martedì 31 dicembre 2013

Serenità e fortuna

Mancano poche ore e segnerò sull'impugnatura della pistola un'altra tacca. La segnerei, cioè, se avessi una pistola e sapessi incidere una tacca, ma sono pacifista e recentemente ho anche smarrito una manualità d'artigiano che a sorpresa avevo dimostrato tra venticinque e i quaranta.
Via un anno, un altro, archiviato in fretta e furia, pronto a prendere di petto quello nuovo, che chissà perché mi inquieta. Non so cosa direbbe Freud (perché mai dovrebbe poi dire qualche cosa) a commento di questa propensione a provare più nostalgia per ciò che non c'è più rispetto al desiderio di avventura per quello che mi aspetta. Stasera mi aspetta un San Silvestro spartano per lo stomaco, ma di eccezionale suggestione visiva. Con un manipolo di parenti e amici coraggiosi salieremo a mezza costa su una montagna e a mezzanotte contempleremo il panorama, con il buio punteggiato di luci e botti in lontananza. L'anno scorso avevamo scelto il Baradello, l'anno prima il Pin Umbréla, quest'anno la Croce dell'Uomo, sopra Cernobbio, ma salendo dalla Svizzera.
Sarà là, tra un brindisi con il prosecco e un sorso di vin brulé fatto in caso, che vi penserò tutti, augurandovi per il nuovo anno serenità e fortuna.

venerdì 27 dicembre 2013

Ciao Angelina

Foto by Leonora
Questo tempo non era più il suo, da un pezzo, e a parole diceva di volersene andare, anche se poi alla vita ci si aggrappa come licheni sulla roccia. La zia Angelina se n'è andata stamattina, senza disturbare, con una lievità che gli era prima sconosciuta, lasciando noi nipoti e soprattutto suo marito, lo zio Emilio, minore di due anni e fino a pochi mesi fa maggiore di acciacchi.
Fino a ieri scherzavamo, in famiglia, sulla sua tempra, sul suo apparire spacciata e ogni volta riprendersi, dimostrando di avere sette vite e forse anche una di più. Oggi però sono finite, mentre iniziano i ricordi, che  interessano nessuno, se non me, che li ho vissuti. In particolare i cinque anni in cui, alle elementari, tornavo da scuola ed ero affidato alle sue cure. Pomeriggi quieti, di merende fatte di cotolette alla milanese, di giochi con i tovaglioli (era bravissima, creando con un quadrato di cotone un gatto, che le si arrampicava sul braccio), di greche disegnate sul quaderno. Non era tenera, apparteneva a una generazione cresciuta nel gramo, di pochi fronzoli, a volte mi faceva venire i brividi, con frasi che alle mie orecchie di bambino suonavano sinistre ("Ta fù cambià pèl cumè na bìsa", "Vegnaràn i temp da andà in gìr cùnt na cavagnéta bogia, a catà sù i fregui), ma stemperate poi da un prendersi cura concreto, non di facciata. Del resto io non ero quello stinco di santo che sorride nelle fotografie in bianco e nero dell'epoca, in più mi rimproverava il mio essere "materiale" ("materiale" è un aggettivo che non si usa più. ma che allora andava in gran voga), un poco disordinato e pasticcione, a differenza di un'altra sua nipote, Marilena ("La mia Marilena sì che scrive bene, non come te che hai una zampa di gallina" era un altro tarlo che mi rodeva, però aveva ragione da vendere). Due sono state le volte in cui l'ho fatta arrabbiare sul serio. La prima quando mi rifiutai di mangiare una coscia di pollo, dicendo che c'erano i vermi (colpa de "I fatti del giorno" di Famiglia Cristiana: avevo letto che in India erano stati trovati vermi in un pollo portato in tavola e tutte le venuzze del volatile mi sembravano appunto vermi). La seconda fu più seria, tanto che la feci piangere dal dispiacere, allorché risposi bruscamente di fronte al suo guardare fuori dalla finestra un temporale e dirsi preoccupata per lo zio che tornava in bicicletta dal lavoro. "Oh, povero Emilio, guarda che cielo!", "Oh, povero Emilio, guarda che lampi!", "Oh, povero Emilio, senti che tuoni"...Alla quarta lamentazione me ne sbottai con un: "Basta zia! Se piove al massimo lo zio si bagna!". Apriti cielo, e non soltanto quello. Fu come l'avessi pugnalata. Lacrime, singhiozzi. Avevo otto anni e dovetti fronteggiare la rabbia di mia mamma, disperata del fatto che non volevano più tenermi a balia.
E' strano come ricordo oggi episodi spiacevoli, omettendo i milioni di momenti felici, le lezioni che mi hanno fatto crescere, gli esempi positivi, persino la tenerezza degli ultimi tempi, quel diventare meno ostica e più fragile, comprensiva. Senza di lei i miei genitori sarebbero stati in difficoltà, sarei dovuto andare da una balia sconosciuta, non sarei andato al mare, perché inzieme alla zia Carla e allo zio Emilio era lei che al mare mi portava. Vederla ieri, con un filo di voce, già più non lucidissima, mi ha fatto tenerezza, così come tenerezza mi fa lo zio Emilio, sessant'anni tondi tondi di matrimonio schioccati via. E' il loro tempo che se ne va e mi dispiace, anche se sento che è giusto così, che trattenerla non sarebbe stato umano, che è una ruota che gira. Ciao Angelina, mi mancherai, eppure ci sei, e queste righe potrai leggerle da lassù, senza doverti nemmeno sforzare, perché sono scritte al computer e non con zampa di gallina.

martedì 24 dicembre 2013

Il sole dentro (un augurio per Natale)

Foto by Leonora
Quest'anno gioco d'anticipo, così da mandare un augurio personalizzato alle persone a cui tengo di più.
So che a molti queste feste non piacciono. A me sì, fosse anche solo per l'occasione che danno di potersi scrivere, telefonare, vedersi, restare in contatto.
Il mio augurio è di tornare ad avere almeno per un giorno gli occhi di un bambino, provare lo stesso stupore, lo stesso entusiasmo, la stessa purezza che non conosce pudori o imbarazzi e guarda al nocciolo delle cose, non a quello che nel corso degli anni è restato attaccato di enfatico, di commerciale, materiale, retorico. Il Natale dopo tutto è proprio questo: tornare un po' bambini (non a caso l'origine di tutto è Gesù Bambino).
Che sia una bella giornata allora, con fuori la pioggia ma il sole dentro.

lunedì 23 dicembre 2013

Vince la parola, è matematico

Foto by Leonora
Dicono che la perfezione dell'universo stia tutta dei numeri. Io non ci credo. La perfezione dell'universo - se un perfezione esiste - semmai sta tutta nelle parole (non a caso il Vangelo di Giovanni con: "In principio era la Parola" e non "In principio era due più due" o "In principio era xy al quadrato fratto z tendente a 0").
Chiedo dunque moderatamente scusa a tutte le insegnanti di aritmetica, algebra, geometria e fisica che ho avuto e che hanno dovuto fare i conti, ostici, quelli sì, con le mancanze evidenti che avevo. Talvolta mi sono pure impegnato ma certe materie non fanno per me, pur se ne ho rispetto, se sono grato a tutti coloro che in esse trovano gusto e che hanno consentito al mondo di progredire, dunque anche al sottoscritto.
Mi sono tolto questo sassolino dalla scarpa, non solo per spiegare il motivo per cui ho scelto di fare questo mestiere e non l'ingegnere nucleare, come il mio amico Angelo, o lo scienziato come Toto, bensì per un motivo semplice e commerciale, visto che siamo in prossimità del Natale e sono certo che qualcuno che passa da qui ha ancora qualche pensiero da fare e non avendo provveduto prima è in ritardo.
Avrei una preghiera: se non sapete cosa regalare, fate dono di un libro. Di carta, piccolo o grande non importa, così come non è fondamentale il titolo. Chi li legge sa che il libro azzeccato non esiste: ce ne sono alcuni intonsi sugli scaffali di casa mia ed altri che dieci volte ho cominciato a leggere e per altrettante volte ho desistito, salvo poi capitare un pomeriggio di giugno o una mattina di novembre di riprendere in mano e divorare letteralmente, sembrandomi esso il miglior libro del mondo ("Guerra e pace" ne è un esempio).
Un libro azzeccato non esiste e per questo tutti sono azzeccati, a patto da avere pazienza e non pretendere che vengano letti subito. E poi un libro può esser a sua volta donato, se quello che riceviamo è doppio, oppure il massimo è ragalarne uno proprio, non importa se usato. Anzi, più è consunto, vissuto, meglio è. Vuol dire che teniamo, che abbiamo a cuore a chi lo regaliamo, perché non è un libro qualsiasi, è un vero pezzetto di noi che vogliamo entri nella vita dell'altro (il primo libro che ho ricevuto così è stato "Non ora, non qui" di Erri De Luca, datomi da David, non l'ho mai scordato).
In più, fatti due conti (vedi che la matematica a qualcosa serve), il libro è anche un regalo economico, ma non è questo (gioco di parole) che conta di più. L'aspetto essenziale è piuttosto la constatazione che leggere un libro è bello. Magari quando si è ragazzi non ce ne se rende conto, oppure si legge un sacco però poi la passione scema (non è una parolaccia), salvo poi tornare impetuosa in età adulta o quando si è vecchi proprio (non ho mai visto mia madre leggere un libro per quarant'anni, mentre ora divera un libro dietro l'altro). Quando accade, e qui sta il punto (esclamativo), è come se si diventasse protagonisti non di un'avventura o una storia straordinaria, come nella vita di ciascuno può capitare una o due o tre volte, ma attraverso la lettura capita invece cento, mille volte. Ed è questo il motivo principale per cui scrivo, ma prima ancora leggo.

domenica 22 dicembre 2013

Lara

Foto by Leonora
Spigliata, ironica, divertente. Se non fosse vera, in carne ed ossa, potrebbe essere la protagonista di un libro di qualche autrice inglese, pur se vive in Italia e italiana è, anche se non al cento per cento. Sua madre infatti viene dalla Turchia ed è come se partorendola le avesse fatto dono dei colori e delle spezie che in quella terra si trovano. Sono fiero di essere amico di Lara, una delle persone più perspicaci che conosca. Non ci vediamo quasi mai, ci scriviamo raramente, però per me è un punto di orientamento, come quelle stelle che oltre le nuvole sai che ci sono e quando le guardi brillano. Del suo giudizio mi fido, eccetto il trascurabile aspetto che nei miei confronti è troppo buona, indulgente, senza tuttavia perdere la presenza di spirito. Lara ha un talento: sa raccontare. Quando lo fa, cattura l'attenzione e nove volte su dieci strappa un sorriso. Non sono cosa abbia in serbo la vita per lei, che è ancora giovane e affamata di mondo. Attualmente fa la commessa, a Milano, e anche su questo potrebbe scrivere un libro, con il resoconto delle persone che incontra, la fauna internazionale che le capita a portata di sguardo e che senza sospettare chi si trovano di fronte offre di sé il meglio o il peggio, come sempre accade quando crediamo di avere a che fare con chi sembra umile, piccolo. Lei ci riesce benissimo, perché com'è spigliata dentro sa essere impassibile fuori, passando inosservata, scomparendo persino, con il corpo minuto e la voce bassa e un filo nasale, quasi da Paperino. A volte può sembrare sfrontata, ma non è supponenza, semmai un modo di difendersi, di assestare qualche gomitata per non finire schiacciata o farsi largo.
Anche se non la vedo spesso sono contento che ci sia e quando lascio traccia su Twitter o su Facebook so che non passerà inosservata e aggiungerà sale pure dove il mio pane è sciapo.
Potessi esprimere un desiderio o strofinare una lampada con dentro il genio chiederei di poterla guardare quando leggerà queste righe, vedere i suoi occhi grandi e scuri, d'uno scuro più luminoso e intenso dell'azzurro. Non so cosa direbbe lei, ma so cosa le direi io: "Grazie, conoscerti è un dono".

Il tempo di crescere

Foto by Leonora
Giacomo torna tardi e (se so dov'è) comincio a non restare più sveglio ad aspettarlo. Vive il suo tempo, com'è giusto che sia, come tutti noi abbiamo vissuto il nostro.
Ci sono delle differenze, ovvio, anche se mi sorprendo più delle similitudini.
Nonostante questa sia l'era di Internet e dei telefonini, al nocciolo ciò che fa (e mi pari desideri) Giacomo non è diverso da quello che facevo e desideravo io: cercare e tessere relazioni, condividere il più possibile con i propri coetanei, staccarsi dal cordone ombelicale dei genitori.
Capita spessissimo che osservandolo riveda me stesso, così come nei suoi amici ritrovo i miei di allora.
Sulle differenze sono meno preparato, procedo per ipotesi, per azzardo. Immagino, più che altro. Nel tentativo di farlo provo a calare i miei sedici anni di allora in questo mondo, con le possibilità di comunicazione attuali. Uno sforzo goffo, perché dentro sono e resto analogico e tendo a minimizzare le differenze e a dimenticare come la mia epoca fosse diversa (se mi piaceva una ragazza prima di dichiararmi passavano mesi, dovendo trovare il coraggio di farlo viso a viso, così come dei compagni di scuola ignoravo tutto, tranne una cerchia strettissima di tre o quattro, per non parlare delle attese infinite e della casualità degli incontri, non potendo mettersi d'accordo con un sms o un messaggio su Whattsup).
Differente però era anche la pressione. Allora, da figlio, credo avessi più regole da rispettare ma meno stress. Ora mi pare che pretendiamo che gli adolescenti diventino adulti troppo in fretta, che assaporino ciò che noi assaporiamo, scordando che siamo diventati adulti molto più tardi rispetto alla loro età, che pigrizia e indolenza erano connaturate in noi (in me almeno), che i nostri padri si facevano gli affari loro, non si curavano dei bambini (come spiega Michele Serra) ma neanche degli adolescenti. Ho la sensazione che persino i professori fossero più severi ma meno esigenti, meno incalzanti di quelli attuali. Abbiamo avuto il tempo di crescere insomma. Quel tempo che ora stentiamo a concedere, salvo poi rimpiangere perché "diventano grandi" troppo in fretta.

venerdì 20 dicembre 2013

Lavorare per la gloria

Foto by Leonora
Ricordarsi di essere un uomo. Anche nei momenti difficili, pure quando le scorciatoie sembrano comode e invitanti, nonostante gli errori e le debolezze che mi distinguono.
Da un paio di mesi ho ritrovato parte di quella serenità che avevo perso, smarrita correndo alla rinfusa, senza una coda e soprattutto un capo. Se ci ripenso, mi pare che fosse proprio quello il tarlo fastidioso, oltre che il più greve fardello.
Il momento catartico, sul lavoro, è senza dubbio la mattinata in piazza del giovedì. Quattro ore accanto al camper del Cittadino e di Mbtv, al gelo, spesso con la pioggia, a stringere mani e chiacchierare con chi passa dall'Arengario e dare retta ai lettori, quelli fedeli ed entusiasti, che ogni volta ritornano, e quelli più distratti, talvolta brontoloni, ma alla fine sempre cortesi e capaci di suscitare un sorriso.
Ieri, nell'ultimo degli appuntamenti prima di Natale, mentre camminavo sotto l'acqua e vedevo il camper da lontano pensavo: "Se il mio fosse solo un lavoro non sarei qui", non saremmo stati lì, né io né Massimo (il responsabile della pubblicità) e neppure Angelo, il redattore più anziano e che non è mai mancato
"Lavorare per la gloria" capita di sentir dire, quasi sempre con accezione negativa ("Non sono qua a lavorare per la gloria"). Per la gloria no, però neanche per un che di materiale soltanto.
C'è qualcosa di più importante dei soldi (fondamentali ma non essenziali), del prestigio, della posizione sociale. C'è una radice di valore da cui attingo linfa, che deve essere la stessa per la quale mi emoziono ancora quando leggo la mia firma in pagina, o un articolo ben scritto, una storia raccontata al meglio. Non è neppure vanità, che esiste però non sarebbe un motore così potente da trasformarsi in energia rinnovata e rinnovabile, ogni giorno. Potrei dire che è il gusto di far bene il proprio mestiere, di sentirsi in qualche modo utile, ma mi pare riduttivo anche questo. Credo sia una somma di più fattori, una miscela che ciascuno calibra a suo modo, che fa da motivazione all'impegno e che alla fine si traduce con l'andare a letto soddisfatto, la sera, e svegliarmi dopottutto con il sorriso, al mattino.

sabato 7 dicembre 2013

Confieso que he vivido

Foto by Leonora
Il cielo di questi giorni è terso, nitido, splendido, specialmente di notte e al mattino presto. La luce che entra verso le otto dalla finestra illumina e scalda la casa in modo unico, anche nei colori. Vorrei immortalarla, conservarne il ricordo. Provo a scattare una fotografia, ma il risultato che ne esce è modesto, un pallido e piatto accenno a quella meraviglia straordinaria, che dura appena qualche istante e quando è passata è passata per sempre e neppure se chiudo gli occhi la rivedo così intensa e straordinaria com'era in quel momento. Non mi resta allora che il ricordo di quell'emozione provata, la consapevolezza che è stato bellissimo, pur se ho trattenuto nulla e tutto scorre via, sempre più lontano.
A pensarci, accade lo stesso con tutto. Gli affetti, le situazioni, i sentimenti, le occasioni di incontro, i momenti di vita trascorsa... Niente ritorna, nessuna replica esatta è concessa, il fluire del tempo scioglie tutto e lascia soltanto questo: l'averlo vissuto. Mio padre, i figli quando erano piccoli, gli amici d'infanzia, le prime soddisfazioni nel vedere pubblicato un articolo, il sapore della polenta con le quaglie cucinate da mia madre come bentornato al ritorno delle vacanze, il cappottino blu di quando andavo all'asilo, le corse con le auto scassate nei prati e sulle strade sterrate dietro casa, i baci, le carezze, le persone che ho amato, i canyon in Colorado, i pesci di mille colori del Mar Rosso, gli abbracci quando segna la Juventus, i gol di Giovanni e Giacomo, i libri che ho letto... Scatti di memoria che si inseguono, annodandosi l'un l'altro, vicini eppure lontani, presenti e al tempo stesso scomparsi inesorabilmente. Riacciuffarli è impossibile, riviverli lo è altrettanto, però ci sono stati e vale la frase scelta per la biografia di Pablo Neruda, che rimane per me il titolo più bello mai scelto per un libro: "Confesso che ho vissuto".

sabato 30 novembre 2013

Valeria

Foto by Leonora
Dico sempre che ci sono sottili fili rossi che ci uniscono alle persone: alcuni li seguiamo passo passo, di qualcuno non ne veniamo mai a capo, altri vanno e vengono, altri ancora rimangono sotto traccia mesi, anni, per poi riannodarsi all'improvviso. Com'è capitato con Valeria, che non vedevo da un sacco e con cui neppure mi scrivevo. Eppure avvertivo la sua presenza, discreta, costante, quasi una mano sulla spalla che mi accompagnava e che potevo distinguere in piccoli gesti, moderne briciole di pane lasciate sui sentieri dei social network.
Ho rivisto Valeria l'altro giorno, tale e quale a come la ricordavo, forse con una luce diversa negli occhi, ma sempre spigliata, indipendente, decisa a non restare indietro un passo, una di quelle donne che apprezzano le galanterie ma a patto che il rapporto alla pari non sia pregiudicato.
Valeria fa il mio lavoro. Non questo, l'attuale, bensì quello che ho fatto prima di diventare giornalista, e che in fondo non ho abbandonato mai, perché non si fa l'assistente sociale ma si è assistente sociale sempre, dentro, ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all'anno.
Anche su questo abbiamo scherzato, bevendoci uno spritz e raccontandoci a voce il riassunto delle puntate precendenti, ciò che ci siamo persi nel frattempo, dagli affetti alla professione, dalle passioni ai dubbi esistenziali che distinguono o accumunano.
Stavo bene con lei e il tempo è volato, come sempre capita quando sono a mio agio. Valeria non ha avuto solo rose e fiori dalla vita, i crucci e le delusioni l'hanno scavata senza toglierle la terra sotto, rendendola forse più dura ma anche forte. L'ha salvata e la salva, per sua stessa ammissione, l'ironia, l'autoironia soprattutto, quel modo di guardare a se stessi con lievità, senza darsi eccessiva importanza e smarrire il sorriso.
E mentre era lì, di fronte a me, minuta e in apparenza fragile, le invidiavo la resistenza e la resilienza, la capacità di tornare alla forma originaria dopo esser pressata e strizzata per benino. Tra noi due quella forte è lei. Perciò, per quel che la conosco, Valeria resta per me un modello, un esempio. Volevo scriverlo qui, proprio oggi, nel giorno del suo compleanno.

venerdì 29 novembre 2013

Un secolo, una vita (elogio del tempo attuale, contro tutti i pessimismi)

Foto by Leonora
Giacomo a gennaio compirà diciassette anni e benedico il secolo che ci separa da un altro tempo, da un'altra epoca. Gennaio 1914. Non c'erano play-station né computer, ma questo senza dubbio è il meno. Era la pace che vacillava e nel volgere di pochi mesi l'Europa si sarebbe infiammata in una guerra che un anno dopo avrebbe contagiato pure l'Italia.
Ci pensavo ieri l'altro, mentre leggevo la biografia di Adriano Olivetti, guardando mio figlio sdraiato sul divano ("Gli sdraiati" è l'ultimo libro di Michele Serra, che parla proprio degli adolescenti), quieto e beato, senza neanche quei crucci esistenziali che assillano molti suoi coetanei, sazio di serenità e indolente come lo ero io, alla sua età, ma con la stessa curiosità per le vicende politiche, per lo sport, le amicizie, gli svaghi.
Mi immaginavo il suo trisavolo Giovanni, cento e venti anni prima, o Ermenegildo Bardaglio, il papà di George, appena sbarcato in America, dopo un viaggio infinito in un piroscafo che non somigliava affatto a una nave da crociera, senza sapere una parola di inglese e con scarsissimi quattrini in tasca.
Se fosse nato cent'anni prima Giacomo, il mio Giacomo, tra poco più di un anno sarebbe stato abile e arruolato per la guerra, sarebbe partito per il fronte, lasciando me, sua mamma, sua nonna e i suoi fratelli con un groppo alla gola e un giogo pesantissimo, che ci avrebbe tenuti svegli la notte e si sarebbe dilatato durante il giorno, come un'ombra.
In quella guerra mondiale, la prima, morirono dieci milioni di soldati, moltissimi dei quali poco più che ragazzi. Altri milioni restarono feriti, segnati nel corpo e nello spirito da un'esperienza disumana.
Cosa resta di quel falciare vite con la facilità di una mietitrebbia?
Qualche monumento ai Caduti, alcune lezioni, molte pagine di storia. Nulla tuttavia che mi faccia anche soltanto prendere in considerazione che di morire in una guerra valga la pena. Benedico allora i passi che abbiamo compiuto, le scelte che sono state fatte, i recenti settant'anni di pace e pure la condizione attuale, che può sembrare fosca e grama, ma nella peggiore delle ipotesi non assomiglia nemmeno lontanamente all'inferno che allora cominciava.
Gennaio 1914, gennaio 2014. E' trascorso un secolo non invano. Lo vorrei ricordare ogni mattina che mi sveglio con la luna storta e scuoto il capo sussurrando tra me e me: "Che tempo maledetto, questo della crisi". Per quanto maledetto sia, rispetto a un secolo fa, è comunque sciambola.

sabato 16 novembre 2013

Tutto scorre (God bless America)

Foto by Leonora
Leggo Erodoto e non per tirarmela. Tanto per cominciare, mi piace moltissimo e in più è un "memento homo", un ricordare che tutto è effimero, passa, ciò che è vitale per noi non conta nell'infinità dell'universo più di un battito d'ala della farfalla. Eppure per mille cose mi batto, non dormo, resto inquieto, come se caricarsi sulle spalle tutti i crucci potesse spostare di una virgola il mondo a cui appartengo o determinare in meglio o in peggio il destino. Non la forza tuttavia giova allo scopo, né l'astuzia, la potenza, il denaro. Piuttosto la conoscenza, la saggezza, la fortuna, la capacità di intuire e perseguire le cose che contano, alzando lo sguardo e rallentando, invece di tenere il naso schiacciato a terra e correre come un forsennato.
Un pro memoria personale e anche per il Paese in cui vivo, sempre più diviso, conflittuale, confuso, intimorito. Tutti tratteniamo il fiato, come sperando che alla fine tutto si risolva, i nodi si sciolgano e la vita a cui eravamo abituati torni di nuovo. E' possibile. Può darsi che si tratti di una crisi di sistema profonda ma passeggera, come ce ne sono state molte, nel 1929, nel 1974, nel 1987... Magari invece è un infarto più profondo, l'inizio di uno degli infiniti ribaltamenti negli equilibri del mondo, con la civiltà occidentale giunta al capolinea e l'alba di una nuova era, con tutte le sorprese e le incertezze del caso.
Lapidaria ed efficace in questo senso è la frase che si trova all'inizio delle Storie proprio di Erodoto: "Proseguirò la mia narrazione, trattando delle città degli uomini, senza differenza, sia piccole sia grandi. Poiché quelle che un tempo erano grandi, ora per lo più sono diventate di scarsa importanza; mentre quelle che ai tempi miei sono grandi, prima erano trascurabili. Essendo persuaso che la prosperità umana non rimane mai fissa nello stesso luogo, io ricorderò allo stesso modo sia le une sia le altre".
P.S. A questo proposito, mi ha emozionato un brano (qui il video) tratto dalla serie televisiva "The newsroom" ("La redazione") in cui un giornalista parla a un gruppo di studenti, attacca pesantamente la presunta superiorità americana e in genere occidentale, concludendo poi così: "Non c'è alcuna evidenza che siamo la più grande nazione al mondo. Siamo settimi nell'alfabetizzazione, ventisettesimi in matematica, ventiduesimi in scienze, quarantanovesimi nelle aspettative di vita, centasettantottesimi per la mortalità infantile (...). Siamo primi al mondo in tre categorie: numero di detenuti pro capite, numero di adulti che credono che esistono gli angeli e nelle spese per la difesa, dove investiamo più della somma delle spese delle 26 nazioni che ci seguono in classifica, di cui per altro 25 sono alleate(...). Certo, eravamo la più grande nazione del mondo. Difendevamo quello che era giusto, combattevamo guerre per ragioni etiche, facevamo la guerra contro la povertà, non ai poveri. Ci sacrificavamo, ci preoccupavamo dei nostri vicini, eravamo sinceri e coerenti e non ci lamentavamo. Costruivamo grandi cose, facevamo grandi progressi tecnologici, esploravamo l'universo, avevamo grandi artisti e la più grande economia del mondo. Arrivavamo alle stelle comportandoci da uomini. Aspiravamo all'intelligenza, non la disprezzavamo: non ci faceva sentire inferiori; non ci definivamo secondo chi avevamo votato e non eravamo spaventato così facilmente. Eravamo tutto ciò perché eravamo informati (...) da dei grandi giornalisti, da dei grandi uomini, uomini che erano rispettati e venerati. Il primo modo per risolvere un problema è riconoscere che c'è un problema. L'America non è più la più grande nazione al mondo".

sabato 9 novembre 2013

Diventare vecchio (non è brutto)

Foto by Leonora
Un male fisico. E' quello che provo quando due o più persone non vanno d'accordo. Disagio lo provavo anche prima e in genere, pur se sono un tipo nervoso, ho sempre avuto passione e vocazione per trovare i punti che accomunano, per comprendere e far comprendere le ragioni dell'altro.
Ora però quella sensazione sgradevole in presenza di un attrito altrui si amplifica spesso in una ferita, in una stigmate che mi rode dentro. Compreso per lo sport e per la politica, con gli scontri beceri tra fazioni che prendono sempre più spesso dell'ironia, degli sfottò, anche del sarcasmo, ma anche nei rapporti personali, sul lavoro o nella comunità in cui vivo. Un esempio sono le scuole di via Regina Margherita, nel mio paese, con l'edificio rimesso a nuovo per ospitare un centro civico salvo poi essere destinato dall'attuale amministrazione a scuola elementare, o primaria come sarebbe più corretto. Un argomento su cui ho già scritto e che ho desiderio di affrontare di nuovo. Lo farò.
Prima però ho un compito che mi è stato affidato da un amico, Moreno, che mi ha chiesto di citarlo in un post. Lo faccio volentieri perché qualche settimana fa è stato un piacere ritrovarlo insieme ad altri amici a un matrimonio. Moreno, Gianni (che per me resta Giannino), Carlo (Carletto), Matteo, Luca (lo sposo)... Hanno tutti quarant'anni (Matteo è un filo più giovane) ma per me restano quei ragazzi che ho conosciuto quand'erano bambini e che ho visto crescere, all'oratorio. Così come tanti altri, con cui sono rimasto amico e che vedo tuttora, chi più chi meno. Paolo, Elena, Paola, Antonella, Carla, Alessandro, Umberto... Ero il più grande, ora le distanze si sono accorciate e ciascuno di noi ha avuto la sua vita, piegato come un giunco o ancora ritto in piedi, poco importa. Quel che conta è che con il cuore sono a loro ancora più vicino, mi sembra di voler loro più bene, mi commuovo persino, quando incontro qualcuno che non vedo da un pezzo. Forse non dovrei scriverlo, forse senza rendermi conto è la testimonianza che sto diventando vecchio. Ma se diventare vecchio vuol dire questo, cioè andare ancora più d'accordo, allora diventare vecchio non mi dispiace affatto.
P.S. Prima che me ne scordi, il matrimonio di Luca e Annabella è stato bellissimo. Complimenti agli sposi e in particolare ai parenti francesi di lei, che hanno dimostrato cosa significhi far festa per davvero.

sabato 14 settembre 2013

Alice (qualcosa che so di lei)

Foto by Leonora
Scrivo molto qua, non tutto. Tutto non lo scriverò mai, e non soltanto per un limite oggettivo, essendo esclusiva proprietà di Dio quella di una "parola" che dice tutto.
Ci sono un sacco di cose di me che esistono soltanto in quanto mie, proprio come certi lumini che svanirebbero alla luce del sole o quegli organismi che al contatto con l'aria troverebbero morte invece che vita. Parlo anche di aspetti belli, nobili, non soltanto delle debolezze, delle bassezze, dei limiti che si accompagnano a qualsiasi natura umana e in ragione dei quali comprendo gli errori altrui, sapendo che in ciascuno di noi c'è ombra.
Ho già spiegato una volta che la sincerità in questo blog equivale all'assenza di bugie, ma l'assenza di bugie non combacia con la verità. Non sempre almeno, non su tutto.
Qualcosa ad esempio vorrei tenerlo per quando non ci sarò più, per quando si potranno leggere i pensieri senza dietrologia, spogliati dal pudore dei vivi o dal sospetto dell'ambizione, della presunzione, dell'ipocrisia. La morte infatti è anche questo, uno scanner che passa al setaccio le azioni e le fotografa senza più possibilità di mutamento, che poi è anche il limite della perfezione: non conosce movimento, è statica. Forse in questo senso la sua assenza è un dono per l'essere umano, mentre Dio (e dai che oggi ritorna) è unico proprio in quanto perfezione che si rinnova, che si moltiplica.
Quante parole. Ho tessuto volentieri il filo dei pensieri, anche a rischio che qualcuno commenti di non capirci nulla. L'ho fatto perché soltanto dando loro forma le intuizioni diventano chiare, perdendo forse un poco di originalità ma guadagnando in consistenza.
In verità avevo cominciato questo post per parlare di Alice ("Alice guarda i gatti" volevo intitolarlo), una persona che ho cara, una tra le ragazze più belle che conosca ma nel contempo uno dei ragazzi, al maschile (non come sessualità, come testa), più interessanti che ci sia.
La conosco da quando era una ragazzina alta alta e giocava a basket, perdendola poi di vista, ritrovandola grazie ai social network e apprezzando il suo esser caustica, ironica, sarcastica, passionale, pungente e candida, innocente insieme. Ci scambiamo non più di un paio di messaggi all'anno, non la vedo quasi mai, tranne ai battesimi e a qualche per fortuna raro funerale, scambiando a voce tre frasi in croce. Eppure lei dimostra che la frequentazione non è essenziale né alla conoscenza né alla stima reciproca. Amici ci potremmo definire, se dell'amicizia non mancasse quell'esserci a prescindere dalla presenza fisica, che significa essere un punto di riferimento, una spalla su cui piangere, un braccio a cui aggrapparsi, sguardi che si incrociano nella scintilla di una risata. A renderla speciale è che riesce a piacermi senza tuttavia la spinta dell'attrazione istintiva che sovente esiste tra maschio e femmina. Se mettessi in fila le cose che potrebbero far da frizione tra me e lei ne uscirebbe una pigna, eppure non ce n'è una che faccia da spina, che suoni stonata, rompendo l'armonia. Anche su di lei non posso né voglio scrivere tutto ciò che penso, ma ciò che ci unisce sento che è di un candore, di una tale pulizia da odorare di bucato e da permettere che una relazione privata diventi pubblica. Dovrei aggiungere che non vorrei averla messa in imbarazzo con questo post, ma so che come tutti i provocatori per timidezza lei non si offenderà se l'ho messa in mezzo e apprezzerà la genuinità di tutta questa confidenza.

mercoledì 11 settembre 2013

Gli occhi degli altri

Foto by Leonora
Quanti sbagli, quante meschinerie eviterei se solo guardassi a me stesso con gli occhi con cui osservo gli altri. L'ho scritto così, sinteticamente, un paio di giorni fa. Ci torno sopra ora, per spiegarmi meglio, per condividere una riflessione fatta su due piedi, vedendo una coppia che discuteva animatamente in mezzo alla strada. Quanta pena nell'essere spettatore di quella scena, quanto disagio nell'impotenza di non mettere becco tra un uomo e una donna che, pur senza passare la soglia della violenza fisica e neppure verbale, manifestavano senza pudore la rabbia, il rancore dell'uno verso l'altro.
Non è la prima volta che succede, spesso capita quando di mezzo ci vanno i bambini, rimproverati, spaventati, sballottati in nome di un'educazione corretta, giusta, sacrosanta.
"Perché lo fanno?" è la domanda che mi pongo io, dall'alto del muro che li divide, osservatore distaccato ma non disinteressato, sgomento nell'assistere a una reazione così prepotente per un motivo che visto al di sopra delle barriere divisorie appare minuscolo, superabile, banale persino.
Invece no, attorno a quell'appiglio si attorciglia l'edera dell'incomprensione, affonda le radici l'indignazione, la rabbia. Chi ragiona a senso unico non può comprendere come sia possibile e si limita al biasimo. Io tuttavia so che non di rado dalla parte del rompiscatole, dell'irriducibile caparbio, c'è il sottoscritto, incapace di tendere la mano per fare la pace e neppure dotato di quella sensibilità intelligente che si traduce nel rimandare a un tempo più propizio la discussione, pur senza tralasciare nulla.
E' capitato che con Isabella, pur essendo in pubblico (e per pubblico intendo in mezzo la gente, anche se non in compagnia di amici), il tono della voce si sia fatto aspro, alto, o che la mia parte offesa, invece di "essere tagliata" - come suggeriva ironicamente mio padre: "Ti sei offeso? Taglia via la parte offesa" - fosse esaltata, tenuta in gran conto. E lo stesso vale per i figli, per Giacomo, Giorgia, Giovanni, che quando mi fanno arrabbiare non hanno un padre quieto, pacato, tollerante, bensì una furia, soprattutto se il fatto in sé si somma alle tensioni di giornata, alle preoccupazioni contingenti, al nervosismo. Eppure quel Giorgio gretto è il medesimo Giorgio che a vedere gli altri comportarsi così resta basito, sconcertato.
Misteri della natura umana o debolezze dell'individuo, che indossa i panni del dottor Jeckyll ma ha sempre la biancheria di un mister Hyde sotto il vestito.

mercoledì 14 agosto 2013

Il ragazzo che sono (dentro)

Foto by Leonora
L'ho letto in un romanzo di Maigret e lo provo anch'io: nonostante gli anni siano passati, penso a me stesso come al ragazzo che ero.
Pur se sono cambiato, se mangio molte più cose rispetto ad allora, se non sono più così schizzinoso, se ho perso buona parte di quell'olfatto finissimo che proprio a tavola era un handicap pazzesco (quante volte ho detto: "Puzza!", confondendo il gusto con lo schifo), se sono molto più sicuro di me stesso, se non divento più rosso quando parlo, se non mi sento mai così solo come i pomeriggi di luglio in cui i miei genitori lavoravano e a parte le lucertole dai marciapiedi attorno a casa mia non passava nessuno, se amo leggere romanzi mentre da piccolo li detestavo, se ho scordato cosa significhi amare gli animali (e ringrazio Francesca, che due giorni fa mi ha ricordato quanto sono adorabili gli asini, che hanno occhio umano), se sono diventato finalmente ordinato, se mi spaventa meno il futuro, se ho imparato che si possono superare gli addii, anche quelli strazianti, senza possibilità di ritorno.
Sono un uomo ora e l'ho ben presente ogni volta che mi guardo allo specchio, quando a parte il corpo - che s'è mantenuto più in forma di quanto avrei creduto: in questo, devo essere onesto, sono migliorato - per il resto vedo un viso scavato, con i capelli corti, stempiato, gli occhiali, le rughe e i peli bianchi della barba, un volto di quelli che capisci di essere invecchiato perché le ragazze più giovani, quando ti passano davanti, non ti degnano di uno sguardo, come se avessero di fronte soltanto il muro (anche questa immagine l'ho letta da qualche parte, non ricordo però dove, se in Pirandello o in Facebook, e questo la dice lunga sulla mia memoria, oltre che sul modo discutibile in cui passo in questi giorni d'agosto il tempo).
E' un me stesso che mi sorprende proprio le volte in cui inseguendo un pensiero, una sensazione, uno stato d'animo a riflettere rimane quel ragazzo, come se la natura avesse tracciato una linea sui vent'anni e l'orologio mentale fosse rimasto fermo.
Non so se capita anche a voi, mi consolo scoprirlo in Simenon, non a caso uno scrittore universale, capace di emozionarmi ancora adesso. Credo capiterà anche quando diventerò vecchio, come allo zio Emilio, che ha quasi novant'anni e ogni tanto incespica o cade cercando di prendere un piatto o pulire la parte superiore di un armadietto. Mia madre lo rimprovera, io invece credo di conoscere il motivo: anche lui, come me, come tutti noi, è rimasto con la testa agli anni in cui poteva fare tutto. Lo scrivo qui non per la scoperta d'acqua calda che ho fatto, bensì perché chi legge queste righe possa essere comprensivo e non arrabbiarsi troppo quando si trova di fronte i tanti zio Emilio che esistono al mondo.

martedì 13 agosto 2013

Fai il bravo

Foto by Leonora
Nel primo vero giorno di vacanza guardo un film d'animazione con Giovanni e Giorgia. S'intitola Hotel Transylvania e come molti altri cartoni animati affronta il tema della diversità razziale, dei pregiudizi e del rapporto tra genitori e figli, in particolare tra un padre apprensivo e protettivo e una figlia desiderosa di indipendenza. La morale è scontata: la vita dei nostri figli non ci appartiene e non si può tenerli sotto una campana di vetro.
Quante volte, andando a letto, la sera, ritrovo pensieri disseminati di domande senza risposta. Cosa faranno da grandi i miei figli? Se la caveranno? Riusciranno a finire le scuole? Troveranno un lavoro? Formeranno una famiglia? Saranno felici? Potranno contare su tutto il ben di dio che ho avuto io?
Avrei altri punti interrogativi del medesimo tenore e che non trascrivo per non trasformare queste righe in un elenco ansiogeno.
A farla da padrone è l'incertezza e ci sta. Me ne sono fatto una ragione e ho accantonato da un pezzo l'ossessione di dare loro una sicurezza materiale, ben sapendo che per quanto riguarda il destino aveva colto nel segno Epicuro: abitiamo tutti una città senza mura. Così pure i consigli o gli ordini, che mi ostino a dispensare più per rispettare un dovere nei confronti di me stesso che per la reale convinzione servano davvero (semmai è l'esempio a poter marcare un sentiero, ma in quel caso non sempre il mio è positivo). E se per quanto riguarda l'essere umano troppo vari sono gli ingredienti e la loro miscelazione per tentare di riassumere ciò di cui sono convinto in un motto, se invece mi fosse chiesto di scegliere dal mazzo un'indicazione per quanto riguarda il lavoro, un suggerimento da dare, non soltanto ai miei figli, ma a tutte le persone che nello zaino hanno più futuro che passato, ripeterei la frase che di recente ho ascoltato da qualche parte (forse nel libro "Cambiamo tutto" di Riccardo Luna, ma non ne sono sicuro): "Diventa bravo a fare qualcosa, diventa il più bravo in quella cosa, se riesci". Il resto è contorno.

lunedì 12 agosto 2013

Il vecchio sogno

Foto by Leonora
Una casa di legno, un bracco tedesco, pareti zeppe di libri, un vasto prato, un albero di fico, l'orto, un angolo del giardino dove piantare l'erba salvia, la menta, il timo, il rosmarino, un pergolato di uva americana, un tavolo all'aperto, il sole che entra da un enorme vetrata, al tramonto, le rughe sul viso, le mani con la pelle avvizzita e le dita che come ora scelgono lettere, scrivono.
La mia vecchiaia la immagino così e immaginandola un po' già la vivo, sapendo che manca molto, ma meno di quanto poi sembrerà il giorno in cui vi giungerò, avendo corso tanto, sovente in apnea, rincorrendo obiettivi che oggi paiono vitali mentre nulla c'entrano con l'essenziale, con ciò che conta davvero per un essere umano.
So che non rimpiangerò gli anni passati, avendoli vissuti appieno, che apprezzerò il silenzio, che continuerò a fare quello che mi piace e che occorrerà uno sforzo di cui forse non sono capace per segnare il confine e per uscire di scena, per produrre uno scostamento tra ciò che sono sempre stato, che sono tuttora, e ciò che dovrò diventare, se il cielo me lo consentirà: un uomo al crepuscolo (sperando di conservare di quell'ora i colori stupendi, il senso di pienezza del giorno, la temperatura migliore rispetto alle ore che seguono o lo precedono). Adesso come adesso non credo di esserne capace, tuttavia ritengo sia possibile - quasi certo - che quando verrà il momento la biologia riuscirà a scalfire l'ostinazione, a farmi capire che l'ultima campana è suonata e che potrà durare poco o a lungo, in ogni caso non ne seguirà un'altra, almeno in questo mondo.
Chi volesse farmi compagnia, quando giungerà quel giorno, sarà benedetto. Non si accettano tuttavia prenotazioni: quando verrà il momento basterà presentarsi all'uscio e suonare la campanella all'ingresso, sapendo che non mancheranno cortesia ed accoglienza, oltre che una bottiglia di vino rosso, in cantina, o di bianco, in frigorifero.

sabato 10 agosto 2013

San Lorenzo (parola presente)

Foto by Leonora
Un mese e mezzo senza lasciare qui impronta. Per scelta, non per pigrizia o distrazione, schiacciato dalla consapevolezza che tutto finisce, che nulla è per sempre - in questo mondo - e che per quanto bravi o ostinati si possa essere la nostra traccia verrà spazzata via in due, massimo tre generazioni.
E anche se così non fosse, se qualcosa di me (ad esempio questa pagina o questo blog o qualche articolo che scrivo sul giornale) dovesse per un caso trasformarsi in arco e solcare più tempo di quanto ora immagini, esso sarà soltanto una di quelle scintille che salgono dal falò o uno di quegli agglomerati di ghiaccio incandescente a contatto con l'atmosfera, che chiamiamo stelle cadenti aspettandole nel cielo proprio oggi, San Lorenzo. Brevi scie luminose, faville di notorietà e memoria che non potranno mai comprendermi né comprendere chi realmente sono, proprio come io non so nulla a parte il nome di mio bisnonno Giovanni o del trisavolo Giacomo.
Non sono triste per questo e neppure arrabbiato o malinconico. L'accetto. Unica tentazione di risposta semmai è proprio l'astenermi dal reagire, l'abdicare al ruolo che mi è stato ritagliato, farmi ancor più piccolo, anonimo, insignificante, quasi per fare un dispetto al destino, come per dire: "Mi vuoi burattino? Ebbene, muovi pure i fili del teatro ma non pensare che ti aiuti, che ti dia la soddisfazione di illudermi d'esser dio (perché soltanto un dio può sopravvivere a se stesso), che ceda alla vanità e mi metta a costruire castelli di sabbia convinto che sia marmo".
Perciò in queste settimane non ho scritto e avrei continuato a stare in silenzio a lungo se non fosse per l'esempio di tante persone che pur senza saperlo, senza le paturnie che mi faccio io, con i loro pensieri, con le frasi, con le parole sono per me consolazione e diletto. Ci pensavo proprio ieri, leggendo un tweet di @nina_mau. Non so come mai, ma quelle poche parole, che niente avevano a che fare con ciò che ho poco sopra scritto, sono state la scintilla per mostrarmi un orizzonte nuovo. Ho riflettuto e credo che il motivo sia questo: è vero, nulla è eterno, nulla sopravviverà a un tempo limitato, però qui ed ora ciò che realizziamo, ciò che scriviamo, ci permette di essere più contenti, soddisfatti, realizzati. Di vivere meglio insomma. Sono alla resa dei conti un dono, che facciamo a noi stessi e agli altri, un modo non per ipotecare il futuro ma per rendere il presente colorato.

mercoledì 26 giugno 2013

Il regalo di Furkan

Foto by Leonora
L'emozione l'ho lasciata sedimentare, convinto che il tempo mutasse la contrazione del cuore in un battito quieto e regolare. Non è stato così e allora mi decido a scriverlo qui, per lasciare traccia di un fatto che si può raccontare ma senza coglierne l'essenza, quell'attimo in cui tutto si ferma e dentro di te si forma una fotografia.
Furkan è un bimbo di dodici anni, forte e robusto come certo i suoi antenati, e con un taglio degli occhi ch'è come un dono, perché sembrano sempre che rida. Furkan è compagno nella squadra di calcio di Filippo, Andrea, Nicolò, Edoardo, Samuele, Daniele, Alessandro, Francesco, Giovanni... Furkan è nato in Turchia ed è venuto in Italia che sapeva appena camminare. Furkan tornerà in Turchia perché in Italia non c'è da lavorare e il padre dopo averle tentate tutte è stanco di insistere e non sopporta l'idea di farsi mantenere. Così, dopo anni che abitano nel nostro paese, il prossimo mese di agosto faranno fagotto e se ne torneranno a Istanbul, dove uno zio ha promesso di aiutarli, anche se - potessero scegliere - rimarebbero qui, avendo in Italia trovato affetto, amici, casa.
Dieci giorni fa, per la conclusione dela stagione sportiva, è stata organizzata una partita tra genitori e figli e poi una pizzata in compagnia, sui tavoli di lamiera zincata dell'oratorio. Alla fine Ciccio, l'allenatore, ha chiamato attorno a sé tutti i bambini e da un sacchetto di carta ha tolto un pallone di cuoio bianco, con tutte le firme dei bambini e la sua. "Io credo che l'amore sia come un grande cerchio - ha detto - ed è più forte di tutte le differenze, di tutte le distanze. Questo pallone è per te, Furkan, è il nostro regalo, perché sappiamo che tra qualche giorno torni in Turchia, ma così ti ricordi che noi siamo i tuoi amici e che non ti dimenticheremo mai, che ci saremo sempre...".
Ecco, lo sapevo. Anche a scriverlo adesso, pur se sono passate quasi due settimane, mi viene un groppo in gola e mi diventano gli occhi lucidi, gli stessi che aveva lui quando le pronunciava e i bambini e Furkan e la mamma di Furkan, una donna che ho sempre visto con il capo coperto e il cui viso è tale e quale a quello di una madonna. Il figlio dopo un secondo, per superare l'emozione, è corso via, mentre lei per due minuti che sono sembrati infiniti è rimasta lì, come sospesa, senza dire una parola ma dicendo tutto con quegli occhi lucidi che guardavano un po' noi e un po' a terra.
Non so chi abbia detto qualche cosa per rompere quell'indugio, forse io stesso, oppure Ciccio, però so che in quegli istanti mi si è spezzato in due il cuore e ho ricordato che davvero ha ragione Saba e non solo il belato, ma anche il silenzio strozzato è fraterno al mio dolore, accumuna gli uomini al di là di sesso, provenienza, mestiere, idee, opinioni, nascita. Avercelo ricordato è il regalo che Furkan e la sua famiglia hanno fatto a noi.

sabato 15 giugno 2013

La sera più bella dell'anno

Foto by Leonora
Sere come questa ce ne sono, bene che vada, un paio all'anno. Quiete, serene, lunghe, calde ma senz'afa, luminose. Sere in cui cenare sul terrazzo e poi leggere in poltrona, che tanto viene buio che sono quasi le dieci e in strada non passa nessuno; gli unici rumori sono quelli di qualche foglia che si muove e del prato.
Sono sere piene, anche se in casa oltre a me non c'è nessuno, sere in cui l'unico rimpianto è per le pipe che non fumo e i bicchieri di Porto o di Cherry che mi deliziano nei romanzi ma non ho in casa e non ho mai bevuto. "Posso offrirle un bicchierino di Cherry?". Quante volte l'ho letto, nelle pagine ingiallite di un libro.
Non ne ho mai avuto voglia di berne uno più di stasera, che ormai s'è fatto buio ma la calma è identica e sembra che sia lo stesso mondo a tenere il fiato.
Penso molto in questi giorni. Pochissima musica, zero tv. Avverto sottopelle, per istinto, che è l'ora di una nuova consapevolezza, l'istante in cui un uomo deve fare delle scelte e quelle scelte altro non sono che il tirare le somme, l'annodare i fili sparsi tessuti tutto attorno. Se sto in silenzio è proprio perché non me ne sfugga nessuno, perché le asole riescano e tutto venga collocato al proprio posto, pigiando il tasto "reset and restart" sul lavoro, mettendo a frutto i tanti spunti che nei mesi recenti ho ricevuto.
Sento la terra fermarsi, percepisco il vuoto che si fa attorno, come il nuotatore che resta sospeso trattenendo il fiato prima che i piedi si stacchino dallo scoglio e in un battibaleno si finisca nel mare ghiacciato, pronto però a nuotare di nuovo.
Scrivo tutto ciò perché nonostante le premesse è stata una bella giornata, ho ricevuto sul finire un'ottima notizia e sono cosciente di avere la forza, la determinazione, per affrontare ciò che mi attende e che va fatto. Non so se ci siano anche la capacità, ma questo è un altro discorso.
Intanto mi godo questo cielo immobile, come di cemento, e il frinire dei grilli. "Domani è un altro giorno" direbbe Rossella O'Hara, ma io preferisco Rhett Butler e il suo: "Francamente me ne infischio" che mi libera il cuore e mi lascia godere l'attimo.

martedì 4 giugno 2013

Timeo Twitter (ma è il nostro futuro)

Timeo Twitter et dona ferentes. Sì, come giornalista, come professionista dell'informazione, come colui che si guadagna e vuole continuare a guadagnarsi il pane e anche il companatico "facendo sapere alla gente", temo Twitter. E lo temo proprio perché porta in dote doni generosi, che allettano per primo me e che spingono ad utilizzarlo pur se potrebbe essere il cappio che stringo al collo con le mie stesse mani.
Il vantaggio innegabile di questo strumento è che scardina l'intermediazione giornalistica, che per anni è stata esclusiva del nostro mestiere. Per sapere cosa aveva detto, come la pensava il presidente del consiglio o l'allenatore del Milan oppure Bruce Springsteen dovevi comprare il giornale o al più guardare la tv, che riportava frasi o scampoli di intervista, sempre "mediata" comunque, vuoi per le domande fatte e che orientano inevitabilmente le risposte, vuoi per i "tagli" ad hoc, vuoi per la traduzione non letterale del pensiero. Ora questo monopolio non c'è più, basta un tweet perché il campione di basket o il capo di un partito o il preside della scuola possano esprimere quello che pensano e soprattutto "farlo sapere".
Non solo. Se i tweet del singolo è dirompente, addirittura devastante è l'aggregazione. L'insieme dei tweet infatti, se filtrato e interpretato, diventa esso stesso storia, narrazione, con il propulsore di contare non su una, bensì su dieci, cento, mille, milioni di fonti. Un dato di fatto applicabile a qualunque evento e che non si riduce al terremoto o al concerto. Ho già fatto presente altrove che quando partecipo a dibattiti, convegni, manifestazioni ormai il mio modo di prendere appunti consiste nel leggere i tweet altrui ed assemblarli *.
Dico tweet, ma vale per altri strumenti (secondo l'arguta considerazione fatta da Luca De Biase in apertura del suo intervento a State of the Net 2013 di Trieste: "Oggi ho capito che Facebook morirà ma i social network sopravviveranno". Vale anche per Twitter e i social media). È la rivoluzione tecnologica e non il singolo prodotto che sta cambiando i paradigmi dell'informazione ed è questo mutamento che dobbiamo avere ben presente, perché fuggire è impossibile, mentre negarlo sarebbe ancor più sconveniente. Da che mondo è mondo "conoscere" è la premessa per affrontare il concorrente e possibilmente sperare di utilizzarlo, di trasformarlo da limite in risorsa, da avversario in concorrente e da concorrente in alleato, per fare ancora meglio il proprio mestiere.
* Saper assemblare i tweet, interpretandoli, scegliendoli, mettendoli in fila e trasformandoli da massa confusa in narrazione non è forse il nostro mestiere? Coraggio, anche se c'è molta nebbia e temiamo che da un momento all'altro ci si palesi sotto i piedi un burrone, molte sono le speranze in un futuro diverso e, perché no?, migliore.
P.S. Questo post nasce in aperta polemica con quanto avvenuto a Trieste, dove i media tradizionali - con la furba ma miope complicità di buona parte degli esperti tecnologici - ha estrapolato uno dei molti dati forniti da Vincenzo Cosenza lanciando note di agenzia e titolando: "Facebook, Google+ e LinkedIn in crescita, Twitter in calo". Quel dato tiene però conto solo dei desktop, non del "mobile", che invece per Twitter è il canale principale. Mi arrabbio moltissimo e insisto su questo aspetto non tanto per la superficialità di resoconto e neppure per l'errore (Twitter è un colosso, se vuole può difendersi in proprio) bensì perché di fatto si minimizza la minaccia, mentre io - a costo da esser mandato a quel paese o, peggio, esser mangiato dai serpenti - preferisco fare il Laocoonte e dire: "Timeo Twitter..."

P.P.S Ho scritto questo post appena svegliato, poi sono andato a correre e mentre correvo m'é venuto in mente di ribadire, di sottolineare di nuovo e meglio il valore dei social media e di come possono essere utili. Lo farò con la metafora del sarto. Fino a ieri il giornalista era colui che tosava le pecore, filava la lana, la tesseva ricavandone stoffe da cui ritagliava e cuciva un vestito. Ora la tosatura, la filatura, la tessitura possono farla anche altri (più diffusamente, più massicciamente e spesso più efficacemente), ma occorrerà sempre qualcuno che sappia tagliare, cucire, realizzare il vestito e in questo i più bravi, gli indispensabili persino, possiamo essere noi, i giornalisti. Ecco perché ai colleghi disorientati, ai giovani che non sanno se in futuro potranno fare questo mestiere dico: non smettete di desiderarlo, raccontare fatti, narrare storie è ancora il futuro del nostro lavoro, badando ad essere un bravo sarto piuttosto che lamentarsi di aver perso il monopolio della tosatura, del filatoio e del telaio.

sabato 1 giugno 2013

Lo State of the Net secondo me

Foto by Leonora
Tiro una riga e comincio a scrivere qualche impressione sulla partecipazione a State of the Net 2013, a Trieste. Lo faccio qua, nel blog personale - anche se gli argomenti erano professionali - perché la considero innanzi tutto un'esperienza di vita. Per evitare pomposi e barbosi riassunti, proverò a mettere nero su bianco qualche valutazione, con tanto di voto.
State of the net: voto 8. Verrà un tempo in cui i profeti digitali della prima, della seconda e anche della terza e quarta ora diventeranno un ricordo. Già adesso, rispetto a qualche anno fa, la base è assai più ampia ma eventi come questo hanno ancora il pregio di farti sentire popolo eletto, minoranza avanzata, testimoni del verbo che si è fatto bit ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, a loro, anzi, alle decine di milioni di italiani che usano computer, smarthphone, tablet, tosaerba robotizzati e mille altre chincaglierie che un tempo erano ad uso e consumo esclusivo di una nicchia. Il rischio, ora, è quello di parlarsi un po' addosso, di volere ostinatamente differenziarsi più a parole che con i fatti, di essere più accademia che officina. Qualità dei relatori e varietà degli argomenti merita comunque un voto alto.
Molo IV, Trieste: voto 9. Pioveva e non soltanto sulle tamerici. Però la città è splendida e il salone perfetto per una due giorni come questa. Accessibile a chiunque, sia che si arrivi con i mezzi pubblici, con il monopattino o con la nave, lascia a chi arriva in macchina la possibilità di parcheggiare praticamente fuori dalla porta ad un prezzo modesto (sei euro, un giorno) con il posto auto più suggestivo del mondo: metà vista mare e l'altra metà con panorama sulla skyline triestina.
Vincenzo Cosenza: voto 8.5. Chiaro, conciso, efficace. Snocciola dati che servono ad inquadrare il tema. Un'unica pagliuzza che diventerà poi trave una volta in pasto ai media: sul dove si incontrano gli italiani, riporta una tabella corretta che dimostra che Twitter flette rispetto a Facebook, Linkedin, Google+, eccetera eccetera. Poi, a voce - ma bassa, troppo bassa - precisa che il dato non tiene conto del "mobile" bensì soltanto del desktop. Ora, io non ho simpatie per Twitter e certo non sarò un campione significativo, ma se c'è uno strumento che uso quasi solo con il mobile è proprio Twitter. Minimizzare questo aspetto è fare un torto alla verità e lo scrivo senza i toni di un Savonarola, né volontà di sterile polemica.
Media tradizionali: voto 4. E non solo per come hanno riportato acriticamente il suddetto dato di Cosenza (guardare qua per credere il lancio Ansa) ma anche per come si aggiravano i cameramen delle tv tradizionali, con le loro telecamerone betacam, i loro faretti accesi nel buio sulla platea. Ho fatto il giornalista tv per quindici anni, cambiando sei anni fa, eppure quel mondo si è fermato e mi scuserete se l'espressione che avevo era quello dell'antropologo che si trova all'improvviso davanti un redivivo uomo di Neanderthal, sopravvissuto chissà come e chissà perché all'avanzare della storia.
Relatori: voto 9. Di Cosenza ho già scritto e non volendo scrivere un pamphlet mi limito a citare qualche altro. Daniele Bernardi (10) mi conquista per la chiarezza espositiva e perché non si limita alle teorie, raccontanto invece un'esperienza, la sua. David Snowden (7) non mi incanta, però lascia qualche traccia di ragionamento che colpisce come pietra. Marco Caroli (8) mi stupisce per la concretezza e perché anch'egli non porta filosofie in sala, bensì proposte concrete, tipo quella che mi incuriosisce di più: la caccia al tesoro per utenti social. Gigi Tagliapietra (10) nonostante parli in inglese perdendo almeno metà della brillantezza, resta un personaggio istrionico, unico, anche un po' paraculo - mi si perdoni la volgarità - capace di far innamorare di Bach, a cui per altro un filo assomiglia, trattando di internet e complessità. Ci fa ascoltare sei pezzi di musica classica dal vivo, costringendoci per venti minuti a non usare smarthphone, tablet o computer e già questa è una conquista. Luca De Biase (8.5) un po' spento, forse stanco, continuo a pensare che leggerlo sia meglio che ascoltarlo, resta in ogni caso un punto di riferimento, colui che sa pigiare i principi dalla pratica. Marco Zamperini (10) è della stessa razza di Tagliapietra, un divulgatore nato, conosce perfettamente i tempi e le battute del teatro, oltre che la tecnologia. Se anche parlasse tre ore non annoierebbe e già questo la dice lunga. Luca Conti (8) elenca e parla di dati, forse in maniera eccessivamente didascalica e meriterebbe due voti in meno per via della maglietta che indossa. Ha ragione Enrico Marchetto (@EdTv) quando scrive che Shevchenko alla prima conferenza stampa del Milan era vestito meglio.
Lingua inglese: voto 3. Su questo tema ho già polemizzato, ribadisco che gli italiani che hanno scelto di parlare in inglese hanno fatto un pessimo servizio alla divulgazione più ampia. Se come scrive Eleonora Degano (@Eleonoraseeing) il motivo era quello di far capire agli speaker stranieri presenti in sala, sarebbe bastato affiancare loro un paio di persone e fare in un orecchio la traduzione simultanea. L'impressione è che per alcuni si trattasse di un esercizio di stile ("Guarda come sono figo, senti come lo parlo bene, con accento all'ammericana...". Sergio Maistrello, ti stimo davvero ma questo colpo basso è per te), per altri l'adempimento forzato a una richiesta (Luca De Biase), per altri un'inutile penitenza (Luca Conti). Ho parlato con almeno cinque persone in sala che erano presenti il mattino di venerdì e che non si sono fermate il pomeriggio proprio per la difficoltà di comprensione. Non è stato un caso, a mio parere, che degli oltre cinquecento presenti al mattino, nel pomeriggio fossimo la metà e poi la metà della metà.
Partecipanti: voto 10. Chi c'era, ci sarà. Copio uno dei motti più riusciti per invitare alla presenza, lodando lo spirito, l'attenzione, la vivacità intellettuale di buona parte della platea. Ho dei ringraziamenti da fare per chi - tramite Twitter - mi ha fatto vivere meglio e capire più a fondo questa esperienza. Ne elenco alcuni: Federico Giacanelli (@bolsoblog), Eleonora Degano (@Eleonoraseeing), Alba Chiara Di Bari (@AlbaChiaraDB), Chiara Forin (@chiaccola), Giulia Annovi (@AnnoviGiulia), Leonardo Zangrando (@lionzan), Antonella (@Iride_7), Lucia Bruno (@luciabruno), Silvia Zanatta (@silviazanatta), Valentina Bortoletto (@Valukkia), Tiragraffi (@tiragraffi).


venerdì 10 maggio 2013

Il perdono del mattino

Foto by Leonora
Scriviamo "possedere" ma dovremmo leggere "affittare". Niente porteremo via, nulla ci appartiene per sempre e non esiste patrimonio materiale, pur imponente, che metta al riparo i nostri figli dall'avere un'esistenza infelice. La mia vita per fortuna è serena (la felicità è condizione instabile e mai costante: va a momenti) e sono grato ai miei genitori soprattutto per le lezioni che mi hanno dato, che sono poi le stesse che vorrei lasciare ai miei figli.
Ne scelgo due, per esigenze di sintesi.
La prima è che il dolore per la morte altrui, compresa quella delle persone più care, si supera. Me l'hanno insegnato, come per tutte le altre cose importanti, senza bisogno di parole, bensì con l'esempio, affrontandolo loro e dimostrando che dopo la rabbia, la paura, lo sgomento, la disperazione, le lacrime, torna sempre a splendere il sole e il sorriso, nel cuore.
E' tuttavia la seconda lezione di cui vorrei parlare qui, oggi. La riassumerei così: la capacità di saper voltare pagina e perdonare.
L'ho compreso qualche giorno fa, quando Giovanni ha fatto una sceneggiata per un nonnulla, un capriccio bell'e buono che ha rovinato una serata a tutta la famiglia, tanto che siamo andati a letto imbronciati con lui, che era la causa di quel temporale. Il mattino dopo, appena sveglio, Giovanni è entrato nella mia stanza, con la circospezione e la prudenza che hanno le zebre quando vanno ad abbeverarsi nel fiume in secca e c'è l'altissima probabilità che vi siano in agguato i coccodrilli. Io l'ho sentito avvicinarsi e ho tenuto gli occhi chiusi, pensando in quella frazione di secondo se continuare a tenere il broncio per fargli capire ulteriormente le conseguenze delle sue azioni oppure se concedere tregua e comportarmi normalmente. Ho scelto la seconda strada ricordandomi all'improvviso come mi si allargava il cuore e come ero grato ai miei genitori quando il bambino ero io e la combinavo grossa, proprio come Giovanni, ma al mattino dopo, magicamente, sia mio padre sia mia madre non portavano traccia dei rimproveri e tornavano a sorridermi, come se nulla fosse. La sensazione non è che si fossero dimenticati, semmai che avessero proprio scelto intenzionalmente di andare avanti, di voltare pagina appunto e di perdonare.
Credo che quelle mattine siano state il balsamo più efficace per farmi crescere responsabile sì, ma senza complessi. Così vorrei essere con i miei figli ma lo scrivo anche per gli altri genitori che conosco, affinché facciano mente locale sull'importanza del perdono del mattino e possano metterlo in pratica, quando occorre. Farlo non costa nulla ma posso assicurare che dà molti benefici. Fidatevi.

sabato 4 maggio 2013

Ineffabile mistero (i cambiamenti dell'età)

Foto by Leonora
Molte cose migliorano con l'età, di parecchie scorgo il senso del cambiamento, mentre di altre resto sorpreso. Io ad esempio starnutisco meno, ho più tolleranza per i pollini, persino alcune intolleranze alimentari che quando avevo trent'anni hanno fatto capolino (impedendomi di mangiar le carote crude, per esempio, o le mele, la frutta acerba, i finocchi sempre crudi, che adoravo) adesso sembrano diluirsi, permettendomi qualche assaggio. Inoltre ho maggiore resistenza sia alla sforzo fisico sia a quello mentale. Se a quindici anni avessi avuto la costanza e la concentrazione che ho adesso non avrei fatto tutta quella fatica al liceo. E corro. Quasi tutti i giorni. Tre volte la settimana per un'ora, il resto trenta minuti, appena sveglio. Me lo avessero chiesto tre anni fa avrei preferito impiccarmi subito, al primo albero. Tengo le dita incrociate e riconosco che sono fortunato, non avendo acciacchi, non conoscendo cosa sia il mal di testa e provando una volta all'anno quello di stomaco, con pressione arteriosa e colesterolo sempre sotto controllo (ma lo dico sottovoce, a labbra strette, perché so quanto sottile è il filo che sostiene la buona sorte e di solito i primi che se ne vanno sono proprio quelli di cui si dice: "Ma guarda un po'. E pensare che fino a ieri stava benissimo").
Molte cose migliorano con l'età, dicevo, e io ne sono testimone. Una sola cosa non comprenderò mai: come mai madre natura risarcisca la caduta dei capelli con la crescita dei peli nelle orecchie!
Ecco, questo rimane ai più un mistero. E ora vado, perché al mio aspetto ci tengo e le pinzette mi aspettano...

mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio

Foto by Leonora
Ieri ho conosciuto una persona carismatica, che senza essere invasata porta avanti la sua idea, testimoniando il valore della libertà non soltanto con le parole, ma con la vita.
Di Yoani Sanchez parlerò però un'altra volta: troppe sono ora le emozioni, i concetti, i sentimenti che rimbalzano tra cuore e testa. Farò un po' di silenzio, in modo da fare decantare il tutto e conservare il meglio di una visita straordinaria, qual è stata quella della giornalista cubana al Cittadino di Monza.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori, e qui voglio mettere in fila qualche idea sparsa proprio sul lavoro, su quella condizione umana necessaria da un lato e utile, dall'altro, non tanto per fare soldi, quanto per campare, per guadagnarsi pane e desideri di vita.
Penso a mio zio Emilio, classe 1924, diventato garzone di un'officina di fabbro a dieci anni e meccanico per il resto dell'esistenza. Penso a mio zio Gianni, classe 1937, a undici anni mandato in una piccola vetreria o a mio padre, anch'egli del '37, che neanche ebbe il tempo di concludere la quinta e già era per la campagna, a falciare l'erba e fare fieno e poi in stalla, a mungere mucche e dare da mangiare a polli e maiali. Penso a mia madre, anno di nascita 1940, che prima dei quattordici anni faceva andare i telai alla Clerici e Tessuto o a sua zia Angelina, venuta alla luce nel 1912, anch'essa impiegata in una filanda e la sera e la mattina presto a fare mestieri, in una casa privata.
Penso a tutti loro quando sento la retorica del lavoro e della dignità che esso aveva una volta. Ultimo in ordine di apparizione Riccardo Bonacina, con il suo raccontare di come un tempo l'importante era fare una cosa bene in sé, non per il salario né per lo stipendio che si riceveva.
Balle. Siamo figli di generazioni che hanno sacrificato i loro anni migliori, che si sono spezzate la schiena semplicemente per campare, per fare da respingente a una miseria nera. E anche se adesso è dura, se la crisi morde, se tante persone hanno nel cuore la pena di un'occupazione che manca (lo dico con rispetto e pure con empatia: ne conosco anche vicino a me, carne della mia carne), sono certo che siamo comunque anni luce avanti e in condizioni migliori di quelle in cui stavamo prima.
Non aggiungerò dunque retorica alla retorica del primo maggio, limitandomi a constatare che avere ricevuto in dote una fortuna non mette al riparo dal sciuparla, dal dilapidarla. Allora la giornata di oggi sarà di festa non in sé e per sé, bensì in segno di rispetto per chi non poteva (non può) fermarsi mai, per chi andava (o va) a lavorare da bambino, per chi non aveva (non ha) altra scelta.
Vivere senza lavorare per me è inconcepibile, ma parimenti non esiste dignità del lavoro quando la condizione del singolo individuo è disperata e si accetta di tutto, accada quel che accada. Sono questi i due estremi, inacettabili entrambi, mentre nel mezzo la discussione su quanto è determinante e utile il lavoro può esser fatta.

lunedì 29 aprile 2013

Il prezzo necessario (Yoani Sanchez a Monza)

Foto by Leonora
Avendo qualche problema di connesione con il blog del giornale utilizzo questo mio spazio privato per pubblicizzare un evento pubblico, che si terrà fra due giorni (martedì 30 aprile) alle 17, al teatro Manzoni di Monza. Ospite del Cittadino sarà Yoani Sanchez, la giornalista simbolo del dissenso al regime di Cuba, che ho appena seguito in diretta streaming sul sito della Stampa, mentre intervistata da Mario Calabresi era ospite del festival del giornalismo di Perugia. Tra poche ore sarà a Monza e non mi sento per nulla rassicurato da quanto ho appena visto e sentito, con un manipolo di facinorosi tipo ultras da stadio che l'ha pesantemente contestata, accusandola - stringi stringi - di essere al soldo dell'America per destabilizzare e possibilmente abbattere il regime dei Castro a L'Avana.
Ora, non starò a fare il rendiconto delle urla e dei buuu con cui è stata accolta, mi limiterò a riportare una sua frase. Questa: "Le vostre urla non fermaranno la forza dei miei argomenti". E' vero. Non l'hanno fermata, non la fermeranno.
Di Yoani ho apprezzato la serenità con cui ha reagito alle provocazioni (si dirà: è abituata. Ma occorre una grande forza interiore per conservare lucidità, non soltanto freddezza) e la puntualità con cui ha ribattutto punto su punto, non appellandosi a principi pur validi ma ideali, bensì riportando fatti concreti, reali.
Il problema non è se abbia ragione o torto, semmai il diritto di potere esprimere la sua opionione e il dissenso verso una forma di governo che non le aggrada. Al di là di ciò che si pensa, credo sia nostro dovere permetterle di esprimersi, di viaggiare, di parlare del suo Paese e sono fiero che in tutto il nord d'Italia abbia scelto, per parlare, proprio Monza.

P.S. Spero che per motivi di sicurezza non le facciano cambiare di nuovo programma, altrimenti martedì sarà sul palco del Manzoni e potremo parlarle, ascoltarla.

P.P.S. Trovo tra le foto scattate a Cuba da Leonora una scritta che la dice lunga: "La difenderemo (la rivoluzione, credo sia sottotinteso, o la stessa Cuba) al prezzo che sarà necessario". Temo che proprio in "quel prezzo necessario" ci sia l'ostracismo nei confronti di Yoani e di qualsiasi persona che la pensi in maniera differente.

sabato 20 aprile 2013

Democrazia potenziata (come cambia la politica)

Foto by Leonora
Spremuto come un limone per il lavoro e in affanno mentale su tutto il resto torno a questa sorta di diario personale di bordo per lasciare una traccia nel futuro, cercando di interpreare quanto sta oggi avvenendo nella politica italiana, con lo stallo del parlamento, l'incapacità di formare un governo e le difficoltà a eleggere un presidente della Repubblica (quest'ultimo è un fatto non epocale: già in passato capitò che si dovettero attendere decine di giorni affinché le intenzioni di voto si coagulassero attorno a un nome solo, ma allora era un impasse di personalismi, all'interno dei partiti, oggi ha un seme diverso).
La mia premessa è che "destra" e "sinistra" siano categorie superate e il confronto / scontro sia trasversale ad esse, tra "vecchio" e "nuovo". La destra reagisce meglio perché ora non ha un partito bensì un leader senza rivali di pari carisma e a cui tutti obbediscono come a un capo, mentre la sinistra esplode perché i contrasti sono evidenti già al pian terreno.
Ma ciò non basterebbe per spiegare la paralisi, il blocco di questi giorni.
Occorre comprendere che siamo anche al primo vero momento in cui la tecnologia e i nuovi strumenti di partecipazione incidono nella politica, interrompendo e sovvertendo un sistema (quello dei maître a pensée e dei giornali) che prima costituiva l'opinione pubblica e che i politici usavano come confronto per maturare strategie e prendere decisioni.
L'accordo Bersani - Berlusconi su Marini e ancor più la scelta di puntare su Prodi fallisce non perché non condivisa dai grandi elettori o dai mega giornali, bensì perché il Paese (la parte più tecnologica almeno) comincia un tam tam che impatta su ogni singolo grande elettore e parlamentare, sgretolando certezze, insinuando dubbi. Potremmo chiamarla "democrazia diffusa" o, meglio, "democrazia potenziata", cioè quella in cui la delega non è più totale ma può essere direttamente influenzata da ogni singolo elettore, facendo arrivare la propria voce al proprio rappresentante e anche all'avversario.
Una visione che meriterebbe di essere approfondita, magari partendo dal tentativo di risposta ad alcune domande (Quanto è rappresentativa del Paese la parte di esso che arriva a farsi sentire ai piani alti tramite Twitter e Facebook? A mio parere "molto" ma magari mi sbaglio. Quale destino per i grandi giornali e delle televisioni se perdono il monopolio dell'opinione pubblica? Qui invece sospendo il giudizio ma lunedì dovrò parlare ad alcuni studenti di filosofia dell'università Vita e Pensiero del San Raffaele e magari mi faccio aiutare da loro).
Per ora mi fermo qui, non scordando un'imprescindibile aspetto: sono già passate le otto e non ho ancora fatto colazione. Il futuro può attendere un poco.

lunedì 1 aprile 2013

La vera ricchezza

Foto by Leonora
"Goditi i figli finché sono piccoli perché poi l'adolescenza è una lunga camminata nel deserto: non sai mai come ne esci". Me lo dice Luigi, seduto dall'altra parte del tavolo e con cui parlo di tutto, discutendo spesso, senza nascondere nulla.
Metto la carta nel mazzo dei pensieri di questi giorni, finalmente sgombri da incombenze e compiti urgenti, aprendo la finestra di casa e appuntando che in un mese hanno fatto un Papa ma non un governo, dato una svolta alla Chiesa e restando invece fermi al palo di uno Stato avvitato su se stesso, sempre meno dalla parte dei cittadini e distante anni luce dai bisogni reali di ciascuno. Perciò me ne sento distante, disattendendo un coinvolgimento per le vicende politiche che ho da quando ero piccolo e conoscere onorevoli e senatori in parlamento distingueva il bambino mediocre che ero.
Il Papa mi piace, pur se temo gli osanna a trecentosessanta gradi che sta ottenendo. Conosco gli uomini e so che ai ramoscelli di ulivo di ogni entrata a Gerusalemme risponde un "crucifige" al primo refolo di vento. Credo che lo sappia anche lui, Jorge Bergoglio detto Francesco, la cui serenità che traspare dal volto è testimonianza di fede assai più delle prediche e dei documenti compilati dallo studioso.
Mi interrogo sulla povertà a cui fa riferimento spesso, sul significato che ha, su chi sia veramente il povero e come possiamo fare per stargli vicino, per essergli prossimo. Assodato che la sopravvivenza è il minimo che deve esser garantito a ciascuno, cioè un bicchiere d'acqua e un pezzo di pane, possibilmente con del companatico, cosa altro occorre a una persona per realizzarsi come donna, come uomo. Il denaro? Quanto? Sono mille i fattori che incidono sulla condizione del sentirsi ricco e sovente dipendono dalla formazione, dalle convinzioni personali o banalmente dal caso, da dove siamo nati, da un posto piuttosto che un altro. Per il ragazzo cresciuto a Beverly Hills la povertà è non poter contare sulla servitù, non avere vestiti firmati, l'auto sportiva all'ultimo grido, per quello che cresce nella baraccopoli di Città del Capo o di Rio de Janeiro la ricchezza è uno stipendio fisso da impiegato e un appartamento pulito. Sono i due estremi e li ho scelti perché nel mezzo ci può stare di tutto. Ciò che mi importa ribadire è che non si può tirare una riga e definire che quel che sta di qua è "povero" e di là è "ricco". Il beato Arlatto, uno dei padri che scelse di vivere meditando, nel deserto, sosteneva che la vera ricchezza non sta nel molto possedere, bensì nel poco desiderare. La penso così anch'io. Credo che la vera rivoluzione sia proprio questa, uscire dall'illusione capitalistica che il denaro sia misura di tutto, dando valore a una dimensione comunitaria che via via è scomparsa, secondo cui dare il proprio tempo, le proprie conoscenze, le proprie energie al servizio del bene pubblico è giusto, oltre che buono. Dobbiamo tornare a un'essenzialità che abbiamo perso, a una sobrietà non imposta, ma scelta da ciascuno. Non sono pessimista, i segni di un miglioramento ci sono, è sufficiente coglierli e saperli interpretare per tornare a guardare il futuro sorridendo.