Visualizzazione post con etichetta Maigret. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maigret. Mostra tutti i post

domenica 9 novembre 2014

A tempo guadagnato

Foto by Leonora
C'è un effetto della crisi, della modernità, del desiderio di efficientismo o decidete voi che altro, capace di erodere un valore fondamentale per fare le cose per bene: il tempo. Specie quello che a un occhio distratto pare perso e invece è essenziale quanto il lievito per il pane o l'azzurro per il cielo.
Torno in basso, facendo esempi terra terra, quali il poliziotto, l'insegnante, il medico e tutti quei mestieri, giornalista compreso, che non si possono misurare a ore o a prestazioni singole, bensì presuppongono un investimento ad ampio raggio.
Prendiamo il commissario Maigret o Montalbano, se preferite. Nessuno può negare siano personaggi positivi eppure "perdono" un sacco di tempo, fumando la pipa, passeggiando per i boulevard di Parigi, o nuotando "a ripa di mare", a Marinella, concedendosi lunghe e abbondanti pause pranzo, con tanto di caponatina e sarde a beccafico.
Cosa fa la differenza? Perché siamo propensi a concedere loro ciò che invece negheremmo al funzionario pubblico che abita sul nostro stesso pianerottolo o al collega della scrivania a fianco?
Semplice: il risultato. Maigret o Montalbano alla fine il loro lavoro lo fanno, acchiappano il ladro o l'assassino o lo acchiappano quasi sempre in virtù dei ragionamenti, delle intuizioni, dei contatti sia relazionali, sia cerebrali, che si creano mentre stanno facendo tutt'altro rispetto a quello che in senso stretto è il loro lavoro.
Non la faccio lunga, volevo solo dire questo: l'efficienza è importante ma non si può misurare unicamente a ore o a prestazioni, con un modello fordista, da catena di montaggio.

mercoledì 14 agosto 2013

Il ragazzo che sono (dentro)

Foto by Leonora
L'ho letto in un romanzo di Maigret e lo provo anch'io: nonostante gli anni siano passati, penso a me stesso come al ragazzo che ero.
Pur se sono cambiato, se mangio molte più cose rispetto ad allora, se non sono più così schizzinoso, se ho perso buona parte di quell'olfatto finissimo che proprio a tavola era un handicap pazzesco (quante volte ho detto: "Puzza!", confondendo il gusto con lo schifo), se sono molto più sicuro di me stesso, se non divento più rosso quando parlo, se non mi sento mai così solo come i pomeriggi di luglio in cui i miei genitori lavoravano e a parte le lucertole dai marciapiedi attorno a casa mia non passava nessuno, se amo leggere romanzi mentre da piccolo li detestavo, se ho scordato cosa significhi amare gli animali (e ringrazio Francesca, che due giorni fa mi ha ricordato quanto sono adorabili gli asini, che hanno occhio umano), se sono diventato finalmente ordinato, se mi spaventa meno il futuro, se ho imparato che si possono superare gli addii, anche quelli strazianti, senza possibilità di ritorno.
Sono un uomo ora e l'ho ben presente ogni volta che mi guardo allo specchio, quando a parte il corpo - che s'è mantenuto più in forma di quanto avrei creduto: in questo, devo essere onesto, sono migliorato - per il resto vedo un viso scavato, con i capelli corti, stempiato, gli occhiali, le rughe e i peli bianchi della barba, un volto di quelli che capisci di essere invecchiato perché le ragazze più giovani, quando ti passano davanti, non ti degnano di uno sguardo, come se avessero di fronte soltanto il muro (anche questa immagine l'ho letta da qualche parte, non ricordo però dove, se in Pirandello o in Facebook, e questo la dice lunga sulla mia memoria, oltre che sul modo discutibile in cui passo in questi giorni d'agosto il tempo).
E' un me stesso che mi sorprende proprio le volte in cui inseguendo un pensiero, una sensazione, uno stato d'animo a riflettere rimane quel ragazzo, come se la natura avesse tracciato una linea sui vent'anni e l'orologio mentale fosse rimasto fermo.
Non so se capita anche a voi, mi consolo scoprirlo in Simenon, non a caso uno scrittore universale, capace di emozionarmi ancora adesso. Credo capiterà anche quando diventerò vecchio, come allo zio Emilio, che ha quasi novant'anni e ogni tanto incespica o cade cercando di prendere un piatto o pulire la parte superiore di un armadietto. Mia madre lo rimprovera, io invece credo di conoscere il motivo: anche lui, come me, come tutti noi, è rimasto con la testa agli anni in cui poteva fare tutto. Lo scrivo qui non per la scoperta d'acqua calda che ho fatto, bensì perché chi legge queste righe possa essere comprensivo e non arrabbiarsi troppo quando si trova di fronte i tanti zio Emilio che esistono al mondo.