Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
mercoledì 4 ottobre 2023
Hai voluto la bicicletta (E io sto fermo)
sabato 31 luglio 2021
Il cielo d'Irlanda 2 (Il trapezista ostinato)
Venirti a trovare non è stata una mia idea, pigro come sono e riottoso a mettermi in moto, preferendo viaggiare con la mente, come spesso mi capita, tuttora, nonostante gli anni.
A insistere è stata piuttosto tua madre, con l'ostinazione e la tenacia che la distingue, premiata da quell'abbraccio nel ritrovarti che mi ha fatto sentire grande e al tempo stesso piccolo, rispetto al bene che lei ti vuole (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi, che infatti apro, sul nodo che lega due creature che hanno condiviso uno stesso grembo, un sentimento che in natura, per intensità e frequenza di vibrazioni, non ha pari, schianta qualsiasi paragone con il resto).
Ho archiviato tutto ciò nel seminterrato dei ricordi, assaporandolo di tanto in tanto, consapevole che ogni giorno qualcosa si perde, ma alla fine, per decantazione, resterà il meglio, il nocciolo delle emozioni, cioè il piacere di averle provate.
Se ne scrivo qui è proprio per lasciare un segnaposto, un pro memoria per i giorni a venire, abbinato all'orgoglio di aver visto lì una parte dell'Italia migliore, i tuoi amici di Caserta e di Salerno e di Bari, che in quel paese dove per gran parte dei giorni piove e tira vento si guadagnano un poco più del pane e lo fanno senza fanfare né medaglie, impegnandosi, in silenzio.
P.S. Mi hanno insegnato che "chi si loda si imbroda" e che "ogni scarrafone è bell' 'a mamma soja", perciò non mi sfiora neppure il pensiero di caricarti sulle spalle elogi fuori luogo.
A differenza di chi parte per necessità tu lo hai fatto per scelta, con la rete del trapezista ben spiegata sotto. Non è un dettaglio trascurabile, accessorio.
Però misurare la distanza che ogni mattina alle sei e mezza fai in bicicletta per recarti al lavoro; immaginare il maltempo che quasi sempre c'è lì e quanto arrivi zuppo, prima ancora di cominciare il turno; notare i calli, le fiacche, le cicatrici sul palmo e sul dorso delle mani, mi hanno fatto sentire fiero di te, degno erede - più di me - di chi ti ha preceduto.
martedì 18 maggio 2021
Tu non mi deludi mai (E mai potrai farlo)
venerdì 15 gennaio 2021
Il cielo d'Irlanda (Buon vento)
lunedì 16 novembre 2020
In verticale (Tu, laureato)
giovedì 23 gennaio 2020
La lettera che non ti ho scritto (Ventitré anni, oggi)
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Ti osservo ammirato, soprattutto dalla determinazione con cui ti impegni in ciò che fai, stupito da quel tuo modo di essere diverso a seconda del contesto: silente e riflessivo in casa, sorridente ed esuberante in compagnia.
Non me ne faccio un cruccio: ho imparato ad apprezzare la tua riservatezza domestica, applicando la lezione del mio, d'un padre, che "ammaestrava" spostandosi, cioè senza volerlo fare, mettendosi innanzi tutto in ascolto, attendendo i momenti giusti, che non erano mai i suoi, ma quelli scelti dall'altro. Esiste pure un proverbio in dialetto comasco, calzante a pennello: "La légùra, senza cùr, la sà càta a tuti i ùr". La lepre, senza correre, si prende a tutte le ore".
Io di lepri non sono così esperto, di figli nemmeno. Imparo vivendo, sbagliando.
Se penso a te non ho preoccupazioni, hai carattere sensibile ma spalle forti, non soltanto quelle attaccate al tronco. Certo immagino per te una vita non chiusa nel bozzolo, piuttosto aperta alle relazioni, alle compagnie ampie, a una famiglia numerosa, se ne avrai una, come ti auguro.
Mi sembri un tipo di persona che in un tempo passato sarebbe stato un buon prete, uno di quelli che si consacrano al mondo, mettendo da parte l'io. Uno di quei preti saggi, perché hanno camminato e conosciuto il "deserto", il vuoto di relazione, di vocazione, di senso persino, e sono sopravvissuti lo stesso, più forti perché hanno sperimentato la debolezza, più saldi perché si sono perduti in qualche modo.
Sei migliore di me, di questo sono certo. E me ne compiaccio. Insieme alla fortuna che ho, di averti per figlio: uno dei motivi validi per cui essere stato al mondo.
mercoledì 14 agosto 2019
Quoque tu (Quando nel brutto c'è del bello)
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Oggi, figlia mia, faccio eccezione, cedendo alle tue insistenze, non per "spiegarti" cosa accade in questi giorni convulsi, bensì per condividere la bellezza sottesa al di là e al di qua dei mille proclami, annunci, duelli, sgambetti.
Sì, chi conosce e apprezza la politica non si sgomenta né tanto meno inorridisce di fronte a ciò che per molti, la maggior parte, è soltanto teatro, torto, contraddizione.
La politica è ideale, ma pure strategia, tattica, manovre.
C'è del "bello" allora nel tentativo di Salvini di massimizzare i profitti di un paio d'anni in cui ha intercettato le simpatie di molti, spesso cavalcando le paure di tutti. Così come c'è del "bello" nella contromossa di Renzi e di Grillo, che pur di impedirglielo pare cancellino quanto detto negli ultimi cinque anni, rimangiandosi veti e giudizi sprezzanti nei confronti di chi fino a ieri era avversario e ora potrebbe diventare il principale alleato, secondo la logica del "male minore".
C'è del "bello" in tutto ciò, a patto di non essere prevenuti e di conoscere la politica, esattamente come avviene per la letteratura, la pittura e ogni forma d'arte.
Lascia dunque le urla, i lamenti, i giudizi sprezzanti agli sciocchi, ai supponenti, a coloro che si sentono superiori o indossano i panni di una parte, indignandosi senza riconoscere le buone ragioni degli altri.
Per fortuna la "politica" non è tutto (lo dimostrano i fatti: la società civile negli ultimi cinquant'anni ha retto e si è sviluppata non in "virtù" della politica, bensì "nonostante" la politica) e affrontarla laicamente, senza spirito da crociate, è il primo passo non soltanto per comprenderla e apprezzarla, ma pure per farla, rendendola per quanto possibile migliore.
P.S. Ne parlo raramente con te, Giorgina, più spesso con Giacomo, esattamente come facevo con mio padre: in un tempo non prefissato, spesso rubato, la sera, nella penombra di una stanza o sulle scale. Con il passare degli anni ho imparato molto, a cominciare dall'insofferenza per la demonizzazione dell'avversario, per chi non la pensa come me. Credo convintamente sia un male delegittimare l'altro, appiccicandogli etichette o, peggio, offendendolo. E' capitato sempre, accade tuttora: non me ne scandalizzo, tuttavia evito di farlo e prendo le distanze. Mi arrabbio così quando sento dare del "fascista" avventatamente, senza considerare cos'è stato il fascismo veramente (tra i leader attuali nessuno lo è, neppure lontanamente, poiché come ricorda uno storico preparato qual è Emilio Gentile, tutti i principali partiti o movimenti accettano le regole democratiche, pongono il voto del popolo a fondamento del governare), così come quando l'appellativo è "razzista", poiché per esserlo bisognerebbe sostenere innanzi tutto l'esistenza delle razze e poi la superiorità di una rispetto ad altre, mentre il confronto attuale e le differenze di opinioni attuali vertono sui flussi migratori.
Ragionare con la propria testa, impedire che ci si lasci imbavagliare da chi detesta la libertà di pensiero e preferisce l'insulto al dialogo, non avere pregiudizi, comprendere le ragioni degli altri, essere disposti a cambiare idea ed essere intransigenti soltanto riguardo la piena dignità dell'essere umano e ai suoi diritti inalienabili: queste e non altre sono le stelle polari che voi, figli miei, vorrei aveste sempre innanzi.
sabato 24 marzo 2018
Alzati e cammina (Contro la tentazione dell'indifferenza)
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Labile è il confine tra la pazienza e la rassegnazione, tra la calma e la pigrizia, tra l'equilibrio e l'indifferenza, tra l'ascolto e il silenzio, tra l'essere rispettoso o vigliacco.
Mi vengono in mente le parole di Victor Hugo: "Ogni virtù può sfociare in un vizio".
Tu mi osservi, anche senza guardarmi, mentre il mondo cambia e non so mai se in meglio o in peggio. Vorrei proteggervi, tu e i tuoi fratelli, creare una bolla, fermare il tempo, limitare lo spazio.
Sto fermo. E forse questo è il peccato più grande: rinunciare in partenza, per partito preso, senza rischiare almeno un primo passo, senza prendere posizione per paura di essere giudicato.
Riconosco le buone ragioni di ciascuno, è vero, e di questo spesso faccio vanto, tuttavia è vanità che porta a nulla senza il coraggio di affermare accanto al giusto pure cos'è sbagliato.
C'è un termine desueto ma preciso per definire un simile atteggiamento: ignavia.
Lo scrivo qui, perché ne avverto l'odore, la presenza, come un pericolo di questo tempo, in primis per me stesso.
Tu mi osservi, anche senza guardarmi, e io so cos'è giusto e cos'è sbagliato. Prima o poi, oltre a saperlo, dovrò anche farlo.
P.S. Grazie a Lara, che ho incontrato questa mattina, per caso, e che mi ha dato un consiglio spicciolo quanto prezioso: "Fai quello che ti senti di fare". Ha ragione lei e vorrei essere tanto risoluto da passare dal rendersene conto al cambiare davvero.
sabato 27 gennaio 2018
Sette, quattordici, ventuno, diciotto
Ventuno. Gli anni che ha da poco compiuto Giacomo, con le sue linee tracciate sempre per diritto, i pensieri che fanno più rumore delle parole, le spalle larghe, che per abbracciarle devo stare in punta di piedi e creano un effetto strano, poiché inverte le posizioni naturali padre, figlio, adulto, ragazzo.
Diciotto. Gli anni che tra poco compirà Giorgia, anche lei alta ma non da non poterla prendere tuttora in braccio, con i suoi balzi d'umore e una sensibilità che ha preso dalla madre, anche se da me ha imparato a mascherarla spesso.
Giacomo e Giorgia. Li vedo crescere, con uno stupore doppio: da un lato notare come si stiano formando, con una loro personalità originale e indipendente, dall'altro non potere né volere fare nulla affinché si fermi il tempo, esattamente come uno spettatore separato dalla scena da un vetro, che assiste impotente ma pure lieto di fronte all'ineluttabilità del destino.
Non ho scelto di ricordare Giacomo e Giorgia (e aggiungo anche Giovanni) oggi, per caso.
Il 27 gennaio è un giorno che ho a cuore poiché si celebra la "memoria" e alla memoria, a qualsiasi memoria, sono affezionato.
Oggi non voglio soltanto ricordare ciò che di orribile c'è stato, ma anche condividere la fortuna che ho io, che abbiamo noi, che hanno Giacomo e Giorgia e Giovanni e milioni di loro coetanei, che vivono in case più che tiepide, con nel piatto cibo abbondante e attorno visi amici invece di violenza, freddo, sangue, sofferenza, solitudine, devastazione, terrore, dolore, morte, abbandono.
Esserne consapevoli è più che un dovere: è un regalo. Un regalo che ci facciamo reciprocamente, ad ogni compleanno.
mercoledì 26 luglio 2017
L'equilibrio della bicicletta (e il bicchiere mezzo pieno)
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| Foto by Leonora |
Ti guardo in una fotografia trovata tra le pagine di un libro, con i tuoi cinque o sei anni, mentre sorridi da orecchio a orecchio e immagino quel lontano istante perfetto, augurandomi che ogni giorno tu possa viverne uno identico, nonostante il bimbo che eri nel frattempo sia diventato uomo.
Ho sempre pensato, illudendomi, che per farti crescere felice avrei dovuto darti tutto. Sbagliavo.
Tutto ciò che ti occorre in dote è invece la capacità di incuriosirti, di interessarti, di stupirti, di appassionarti, insieme con la possibilità di mettere a frutto il tuo talento.
Me lo appunto qui, sapendo che al di là delle parole conta l'esempio e l'esempio spero di dartelo ogni giorno, pur con i mille difetti che mi porto appresso, cercando di essere un uomo soddisfatto, oltre che fortunato, quale sono.
P.S. Questi giorni, con sole, lieve brezza e zero umidità, sono tra i più belli dell'anno. Lo scrivo qua, come pro memoria per me stesso, poiché in tempi in cui ci si lamenta di tutto e del contrario di tutto, considero un dovere civico guardare al bicchiere mezzo pieno (non soltanto quello del vino).
giovedì 5 maggio 2016
M di Maggio (e Meraviglia)
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| Foto by Leonora |
venerdì 5 febbraio 2016
Sedici anni (Pane caldo e uva americana)
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| Foto by Leonora |
sabato 25 aprile 2015
Attenti agli squali (ma nuotate)
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| Foto by Leonora |
Sono una persona normale, con molti difetti, tra cui una dose abbondante di egoismo, un'attenzione a non farsi troppo coinvolgere dalle emozioni, una ricerca di tranquillità più forte dei dubbi esistenziali. E quando proprio proprio certi accadimenti costringono a fermarmi, a pensare, cerco di riportare tutto nei binari del possibile, senza vaneggiare di poter cambiare il mondo, se non con i piccoli gesti.
Sono una persona normale, mi sta a cuore soprattutto la felicità dei più vicini, a cominciare da me stesso, dai miei figli. Ecco perché la sensazione più desolante è volerli proteggere dalle sconfitte, dalle delusioni, dai fallimenti, senza riuscirci.
Eppure è proprio non riuscendoci, non mettendoli eccessivamente al riparo, che li si fa crescere forti, robusti, per cui un giorno sì e l'altro pure combatto tra il desiderio di far loro da scudo e la volontà di spingerli dal trampolino, in un tira e molla interiore spesso logorante.
Prendiamo Giacomo. Grande e grosso più di me, si capisce che sta maturando dentro, anche perché il sorriso gli nasce meno spontaneo di un tempo, la vita lo sta plasmando e non è propriamente un massaggio benefico, assomigliando in qualche caso più a un rullo compressore che lo schiaccia, a un vento che lo scuote. La tentazione è di farlo tornare bambino, di poterlo stringere tra le braccia e insieme sollevarlo, da terra e anche dalle frustrazioni. Abbandono l'idea con rammarico, sapendo che il suo è un passaggio obbligato e per quanto possa essere attento, efficiente, presente, dovrà sempre più cavarsela da solo, perché soltanto così un giorno farà a meno di me, come io ho continuato nonostante l'assenza di mio padre.
giovedì 17 luglio 2014
Figli migliori di noi (poco alla volta)
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| Foto by Leonora |
Lo dico per aumentargli l'autostima - perché è fondamentale che sappia quanto tengo a lui - ma soprattutto perché lo credo. Credo davvero diventerà un giorno migliore di me, imparando a non ricalcare i miei difetti, ad evitare i molti errori che commetto, le mancanze di attenzione per le persone che mi vogliono bene, le distrazioni, gli egocentrismi, le esagerazioni...
L'altra sera, discutendo con Isabella, ho alzato la voce, abbiamo gridato, come non dovrebbe succedere ma come a volte capita, ho dato anche un paio di manate all'anta del frigorifero, provocando un rumore che lì per lì non mi pareva gran che. Uscendo però dalla cucina, aprendo la porta, l'ho visto seduto sul divano, insieme con Giorgia, stranamente senza la tv accesa né la play-station o un'altra diavoleria. Ho realizzato allora che stavano ascoltando, che magari non capivano le parole ma intuivano l'atmosfera, mi sono rivisto io, quando mia madre e mio padre litigavano, il disagio che provavo, l'ansietà, la paura...
Nonostante fossi ancora furioso (che sciocco, a ripensarci ora, ad essere tanto arrabbiato, e che sciocco in generale a prendermela tanto per cose da poco, gocce nel fiume della vita e che si ingigantiscono a dismisura) nonostante fossi ancora furioso, dicevo, vedendoli così mi sono aperto in un sorriso ampio, schiacciando l'occhiolino e dicendo loro: "Bene, questa sì che era una discussione seria".
Prima di salirmene al piano sopra e continuare la mia sceneggiata con Isabella (passando dalla fase "Gridiamoci in faccia" a quella "Ignoriamoci di spalle"), li ho visti distendersi in volto, abbozzare un sorriso a loro volta.
Sì, Giovanni e Giorgia e Giacomo saranno migliori di me, senza rendersene conto, salendomi sulle spalle come ho fatto io con mio padre. Non devono preoccuparsi per come accadrà, né sentirsi schiacciati o mai all'altezza. Non capiterà all'improvviso, bensì saranno come quegli altari votivi spontanei che si ammirano sui sentieri delle Dolomiti e di cui mi parlavamo ieri Roberto e Laura. Sono alte più di un metro, fatte dai piccoli sassi che i viandanti mettono in pigna, uno sopra l'altro, come segno di ringraziamento. È così che i nostri figli diventeranno migliori di noi, quasi senza accorgersene, poco alla volta.












