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domenica 16 aprile 2023

La condizione umana (Bilzo balzo)

Camminando sui gusci d’uova delle mie incertezze capita, di tanto in tanto, di appoggiare il tallone su un punto fermo.
In settimana ne ho scoperti un paio che metto per iscritto poiché condividerli, renderli pubblici, è l’unico modo che conosco per validarli, per comprendere se sono verità che stanno in piedi da sé oppure abbagli personali, dovuti ai sentimenti del momento.
La prima è la discriminante del gesto.
Spesso, spessissimo, mi capita di pensare a una persona, di domandarmi come sta, di comprenderne pur a distanza le fragilità, le difficoltà del momento, sentendo di caricarmene idealmente sulle spalle il fardello, per aiutare a portarlo. Il problema è che quel moto di spirito, finché rimane ideale, astratto, conta poco o punto. La differenza la fa sempre qualcosa di concreto, il gesto appunto, sia pure una parola, una lettera, un messaggio.
La seconda è l’accettazione dell’altalena.
Su e giù. Giù e su. Un giorno così, un altro cosà. Metà settimana in un modo, il resto nell’altro. Cambiamenti d’umore nel volgere di poche ore, come nubi di passaggio, dal pomeriggio a sera, tra mezzogiorno e mattino. Sarà l’età, sarà il dopo pandemia, sarà il periodo che stiamo vivendo, ma mai come in questo presente sento sbalzi e sussulti e sobbalzi. Per non farmi prendere dallo sconforto, ricordo allora Bertoldo, con il suo piangere ogni qualvolta brillava il sole, poiché immancabilmente avrebbe piovuto, e ridere con il maltempo, certo che il cielo sarebbe diventato di nuovo sereno. O almeno, per me, variabile, che è poi la condizione umana per eccellenza: la ricerca continua di equilibrio in un perenne cambiamento.

P.S. A proposito di equilibrio… In Svizzera, terra di puntiglio e precisione, l’altalena - non quella con la corda appesa a una trave o un ramo, bensì il modello composto da una sbarra rigida, due seggiolini alle estremità e una molla o un punto che fa leva nel mezzo, la chiamano "bilzo balzo".
Un nome che si avvita da sé, tanto che una volta che lo impari non esce dalla testa e senti il piacere, quasi un bisogno di ripeterlo: bilzo balzo bilzo balzo bilzo balzo… (Con tutte le riserve e il rispetto del caso, chissà se il Manzoni, invece di sciacquare i panni in Arno, avesse scelto il Ticino).

mercoledì 5 ottobre 2022

È destino (In bilico)

Spesso s’incontra il proprio destino nella via che s’era presa per evitarlo.
(Jean de La Fontaine)

Puoi anche alzarti molto presto, ma il tuo destino s’è alzato un’ora prima.
(Anonimo)

Ho notato che anche le persone che affermano che tutto è già scritto e che non possiamo far nulla per cambiare il destino, si guardano intorno prima di attraversare la strada.
(Stephen Hawking)


Equilibrio. L’equilibrio è ciò che cerco quando vado in bicicletta, quando la mole di lavoro mi spaventa, quando le emozioni spodestano la ragione, quando il morale in un battito di ciglia passa dall’entusiasmo alla paura, dalla carica alla stanchezza, dal cielo blu al grigio delle nubi, dal sorriso allo sguardo mesto.
Quasi sempre l’avverto condizione precaria, come camminassi lungo una lama sottile, senza corda di protezione o rete elastica sotto, oppure di sedere su un castello fatto con le carte da gioco e il timore tacito e tragico che crolli tutto, nel caso d’imprevisto o, peggio, di qualcosa fuori dal mio controllo che portasse dolore, incomprensione, sofferenza, lutto.

P.S. La sensazione di precarietà è sovente abbinata al desiderio di tenere tutto sotto controllo, alla mania di gestire ogni cosa, alla paura di “lasciare che sia”, mollando la presa, affidandosi alla corrente, al mare aperto.
Altrettanto spesso, specie in questo tempo, mi conforta e fa da bilanciere la lezione delle tragedie greche, di Elettra, di Edipo, sull’ineluttabilità del destino, la circostanza che nulla dipende veramente da noi e che dunque darsi troppa pena, oltre che sciocco, sia vano.

venerdì 22 ottobre 2021

Benedetti difetti (Noi, allo specchio)

“Con le pietre che tiriamo loro, i geni costruiscono nuove strade noi.”

(Paul Eldridge)


Ho le mie idee, temo l'applauso quanto il fischio e orrore del mito che si alimenta e che può stroncare chiunque, qualsiasi personalità non matura, innanzi tutto.
Ricordo bene le vicende personali del protagonista di Mamma, ho perso l'aereo, così come di molti bimbi prodigio dello spettacolo (da Arnold de Il mio amico Arnold a Jonie di Happy Days) e pure quella di Paolo, che da piccolo era biondo e bellissimo e coccolato da tutti: è cresciuto viziato e ribelle, rovinandosi presto.
Non è una regola universale, esistono eccezioni abbondanti, tuttavia la tendenza pare evidente e mi ha spinto sempre a stare in guardia più che dalle critiche dalle esaltazioni facili, dagli occhi sbarrati - cioè ciechi - degli adulatori entusiasti, dai complimenti in coro.
Un pericolo verso il quale hanno pelle più spessa, senza esserne immuni del tutto, gli adulti.
Il consenso continuo, l'assenza di critica, il cammino senza evidente pericolo e sul quale è disteso un lungo, soffice tappeto rosso conduce con sicurezza a sbattere il muso.
Ecco perché in qualsiasi organizzazione, struttura, comunità, è necessario il dissenso, la critica, la voce che grida che "il re è nudo" , pure quando è vestito.
Per ogni peso occorre un contrappeso, per ogni vetta la visione di un abisso: il bene non ha infatti nemico più subdolo dell'assenza di equilibrio.
Se vedete difetti quando vi guardate allo specchio, non fatene dunque un dramma e tirate piuttosto un sospiro di sollievo: di difetti ne abbiamo tutti, chi più, chi meno, e ad essi occorre essere grati poiché ci spingono a migliorare, mettendoci al riparo dall’esaltazione facile, dal consenso unanime e dalla superbia, la seducente tentazione del crederci superiori all’altro.

P.S. E se avete figli e non sono Shirley Temple, sorridete: avranno minori possibilità di montarsi la testa e andare a sbatterla contro il muro, appena la vita presenterà il conto.

sabato 5 ottobre 2019

L'equilibrio e la zavorra (Osare o fermarsi sulla soglia)


Tendere la mano, limitarsi a offrire aiuto, disponibilità, attendere senza pretese di risposta, oppure insistere, perserverare, anche a costo di scocciare, risultare invadenti, noiosi quanto una zanzara.
Un equilibrio precario, in cui mi barcameno, ogni giorno, in molte situazioni, dalle più spicciole a quelle esistenziali, che riguardano il lavoro, gli affetti, le relazioni umane, l'amicizia.
Un confine labile, che raramente distinguo e mi fa sentire quasi sempre in colpa, per aver fatto troppo o troppo poco, senza mai giusta misura.
Tra i due estremi, solitamente scelgo la prima, la disponibilità ad insistenza limitata, stretta parente della pigrizia e che è un po' per la coscienza come il detergente Ava, quello che sbianca che "più bianco non si può".
La seconda, invece, la pratico meno e con più frustrazione, specie quando allo sforzo di continuare a bussare alla porta, non c'è replica alcuna e dall'altra parte nessuno apre, al massimo sorride, ringrazia, rimanda.
Non è un caso.
Per carattere non sono un "fondatore di imperi", un leader carismatico, un conquistatore, un ammaliatore, né chi persegue senza sosta una causa.
Preferisco fermarmi sulla soglia, anche se in questo periodo avverto impellente la necessità di prendere, insieme con il coraggio, la faccia tosta, e rompere le scatole, osare, difendendo e propugnando ciò che ritengo giusto. E quando mi viene da lamentarmi per non essere ascoltato, dovrei considerare la possibilità che faccia a me stesso da zavorra, non credendoci io per primo, abbastanza.


domenica 8 luglio 2018

Tu non avere paura (E mantieniti saldo)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/6128097872/
Se si procede spediti gli ostacoli si avvertono meno. L'ho constatato stamattina, mentre correvo e tu con la bicicletta mi pedalavi accanto.
Il sentiero nel bosco era irto di pietre e man mano che procedevi rischiavi di perdere l'equilibrio. "L'equilibrio - ti ho detto - è più facile da trovare se si va veloci".
"Ci sono i sassi" hai replicato, eppure anche per i sassi vale lo stesso: andare svelti è un trucco per sentirli meno, per superarli di slancio. "Per farlo occorre innanzi tutto coraggio, non temere di incespicare, di ruzzolare a terra, importante è concentrarsi, mantenere la tensione nelle braccia, tenendo saldo il manubrio".
Mi hai ascoltato, anche se non ti ho affatto convinto. Un secondo dopo, lo sguardo serio serio, con i tuoi dieci anni asciutti asciutti e le gambe da merlo, hai stretto le manopole fino a farti diventare bianche le nocche e guardando dritto sei partito a razzo, pronto a dimostrare che paura non ne avevi e anche se l'avevi non volevi ammetterlo.
Per un chilometro e mezzo non hai proferito verbo, poi quando la campagna è finita e le ruote hanno toccato l'asfalto liscio ti sei illuminato e nonostante i venti metri che ci separavano ti ho sentito esclamare contento: "Oh, qui sì che è bello".
Già. Quando tutto fila liscio è bello, eppure non ce ne accorgeremmo senza affrontare e superare gli ostacoli che troviamo lungo il cammino. Grazie per avermelo ricordato.

domenica 23 febbraio 2014

L'ala della farfalla (e noi di corsa, in bicicletta)

Foto by Leonora
La fretta non sempre è conseguenza di circostanze esterne, di fattori imponderabili, del vortice di impegni e scandenze e incombenze la cui somma sembra esser diventata la vita.
Andar di corsa spesso è una nostra scelta, a volte consapevole, quasi sempre inconscia, per rispondere al bisogno di equilibrio a cui ogni essere umano anela e che al giorno d'oggi rischia di infrangersi ogni qualvolta si rallenta o, peggio, ci si ferma, proprio come accade quando si va in bicicletta. E' così che tutto finisce nella centrifuga, compresi rapporti, relazioni, affetti, emozioni che invece, per loro stessa natura, necessiterebbero di tempo, quiete, calma, pazienza.
Uno scatto in avanti, una continua tensione che in sé non è negativa, anzi, potrebbe esser definita l'impronta digitale del genio, della forza creatrice che procede per strappi, per salti, e abbraccia l'ignoto senza curarsi di cosa lascia sotto, senza corde di sicurezza o rete protettiva.
Anche per il miglior trapezista arriva tuttavia il momento di fermarsi un istante, non fosse che per quel secondo tra l'asta che lascia e quella che arriva o perché il triplo carpiato è finito e si rimane in cima alla torre, sentendo nelle orecchie gli applausi e nelle vene l'adrenalina.
Le poche righe che ho scritto vorrebbero essere questo: il momento in cui si riprende fiato, una bolla spazio temporale senza attorno nulla, il minuto che ritagliamo per noi stessi, per guardarci come fossimo allo specchio e vedere chi siamo, chi siamo diventati, per ricordare che siamo fragili come ala di farfalla ma pure unici, irrepetibili, portatori di un seme che non è soltanto corpo, ma anche spirito, anima, bontà, bellezza.

lunedì 24 dicembre 2012

Ho voluto la bicicletta

Foto by Leonora
Saluto Marco e Sonia, Simona e Francesco, che mi hanno regalato un antivigilia degna del miglior capodanno. In più sono riuscito a parlare via Skype con Mauro, che da un mese ha fatto un balzo di mezzo mondo e viaggia dieci ore avanti, di nome e di fatto. Finora il Natale non ha deluso, anche grazie alle tante persone che si sono fatte sentire, alle amicizie storiche e a quelle appena sbocciate, che mi portano in dote doni preziosi: calore e sorriso. O forse a non aver tradito questo Natale sono io, zuccone per troppo tempo, convinto com'ero di bastare a me stesso, mentre non c'è gioia senza condivisione, senza un mettersi in moto e andare incontro. Non che adesso avverta meno il desiderio di starmene per conto mio, di ritagliarmi spazi e minuti senza nessuno attorno, però do meno sponde alla pigrizia e cerco più un equilibrio. Nello scorrere dei giorni fatico a trovare un bandolo ma ho una stella polare, una linea d'orizzonte che inseguo. E' questa: aprire porte invece di chiuderle, lasciare la comodità del certo per avventurarsi un metro più in là, dove tutto è ignoto tranne la speranza del meglio. La staticità infatti logora persino il regno più solido e guai a crogiolarsi nella grandezza o nella pienezza del tempo. Una lezione che ho imparato da Tolkien e che condivido, utilizzando la metafora della bicicletta: per stare in piedi è necessario pedalare, prendere velocità, non fermarsi, altrimenti il destino è cadere e, bene che vada, sbucciarsi un ginocchio.