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giovedì 6 luglio 2023

Giulio Pelandini (L'imprenditore schivo)

Un terremoto. Era un vero terremoto e vi eravamo immersi, tanto da percepirne ogni giorno una scossa, un crollo, una crepa, incapaci tuttavia di avere visione di come sarebbe andata a finire, di quale quadro sarebbe emerso dalla crisi epocale del tessile, l'architrave dell'economia comasca negli ultimi due secoli.
Ed ora che ne siamo fuori, che la grande falce ha mietuto lasciando sul campo infinite perdite e uno sparuto drappello di sopravvissuti, ci manca la lucidità, la profondità di analisi, l'intelligenza e l'ostinazione nel dedicarvi tempo per comprendere cosa ha fatto la differenza tra chi ha resistito e chi invece ha alzato bandiera bianca. Se dunque siano stati i più scaltri, i più spregiudicati o i più sagaci, i più agili o ancora i più prudenti, i più forti, coloro che potevano contare su spalle robuste, non sappiamo dire.
Certo ci piacerebbe discuterne, confrontarci magari attorno a un tavolo, nella convivialità del dialogo schietto, senza preclusione alcuna. E a quella mensa, se potessimo scegliere - e la sorte non ci avesse preceduto, portandoselo via - vorremmo sedesse Giulio Pelandini. Per almeno due motivi. Tre, anzi. Il primo è l'acutezza di pensiero, il secondo l'abilità di sintesi, il terzo - il più venale - è che sarebbe certo uno dei pochi che baderebbe al contenuto del problema, senza avventarsi sul buffet.

Scusate il ritardo. Un anno, sette mesi e un giorno, ad esser precisi. Il tempo che abbiamo impiegato per incontrarlo.
Lunedì 3 novembre 1997. Tarda sera. Sede del “Corriere” di Como. Convocazione per l’assegnazione di un ciclo di interviste da pubblicare la domenica. Palpitazioni. Impercettibile dilatazione delle pupille.
“Noi dobbiamo volare alto” erompe il direttore, che ci fissa negli occhi, ma guarda oltre. “Distinguere e delineare i tratti di questa nostra Como non basta. Dobbiamo comprendere qual è la sua anima. Dobbiamo dare voce ai personaggi che danno vita alla nostra provincia. Noi di questa gente abbiamo bisogno. Di persone speciali, di nomi illustri, di uomini dello stampo di un...di un...di un Giulio Pelandini!”
Pausa. Silenzio. Deglutizione. Lieve sentore di smarrimento. Il vuoto.
Non che ci aspettassimo nomi altisonanti di re o di regine.
Non che avanzassimo pregiudizi o riserve nei confronti di alcuno. Ma lì per lì, su due piedi, ci saremmo aspettati l'indicazione di un Botta, di un Maggiolini o di un rampollo delle varie covate di Ratti, Mantero e Spallino, che con Como han cucito il loro nome a doppio filo.
Sbagliavamo. Il midollo di una città può esser colto nella storia, nel volto, nelle parole di “un Giulio Pelandini” e neppure ce n'eravamo accorti. Peggio. Non soltanto non avevamo la benché minima idea di chi fosse, ma ignoravamo persino con quante “l” si scrivesse quel cognome.
Per giorni, settimane, mesi l'abbiamo cercato. A volte giungendo fino a un passo, quasi a scorgerlo, sentirlo, toccarlo. Niente. Al lavoro, in ufficio, a casa. Nulla. “Non è ancora arrivato”. “È appena partito”. “Oggi non torna”. “Domani forse rientra”. Alle nove: “È un po' presto”. Alle dieci: “È troppo tardi”. A Camerlata: “È partito per la Francia”. A Parigi: “È occupato in Germania”.
Per oltre un anno e mezzo, la medesima musica. Non abbiamo desistito. Per due motivi: la curiosità di riuscire almeno una volta a parlare con lui e il timore di dover dar risposta ai posteri per aver tralasciato addirittura “un Pelandini”.
Il miracolo è avvenuto ieri l'altro. Per la prima volta, dall'opposto capo del telefono un suono, una voce, una melodia. Un anno, sette mesi e un giorno. Una lunga attesa. Ne valeva la pena.
Per capirlo è bastato un secondo. Il tempo di stringergli la mano e di guardarlo negli occhi.
Giulio Pelandini è una persona cortese, ma schietta. Quando finalmente l’abbiamo contattato, dopo aver acconsentito a rilasciarci un’intervista, ha detto: «Se mi avessero precisato che si trattava di un giornalista, non avrei risposto al telefono». Gli crediamo. Senza prendercela, però. Il suo atteggiamento non ha nulla da spartire con l'alterigia o la supponenza. Semplicemente, si tratta di discrezione e riservatezza, due comportamenti poco di moda ai nostri giorni, ma che nella considerazione dei savi vengono ancora annoverati tra le virtù.
Cinquantaquattro anni, industriale tessile, titolare della Stamperia di Camerlata. Un’azienda gloriosa e una feconda fucina per decine di imprenditori. Una storia che si ripete. Suo padre Giovanni apprese l'arte in Pessina, prima di cominciare a camminare con le proprie gambe.
Alla prematura scomparsa del fondatore toccò a Giulio e agli altri familiari reggere il timone per portare avanti l'impresa. Ci son riusciti bene ed ora è già il tempo della terza generazione. Un momento di passaggio meno brusco, rispetto al precedente, ma ugualmente delicato. Colpa della congiuntura. Parola complicata, sinonimo di crisi.
«Il comparto tessile sta vivendo un cambiamento epocale e strutturale che non ha paragoni recenti. In Europa, a ben guardare, qualcosa di simile è accaduto solo nella seconda metà del secolo scorso, quando all'espansione dei mercati, registrata dopo il 1850, fece seguito un reflusso drammatico. Oggi la crisi di numerosi mercati mondiali, dal Sud Est asiatico all'America latina, ha drasticamente diminuito le vendite. Perciò il settore tessile, che è il più globalizzato, si trova a dovere fare i conti con un vero e proprio terremoto».
Sarà più facile salvarsi per le industrie grandi e per quelle piccole?
«Premesso che ciò che chiamiamo industria tessile, in verità è un grande artigianato, poiché vengono prodotti quasi esclusivamente prototipi ed è altissima la componente creativa: le dimensioni contano poco. In questi frangenti, ciò che importa per le aziende è una buona capitalizzazione, cioè una robusta capacità finanziaria».
Le banche aiutano o affondano?
«Senza dubbio paghiamo il fatto che non ci sia una banca locale. La politica attuale degli istituti di credito è di agire in maniera equiparata, prescindendo dal settore. Soltanto una banca con radici ben piantate nel nostro territorio potrebbe comprendere il periodo che questo distretto sta attraversando, avendo la lungimiranza di premiare progetti industriali a lungo termine».
Poche parole, misurate. Frutto di buone letture. Giulio Pelandini non si accontenta di leggere libri. Conserva pure l'ambizione di poter trarne una lezione.
«Dedicarsi all'azienda di famiglia è stato naturale. Per i giovani d’oggi, invece, la possibilità di optare per numerose soluzioni rende praticamente impossibile scegliere. Questa è la difficoltà di chi ha dai venti ai quarant'anni. La così detta “generazione invisibile”, come ho trovato scritto in un bel saggio».
Lucido nell'analisi, pacato nella riflessione, Giulio Pelandini non frequenta gli estremi. Per lui, il massimo dell'esaltazione è una scintilla negli occhi. E quando qualcosa lo preoccupa, riesce a far sentire tutto il peso di una responsabilità, senza lambire il baratro della disperazione.
«Ho sempre lavorato con piacere. Rispetto ad ieri, è lacerante il dover fare ogni giorno scelte senza ritorno, cioè con la consapevolezza di non poter sbagliare due volte. L’Europa Occidentale si trova ad un bivio: o smantella la propria industria manifatturiera o garantisce un rapido abbattimento del costo del lavoro e una forte mobilità. Non c'è scampo. Più tempo la popolazione impiegherà a comprenderlo, più alto sarà il prezzo da pagare e il numero delle vittime».

6 giugno 1999

giovedì 2 luglio 2015

Il ritorno del sorriso (siamo ruote che girano)

Foto by Leonora
Il collo di bottiglia del tempo è sempre più stretto e in questi giorni i pensieri, tutti insieme, fanno tappo.
Penso ai compagni del liceo incontrati due settimane fa, un ritrovarsi spontaneo, nonostante i trent'anni anni di solco, ma che ci ha restituito più docili, meno spigolosi, maturi davvero (e non in virtù di una licenza scolastica che allora era barriera da superare d'impeto).
Penso a Giacomo, ai suoi diciott'anni, all'esame di teoria della patente che ha appena superato e al fatto che se fosse nato nella mia generazione avrebbe avuto di fronte un anno da passare lontano dagli amici con cui trascorre la maggior parte del tempo, in una caserma a Vipiteno o a Fano o ad Ascoli Piceno (com'è cambiato il mondo, in meglio, anche se non ce ne accorgiamo, presi come siamo a temere il futuro e rimpiangere senza distinguo il passato).
Penso alla crisi, che se per qualcuno è soltanto dolo e danno, per alcuni è opportunità, mentre per tutti può essere un mondo più a misura d'uomo (penso ad esempio alle amministrazioni comunali, a come le risorse sempre più scarse costringano sindaci, assessori e consiglieri a cercare l'aiuto di tutti; penso agli stessi cittadini, che nel male e nel bene devono farsi carico in prima persona di problemi per i quali prima delegavano, costretti dagli eventi a ricordare che il paese in cui vivono non è di qualcun altro, bensì loro, per cui o si trasformano in comunità oppure fuori da casa cresceranno le erbacce, nessuno farà attraversare davanti alle scuole i bambini, gli anziani non potranno uscire di casa e sarà soltanto un grumo di appartamenti, senza legame sociale alcuno; penso alla tutela del paesaggio, che fino a che il mercato immobiliare "tirava" non importava a nessuno, mentre ora si fa di necessità virtù e si costruisce con molto più riguardo).
Penso alla bellezza dei ragazzi di cui sono stato ospite a cena, sabato scorso: insieme hanno chiesto un fazzoletto di terra e lo stanno trasformando in un parco, lavorando fianco a fianco, con tutto l'entusiasmo e la pienezza di vita dell'adolescenza, che mi pare meno complicata di un tempo, pur se il tempo nel frattempo si è complicato (me lo spiego nella capacità di adattamento degli esseri umani, per cui io che sono cresciuto in un altro tempo sono spaventato dalla precarietà, dall'incertezza introdotta dalla crisi di cui sopra, mentre loro ci sono cresciuti dentro e insieme alla malattia hanno sviluppato gli anticorpi per affrontarla al meglio, senza drammi né pianto).
Penso a tutto questo ma più di tutto a Stefania e a suo figlio Edoardo, che le assomiglia come una goccia d'acqua, anche se ha lo stampo di suo padre Tomaso, che dovrà imparare a conoscere dai racconti che altri faranno e per me, per sua madre credo, per tutti noi, se ci ragioniamo a freddo è una sofferenza lacerante, un'ingiustizia incommensurabile, ma lui probabilmente la avvertirà meno, almeno a prestar fede a ciò che mi raccontava il mio d'un padre, che il suo non aveva fatto in tempo a conoscerlo, avendolo perso anch'egli da bambino. Penso a Edoardo e Stefania ma per quanto mi sforzi nessuno può sapere né capire cosa provano realmente, dentro, ciò che si spezza e ciò che resiste, nonostante tutto. Siamo ruote che girano e un giorno, d'improvviso o annunciate, si fermano, questo sappiamo. Con due certezze: ciascuno è solo e nudo di fronte al dolore ma per chi sopravvive prima o poi torna il sorriso.

sabato 16 novembre 2013

Tutto scorre (God bless America)

Foto by Leonora
Leggo Erodoto e non per tirarmela. Tanto per cominciare, mi piace moltissimo e in più è un "memento homo", un ricordare che tutto è effimero, passa, ciò che è vitale per noi non conta nell'infinità dell'universo più di un battito d'ala della farfalla. Eppure per mille cose mi batto, non dormo, resto inquieto, come se caricarsi sulle spalle tutti i crucci potesse spostare di una virgola il mondo a cui appartengo o determinare in meglio o in peggio il destino. Non la forza tuttavia giova allo scopo, né l'astuzia, la potenza, il denaro. Piuttosto la conoscenza, la saggezza, la fortuna, la capacità di intuire e perseguire le cose che contano, alzando lo sguardo e rallentando, invece di tenere il naso schiacciato a terra e correre come un forsennato.
Un pro memoria personale e anche per il Paese in cui vivo, sempre più diviso, conflittuale, confuso, intimorito. Tutti tratteniamo il fiato, come sperando che alla fine tutto si risolva, i nodi si sciolgano e la vita a cui eravamo abituati torni di nuovo. E' possibile. Può darsi che si tratti di una crisi di sistema profonda ma passeggera, come ce ne sono state molte, nel 1929, nel 1974, nel 1987... Magari invece è un infarto più profondo, l'inizio di uno degli infiniti ribaltamenti negli equilibri del mondo, con la civiltà occidentale giunta al capolinea e l'alba di una nuova era, con tutte le sorprese e le incertezze del caso.
Lapidaria ed efficace in questo senso è la frase che si trova all'inizio delle Storie proprio di Erodoto: "Proseguirò la mia narrazione, trattando delle città degli uomini, senza differenza, sia piccole sia grandi. Poiché quelle che un tempo erano grandi, ora per lo più sono diventate di scarsa importanza; mentre quelle che ai tempi miei sono grandi, prima erano trascurabili. Essendo persuaso che la prosperità umana non rimane mai fissa nello stesso luogo, io ricorderò allo stesso modo sia le une sia le altre".
P.S. A questo proposito, mi ha emozionato un brano (qui il video) tratto dalla serie televisiva "The newsroom" ("La redazione") in cui un giornalista parla a un gruppo di studenti, attacca pesantamente la presunta superiorità americana e in genere occidentale, concludendo poi così: "Non c'è alcuna evidenza che siamo la più grande nazione al mondo. Siamo settimi nell'alfabetizzazione, ventisettesimi in matematica, ventiduesimi in scienze, quarantanovesimi nelle aspettative di vita, centasettantottesimi per la mortalità infantile (...). Siamo primi al mondo in tre categorie: numero di detenuti pro capite, numero di adulti che credono che esistono gli angeli e nelle spese per la difesa, dove investiamo più della somma delle spese delle 26 nazioni che ci seguono in classifica, di cui per altro 25 sono alleate(...). Certo, eravamo la più grande nazione del mondo. Difendevamo quello che era giusto, combattevamo guerre per ragioni etiche, facevamo la guerra contro la povertà, non ai poveri. Ci sacrificavamo, ci preoccupavamo dei nostri vicini, eravamo sinceri e coerenti e non ci lamentavamo. Costruivamo grandi cose, facevamo grandi progressi tecnologici, esploravamo l'universo, avevamo grandi artisti e la più grande economia del mondo. Arrivavamo alle stelle comportandoci da uomini. Aspiravamo all'intelligenza, non la disprezzavamo: non ci faceva sentire inferiori; non ci definivamo secondo chi avevamo votato e non eravamo spaventato così facilmente. Eravamo tutto ciò perché eravamo informati (...) da dei grandi giornalisti, da dei grandi uomini, uomini che erano rispettati e venerati. Il primo modo per risolvere un problema è riconoscere che c'è un problema. L'America non è più la più grande nazione al mondo".

domenica 11 novembre 2012

Gocciole d'abbondanza e fabbriche d'infelicità

Foto by Leonora
Prima che il giorno dilegui e pioggia si aggiunga alla pioggia, appunto qui un pensiero che m'è venuto stasera, guardando Giovanni che cinque giorni fa ha compiuto dieci anni ed è uno splendido bimbo, anche se forse con troppe Gocciole in corpo ("Papà, non è colpa mia se sono così buone. E poi con le Gocciole puoi vincere un'iPad 3. Magari lo vinciamo!" mi dice, quando lo guardo con fare di rimprovero). Dieci anni. A dieci anni suo prozio, lo zio Emilio, classe 1924, entrò per la prima volta in fabbrica, un officina di fabbro, dove cominciò a lavorare dalle sette del mattino alle sei di sera. Dieci anni. Mio padre fu più fortunato, cominciò ad undici, così come il fratello di mia mamma, lo zio Gianni, spedito in vetreria per nove ore al giorno a smerigliare bicchieri e vasi di cristallo nell'acqua gelata. Non pensavano all'iPad3 e men che meno si sognavano le Gocciole: era già una fortuna se a cena, insieme al caffèlatte, c'era del pane o una fetta di polenta.
Come faccio a spiegarlo ora a Giovanni, come posso immaginare io stesso che un bimbo così piccolo possa esser trattato da schiavo più ancora che da operaio? Eppure non sono passati secoli: sessant'anni appena, una generazione sì e no. A questo penso quando leggo della crisi, che durerà forse fino al 2017 e cambierà nel profondo la nostra società, il nostro stile di vita: saremo tutti più poveri, senza sicurezza alcuna. Senza sicurezza, ma comunque anni luce avanti alla miseria di una nazione intera, sessant'anni prima. E se ce l'hanno fatta loro, se non si sono spezzati le ossa, uscendone anzi rafforzati, perché non dovremmo farcela noi, perché dovrebbe essere tutto nero ciò che ci aspetta? L'unico pericolo è che sprofondino soltanto alcuni mentre altri rimangono a galla, evidenziando disparità che alla fine lacerano una comunità e fanno da premessa alla tragedia. Sessant'anni fa c'erano sì i ricchi, ma la netta maggioranza delle persone viveva una condizione comune di indigenza e accettare il poco era scontato, così come la consapevolezza che soltanto unendo le forze si poteva crescere e migliorare le condizioni di vita. Oggi il privilegio è la normalità e sarà più difficile adeguarsi al ribasso, però potrebbe non esserci alternativa. Tanto vale allora ricordare da dove siamo partiti e cominciare ad accettare il principio che qualche rinuncia nella nostra condizione di benessere è comunque poca cosa se rapportato a chi davvero a questo mondo non ha nulla e a dieci, undici anni viene spedito in fabbrica.

martedì 22 novembre 2011

Liberiamo la tigre (storie di quotidiana determinazione)

Io, cinque anni, discesa della Napoleona, in macchina, guida mio zio, qualcuno si rivolge a me e passando di fronte a una grande fabbrica dice: "Lì lavora tuo padre. E tu? Tu cosa vuoi fare da grande?". Ci penso, dico: "Lo scienziato!". Risata generale, ci rimango male.
Non ho fatto lo scienziato, non lo potrei mai fare. Se però ho un seme di ambizione, sono certo ch'è stato piantato lì, allora, in quel preciso istante in cui tutti ridevano e avrei voluto essere già grande.
Camminando a ritroso sono molti i momenti di svolta che potrei elencare, ogni volta un bivio, una scelta da fare. Uno degli incroci decisivi è stato quattro anni fa, quando volevo cambiare lavoro e mi sono messo in testa che l'unico modo era rimboccarmi le maniche, mettermi a studiare, far funzionare il cervello con un obiettivo: migliorare. E' stato allora che ho aperto questo blog, con la disinvoltura di un orso sui pedali, promettendo a me stesso che avrei tenuto duro, che anche se ero imbranato ce la potevo fare e che se cascavo mi sarei dovuto comunque rialzare.
Lo scrivo oggi, ricordando che ogni conquista è sempre figlia di una delusione, che nessun salto in avanti sarebbe possibile senza i passi indietro che nella vita capita sempre di fare. Sta a noi decidere, se lasciarci cadere le braccia e maledire tutto e tutti oppure se stringere i denti e utilizzare lo spazio che si è creato per una ricorsa, per un ricominciare.

P.S. Dedicato ai cinquantenni che hanno perso il posto di lavoro, ma anche ai trentenni che non l'hanno ancora trovato e ai quarantenni come me, che oggi sono fortunati ma domani chissà: meglio essere preparati.

Foto by Leonora

giovedì 3 novembre 2011

Mio padre e il default Italia

Mio padre - che se non avesse tolto il disturbo prima, dopo domani avrebbe compiuto settantaquattro anni - non ha mai comprato a rate nulla, se non un camion, il primo e l'unico intestato a lui, quando a quarant'anni decise che era ora di mettersi in proprio e mettere da parte qualche soldo, comprare un pezzo di terra, da buon valtellinese, che nel sangue ha il mal della pietra.
Fino ad allora era uno stimato dipendente, operaio specializzato ma semplice, senza ruoli di comando, "perché bisogna avere il carattere per comandare e io non ce l'ho" mi spiegò la volta che gli chiesi ragione del fatto che il vicino di casa era un caporeparto e lui aveva preferito restare al piano terra. Non era adatto per fare il capo ma sapeva farsi rispettare da tutti, non concedendo un eccesso di confidenza a nessuno. Aveva una dota particolare: sapeva cavare il meglio anche dai più timidi, da chi non gradisce essere incalzato e ha i suoi tempi e i suoi modi per affrontare la vita. Era un maestro del dialogo, perché sapeva ascoltare non soltanto con le orecchie, ma con il cuore, comprendendo anche ciò che l'altro non diceva.
Si pentì subito del passaggio dall'industria al commercio, però non è mai stato tipo da abbandonare a mezzo la partita. L'ho sempre visto alzarsi all'alba, la mattina, bere il suo caffélatte con dentro il pane della sera prima e stringere i denti, fare quello che non gli piaceva, ritagliandosi le sue soddisfazioni con gli amici o in quei momenti di tregua che si concede anche la gente di questo lembo di terra, capace di lavorare per ore senza fiatare, a testa bassa.
Ho preso la strada per la periferia ma ritorno al centro di ciò che volevo dire. Mio padre non ha comprato nulla a rate. Quando voleva qualcosa dava fondo ai risparmi accumulati con ostinazione e pagava in contanti, sull'unghia. "Non voglio debiti - diceva - perché mi piace dormire, la sera e anche quando la notte diventa mattina". Così facendo, secondo gli studiosi, non era uno di coloro che fanno girare l'economia, ma alla larga gli giravano pure i guai, non soltanto la finanza.
Se lo scrivo è perché penso a cosa avrebbe fatto se fosse ancora qui, se avesse sentito tutte le voci di default, di fallimento dei mercati, di crac dell'intero sistema Italia. Probabilmente niente. Sicuramente niente. Avrebbe scosso la testa, borbottato, magari bestemmiato a voce bassa, continuando ad alzarsi ogni mattina e lavorare sodo, sperando che nessuna cicala scialacquasse la sua scorta di formica.

Foto by Leonora

lunedì 3 ottobre 2011

In finance we don't trust (io sto con gli incavolados)

Li vedo di striscio, frammenti d'immagine muta, mentre sbircio la tv duranta la quarta riunione della giornata, quella delle sei e mezzo.
Sul ponte di Brooklyn, seduti e con le mani sopra la testa, o in posizione fetale, senza reagire o porre resistenza violenta, in balia dei poliziotti che uno a uno li prendono e spostano di peso...
Sono coloro che protestano contro Wall Street, contro la finanza e i finanzieri senza scrupolo, coloro che sull'altare del profitto sacrificano la fortuna di uomini e donne e pure l'aspetto produttivo, in una sorta di miopia che - per qualche masochistico motivo - impedisce loro di vedere che così facendo divorano la terra stessa dove hanno costruito un impero.
Non conosco molto altro di queste persone. Ad occhio sono giovani, giovanissimi.
Mentre torno ad ascoltare ciò che i colleghi stanno dicendo e la televisione esce dall'orbita dei miei pensieri, mi trovo a riflettere sulla parte che sceglierei io.
Pur essendo per la legge e l'ordine, in questo caso coloro che manifestano mi suscitano un pensiero buono, come se rappresentassero me stesso e fossero a immagine dei miei figli, delle generazioni che verranno. In questi don Chisciotte io mi rivedo. Se non all'atto pratico, certo in quello teorico, che denuncia e condanna un sistema talmente impersonale che non si può neppure manifestare contro un nome, un cognome, un volto, ma si deve ripiegare su una via, uno spiazzo, un luogo simbolico.
Mentre la politica arranca, latita, siamo nelle mani di tecnocrati che danno ricette senza curarsi di farcele comprendere, quasi sempre senza nemmeno curarsi di alzare il naso dal computer: schiacciano un bottone e puf, via cento miliardi. Ne pigiano un altro e zac, sparita una fetta dello Stato sociale, quello che i nostri padri con tantissima fatica hanno creato.
Fino a quando lo tollereremo e, soprattutto, come riusciremo a fermarli pacificamente? Un avverbio, "pacificamente", che è stella polare di comportamento, ma che richiede tempi lunghi e una dose costante di autocontrollo.
A volte mi trovo a pensare: sorgerà mai una protesta, una rivoluzione potente e al tempo stesso rapida a diffondersi, come fu il Sessantotto?
Non lo so. Però mi tengo vigile, all'erta. Prendendo il buono che c'è e scartando tutto il resto.
Nella consapevolezza che "Indignados" forse no, ma Incavolados - molto Incavolados -lo sono senza dubbio.

Foto by Leonora