mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio

Foto by Leonora
Ieri ho conosciuto una persona carismatica, che senza essere invasata porta avanti la sua idea, testimoniando il valore della libertà non soltanto con le parole, ma con la vita.
Di Yoani Sanchez parlerò però un'altra volta: troppe sono ora le emozioni, i concetti, i sentimenti che rimbalzano tra cuore e testa. Farò un po' di silenzio, in modo da fare decantare il tutto e conservare il meglio di una visita straordinaria, qual è stata quella della giornalista cubana al Cittadino di Monza.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori, e qui voglio mettere in fila qualche idea sparsa proprio sul lavoro, su quella condizione umana necessaria da un lato e utile, dall'altro, non tanto per fare soldi, quanto per campare, per guadagnarsi pane e desideri di vita.
Penso a mio zio Emilio, classe 1924, diventato garzone di un'officina di fabbro a dieci anni e meccanico per il resto dell'esistenza. Penso a mio zio Gianni, classe 1937, a undici anni mandato in una piccola vetreria o a mio padre, anch'egli del '37, che neanche ebbe il tempo di concludere la quinta e già era per la campagna, a falciare l'erba e fare fieno e poi in stalla, a mungere mucche e dare da mangiare a polli e maiali. Penso a mia madre, anno di nascita 1940, che prima dei quattordici anni faceva andare i telai alla Clerici e Tessuto o a sua zia Angelina, venuta alla luce nel 1912, anch'essa impiegata in una filanda e la sera e la mattina presto a fare mestieri, in una casa privata.
Penso a tutti loro quando sento la retorica del lavoro e della dignità che esso aveva una volta. Ultimo in ordine di apparizione Riccardo Bonacina, con il suo raccontare di come un tempo l'importante era fare una cosa bene in sé, non per il salario né per lo stipendio che si riceveva.
Balle. Siamo figli di generazioni che hanno sacrificato i loro anni migliori, che si sono spezzate la schiena semplicemente per campare, per fare da respingente a una miseria nera. E anche se adesso è dura, se la crisi morde, se tante persone hanno nel cuore la pena di un'occupazione che manca (lo dico con rispetto e pure con empatia: ne conosco anche vicino a me, carne della mia carne), sono certo che siamo comunque anni luce avanti e in condizioni migliori di quelle in cui stavamo prima.
Non aggiungerò dunque retorica alla retorica del primo maggio, limitandomi a constatare che avere ricevuto in dote una fortuna non mette al riparo dal sciuparla, dal dilapidarla. Allora la giornata di oggi sarà di festa non in sé e per sé, bensì in segno di rispetto per chi non poteva (non può) fermarsi mai, per chi andava (o va) a lavorare da bambino, per chi non aveva (non ha) altra scelta.
Vivere senza lavorare per me è inconcepibile, ma parimenti non esiste dignità del lavoro quando la condizione del singolo individuo è disperata e si accetta di tutto, accada quel che accada. Sono questi i due estremi, inacettabili entrambi, mentre nel mezzo la discussione su quanto è determinante e utile il lavoro può esser fatta.

4 commenti:

trasferelli ha detto...

Per me vivere senza lavorare sarebbe concepibile eccome, se solo fosse realizzabile!
Detto questo sono d'accordo, effettivamente guardarsi indietro fa capire e apprezzare molte cose che diamo troppo per scontate.
Credo anche, però, che i diritti ottenuti nelle ultime decadi, quelli che ci distinguono appunto dai nostri padri o nonni, vadano difesi, perché il rischio di fare dei passi indietro in questo momento c'è.

Natale Carelli ha detto...

Quando rammento ai miei figli che, in IV elementare, trascorrevo le mie vacanze estive facendo il "garzone" in un negozio di alimentari consegnando la spesa a domicilio con una bicicletta più grande di me, mi guardano come se fossi un marziano. Quando rammento che dopo la terza media avevi di fronte due possibilità concrete o continuare a studiare o andare a fare "l'apprendista" presso un artigiano per imparare un mestiere. Optai per la seconda imparando a fare l'elettricista. Successivamente dopo vari anni cambiai settore, ma il mestiere lo feci mio. Ora i giovani hanno una sola scelta continuare a studiare per poi..... lo trovo disumano e ingiusto! ma i nostri politici corrotti e disonesti si rendono conto del dramma? e i sindacati? li vedi sul palco a festeggiare il 1° Maggio! Totò diceva:
ma mi faccia il piacere! straffottenti

Natale Carelli ha detto...

Il mi faccia il piacere era implicito e rivolto alla classe politica e sindacale! ciao Giorgio

Natale Carelli ha detto...

il mi faccia piacere era implicito e rivolto alla classe politica e sindacale! ciao Giorgio