccole. E una pallina che si illumina, lo stavo dimenticando: gliel'ha comprata sua mamma all'uscita dalla piscina, mentre io brontolavo che si poteva evitare di spendere quell'euro, perché non è giusto abituarli che si può avere tutto. Ma era il suo compleanno e la mia è stata più scena che altro. Ora è di là, nella stanza sua e di Giacomo, che dorme, con indosso il pigiama di ciniglia a strisce nere e arancioni di Tigro; ormai gli è piccolo, ma non l'abbandona neanche morto e noi men che meno, perché vedendolo così ci sembra sempre il Giovanni piccolo piccolo. Giacomo invece ha perso la sua prima partita ufficiale quest'anno, ai rigori, contro il Sagnino. Non meritava di uscire dal torneo ma il calcio è così e la sconfitta tempra, forgia l'uomo. Io sono orgoglioso di lui perché quando l'allenatore ha chiesto chi se la sentiva di tirare i rigori, su undici solo in tre hanno alzato la mano, lui compreso. Quando si è avvicinato al dischetto volevo sprofondare ed ero sicuro che avrebbe fatto meta, tipo rugby, scagliando il pallone dritto in cielo. Invece l'ha calciato benissimo, forte e a mezza altezza, imparabile pure se in porta ci fosse stato un gatto. Peccato abbiano perso, però sono giovani, si rifaranno. Tanto domenica si replica già, a Mariano.
Foto by Leonora

Angeli e demoni


Mi si è rotto l'alimentatore del computer piccolo. Mi si è rotto l'alimentatore del computer piccolo e mi è scomodo scrivere su questo fisso. Mi si è rotto l’alimentatore del computer piccolo e mi è scomodo scrivere su questo fisso e al lavoro sono presissimo. Mi si è rotto l’alimentatore del computer piccolo e mi è scomodo scrivere su questo fisso e al lavoro sono presissimo e poi in questi giorni non saprei neanche cosa dire. Mi si è rotto l’alimentatore del computer piccolo e mi è scomodo scrivere su questo fisso e al lavoro sono presissimo e poi in questi giorni non saprei neanche cosa dire e una pausa di riflessione non ha mai fatto male a nessuno.
Sciocchezze. La verità è che Giacomo, dodici anni, mio figlio maggiore, una settimana fa s’è iscritto a Facebook e io mi sento vecchio. Vecchio davvero, vecchio dentro. Facebook era la mia riserva indiana e sapevo che prima o poi ci sarebbe arrivato, era già un paio d’anni che trafficava col computer e Messanger da mesi era un compagno fisso. Ma Facebook! Facebook no… Un campanello d’allarme, un fastidioso campanello d’allarme, era già suonato quindici giorni prima: tra le richieste d’amicizia m’era arrivata quello di un compagno di classe di mia figlia Giorgia. Nove anni! È ancora lì che aspetta, perché non ho la minima intenzione di accettare ed è inutile che continui a fissarmi insistente in fotografia, con quel suo sorriso ingenuo di angioletto, ogni volta che mi connetto. Caro compagno di mia figlia, non ti accetto, non lo accetto proprio. Giacomo però, me l’ha fatta grossa. Lui e il suo entusiasmo: "Papà come si fa qua, come si manda un messaggio di là, e questo e quello, e le foto e i link e perché non ha ancora accettato la mia richiesta". Già, perché non l’accetto? Come posso negarla a mio figlio? Non posso. E così, da una settimana il mondo non è più lo stesso, con lui che aggiunge allegramente “amici” a mazzetti di dodici per dodici e io che vorrei sparire momentaneamente, ritrovarmi in Papuasia nottetempo.
Perciò non ho scritto, in questi giorni. Perciò sono state latitante in questo blog, che pur non merita il mio broncio. E pensare che di cose ne avrei anche da dire. Tipo che non esiste solitudine peggiore di chi non ha nessuno a cui dire di sentirsi solo. O che mi disgusta tutta questa difesa d’ufficio dei crocifissi da parte di chi lo impugna come una clava e che per tutto il resto in chiesa rutterebbe persino. O che oggi ho incontrato un’amica carissima e che mi ha commosso raccontandomi di quanto amaro l’è stato quest’anno. O che la depressione è una brutta bestia e che ringrazio il cielo di avere un carattere con gli anticorpi (che a guardarli bene hanno la forma della superficialità, ma pazienza, dalla vita non si può avere tutto). O che a volte in redazione vorrei fossero gli altri a cambiare ma forse dovrei cambiare per primo io. Tante cose insomma. Lo farò in uno dei prossimi giorni, appena mi riprendo da quel colpo del coniglio che tra capo e collo m’è capitato quando Giacomo s’è iscritto a Facebook.
Foto by Leonora

lunedì 2 novembre 2009

Il popolo bue e i produttori...

Il popolo bue e i produttori di palta e tolla

Letto due sabati fa, su un sms: «Oggi scocca l’ora legale, il Pd potrà dormire un’ora in più».Qui invece si rimane svegli, non fosse altro che per i manrovesci e le pedate sugli stinchi che si assestano i principali partiti della maggioranza. Legnate non inutili per ricompattare le frange del Pdl, diviso su tutto tranne che nelle risposte alla Lega, che a sua volta contesta ogni virgola, neanche si trovasse all’opposizione nel Venezuale di Chavez e non al governo del territorio da ormai una vita. Per ogni colpa si trova il suo contrappeso: «Non vi va bene Caradonna? Pensate al vostro Peverelli. La vicenda del muro è gravissima? E allora, peggio triplicare lo stipendio al vostro Colombo». I panni sporchi si lavano fuori casa, senza pudore se si resta in mutande, tanto il popolo è bue e non reagirà. E in effetti noi, che un po’ buoi ci sentiamo, fatichiamo a stupirci delle badilate di fango lanciate a vicenda, mentre facciamo eccezione quando il sindaco, serafico, sostiene di dormire benissimo la notte e che la gente lo ferma per strada, facendogli i complimenti. Bene, bravo. Ma i complimenti per che cosa? Sono tre giorni che ci arrovelliamo attorno a questo tema e ci viene in aiuto un lettore, che scrive: «Lo fermano per strada per fargli i complimenti? Sì, soprattutto i produttori di palta e di tolla». Anche il popolo bue, se si esagera, scalcia.

La Provincia, 02.11.09

Quello che ai ragazzi...

Quello che ai ragazzi dobbiamo insegnare

Dei sette giorni, ci basta la coda. Con annesso veleno. Veleno e schiaffoni: se li danno che è uno spettacolo Pdl e Lega, come nei peggiori film di Tomas Millian, detto "Er Monnezza".Ieri i coordinatori del Popolo delle Libertà, Butti e Pozzi, dopo essersi aggiustati i polsini del frac e raddrizzato il papillon, hanno impugnato la Mont Blanc d’ordinanza e scritto alla Lega, accusandola di «dispensare demagogia per raccattare quattro voti in più». I leghisti, dal canto loro, il giorno prima avevano constatato (ma va?) «l’immobilismo in cui versa l’amministrazione comunale». Gli uni se la prendono con Caradonna, gli altri replicano evidenziando «le palesi debolezze dei colleghi leghisti». Calma, Marrazzo non c’entra: le debolezze a cui si riferiscono, più che rosso piccante, hanno color verde pubblico, regno di quel Peverelli che il Pdl - si scopre ora - sopporta per carità. E così che in Italia funziona tra alleati: figuriamoci con gli avversari.In tutto ciò Bruni sogghigna, ben sapendo che - se mandano a casa lui - il centrodestra rischia il naufragio ed è sicuro perciò di poter tirare ancora a lungo la corda. A quella corda, è bene però ricordarlo, siamo appesi noi. E pure il destino di un’intera città, bloccata ai nastri di partenza, senza soldi e con nessuna opera realizzata (o meglio, una è realizzata, ma trattandosi del muro vista lago, sono tutti concordi che va abbattuta). Ecco perché, guardato a destra e a sinistra e tirate le somme, abbiamo la tentazione di cedere, di accettare il fatto che è tutto uno schifo, che non cambierà nulla. Per fortuna ci sono gli amici, che come cantava Bennato, non fanno cadere le braccia. Ieri, ad esempio, Giorgio Bargna ci ricordava una frase dello scrittore spagnolo Fernando Savater, che dice: «Oggi insegniamo ai ragazzi che la politica è corrotta, come se gli spiegassimo che un tostapane serve a carbonizzare il pane. Invece bisogna spiegare che anche la democrazia ogni tanto si guasta, fa corto circuito e bisogna rimetterla in sesto». Iniziare da Como sarebbe un bel gesto.

La Provincia, 01.11.09

Il mezzo strappo della Lega...

Il mezzo strappo della Lega e i pugili suonati


Roberto "Mano di pietra" Duran, Thomas Hearns e Ray "Sugar" Leonard. Tre pugili, tre storie, tre modi di intendere la boxe e la vita. Cosa c’entrano con il muro sul lungolago e con la paralisi amministrativa che ne deriva? Nulla. Però erano tre fuoriclasse e in massimo dodici riprese risolvevano il problema. Qui sono settimane che ci massacriamo l’anima, in un balletto in cui molti ci hanno rimesso la faccia e nessuno la testa, senza uno spicchio di scusa. "Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?", fino a quando dunque, o Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per la cronaca: l’abbiamo persa da un pezzo. Perciò abbiamo seguito infastiditi, nel corso della settimana, i vari ultimatum di Lega e parte del Pdl. Mezzi ultimatum. Come quei tenori che per tre ore occupano la scena cantando che devono partire, che ora davvero partono, che ecco sì, sono proprio pronti a partire, e invece rimangono sempre lì, non si schiodano di un metro. Ieri, finalmente, uno strappo. Mezzo strappo. «Mai più in giunta e in consiglio comunale finché Caradonna non se ne sarà andato e sarà chiaro il futuro di lungolago e Ticosa» ha detto la Lega. Il sindaco ha incassato con aplomb britannico: «Parlerò con il Pdl e prenderemo una decisione, senza fretta». Ci mancherebbe altro, mica da mettersi a correre d’un colpo e beccarsi una storta alla caviglia o un mal di testa.
Tutto avviene così, senza fretta. È più di un mese che sul futuro della Ticosa aspettiamo che sia aperta una lettera. E quando oggi la apriranno scopriremo, come ha anticipato ieri sera il sindaco in diretta a Espansione Tv, che dentro c’era l’acqua calda: il mercato immobiliare non è più quello di una volta, la Multi per restare nell’affare vuole di più, il Comune non sa cosa fare... Ma non potevano dirlo subito? Ma no, figurarsi. «Decideremo con calma, senza fretta». Ci viene in mente l’imitazione che Corrado Guzzanti faceva di Prodi:«Ma io sono qui, fermo, immobile, come un semaforo!». Prodi è andato a casa, Bruni al confronto è un campione assoluto di resistenza, un Cassius Clay a Kinshasa, un incassatore pazzesco insomma. Un po’ "incassati" per la verità siamo anche noi, che non vediamo sbocchi e neppure ci illudiamo nell’udire tutte le voci che danno la sua amministrazione alla vigilia imminente di una crisi. L’unica speranza la riponiamo nei cittadini comaschi, pazienti ma a resistenza limitata. Ci diceva il collega Mauro Migliavada, l’altro giorno, che i politici comaschi senza capelli (Pastore, ma anche Colombo e altri ) sono i più arrabbiati, poiché non possono avvicinarsi a Palazzo Cernezzi senza che qualche passante lanci i suoi strali, scambiando il malcapitato per Caradonna. Saranno forse loro a far capire ai Catilina comaschi che la pazienza è davvero finita.

La Provincia, 31.10.09

Tre uomini in banca e...

Tre uomini in banca, orgoglio lariano

Tre uomini in banca (per tacer della sorella di Tremonti). Il vertice economico tra i principali esponenti della finanza nazionale e il ministro dell’economia, a cui i giornali hanno dedicato ampio spazio, potevano organizzarlo in piazza Cavour e nessuno avrebbe avuto da eccepire virgola. Tre dei quattro banchieri più importanti d’Italia sono legati a doppio filo con Como. Parliamo di Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, nonché della potente fondazione Cariplo, nato a Turate, residente ad Appiano Gentile, già governatore della Regione Lombardia quando la parola "governatore" non l’avevano ancora coniata. Parliamo di Corrado Passera, figlio illustre del capoluogo, amministratore delegato di Intesa San Paolo. Parliamo di Alessandro Profumo, che prima d’esser banchiere è stato bancario, sportello proprio in centro città, Banco Lariano.Di banche comasche adesso non ce ne sono più, in compenso abbiamo i banchieri: Guzzetti, Passera, Profumo. Ieri tutti e tre avevano di diritto un posto in prima fila, a Roma, per la ottantacinquesima giornata mondiale del risparmio, una virtù che vede gli italiani eccellere, nonostante la crisi e il disfattismo. Ma il vero incontro al vertice, quello che ha appassionato i notisti economici dei fogli nazionali, si era tenuto due giorni prima, alla presenza di un Giulio Tremonti che è nato a Sondrio e che nella nostra provincia, a Cantù, per la precisione, ha una sorella. Troppo poco per spolverare le bandiere e issarle sui pennoni dei municipi, ma abbastanza per solleticare quell’orgoglio di appartanenza a un territorio sovente bistrattato, dai suoi stessi figli. Peccato che, avendo la vocazione al silenzio tipica di tutti i banchieri, strappar loro una parola che sia una risulti arduo. Siamo già fortunati piuttosto, che sia trapelata la notizia dell’incontro dai toni distesi - ci informa Francesco Manacorda, de "La Stampa", con un «Tremonti sereno e anzi impegnato sui progetti a medio e lungo termine», in contrasto palese con chi lo vorrebbe con la valigia pronta in mano. Fra tutti, almeno a prestare ascolto a quella volpe ch’è Massimo Mucchetti del "Corriere della sera", a dettar la strategia è Guzzetti, che per età ed indole s’è ritagliato quel posto al sole (all’ombra, sarebbe meglio scrivere) che un tempo era di Cuccia. Altra stoffa (l’uno banchiere puro, l’altro arrivato alla finanza dalla cruna dell’ago della politica), altra razza (uno siciliano, l’altro lombardo), ma entrambi tessitori e con un passo felpato da insegnare ad arrampicare al gatto. Chissà - se la lingua si sciogliesse - cosa direbbero i tre banchieri del muro vista lago. E di una città che da bella addormentata rischia di rimanere soltanto appisolata.

La Provincia, 30.10.09

Corvo rosso non avrai...

Corvo rosso non avrai il mio scalpo
D’accordo, la verità: per quattro giorni non abbiamo scritto, cercando ogni pretesto per staccare la spina (la stessa a cui Caradonna si aggrappa ostinatamente, come zio Paperone alla teca della mitica "Numero uno"), stanchi e soprattutto stufi di tutto questo balletto attorno al muro, del teatrino tira e molla, degli ultimatum che consentono sempre una proroga, un rimando, un "sono incinta ma soltanto un po’". Ci stanno prendendo per sfinimento e ci potrebbero pure riuscire, se non fosse i lettori che tuttora s’indignano e per quelle decine di comaschi che ancor oggi, a oltre un mese dalla scoperta del muro, vanno ancora in pellegrinaggio, per rendersi conto di persona di come sia possibile costruire una barriera di cemento tra il lago e la sua città. «Corvo rosso non avrai il mio scalpo» ci verrebbe da rispondere, a tutti quelli con i bulloni alla poltrona. Uno «Scusate» che sia uno non l’hanno ancora detto e allora noi ci ostiniamo, teniamo duro, stufi sì, ma non sconfitti.

La Provincia, 29.10.09

Far luce nell'ombra...

Far luce nell'ombra. Storie della giustizia

Qualche lettore se ne sarà accorto: da un paio di settimane a questa parte, oltre ai maggiori processi, dal tribunale siamo tornati a raccontare nel dettaglio anche le vicende comuni, di gente semplice e invischiata, sua volontà o suo malgrado, in quel rito laico ch’è la giustizia, o almeno la convenzione che se ne dà. Negli ultimi giorni è stato scritto della signora derubata che ha riconosciuto i ladri senza riuscire a mandarli in galera (udienza rimandata, per accertare le reali responsabilità), di uno straniero spiantato e maldestro che ha arraffato un portafoglio vuoto al mercato (condannato), di due poveri diavoli che per ripararsi avevano sottratto da un cantiere abbandonato un paio di assi di legno (assolti), di una vicina di casa maligna e impicciona, che si divertiva ad otturare con della colla la serratura di una giovane sposa (condannata). Storie. Cronache di amministrazione ordinaria, che prese una ad una solleticano curiosità e tutte insieme dipingono uno spicchio della città in cui viviamo. Certo il palazzo di giustizia di Como non è il Beth Din, il tribunale rabbinico che in via Krochmalna a Varsavia era presieduto dal padre di Isaac Singer e che lo stesso scrittore elegge a teatro. E nemmeno la colonia penale descritta da Kafka o il proscenio scelto da un Brecht o da un Sciascia, né la corte d’Assise che Gide descrive cruda e limpida. Non è un caso tuttavia che tanti scrittori abbiano scelto l’aula del tribunale come spina dorsale del loro narrare: c’è vita lì, in quel palazzo grigio, il cui atrio alto e immenso incute soggezione e il cui solo entrarvi ispira disagio. Raccontarlo è anche il modo di farlo sentire meno distante, meno “altro”. Dedicarvi attenzione è altresì la scelta di accendere la luce dove cova l’ombra. Ecco perché siamo contrari a qualsiasi tentativo di privatizzare, di rendere segreta – pur con nobili intenzioni - l’amministrazione della giustizia: raccontare, in questo senso, non è rispondere a un prurito, bensì dare pieno compimento ad una garanzia.

La Provincia, 25.10.09

Attenti a quei...

Attenti a quei due
Nei giorni scorsi abbiamo fatto di tutta l’erba un fascio, definendo la classe politica nel complesso mediocre. Qualcuno per la verità ha cercato di trarsi fuori da sé, come naufrago che per salvarsi si aggrappa ai marosi. Un paio di nomi. Mario Lucini (Pd), che s’è studiato il progetto con la meticolosità di uno studente alla tesi di laurea. Ma anche Lionetti (Lega), accusato in passato dal suo stesso partito di opportunismo, ma dimostrando nella circostanza di avere una faccia sola e di parlare chiaro.

Giovedì Gnorri
Qualcuno potrebbe chiedersi perché con alcuni siamo duri e con altri meno. Semplice: alcuni (leggi Cosenza, amministrazione provinciale) quando vengono tirati in ballo, telefonano e convinti delle proprie ragioni accettano di rispondere alle domande, mettono le cose in chiaro; altri (leggi Viola, comune di Como) alla richiesta di spiegazioni tacciono, scrivendo al più due righe, per dire di stare attenti e di essere molto precisi, altrimenti quereleranno.

La finestra sul cantiere
Ieri abbiamo ironizzato sul capo ufficio stampa del Comune, Marco Fumagalli, che si è eclissato sul più brutto, cioé quando l’arrosto delle paratie è diventato fumo (un fumo denso denso, quanto un muro). Se quel che dice è vero, gli va però dato atto che fu lui a volere le finestre in plexiglas che hanno permesso al pensionato di curiosare e lanciare l’allarme. Se è così, è giusto riconoscerlo. Senza dimenticare però che qualcuno del cantiere ha provveduto a oscurarne buona parte con dei fogli di giornali, senza che nessuno del Comune muovesse un dito e questo la dice lunga su come a Palazzo Cernezzi abbiano a cui la trasparenza, il giudizio schietto del cittadino.

A misura di piede
Ci scrive un amico, ingegnere e imprenditore: «Perché a Como non adottiamo come unità di misura (invece del metro) quella del muro a lago? Potremmo chiamarla “piede comasco” (nel senso di fatto coi piedi)».

La Provincia, 24.10.09

Innocente e...

Innocente. E umile
In principio fu Innocente Proverbio, il pensionato meticoloso che ha lanciato l’allarme, in lizza per l’Abbondino. Avevamo un timore: che con l’improvvisa notorietà si montasse la testa. Perciò abbiamo spulciato con attenzione le cronache, temendo di vederlo parlare in pubblico, tenere comizi o vestire i panni del capopopolo. Dubbi spazzati via quando lo abbiamo sentito su Rai Tre, con Frizzi che gli chiedeva della mega manifestazione in piazza e lui che se n’è candidamente uscito con un: «Mi spiace, non posso dire niente, non ho partecipato». Una frase che fa il paio con l’ombra in cui è restato e che ci ha rincuorato, convincendoci d’un fatto: Innocente Proverbio quell’Abbondino se lo merita sul serio.

La forza della televisiùn
Il consiglio comunale in diretta su Espansione tv è stato davvero meritorio, permettendo a migliaia di persone di trarre dei nostri amministratori un giudizio avveduto, mai a senso unico. Ce ne siamo accorti leggendo i commenti dei telespettatori che usano anche i social network: l’intervento di questo o quel politico che a noi pareva ridicolo o borioso, veniva da altri apprezzato e viceversa. Sappiamo che ciò che stiamo per scrivere comporterà il duro monito («Giorgio, i cavoli tuoi mai?») di Mauro Maggi, responsabile tecnico della tv, e di tutti gli altri amici che lì vi lavorano e che non hanno bisogno di un impegno aggiuntivo, ma la proprietà di Etv e il direttore del tg, Mario Rapisarda, dovrebbero pensarci: sarebbe utile mandare in onda tutti i consigli comunali in diretta, come si faceva un tempo. E visto che le trasmissioni hanno un costo, il Comune invece di spendere in spot e campagne promozionali sulla stessa tv, potrebbe investire contribuendo a un servizio davvero pubblico.

Dov’è il soldato Marco?
Quanto sono lontani i giorni in cui, armato di microfono e caschetto, il capo ufficio stampa del Comune, Marco Fumagalli, intervistava sul cantiere delle paratie l’assessore Caradonna per dire «Ma quant’è buono!», «Ma quant’è bello!». Da quando è scoppiato il caso, Fumagalli s’è eclissato. Prima era a Bilbao, poi «si sta occupando d’altro», così - su una vicenda tanto delicata - sono i suoi collaboratori a tenere banco. E noi ci chiediamo: è giusto? Ma forse la nostra è soltanto un’inutile malignità, forse vorrebbe esser più presente e forse il capo ufficio stampa ricomparirà, appena si sarà ricordato dove diavolo ha appoggiato il caschetto.

La Provincia, 23.10.09