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giovedì 6 luglio 2023

Giulio Pelandini (L'imprenditore schivo)

Un terremoto. Era un vero terremoto e vi eravamo immersi, tanto da percepirne ogni giorno una scossa, un crollo, una crepa, incapaci tuttavia di avere visione di come sarebbe andata a finire, di quale quadro sarebbe emerso dalla crisi epocale del tessile, l'architrave dell'economia comasca negli ultimi due secoli.
Ed ora che ne siamo fuori, che la grande falce ha mietuto lasciando sul campo infinite perdite e uno sparuto drappello di sopravvissuti, ci manca la lucidità, la profondità di analisi, l'intelligenza e l'ostinazione nel dedicarvi tempo per comprendere cosa ha fatto la differenza tra chi ha resistito e chi invece ha alzato bandiera bianca. Se dunque siano stati i più scaltri, i più spregiudicati o i più sagaci, i più agili o ancora i più prudenti, i più forti, coloro che potevano contare su spalle robuste, non sappiamo dire.
Certo ci piacerebbe discuterne, confrontarci magari attorno a un tavolo, nella convivialità del dialogo schietto, senza preclusione alcuna. E a quella mensa, se potessimo scegliere - e la sorte non ci avesse preceduto, portandoselo via - vorremmo sedesse Giulio Pelandini. Per almeno due motivi. Tre, anzi. Il primo è l'acutezza di pensiero, il secondo l'abilità di sintesi, il terzo - il più venale - è che sarebbe certo uno dei pochi che baderebbe al contenuto del problema, senza avventarsi sul buffet.

Scusate il ritardo. Un anno, sette mesi e un giorno, ad esser precisi. Il tempo che abbiamo impiegato per incontrarlo.
Lunedì 3 novembre 1997. Tarda sera. Sede del “Corriere” di Como. Convocazione per l’assegnazione di un ciclo di interviste da pubblicare la domenica. Palpitazioni. Impercettibile dilatazione delle pupille.
“Noi dobbiamo volare alto” erompe il direttore, che ci fissa negli occhi, ma guarda oltre. “Distinguere e delineare i tratti di questa nostra Como non basta. Dobbiamo comprendere qual è la sua anima. Dobbiamo dare voce ai personaggi che danno vita alla nostra provincia. Noi di questa gente abbiamo bisogno. Di persone speciali, di nomi illustri, di uomini dello stampo di un...di un...di un Giulio Pelandini!”
Pausa. Silenzio. Deglutizione. Lieve sentore di smarrimento. Il vuoto.
Non che ci aspettassimo nomi altisonanti di re o di regine.
Non che avanzassimo pregiudizi o riserve nei confronti di alcuno. Ma lì per lì, su due piedi, ci saremmo aspettati l'indicazione di un Botta, di un Maggiolini o di un rampollo delle varie covate di Ratti, Mantero e Spallino, che con Como han cucito il loro nome a doppio filo.
Sbagliavamo. Il midollo di una città può esser colto nella storia, nel volto, nelle parole di “un Giulio Pelandini” e neppure ce n'eravamo accorti. Peggio. Non soltanto non avevamo la benché minima idea di chi fosse, ma ignoravamo persino con quante “l” si scrivesse quel cognome.
Per giorni, settimane, mesi l'abbiamo cercato. A volte giungendo fino a un passo, quasi a scorgerlo, sentirlo, toccarlo. Niente. Al lavoro, in ufficio, a casa. Nulla. “Non è ancora arrivato”. “È appena partito”. “Oggi non torna”. “Domani forse rientra”. Alle nove: “È un po' presto”. Alle dieci: “È troppo tardi”. A Camerlata: “È partito per la Francia”. A Parigi: “È occupato in Germania”.
Per oltre un anno e mezzo, la medesima musica. Non abbiamo desistito. Per due motivi: la curiosità di riuscire almeno una volta a parlare con lui e il timore di dover dar risposta ai posteri per aver tralasciato addirittura “un Pelandini”.
Il miracolo è avvenuto ieri l'altro. Per la prima volta, dall'opposto capo del telefono un suono, una voce, una melodia. Un anno, sette mesi e un giorno. Una lunga attesa. Ne valeva la pena.
Per capirlo è bastato un secondo. Il tempo di stringergli la mano e di guardarlo negli occhi.
Giulio Pelandini è una persona cortese, ma schietta. Quando finalmente l’abbiamo contattato, dopo aver acconsentito a rilasciarci un’intervista, ha detto: «Se mi avessero precisato che si trattava di un giornalista, non avrei risposto al telefono». Gli crediamo. Senza prendercela, però. Il suo atteggiamento non ha nulla da spartire con l'alterigia o la supponenza. Semplicemente, si tratta di discrezione e riservatezza, due comportamenti poco di moda ai nostri giorni, ma che nella considerazione dei savi vengono ancora annoverati tra le virtù.
Cinquantaquattro anni, industriale tessile, titolare della Stamperia di Camerlata. Un’azienda gloriosa e una feconda fucina per decine di imprenditori. Una storia che si ripete. Suo padre Giovanni apprese l'arte in Pessina, prima di cominciare a camminare con le proprie gambe.
Alla prematura scomparsa del fondatore toccò a Giulio e agli altri familiari reggere il timone per portare avanti l'impresa. Ci son riusciti bene ed ora è già il tempo della terza generazione. Un momento di passaggio meno brusco, rispetto al precedente, ma ugualmente delicato. Colpa della congiuntura. Parola complicata, sinonimo di crisi.
«Il comparto tessile sta vivendo un cambiamento epocale e strutturale che non ha paragoni recenti. In Europa, a ben guardare, qualcosa di simile è accaduto solo nella seconda metà del secolo scorso, quando all'espansione dei mercati, registrata dopo il 1850, fece seguito un reflusso drammatico. Oggi la crisi di numerosi mercati mondiali, dal Sud Est asiatico all'America latina, ha drasticamente diminuito le vendite. Perciò il settore tessile, che è il più globalizzato, si trova a dovere fare i conti con un vero e proprio terremoto».
Sarà più facile salvarsi per le industrie grandi e per quelle piccole?
«Premesso che ciò che chiamiamo industria tessile, in verità è un grande artigianato, poiché vengono prodotti quasi esclusivamente prototipi ed è altissima la componente creativa: le dimensioni contano poco. In questi frangenti, ciò che importa per le aziende è una buona capitalizzazione, cioè una robusta capacità finanziaria».
Le banche aiutano o affondano?
«Senza dubbio paghiamo il fatto che non ci sia una banca locale. La politica attuale degli istituti di credito è di agire in maniera equiparata, prescindendo dal settore. Soltanto una banca con radici ben piantate nel nostro territorio potrebbe comprendere il periodo che questo distretto sta attraversando, avendo la lungimiranza di premiare progetti industriali a lungo termine».
Poche parole, misurate. Frutto di buone letture. Giulio Pelandini non si accontenta di leggere libri. Conserva pure l'ambizione di poter trarne una lezione.
«Dedicarsi all'azienda di famiglia è stato naturale. Per i giovani d’oggi, invece, la possibilità di optare per numerose soluzioni rende praticamente impossibile scegliere. Questa è la difficoltà di chi ha dai venti ai quarant'anni. La così detta “generazione invisibile”, come ho trovato scritto in un bel saggio».
Lucido nell'analisi, pacato nella riflessione, Giulio Pelandini non frequenta gli estremi. Per lui, il massimo dell'esaltazione è una scintilla negli occhi. E quando qualcosa lo preoccupa, riesce a far sentire tutto il peso di una responsabilità, senza lambire il baratro della disperazione.
«Ho sempre lavorato con piacere. Rispetto ad ieri, è lacerante il dover fare ogni giorno scelte senza ritorno, cioè con la consapevolezza di non poter sbagliare due volte. L’Europa Occidentale si trova ad un bivio: o smantella la propria industria manifatturiera o garantisce un rapido abbattimento del costo del lavoro e una forte mobilità. Non c'è scampo. Più tempo la popolazione impiegherà a comprenderlo, più alto sarà il prezzo da pagare e il numero delle vittime».

6 giugno 1999

mercoledì 19 ottobre 2022

Bandiera rossa (Il mondo capovolto)

"Nelle grandi aziende il divario salariale tra lo stipendio medio dei dipendenti e il top management è passato da venticinque volte tanto del 1975 al duecentosettantadue volte dei giorni nostri".
Mehlman Castagnetti, "De Global: Ten Trends Defining The New World"

"La lotta di classe è morta e hanno vinto loro" sostiene Barbero. Loro però sono altro rispetto alla contrapposizione in compagnia della quale sono cresciuto, con gli imprenditori da una parte e dall'altra l'operaio, l'impiegato.
Loro sono la finanza, i grandi patrimoni, una ricchezza sempre più grande nelle mani di sempre meno persone.
Tutto il resto, sta sotto. Ed è quel sotto che occorre avere l'ambizione di mettere in dialogo, a confronto, dando ad essi voce, a prescindere se si trovino sull'ultimo gradino o sul primo: la scala è comunque la stessa e non separa granché né porta in paradiso.

P.S. Raccontare, conoscere, mettere in dialogo è la costante di questi mesi del mio lavoro, nei programmi che conduco o dirigo, nelle iniziative a cui partecipo.
Lo spunto me l'ha dato Valentina Boschetto Doorly, che nel suo saggio "La terra chiama" ha scritto una pagina intitolata: "Una nuova par condicio in televisione".
La riporto per intero, anche se il suo invito si potrebbe riassume in: occorre dare voce a intellettuali, scrittori, politici, ma anche chi tiene in piedi l'economia reale del nostro paese.
"Vorrei che qualcuno, invece di preoccuparsi di pesare al nanosecondo il tempo televisivo suddiviso per partiti politici, si preoccupasse di pesare allo stesso modo il tempo televisivo dedicato, da un lato a intellettuali, scrittori e politici e, dall’altro, a chi tiene in piedi l’economia reale del paese: chi produce trattori, chi produce mobili, chi disegna gioielleria, chi disegna moda, chi coltiva zucchine e chi fa le serre idroponiche, chi apre e gestisce alberghi, chi inventa apparecchi elettromedicali, chi controlla la stagionatura del parmigiano. Pensate che non sarebbero abbastanza eloquenti da comparire in televisione? Dategli il microfono, sarete stupiti. Questa è la parte del paese che crea valore, che sta in trincea in mezzo alle pallottole che fischiano, che ipoteca la casa per proteggere l’azienda in tempi di crisi. Ciò nonostante, oggi solo un paio di programmi sulle reti nazionali trovano interesse a farli parlare, raccontare, spiegare i loro mondi - che, incidentalmente, rendono possibile il nostro - e articolare le loro distanze (e comunque mai in prima serata). Eppure, amici, tutti gli altri sistemi dovrebbero essere altro che un supporto a tutto questo. Il resto, davvero, è puro contorno".

martedì 4 ottobre 2022

L'ultima crociata (Contro il pensiero unico)

 
È nel dare che riceviamo.
(San Francesco)

Se chiudo gli occhi e mi piroetto indietro, ricordo che questo era un giorno festivo, dedicato al patrono d'Italia.
Credo sia stata la prima vera austerità del dopo guerra ad aver spazzato via il 4 ottobre, san Francesco, insieme con san Giuseppe, il 19 marzo, e poi i vari Corpus Domini e Ascensione e Pentecoste che nella vicina Svizzera tuttora rimangono.
Sulle tracce di san Francesco mi sono messo quest'anno, come ho in parte raccontato a luglio, compiendo il cammino che ne porta il nome, da Città di Castello ad Assisi, passando per Pietralunga, Valfabbrica, Gubbio.
E' lì, mettendo in fila un passo dietro l'altro, che ho avuto innanzi per giorni un personaggio tanto affermato quanto discusso, la cui memoria che ci è stata consegnata non contiene che un riverbero dell'uomo ch'è davvero stato.
Eppure, pure a detta di chi non crede ma studia la storia nel profondo, la sua esistenza è stata lo spartiacque tra un prima e un dopo e nel contempo il seme d'un pensiero e di stili di vita che ancor oggi ci influenzano, condizionano, tendendo al santo, al buono, al bello, al vero.

P.S. Il pensiero forte, in questo scorcio di millennio, è quello mutuato dal mondo anglosassone, protestante, che da secoli si diffonde a macchia d'olio e con le buone o le cattive s'impone, gettando come un velo su tutto il resto sulle differenze di culture antiche e altresì nei confronti del cristianesimo inteso a sud del globo. Una partita che pare vinta e che non lo è, del tutto. Non lo sarà mai. Perché la ruota che gira perenne porta in alto e di volta in volta in basso questo e quello, turbando soltanto il miope e coloro così tronfi nelle loro certezze di credersi principio e insieme fine dell'universo.

sabato 22 gennaio 2022

Il dono (Per un mondo differente)

"Il regalo più grande che puoi fare a un'altra persona non è condividere le tue ricchezza, bensì farle scoprire le sue".
Benjamin Disraeli

Ti ho di fronte a un tavolino di bar, bella come quando avevi vent'anni, ma d'una bellezza diversa, meno appariscente, più complessa, tale e quale al lago il cui colore d'inverno somiglia ai tuoi occhi quando t'arrabbi e metti il muso, diventando fredda, gelida.
Con me sorridi spesso, forse perché ci conosciamo da una vita anche se per una vita non ci siamo visti né sentiti, condividendo parenti e ricordi in bianco e nero di un'infanzia mai perduta.
Mi pare dì vedere in te più di quanto tu scorgi di te stessa e invidio l'esistenza piena di ogni fase dei tuoi anni, compresi questi che soltanto in apparenza sono quieti, calmi, ripetitivi fino alla monotonia.
Tutto scorre, nulla si conserva, nessuno è indispensabile, tuttavia ritengo sia un peccato che tanta cultura, che tanto senso del bello, tanta sapienza e conoscenza facciano deposito, impedendo così il dono più bello, quell'essere "generativi" che hanno gli esseri umani, non soltanto di lombi, ma con la testa, il cervello.
È lì, di fronte a te, mentre mi parli di Parigi, New York, Amsterdam, Napoli, Berlino, Stoccolma e Ginevra, che rivolto su di me, a specchio, questo pensiero di talenti ricevuti e che non meritano di restare celati in una zona d'ombra.
E se il mondo produttivo si chiude a riccio espellendo chi non è funzionale al modello attuale di economia, giusto immaginarne un altro, essere audaci, non addormentarci nel letto che le convenzioni hanno preparato per noi, creando opportunità di condivisione, realizzazione, crescita.

P.S. Le tue fotografie stupiscono, parlano anche senza bocca. Riesci con le immagini a dire tanto in così breve tempo - il lampo di un'occhiata - poiché nel taglio che dai all'immagine, nell'inquadratura che scegli, nel punto di vista in cui ti poni, racchiudi inconsapevolmente, senza darvi peso o farci caso, decenni di cultura, ciò che hai visto e sentito e toccato, di quanto ti si è impresso come una matrice, una seconda pelle, un filtro naturale in grado di cogliere, trattenere e secernere stile, bellezza, gusto.

mercoledì 18 febbraio 2015

La grande bolla (i debiti, i filibustieri e il sistema)

Foto by Leonora
Mai fermarsi nel mezzo, nel tennis come nella vita. C'è una lunga lista di saggi che lo consigliano (San Giovanni, ad esempio, nella sua Apocalisse, terzo capitolo, versetto 15: " Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca") e l'ho sperimentato più volte, sia sulla mia pelle sia osservando le cicatrici altrui, a volte spesse due dita.
Una regola che vale pure per l'economia spicciola, come mi ha spiegato Catia ieri sera, illustrandomi la sua ricetta per quanto riguarda i debiti. "Se devi farli - mi ha detto - fanne per importi giganteschi, perchè se fai così il problema non è più tuo ma della banca, che a questo punto ti darà tutta l'attenzione necessaria. I debiti piccoli invece ti mandano sotto i ponti. Se stai nel mezzo il sistema ti stritola".
Già, il sistema. E il buon senso? La ragionevolezza per cui meno danni faccio meno dovrei pagare? Nulla. Carta straccia, cenere al vento: le leggi della finanza somigliano poco a quelle delle natura ed esserne consapevoli, evitare di illudersi, scampa il pericolo, oltre a mettere il cuore in pace.
Comunque sia, non appartenendo io alla categoria dei filibustieri, l'alternativa si sbriciola e mi resta unicamente la via oculata e previdente della formichina, che rinunciando a molto non si fa mancare nulla.
(Qui ci starebbe bene una riflessione sull'importanza che diamo al denaro, ma sarebbe l'ennesima, senza aggiungere nulla di originale a ciò che ho già scritto altre volte. Ad esempio in un post di quattro anni fa, tuttora attuale, che avevo intitolato "Il valore dell'aria").