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sabato 20 settembre 2025

Non è mai troppo tardi (Potare e coltivare)

Di mamma ce n'è una sola, anche quando la si vede poco.
Imparo molto da lei, tuttora, specialmente quando non proferisce verbo ed è con l’esempio che dà lezioni di vita, a tutto tondo.
Me ne sono accorto nei giorni scorsi, assaggiando una pietanza che non aveva mai preparato e facendo mente locale che nell’ultimo mese non è la prima volta. Ho ricordato allora le trasmissioni di cucina su cui è sintonizzata la sua tv, realizzando che invece di rattrappirsi su ciò che sa, prende spunto per nuove ricette, dimostrando che imparare non ha età, basta averne desiderio e spirito. E che lei ne abbia è indubbio. Basti pensare che un anno e mezzo fa, cadendo dalle scale, s'è rotta entrambi i malleoli, restando allettata un mese e mezzo, ma già dopo quattro era in piedi e al termine del quinto guidava l'auto.

P.S. "Potare" e "coltivare" sono le due parole che mi fanno idealmente da bussola, in questo scorcio di stagione che è un avvio d’anno, anche se per come siamo abituati a contare i mesi ci siamo nel mezzo.
Sul “potare” dico nulla, pur se è la parte più difficile: d'istinto infatti vorrei trattenere, conservare, accumulare, poiché in potenza tutto potrebbe venir utile per un domani che poi - se devo essere onesto - novantanove volte su cento resta vano.
“Coltivare” è azione ugualmente impegnativa, ma che di fatica me ne costa meno, evocando qualcosa che sento nelle corde: il prendersi cura. In questo da mia madre ho preso moltissimo, anche se lei non è esente da limiti e proprio in questo so di poter fare meglio. E anche in ciò mi è da maestra, non facendomi mai sentire schiacciato, avendomi così aiutato a spiegare le ali, affinché nella vita mi librassi in volo libero, da solo.

sabato 26 luglio 2025

Metamorfosi (Ci si abitua a tutto)

«Forse non a tutti è manifesto (è “patente”) che la parola “patente” sia un participio presente. Il fatto di averla usata sempre come un sostantivo femminile (la patente) ci distoglie da un’analisi corretta».
Luigi Casale

Cosa m'ha insegnato "rallentare" è il racconto della mia difficoltà maggiore: lasciare l'appiglio dello scoglio, abbondonare il certo per l'incerto, la luce - pur se fioca - per lo scuro.
Ci voleva un evento secco e imprevisto per fare leva sulla vongola che sono: il ritiro della patente, a inizio inverno, causa aver usato come navigatore il telefonino. Non si può, "sapevatelo". E se siete abituati a usare il "touch screen" della vostra vettura, quando ne guidate una che ne è sprovvista, non utilizzate quei supporti che reggono il cellulare al centro del cruscotto: per gli agenti che vi accostano e sbirciano dal finestrino siete in difetto e ne pagate le conseguenze del caso. Nel mio, multa salata e ritiro della patente "sine die", nel senso che te la tolgono e non sai quando potrai riaverla e dunque tornare a guidare, se tra quindici giorni o due mesi.
Comunque sia, questo non è che il preambolo, mentre ciò che mi interessa condividere di mio è l'esperienza che ho maturato. Innanzi tutto per i primi tre giorni non l'ho detto a nessuno, con la scusa che potevo fare a meno dell'auto, mentre dal quarto l'ho confidato a una cerchia strettissima di familiari, tre persone in tutto. Il resto s'è sviluppato così: settimana al lavoro, andando avanti il lunedì e il venerdì indietro, in treno, e weekend scarrozzato da altri.
Morale: all'inizio ero mortificato quanto un leone in gabbia, dalla seconda settimana mi sono acquietato, dalla terza ho cominciato a farci l'abitudine e alla quarta mi sono scoperto persino contento.
È l'eterna ruota del cambiamento, quella che spaventa in principio, mentre l'esperienza insegna che tutto si supera, per cui "non avere paura" e non provare apprensione è sempre l'atteggiamento giusto.

P.S. Ma come "dalla quarta" settimana? Avendo io una fedina immacolata e più punti patente della Carta Fragola Esselunga mi è spettata la pena minima, cioè quindici giorni di sospensione. In teoria almeno. Nella realtà tutto procede un tanto al chilo, nessuno ti fa sapere nulla e neppure aver inviato una mail certificata alla Prefettura ha ottenuto per effetto risposta. Così ho atteso paziente e non più “patente”, sentendomi un po' personaggio kafkiano, con la metamorfosi in “appiedato” che mi è piaciuta a lungo. Lo scrivo sottovoce e con pudore estremo, pensando a quanti invece della patente hanno urgenza e bisogno, dovendo fare i conti con uno Stato vessatore, che meriterebbe disobbedienza civile e biasimo.

sabato 25 novembre 2023

Un fiume più in là (Liscio come l'Oglio)

"Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io".
L'ho scritto dodici anni fa, sempre nel mese di novembre, e lo copio e incollo tale e quale ora, visto che identico è il monito e pure la circostanza di un cambio di lavoro.
Allora lasciavo le sponde del Lario per "sciacquare i panni" in Lambro, attraversando tre anni più tardi la linea dell'Adda, mentre a breve mi spingerò un poco più in là, ancora verso oriente, superando pure il corso dell'Oglio.
Tradotto in spiccioli: dopo esser stato capo redattore ad Espansione Tv, capo cronista a La Provincia di Como, direttore de Il Cittadino di Monza e Brianza, responsabile a Bergamo Tv, dal prossimo gennaio sarò vice direttore del Giornale di Brescia, TeleTutto e Radio Bresciasette, ritornando ad occuparmi di informazione con diffusione su ogni mezzo, nessuno escluso.

P.S. Lo so, in venti righe si può scrivere tutto, stavolta però nemmeno ci provo, tante sono le ragioni, le sensazioni e i sentimenti che accompagnano il voltare d'una pagina, il principio d'un nuovo capitolo.
Mi limito così a segnare qua soltanto qualche spunto che mi piacerebbe approfondire nei giorni che verranno, nel frattempo annotandolo e concatenandolo, ad uncinetto, passo passo.
Passo da Bergamo a Brescia, nell'anno in cui insieme sono state Capitale della Cultura e si sono definite sorelle.
Sorelle è femminile e donna è pure la direttrice che affiancherò e che stimo da lungo tempo, ma con cui non ho mai avuto occasione di lavorare sul serio.
Serio è uno dei principali corsi d'acqua d'una terra a cui resterò sempre legato, sentendomi - lo confesso - profondamente bergamasco, inteso come appartenente a un popolo, avendo avuto lì occupazione e pure alloggio, sentendomi pienamente accolto, considerato.
Considerato che a breve me ne andrò ed ogni retrogusto viscido di piaggeria è mondato, dichiaro un grazie sincero per il gruppo editoriale nel quale ho lavorato negli ultimi quindici anni e che mi ha dato ciò che per me è la moneta più rara e preziosa: la libertà, di parola e pensiero. Non lo scorderò mai.
Mai altresì cesserò di essere riconoscente nei confronti di chi nelle scorse settimane mi ha cercato, voluto, scelto, senza raccomandazioni o appartenenze a gruppi d'interesse, bensì basandosi soltanto sulla capacità di fare il mio lavoro e avere una visione, un'idea su come affrontare le sfide del presente e del futuro.
Futuro è un'orizzonte ampio, tuttavia sarei disonesto se tacessi che non vedo l'ora di iniziare, di mettermi alla prova, soprattutto di tornare a imparare, di pormi al servizio delle numerose persone che sono certo hanno a cuore la loro terra, il nostro mondo e quello che, per i molti che lo fanno con passione, rimane uno dei mestieri più belli del mondo.


venerdì 8 ottobre 2021

Cuore laico (Memoria e pregiudizio)

“Se non riesci a ricordare dove hai messo le chiavi, non pensare subito all'Alzheimer; inizia a preoccuparti invece se non riesci a ricordare a cosa servono le chiavi.”
(Rita Levi Montalcini)

A volte la parole mi sfuggono, spesso ripeto le identiche citazioni, gli stessi aneddoti, in più riconosco a fatica il volto dell'uomo che vedo allo specchio e che non coincide affatto con l'immagine che ho di me stesso, ferma a qualche anno addietro, come nelle vecchie foto delle carte d'identità che conservo nel cassetto.
La memoria è un meccanismo straordinario, tutt'altro che perfetto, interessante proprio per questo: somiglia più alle opere d'arte che agli scaffali polverosi dell'Archivio di Stato.
È un po' come se partissimo ogni giorno per un viaggio, convinti di portarci appresso tutto, mentre sono  pochi i panni che stanno nello zaino.
I social network rivelano in maniera implacabile quanto per strada smarriamo, poiché sono una sorta di diario indiretto per pigri - quei pigri come me, che un diario non riuscirebbero a tenerlo più di un giorno - e mantenendo memoria di tutto costringono all'evidenza di quanto profondo sia il cambiamento, a fronte di altri dettagli che non mutano mai, restano appiccicati addosso.
Anche rispetto ai social network tuttavia c'è una sorta di maturazione, un'evoluzione, una maggiore consapevolezza d'uso, resa evidente ogni volta che Facebook o Instagram segnalano: "Hai ricordi da rivivere oggi".
Io, quei ricordi, raramente vorrei riviverli, ma nove volte su dieci mi sorprendono, stupiscono, perfino imbarazzano.
Primo, poiché ci sono stati anni in cui praticamente sulla bacheca di Fb scrivevo ogni dettaglio, quasi quasi pure quando andavo in bagno (lo so, molti lo fanno ancora, credo sia un processo legato alla crescita, alla fase evolutiva appunto: accade quando si è "bambini" nei social network, poi si cresce anche lì).
Secondo, poiché scopro cose che avevo completamente dimenticato e che ora non rifarei, neppure con una pistola puntata alla rotula del ginocchio destro.

P.S. Se c'è un'abitudine che invece resta tale e quale, oggi come ieri, riguarda i "mi piace", i "like" o, ancor meglio i "cuoricini", per esprimere attenzione, interesse, apprezzamento altrui.
Ecco, in quelli io, ieri come oggi, piuttosto che lesinare abbondo, ho la generosità del prodigo, l'appetito dell'ingordo. Tanto che se dovessi descrivere in due parole la mia attività sui social network risponderei: "Metto like - in pratica, laico - e non me ne vergogno". Per il momento.

mercoledì 6 ottobre 2021

Se questa è una donna (Parole nuove)

"Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole...". 
(Primo Levi)

Parole vecchie, parole nuove, parole che aprono una via e altre che chiudono un cerchio, parole che limitano, parole che ampliano, parole come strumento, parole che raccontano, che influenzano, parole che cambiano il comportamento.
Prendo a prestito una tesi e una frase.
La frase è quella qui sopra, di Levi, in corsivo.
La tesi è quella di mia figlia, che consegnerà a novembre e che sta ancora elaborando, il cui primo capitolo tratta proprio "il linguaggio che riflette ma anche influenza la società" (Alessandro Zucchi).
Metto nella centrifuga il tutto, confidando di cavarne un succo accettabile, abbinando un'ultima citazione, tratta dalla cronaca delle pagine di spettacolo di un quotidiano, del maggio scorso: “A Cannes è arrivata Jodie Foster con la moglie Alexandra Hedison”.
La moglie. Chi decide che Alexandra Hedison di Jodie Foster è la moglie e non il marito? E se anche lo fosse, se si ritenesse tale, qual è l'essenza che la determina, perché l'una e non l'altra e viceversa?
Possiamo affrontare l'argomento oppure scansarlo, ciò non impedirà alla realtà di andare avanti, di evolvere, trascinandosi dietro il linguaggio, oppure trovare parole calzanti o nuove e - come teorizza Zucchi - far sì che il linguaggio condizioni la società, non limitandosi a rappresentarla.
Di certo, per quanto possa urtare (e urta me, per primo, lo ammetto, che oltre ad appartenere pienamente al mio tempo ho per la significato corretto delle parole particolare attenzione e riguardo, tanto che ancor oggi non riesco proprio a dire "la sindachessa" o "la ministra") il cambiamento è irreversibile, assicurato, poiché s'inserisce nel solco di un processo che dura secoli, a volte lento, a volte svelto, orientato sempre più all'addomesticamento, a una civiltà inclusiva, tollerante, mite, gregaria, in cui tenersi per mano prevale sul darsi uno schiaffo.


P.S. Che poi la tesi di mia figlia e la frase di Primo Levi si intrecciano. La frase completa della citazione di Levi è infatti: "Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo". Levi - figlio del suo tempo e pure del nostro, di quello in cui sono cresciuto - utilizza la parola "uomo", escludendo la donna, anche se sono certo volesse includerla, poiché l'uomo che cita non è il maschio, bensì l'essere umano, di qualsiasi genere.
Ciò che concediamo dunque alla poesia e anche alla prosa, dovremmo restituire nel linguaggio comune, nel saggio: le parole sono per natura mutevoli, ma innanzi tutto un "simbolo", qualcosa che letteralmente unisce. Spetta a noi coniarne di nuove, di giuste, e non utilizzarle per dividerci, su tutto.

martedì 5 ottobre 2021

La mossa del pedone (Cambiare, se stessi)

“Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare se stessi.”
(Nelson Mandela)

L'unico indice puntato che funziona è quello allo specchio.
Il cambiamento passa sempre da se stessi, perché noi stessi siamo le sole persone su cui possiamo confidare, incidendo a fondo.
Accettarlo non è semplice - specie nelle molte occasioni nelle quali ci sentiamo seduti dalla parte della ragione, sistemando gli altri sullo sgabello del torto - eppure è un modo sicuro per il cambiamento, vero.
Badare al proprio, senza giudicare o attendere le mosse dell'altro, evitando di crearsi delle scuse, è anche il cuore di un video che anni fa mi aveva illuminato e che ricordo spesso. È quello di Velasco, allenatore di pallavolo e motivatore a tempo guadagnato, in cui racconta: "L’attaccante schiaccia fuori perché la palla non era alzata bene, e si lamenta con l’alzatore perché l’alzata non era perfetta. A quel punto l’alzatore si gira verso il ricevitore, lamentandosi che la ricezione non era perfetta: "Se tu che sei il ricevitore non ricevi bene, io che sono il palleggiatore non riesco a fare l’alzata perfetta e poi l’attaccante schiaccia fuori". A quel punto il ricevitore si gira, cercando qualcuno a cui dare la colpa… Ma lui riceve la battuta dalla squadra avversaria, per cui non può dire all'avversario di battere facile così da ricevere bene e lì finisce la catena…".
Per Velasco la soluzione è semplice: "Gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono!". E per risolverla non hanno che un modo: disporsi al meglio, cambiare la propria postura o l'ampiezza del salto, l'inclinazione del braccio, la rigidità della mano, per fare in modo che si ottenga il meglio.
Cambiare se stessi, non sperare nel cambiamento altrui o attorno: un'indicazione semplice, attuabile subito, per cui non dobbiamo attendere la ricetta del medico né alcuna autorizzazione ministeriale.

P.S. “Cambiare” è come “convertirsi”: un verbo che pretende la forma riflessiva, prima persona singolare.
Io, in cosa sono disposto a cambiare?
Per quanto mi riguarda, dovrei avere più disciplina, ad esempio.
Essere più coraggioso, audace, intraprendente anche.
E meno supponente, permaloso, più umile.
Di quella umiltà che consiste nel mostrare il proprio lato debole, senza vergognarsi, nel caso tendendo la mano, per chiedere (un consiglio, un aiuto, un’opportunità, un’occasione…).

domenica 3 ottobre 2021

Quando cala l'oscurità (La luce dentro)


Le persone sono come le vetrate.
Scintillano e brillano quando c’è il sole, ma quando cala l’oscurità rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce dentro.
(Elisabeth Kubler-Ross)

Quando cala l'oscurità. Cala sempre, prima o dopo. È per noi l'immutabile alternanza della notte e del giorno: può durare poco o tanto, ma ci sarà sempre un buio ad alternarsi al chiaro e di contro un'alba che sfida il tramonto.
Ecco perché la luce occorre averla dentro.
Intendo non la luce ch'è un dono, quella del carattere di chi ha cuor contento o che accompagna le persone serene di natura, poco inclini al tormento.
Piuttosto, la luce accesa dalla volontà, la capacità di vestire i panni dell'altro, di mettersi in ascolto, di scegliere ad ogni bivio il bene, il buono, il sorriso, il tendere costantemente la mano, vedere la parte del bicchiere mezzo pieno, riconoscere le proprie mancanze e le virtù di chi ci sta accanto o che osserviamo da lontano.
Le persone sono come le vetrate.
Non i vetri, limpidi, perfettamente trasparenti.
Le vetrate spesse e opache, colorate, quelle delle chiese o delle case in stile liberty e art nouveau, delle finestre o dei divisori, che illuminano e insieme coprono, quelle saldate con il piombo, pezzo per pezzo, come pezzo su pezzo siamo noi, non banalmente un uno.

P.S. Si fa in fretta a dire: sii contento. Ed è facile giudicare sommariamente da fuori, fare l'addizione delle fortune altrui, evitando di sottrarre ciò che non vediamo, quanto chi abbiamo di fronte tende a celare, a non mettere sul banco. C'è bellezza dentro ciascuno, insieme a fragilità, delicatezza. Per scorgervi la luce occorre attenzione, rispetto, non rompere a sassate il vetro, bensì accostarsi vicino, a volte mettendo le mani sulle tempie, eliminando l'abbaglio che c'è attorno e aguzzando la vista, mettendo meglio gli occhi a fuoco, confidando che ci sia anche ciò che d'acchito non notiamo. Vedere "la luce dentro" è un esercizio che riesce se, per farlo, ci alleniamo.

sabato 2 ottobre 2021

Lasciare un'impronta (Desiderio e cambiamento)

“Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto“
(Thomas Jefferson)

Parto al contrario, proponendo qualcosa che negli anni recenti ho sempre mantenuto: dedicando ottobre a questo spazio, rinnovando il proposito di un post al giorno.
Al tempo stesso, provo a cambiare spartito, inaugurando un modo nuovo, riportando sempre una frase che ho letto o ascoltato da qualche parte o sottolineato in un libro, e aggiungendovi sotto un pensiero.

P.S. La novità scompensa sempre, destabilizza, disorienta persino.
Ho avuto colleghi e amici che l'aborrivano, anch'io però la subisco, l'accetto, piuttosto che auspicarla, favorirla o cavalcarla appena compare all'orizzonte o mentre si fa spazio già al di qua dell'uscio.
A volte, quasi sempre, sono così pigro che piuttosto che fare qualcosa che non ho mai fatto, preferisco rinunciare a qualcosa che non ho mai avuto.
A contare allora non è la capacità di fare un salto, di cimentarsi, di sperimentare, bensì la molla che spinge a farlo, cioè l'aspirazione, l'ambizione e tutti quei sentimenti che si declinano con un desiderio.
In altre parole, il verbo che conta, nella frase di Jefferson, è il primo: vuoi, volere.
Se manca quello, il resto possiamo anche cancellarlo, considerarlo inutile, mai scritto.
Cosa voglio allora? Cosa desidero io, di ambizioso, in questo tempo?
La prima cosa che mi viene in mente è: un obiettivo, una missione, uno scopo. Vorrei lasciare un'impronta, utilizzare pienamente l'esperienza accumulata, mettere a frutto i talenti che ho ricevuto in dono, qualsiasi essi siano.
Se questo è l'auspicio, so anche cos'è che mi manca, cosa non ho mai a sufficienza avuto: disciplina, determinazione, spirito di sacrificio.
Buono a sapersi. Almeno come inizio.

martedì 13 ottobre 2020

Che bestie (Non per modo di dire)

Nel bestiario a cui attingo con maggior soddisfazione e frequenza, due animali fanno la parte del leone, pur se il leone non sono: il serpente e l'elefante.

Comincio dal secondo, che evoco sovente per suggerire a me stesso e agli altri pazienza, costanza.
"Sai come si ingoia un elefante, dicono in Africa? Un boccone per volta".
Io la racconto così, con un pressapochismo che non fa onore alla mia categoria, senza aver verificato nulla, né chi l'ha detto, né se l'abbia detto, né se davvero l'hanno detto in Africa piuttosto che in Asia (dubito fortemente invece sia un proverbio della Papuasia o della Nuova Caledonia, visto che lì di elefanti non ce n'è l'ombra, nemmeno allo zoo, anche se non si sa mai).
La sostanza della frase però è verosimile ed è una senno che mi piace, mi aggrada: il rimando a non avere fretta, a badare al passo dopo passo, sapendo che così facendo si possono compiere imprese apparentemente impossibili, disperate o fuori misura.
Se ci rifletto, tutto ciò che ho combinato di grande l'ho realizzato così, "un boccone per volta", compreso questo blog, che in alcuni casi è pesante quanto un elefante, ma di vederlo così cresciuto, all'inizio, non avrei scommesso una virgola.

Il secondo animale è più sottile, anche come rimando di saggezza.
"Sai come si prende il serpente? Dalla testa".
Andare in capo alle questioni, al nocciolo dei problemi, al loro principio, ciò da cui discende tutto il resto.
Quante volte la tentazione è afferrarli dov'è più comodo, dove si fa meno fatica, sia esso il corpo o la coda. Ma così facendo si risolve poco o nulla e anzi si rischia di combinare un pasticcio, lasciando in libertà la parte più a rischio, quella velenosa, che ti si rivolta contro inesorabilmente, senza che ce se ne accorga.

P.S. Prendere il serpente dalla coda è pure quando ci illudiamo che gli strumenti, le soluzioni sulla carta, le indicazioni di principio possano cambiare un'organizzazione, migliorare le prestazioni, ottimizzare risorse e rendimenti. Non è così. Ogni cambiamento, specialmente quelli buoni, partono sempre dall'essere umano, dalla persona, dalla motivazione che ha, da come si impegna, da quanto è convinta.

domenica 27 settembre 2020

Io per primo (Cambiare)

“Cambiare” e “convertirsi” sono verbi che si somigliano: entrambi occorre declinarli alla prima persona singolare, se si vuole che si realizzino.
Di questo, con gli anni, mi sono convinto: l’unica certezza di cambiamento comincia dall'io, da sé stessi. Limitarsi all'auspicio o alla pretesa che gli altri possano o debbano farlo è inutile, prima ancora che sbagliato.
Mutare il modo di pensare, i propri convincimenti, gli schemi mentali, non è semplice, figuriamoci le azioni, i comportamenti.
Il cambiamento suscita sempre resistenza, ansia, smarrimento.
Di contro, osservo con stupore la disinvoltura con cui avviene nella natura, specialmente in questa stagione, che del cambiamento è il simbolo.
In essa trovo agio, forse perché in un mese d’autunno sono nato.
Adoro il calore dei colori, che sostituisce quello sulla pelle, ad agosto; il taglio della luce all'alba e al tramonto; le piante che si spogliano del superfluo, andando incontro all'inverno; il profumo greve, dolciastro, della frutta che nessuno coglie, per terra o sull'albero, e che rimanda all'eccedenza, all'abbondanza senza calcolo, senza risparmio: l’unica unità di misura che conosce la natura o, per chi crede, Dio.

P.S. “A scrutare gli abissi altrui siamo bravissimi, ad esplorare i nostri un po' meno” mi scrive David. È vero. Soffriamo di presbitismo. Lontano vediamo benissimo, invece tutto si sfoca man mano che ci avviciniamo. Cercherò di ricordarlo e di farne un buon proposito nei prossimi mesi. Cominciando a cambiare io, per primo.

mercoledì 2 ottobre 2019

Come si cambia (La lezione del mandarino)

Da un mese e passa la guardo con occhi da innamorato.
È minuta, è vero, giovane anche, pur se le forme sono quelle che avrà da adulta. Parla poco, si fa capire lo stesso, in silenzio, e anche per questo le sono grato: mi insegna il significato di “stare in ascolto”, oltre che l’importanza di essere costante, il valore del prendersi cura come metodo, come stile, impegno quotidiano.
La pianta di mandarino è sul davanzale della casa di Bergamo, incurante dello smog dello stradone sottostante, dopo che per diverse settimane mi ha fatto compagnia all'interno dell’appartamento.
Porta con sé tre agrumi maturi e quando l’ho comprata aveva pure un paio di fiori, che in principio parevamo destinati anch'essi a diventare frutto.
Non è stato così, da un giorno con l’altro i boccioli sono caduti: il suo modo per farmi capire che tenendola vicina vicina, dentro le mura di casa, forse sarebbe sopravvissuta, cresciuta di foglie e di tronco anche, ma senza generare vita nuova. Perciò l’ho allontanata un poco, rinunciando a qualcosa io pur di metterla a proprio agio, restituendola all'aria aperta, a un ambiente più umido, adatto.
Come si cambia, mi verrebbe da scrivere. L'ho scritto.
Non tanto il bonsai, soprattutto io.
Mi sono ritrovato quell'alberello in casa dopo averla acquistato per fare un regalo che infine, per disegni suoi, non è stato consegnato. Ormai però lo sentivo mio e - un po’ perché mi ricorda la persona a cui avrei dovuto donarla, un po’ perché l’ho letto come un segno del destino - invece di sbarazzarmene l’ho adottato, quasi fosse un bambino.
Una scelta azzeccata, che mi ha fatto bene, rivelando una parte sconosciuta persino a me stesso, ricordandomi che si evolve sempre, si cambia appunto, si può cambiare, riscoprendo il gusto di non dare nulla per scontato ed evitando la condanna di guardarsi allo specchio tutta la vita indossando un identico vestito.

venerdì 6 marzo 2015

Gioco di squadra (torno in tv)

Foto by Leonora
Cambio lavoro. Anzi, continuo a fare ciò che stavo facendo ma salendo di livello, oltre che di un piano (due piani, per l'esattezza).
Da questa settimana sono stato nominato "responsabile del settore informazione di Bergamo Tv" e torno dunque ad occuparmi in prima persona di una realtà che conosco bene e che mi ha affascinato da sempre, da quando bambino alle cinque del pomeriggio in punto accendevo il trasformatore elettrico per fare comparire suoni ed immagini al televisore Mivar che si trovava tra la camera da letto e il soggiorno.
Da quegli anni è cambiato il mondo, non soltanto lo schermo. L'obiettivo che mi è stato chiesto, oltre alla gestione concreta dello strumento televisivo, è quello di valutare e percorrere le nuove strade dell'informazione, l'integrazione con i nuovi mezzi ("device" in termine tecnico, cioè tablet, smartphone e tutti i marchingegni che porterà in dono il futuro), lo sviluppo dei nuovi linguaggi video.
In questi primi giorni, avendo fatto tesoro delle esperienze passate, invece di entrare a piedi uniti ho preferito un approccio morbido. Sette giorni in tutto, per ascoltare uno ad uno coloro che la tv qui già la fanno, risorse di nome e di fatto, persone che meritano rispetto per quanto danno e che devono essere messe nella condizione di lavorare al meglio. "Non credo di essere uno sprovveduto - ho detto ai miei nuovi colleghi giornalisti, il giorno in cui sono stato presentato - ma nemmeno uno che ha la bacchetta magica per risolvere tutto". Lo penso davvero: soltanto un lavoro di squadra può dare le risposte che cerchiamo e garantirci un futuro.
Grazie dunque a chi mi ha dato fiducia e a chi avrà la pazienza di accompagnarmi lungo questo nuovo tragitto.

domenica 10 marzo 2013

Se non avessi più un soldo

Foto by Leonora
Se non avessi più un soldo venderei i miei libri, uno a uno, o li darei in prestito per poterne leggerne altrettanti, ricevuti in cambio. Se non avessi più un soldo coltiverei il prato che mi ha lasciato mio padre e farei legna nel bosco che era di mio nonno, comprerei una mucca, tre maiali, mezza dozzina di galline e un gallo, getterei nella spazzatura meno di quanto butto adesso, imparerei a rammendare i vestiti, non guarderei se la giacca è passata di moda, cercherei di diventare abile a riparare tutto, mi darei da fare aiutando il vicino nel riparare la casa così che lui aiuti me, quando ne ho bisogno. Se non avessi più un soldo pregherei che uscisse spesso il sole perché così potrei lavarmi con l'acqua calda dei pannelli che ho sul tetto, direi addio al telefono e alla tv e mi cercherei quei computer di cui ho letto da qualche parte, che hanno una dinamo e una manovella di lato per ricaricarli e farli funzionare come la torcia dell'Ikea che ho comprato a Giovanni, il mese scorso. Se non avessi più un soldo andrei in biblioteca per usare Internet, accetterei gli inviti degli amici per guardare alla tele le partite della Juve e qualche film, ogni tanto, aspetterei il giorno in cui si può andare gratis nei musei e aggiusterei la bicicletta per spostarmi con quella, cercando un lavoro da garzone in una falegnameria o da un fabbro, sperando che mi prendano. Se non avessi più un soldo chiacchiererei di meno, ascolterei di più, tornerei a suonare la chitarra, continuerei a raccontare storie e forse scriverei un libro. Se non avessi più un soldo la mia vita cambierebbe e certo cambierei pure io. Forse non in peggio.