martedì 25 dicembre 2007

"Confidare" in un buon Natale


Debbo delle scuse a chi mi segue (sì, dico a voi tre!) e anche a me stesso, per aver trascurato questo blog nell'ultima settimana. Per me sono giorni tribolati, con problemi famigliari (non mi piace chi si piange addosso, ma me ne sono capitate di tutti colori: se andassi a Lourdes, tanto per intenderci, credo troverei un cartello con la scritta: "Chiuso". Comunque nulla di grave, tutto che può passare, tranne la malattia di mio padre) a cui si aggiungono preoccupazioni professionali (se ne avrò occasione, ne scriverò).
Debbo delle scuse, ma soprattutto spero che per tutti sia stata un buon Natale. Dopo tutto, lo è stato anche per me.
Seppur in ritardo, vorrei lasciare in dono a chi passa di qui un pensiero: una poesia scritta da Antonia Pozzi l'8 dicembre del 1934. Si intitola: "Confidare" e la trovo bellissima.


Ho tanta fede in te. Mi sembra

che saprei aspettare la tua voce

in silenzio, per secoli

di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,

come il sole:

potresti far fiorire

i gerani e la zàgara selvaggia

sul fondo delle cave

di pietra, delle prigioni

leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta

come l'arabo avvolto

nel barracano bianco,

che ascolta Dio maturargli

l'orzo intorno alla casa.



mercoledì 19 dicembre 2007

Futuro giornali (work in progress)


Ieri, su Second Life, alla UnAcademy, si è tenuto un dibattito che se non fossi obiettore di SL (scelta non ideologica, bensì di stile: non sono ancora pronto a vestire un omino virtuale e pensare che sia io) non mi sarei perso per nulla al mondo.

Gaspar Torriero e Carlo Felice Della Pasqua hanno discusso del futuro dei giornali.

Spero che i commenti e i resoconti siano numerosi.

Li aggiungerò per comodità qui, nell'ordine in cui li ho scovati.


  1. Gaspar
  2. Andrea
  3. Gaspar 2

martedì 18 dicembre 2007

La scimmia sia con voi


"Ma tu, con queste cose sei veramente esaltato"!
Oppure: "Hai ancora questo trip per internet, i blog"?

Cronaca di uno sbigottimento diffuso, quello che di solito provano gli altri mentre io parlo di ciò che mi interessa: delle potenzialità della rete, delle risorse del web, delle opportunità che si creano.

Ora, non avendo ancora optato per un vestito di peli di cammello e continuando a tener rasata la barba giorno dopo giorno, convinto anche da un'ulteriore controllatina allo specchio, escludo la prima ipotesi: che abbia assunto le sembianze di un santone, intento soltanto ad annunciare il "verbo". debbo dire di tampinare ogni essere umano - conosciuto o estraneo - che mi cammina a fianco, rimpinzandolo di chiacchiere su questo o quel prodigio tecnologico. mi vesto come Bill Gates, con quel fare da eterno universitario secchione e trasandato, jeans larghi e maglietta o maglione scelti a caso, da un cassetto (provaci ancora Bill, a vestirti elegante affidandoti a un algoritmo!).

Mi sento normale, insomma. Lo stesso di prima, se mai un prima c'è stato.
Internet mi piace, la comunità virtuale mi affascina, così come la capacità ogni giorno di imparare cose nuove, di relazionarmi con persone che stimo, di conoscere meglio amici (poiché ormai tali vi considero: amici), lungi però da me l'idea di qualsiasi fondamentalismo.
Non sono l'Osama Bin Laden della connessione wi-fi!

Certo, quando parlo dei blog, della rete, metto entusiasmo. Esattamente come per la Juventus, la politica, le belle donne, i libri, i figli, il pollo e gamberi di Andrea e altri cento interessi che mi fanno sentire vivo.

In questi tre mesi, oltre ad aver aumentato la mia autostima per i progressi fatti nella costruzione di qualcosa che prima era arabo, attraverso la rete ho conosciuto persone splendide, che posso seguire passo passo. Ed è questa la differenza tra un'infatuazione e un contagio (come quello dei giochi da play station) e il semplice ampliamento della propria rete relazionale attraverso l'utilizzo di nuovi strumenti.
Ne parlo spesso, è vero, e forse alzo leggermente il tono della voce, forse aumentano impercettibilmente i battiti cardiaci, forse persino gli occhi un poco mi si illuminano. Ma non sono, non mi sento un esaltato.
Per usare in "fa minore" un'espressione evangelica: ho trovato il tesoro in un campo e, se mi capita, mi piace raccontarlo.

Qualcuno capisce, molti ammiccano, qualcuno cambia discorso, altri ostentano indifferenza, c'è pure chi pare in imbarazzo. Perciò mi ha fatto piacere che un collega, Paolo Moretti, che a brevissimo lascerà il "Corriere di Como" per "La Provincia", senza bisogno che parlassimo per ore, è venuto a conoscenza del blog mio e di quello di Mauro e se n'é creato uno. "Fanculo" ci ha appena scritto, accusandoci di avergli fatto venire "la scimmia del blog".
Tranquillo, caro Paolo. La scimmia a breve se ne andrà e resterà tutto un mondo attorno.


domenica 16 dicembre 2007

L'urlo (loro) e il furore (mio)


Sto finendo il libro di De Biase (“Economia della felicità”) che ho letto con calma e tra un paio di giorni scriverò cosa ne penso.
Intanto mi gusto questa domenica, fatta di impegni uno sopra l’altro, con nel bel mezzo, alle 12 in punto, il derby di basket tra Cantù e Milano.
Lasciamo perdere (e non è un verbo scelto a caso) il risultato, vorrei sottolineare piuttosto un aspetto di cui non mi capacito: l’insulto all’avversario.

Ci deve essere qualche significato atavico o qualche tarlo nella mappa del cromosoma umano in colui o colei che per tutta la partita, con insistenza e pervicacia, con metodo e ostinazione, sbraita e urla contro questo o quel giocatore avversario o allenatore o arbitro o tutti e tre messi assieme, compreso mamme, zie, nonne fino alla quarta o quinta generazione. Magari è un fenomeno dovuto alla rabbia e alla frustrazione accumulata per tutta la settimana, che in tranquille casalinghe e madri di famiglia, così come in canuti impiegati, fa scattare una molla malsana, accecando ragione e ogni traccia di pudore. O forse, semplicemente, si tratta di stupidità e, come tale, è esentata dal dover fornire spiegazione alcuna: la si ha, punto e basta.
Da venti anni esatti, ormai, frequento la tribuna stampa del Pianella, alle spalle della quale ci sono le poltroncine numerate, e non ricordiamo una partita che sia una senza che qualcuno alle nostre spalle si alzi e riempia di contumelie un malcapitato. Spesso due o tre, addirittura.
Oggi, ad esempio, c’era una coppia che a Baldi e Coldebella, ex giocatori di Milano, rimasti in società in qualità di assistenti ala panchina, ha fatto pelo e contropelo, con toni da scimmia urlatrice e contenuti che avrebbero scandalizzato i portuali delle Cayenne, se fossero passati da quelle parti.
I cori dei tifosi organizzati, lo confessiamo, ci sorprendono meno, poiché il popolo spesso sa essere bue e nella massa anche i vigliacchi fan la voce grossa. Ci inquieta più l’improperio del cittadino privato (privato di tutto, specie dell’intelletto). Perché lo fanno? Non si vergognano? Se ne vantano, persino? Per le risposte, accetto di tutto - anche in forma anonima - tranne l’insulto. Per oggi almeno, le mie orecchie hanno già dato…

venerdì 14 dicembre 2007

Dietro la notizia



Chiedo scusa per l’assenza prolungata, ma “mala tempora currunt” (che non sono un gruppo sardo).
Sono debitore, in particolare con gli amici del PolentaBlog, che meriterebbero più ampio commento, e a Maria Luisa, che mi ha convinto con le sue tesi a commento di un mio precedente post, su regole, rispetto della legalità e coscienza professionale. Non mancherò di riprendere i fili spezzati, in futuro.
Ora, invece, ho a cuore un pubblico ringraziamento, ai miei colleghi, che lavorano con me, fianco a fianco.
Per spiegarne le ragioni, preferisco un esempio, cioè raccontare la parte finale della giornata di ieri, con ciò che è accaduto in redazione e nel tg non si è visto.

Ieri è stata una giornata difficile. Uno di noi quattro, Marco Romualdi, era in tribunale, a Milano, per seguire il processo d’appello a Sonya Caleffi, l’infermiera di Tavernerio (Co), accusata di aver causato la morte a numerosi pazienti, tramite iniezioni d’aria. A Mauro Migliavada e Manuela Brancatisano toccava tutto il resto, cioè più o meno una mezza notizia di notizie a testa. Poco dopo le 18 è scattato l’allarme: omicidio in Via Polano, a Como.
Non starò ad elencare per filo e per segno quanto avvenuto dietro le quinte del tg. Basti sapere che Manuela, dalla redazione, ha preso la sua macchina e si è recata sul posto, precedendo di qualche minuto il nostro operatore tv. Mauro Migliavada, che era a colloquio da un avvocato per verificare un’altra notizia è rientrato per aiutare il sottoscritto nel completare le altre notizie e adempiere alle “pratiche procedurali” necessarie per mandare in onda un tg. Meno di un’ora dopo, alle 19.05, mentre Manuela con i colleghi di Corriere di Como, Provincia e Giorno cercava di raccogliere il maggior numero di informazioni sul caso, lo stesso Migliavada prendeva la moto per andare sul luogo del delitto, ritirare la cassetta DvCam audio/video con le prime (inquietanti) immagini, tornando appena in tempo per infilarsi giacca, camicia e cravatta (non in quest’ordine, ovviamente) e andare a condurre il telegiornale. Alle 19.31, cinque secondi dopo la sigla Manuela era già in diretta telefonica, con le prime notizie sull’omicidio. Tre minuti dopo toccava a Marco collegarsi telefonicamente, per dare i dettagli del processo a Sonya Caleffi, di ritorno da Milano. Lo stesso Marco (che più di tutti noi è esperto di cronaca nera e giudiziaria) prima delle 20 era già in Via Polano, sul luogo del delitto, per dare il cambio a Manuela, riuscendo a intervistare, un paio d’ore più tardi, quando tutti gli altri giornalisti erano già tornati in redazione per scrivere gli articoli, il fratello della vittima, e poi collegarsi al telefono di nuovo in diretta tv, per dare gli ultimi aggiornamenti, in tempo reale, sull’intera vicenda.Qui non si tratta di prendere premi o di pretendere riconoscimenti: i miei colleghi hanno fatto il loro lavoro, facendolo bene, come sanno fare. Li stimo proprio per questo. Semplicemente, volevo dirlo.

martedì 11 dicembre 2007

Flash Gordon e il futuro (rosa) della pubblicità on line


Oggi nessuna domanda esistenziale. Spariglio le carte per parlare di un argomento che riguarda il mio lavoro (l'informazione) e in particolare la pubblicità.
La questione è contenuta in due post (1 e 2) di Gaspar, che a sua volta riprendeva un quesito che si poneva Zephoria, sul fatto che pochi o nessuno clicchino sui banner della pubblicità on line.

Un argomento che ieri gli inserti economici delle due principali testate italiane, "Corriere della Sera" e "Repubblica", riprendono con notevole evidenza ed opposti orizzonti.
Se infatti Repubblica, a pagina 27 di "Affari & Finanza", riporta in un articolo la scelta del colosso Procter & Gamble di spostare buona parte delle risorse dell'advertising dalla tv al web (una decisione strategica, secondo il loro responsabile marketing, Jim Stengel), il Corriere della Sera, a pagina 29 di "CorrierEconomia" riporta un articolo di Francesco Margiocco, dal titolo: "Web, pubblicità senza pubblico", con sottotitolo: "Cresce l'investimento per le campagne on line. Peccato che nessuno apra i banner".
Non solo due articoli, ma pure due tesi in contrapposizione evidente.
Senza pretese di scientificità, riporto un parere personale.
Da utente, infatti, non clicco mai su un banner, ma a differenza della tv, non posso evitare di vederlo, con tutti i meccanismi psicologici e comportamentali che ne derivano.
Se fossi un investitore pubblicitario, dunque, non mi preoccuperei del fatto che poche persone clicchino, bensì di quante persone vengano a conoscenza del mio prodotto, semplicemente vedendolo comparire, come una normale pubblicità.
Ecco perché, più che l'opportunità di approfondimento e di interazione che garantisce il web, punterei sull'istantaneità, sull'immediatezza del messaggio e commissionerei uno spot "inevitabile" (non puoi fare a meno di vederlo), "breve, se non brevissimo" (due, max tre secondi) e che soprattutto rimandi a una "sensazione", più che a una "informazione".
Velocità ed emozione, insomma. Come i fumetti di Flash Gordon.
Ieri, aprendo il sito di Repubblica, sono incappato in una pubblicità della Microsoft che aveva queste tre caratteristiche. E ho realizzato perché tale forme di pubblicità hanno un presente e, ancor più, un futuro.

lunedì 10 dicembre 2007

Good bye stranger


In giorni affannati, riporto ed estendo una domanda che mi è stata posta ieri e a cui non ho saputo trovare risposta.

L'antefatto: mia sorella sta redigendo una tesi sulla compresenza nelle scuole materne di bambini italiani ed extracomunitari. Per realizzarla ha intervistato gruppi di genitori, tra cui anche il sottoscritto. Ieri ci siamo trovati, attorno a un tavolo, tre papà e due mamme di nazionalità italiana, un papà nato negli Stati Uniti, una mamma e un papà provenienti dal Marocco.

La domanda a cui non è saputo rispondere è questa: "Chi è per te lo straniero?".

Già, chi è per me? E per voi?

venerdì 7 dicembre 2007

Thanks and Help


Tra i "misteri della fede", come li chiama Alessandro, c'è anche il fatto che Blogger oggi compare solo in lingua inglese.

Poco male, rimango allenato. Per gli amici più intimi, annuncio che sto radicalmente trasformando il modo di relazionarmi attraverso la rete. Grazie al consiglio di Frenz, che voglio ringraziare pubblicamente anche a nome di Mauro, ho scoperto Netvibes. E ora sono in grado anche di interpretare lo sguardo tra l'incredulo e il compassionevole che durante il pizza blog mi aveva rivolto Gaspar, quando gli spiegavo che a me dei feeds interessava poco, poichè i blog che mi interessavano li controllavo con i "preferiti". Ora che, passando per Bloglines (una settimana di utilizzo), sono approdato a Netvibes e sovraintendo dall'alto alla mia vita on line come il mitico Osservatore dei "Fantastici Quattro" (che non ho trovato in alcun immagine sul web, per cui ho messo quella dell'ultima versione dei Fantastic Four), mi sento sostanzialmente soddisfatto. Con Netvibes, in una sola pagina, controllo da qualsiasi postazione, posta elettronica, blog, notizie e un universo mondo, con una facilità di esecuzione imbarazzante anche per una capra qual è il sottoscritto.

Già che ci sono, abuso della sapienza dei miei visitatori (suona meglio in italiano che in inglese "Visitors") e chiedo consiglio per due questioni pratiche che mi arrovellano.


Primo: voglio fare per casa un abbonamento flat, che mi consenta telefonate urbane e interurbane e collegamento a internet senza limiti. Attualmente per telefonare uso Tele2 mentre per internet ho Alice a tempo. Sono indeciso se aderire all'offerta flat Tele2, con internet a 2 mega (costo sui 36 euro/mese) o Alice con internet a 7 mega (costo sui 46 euro/mese). C'è qualcuno che ha consigli o suggerimenti?


Secondo: vorrei acquistare un telefono cellulare che mi faccia anche da mini computer e abbia questi requisiti: tastiera completa e comoda per poter scrivere articoli, possibilità di connessione WiFi.

Il modello che ho in mente è il Nokia E61, ma sono interessato anche a modelli che abbiano la tastiera "estraibile" (si dice così) tipo questo che però costa assai?

Anche in questo caso, chi ha suggerimenti e consigli è bene accetto.

P.S. Ora che ho scritto questo post mi rendo conto che ha ragione De Biase, laddove nel suo ultimo libro scrive che le persone acquistano soprattutto in base al passaparola tra amici e ai rapporti di fiducia che si creano.

mercoledì 5 dicembre 2007

Il velo sollevato


Proseguendo nella serie "I post più pesanti del mondo" (temi grevi, lo so, ma a cui non so rinunciare) vorrei proporre pochi pensieri sull'argomento "Giustizia e informazione" lanciato da Mauro in un suo post, anzi in due.
Premesso di non avere verità in tasca e dichiarando di esser disposto a cambiare opinione, se le tesi altrui mi convincono, sostengo che in un mondo cambiato anche le regole debbano cambiare.
Mi spiego. Prendiamo le intercettazioni telefoniche. Per me non dovrebbero essere rese pubbliche, almeno fino al momento del processo.
Poco importa che riguardino Berlusconi o D'Alema, Fazio o Fiorani, Azouz Marzouk o Moggi.

In un libro di Ravasi viene citata una frase tratta da "La vita in fiore" di Anatole France: "Non ho mai aperto una porta per errore, senza scoprire con sorpresa uno spettatore che mi ha fatto provare per l'umanità pietà o disgusto oppure orrore".
"Se alzi il velo sulle vicende umane, scopri tali miserie da rimanere abbacinato" commenta Ravasi ed è difficile dargli torto.
Dico spesso ad amici e parenti, che pur mi conoscono bene, che se dovessi essere intercettato potrebbe aprirsi un baratro tra ciò che reputano di me e l'immagine riflessa dai colloqui al telefono, soprattutto se si considera che la trascrizione letterale non può riportare tutti gli elementi del parlato (se il tono era serio o scherzoso, se quella tal frase era accompagnata da una risata o da un ghigno, ad esempio) e, ancor peggio, una frase estrapolata dal contesto che l'ha originata può apparire con un significato diverso se non opposto a quello reale.

Che lo strumento delle intercettazioni sia utile ai fini dell'indagine è innegabile, tuttavia pubblicarle (su un giornale o in televisione, ma anche su un blog) non è soltanto scandaloso, bensì aberrante, poiché il giudizio viene dato in anticipo, senza possibilità di difesa alcuna, e confondendo quasi sempre la sfera penale con quella morale.
Impedirlo mi sembra il minimo, per un paese che si dice civile.

Poi ci sarebbe da discutere anche sulla possibilità di rendere pubblici gli atti di un processo (comprese le intercettazioni) mentre il dibattimento è in corso. In questo caso il contrasto di colori tra i pro e i contro è meno netto, perciò prendo del tempo.

lunedì 3 dicembre 2007

Problem solving all'amatriciana


Per un mistero che dal basso della mia ignoranza non riesco ancora a spiegare, il post precedente non dà modo di fornire alcun commento.
Pur sapendo che nessuno si straccerà le vesti per questo e non negando l'ipotesi che di commentare quanto scritto non interessi nessuno (anzi uno c'é, colei che mi ha segnalato il disagio) chiedo scusa e aggiungo questo post, per quanti vogliono dir la loro.


Premessa d'esperimento


In vita mia ho avuto la fortuna di realizzare decine di interviste, a volte dettagliate, in altre circostanze rapide quanto una battuta.
Sempre mi sono trovato a pensare questo: cosa conosco realmente della persona che mi sta di fronte? Poco; spesso nulla. Se si tratta di un personaggio pubblico, qualche cenno di biografia, qualche opinione altrui, qualche pregiudizio. In molti casi, neppure quello.
Ecco perché, con il passare degli anni, oltre a racimolare informazioni attingendo a canali differenti, ho cercato di sviluppare un “sesto senso” per cogliere, al di là del detto/non detto, qualche tratto essenziale della persona che mi sta di fronte.
Cospargendomi il capo di cenere e chiedendo scusa a priori per l’immodestia, credo che accanto ai miei numerosi limiti, quella sia una “sensibilità” da ascrivere tra le virtù.
Una “sensibilità” che, senza garanzia alcuna di cogliere la verità, pretende pure una condizione: l’incontro con la persona intervistata dev’essere diretto, possibilmente nel suo habitat, cioè la casa, l’ufficio. Niente telefono, né tanto meno mail o altro. Strumenti che possono aiutare per integrare un’intervista, non realizzarla.
Scrivo tutto ciò come premessa a un pensiero che facevo ieri e che riprende un concetto già espresso giorni fa, sulla possibilità che offrono i blog di conoscere qualcuno, in modo più intimo e profondo di quanto conosca in effetti alcune persone che considero amiche, conoscenti, colleghi.
Un’opportunità concreta, che tuttavia non prescinde l’importanza del contatto diretto, poiché ci sono cose che la comunicazione (quella scritta, ma neppure quella multimediale) riesce ad esprimere. Il messaggio, per usare una metafora, non racconta il messaggero. A volte aiuta, ma non basta.
Ecco perché, se avessi in mente di realizzare una rubrica sui blogger, raccontandoli attraverso ciò che nel loro blog pubblicano, e volessi farlo non peccando di eccessiva superficialità, mi troverei di fronte a un bivio: limitarmi alla rete o partire da lì per uscir fuori, incontrando chi lo tiene di persona.
Non sarebbe male come spunto di partenza. Una sorta di “second life” e “first life”, per usare termini già abusati. E forse potrei partire dalla “second life”, la produzione on line, per tracciare un profilo, lasciando in sospeso o magari ad un secondo momento la curiosità dell’incontro personale e la verifica di corrispondenze e contraddizioni.
Nei prossimi giorni, mi piacerebbe farlo, poiché questo blog, oltre ad una sorta di diario, è anche il luogo del mettersi alla prova, del cimentarsi, dell’esperimento.Ci ho già pensato, ci penserò…

sabato 1 dicembre 2007

Due mesi, un giorno


Buon compleanno. Lo scriverei, ma di mesi questo blog ne ha soltanto due, portati bene o male secondo i punti di vista.
Certo l’avvenimento più importante, in questi ultimi trenta giorni, è stato il “pizza blog”, che ha avuto ampia diffusione di resoconti sia sul web, sia sulla locale carta stampata e che ha partorito l’aggregatore agognato (anche se a dir la verità, ce n’era già uno, pur di forma più spartana, ideato e realizzato dall’ideatore di “Vivere a Como”, il fantomatico Sir Percy).
Più sul personale, è stato il mese dei ritocchi (i “commenti, ad esempio, sono diventati “pensieri”, copiando il blog di Valentina) e degli aggiornamenti (i Feeds Rss), mantenendo però il filo rosso delle riflessioni, che vertono sul mondo della comunicazione on line, sui cambiamenti del mondo giornalistico e delle annotazioni più intime.
Sono fiero di me per i passi avanti (non molti), senza prendermela troppo per quelli che ancora non sono riuscito a fare. Temevo, iniziando questo blog, che l’entusiasmo iniziale via via scemasse, inaridendo il pozzo, come avviene anche in natura, quando è poco profondo.
Registro con soddisfazione che la media di un post al giorno è stata mantenuta, anche se rileggendone alcuni non c’è gran che da andarne fiero.
Pure i commenti (pardon, “pensieri”) sono aumentati di poco, ma questo è l’ultimo dei problemi. La forza della rete è nel network, nel fatto che ogni blog conta poche unità di visitatori fedeli, i quali tuttavia sono in contatto con pochi altri, in una ragnatela che risulta però infinita o quasi. E ricordo che questo blog rimane “derankirizzato”, cioè non mi importa quanti link genera, né che posizione occupa in Blogbabel. Semmai sono tentato di mettere un “contatore” di visitatori, poiché vengo dalla tradizione della carta stampata e a differenza dei moderni comunicatori, che valutano l’interesse suscitato con formule e algoritmi, io mi accontenterei di conoscere quanti “lettori” ci sono. Resisto alla tentazione, ma sono convinto che siano assai più di quanto io stesso immagini (illudersi non ha mai fatto male a nessuno).
Tutto sommato, questo blog è nato come un mettersi alla prova, come un esperimento e tale rimane. Nella più feconda tradizione del settore, resta un diario più o meno intimo, che segue non un interesse specifico, bensì il gioco di sponda dei fatti che mi capitano e dei pensieri che ne derivano.
Ringrazio di cuore tutti coloro che mi stanno vicino in questo viaggio. Grazie per l’attenzione, la comprensione e il pudore.

venerdì 30 novembre 2007

La tv è un Inferno (fortuna che c'é Benigni)


Volevo già scriverlo subito, ieri sera, dopo che ho spento la televisione, ma ho pensato che sarebbe stato un peccato sommare la banalità di altre parole all'essenziale che avevo appena udito.

Mi riferisco allo spettacolo di Roberto Benigni, andato in onda in prima serata su RaiUno: la lettura, preceduta da spiegazione e commento, del quinto canto dell'Inferno, tratto dalla "Commedia" di Dante Alighieri.

Quasi tre ore senza pubblicità, che mi hanno incollato allo schermo. Non succedeva da mesi, forse anni, che non mi alzassi dal divano (divino, divano, solo una vocale di differenza, non ci avevo mai pensato...), senza usare neppure una volta il telecomando. Mi sono ritrovato bambino di colpo, quando la tv era in bianco e nero e per cambiare canale bisognava levarsi dalla sedia e pigiare un bottone e le possibilità di scelta erano tre, se non due: il primo, il secondo e la Svizzera.

Roberto Benigni è stato strepitoso, dimostrando che a un genio non importa il mezzo usato, lo strumento, per trattare temi di cultura, sapienza, passione e intelletto.

Me lo sono gustato e viene voglia di rivedermelo.
C'è un bel passo della Bibbia, in cui Abramo evita il castigo che Dio ha riservato a Sodoma, convincendolo ad usare misericordia se vive in quella città anche un solo giusto.

Nei molti torti che imputo alla tv generalista, primo fra tutti quello di grattare il fondo del barile pur di fare ascolti, pescando nei più bassi istinti invece di volare alto, la presenza di Benigni la giudico un seme buono. Forse non è abbastanza per espiare le colpe di un sistema intero, ma mi pare un buono spunto per partire.

giovedì 29 novembre 2007

20 Feeds all'alba


Piccole conquiste danno soddisfazione. Tra un paio di giorni questo blog festeggerà (tra lui e lui, non dovendo fare eco che a sé stesso) due mesi e racconterò allora cos’è successo nel tempo intercorso.
Apro una breve parentesi ora, per riferire ciò che da oggi ho acquisito: anch’io tengo finalmente nel mirino gli altri blog tramite i Feeds. Ciò che generazioni di blogger hanno sperimentato ed è abitudine che ormai si perde nella notte (non esageriamo, diciamo dalla mezza sera) dei tempi per milioni di internauti, anche per me è realtà.
Ci ho messo due mesi, tra pigrizie e incomprensioni, ma da oggi tramite “Bloglines” vi tengo d’occhio tutti, cari amici vicini e lontani.
Si ringraziano, per i preziosi contributi nell’inquadrare e raggiungere la meta:
Tommaso Tessarolo, che prima ancora che avessi un blog, mentre leggevo il suo libro “NetTV”, mi aveva incuriosito con la storia dei Rss, di cui fornisce esauriente spiegazione per molti, ma non per tutti: io avevo capito benissimo le metafore che aveva usato, senza tuttavia capire un accidente di cosa in effetti fossero;
Wikipedia, che mi spiegato di cosa si trattava, con meno metafore e più riferimenti storici e tecnici di Tessarolo, ma con eguale efficacia;
Francesco Quasi.dot, che nella prima mezz’ora del Pizza Blog ha perso tempo spiegandomi non la teoria bensì la pratica dei Feeds, spiegandomi quanto è utile avere “da una parte dello schermo tutti i contenuti di un blog, e dall’altro la lista aggiornata dei blog che interessano, che si aggiorna automaticamente e segnala i post nuovi;
Gaspar, il cui sorriso di compatimento – sempre durante il pizza blog - mi ha spronato e che mi ha convinto definitivamente dell’utilità che essi hanno, visto che io a malapena stavo attento a una dozzina di blog, mentre lui ne segue abitualmente più di quattrocento;
Elena, che mi ha consigliato “Bloglines
A tutti loro e ai molti altri che, direttamente o indirettamente, hanno contribuito all’ardua impresa, grazia, o come direbbe il mitico Dado: “Grezie, grezie altrettanto”.
P.S. Tale conquista coincide con l’aggregatore Como.Social che Giuseppe Granieri ha gentilmente allestito per noi. Lo ringrazio pubblicamente, anche qui.

mercoledì 28 novembre 2007

La morale di Lyonora


Parole, parole, parole... E se non fosse necessario tutto questo chiacchierare? Lo penso quando guardo il blog fotografico di Leonora (che è la ragazza che vedete qui a sinistra, in un suo scatto).

E domenica, in una bellissima giornata di sole e nebbia, mi è venuto il "trip" di prendere la Minolta (o è una Canon?) di famiglia e andar per prati e boschi e finalmente catturare quell'essenza che non può esprimere alcun verbo.

Tralascerò il fatto che la Minolta (sì, mi sa che non è una Canon) aveva le pile scariche e mi son detto: "Beh, può bastare il telefonino. Ha la videocamera!" e sorvolerò pure sull'altro fatto, cioè che era tardi e invece di avventurarmi per prati e boschi mi sono limitato al giardino. Non annoierò nessuno, insomma, con capolavori a colori o in bianco e nero e foglie secche e alberi spogli che non ho fotografato.

Mezz'ora dopo, mentre avevo le calze zuppe e cercavo ancora di orientarmi tra le "opzioni zoom" del cellulare per immortalare almeno una ghianda, un acero nano, un ramo di pino, è partito il primo flash. Non era quello di una macchina fotografica, però, bensì del mio cervello, che bussava alla scatola cranica per dire: "Ma quanto sei cretino!".

Così sono salito in casa, ho acceso il computer, mi sono collegato a Internet, ho aperto il blog di Leonora e mi sono gustato in santa pace fotografie incantevoli.
Morale: "La bellezza non è soltanto negli occhi di chi guarda, ma anche nella bravura di chi scatta".


P.S. Non era una Canon, e neppure una Minolta. E' una Nikon...

martedì 27 novembre 2007

Consigli per tutti (De Biase 3)


L'ho tenuto nel mirino, l'ho acquistato e ho cominciato a leggerlo.


Ieri sera ho letto primo capitolo e prefazione. Non si tratta di un libro facile, richiede più che la connessione del computer quella del cervello.

In ogni caso, è quello che cercavo, poiché gira attorno a un nocciolo che, rubando le parole allo stesso De Biase, è questo:


La scoperta (la riscoperta?) di una cultura in cui si recupera "il valore del tempo da dedicare alle persone. La sapienza di distinguere quello che vale e quello che non vale. La ricchezza della qualità. L'indifferenza per l'ostentazione. In questa cultura si rivaluta ciò che non ha prezzo. Perché quello che dà significato alla vita non si misura con la moneta: l'amore, la bellezza, la tenerezza, l'amicizia, la passione per fare bene quello che si sa fare". (pag.12)


Basta per dare un'idea? Se non basta, aggiungo questo.


"Questi nuovi modi di pensare passano per le relazioni orizzontali tra le persone, per le testimonianze del volontariato, per i contenuti delle conversazioni tra pari e, anche, per lo scambio di tempo che le persone si donano reciprocamente, contribuendo alla costruzione di un nuovo medium sociale, partecipato, umano". (pag. 13)


Gratuità e scambio tra pari sono due punti cardinali che mi aiutano a mettere a fuoco la linea d'orizzonte della mia vita, compresi incontri e progetti. Ci voleva De Biase (e i coautori, cioè i frequentatori del suo blog) per fare un po' di chiarezza ed estrarre dal magma delle sensazioni un pensiero compiuto.

lunedì 26 novembre 2007

Vieni avanti, Giornalist(ino)


E' proprio vero che mille teste ragionano meglio di una. O almeno aiutano quell'una sola a ragionare. Non è poco.

Da un paio di settimane sto pensando di dedicare un post ad un aspetto della professione giornaistica che, a mio parere, pregiudica gravemente la qualità complessiva dell'intera categoria.

Voglio scriverlo e circostanziarlo, ma poi aspetto e aspetto e aspetto, finché ieri, nei commenti di un blog di una persona che stimo e che leggo sempre, trovo non soltanto uno spunto, ma anche l'occasione già bella e pronta per una riflessione.

Il post è questo e, nei commenti, lo stesso autore aggiunge:


"Ho citato il passato di Vulpio, perchè è importante ricordare che mentre qualcuno - per anni - ha fatto il giornalista precario, sottopagato o non pagato affatto, nelle redazioni di giornali, giornaletti, televisioni locali e uffici stampa, qualcun altro poteva permettersi il lusso di lavorare sottopagato (si chiama concorrenza sleale), perchè tanto avevano il culo in caldo con lo stipendiuccio del posto fisso. Detto questo, io lavoro in Rai e anche sulle pagine di questo blog ho raccontato episodi poco edificanti. Ma questo non significa che tutta la Rai sia da buttare".


Al che, ho scritto anch'io un commento. Questo.

Caro Alfredo, due cose. Primo: grazie al web, e ai blog, per me la "sconosciuta" Basilicata è diventata una regione da prendere ad esempio. Grazie soprattutto a te, ma anche a Granieri, Francesco Goffredo (neolaureato, da Matera) e tanti altri. Secondo: che tu ce l'abbia con Vulpio (di cui non ho letto molto) posso capirlo, ma sul fatto che abbia cominciato come vigile urbano gli va ascritto ad onore, non a demerito. Tu dici "il culo al caldo", ma non è il culo al caldo lavorare per poco più di mille euro al mese e nel contempo dedicare il proprio tempo libero facendo il giornalista. Non so in Basilicata, ma qui da noi, in Lombardia, un problema della classe giornalistica io lo considero proprio questo: che la selezione premia non già i più bravi, bensì chi può permettersi di fare il precario, sottopagato, per una vita, facendo lo "sguattero" di redazione per anni e anni, finch'é assunto per coptazione/compassione. Ciò non significa che così non vengano assunti giornalisti bravi (se è il tuo caso, quello che descrivevi, significa che i precari bravi prima o poi ce la fanno) ma che elevato a sistema di selezione finisce per essere dannoso e fatale. Con stima, Giorgio


Fin qui la premessa. Per la conclusione non mi dilungo, ribadendo soltanto un concetto: la difesa di una categoria, della qualità di una categoria, passa anche attraverso l'individuazione di meccanismi d'entrata rigorosi e non affidati a variabili negative.

Purtroppo l'iscrizione ad un Ordine professionale, con tanto di esame ("no comment" sulle modalità di tale esame!) e neppure la formazione scolastica universitaria offrono garanzie sufficienti.

Conosco molte persone che hanno cominciato e, pur possedendo talenti e doti, hanno poi rinunciato non potendosi permettere una "aspettativa sine die".

Al contrario - ma non farò nomi, tranquilli - potrei stilare un lungo elenco di persone che pure lavorano, senza avere un decimo delle qualità di chi ha abbandonato a metà strada il cammino.

In un mondo qual è l'attuale, con le possibilità che offre l'informazione "diffusa" e il rischio che la professione giornalistica fatichi a ritagliarsi un ruolo riconosciuto ed autorevole, possiamo permettercelo?

Ecco perché resto convinto che sulle modalità d'ingresso (e di permanenza) nel mondo del lavoro ci sia molto da riflettere e ragionare.

domenica 25 novembre 2007

Consigli per l'acquisto (De Biase 2)

Finalmente è arrivato. In libreria, intendo. E' il nuovo libro di Luca De Biase.
Ne avevo già scritto, attendo l'ora di leggerlo.

sabato 24 novembre 2007

Venti righe sotto il mare



Noi giorni scorsi ho ricevuto una mail. Me l'ha spedita David, uno degli amici che ho più cari, anche perché, quando fatico a camminare, mi prende sulle spalle e, quando corro, mi costringe a sostare.

Caro Giorgio, leggo quasi quotidianamente il tuo blog. A differenza di Valeria, non lo trovo triste. Lo trovo profondo e per questo anche impegnativo da leggere. Nell'intensità dei tuoi pezzi trovo però un limite... mi lasciano spesso senza parole, paralizzato, mi lasciano ad una profondità alla quale probabilmente non sono abituato e mi tengono a distanza. Per questo non riesco a scriverti nulla. Forse potresti lasciare qualche "sospeso", qualcosa che permetta agli altri di entrare... invece i tuoi scritti portano in sè una compiutezza, un'interezza che li rende inavvicinabili. Un pò come le vecchie lettere pastorali di Martini o certi editoriali di Scalfari (se non ti offendi, con le dovute proporzioni!). Il pezzo sulla morte e sulla disperazione dei non credenti, ad esempio. Perchè inchiodare i non credenti alla disperazione?

Io ci vengo anche "venti righe sotto il mare" a scoprire la profondità dei tuoi pensieri, tu qualche volta galleggia e lasciati trasportare dal tuo vecchio amico, spalle al mare, sotto questo bellissimo cielo azzurro, verso chissà quale deriva. Ma con leggerezza.



Ti abbraccio, David

venerdì 23 novembre 2007

Consiglio per colleghi (1)


Il futuro dell'informazione è uno tra gli argomenti che, per passione e professione, mi interessano maggiormente.

A Milano c'è il Dada-Day.

Riporto qui un post che ho letto poco fa sul blog di Luca Mascaro e che i miei colleghi giornalisti farebbero bene a sbirciare.

giovedì 22 novembre 2007

Pizza Blog (Capitolo Terzo) The End


Il troppo stroppia e non vorrei tirarla troppo in lungo con il “pizza blog”, trasformando una piacevole serata in un polpettone indigesto.
Un’ultima annotazione, riprendendo spunti letti nei commenti di altri commensali.
I blog sono uno strumento portentoso, così come il Web 2.0 e prima la mail e prima ancora computer, videocamera, macchina fotografica, stampa, carta e penna. Rimangono tuttavia strumenti. Ciò che ha valore è il desiderio di comunicare, di informare ed essere informati, di apprendere, di condividere, di socializzare. Sia che si consulti uno schermo luminoso o il display di un telefonino, sia che ci si incontri “in rete” o in chiesa, allo stadio, in biblioteca, a scuola, al lavoro, in un parco o al bar.
La cosa che più mi ha colpito l’altra sera, non è stato il tempo futuro che all’improvviso, in una sala a tinte arancio di una pizzeria, s’è fatto presente. Né l’ammirazione per il sapere altrui (che pur mi ha impressionato) o la stima per i talenti di cui ognuno dei presenti, in forme differenti, era dotato. La cosa che mi ha colpito di più, l’altra sera, è stata la sintonia umana che si è creata, a prescindere dai rivoli differenti da cui si proveniva e dai diversi orizzonti che ognuno di noi si ritaglia. Una sintonia senza traccia alcuna di omologazione né necessità di stonature per evidenziare la propria originale presenza. Una comunità con interesse comuni - alcuni palesi, altri taciti – fondata sull’inclusione e sull’apertura, senza bisogno di mostrare distintivi e marcare recinti.
Non è un caso che, credo unanimemente, la prima sensazione riportata a commento della serata sia stata la piacevolezza dell’incontro, la naturalezza dei rapporti, il sentirsi bene, a proprio agio.
Non saprei dire, ora come ora, cosa seguirà in futuro, né mi sento di fissare tappe, percorsi. Credo che, come ha scritto Gaspar, non mancheranno occasioni di incontro.
A me piace pensare questo: che la serata di lunedì sia stata un seme. Non so che frutti darà, ma so che saranno buoni.

mercoledì 21 novembre 2007

Pizza Blog (capitolo 2) Work in Progress




Il blog come dieta: fa perdere peso. Senza trucchi, pasticche o altro. Semplicemente monopolizzando la pausa pranzo.

Ritorno volentieri sull'argomento "pizza blog", che sarei tentato di scrivere come ho sempre fatto, con gli schemi che conosco. Quello però è il vecchio mondo e, almeno qui, è giusto guardare avanti.

Tenterò allora un'esperimento: integrare il racconto (che da che mondo è mondo, dalle caverne con i primi focolari fino all'angusto spazio dell'Apollo 11, diletta gli esseri umani) con il contributo degli altri partecipanti, in modo che da canto gregoriano si trasformi in polifonia.

Il futuro val bene una pizza (foto). Poco importa allora se la sera ci si ritrovata stanchi, stufi e un po' spompati: c'è un impegno da onorare e basta trattenere il fiato e fare i dieci metri che portano fino alla porta del ristorante per lasciarsi la malavoglia alle spalle.
Piazza Croggi, Como, a un passo da lago e trenta dalla funicolare. Ore 20.40 di lunedì 19 novembre, "pizza blog". Una ventina di adesioni, la maggior parte da Como e dintorni, un paio di Milano e qualcuno dal Canton Ticino.
Saletta angusta, ma riservata. Tavolo "a elle" e impossibilità fisica di dialogare con tutti. Ci si conosce così, senza preamboli, come le carte estratte a sorte dal mazzo.
Mi siedo e ho a fianco il mio amico/collega
Mauro. Partono le chiacchiere, arrivano alla spicciolata anche gli altri, tutti si sorridono, qualcuno si presenta, qualcun altro stringe la mano. Si chiacchiera con chi ci sta di fronte o a fianco, si ordina da bere, poi da mangiare. Mentre si aspettano le pizze, viene fatto girare un foglio, per raccogliere nomi e blog di riferimento ("aggregatore analogico" lo chiamano), poi, con disciplina, uno per volta ci si alza, si dice il proprio nome e si aggiunge una frase, massimo due, in modo che ognuno abbia un'idea degli altri nella sala. Ecco le pizze (filetti al sangue, per i buongustai elvetici) e altre chiacchiere. Si rompono le fila, qualcuno esce a fumare, ci si siede a casaccio, in modo da scambiare due parole anche con chi era distante, attorno al tavolo. Dolce, caffè, tutti fuori, al gelo di questo novembre. Ci si saluta, ce ne andiamo alla spicciolata, come eravamo arrivati.
Fin qui la cronaca, "nuda e cruda". A "cucinarla" ci pensano tutti, tutti quelli che c'erano intendo.
E allora eccoli qua, qualcuno dei piatti sfornati. Introdotti in ordine assolutamente sparso dal sottoscritto, in funzione soltanto di cameriere.

Giuseppe: collocato nell'angolo ad "elle" del tavolo, arrivato niente meno che in moto da Milano, fotografo e autore del blog "Palmasco".

Roberto: la cui serata Giuseppe ha descritto come meglio non si può.

Elena: organizzatrice della serata, oltre che prima in assoluto ad aver postato (probabilmente tra il dolce e il caffè, mentre noi eravamo distratti)

Francesco: che viene da Matera, lavora a Milano, ma a Como ha trovato casa e oggi, complimenti, si laurea.

Francesco: un altro, che appena arrivato mi ha adottato, salvo poi - una volta che in quel mare "sguazzavo" - concentrarsi sugli altri commensali, dando dimostrazione di assoluta discrezione.

Giovanni: che è di Albavilla e con cui ho scambiato parole una o zero, ma che già mi pareva di conoscere poiché avevo sbirciato nella sua galleria foto Flickr e mi sembrava, pur così giovane, un vecchio amico che da anni non vedevo

Roberto: che ne ho apprezzato lo spirito imprenditoriale quando nella presentazione "ufficiale" ha spiegato
cosa fa e cosa intende fare

Francesco: che ho scoperto solo alla fine - perché me l'ha detto lui - che è figlio di un mio valente ex collega. Francesco che è stato tre mesi in India e che, sorpresa ancor più della precedente, è l'autore di
Como Night

Valentina: che avevo già magnificato in un post di questo blog, ma lei non lo sapeva e l'ha scoperto dopo e mi ha ringraziato, ma per fortuna la serata era già finita e non sono diventato rosso per l'imbarazzo.

Andrea: che di Valentina è il marito e che a prima vista m'è sembrato di conoscerlo e che poi è stato riconosciuto da Mauro Migliavada (Udite, udite! è la prima volta da che lo conosco che l'anti-fisionomista per eccellenza riconosce qualcuno) perché collaborava con "La Provincia" e anch'io mi sono ricordato di averlo visto in qualche conferenza stampa, ma poi ha smesso, perché non si può campare a lungo se ti pagano a pezzo e hai una famiglia e nella vita vuoi andare da qualche parte e non essere trascinato

Andrea: con cui davvero non ho scambiato una parola e me lo sono pure dimenticato nel primo elenco e me ne vergogno, ma era seduto nell'angolo opposto dov'ero io e quando si è presentato mi stava arrivando la pizza e... E' inutile: non ci sono scuse. Per rimediare non lo sfiderò su una discesa ripida con gli sci, promesso, in compenso linko un suo recente post che noi giornalisti faremmo bene a leggere.
Alessandro: che davvero non c'era alla pizza e perciò non devo chiedere scusa di essermelo dimenticato. Ma ora lo aggiungo, poiché avrebbe voluto esserci e in veritò l'ho sentito presente, almeno in spirito (non sarà mica stato lui a mettere quegli euro che alla fine avanzavano e che qualcuno ha attribuito alle capacità taumaturgiche di Elena?)

Elena: che assomiglia un sacco a Sandra Bullock (ma è un complimento scontato, chiunque sia tentato di far colpo su di lei credo debba fare ben altro) e arriva da Padova, ma ha studiato e lavora a Lugano. E non ha un blog, poiché tema di farsi prendere la mano e finire come molti, che scrivono non più solo per piacere personale, schiacciati in un ingranaggio poco umano.

Alessandro: che ha casa a Comerio, provincia di Varese, e mestiere a Lugano e se n'è andato presto, ma non troppo e che ha un
post che fa riflettere su Google.

Leonora: anch'ella mestierante in Lugano, nata e cresciuta però a Rovereto. Fotografa, alle sue
foto è finita per assomigliare persino: colorata, lucida, solare...

Gaspar: che per età e conoscenza ha già un passato alle spalle, ma non lo ha fatto pesare. E' stato gentile senza essere ossequioso, disponibile senza ammiccamenti, utile senza mostrarsi saccente.

Luca: che è di Erba e sviluppa modelli di comunicazione aziendali basati sul web 2.0 ed è timido e ha poco tempo per aggiornare il suo blog perché la maggior parte della giornata gliela porta via il suo lavoro

Donata: giovanissima e ancora alle prese con quella parte della vita in cui strade non ce n'è chiusa nessuna e ha fatto una scuola per programmatrice con altri venti ragazze e sfata il mito che di questi argomenti le donne ci capiscono nulla

Luca: che dopo tre minuti che Mauro tentava invano di fotografare decentemente un foglio, ha fatto lui uno scatto con un telefonino e via bluetooth glielo ha all'istante inviato. Io ci ho parlato poco, in compenso ha chiacchierato a lungo con Mauro, che a un certo punto, serio, si è girato verso di me e mi ha detto: "Questo qui è un genio". Tanto per dire, quando mi ha spiegato che ha fondato un'azienda e gli ho chiesto che studi ha fatto, lui mi ha guardato e risposto: "Studi? Che studi? Io da quando ho diciannove anni ho sempre lavorato". Adesso di anni ne ha ventidue.

E con questo, non è tutto. Alla prossima.
P.S. Essendo nuovo del mestiere, non conosco bene le regole, però credo di aver letto da qualche parte ch'è buona creanza non modificare un post, una volta scritto. Per questo chiedo tuttavia una "clausola compromissoria": più che un post, infatti, è una pagina "wiki" tra me stesso e il sottoscritto...

martedì 20 novembre 2007

Pizza Blog (capitolo 1) L'Incipit


Poche ore di sonno e troppo lavoro in mattinata: due presupposti infausti per raccontare con un minimo di lucidità la serata di ieri sera (primo "pizza blog" della mia vita, ennesimo tentativo di aggregare i blogger in provincia di Como e dintorni).

Tenterò di farlo, limitandomi a qualche spunto, precisando di non aver dato nemmeno uno sguardo ai resoconti altrui, proprio per non farmi in alcun modo influenzare.


E' stata una serata piacevole. Molto piacevole. Voglio scriverlo subito, in modo che questa affermazione faccia da cornice a tutto il resto. Come spesso accade, quando mancava un'ora alla cena, ho pensato: "Mi è capitata bella! Ma chi me l'ha fatto fare di mettermi in pista e rinunciare a una serata di sacrosanto relax, tra le mura domestiche!". Chiunque me l'ha fatto fare è giusto venga oggi ringraziato. Si è trattato di una serata di gradevole compagnia e di incomparabile ricchezza intellettiva e sociale.


Primo pregiudizio da sfatare: i blogger non sono sfigati. Chi se li immagina "Nerds", a loro agio più con una tastiera di computer che nello scambiare due chiacchiere in pizzeria si sbaglia di grosso. Tant'é che, appena arrivato, scorgendo un auto con due persone a bordo, entrambe somiglianti al tecnico dei computer che fa una brutta fine in "Jurassic Park", mi sono detto: "Ecco, ci saranno anche loro". Invece non erano loro. Eravamo una compagnia "normale" (nella foto a margine, la "quota rosa") che poteva radunarsi per condividere la propria esperienza nella blogosfera, ma pure la gita ai Corni di Asso o il corso di tango argentino ("Musica y guapa").


Secondo pregiudizio da sfatare: tutti con un computer e un po' di esperienza ce la la possiamo cavare. Balle! Altro che "bestiario dello scimpanzé", altro che "Neanderthaliano della rete". Peggio, molto peggio mi sono sentito. A quel tavolo c'erano dei geni e comunque persone che sono avanti anni luce rispetto al sottoscritto. Ne ho apprezzato tuttavia il pudore nel non metterla giù dura e, specialmente, l'enorme disponibilità a condividere, spiegare.


Da ultimo, in questo post introduttivo, un'annotazione sulla strana sensazione di sedere fianco a fianco con persone che non avevo mai incontrato prima, ma di cui conoscevo riflessioni, pensieri, stati d'animo, curriculum scolastici e professionali, esperienze di vita e persino foto loro da piccoli o delle vacanze che hanno fatto con la ragazza o insieme ai genitori, mentre tagliano il prato. Troppo per tentare di descrivere in poche righe quel che si prova, ma una cosa posso dirla: ero a mio agio.


Questo è quanto. O meglio, vorrei aggiungere altre cento cose ma comincio ad essere un poco stanco e non vorrei far venire la bolla al naso a nessuno. Per cui "chiudo" e, soprattutto "passo". Nel resto della pausa pranzo mi concederò una capatina nei blog degli altri commensali e nei prossimi giorni manterrò vivo l'argomento, facendo anche nomi e cognomi, perché è una Como (e un Canton Ticino) che merita di essere raccontato nel dettaglio. Promesso.

domenica 18 novembre 2007

Epicuro il saggio



Approfittando della domenica, oltre ai riti festivi, ho trovato il tempo per dilettare mente e spirito con gli “Aforismi” di Epicuro.

Ne trascrivo tre.


  • “Da ogni cosa ci si può mettere al sicuro, ma nei riguardi della morte viviamo in una città senza mura”.
  • “Nei discorsi tra quanti amano ragionare, guadagna chi perde, perché impara”
  • “L’uomo onesto coltiva saggezza e amicizia, l’una è un bene mortale e l’altra immortale”

sabato 17 novembre 2007

Pizza Blog (Capitolo 0) L'Anteprima


Rimando la terza puntata su “giornalismo e buona fama” perché mancano poche ore al primo blog pizza (o pizza blog) della mia vita, che si terrà – lo ricordo, per chi abita nei dintorni di Como – lunedì 19 novembre, alle 20.30.
Essendo un nuovo arrivato nella “comunità globale”, mi limiterò ad ascoltare, cercando di carpire qualche segreto. Pur nutrendo più di una curiosità per la tecnologia e sapendo già che mi troverò di fronte persone che ammiro per intraprendenza e conoscenza, ammetto che è l’aspetto umano quello che più mi interessa. Dietro ogni bit c’è un sentimento, un’emozione, un interesse che muove, sposta, indirizza, dirige, orienta. Considero ciò che sta accadendo non una nuova frontiera, bensì la medesima espressione di socialità che accompagna l’uomo da che mondo è mondo: a cambiare è soltanto la diligenza.
L’idea però di incontrare anche fisicamente persone che non conosco affatto o che ho incontrato da poco mi affascina e nel contempo forse un po’ mi imbarazza. Basterà poco tuttavia per rompere il ghiaccio e sono contento di avere l’opportunità di frequentare gente che non ho mai visto, ma di cui ho stima.

venerdì 16 novembre 2007

La capanna di Bart




Terza puntata sulla “fiducia” e sulla “bassa fama” di cui godono attualmente i giornalisti (ne ho già trattato ieri e ieri l’altro).

Prima però una nota a margine, perché oggi mi ha scritto una mail Valeria, una persona a cui tengo molto e che di me conosce il meglio e il peggio, e commentando per la prima volta questo blog non mi ha nascosto la sensazione di “tristezza” che le suscita.
“I commenti sono sempre pochi e sempre dei soliti” così mi ha scritto.
Le ho risposto che poco me ne importa. Non è un balcone su una piazza che cerco. Piuttosto, un ripostiglio. Una capanna su un albero, tipo quella di Bart Simpson. Un luogo dove ritirarsi ogni tanto, dove ospitare qualche amico persino e lasciare un segno di presenza, qualche post it, a futura memoria, soprattutto per me, forse perché divento vecchio e mi trovo esattamente in mezzo al guado: ho superato quei giorni in cui si crede di avere avanti a sé tutto il tempo immaginabile per lasciare in eredità qualcosa di fondamentale, che merita di esser conosciuto al mondo, e non sono ancora entrato in quell’età in cui ci si rende conto che tutto passa e ciò che merita di essere conosciuto al mondo è proprio ciò che non è possibile mettere per iscritto.
Scrivo per me, insomma, anche se sono grato (e assai) per tutti coloro che mi accompagnano, che danno una sbirciatina ogni tanto e a volte addirittura aggiungono del loro. Vi considero amici, anche se non vi conosco.

E ora che mi sono fatto prendere la mano, non ho più testa per dedicarmi alla terza puntata. Peccato. Avrei voluto scrivere di un caso giudiziario e della responsabilità che come giornalisti abbiamo. Lo farò in un altro momento, anche se avrei preferito farlo oggi, giornata in cui ho saputo che un collega, storico cronista de “La Provincia”, Alessandro Galimberti, se ne andrà al Sole 24 Ore.

Personalmente di Galimberti ho sempre apprezzato la preparazione, ma per essere tra i miei preferiti gli manca quella “sensibilità umana” che i grandi hanno e di cui scrivevo giorni fa. Parere personale, senza alcuna invidia. Per la nuova avventura, il migliore in bocca al lupo.

giovedì 15 novembre 2007

Questione di fiducia


Si fa presto a dire "fiducia".
Innanzi tutto, come scrivevo ieri, la concessione di fiducia è soggettiva, nel senso che dipende a chi la si accorda. Ci sono persone che godono della mia fiducia "a pelle", senza troppi orpelli, e altre che devono conquistarsela. In entrambi i casi, è la prova dei fatti a fare da discrimine.
L'altro giorno ho scritto un giudizio positivo su una persona che conosco da qualche anno, prima per motivi professionali e successivamente in maniera più personale. Mi sono sbilanciato perché, in tutto questo tempo, nei miei confronti si è sempre comportato correttamente, con coerenza tra parole dette e atti compiuti. Non essendo onnisciente, è naturale che il "banco di prova" sia limitato al sottoscritto. Posso anche presumere, conoscendo per primi i miei difetti, che anche quella persona non ne sia esente (d'altra parte, come ho letto da qualche parte, l'uomo di profondo ha questo: che in ognuno coesistono un angelo e un demonio). Ciò non toglie che gode della mia stima e dunque della mia fiducia.
Pur riconoscendo nel giudizio una scala di variazione (tra il bianco e il nero esiste il grigio, a volte più chiaro a volte più scuro) è indubbio che lo spartiacque esiste per ogni persona, classificata o al di qua o al di là di un'ipotetica linea di fiducia.
Ciò vale nei rapporti personali, come in quelli di lavoro.
Prendiamo, per fare un altro esempio, la contrapposizione di questi giorni tra Comune e Provincia di Como, sul caso Trevitex.
Venerdì scorso, durante una trasmissione in diretta il sindaco di Como, Stefano Bruni, ha attaccato pesantemente l'operato di un funzionario dell'Amministrazione Provinciale, Giuseppe Cosenza, che a suo dire in una relazione tecnica mandata in Regione ha "diffamato" l'ente municipale, tanto che è di ieri la notizia che la Giunta ha dato mandato a un avvocato di valutare se esistano gli estremi per procedere legalmente.
In quel caso, non possedendo gli elementi completi e circostanziati per dare un giudizio dei fatti, l'unico appiglio che mi si offre è quello dell'esperienza. L'architetto Cosenza, ad esempio, in tanti anni che faccio questo lavoro, è sempre stato corretto nei miei confronti, né sono mai venuto a conoscenza di comportamenti discutibili né tanto meno riprovevoli, per cui non ho motivo di dubitare della sua assoluta correttezza. Fino a prova contraria, ha la mia fiducia. Ciò non toglie che, nello svolgere il mio lavoro, devo dare conto dei fatti, senza lasciarmi influenzare da giudizi e opinioni personali.
Avere la possibilità, su ogni questione, di poter definire il "quadro di riferimento" del giornalista che si occupa di una o dell'altra vicenda, credo sia utile, oltre che segno apprezzabile di maturità e trasparenza.
Se è difficile immaginare per ogni articolo scritto mettere in "allegato" una sorta di carta d'identità del giornalista, credo che un blog possa soddisfare efficacemente il desiderio di chiarezza da parte di chi scrive e, soprattutto, dia una possibilità chiave al lettore per porre domande e dunque farsi un'idea migliore di ciò che legge, di ciò che avviene.

mercoledì 14 novembre 2007

In Press we trust (or not?)


Curiosando tra i blog alla ricerca di qualche spunto per l'Etg di giornata, mi imbatto in un post interessante di Luca De Biase, sull'incapacità di autocritica dei giornalisti e sul senso di responsabilità dei blogger.


Lo leggo, appoggio le mani dietro la nuca, mi stiro sulla sedia e penso a questo nostro mestiere e, più in generale, alla convivenza umana, che è fatta di relazioni, di rapporti, che oscillano di volta in volta tra due estremi: da una parte il sentimento di "fiducia", dall'altro la "diffidenza".

Sovente è l'esperienza a determinare lo sbilanciamento a favore dell'uno o dell'altro polo, spesso invece, in assenza di informazioni o per velocizzare le decisioni, è il pregiudizio a prevalere.

Ci sono persone che a pelle mi vanno a genio e devono proprio combinarne delle belle per farmi cambiare parere, mentre altre devono provare più volte la loro correttezza prima di conquistare la mia fiducia (che, in genere, è concessa in regime di libertà condizionata).

Se questa pratica può subire variazioni soggettive nella relazioni personali, quando si tratta di un resoconto giornalistico l'attinenza ai fatti non dovrebbe avere sconti.

Per farla breve, Prodi mi può stare simpatico e da elettore gli perdono tutto, compreso essersi alleato con Diliberto, Pecoraro Scanio e persino con Mastella, ma se una legge del suo governo è inadeguata come giornalista ho il dovere di scriverlo. Compito ancor più arduo, se uno non ha proprio il cuore di pietra, quando si tratta non di personaggi visti da lontano, bensì di persone che ti abitano a fianco, con cui ti trovi a bere il caffè ogni giorno.

In questo senso, i giornalisti non dovrebbero avere amici.

Uso il condizionale, poiché rimanere fedeli al principio non è facile e vorrei evitare qualsiasi supponenza nel giudicare me stesso e gli altri.

Fondamentale è l'equilibrio. Ci sono colleghi che ammiro, poiché armati di cappa e soprattutto spada, menano fendenti che è un piacere, ergendosi a paladini di verità e giustizia, al punto da pagare di persona per il loro agire intrepido. Tra essi, però, la mia preferenza va per coloro che accanto alla virtù del coraggio rivelano una capacità di esser "vicino" all'altro, chiunque esso sia, rispettandone la dignità umana, a prescindere da ciò che ha commesso.

E' questo il doppio binario sul quale si muove, sommariamente, il mio giudizio riguardo ai colleghi e, soprattutto, è l'ideale di giornalista a cui aspiro.

Lo scrivo qua, per pochi amici, condividendo ciò che scrive De Biase e non più tardi ricordava il suo direttore, Ferruccio de Bortoli, affermando che i media - e i giornalisti - non pare godano in questi tempi di buona fama.

Paghiamo un prezzo alto ai troppi servi e, di contro, fatichiamo a mantenere equilibrio quando si aprono spazi di libertà.

Un tema, questo, sul quale mi piacerebbe ritornare.

martedì 13 novembre 2007

Qualcosa di buono, qualcosa di Como


L'esperienza blog prosegue e, pur un tantino impigrito nei confronti della tecnologia, i giorni si sommano ai giorni, le parole alle parole.
Approfittando di questa pausa pranzo, non mi metterò di nuovo alla berlina pubblicando "gioie e dolori, scoperte e imbarazzi di un blogger attempato" (a volte mi diverto ad elencarle nel dettaglio, ma non vorrei alla fine risultare stucchevole, apparendo come un orango alle prese con il flipper o come un bimbo buontempone che ad ogni piè sospinto sussulta e grida: "Mamma, guarda: un link!" o "Papà, papà, che cos'è un tag? Me lo compri? Dai!").

Piuttosto, vorrei parlare di una buona notizia, proprio quelle che faticano a trovar spazio sui mezzi di informazione tradizionali.

Già in qualche post precedente ho sottolineato l'esistenza di una Como dinamica, preparata, competente, sensibile, attenta agli sviluppi della tecnologia ma altrettanto sensibile ai valori della convivenza umana.
E' una Como che stenta ad essere riconosciuta e raccontata, a cui mi piacerebbe prestare voce, se non un vero e proprio megafono.

C'è un giornale, ad esempio, un mensile di assoluta qualità, intitolato "TALE&A" che ogni mese esce in edicola e di cui si trova anche un'accurata edizione on line (da cui ho tratto la foto che vedete qui sopra).
Come recita il sottotitolo, gli argomenti principali sono "territorio e ambiente lariano, edilizia & architettura".
Ora, non mi dilungherò nel farne un resoconto: chi vuole può dargli un'occhiata senza staccare la mano dal mouse. Ciò che mi preme invece è tessere un elogio alla persona che più di ogni altra questa rivista l'ha voluta e realizzata e che, in un certo senso, gli assomiglia.
Sto parlando di Sergio Pozzi, che non fa il giornalista, né il designer, bensì l'imprenditore nel settore edile e in particolare di cave, sbancamenti di terreno, materiale "inerte". Ebbene, mai ho conosciuto una persona che per occupazione professionale dovrebbe essere "terra, terra" (in tutti i sensi) e invece riesce a guardare lontano, ad avere una "visione" persino.
Tanto per ripetere ciò che a questo proposito mi dice Mauro Migliavada, il Consorzio Comense Inerti è stata una delle prime attività imprenditoriali ad aprire un sito Internet, ormai tanti anni fa, quando il Web 2.0 era ancora nella mente del creatore e il Web 1.0 aveva i calzoni corti.
Sergio Pozzi non è un guru o un profeta, semplicemente un uomo di affari senza paraocchi e con un'attenzione, una sensibilità culturale (scriverei "sociale", ma non vorrei che il termine fosse frainteso) che altri si sognano.

"Il ballo..." in sei frasi


Terminato anche l'altro romanzo breve di Raymond Radiguet, "Il ballo del conte d'Orgel" (Peruzzo Editore, 1995), ne riporto le frasi che ho sottolineato.


  • Pag. 124 "In poche parole, Francois viveva esattamente la sua età. E, di tutte le stagioni, la primavera, se è quella che sta meglio indosso, è anche la più difficile da portare".

  • Pag. 126 "Vivere una fiaba non meraviglia. Solo il suo ricordoce ne fa scoprire il miracolo".

  • Pag. 160 "... loro opponevano la stizza al suo entusiasmo: la carrozza era sporca, un attore non sapeva la sua parte... Gli intenditori devano lamentarsi, pensavano. Ed è ahimè! ciò che dal basso in alto pensano tutti".

  • Pag. 162 "Semplicemente, la signora de Séryeuse non nutriva contro la pigrizia il pregiudizio che nutrono gli umili".

  • Pag. 169 "Il conte d'Orgel nasceva a un sentimento nuovo. Aveva sempre evitato l'amore come una cosa troppo esclusiva. Per amare ci vuole tempo libero, e le frivolezze si accaparravano il suo".

  • Pag. 176 "Ci sono degli esseri come i mari; negli uni, l'inquietitudine è lo stato normale; altri sono un Mediterraneo, che si agita solo per un po' e poi ripiomba nella bonaccia".

lunedì 12 novembre 2007

Ferruccio e noaltri "under attack"


Sabato, come ho già scritto, hanno premiato il collega Mauro Migliavada al Circolo della Stampa, con il premio "Guido Vergani".
Sabato era un giorno particolare e avevo scelto di non andare alla cerimonia, però, parlando con Isabella nella tarda sera del venerdì, ci siamo detti che non sarebbe stato giusto mancare. O meglio, l'amico Mauro avrebbe capito, ma per il collega Migliavada era giusto che qualcuno della tv fosse presente, per cui sabato mattina c'ero e n'è valsa la pena.
Innanzi tutto per le parole di Ferruccio de Bortoli, direttore del Sole 24 Ore, nonché della giuria del premio, il quale ha in tre minuti dato un senso non soltanto al riconoscimento, non soltanto alla cerimonia, ma a un intero mestiere.
"Testimoni civili della verità" sono stati definiti da de Bortoli i cronisti premiati. "Perché la verità va sempre detta, anche se è scomoda, soprattutto se è scomoda anche per sé stessi".
Era accalorato de Bortoli, mentre parlava, pur mantenendo quell'aplomb, quello charme che lo contraddistinguono, mentre parla aggiustandosi il ciuffo e muovendo nell'aria gli occhiali che mette e toglie e tiene nelle mani.
"Il cronista corre un pericolo e mi pare sotto attacco, generalmente screditato persino - ha detto de Bortoli (le frasi non sono però testuali) - ma proprio per questo è corretto sottolineare i limiti del cronista, ma anche le virtù. Poiché sarebbe una società peggiore senza quelle persone che fanno il lavoro di giornalista, che aiutano a capire i cambiamenti della società e a immaginare il futuro, dove essa andrà. E' grazie al giornalista che così veniamo a sapere che esiste una nuova Italia fatta di persone nate altrove, di uomini e donne venute da lontano, che hanno diritto di cittadinanza e che vogliono costruire un paese migliore. Ma è anche grazie allo stesso giornalista che è possibile raccontare come c'è un rovescio della medaglia, fatta di paure, di preoccupazioni per l'ondata migratoria che rischia di mettere in ginocchio la parte più debole di questa nostra società".
E' stato elegante ed efficace insieme, de Bortoli. Che ha ribadito il diritto/dovere di informare e di essere informati, sollecitando la lezione che fu, tra i tanti, di Enzo Biagi: "La verità non va taciuta. Mai."
Poi è venuto il turno di altri discorsi e della consegna delle targhe e dei premi in denaro (Mauro ha ricevuto un assegno di 1000 euro, ma - non avevo dubbi - ha deciso di dividerlo con tutti noi della redazione, poiché proprio lui, che nel caso specifico è stato il più brillante a recuperare la notizia, sa com'è la squadra che conta e che da soli, in questo mestiere, si fa poca strada).
Ben tre i comaschi (li vedete nella foto) tra gli otto premiati.
Gisella Roncoroni, del quotidiano "La Provincia", per l'inchiesta sulla presenza di amianto tra le macerie della Ticosa.
Paola Pioppi, de "Il Giorno", per l'intervista a Rosa Bazzi, poi rea confessa per la strage di Erba.
Mauro Migliavada, di Etv, per aver fatto parlare Olindo Romano, marito di Rosa Bazzi, e anch'egli reo confesso per la strage di Erba.

domenica 11 novembre 2007

11 novembre 1972



Giorni di anniversari.
Oggi, ad esempio, sono esattamente trentacinque anni che abitiamo nella casa costruita da mio padre, per buona parte il sabato e la domenica, con sacrifici che ora si stenta persino a rammentare.
Era l’11 novembre del 1972. La casa era a malapena conclusa, tranne per alcuni aspetti che allora non erano considerati essenziali. Mancavano le porte, ad esempio. C’era il celophane e il gasolio da riscaldamento costava poche lire al litro, per cui i caloriferi andavano giorno e notte. Noi – e per noi intendo noi tre, mio padre, mia madre ed io, dormivamo al primo piano, nel locale destinato a diventare la “sala” nelle intenzioni del geometra Pietro Berbenni, un buon uomo, abile a progettare, quasi avesse lo stampo, case a pianta quadra, tutte eguali, tanto che nei nostri paesi ne abbondano.
I serramenti giunsero qualche giorno dopo, così come la porta d’entrata. I ladri tuttavia non incutevano timore, sommariamente perché nulla c’era da rubare. E nonostante allora qui fosse aperta campagna e mia madre si lamentasse non poco dei disagi e della desolazione tutt’attorno, tanta era la voglia di indipendenza, di metter piede nella nuova abitazione, che ostacoli non se ne trovarono per rimandare il trasloco di armi e bagagli (bagagli pochi, arma nessuna).
I pochi mobili e le supellettili dell’appartamento in affitto in centro paese vennero caricati in breve tempo sul camion dell’Ambrogio, un Leoncino Fiat rosso fiammante.
Fu un anno di novità epocali, per me, che da poco più di un mese andavo a scuola e avrei avuto nel volgere di un paio di settimane, anche una stanza tutta mia.
La casa è ancora la stessa pur se subì un sostanziale cambiamento interno ad inizio anni Ottanta, quando fu completato anche il pian terreno e venne dipinta di bianco la facciata, mentre circa cinque anni fa partitorno i lavori per ampliarne i locali, con modifiche anche della parte esterna, l’aggiunta di un sottotetto, l’adeguamento ai criteri ecologici per quanto riguarda illuminazione e riscaldamento, oltre che una bella mano di giallo a sostituire il candido che ormai non era più (quella che vedete è una foto scattata da Roberto & Laura) .
Sono passati trentacinque anni da quel giorno di San Martino in cui dormimmo qui per la prima volta. Mio padre ricorda pure cosa mangiammo per cena: risotto.