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sabato 26 febbraio 2022

Sette verbi (Per tempi grami)

Non è mai semplice, nulla si riduce a bianco o nero, buono o cattivo, nonostante la tentazione di estremizzare tutto, di rendere commestibile la complessità usando gli schemi, le categorie che conosciamo.
Perciò, figlia mia, rimango muto quando mi chiedi cosa sta succedendo, come mai altri venti di guerra soffiano, perché uomini e donne soffrono, le nazioni litigano.
Soltanto questo posso dirti, che la realtà è come quelle bambole russe, che dentro ognuna ce n'è un'altra.
Diffida allora. Diffida di chi incarna in una sola persona un male assoluto, il nemico.
Ricorda. Ricorda che gli interessi contrapposti sono numerosi e vari, complessa sempre è la realtà, come una matassa, un grumo aggrovigliato di filo.
Comprendi. Comprendi le ragioni, soprattutto quelle di chi ha torto.
Distingui. Distingui gli errori involontari dalla scelta di cattive azioni per principio.
Rifiuta. Rifiuta le dinamiche della forza, del dominio, del denaro, dell’orgoglio.
Difendi. Difendi, tra i due contendenti, sempre e comunque il più debole, il più povero, quanti ci vanno di mezzo, schiacciati da meccanismi e movimenti assai più grandi di loro.
E scegli. Scegli la pace, ogni giorno, cominciando da te stessa, da chi ti è vicino, nelle azioni grandi e piccole tue e non soltanto quelle altrui, puntando il dito.

P.S. Sette. Se li conti, sono sette i verbi che ho scritto. Sette azioni, a cui aggiungo una preghiera, una raccomandazione, un invito: non farti cadere le braccia, né prendere dallo sconforto, nonostante le notizie che arrivano ora su ora, minuto per minuto. L'albero che cade fa infatti rumore, ma è pur sempre eccezione, niente in paragone con la foresta silenziosa che cresce pacifica, accogliente, inesorabile, da che mondo è mondo.

giovedì 25 giugno 2020

A Thousand Days (In tre settimane)

Ne ho letto una pagina, poi due, quindi la prefazione intera. Ci ho preso gusto e l'ho terminato, ieri.
"A thousand days", mille giorni, il racconto della presidenza di John Fitzgerlad Kennedy, scritto a caldo da uno dei suoi consiglieri più fidati, Arthur M. Schlesinger Jr., vincitore del premio Pulitzer.
L'avevo sugli scaffali da almeno una dozzina d'anni, regalatomi dal mio amico Angelo. L'ho considerato poco o nulla prima, non perché l'argomento non mi interessasse, tutt'altro. Però era in inglese, in americano anzi, e mille erano non soltanto i giorni, ma pure le pagine.
Tre settimane fa invece - a conferma che i libri necessitano di un "kairos", di un tempo propizio, per essere letti con gusto - mi è ricapitato tra le mani e me lo sono goduto proprio, apprezzandone argomento, stile e storia.
Quando Angelo me ne fece dono aveva presente una lezione che lì vi passa, cioè che in ogni decisione ad essere importante è il metodo, poiché gli esperti, seppur bravissimi, possono prendere delle cantonate. Così Kennedy, appena insediato alla Casa Bianca, venne tradito dall'eccesso di confidenza e subì un clamoroso tonfo con il fallimento dell'attacco alla Baia dei Porci, facendo tuttavia di quella batosta tesoro, così due anni più tardi condusse magistralmente l'azione che debellò l'installazione dei missili nucleari sovietici a Cuba, mettendo di fatto la parola fine a ciò che è ricordata come "guerra fredda".
Di lezioni tuttavia, scorrendone le pagine, se ne possono trovare a decine, ciascuna gustosa, compresa quella forse maggiore, cioè che la vita e i fatti che ne derivano sono assai più complessi di come di solito li riduciamo e le divisioni tra "bianco" e "nero" sono sbagliate, prima ancora che stupide.
Non aggiungerò nulla a quanto letto, se non che ho scoperto un Kennedy pragmatico, senza dogmi, pienamente figlio del proprio tempo, né santo né demonio. Un politico insomma, come dovrebbero essere tutti i politici, oggi come allora.
Una considerazione però la voglio fare sulla sensazione avuta quando ho concluso l'ultima pagina.
Una grande amarezza. Sì, una desolazione piena, vasta, profonda, istintiva, per l'odio che accompagna gli esseri umani e che nonostante secoli di civiltà ristagna tuttora nelle nostre teste, nei cuori, nell'anima, ammesso che se ne abbia una.
Un male che intacca la vita sociale, non soltanto la politica. Un male che personalmente non voglio provare, per nessuno.
Trovare ciò che unisce, comprendere le ragioni degli altri e tollerarne le idee, quand'anche siano in totale contrasto con le proprie. E nel caso estremo esse intacchino i principi fondanti dei propri convincimenti, opporsi soltanto in maniera non violenta.
Questo è ciò che voglio essere, che vorrei i miei figli abbiano a cuore, come un solco, un punto cardinale, una stella.

domenica 27 ottobre 2019

Un odio accecante (E come è stato sconfitto)


"Blinding hate". Un odio accecante. Così lo chiama Milan, mentre racconta chi era e cosa è diventato, anche grazie alle terribili esperienze che ha vissuto.
La storia di Milan e di come mi sia "fratello per dono ricevuto" l'avevo già raccontata, meno di dieci anni or sono.
La sintesi è che aveva dieci anni giusti giusti quando per la guerra nei Balcani dovette scappare da casa, con suo padre da una parte e sua madre e le sue sorelle d'altra, via dalla Croazia in cui aveva sempre abitato, a motivo delle sue origini serbe, pur se la famiglia si era stabilita pacificamente lì una generazione addietro.
Per un ricciolo del destino fu ospite a casa nostra alcune settimane, poi altri mesi, l'anno successivo. Era la metà degli anni Novanta, lui alto alto e con un volto serio, che raccontava più delle parole cosa gli stava capitando.
I contatti da allora non si sono più interrotti e non capita di raro che venga a trovarci, ora ch'è diventato due metri d'uomo e lavora come ingegnere in Irlanda ed è sposato e mantiene intatta la bellezza del viso, che si apre in un sorriso disarmante. Un sorriso che quando venne la prima volta aspettammo moltissimo prima di vederlo.
"Se non fossi stato qui, se non avessi vissuto quell'esperienza di accoglienza e di amicizia, non sarei ciò che sono ora - mi ha detto ieri, mentre lo guardavo dal basso in alto, sentendomi ancor più piccolo di quanto sia al suo cospetto - e soprattutto credo che avrei provato un odio accecante, che mi avrebbe lacerato".
"Blinding hate". La furia dei disperati in fuga, di coloro a cui è stato tolto tutto, saccheggiata ed espropriata la casa, recise le radici, le amicizie, di quanti devono ripartire da capo, con nulla, poveri tra i poveri, stranieri tra gli stranieri (perché questo era la sua famiglia, una volta arrivati a Belgrado, in quella che è la sua nazione d'origine ma che nel frattempo ne aveva fatto a meno e non sapeva poi come gestire quell'esodo, diventando tutto più angusto, più stretto).
Milan ce l'ha fatta, ha trasformato tutto quel dolore in un trampolino, ha imparato a vedere nell'altro non un estraneo, un nemico, bensì un altro essere umano, che come lui ha un cuore, dei sogni, uno zaino sulle spalle, a volte greve, altre leggero. A conferma che persino le prove più dure non piegano l'albero buono né impedisce ad esso di produrre frutto e seme sempre nuovo.

(Quando sono preoccupato per il futuro dei miei figli, per le privazioni o delusioni o difficoltà che potrebbero incontrare, penso sempre a Milan, così come a mia madre e a mio padre e a tutti coloro che sono cresciuti ad ostacoli, uscendone rassicurato e convincendomi che più che metterli al riparo dal mare burrascoso devo badare a far sì che imparino a stare a galla e nuotare fino al porto).

domenica 13 ottobre 2019

Benedetta pianta (La lezione di Lisbona)


La città è per gran parte una vecchia dama, che il trucco da lontano mantiene bella, mentre da vicino mostra le rughe e gli acciacchi dell'età, insieme con una certa indolenza.
Gli appunti di viaggio su Lisbona li riservo a chi ha talento e passione per raccontarla, io mi limito al pensiero fisso che mi ha accompagnato nei due giorni in cui ci sono stato, riflettendo sull'alba e il tramonto di una potenza, sui motivi, sulle differenze tra popolo e popolo, città e città, persona e persona.
Un pensiero che mi è venuto accostando due periodi storici, uno del secolo scorso, l'altro a cavallo tra Cinquecento e Seicento.
Per decenni, in seguito della scoperta dell'America, delle rotte commerciali che si aprivano e della posizione strategica, il Portogallo ebbe gloria, prestigio, potere, ricchezza. Un tesoro che ha saputo capitalizzare assai meno di altri Stati, con in dote minor fortuna ma più fame, più determinazione, più grinta.
A metà degli anni Quaranta del Novecento invece, mentre mezzo mondo bruciava nel rogo della Seconda guerra mondiale, lo stesso Portogallo ne restava pressoché intonso, dichiarando una neutralità che ha evitato perdite, non una decadenza risparmiata invece a chi un tributo altissimo di vite e sogni aveva sacrificato prima.
Morale (una morale che cerco di trasporre ed applicare alla persona singola): non sempre le fortune sono una benedizione e non sempre le disgrazie una fonte di rovina. Ciò che conta è il nerbo, il fusto della pianta, che se è sano e generativo porta germogli a prescindere da ciò che accade attorno, così come se è stinto e sterile prima o poi si rinsecchisce e affloscia.

P.S. Mi fanno notare che i riferimenti bucolici sono frequenti in questo blog. Ne riporterò uno anche ora, raccontando la sorte del "ficus beniamina"di Loris e Roberta, che l'anno scorso vollero tenere all'esterno pure d'inverno, il un luogo che pareva riparato ma il freddo non lo sapeva, così non mancò la classica gelata di stagione, che parve essere fatale alla pianta. Quando tutto pareva perduto, potato decisamente e lasciato all'aria aperta della primavera, qualche fogliolina verde alla base è cominciata a spuntare, finché ora è tornato che sembra un ragazzino, pronto a crescere e diventare come prima.

domenica 4 novembre 2018

Due Giovanni (e cent'anni di distanza)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/6637505059/
Di sé ha lasciato una foto sbiadita, un fazzoletto di bosco in pendenza, il cognome che portiamo e rare parole, che gli si cavavano a forza dalla bocca, come l'unico dente che si dice abbia perso negli ottant'anni e passa in cui è vissuto, andando in ospedale una sola volta, l'ultima.
Una di quelle frasi era: "U' girà ùl mùnd, mì: Còm, Milàn, Sùndri", aveva "girato il mondo" lui, riferito alla circostanza precisa di aver messo piede a Como, Milano e Sondrio.
In realtà si era spinto più in là, a Sacile, in Friuli, artigliere di campagna, prima guerra mondiale, ma di quel periodo aggiungeva nulla, se non una mano sugli occhi, quando ci ripensava, come a non voler vedere, a sforzarsi di dimenticare, e un'unica annotazione che non riguardava la battaglia, la trincea, bensì: "i dòn e i s'ciat chi ciangìva", le donne e i bambini che piangevano.
Si chiamava Giovanni, come te, e se te ne scrivo oggi, alla vigilia del tuo sedicesimo compleanno, è per una coincidenza e insieme un'urgenza: cent'anni esatti fa, come oggi, finiva la Grande Guerra e farne memoria è il minimo dovuto a intere generazioni che in quel conflitto hanno speso e in molti casi spento il lume della loro giovinezza.
Non voglio aggiungere altro, dilungarmi in riflessioni che odorerebbero di retorica. Tu e i tuoi fratelli siate consapevoli di quanto siete fortunati a vivere in un tempo di prosperità quale nessuno ha conosciuto prima e spendetevi sempre per mantenere la pace, per costruirla. Perché la pace è sì un dono che si riceve, ma pure un impegno che si deve prendere, ogni giorno, scegliendo ciò che unisce invece di ciò che divide, immaginando ponti e non muri, dialogando sempre, senza mai chiudere o sbattere la porta.
Ricordalo, Giovanni, che non sei venuto dal nulla, che sei la cima di una tradizione senza enfasi, ma solida, antica, di cui porti il nome, il cognome e la responsabilità di manternerla viva.

sabato 21 novembre 2015

Voglio dire (Il coraggio della testimonianza)

Foto by Leonora
"Un semplice gesto d'amore genera un flusso senza fine". Lo leggo su un bigliettino e penso a tutte le occasioni che perdo quando ho la possibilità di mettere a dimora un seme buono e non lo faccio, tutte le volte che potrei parlare e sto zitto, quasi sempre per evitare di scontentare qualcuno, per un malinteso senso dell'ecumenismo, per un desiderio malsano di piacere a tutti, non essendo utile a nessuno.
Così facendo tradisco tutte le persone che ho sempre ammirato fin da quando ero piccolo, tutti coloro che mi hanno emozionato, andando contro corrente, prendendosi cura del debole, del diverso, del maltrattato, tutti coloro che hanno detto no alla violenza, all'abuso, al dominio di un essere umano sull'altro, rimettendoci del loro.
Rileggendo le loro storie mi sembrano giganti e nel cuore di bimbo che conservo mi illudo che se fossi stato al loro posto avrei fatto lo stesso, se avessi vissuto in quel tempo sarei rimasto al loro fianco.
Non ne sono più certo. Facile ripercorrrere il cammino a ritroso quando il solco è segnato, difficile invece tracciarlo noi, da principio, in un'altra epoca, in un altro campo.
Dare rifugio ad Anna Frank, salvare il bambino con il pigiama a righe, prendersi in casa Oliver Twist, scendere in piazza contro Hitler, essere bianco tra i neri di Mandela o Martin Luther King è scontato e semplice quando uno schiocco di dita, ma chi sono Anna Frank, il bambino con il pigiama a righe, Oliver Twist, Hitler, Mandela, Martin Luther King, ora, adesso?
La grandezza di coloro che ci hanno preceduto non è stata soltanto quella di scegliere tra bene e male, ma soprattutto di distinguerlo, rasente suolo, senza la possibilità che abbiamo noi, guardando tutto dall'alto.
Ecco, se ho un timore, se corro un rischio, mi pare questo: di non distinguermi per nulla, di fare parte di quella massa informe che con la propria indifferenza, banalmente chiudendo gli occhi o girando la faccia dall'altra parte, permette al male di prendere il sopravvento.
Non voglio sia così. Voglio dire con chiarezza che io sono per la pace e non per la guerra, ad esempio. Voglio dire che gli atti di terrorismo non mi faranno cambiare idea sull'astenermi da qualsiasi risposta che contenga pari violenza o odio. Voglio dire che l'accoglienza è un valore per me e che se è vero che quando avviene senza controllo può generare effetti deleteri, chiudere le porte o alzare muri non è la soluzione che cerco. Voglio dire che la libertà vale quanto la sicurezza. Voglio dire che un mondo in cui c'è chi guadagna mille o un milione di volte più dell'altro non è un mondo giusto. Voglio dire questo e molto altro e lo farò, già da oggi, usando i talenti che ho avuto in dono - la capacità di raccontare, ad esempio - e smettendola di girare alla larga dagli argomenti scottanti soltanto per paura di bruciarmi la reputazione e di essere etichettato.
P.S. Ieri ho avuto la fortuna di essere presente a un incontro di sensibilizzazione sulla pace, promosso dal comune dove abito, con ospiti Lorenza Auguadra e il gruppo dei 7grani, che di nome fanno Mauro e Fabrizio. E' stata una serata asciutta nella forma e feconda nella sostanza, in cui si sono alternate letture dal libro di Lorenza ("Ho visto il sole sorgere a Sarajevo") e brani di Mauro e Fabrizio. Grazie a loro, che a differenza mia il coraggio di "voler dire" ciò che pensano, ciò che ritengono giusto, l'hanno già trovato.

martedì 17 febbraio 2015

Il mondo di Agnese (contro la guerra)

Foto by Leonora
Oggi penso ad Agnese, che ha occhi furbi di bambina cresciuta presto e bene. Il mondo è suo e di Giovanni e di Gaia, Filippo, Marcello, Luca, Elisa, Alessandro, Cristiano, Giada, Martino, Giacomo... Il mondo è loro, anche se spesso ce ne scordiamo, dimenticando che nostro dovere non è semplicemente godercelo, ma consegnarlo, pulito, libero, in ordine, possibilmente migliore di come l'abbiamo trovato.
Non è facile, me ne rendo conto. A differenza dei nostri padri e del loro tempo in bianco e nero, abbiamo a che fare con ben più di cinquanta sfumature di grigio. Il bene e il male, il buono e il gramo, il bello e il brutto, le vittime e gli oppressori non sono distinti, facilmente riconoscibili, per cui gran parte dell'energia se ne va nel tentativo di rimanere lucidi, di distinguere le strada da intraprendere. Spesso non ci riusciamo e andiamo a tentoni, nel buio, affidandoci alle sensazioni pià che a delle certezze.
E' il dilemma di cui in principio degli anni Settanta scriveva Natalia Ginzburg ("I più vecchi di noi hanno ben chiara la memoria di un tempo non molto lontano in cui schierarsi da una parte o dell'altra e identificare nel mondo all'intorno il giusto e l'ingiusto era una cosa di una semplicità estrema. In quel tempo, l'immagine della verità era chiara, inconfondibile e incrollabile davanti a noi e si sapeva dove era situata. Mai avremmo pensato allora che ci potesse apparire un giorno segreta e sfuggente"). Un disorientamento - lo scrivo per mio figlio Giovanni, così sono certo che ci intendiamo - che è poi lo stesso di Capitan America, nel film "The winter soldier", quando si accorge che amici e nemici non hanno un volto chiaro, definito, riconoscibile, marcato.
P.S. In questi giorni, seppur velati e attutiti, si odono clangori di battaglia, con origine il Medio Oriente, l'Ucraina, la Libia e che tirano per la giacca noi. Anche in questo caso, il giusto e lo sbagliato non hanno contorni nitidi ed è per questo che se dovessi scegliere mi affiderei alla saggezza di Gianni Rodari e a una delle filastrocche che più amo:

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra


martedì 4 novembre 2014

Siam pronti alla morte

Foto by Leonora
C'era molta gente domenica, sul piazzale di fronte al municipio, mentre il sole illuminava le bandiere tricolori e gli ottoni della banda cittadina luccicavano.
Brava Anna, il sindaco, che ha tenuto un discorso senza fronzoli né retorica, asciutto e denso di significato, lasciando presto spazio alla lettera di un soldato bresciano, spedita alla sua famiglia contadina e inviata dalle trincee piene di fango, durante la prima guerra mondiale.
Uno spettacolo di dignità - la commemorazione anticipata del 4 novembre - con in prima fila alpini, fanti, bersaglieri, uomini ormai di una certa età, che danno un senso concreto al mettersi al servizio della patria, la terra dei padri, facendo in mille modi opera di volontariato.
Un'ora prima, sul viale che porta al cimitero, incisi su piccole targhe dorate, leggevo e restavo impressionato dai nomi dei ragazzi del mio paese che hanno perso la vita durante la guerra. Di essi non resta che questo, un nome e cognome senza volto: troppo poco per il prezzo che hanno pagato, mentre non sono affatto convinto che il loro sangue sia servito, che la morte non sia stata vana o al soldo di interessi meschini, ammantati di buone intenzioni soltanto per condurli placidamente al macello.
A queste cose pensavo domenica, mentre con gi altri, in coro, cantavo l'inno nazionale. Un'aria che mi emoziona sempre, pur se certe parole mi lasciano inquieto. La strofa che recita: "Siam pronti alla morte", ad esempio.
Pronto alla morte credo non sia mai nessuno, tanto meno loro, giovani vestiti con i panni spessi del soldato, anche se a vent'anni si ha un'incoscienza che è facile scambiare per coraggio e alla vita non ci si aggrappa come invece avviene dopo.
I loro sorrisi sono stati spenti per sempre, un'intera generazione falcidiata, e per capire cosa significhi davvero pensavo alla foto su Facebook di mio figlio maggiore e di qualche suo amico (vedi a fianco), immaginando per un istante che lo stesso destino tocchi in sorte a loro, a Giacomo, Andrea, Federico, Damiano, Daniele, Christian, Luca, Alessandro, Eugenio, Samuele, Daniele...
Anche quei ragazzi di un tempo lontano, spazzati via dalle mitragliatrici e dai colpi di baionetta nello stomaco, avevano un padre, una madre, fratelli, sorelli, amici, dei progetti, dei sogni, erano belli, sorridenti, profondi e solari come i nostri figli, adesso.
Il cielo non voglia che la storia si ripeta e farne memoria è il primo modo per impedirlo.

venerdì 29 novembre 2013

Un secolo, una vita (elogio del tempo attuale, contro tutti i pessimismi)

Foto by Leonora
Giacomo a gennaio compirà diciassette anni e benedico il secolo che ci separa da un altro tempo, da un'altra epoca. Gennaio 1914. Non c'erano play-station né computer, ma questo senza dubbio è il meno. Era la pace che vacillava e nel volgere di pochi mesi l'Europa si sarebbe infiammata in una guerra che un anno dopo avrebbe contagiato pure l'Italia.
Ci pensavo ieri l'altro, mentre leggevo la biografia di Adriano Olivetti, guardando mio figlio sdraiato sul divano ("Gli sdraiati" è l'ultimo libro di Michele Serra, che parla proprio degli adolescenti), quieto e beato, senza neanche quei crucci esistenziali che assillano molti suoi coetanei, sazio di serenità e indolente come lo ero io, alla sua età, ma con la stessa curiosità per le vicende politiche, per lo sport, le amicizie, gli svaghi.
Mi immaginavo il suo trisavolo Giovanni, cento e venti anni prima, o Ermenegildo Bardaglio, il papà di George, appena sbarcato in America, dopo un viaggio infinito in un piroscafo che non somigliava affatto a una nave da crociera, senza sapere una parola di inglese e con scarsissimi quattrini in tasca.
Se fosse nato cent'anni prima Giacomo, il mio Giacomo, tra poco più di un anno sarebbe stato abile e arruolato per la guerra, sarebbe partito per il fronte, lasciando me, sua mamma, sua nonna e i suoi fratelli con un groppo alla gola e un giogo pesantissimo, che ci avrebbe tenuti svegli la notte e si sarebbe dilatato durante il giorno, come un'ombra.
In quella guerra mondiale, la prima, morirono dieci milioni di soldati, moltissimi dei quali poco più che ragazzi. Altri milioni restarono feriti, segnati nel corpo e nello spirito da un'esperienza disumana.
Cosa resta di quel falciare vite con la facilità di una mietitrebbia?
Qualche monumento ai Caduti, alcune lezioni, molte pagine di storia. Nulla tuttavia che mi faccia anche soltanto prendere in considerazione che di morire in una guerra valga la pena. Benedico allora i passi che abbiamo compiuto, le scelte che sono state fatte, i recenti settant'anni di pace e pure la condizione attuale, che può sembrare fosca e grama, ma nella peggiore delle ipotesi non assomiglia nemmeno lontanamente all'inferno che allora cominciava.
Gennaio 1914, gennaio 2014. E' trascorso un secolo non invano. Lo vorrei ricordare ogni mattina che mi sveglio con la luna storta e scuoto il capo sussurrando tra me e me: "Che tempo maledetto, questo della crisi". Per quanto maledetto sia, rispetto a un secolo fa, è comunque sciambola.