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sabato 30 maggio 2026

Tre benedizioni (E una qualità)

Ho salito, senza quasi accorgermene, un milione di scale. E mi ritrovo tuttora, ad ogni pianerottolo, sospeso tra il desiderio di sostare e la trepidazione di ripartire, tra lo stupore per quanto percorso e il timore di ritrovarmi in bilico, a sbalzo, senza certezze.
Mi rincuora un dettaglio, un atteggiamento che potrei definire ciò che mi fa sentire saldo e mi distingue ai miei stessi occhi: la consapevolezza che ogni scoglio può fare da trampolino, che ogni limite porta con sé un'opportunità.
Una questione innanzi tutto di prospettiva: persino l'evento più negativo, a saperlo osservare attentamente, a costo di ruotarlo sopra e sotto, di fianco e da parte, presenta una lama di luce, esattamente come i brillanti al chiarore delle lampade.
Non è teoria, bensì prassi. Il buono dell'uomo che sono lo debbo alle mancanze che ho saputo colmare, alle debolezze con cui ho dovuto fare i conti, ai fallimenti diventati occasioni. Una ragione sufficiente per non farsi eccessivo cruccio quando qualcosa va male ("Che sarà mai" sentenzierebbe la protagonista femminile del libro di Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti"). Anzi, è proprio quella pietra scartata dai costruttori a fare da base per altezze ritenute altrimenti inimmaginabili.

P.S. Un'altra buona pratica che tento sempre di applicare è la legge del tre, un esercizio di psicologia (noto come "The Three Blessings", "Le tre benedizioni") che consiste, al verificarsi di un evento negativo, nel pensare almeno tre aspetti positivi. Ad esempio, ieri dovevo andare in vacanza e ho scoperto di aver sbagliato a prenotare il volo di destinazione? Pazienza. Intanto è stata una fortuna averlo scoperto la sera prima e non direttamente in aeroporto; poi, esiste la possibilità di cambiare il volo, con una cifra non indifferente, ma comunque accettabile; infine, sì, costa di più, ma il denaro dopo tutto serve a questo, a risolvere problemi. 

lunedì 24 ottobre 2022

La sindrome di Giove (E se…)

E se, come gli alberi che sotto stress (per siccità, malattia, attacco di un fungo…) temendo per la loro sopravvivenza, producono sovrabbondanza di frutti, di semi, anche gli esseri umani presagendo o ritenendo inconsciamente di intendere una fine imminente, fossero portati a rispondere al richiamo della specie, al desiderio atavico e fortissimo di riproduzione…
E se la mente non conoscesse ciò che invece il resto della persona (“il cuore”, “le viscere”, uno dei molti nomi con cui la sapienza antica ha chiamato il “sentire senza sapere”) avverte, percepisce…
E se davvero l’essenza della vita passasse dal tallone di Achille, dal gomito di Àmico, dal fianco sotto il braccio di Aiace, da quei pochi o da quell’unico elemento di vulnerabilità, di fragilità, di debolezza che ci caratterizza, ben più profondo e più vero del lato migliore di noi, "quello che - come scrive Alessandro Gelain - non sbaglia mai, che ha sempre successo, che non teme nulla e che non ha bisogno di nulla. Mentre anche la persona più forte, più sicura di sé, ha un piccolo, limitato, circoscritto spazio della pelle in cui è vulnerabile. Noi cerchiamo di nascondere questa debolezza e ce ne vergogniamo, mentre dovremo andarne orgogliosi, in quanto in tutta l'inflessibilità della nostra vita, quella piccola vulnerabilità rappresenta il luogo dove possiamo essere veramente feriti, abbattuti, dove possiamo tornare ad essere degli esseri umani"...

P.S. A proposito di vulnerabilità. “L’animale che mi porto dentro” di Francesco Piccolo è un romanzo piacevole da leggere e nel contempo custode e rivelatore di una profonda verità, su noi, sui maschi: il resoconto parziale e insieme sostanziale di un genere che risponde a istinti atavici, forgiati in milioni di anni, e a strutture culturali che di anni ne hanno soltanto migliaia, ma comunque tanti.
“Sopravvivenza e riproduzione” quelli principali, detti appunto di “specie”.
Io la chiamo “Sindrome di Giove”, prendendo a spunto i racconti dei miti greci e romani, con l’insaziabile voluttà del maggiore tra gli dei, colui che ha saputo aggiogare l’inesorabile trascorrere del tempo (Cronos) sopravvivendo più a lungo possibile e soprattutto spargendo seme, fecondando, riproducendosi.
E se la cultura ha posto distanza tra istinto e azione, l’istinto comunque rimane: non nasconderlo, ammetterlo, è il primo passo per contenerlo o almeno conviverci, serenamente, senza lacerazioni o  insanabili fratture.

giovedì 17 ottobre 2019

Il signor "Che sarà mai" (Cambiare io, per primo)


Tra i libri che più mi sono piaciuti, negli ultimi cinque o sei anni, c'è senz'altro "Il desiderio di essere come tutti" di Francesco Piccolo.
Ne ho apprezzato il tono, la scrittura, le riflessioni, alcune delle quali - lo scrivo senza imbarazzo - hanno cambiato l'uomo che sono, il modo di intendere il mondo, introducendo un sentimento di tolleranza che prima non avevo.
C'è un altro passaggio che mi è rimasto impresso, quando racconta della moglie, della madre di suo figlio, che lui non chiama per nome proprio, definendola con un atteggiamento: "Che sarà mai?". La signora "Che sarà mai".
Vado a memoria, per spiegare meglio cosa intende: una persona che alla pesantezza preferisce la lievità, al trattenere e covare il lasciar correre, riducendo il tutto all'essenzialità della realtà oggettiva, senza caricare di altro significato.
Alcuni possibili esempi concreti.
"Luigino si è rotto il braccio? Che sarà mai, s'è rotto un braccio...".
"Il bicchiere è caduto e ha sporcato di vino il tappeto? Che sarà mai, s'è sporcato il tappeto...".
"Ci siamo svegliati tardi e abbiamo accumulati ritardi fino a perdere l'aereo? Che sarà mai, abbiamo perso l'aereo...".
In questi mesi, nei confronti delle persone che mi stanno accanto ho espresso spesso il desiderio che siano simili alla signora "Che sarà mai", cioè il contrario di pesanti, grevi, insistenti, pignole.
Da qualche giorno ho intuito che attenderlo dagli altri è arduo prima ancora che sbagliato: l'unico cambiamento che si può pretendere è quello che declinato in prima persona (prima persona singolare, al massimo plurale, ma sempre e soltanto prima persona).

P.S. Giuro, ci sto provando. Non sempre mi riesce, specialmente con le persone che mi vogliono più bene e con le quali sono in confidenza, ma non c'è occasione in cui - quando la metto giù dura e sono pesante, permaloso, complicato - penso che il signor "Che sarà mai" dovrei esserlo io.

mercoledì 22 luglio 2015

Padri a briglia larga (La faccia pulita dell'egoismo)

Foto by Leonora
I libri di Francesco Piccolo parlano di me, proprio di me. Per questo lo adoro.
Sono libri che davvero mi cambiano la vita o almeno il modo di vederla, con la conseguenza appunto di cambiarla. È successo con "Il desiderio di essere come tutti", riguardo alla politica, accade ora, con "Momenti di trascurabile infelicità", su un versante più intimo: la famiglia (all'inizio almeno, perché l'ho appena cominciato, magari proseguendo mi faranno vedere con occhi nuovi anche altri aspetti, tipo la pesca, la pubertà, l'arte sacra o altro ancora).
Nel concreto, a pagina 20, in un capitolo riguardante colui che dovrebbe essere un figlio maschio - che lui chiama "il giapponese" - Francesco Piccolo scrive: "Il momento più bello di tutta la giornata è quando il giapponese si addormenta. Oltre, ovviamente , alle ore in cui lui è a scuola, e noi al lavoro".
Già. Se sono onesto, onesto onesto, forse pure un filo troppo onesto, per me è lo stesso.
Quante volte torno a casa e dopo un tempo imprecisato di convivenza, utile per scambiarci qualche informazione sommaria, attendo che Giacomo e Giorgia se ne vadano per i fatti loro, magari andandosene proprio, visto che è estate ed è bello uscire con gli amici in compagnia? Resta Giovanni, che avendo dodici anni non esce tutte le sere, ma anche con lui, dopo magari aver visto un film insieme, aspetto che tolga placidamente il disturbo, salendo in camera sua, andando a dormire, "facendo il bravo" insomma, dove fare il bravo significa lasciarmi in pace, permettermi di fare ciò che voglio, vuoi vedere altro in tv o mangiare senza esser visto la Nutella.
Estremizzo. Esagero. Neanche troppo.
Quando capita che faccia qualcosa con i miei figli non perché piace a me, ma a loro?
Per la risposta bastano le dita di una mano. Monca.
Quando Giovanni sceglie il film che piace a lui e meno a me (una volta su dieci)... Quando accompagno Giacomo a far pratica per la patente (una volta ogni paio di settimane)... Quando porto Giorgia in auto all'oratorio o la riporto a casa dopo una festa (una volta al mese)...
Frattaglie.
La verità è che a differenza della loro madre io sono profondamente egoista. E se ci penso lo era pure mio padre, anche se io gli volevo un bene infinito. Forse perché in fondo sapevo che se avessi avuto bisogno, bisogno vero, sarebbe saltato nel fuoco per me o avrebbe scalato una montagna. O forse perché dopotutto un padre deve essere così, deve tenere la briglia larga, deve insegnare loro non la simbiosi, bensì l'autonomia, che poi dell'egoismo è la faccia pulita.
P.S. E anche stasera mi sono lavato la coscienza.

martedì 20 gennaio 2015

Purezza (Si sta come del limone nel microonde le scorze)

Foto by Leonora
Purezza. Un concetto che Francesco Piccolo nel libro "Il desiderio di essere come tutti" prende a pretesto per parlare di sè, di noi, di una parte consistente della generazione a cui appartengo, divisa in due come una mela: con me o contro di me, senza spazio di tollerenza alcuna, dallo sport alla politica.
Una questione di appartenenza e di esclusione, in cui il dettaglio (simpatizzare per la sinistra o votare per Berlusconi, ad esempio; considerare l'immigrazione una sciagura o una risorsa; tifare Juventus o credere che calciopoli sia ancora attuale...) smette di essere una parte e diventa totale, classificatorio, discriminante.
Un etichettamento seducente quanto contradditorio e pericoloso, a cui io stesso devo prestare attenzione, per non restarne invischiato. Mi aiutano a non cadere in tentazione la consapevolezza dei miei torti e la vicinanza di persone, amici compresi, che su alcuni argomenti hanno posizioni distanti anni luce dalle mie, mentre per il resto sono uguali o persino migliori. Sono loro che mi ammaestrano, come la volpe con il piccolo principe, evitando che la virtù del (presunto) giusto sfoci in un vizio.
Non so perché sono arrivato a scrivere questo. Ero partito con il proposito assai meno ambizioso di raccontare un episodio domestico, una scoperta da nulla, che sul Giorgio di un anno fa sarebbe scivolato via invece al Giorgio che sono diventato pare d'un certo rilievo.
Occorre tuttavia un preambolo. Da qualche mese, per non fare tutti i giorni avanti e indietro da Bergamo, mi fermo qui, in due locali che mi fanno da appartamento e che sono diventati per me casa e tana, in tutto e per tutto. Così io, che fino a settembre non svuotavo nemmeno il sacchetto dell'immondizia e guardavo il fornello come un curioso strumento alieno, ora mi rifaccio il letto, ogni dieci giorni cambio le lenzuola, tengo in ordine il bagno, lavo i piatti, talvolta cucino... Sì, cucino. Per lo più scaldo vivande, ad essere onesto. Con la conseguenza per me insopportabile dell'odore di cibo che poi rimane, a volte pure dopo aver tenuto le finestre spalancate lungo tempo. Ebbene, oggi, con un'alzata d'ingegno degna di mastro Lindo ho risolto brillantemente la questione, prendendo un bicchiere d'acqua, immergendoci la scorsa di mezzo limone e facendo bollire il tutto. Tre minuti di micronde e già dopo una manciata di secondi sembrava di essere a mezza costa, sul mare, in mezzo a un agrumeto. E' purezza anche questa, dell'aria che respiro (e così mi sono ricordato il motivo per cui avevo iniziato questo post, mi sto ingentilendo ma non sono rincitrullito proprio del tutto).