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sabato 7 ottobre 2023

La parte limpida (Palombari si diventa)

Li ho messi in fila uno ad uno e tengo per ultimo te, ciliegina sulla torta, con i tuoi quindici anni, quasi sedici, e la tua figura asciutta, tutta muscoli e nervi, con tutte le contraddizioni dei tuoi anni e insieme lo stupore di una personalità in divenire, che si forma.
Mi sorprendi spesso, in positivo, per la luce che porti dentro, anche se non mancano le zone d'ombra, luoghi essenzialmente dell'anima, che non danno traccia di sé, ma di cui intuisco l'esistenza, senza volerli approfondire, scandagliare, per non fare come l'acqua che se peschi troppo a fondo il torbido lo trovi, mentre tu meriti di essere considerato e giudicato per la tua immensa parte limpida.
Forse un giorno deciderai tu di essere palombaro, di setacciare il limo sedimentato dalle vicende di vita, ma fino a quel tempo - se mai verrà - il tuo candore avrà il sopravvento nella considerazione della persona che sei e che ha arricchito come lievito la nostra casa.

P.S. Di molto ti sono grato, più di tutto della possibilità che mi dai di far emergere la parte migliore di me, quella più adulta, paterna, così simile a quella del mio, d'un padre. Un misto di concessione di fiducia e  dolcezza, indulgenza, comprensione, che gli ho sempre invidiato e che ora, senza sforzo, ritrovo in me, nei tuoi confronti. "Complicità". Così la avverto, di tanto in tanto, in alcuni piccoli gesti, in cenni più o meno velati d'intesa, che segnalano affinità, oltre che affetto. Anche per questo sono immensamente grato che tu ci sia.

sabato 15 ottobre 2022

Oltre lo steccato (Il legame creato)

“A stare tra sorelle e fratelli si può continuare a essere bambini in eterno.”
Banana Yoshimoto

Aggiungo una postilla, al post di ieri l'altro,  per raccontare un pezzetto importante di te, una caratteristica che ti distingue e mi auguro tu non perda mai: la sensibilità.
Nonostante i tuoi silenzi, le tue asprezze, alcuni infantilismi, nonostante il tuo essere permaloso, l'ammettere raramente il torto, il fare spesso l'offeso, nonostante le distese di vuoto che a volte mi pare di intuire oltre lo steccato che poni a difesa di ciò che provi veramente, c'è un cuore buono, che sa mettersi nei panni altrui, che tende a rammendare strappi, a medicare ferite.
Un'impressione che ha avuto conferma stamane, un sabato in cui - a differenza degli altri - non hai potuto dormire a lungo, a riposo dalla scuola, poiché in calendario era prevista una mattinata di "motoria", a Cernobbio, fuori portata di corriera.
Così mi sono svegliato anch'io, per accompagnarti, poco dopo le sette di mattina, e quando sono sceso, la prima cosa che ti ho detto è stata: "Dura eh, alzarsi presto?", sentendomi rispondere: "Sì sì, ma mi spiace per te, perché ti sei dovuto alzare anche tu".
Anche tu. Anch'io. Che mi sono sciolto sentendotelo dire, senza retorica, senza voler lisciare il pelo, soltanto perché era ciò che sentivi, con quella bontà spontanea che vorrei ti distinguesse sempre come ora.
Ti ho abbracciato, ti ho detto che non c'era problema, perché problema non c'è davvero e mai ci sarà: lieve infatti è il peso quand'è condiviso e tu, rispetto a me, non sarai mai "altro".

P.S. Più difficile è il rapporto con i tuoi "fratelli", ma proprio perché fratelli e sorella sono. Se n'é accorta Giorgia, che ora, vedendoti "da lontano", apprezza di più il legame creato e fa meno caso alle incongruenze, alle fatiche, alle preoccupazioni della tua età. Si sente più sorella e meno mamma, insomma. Com'è giusto che sia, per non essere schiacciati da un ruolo che non appartiene e che finirebbe per togliere luce, oltre che equilibrio.

giovedì 13 ottobre 2022

L'età in bilico (Destino o baratro)

E se crescere non significasse affatto conoscere se stessi, e il dono portato dall'esperienza consistesse solo nel doverci mettere un bel "non", davanti a "so chi sono"?
Sandro Veronesi

Scrivo di te, di raro, ma costantemente. Tengo traccia sporadica del ragazzo che sei, dei tuoi quasi quindici anni trascorsi in un bozzolo, pur avendo tu vissuto ciò che la maggior parte di noi vivrebbe come incubo.
Cresci in fretta, i piedi, prima di tutto, ma pure gambe, braccia, tronco. Hai cominciato una nuova scuola, ti stai sempre più appassionando al basket, guardi serie tv e film quasi sempre da solo, nel rispetto della nostra tradizione familiare, che vuole educare alla libertà e alla responsabilità più che puntare su regole ferree e controllo. Potremmo fare più cose insieme, è vero anche questo, e mi sento un poco in colpa, mitigata appena dalla circostanza che anche con gli altri figli è stato non stesso.
A volte pari assente, freddo, distaccato. Non lo imputo al carattere, bensì a ciò che da piccolo ti è capitato, a un vuoto che nessun velo può coprire o nascondere, specialmente a te stesso, soprattutto adesso, pozzo profondo di domande senza risposta, crepaccio di giustizia assente, a meno che si creda in un tutto e in un destino.
Troppo, per affrontarlo adesso. Poco, per cominciare a guardarci seriamente dentro. Prima o poi tirerai le somme e deciderai da che parte stare, se ribellarti per rabbia o risolvere i conflitti voltandoli in positivo. Che volere è potere, sempre. E tu, già così, ancora piccolo, mostri qualità e maturità per farmi essere ottimista, confidando che tanto dolore, tanto vuoto, non verrà sprecato, né ti farà restare appiccicato addosso l'amaro.

P.S. Quando ti vedo giocare a basket, tirando il pallone nel canestro appeso sopra la porta del garage, mi commuovo e insieme diverto. Sono fiero di te, davvero.

domenica 10 ottobre 2021

Lo spazio bianco (Contro il vuoto)

Ama i tuoi genitori, se sono giusti e retti: altrimenti sopportali.
(Publilio Siro)

Scrivo poco di te, che sei sempre più grande, maturo, un bel ragazzo che si affaccia al mondo, restando in bilico tra il giovane che sarai e il bimbo che eri e tuttora sei, per qualche aspetto.
Siamo fortunati ad averti con noi: lo credo veramente e per questo lo ripeto spesso, a te per primo.
Mi pare tu stia crescendo robusto, di spalle e di spirito, sereno soprattutto, con quel sorriso ch'è come un uovo che si schiude e mostra un pulcino, con quegli occhi socchiusi a fessura e dai quali esce una luce intesa, che rischiara attorno.
Ti piace giocare a basket, stai meno alla play station rispetto ad un tempo, guardi parecchie serie tv su Netflix ("Teen wolf", la tua preferita da mesi), stai scoprendo l'universo femminile e le relazioni di amicizia, sfruttando la coda di un'estate che per te è stata un parco giochi, un'esperienza unica di crescita e divertimento.
Mi spiace non esserci spesso per te, specialmente adesso, lavorando lontano.
Mi spiace davvero, ma confido che tu cresca forte lo stesso, imparando a contare sulle tue forze e appoggiandoti su più figure, poiché è così che si diventa grandi, che si cresce: in continua relazione gli uni gli altri.
L'unica preoccupazione che ho - lo ammetto - è lo spazio bianco che c'è in corrispondenza della casella di tuo padre, per quel cordone ombelicale troncato da anni di netto e che per una serie di ragioni indipendenti dalla nostra volontà non è tuttora ricollegato.
Vorrei seriamente che invece lo fosse, che tu potessi confrontarti con chi ti ha generato, vorrei che la realtà dei rapporti sostituisse l'incertezza, il timore, la curiosità, il vuoto.
So che avverrà, so che deve avvenire, so che debbo avere pazienza io per primo, per sperare che continui ad averla tu, trasformando la ferita in cicatrice e non infettando un giorno l'equilibrio che ti sei costruito.
So tutto questo, ma pure che meriti di conoscere le tue radici più profonde, qualsiasi esse siano, consapevole che non sei e non sarai mai solo, che ti saremo sempre accanto.

P.S. Sei tornato a casa con il labbro gonfio, per "un pugno" - hai detto - che ti ha dato tuo fratello più piccolo, con il quale c'è un rapporto complesso, com'è normale che sia, considerato ciò che avete vissuto e che si muove a entrambi dentro. Lo annoto qui, per un motivo semplice: forse capiterà anche a te, quando sarai adulto, di trovarti ad affrontare un'incomprensione, un litigio, un conflitto, e dovrai in un istante decidere cosa fare, come comportarti, quali conseguenze dare; allora potrai ricordarti e decidere se ripetere più o meno lo stesso mio atteggiamento oppure se fare l'opposto, valutando il mio errore come pietra di riferimento.
Da parte mia - affinché tu possa un giorno giudicare sapendo il dritto e il rovescio - ho cercato di non istituire un processo sommario, bensì di credere alla ricostruzione che hai fatto, di darti fiducia, tentando nel contempo di sdrammatizzare, di non dare troppo peso al tutto, sapendo che stabilire torti o ragioni è importante, ma sapere comprendere, eventualmente perdonare e ristabilire velocemente i rapporti, le relazioni, lo è di più.

domenica 8 novembre 2020

Da brivido (E non per il freddo)

In questi giorni vederti con la maglietta a maniche corte mentre raccogli le foglie del faggio e dell'acero, mette i brividi e non soltanto per una questione di temperatura, per quel tuo avere freddo raramente.
I brividi vengono dal sentimento, dall'osservarti preciso, solerte, giudizioso, mentre svolgi un compito che nessuno ti ha chiesto, che ti sei auto assegnato, mostrando spirito di intraprendenza da ragazzino, abbinato a meticolosità e ostinazione da adulto.
L'unico merito, se possono ascrivermene uno, è quello di aver imitato mio padre, che mi dava fiducia, che lasciava mi mettessi alla prova con tutto, non tenendosi la parte più interessante con la scusa che ero un bimbo.
Sono sprazzi, non voglio vincolarti alla reiterazione costante dell'impegno, non resterò deluso se domani non vorrai continuare ciò che hai completato ieri e oggi, poiché so che a dodici anni ci si stanca con la medesima velocità con cui ci si mette alla prova su tutto.
Anche così, pure se tornerai a interessarti del cellulare o della playstation più delle faccende in giardino, so che quel contatto ti ha segnato, che il lavorare la terra, prendersene cura, è stato piantare un seme nel tuo, d'un giardino, quello interiore, che richiama inconsciamente a qualcosa di utile, gioioso, buono.
E quando sarai adulto, dimentico di me e del ragazzo che sei stato, sentendo il profumo delle foglie d'autunno o la sensazione del terriccio sul polpastrelli, lo assocerai a un momento felice, un istante in cui gli altri ti hanno guardato con ammirazione e tu sei andato a letto la sera sereno, con una pace dentro, dovuta all'aver portato a termine, bene, un lavoro.
Quel giorno forse un brivido lo sentirai, ma ancora una volta non sarà per il freddo.

sabato 24 ottobre 2020

JoJo Rabbit sui pedali (Lacrime e consapevolezza)

Un film, che film. L’ho rivisto con te, una settimana dopo averlo guardato la prima volta, e m'è parso più bello ancora.
JoJo Rabbit” parla di noi, di me, di te. Soprattutto di te, che per età ed eccesso di sfortuna puoi competere con il bimbo protagonista.
Mi sono commosso pure per questo, mentre si avvicinavano i titoli di coda e osservavi accigliato - come sei sempre, quando ti concentri - l’ultima scena.
È in quell'istante esatto che ti ho abbracciato, mentre stavi per appoggiarmi la testa sulla spalla, forse perché capivi che mi ero commosso, e tenendo gli occhi chiusi mi hai stretto forte, più forte ancora di quando ogni tanto vuoi fare la lotta.
“Non sarai mai solo. Ricordalo” m'è venuto da dirti, d'impeto, con la voce un po' strozzata, senza ragionarci sopra, sentendo che era vero a prescindere, perché sono quelle cose che dimorano non nel cervello, bensì nella pancia.
Chissà se quel momento rimarrà impresso in te, chissà se sarà uno di quelli che si cancellano dalla memoria oppure tra mille rimangono a galla, per insondabili motivi, per invisibili riccioli a cui li appendiamo, senza averne contezza.
Resta il fatto che il film merita proprio e la tua presenza me lo ha fatto apprezzare sotto una luce nuova, oltre che gustare un momento piacevole, una bella esperienza.

P.S. In questi mesi hai scoperto il gusto di andare in bicicletta, con gli amici, nei boschi, su e giù per le cunette. Per quanto possa suonare strano e benché tu non ne abbia piena consapevolezza, pedalando stai mettendo... un mattone, uno di quelli importanti, una pietra angolare della formazione di essere umano, della tua esistenza. Non è tanto il piacere delle due ruote, bensì quello della scoperta, della prima emancipazione, dell'autonomia. Stai diventando grande insomma. Sono certo lo farai pienamente, con l'augurio di non accantonare mai del tutto il tuo candore, la tua purezza.

martedì 20 ottobre 2020

Gettare in mare (Con poco riguardo)

Ti sei coperto con le mani il volto e lì ho compreso che avresti ceduto. Mi hai colto di sorpresa, era un discutere da poco, sull'aver fatto i compiti o meno e su un'insufficienza in matematica che credevo fosse risaputa, invece era una confidenza che mi avevi fatto.
Ti devo chiedere scusa, non l'avevo capito.
Così come non ho capito che una vicenda per me banale fosse per te spina nel fianco, peso greve sul tuo torace da dodicenne che sta diventando robusto, ma dentro rimane bambino.
Il pianto che n'è seguito ha dato la portata di quale nervo avessi toccato.
È stato Giacomo a farmelo notare, con quel fare burbero e insieme protettivo che ha di solito. "Papà, basta!" è sbottato. Ad essere onesto però mi ha scosso più il silenzio di Giorgia e soprattutto Giovanni, che raramente con te è tenero.
Io avrei continuato il discorso, cercando di sdrammatizzare, di farti intendere che non era nulla di grave, che se ne parlavamo lì, attorno al tavolo dove stavamo cenando, era proprio perché potevi sentirti tranquillo.
Sbagliavo.
A volte i padri, i maschi adulti, meglio, sono così: gettano in mare per far imparare a nuotare, si preoccupano poco di delicatezze, riguardi, attenzioni, sanno che il mondo è duro di per sé e che l'unico modo di proteggere non è mettere sotto una campana di vetro, bensì esporre fin da subito a intemperie e inciampi, sgambetti e schiaffi che riserva il destino.
Non dico sia giusto. Però capita, a che mondo è mondo.
L'abbraccio che ci siamo dati, mezz'ora dopo, quando il magone è rientrato, ha chiuso la parentesi e aperto di nuovo un reciproco credito, come avviene sempre tra persone che si vogliono bene e insieme superano tutto, il poco e il tanto.

domenica 17 novembre 2019

Il dono della piantina (Far crescere, scomparendo)

L'hai raccontata così, un po' riferita, un po' inventata, la storia del grande albero e della piantina cresciutagli accanto, al riparo, protetta e al tempo stesso costretta, limitata nella crescita, fino al giorno della tempesta, del vento, dello schianto per il tronco secolare, che ha esposto l'arbusto smilzo agli sbalzi del meteo, ma nel contempo concedendogli luce e nutrimento, permettendo ad esso di crescere, che prima era impedito.
Eri seduto al tavolo della cucina, io terminavo la cena da solo, arrivato come al solito in ritardo. Tu a capotavola, hai voluto fermarti, chiacchierare, tenermi compagnia. Non accade spesso, ma come per gli altri figli ho imparato a rispettare i tempi, a non forzare le situazioni, cogliendo piuttosto al balzo le occasioni offerte, le eccezioni alla regola del procedere sul proprio binario, senza interscambio alcuno, se non quello convenzionale, della buona creanza, dei convenevoli classici, quando si chiacchiera senza entrare davvero in contatto.
Ti ho ascoltato con attenzione. Con i tuoi non ancora dodici anni sei tuttora per molti aspetti un soldo di cacio e spesso provo una vertigine pensando a quanto dolore la vita ti ha già messo nello zaino, al vuoto che immagino tu avverta di tanto in tanto, magari quando resti solo, nel tuo letto, eppure hai un garbo, una sensibilità, una capacità di empatia fuori dal comune, un dono, in tutto e per tutto.
Nel momento in cui te l'ho detto, che sei un dono, l'altra sera, in risposta al tuo racconto, mi hai guardato con occhi ampi, fissandomi, volendo quasi pescare nei miei per cogliere il tono di quel commento e non soltanto il contenuto, aggiungendo una sola parola, con un punto interrogativo: "Davvero?".
Sì, davvero. Hai un dono grande, un talento che la natura, i geni delle famiglie da cui provieni ti hanno dato e che coloro che ci hanno preceduto - penso in particolare ad Elisabetta e Stefano - hanno contribuito a temprare, come si fa quando si lavora il metallo, modellandolo quand'è caldo. Spero di aiutarti pure io a custodirlo, ad alimentarlo, ma già così è "tanta roba", come direbbero Giorgia o Giovanni. Già così è un regalo che fai a noi, che la piccola piantina insegna al grande albero.

P.S. Il racconto della piantina e dell'albero vorrei arrivasse a coloro che convivono con la lacerazione del lutto. A una persona in particolare, a cui sono legato fin da quando ero ragazzo e che sta passando giorni neri più che bui, alzandosi al mattino e accudendo i figli e riassettando la casa e recandosi al lavoro apparentemente come tutti gli altri giorni della sua vita, in realtà con la luce spenta dentro, con sul cuore un peso che al tempo stesso è una smorza, un muro altissimo, che impedisce non soltanto di sorridere, ma anche di guardare e pensare al futuro. La morte di chi ci ha preceduto e cresciuto ha il fragore e l'irruenza del tronco che precipita a terra, della tempesta che lo sradica e pare decretare anche il nostro abbattimento, la fine di tutto. Non è così. Anzi, quello stesso albero, una volta al suolo, continua ad esserci utile, non più riparandoci, bensì decomponendosi, disgregandosi, donando gli elementi necessari alla nostra crescita, ecco perché va tenuto accanto, accettandone il peso, e non rimosso. Lo so che il dolore che si prova e brucia è reale, tangibile, autentico, mentre queste sono soltanto parole, ma le parole - per chi le vuole ascoltare - hanno un potere intrinseco, curano, e a tacerle non è quello che fa chiunque pretende di definirsi amico.

lunedì 28 ottobre 2019

Tu e lui (Come vedersi adulto)


Aspettavi di vederlo da che te ne ho parlato, cinque giorni addietro, quando avevi ascoltato la sua storia e collegata alla tua, specialmente dopo che ti ho detto che la prima volta che ho incontrato te assomigliavi a lui, a Milan, bambino, lo stesso faccino pulito, serio, da ometto, il corpo esile, alto, asciutto.
Il giorno prima che arrivasse mi hai fatto cento domande, quasi buttate là, come distratto, per non dare l'impressione che ti interessasse davvero.
Poi l'incontro, a mezzogiorno di sabato, lui in piedi in cucina, sotto, due metri d'uomo, tu entrato dopo aver fatto la spesa, un soldo di cacio, con un sorriso da orecchio a orecchio, un filo imbarazzato e più che altro ammirato, da quella pertica di ragazzo, solare, moro, bello.
Non ne abbiamo più parlato ma io so perché lo aspettavi, perché nel vederlo eri così contento: in lui aspettavi di vedere te, tra vent'anni, una sorta di salto rassicurante nel tempo, perché se ce l'ha fatta lui puoi farcela pure tu. Una sensazione confermata dalle domande che con discrezione, nelle ore successive, gli hai fatto.
Che numero di scarpe portava alla tua età? Quanto era alto? Era vero che era timido e parlava poco?
Lui ti ha risposto con pazienza, con quella luce negli occhi che fa da contrasto alla voce profonda, calma, da basso.
Sono contento che vi siate conosciuti, lui è la testimonianza che l'albero buono non teme bufera, tempeste, fulmini, vento. Ciò non significa indifferenza, assenza di riguardo, protezione, specialmente quando l'essere umano è appena un germoglio, tuttavia aiuta a mettere a fuoco le priorità, l'attenzione al carattere, alla capacità di empatia, alla sensibilità, a tutto ciò che irrobustisce la pianta, rendendola forte, radicata nel suolo.

mercoledì 16 ottobre 2019

Ti ho visto così (Tenerezza, di spalle)


Ti ho visto mentre tu non mi vedevi, girato com'eri a tirare la tenda oscurante, prima di andare a letto, vestito del pigiama azzurro pallido avuto in dote da Giacomo e Giovanni, minuto come sei, pur se stai diventando alto ogni giorno che passa.
Eppure, in quel frangente, sembravi così piccolo, così fragile, che m'è venuta una tenerezza immensa e un desiderio altrettanto intenso di protezione, pensando che non hai che te stesso, che noi, a cui vuoi bene e che decidiamo di volerti bene senza vincoli di sangue, per un'asola cucita dal destino.
In quell'istante, prima che ti voltassi, ho ripromesso a me stesso di prendermi cura di te, di non lasciarti mai solo, finché potrò, finché avrò testa e fiato.
Abbiamo qualche incomprensione, è vero, io soprattutto fatico a calarmi nei panni della persona paziente, ma tu sei un bambino straordinario, d'una dolcezza e sensibilità che non ha paragone alcuno.
Oggi mi hanno detto che al ritorno da scuola eri scuro in volto e terminato il pranzo ti sei messo subito a fare i compiti, evitando il tiramolla e le perdite di tempo a cui ci hai abituato.
Eri triste per conto tuo, per un cruccio legittimo, per un sentimento che non riguarda noi ma non devi vergognarti di provare e che grazie al cielo hai confidato, non tenendolo dentro, non permettendo che si incistasse, trasformandosi in un dolore difficilmente sostenibile, tumultuoso.
Sostengono che è cosa buona e giusta quando con i tuoi undici anni perdi la calma, quando ti comporti non da "ometto", perché significa che ti fidi di noi, che puoi smettere di recitare con l'obiettivo di essere accolto, perché accolto ti senti già. Perciò non mi arrabbio se ti arrabbi, non divento a mia volta permaloso quando lo sei tu, con quella faccia afflitta, che pare una caricatura da teatro.
Con tutti i miei limiti, i miei sbagli, i miei difetti continuo a ritenerti un dono, un piccolo scrigno da custodire, finché diventerai grande e sarai a tua volta per noi un punto di riferimento.

P.S. Vedevo te, ieri, sentivo mio padre, come ti avrebbe voluto bene lui, come si sarebbe commosso pur senza sceneggiate, che quelle non gli appartenevano. Sei nato tre giorni prima che lui ci lasciasse: continuo a pensarci, come se non fosse un semplice ricciolo del destino.