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mercoledì 21 ottobre 2020

Senza didascalia (Lui ed io)

Per un giorno parto dalla coda: invece di scrivere qualcosa e scegliere poi una foto a corredo, metto l'immagine innanzi tutto.
Lo faccio per gratitudine verso Leonora, che quasi sempre inconsapevole presta volti e colori alle mie parole messe nero su bianco, ma pure perché quel bimbo immortalato, che non so chi sia né quanto grande è diventato, mi sento molto io.
Aggiungere la ragione precisa, tentare di spiegarne l'esatto motivo sarebbe una forzatura, oltre che tempo sprecato. Un po' come quando ti raccontano una barzelletta e alla fine te la spiegano.
Per una volta mi piace pensare che ciascuno possa vedere ciò che crede, quanto sente, confidando che l'istinto, l'intuito, possano cogliere nel segno più di qualsiasi puntiglioso resoconto.

P.S. L'ho già scritto, lo ripeto. Leonora non è l'unica fotografa che apprezzo. C'è anche Elena ad esempio, i cui scatti mi piacciono moltissimo, spesso lasciandomi stupito. O Francesca. Oppure Margot, Andrea, Augusto. Qualche altro. A Leonora, però, a Lyonora, come si firma, sono grato poiché mi accompagna praticamente dall'inizio e perché ha un sito che mi permette di attingere a piene mani, senza nessun fastidio, con un semplice clic, blandendo non soltanto l'artista che c'è in me, ma anche il pigro.

sabato 21 dicembre 2019

Esserci (La sorpresa di Natale)


Gli sto andando a sbattere addosso, rallentando giusto giusto per non schiantarmici, favorito dal fatto che quest'anno è piazzato di mercoledì e sarà una vigilia dalla volata lunga, senza ostacoli.
Corse, persone, pacchi, regali, cene, pranzi, dolci, luci, nastri, biglietti...
Riempio tutto, dimenticando che l'unica cosa che conta dovrebbe essere il vuoto: è infatti nel vuoto, nell'assenza di altro, che lo spirito del Natale si fa davvero "presente".
Poi capitano i miracoli, incredibili per chi li immagina sontuosi e appariscenti, invece che nascosti nelle mille circostanze quotidiane.
Ciò che mi ha emozionato di più, questa settimana, era scritto su un foglio bianco, con una penna blu, sottile. Lo ha trovato Elena, in cantina, dove era scesa per prendere la stella luminosa che ogni anno sua mamma - morta a fine settembre, dopo una malattia che l'ha consumata pian piano, inesorabilmente - appendeva sul muro esterno di casa, in occasione delle feste.
Aperto il sacchetto che la custodiva, legato al filo elettrico, c'era una pagina di quaderno a righe con quattro parole: "Buon Natale Mamma bacioni".
"Mi è arrivata una pugnalata al cuore - ha confidato Elena - pensando a lei che lo scorso anno, palesemente consapevole di ciò che l'aspettava, con le poche risorse di persona umile qual è sempre stata, si è messa ad escogitare come poterci... essere, anche in questo Natale".
Poterci essere. Non fare, disfare, avere, mangiare, comprare. Esserci.
Il gesto d'amore d'una madre, lo confesso, mi ha scaldato il cuore. Per questo lo voglio condividere: un regalo che non ha prezzo e un immenso valore.

P.S. La mamma di Elena c'è, come quella di Antonella, ne sono certo, come tutte le persone che amiamo pur se non le vediamo con gli occhi. Lo scrivo con convinzione, consapevole che nessuna altra festa al pari del Natale può essere tutto o niente, zeppo di gioia, di compagnia, di sentimenti o, al contrario, di tristezza, solitudine, desolazione. Quel biglietto scovato in cantina idealmente è un po' nostro, di tutti.

lunedì 7 ottobre 2019

L'aquilone di un'idea (Francesca e la sua Drogheria)


Davanti all'immagine provo stupore, emozione, come un assaggio di eternità, di grandezza.
Amo le parole ma ne ammetto l'inferiorità, a tratti l'impotenza: un quadro, un video, una fotografia riescono a far comprendere in un colpo d'occhio ciò che resterebbe ignoto persino avendo a disposizione un'enciclopedia.
Non a caso scelgo sempre per questi post un'immagine che li accompagna, finora monopolio quasi esclusivo di Leonora, in futuro mi piacerebbe aggiungere i lavori di Elena (Cometti), che ha il potere di cogliere istanti in cui il movimento si percepisce pure nella fissità e sembra che tutto l'universo abbia cospirato per arrivare esattamente a quel punto lì, quando ha fatto clic con la macchina fotografica.
C'è un'altra artista che ammiro immensamente, una professionista, che di recente ha preso coraggio (a proposito di osare e di quanto scritto ieri l'altro) trasformando la passione in un'impresa.
Ho conosciuto e visto Francesca Ripamonti tre volte in vita mia.
La prima quand'ero direttore de "Il Cittadino", a Monza, per un lavoro d'una sensibilità rara che aveva svolto con le donne detenute in carcere.
Anni dopo l'ho incontrata di nuovo, mi aveva anticipato l'idea di cimentarsi con la realizzazione di oggetti (tovaglie, tovagliette americane, vassoi, idee regalo...) con riprodotte sue fotografie, realizzate in studio, secondo quella ch'è la sua vocazione, il suo carisma.
C'è riuscita. Dimostrando tenacia e perseveranza ha fondato la "Drogheria digitale" e s'è inventata una professione, curando ogni dettaglio, dalla produzione al marketing alla vendita.
"Non vendo, non voglio vendere un prodotto, ma un concetto" mi ha detto ieri, seria seria, eppure sorridendo, ad Orticolario di Villa Erba, a Cernobbio, dove esponeva.
Non erano parole vuote o inutilmente pompose, come quelle spesso forgiate dalle agenzie di comunicazione o dagli uffici stampa. Ho capito cosa intendesse perché me l'ha mostrato e il coinvolgimento emotivo, abbinato all'esempio, è valso più di una scossa.
Sono felice per lei, spero abbia successo, se lo merita. Così come tutte le persone che inseguono l'aquilone di un sogno, di un'idea.