martedì 15 dicembre 2015

L'antidoto (Persone che vanno d'accordo)

Foto by Leonora
Ci sono persone come il tepore di una casa in inverno: scaldano il cuore e danno conforto, riparo. Le cerco spesso, negli occhi di chi incontro, come antidoto naturale alle molte divisioni, ai troppi distinguo che ascolto nei discorsi, che percepisco nelle reazioni, anche all'interno dei gruppi informali a cui appartengo.
"Concordia". Parola stupenda, di cui abbiamo smarrito persino la pronuncia nel vocabolario quotidiano.
"Concordia". Andare d'accordo. Non è tacere le cose, bensì dirle avendo riguardo per il modo. Trovare un punto di incontro, di equilibrio. Superare le distanze, tessere trame ad uncinetto, costruire ponti invece di un muro.
Azioni che richiedono buona volontà e una predisposizione dell'animo, una motivazione forte, perché per raggiungere la meta spesso occorre chinare il capo, deglutire amaro, ricacciare bruscamente il peccato di orgoglio, sforzarsi di comprendere soprattutto le ragioni dell'altro e, quando non ha ragioni, almeno il motivo per cui agisce in quel modo.
"Concordia" non è materiale grezzo, che si trova in natura, come i sentimenti, le emozioni: somiglia più a un manufatto d'artigiano, realizzato su misura, pezzo per pezzo, oppure al concerto di un'orchestra e sono grato agli uomini e alle donne che ne diventano loro stesse strumento, perché sanno portare pace, sorriso e armonia attenuando il rumore forte e indistinto di chi si lamenta, di chi brontola, di chi protesta per ogni virgola o punto.

martedì 8 dicembre 2015

Il valore dell'assenza (tuteliamo lo stupore)

Foto by Leonora
Toglieteci tutto, non lo stupore. Quell'attimo di vuoto allo stomaco, quello schiocco d'emozione, quell'istante che fa da asola tra immaginazione e realtà e costituisce della vita il gusto, il sapore.
La sala da pranzo di casa mia vecchia, quando avevo cinque anni, il mattino di Natale. Luci accese sull'albero, sul tavolo sei, sette regali. Erano piccole cose, non ne ricordo alcuno nel dettaglio, ma la sensazione provata, quel mancare di fiato e quello scoppio di gioia nel petto, è impossibile da dimenticare.
La radice è la stessa che ho notato negli occhi di Giacomo, Giorgia, Giovanni e dei tanti bimbi che per svariate circostanze mi sono trovato di fronte in questi anni, nelle feste di compleanno o Natale. Con una differenza d'intensità che non dipende da loro, bensì dal contesto d'abbondanza in cui sono cresciuti.
I miei cinque anni coincidevano con un tempo in cui nel resto dell'anno non arrivava nulla, sul davanzale della finestra si conservavano al massimo una dozzina di noci, il barattolo della Nutella non esisteva e semmai alle quattro, per fare merenda, c'erano quelle confezioni di plastica che con quattro cucchiani di numero era bella che finita la porzione. Per ricevere un regalo che non fosse a Natale attesi i nove anni, quando un pomeriggio dissi che sognavo il Manuale delle Giovani Marmotte e mia madre dieci minuti dopo fermò l'auto di fronte alla tabaccheria / cartoleria del paese dicendomi: "D'accordo, lo compriamo". Fu come se il cielo si squarciasse, non stavo più nella pelle.
Ora che i tempi sono cambiati, per fortuna in meglio, con un'abbondanza di tutto (beni materiali e pure emozioni, sensazioni, stimoli), credo che dovremmo escogitare un modo per tutelare e rinforzare lo stupore, esattamente come si fa con le bestie a rischio di estinzione.
Associamo all'idea di bene il dare tutto, mettere a disposizione prima possibile ciò che viene chiesto o che banalmente riteniamo utile, piacevole, gradito, ignorando il valore dell'assenza e l'eventualità che almeno il dosare la generosità sia un modo per dare sostanza al desiderio, alimentando il senso di sorpresa. Perché il rischio altrimenti è di crescere generazioni di uomini e donne che hanno tutto, ma restano apatiche e indifferenti.
P.S. I regali di Natale sono l'esempio pratico più semplice, ma vale per la sessualità, le relazioni, gli affetti... Ho in mente ragazzini di sedici anni che ottengono da mamma e papà il permesso di fare le vacanze loro due, insieme. Capisco loro che domandano, non chi lo concede. Lo scrivo qua per vincolo, come Ulisse quando chiese di essere legato all'albero della nave per non cedere al canto delle sirene, così quando lo domanderanno a me avrò meno tentazioni di essere incoerente e potrò rispondere uno dei tanti "no" che fanno male e bene insieme.

lunedì 7 dicembre 2015

Regaliamo leggerezza (anche a noi stessi)

Foto by Leonora
Regalate leggerezza. A Natale e anche prima, in questi giorni che rischiamo di vivere in apnea, correndo appresso a rituali e incombenze. Regaliamo leggerezza per primi a noi stessi, mettendo in cima al podio i sentimenti, le relazioni, i biglietti piuttosto che i regali, la convivialità dello stare attorno a un tavolo invece dell'abbondanza e della varietà del menù.
Stefania mi ha ricordato oggi una frase di Calvino: "Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall'alto". Vero. Sempre di Calvino rammento un dettaglio delle sue Lezioni americane, in cui scrive della lievità, dello sforzo di togliere piuttosto che aggiungere, nella narrativa come nella vita.
S'è presentato "leggero" il bambino che ricordiamo il 25 di questo mese: niente case, palazzi, servi al seguito, neppure il riscaldamento. Un bue, un asinello, una mangiatoia, poco altro. Ce ne andiamo leggeri tutti noi, un giorno, lasciando su questa terra soldi, risparmi, beni materiali, persino il corpo. E' partito leggero Damiano, con uno zaino sulle spalle e la voglia di scoprire insieme al mondo pure uno spicchio di se stesso. Vado io leggero quando corro, senza altra attrezzatura di un paio di scarpe adatte e calzoncini e magliette scartate dai miei figli. Leggeri sono questi pensieri, che non hanno altro scopo che essere condivisi con le persone che considero amiche, creando un legame più forte, più intenso.

mercoledì 25 novembre 2015

Emilia non è stupida (Guardare dalla parte sbagliata)

Foto by Leonora
"Emilia si stava convincendo di essere stupida!". Lo dice con foga sua mamma Laura, di getto, come se dovesse prender fiato dopo un'apnea, groppo di dolore tenuto troppo a lungo tra cuore e gola.
Emilia è una ragazza ormai, quarta di quattro figli, nata in una famiglia perfettamente normale o normalmente perfetta, tanto che la mamma la definisce  "famiglia invisibile". Una coppia che si ama, tenore di vita dignitoso, senza sciupare nulla e senza nulla lasciarsi mancare, fratelli che sono sempre andati bene a scuola, zero richiami, pochi brutti voti, mai una nota. Emilia no. Emilia fin dalle elementari ha espresso un disagio, stando male parecchie volte, vomitando persino, tanto che più volte i genitori sono stati chiamati per portarla a casa, con le maestre prima e i professori poi che storcevano il naso e ripetevano la solita litania: "Emilia non studia abbastanza... Emilia potrebbe dare di più... Emilia non si impegna...".
Una discesa ripida e faticosa quanto una salita, con nessuno che riesce a trovare il bandolo della matassa, finché il destino fa uscire il dado che sblocca lo stallo e risolve la storia. Emilia viene sorteggiata per una ricerca sul valore e l'utilità delle riunioni di famiglia in ambito scolastico. Attorno a un tavolo si siedono lei, la sua famiglia, i professori, un "facilitatore" delle relazioni e un "advocat", un "portavoce" potremmo chiamarlo, che parli a nome della ragazza.
Il risultato positivo non tarda ad arrivare, con Emilia che pian piano riprende fiducia, i docenti che allentano la presa e l'inizio di un percorso che porterà alla diagnosi di disturbo dell'apprendimento, concretizzato nella scarsa memoria a breve termine e la necessità di utilizzare tavole e altri strumenti per compensare la mancanza.
"Emilia si stava convincendo di essere stupida!" si sfoga la madre al convegno che racconta in teoria ciò che lei ha vissuto nella sua stessa carne, in prima persona. "Emilia si stava convincendo di essere stupida e se non fossimo stati fortunati nel far parte di questo percorso probabilmente ne saremmo stati convinti tutti, senza scoprire mai la cause delle sue difficoltà e del malessere che ne seguiva".
Riporto questa storia, pari pari a come l'ho ascoltata, ieri, perché Emilia non è sola, di Emilia è pieno il mondo e anch'io ne ho avuto da genitore un'esperienza diretta. Lo scrivo senza pretese di invettiva, con una funzione più prosaica, ch'è quella di lanciare una cima, un salvagente, per tutte quelle famiglie che si trovano in difficoltà e non sanno dove sbattere la testa: non lasciatevi cadere le braccia, non permettete a vostro figlio o figlia di convincersi che è stupido o stupida, cercate il tratto di genio che c'è in ciascuno di noi, perché spesso il problema di noi adulti è che guardiamo dalla parte sbagliata.
P.S. Grazie a David, a Laura, a Elena Meroni, a Francesca Maci e all'azienda speciale consortile Comuni Insieme che mi ha invitato come moderatore della tavola rotonda per spiegare i risultati della ricerca sperimentale sulle "riunioni di famiglia nella scuola". Ogni volta che vado a Bollate torno più fiducioso sul servizio pubblico e sulle risposte che è in grado di offrire nella società contemporanea.

sabato 21 novembre 2015

Voglio dire (Il coraggio della testimonianza)

Foto by Leonora
"Un semplice gesto d'amore genera un flusso senza fine". Lo leggo su un bigliettino e penso a tutte le occasioni che perdo quando ho la possibilità di mettere a dimora un seme buono e non lo faccio, tutte le volte che potrei parlare e sto zitto, quasi sempre per evitare di scontentare qualcuno, per un malinteso senso dell'ecumenismo, per un desiderio malsano di piacere a tutti, non essendo utile a nessuno.
Così facendo tradisco tutte le persone che ho sempre ammirato fin da quando ero piccolo, tutti coloro che mi hanno emozionato, andando contro corrente, prendendosi cura del debole, del diverso, del maltrattato, tutti coloro che hanno detto no alla violenza, all'abuso, al dominio di un essere umano sull'altro, rimettendoci del loro.
Rileggendo le loro storie mi sembrano giganti e nel cuore di bimbo che conservo mi illudo che se fossi stato al loro posto avrei fatto lo stesso, se avessi vissuto in quel tempo sarei rimasto al loro fianco.
Non ne sono più certo. Facile ripercorrrere il cammino a ritroso quando il solco è segnato, difficile invece tracciarlo noi, da principio, in un'altra epoca, in un altro campo.
Dare rifugio ad Anna Frank, salvare il bambino con il pigiama a righe, prendersi in casa Oliver Twist, scendere in piazza contro Hitler, essere bianco tra i neri di Mandela o Martin Luther King è scontato e semplice quando uno schiocco di dita, ma chi sono Anna Frank, il bambino con il pigiama a righe, Oliver Twist, Hitler, Mandela, Martin Luther King, ora, adesso?
La grandezza di coloro che ci hanno preceduto non è stata soltanto quella di scegliere tra bene e male, ma soprattutto di distinguerlo, rasente suolo, senza la possibilità che abbiamo noi, guardando tutto dall'alto.
Ecco, se ho un timore, se corro un rischio, mi pare questo: di non distinguermi per nulla, di fare parte di quella massa informe che con la propria indifferenza, banalmente chiudendo gli occhi o girando la faccia dall'altra parte, permette al male di prendere il sopravvento.
Non voglio sia così. Voglio dire con chiarezza che io sono per la pace e non per la guerra, ad esempio. Voglio dire che gli atti di terrorismo non mi faranno cambiare idea sull'astenermi da qualsiasi risposta che contenga pari violenza o odio. Voglio dire che l'accoglienza è un valore per me e che se è vero che quando avviene senza controllo può generare effetti deleteri, chiudere le porte o alzare muri non è la soluzione che cerco. Voglio dire che la libertà vale quanto la sicurezza. Voglio dire che un mondo in cui c'è chi guadagna mille o un milione di volte più dell'altro non è un mondo giusto. Voglio dire questo e molto altro e lo farò, già da oggi, usando i talenti che ho avuto in dono - la capacità di raccontare, ad esempio - e smettendola di girare alla larga dagli argomenti scottanti soltanto per paura di bruciarmi la reputazione e di essere etichettato.
P.S. Ieri ho avuto la fortuna di essere presente a un incontro di sensibilizzazione sulla pace, promosso dal comune dove abito, con ospiti Lorenza Auguadra e il gruppo dei 7grani, che di nome fanno Mauro e Fabrizio. E' stata una serata asciutta nella forma e feconda nella sostanza, in cui si sono alternate letture dal libro di Lorenza ("Ho visto il sole sorgere a Sarajevo") e brani di Mauro e Fabrizio. Grazie a loro, che a differenza mia il coraggio di "voler dire" ciò che pensano, ciò che ritengono giusto, l'hanno già trovato.

sabato 14 novembre 2015

Generazioni (Elogio della dolcezza)

Foto by Leonora
Carla non c'era. Ha avuto una colica renale ed è rimasta in Inghilterra, dove insegna fisica all'università di Londra. E mancava pure Mauro, a cui debbo tre promozioni su cinque al liceo e lo spunto decisivo per ciò che faccio ora, perché mi passava i compiti in classe di matematica e mi ha trasmesso la passione per il basket, con cui ho cominciato la carriera giornalistica. Assenti all'appello anche un Roberto Pini (ne avevamo due, l'altro c'era), Gianluca Gazzolo, Fabio Giovannelli, Marco Tettamanti, Gianbattista Peduzzi e Maria Pellegrini, unica assolutamente giustificata visto che fa la suora di clausura. Con gli altri ci siamo trovati attorno a un tavolo, a elle, proprio come l'ultima fila dei banchi quando andavamo a scuola.
Trent'anni, un giorno. Trent'anni da quando ci siamo diplomati al liceo, il giorno invece è stato quello della rimpatriata, ieri sera, venti compagni di classe che si rivedono, incrociano di nuovo le strade, si abbracciano come mai si erano abbracciati prima. Sì, perché se c'è un aspetto che mi ha colpito è stato il senso fraterno di questo incontro, come se gli anni avessero limato gli spigoli, eliminato le simpatie a gruppetti e restituito un senso di appartenenza comune, un sentimento di vicinanza con ciascuno, un guardarsi negli occhi e riconoscere nell'altro un pezzetto di sé, scordato per decenni in un anfratto della memoria. "Sei tu!" dicevano gli occhi che incontravo, "Sono io!" rispondevano quelli incontrati, con un sorriso che illuminava i volti, mentre le parole contavano poco o nulla.
Chi legge il mio blog sa che sono convinto che le generazioni attuali siano migliori della mia, che i ragazzi di oggi abbiano delle qualità e una consapevolezza che non io non conoscevo. Ieri sera tuttavia mi sono accorto dei talenti che portano in dono gli anni e che valgono assai più dei molti capelli in meno e di qualche ruga. Prima fra tutte è la dolcezza, la tenerezza dei rapporti, senza imbarazzi, pudore o vergogna. La seconda è la pacatezza, poi l'equilibrio, la capacità di tollerare i difetti altrui e giudicarli con meno durezza.
Ci pensavo tornando a casa e ascoltando alla radio il resoconto della strage di Parigi, degli attentati che hanno portato morte e dolore in Francia. Le ho collegate alle parole udite qualche settimana fa da Padre Pizzaballa, custode di Terra Santa, che raccontava come i terroristi sono ragazzi giovanissimi, tra i diciotto e i ventidue anni e che neppure i loro conterranei più grandi riescono a controllarli, schegge impazzite senza briglia.
Ho una fiducia immensa nei nostri figli, nelle nuove generazioni, mi piace un sacco la purezza dei sentimenti, la rettitudine, il desiderio di cambiare in meglio il mondo, la generosità di relazioni e la gratuità dei gesti. Però come tutte le virtù rischiano di lambire il vizio se non mitigate da una certa accondiscendenza, da un vedere le cose da una prospettiva diversa, più "alta", non più "vecchia". Dettagli che allora non coglievo, adesso sì, proprio perché sono salito in cima alla pianta. E se è vero che la maturità l'ho fatta allora, maturo - e per questi aspetti migliore - mi sento soltanto ora.

P.S. Grazie a Michele Bignami, Rodolfo Sonzogni, Marco Antonio Giamminola, Monica Bernasconi, Patrizia Mattaboni, Giovanni Bianchi, Massimiliano Monaci, Giovanni Braga, Antonello Vella, Marina Briccola, Roberto Pini, Simona Bettarello, Vittoria Fagetti, Luca Corvi, Rossella Castellini, Cristina Corti, Matteo Livio, Giovanni Ruffini, Franca Vitelli. Grazie per avermi fatto sentire importante allora, nonostante al liceo fossi il più asino in matematica, e per non avermelo ricordato ieri sera :-)

giovedì 12 novembre 2015

Chi difende Abele (Appello per restare umani)

Foto by Leonora
“Nessuno tocchi Caino”. Affermazione stupenda, divina in tutti i sensi, ripresa non a caso da un'organizzazione non governativa il cui principale obiettivo è l'abolizione della pena di morte.
Nessuno tocchi Caino, giusto, giustissimo. Ma chi difende Abele?
Chi protegge il mite, il quieto, il cittadino comune? Chi si prende cura di tutelare il debole quando si tratta di una persona non ai margini della società, ma che anzi della società è la pietra portante, la fetta più consistente?
Una domanda che mi faccio spesso, in questi mesi, non volendo cedere alla deriva giustizialista di chi vorrebbe regolare i conti fuori dalla legge, ma anche incapace di chiudere occhi e orecchi di fronte alla palese evidenza che la nostra legge e l'applicazione che se ne fa è inadeguata per proteggere chi invece lo meriterebbe.
Abele è Cloe, bastonata a morte da ladri senza scrupoli entrati in casa per portar via un magro bottino, in provincia di Ferrara, una sera di inizio novembre. Abele sono Roberta e Fabio, lei uccisa e lui ferito gravemente dal fidanzatino della figlia, che aveva annunciato il crimine senza che nessuno però intervenisse. Abele è la coppia di Ponte San Pietro, aggredita e malmenata dall’ex fidanzato di lei, accecato dalla gelosia ma libero di farsi vendetta da sé, terrorizzando un intero quartiere. Abele è Angelo, che ha sposato Gloria per amore e s’è ritrovato in casa una moglie aggressiva, che minaccia e usa violenza tuttora, nonostante la separazione, senza che carabinieri, agenti di polizia o alcun giudice possano impedire un assedio del genere.
Abele sono loro, Abele è la maggior parte di noi, non esenti da vizi e difetti, ma che rispetta la legge e appena non lo fa paga salate le conseguenze. Abele è colui che non cede alla tentazione di armarsi contro chi è armato, né di farsi giustizia da solo, eppure è frustrato dal fatto che la giustizia in Italia, per come funziona, non lo tutela per niente. Abele è chi è ben disposto verso l’accoglienza dello straniero, ma si trova esasperato quando nota che al bussare alla porta per chiedere di entrare si sostituisce la prepotenza di chi vuole farla da padrone.
Se lo scrivo non è per una durezza maturata nottetempo o per un ispessimento della coscienza, come un callo cresciuto su un piede. Piuttosto voglio continuare a credere che la convivenza civile non possa fondarsi su due opposti estremismi; voglio pensare che su un tema del genere anche le forze politiche che si definiscono moderate la smettano di voltare lo sguardo dall'altra parte e trovino risposte adeguate; voglio evitare che i tanti Abele smettano di confidare in una giustizia superiore e si trasformino a loro volta in Caino; soprattutto voglio evitare che nel disinteresse generale siano i furbi, i prepotenti, gli infingardi a guadagnarsi un’opportunità e che i tanti Abele esasperati chiudano le loro porte, lasciando fuori chi invece avrebbe più bisogno, cioè i più fragili tra i fragili, i più piccoli tra i piccoli, i più poveri tra i poveri.

giovedì 5 novembre 2015

Incroci (Le persone vanno e vengono)

Foto by Leonora
Le persone vanno e vengono, tutte, comprese quelle che vorremmo trattenere e non riusciamo e coloro che preferiremmo non fossero tra i piedi e invece tra i piedi rimangono.
Le persone vanno e vengono, tutte, per questo ho imparato ad essere dolce e duro insieme, senza illudermi che nulla sia "per sempre" ma sapendo che "per sempre" sono i momenti trascorsi insieme, un dono unico e incredibile per cui non sarò mai abbastanza grato.
Le persone vanno e vengono, tutte, alcune però mi tengono compagnia anche se non sono fisicamente accanto, presenti nei ricordi che trovano spunto dalla coincidenza di una somiglianza, di una situazione, di un profumo.
Le persone vanno e vengono, tutte, anche se alcune le vorrei trattenere, pur sapendo che non è stringendole in pugno che riesco a farlo.
Le persone vanno e vengono, tutte, perciò sono riconoscente a quanti mi camminano al fianco, non per imposizione, non per necessità, bensì per scelta, chi chiacchierone, chi in silenzio, chi con un sorriso sempre a portata di faccia, chi invece parla poco e mi ascolta, serio.
Le persone vanno e vengono, tutte, comprese mio padre e mio figlio Giovanni, nati entrambi nel medesimo giorno, questo, il 5 novembre, a sessantacinque anni di perfetta distanza uno dall'altro, filo d'Arianna e insieme testimoni mirabili della vita che è un passaggio e un incrocio di storie, meraviglioso.
P.S. Mio papà da sette anni non c'è più, è andato e venuto anche lui, in un mare di cui mi sento onda anch'io. Ed è per questo che riesco a ricordarlo a ciglio asciutto, sorridendo.

sabato 31 ottobre 2015

Ti presento Larry (Perdonatemi le assenze)

Foto by Leonora
Giudichiamo sempre le storie dal finale, dimenticando rapidamente cos'è accaduto nel mezzo. Scrivere qui è soprattutto testimonianza di "frattempo", memoria come briciole di pane lasciate lungo il cammino.
Oggi ho una premura, uno scrupolo: chiedere scusa alle tante persone che considero amiche o con cui ho avuto e ritengo tuttora di avere un rapporto intimo, cioè tutti coloro che quando li incontro non mi accontento di un saluto, ma idealmente li accoglierei con un abbraccio. Vorrei esser da loro perdonato per la mia "assenza", per la concentrazione che metto in queste settimane nel lavoro, trovando tempo poco o zero per coltivare i rapporti, per dare seguito con i fatti alle tante parole che si dicono. E' un periodo così, come ne sono capitati altri e come altri ne capiteranno, in cui assolvo me stesso sostenendo che esiste una stagione per bussare alle porte altrui e una nella quale ci si deve accontentare di lasciare l'uscio aperto.
Un limite che ho, lo ammetto, è quello di non riuscire a conciliare in armonia relazioni interpersonali e lavoro o, peggio, di rimandare a data da destinarsi ciò che è importante davvero. La conferma è racchiusa in un dialogo avuto qualche giorno or sono, in una delle rare cene tutti assieme, in famiglia, mentre eravamo a tavola. Giovanni, tra un piatto di trofie e il petto di pollo, mi ha ricordato che esattamente un anno fa, per il suo compleanno, gli avevamo "regalato" un cane, ma quel cane non è mai arrivato, rimandandone la consegna da novembre a marzo, poi a maggio, giugno, agosto, settembre, per un motivo o per l'altro. E' stato in quel frangente che ho rammentato con rammarico che pure il regalo per il diciottesimo compleanno di Giacomo (assistere a una partita di calcio in Inghilterra) non si è ancora concretizzato. Era gennaio. La mazzata però è arrivata da Giorgia, che a quel punto alzando gli occhi dal piatto ha detto: "Vabbé, papà, non farci troppo caso. Due giorni fa riordinando la mia camera ho trovato un tuo biglietto con scritto: 'Auguri Giorgia!!!! Oggi è il tuo dodicesimo compleanno e il tuo regalo è... una gita a Gardaland!!!!'. Di anni ormai ne ho sedici e a Gardaland non mi hai mai portato".
P.S. Non racconterei tutto questo se quella sera, a tavola, mentre inanellavo sensi di colpa, non avessi incrociato il sorriso accondiscendente di Giacomo sommato alla risata buona e squillante di Giorgia, nel dirmelo. Intanto la settimana dopo il cane di Giovanni a casa nostra è arrivato. Si chiama Larry ed è un cucciolo.

mercoledì 14 ottobre 2015

Che Dio ti protegga (Il mondo è loro)

Foto by Leonora
Nulla è più grande dell'amore di un genitore che lascia partire il figlio, superando l'egoismo di tenerlo tutto per sé, sapendo che la strada migliore è quella che ciascuno trova da solo.
In fila all'aeroporto, zaino sulle spalle e carta d'imbarco in mano, lui che guarda avanti e non indietro. Damiano è partito ieri e i suoi vent'anni li compirà a Betlemme, il 9 febbraio dell'anno venturo. Una scelta di vita, dopo il diploma al liceo: passerà alcuni mesi in un orfanotrofio in Palestina, lontano con il corpo dalla famiglia e dagli amici, vicino nello spirito.
Neanche a farlo apposta, proprio in coincidenza con il suo viaggio, in quella terra dove l'incontro tra umano e divino è carne e sangue fin dal principio, sono ripresi gli scontri, la violenza, gli attentati. Un bollettino di guerra che favorisce l'apprensione e fa trattenere il fiato, ogni volta che se ne parla, ogni volta che viene in mente che è là, ogni volta che vacillano le rassicurazioni che ci diamo ("Dopotutto se fosse stato davvero pericoloso non lo avrebbero fatto partire"... "Non è là da turista, ma in un posto con gente esperta, che non rischia nulla più di quanto potremmo fare noi, quando attraversiamo la strada o ci immettiamo in un incrocio"...).
La sera prima che partisse ho notato la tristezza profonda di Giacomo, che ne sentirà la mancanza, proprio come io sentivo quella degli amici che partivano, quando era obbligatorio passare lontano da casa un anno da soldato. Raffaele, il papà di Damiano, era uno di loro, scelse di andare a militare e si ritrovò a Fano. Lo raggiungemmo il giorno del giuramento e non scorderò mai la malinconia greve di quel pomeriggio senza sorrisi, il vento freddo, la desolazione del mare d'inverno.
Anche per questo guardando l'immagine di suo figlio Damiano
Damiano
non ho pensieri negativi: in quelle due partenze simili e diversissime insieme vedo la conferma che non era meglio quando si stava peggio e che il mondo va avanti e non indietro.
Buon viaggio allora Damiano. Altre parole non servono, rischierebbero soltanto di inquinare la purezza del tuo gesto. Aggiungo soltanto la frase che ha detto tuo padre, mentre ti osservava superare i controlli di sicurezza e dirigerti all'aereo: "Che Dio ti protegga".
Già. Che Dio protegga te e anche noi, che restiamo.
P.S. Ieri l'altro sono nate Aurora e Matilde, figlie gemelle di Claudia e Mauro. Inutile scrivere che sono bellissime, perché si dice così di tutti i neonati, non fosse altro che per cortesia, ma in questo caso bellissime lo sono davvero, come certi bimbi ritratti nelle foto di Anne Hegges. "Che Dio protegga" anche loro.
Aurora e Matilde

martedì 6 ottobre 2015

Il fiume degli anni (How deep is your love)

Foto by Leonora
La canzone è partita all'improvviso, mentre scorrevo distrattamente Facebook. "How deep is your love" dei Bee Gees. In un istante la stanza attorno è scomparsa e la penombra era quella della soffitta della casa di Michele, in seconda media, il gioco della bottiglia, il ballo con la scopa, le chiacchiere delle femmine in un angolo, noi maschi in quello opposto, il giradischi al centro, la colonna sonora della Febbre del sabato sera ed era sabato sì, ma pomeriggio.
Di quella prima festa ricordo lo stupore, la sorpresa: ingenuo già allora, ero stato invitato ma credevo si giocasse a calcio, non mi aspettavo quell'intimità languida, con la percezione netta che si aprisse all'improvviso un mondo. Ballai "How deep is your love" e altri lenti con una mezza dozzina di compagne, tenni la scopa per un tempo che mi parve congruo, poi ci riunimmo in cerchio, toccò il mio turno di fare girare su se stessa la bottiglia che si fermò puntando Rossella e la baciai in modo casto, sfiorandole le labbra appena, ma con un'emozione che dura tuttora, se ci penso.
La seconda media è passata e la terza, università, liceo, amici, ragazze, posti di lavoro... 
Sono trascorse le stagioni, come pietre che rotolano, e credo restino vere per me e per l'intera mia generazione le parole che l'altro giorno ho scritto a Cristina, in occasione del suo compleanno: "Gli anni hanno aggiunto molto senza togliere nulla di buono e so cosa significa il tempo che passa, come un fiume, tracciando solchi e anse ben più profondi dei segni sul viso, ma al tempo stesso, proprio come un fiume, rendendo fecondo e vivo tutto attorno".

sabato 3 ottobre 2015

L'amico rovesciato (Bussare alla porta)

Foto by Leonora
Ci sono persone che ti stanno accanto, a costo di cambiare l'arco della loro vita, ed altre che non si spostano di un millimetro, che devi andarle a cercare, perché non bussano alla tua porta neppure se gli sta cadendo un meteorite sulla testa.
Per anni ho rischiato di restare schiacciato dal senso di colpa, immaginando di dover esser io a muovermi verso l'altro, a capire o intuire o sentire che qualcosa non andava e farmi vivo, tendere la mano, aiutare in qualche modo chi mi considerava amico e aveva il diritto di pretendere la mia vicinanza. Lo specchio riflesso di questa esigenza era che anche io mi sentivo in diritto di restare immobile quando qualcosa si inceppava, aspettando che l'altro suonasse al mio campanello e dimostrasse così la sua amicizia. Spesso, quasi sempre, era un'attesa vana.
Così, sbattendo il muso, ho capito che la maniera di intendere l'amicizia andava rovesciata e che amico è sì chi accorre, ma soprattutto colui che lascia sempre socchiusa la porta. Sei tu però che devi andare a picchiarci le nocche sopra, senza permalosità o orgoglio di sorta, sapendo che l'amicizia si distingue dalla semplice conoscenza proprio per questo, dalla capacità di riconoscere e accettare il senso del limite altrui, il difetto, la debolezza.
P.S. Come tutti coloro che hanno facilità a immedesimarsi nell'altro, che hanno una spiccata empatia, anch'io devo aver elaborato, consciamente o inconsciamente che sia, delle strategie di sopravvivenza. Costruirsi una corazza, ad esempio (il che mi fa sentire spesso cinico, ma senza la quale sarei in lacrime o nel panico sette giorni su sette la settimana). Oppure vivere momenti di grande intensità con alcune persone, ma poi staccare per qualche tempo la spina, perché è impossibile percorrere due dimensioni contemporaneamente, almeno per me, per cui o rinuncio alla profondità o faccio a meno della lunga distanza. Il tutto per dire a chi si ritiene mio amico di non offendersi se sembro esserci poco o a intermittenza: se però "urlerai il mio nome", come nella canzone di James Taylor, io "arriverò e subito busserò alla tua porta".

domenica 27 settembre 2015

Ascoltare senza orecchie (L'interpretazione ardua dell'adolescenza)

Foto by Leonora
Non si ascolta soltanto con le orecchie e non ero preparato per fare il genitore di figli adolescenti: questa è la premessa e anche la morale dell'intera faccenda.
Nel mezzo ci sono tutte le attenzioni che metto per entrare in sintonia con Giacomo e Giorgia, insieme con tutti i ricordi di ciò che erano una volta mentre adesso sono diventate persone fatte e finite, con una precisa impronta, distinta dalla mia.
Non si ascolta soltanto con le orecchie perché di parole da loro riesci a cavarne poco o nulla e se chiedi direttamente ottieni tutta una serie di smorfie in scala graduata (l'indifferenza, l'insofferenza, la strafottenza...). Il segreto sta nel capovolgere la scena e nel simulare a mia volta indifferenza, disinteresse, quasi distanza, e poi armarsi della pazienza del pescatore di marlin, con salda in pugno la sua canna da pesca: si getta qualche esca, si accetta che per delle mezz'ore o addirittura giorni non abbocchi nulla e se ti va bene, quando ormai hai perso la speranza, li senti aprire bocca e formulare frasi compiute e dotate di senso oppure allusioni velate che vanno passate poi al crittografo per essere decifrate e interpretate alla bell'e meglio, come capita.
La maggior parte delle volte però, pur con tutti gli accorgimenti di prudenza, l'approccio diretto naufraga ed è lì che si impara ad ascoltare senza usare le orecchie.
Principalmente si osserva. Gli occhi, a saperli usare, ascoltano a meraviglia. Io mi scopro talvolta un novello ispettore Clouseau, mentre sbircio di sottecchi Giacomo o Giorgia. Ne studio i movimenti, le espressioni del viso, le smorfie, i comportamenti, cerco di capire se sono sereni oppure hanno una pena, se vivono spensierati come la loro età meriterebbe oppure se condividono una cruccio, una preoccupazione, una spina. Talvolta ci azzecco, altre distorco la realtà, minimizzandola o ingigantendola.
Il fatto è che non ci si accontenta di averli messi al mondo e di fargli sapere che potranno sempre contare sulla nostra presenza: vorremmo anche far loro da balia. A due, tre, anche dieci anni è tollerabile, dopo diventa stucchevole. Ecco perché ho scritto che non ero pronto per diventare un genitore di adolescenti. Ci allevano fin da piccoli all'idea che avremo figli, che gli daremo il biberon, cambieremo i pannolini, li accompagneremo alle partite di calcio e a scuola, ma omettono che da un certo punto in poi dovremo imparare ad ascoltarli senza usare le orecchie e lasciarli vivere, in parallelo ma indipendente dalla nostra, la loro vita.
P.S. Per fortuna c'è Giovanni, con i suoi dodici anni e i suoi riflessi lineari, che quando ci rimane male per una cosa piange, ma se gli tendi la mano è pronto a prendertela e si fa abbracciare, ti stringe anche lui e un minuto dopo ride, chiedendoti al massimo il fazzoletto per asciugarsi una lacrima e non c'è nulla da interpretare. Per ora.

giovedì 3 settembre 2015

La luce nel tunnel (Saving Mr. Fish)

Foto by Leonora
"Se qualcuno dovesse leggere la mia storia e dire: ''Esiste una persona che ha avuto gli stessi problemi con i quali io mi sto confrontando in questo momento e li ha superati'', allora mi sentirei bene".
Ho trovato queste parole nel racconto di una storia vera, una storia di questi giorni, una storia "di passione e di tenacia", una storia incrociata per caso ma che ha toccato una corda tesa. L'ha scritta Tommaso, si intitola: "Il cuore troppo grande di Mister Fish" e potete leggerla cliccando qui. Prende spunto dalla vicenda umana e sportiva di chi ha rischiato di perdere tutto per colpa degli attacchi di panico, dell'ansia, dell'angoscia... Stati d'animo che per alcuni sono sillabe nero su bianco senza corpo né anima, per altri un vago sentito dire, per altri ancora una mano stretta alla bocca dello stomaco, uno zaino zeppo di sassi da portare notte e giorno sulle spalle, un buio che spegne la luce e disorienta, spiazza.
Conosco per interposta persona il disagio di chi convive, poco o tanto che sia, con il male subdolo del falso allarme che può diventare pietra nel petto e persino una malattia.
So che si tratta di una cosa seria, che non va presa alla leggera, che è importante farsi aiutare da qualcuno. So tutto questo, ma anche che se non si cede prima o poi passa. Com'è capitato a mister Fish e al suo cuore abbastanza grande da battere la paura e sentirsi bene, regalando speranza.

domenica 30 agosto 2015

Il mezzo vuoto (grazie ai miei limiti)

Foto by Leonora
Leggere ho sempre letto, dai sei anni in su almeno. Questa estate di più. Romanzi, gialli, saggi, di tutto. Ringrazio in particolare Manuel Vasquez Montalban, George Simenon, Paolo Giordano, Francesco Piccolo, Mauro Magatti, Carlo Bordoni e Zygmunt Bauman per avermi tenuto compagnia, sugli scogli, in spiaggia, a bordo piscina, sul divano di casa, a letto, sia di notte sia di giorno, mattino sera e pomeriggio. Sono stati compagni poco chiassosi, generosi e discreti: non potevo pretendere di meglio.
Dico a loro grazie, così come sono grato ai molti difetti e alle mancanze che ho e che avevo.
Alla timidezza che mi faceva diventare rosso peperone e paralizzava le giunture, quando ero bambino, ad esempio. E' grazie a quel guscio che ho imparato allora a costruirmi e agli sforzi per superare i miei limiti che sono diventato un uomo e ogni volta che compaio in tv o che parlo in pubblico ricordo la prima volta in cui presi la parola, attorno al tavolo di legno scuro, massiccio e intagliato della sala da pranzo della casa parrocchiale: eravamo una dozzina di ragazzi e ragazzi, avrò avuto sì e no quindici anni e decisi di dire ciò che pensavo a proposito di un libro che avevamo appena letto ("Il deserto in città", di Carlo Carretto). Deglutii un paio di volte e poi, come in un tuffo, pronunciai le prime quattro parole, udendo una voce che non sentivo neppure mia, tanto mi pareva giungere da lontano. Parlai un minuto scarso, esprimendo un concetto banale, finendo metà sollevato per il coraggio che avevo dimostrato e metà in imbarazzo per le risatine di commento che avevo suscitato in Cristina e Manuela, che mi sedevano accanto.
Sono grato a quella timidezza che mi ha forgiato, ma anche all'intelligenza limitata nel comprendere i ragionamenti complessi e alle lacune nelle materie scientifiche, specie in matematica. E' anche per questo, credo, che quando ho di fronte qualcuno non lo guardo mai dall'alto in basso e mi sforzo sempre di capirlo, convinto come sono che se tra uno dei due c'è uno stupido quello sono io.
Parimenti sono grato alle risorse economiche limitate e alle origini umili della mia famiglia, che senza flettersi in complessi di inferiorità hanno piantato in me il seme buono del desiderio. Lo stesso desiderio e stupore nei confronti dell'universo femminile conseguente alla scarsità di informazioni con cui è convissuta la mia generazione e tutte quelle antecedenti alla marea montante di internet e del suo universo mondo.
Questo per dire che esiste in ogni bicchiere il mezzo pieno e pensandoci bene pure il mezzo vuoto è utile e dà qualcosa in cambio, se lo si sa apprezzare per quello che è invece di limitarci alla delusione e al lamento.
Me ne dovrò ricordare domani, quando aprirò gli occhi e avrò di fronte mesi di lavoro e alle spalle le vacanze, il mare, le giornate con gli amici, le lunghe serate sul terrazzo.

venerdì 14 agosto 2015

Il gesto dell'ombrello (oltre la siepe del nostro giardino)

Foto by Leonora
Prologo: stamattina, nel mio paese. Il corteo del funerale avanza composto, nonostante la pioggia abbia colto tutti d'improvviso. Quando il temporale diventa uno scroscio mi fermo sotto il tettuccio di un cancello. Due, tre, quattro minuti. Nell'abitazione di rimpetto una signora esce con l'auto e Isabella, che è accanto a me insieme con Adriano, l'ex edicolante, domanda alla donna se può prestarci un ombrello. "Non posso, sto uscendo!" è la risposta. "Vedo, ma al massimo quando è finito il funerale glielo lasciamo sul cancello" ribatte Isabella, che oltre a faccia tosta ha tosto pure altro. "No, no, poi lì me lo rubano" conclude la signora, mettendo in moto e andandosene senza degnarci di uno sguardo.
Dalla casa di fronte si affaccia un'altra vicina. Isabella ci pensa un istante e poi ritenta: "Scusi, stavamo andando al funerale e si è messo a piovere a dirotto. Non è che ci presta un ombrello?". Negli occhi della donna di mezz'età il vuoto. Silenzio. Capisco che ci sta pensando, che il suo cervello sta macchinando per capire cosa fare, finché se ne esce con questa frase: "Chi siete?".
Come chi siamo? Mi pare una domanda fuori luogo, ma resto muto, continuando a sentirmi a disagio, fingendo da un lato di essere lì spettatore per caso e dall'altro sperando che Isabella la faccia finita, che si qualifichi, che spieghi chiaramente chi siamo, che certamente ci conoscono, magari dovrebbero solo guardare meglio, riconoscendo Isabella e me o almeno l'ex edicolante cartolaio, coronando con un lieto fine questo momento di imbarazzo. Invece no. Isabella non dice chi siamo, cioè si limita a dire l'indispensabile, come in definitiva è giusto: "Siamo persone che stavano andando al funerale" ripete, sorridendo. Con eguale sorriso ci risponde pure la signora affacciata alla finestra, cortese nei modi e inflessibile nel rimarcare il suo recinto: "Guardate, mi spiace, non posso proprio aiutarvi, noi di ombrelli non ne abbiamo, quando piove noi usiamo soltanto giubbini. Ma la chiesa è vicina, sapete, cinque minuti e ci siete e poi tra un po' vedrete che smette". 
Per smettere ha smesso. Dieci minuti dopo. Quando ormai ci eravamo decisi a lasciare il rifugio improvvisato e come tutti gli altri siamo arrivati in chiesa zuppi, prendendola alla fine per quello che era, una benedizione del cielo e allo stesso tempo una lezione, su ciò che eravamo un tempo e su ciò che siamo diventati o che rischiamo di diventare se chiudiamo porte e finestre, se restiamo nei nostri cancelli, chi si è visto si è visto, considerando l'altro, chiunque altro, un estraneo.
Lo scrivo per me stesso, che a differenza di Isabella, cresciuta in una corte e abituata a condividere, sono figlio anch'io della generazione cresciuta al riparo del proprio giardino, con al di qua della recinzione tutto in ordine e a posto mentre fuori "non è affar mio". Cioè, lo è, ma devo pensarci un attimo, risposta non data con il cuore, ma con il cervello. E mentre il cuore non domanda se chi si ha di fronte ha un nome, una storia, un volto (proprio come monseigneur Bienvenù Myriel nei Miserabili), il cervello per ogni azione- reazione pretende uno studio, un calcolo, possibilmente un tornaconto.
Cambiare senso di marcia, tornare ad essere ciò che eravamo, ciò che erano i nostri padri almeno, generalmente cresciuti con il gramo ma proprio per questo disposti a condividere il poco che avevano, al giorno d'oggi deve diventare un obbligo, non un vezzo: soltanto tornando ad essere una "comunità", infatti, potremo fare fronte al terremoto di cambiamenti globali che avvengono attorno.  
Me lo appunto qua, anche se per ricordarmelo non occorrerà rileggere questo post. Basteranno quattro gocce di pioggia battente e un ombrello.

venerdì 31 luglio 2015

La guerra dei rovi (dalla parte del bene)

Foto by Leonora
Chi non crede all'esistenza di un'intelligenza superiore, di un essere supremo che ha dato vita alla materia informe, plasmandola con sapienza divina e "programmandola" in modo che si adatti da sé all'esigenze di sopravvivenza, non taglia i rovi.
Lo avesse fatto, fosse rimasto un paio d'ore, d'estate, falce in mano, a liberare dalle piante infestanti una lista di prato o un muro di cinta, avrebbe provato nella sua stessa carne la forma arcuata della spina, che arpiona la pelle dell'avambraccio o di qualsiasi lembo di pelle non coperta e si conficca arpionandola. Per toglierla esistono soltanto due modi: con la forza, a strappo, procurandosi un dolore ancor più acuto di quando nella carne è entrata, oppure - se la spina è una sola, al massimo un paio - ruotandola leggermente, in modo che si stacchi da sé, seguendo il senso d'ingresso.
Non è però dello stupore di fronte a qualsiasi dettaglio presente in natura di cui voglio scrivere, ora. Piuttosto mi incuriosisce l'illusione di forza e al contempo la pochezza unita all'ostinazione del roveto. Esso infatti è rigoglioso e forte e verde, esplode in questa stagione e tutto ammanta e ricopre, all'apparenza inestricabile, arduo da debellare quanto da contenere. Basta tuttavia un poco di attenzione e di destrezza contadina per accorgersi quanto fragile sia, tutto fronde e rami che si inerpicano, ma di sostanza sotto sotto poca o niente, tanto che bastano rari tagli netti alla base per recidere i fusti principali e quel groviglio vegetale subito si inchina, si affloscia, si sgonfia, mantenendo la bruttezza, senza più possanza.
Non è finita. Poiché per averne ragione basta mano ferma e taglio sapiente, ma debellarlo definitivamente è assai più complicato, capace com'è di rigenerarsi da una radice o da un semplice ramo, che da solo si interra e ne crea altri che a loro volta si allungano, incessanti, coprendo tutto ciò che incontrano, armati soltanto di pazienza e di una forza misteriosa il cui nome è vita.
Certi giorni immagino il male che è in me - l'invidia, la disonestà, la debolezza, la cattiveria - proprio simile al roveto: ostinato, pervicace e, se non lo si respinge giorno per giorno, in grado di diventare rigoglioso e ammorbante. Basta però poco per troncarlo: un taglio netto, un'azione decisa, un gesto radicale, uno slancio di bene per districare l'intreccio che ci aggroviglia, soffocando la nostra migliore natura. Una battaglia che ogni volta si può vincere, in una guerra che non finisce mai.
P.S. Dai rovi nascono le more, morbide, dolci, gustose. Perché la natura sa sorprendere, sempre. E forse per insegnarci che anche da ciò che consideriamo male può nascere il bene.

mercoledì 22 luglio 2015

Padri a briglia larga (La faccia pulita dell'egoismo)

Foto by Leonora
I libri di Francesco Piccolo parlano di me, proprio di me. Per questo lo adoro.
Sono libri che davvero mi cambiano la vita o almeno il modo di vederla, con la conseguenza appunto di cambiarla. È successo con "Il desiderio di essere come tutti", riguardo alla politica, accade ora, con "Momenti di trascurabile infelicità", su un versante più intimo: la famiglia (all'inizio almeno, perché l'ho appena cominciato, magari proseguendo mi faranno vedere con occhi nuovi anche altri aspetti, tipo la pesca, la pubertà, l'arte sacra o altro ancora).
Nel concreto, a pagina 20, in un capitolo riguardante colui che dovrebbe essere un figlio maschio - che lui chiama "il giapponese" - Francesco Piccolo scrive: "Il momento più bello di tutta la giornata è quando il giapponese si addormenta. Oltre, ovviamente , alle ore in cui lui è a scuola, e noi al lavoro".
Già. Se sono onesto, onesto onesto, forse pure un filo troppo onesto, per me è lo stesso.
Quante volte torno a casa e dopo un tempo imprecisato di convivenza, utile per scambiarci qualche informazione sommaria, attendo che Giacomo e Giorgia se ne vadano per i fatti loro, magari andandosene proprio, visto che è estate ed è bello uscire con gli amici in compagnia? Resta Giovanni, che avendo dodici anni non esce tutte le sere, ma anche con lui, dopo magari aver visto un film insieme, aspetto che tolga placidamente il disturbo, salendo in camera sua, andando a dormire, "facendo il bravo" insomma, dove fare il bravo significa lasciarmi in pace, permettermi di fare ciò che voglio, vuoi vedere altro in tv o mangiare senza esser visto la Nutella.
Estremizzo. Esagero. Neanche troppo.
Quando capita che faccia qualcosa con i miei figli non perché piace a me, ma a loro?
Per la risposta bastano le dita di una mano. Monca.
Quando Giovanni sceglie il film che piace a lui e meno a me (una volta su dieci)... Quando accompagno Giacomo a far pratica per la patente (una volta ogni paio di settimane)... Quando porto Giorgia in auto all'oratorio o la riporto a casa dopo una festa (una volta al mese)...
Frattaglie.
La verità è che a differenza della loro madre io sono profondamente egoista. E se ci penso lo era pure mio padre, anche se io gli volevo un bene infinito. Forse perché in fondo sapevo che se avessi avuto bisogno, bisogno vero, sarebbe saltato nel fuoco per me o avrebbe scalato una montagna. O forse perché dopotutto un padre deve essere così, deve tenere la briglia larga, deve insegnare loro non la simbiosi, bensì l'autonomia, che poi dell'egoismo è la faccia pulita.
P.S. E anche stasera mi sono lavato la coscienza.

domenica 19 luglio 2015

Tre noci (Buon compleanno mamma)


Foto by Leonora
Tre noci, quelle che da bambino quatto quatto cavai dal sacchetto sullo scaffale e ti mostrai fiero, appena usciti dal supermercato.
Un ceffone, che mi rifilasti quello stesso istante, costringendomi a tornare indietro e a rimetterle a posto, facendo seguire alla sberla data d'impeto un appello accorato a non ripetere mai più una cosa simile, insegnandomi che non era stata una furbizia, bensì un furto.
Infinite migliaia, le volte in cui ti sei preoccupata per me, la maggior parte senza dirmelo, per lasciare che crescessi sereno, non schiacciato dal peso di essere figlio unico.
Due domeniche, nelle quali mi accompagnasti "di forza" all'oratorio, perché avevo tredici anni e adoravo restare per i fatti miei in stanza, a leggere libri sugli animali e a giocare a fare l'adulto, mentre tu eri ossessionata che crescessi "introverso", senza amici e con soltanto te come riferimento.
Cinque, le coca cole che lasciavi nel frigorifero prima di andare a lavorare, nel luglio del 1982, perché sapevi che c'erano i mondiali di calcio e nel pomeriggio sarebbero venuti a casa i miei amici, per vedere le partite, e volevi che fossero contenti, che si sentissero accolti, che la nostra fosse casa loro.
Un anno, un anno intero in cui mi pare di non ricordare una tua risata, un sorriso lieto: era morta la nonna, tua madre, e forse entrasti in depressione, non l'ho mai saputo, non te l'ho mai chiesto, so soltanto che avevo dodici anni e poi un giorno, d'inizio estate, arrivarono amici di famiglia a cena, noi apparecchiammo la tavola fuori dalla porta d'entrata - in un angolo dove poi non abbiamo più pranzato - e tu tornasti ai miei occhi a essere felice e ricordo come fossero ora le tue risate, una donna tornata ad essere viva e vivace, come ormai non la ricordavo.
Svariate decine, i viaggi che fai tuttora avanti e indietro, con l'auto, a scorrazzare i nipoti a scuola, a chitarra, dagli amici, a danza, a calcio.
Quattro, le amiche del cuore, ex colleghe, quelle che tu ancora chiami "le ragazze" pure se ragazze non lo sono ormai più da un pezzo e con le quali vai a mangiare ogni tanto la pizza o il gelato.
Tre libri, che leggi in media ogni settimana, da quando sei diventata una lettrice accanita, cioè da qualche anno, dimostrando che non è mai troppo tardi per avere una passione e non si smette mai di imparare, se si è curiosi davvero.
Novanta, i mesi in cui non ti alzi più con accanto tuo marito e tutti siamo andati avanti, te compresa, ma nessuno sa come brucia ritrovarsi senza qualcuno da abbracciare quando ci si sveglia al mattino e si ha il cuore greve e il semplice contatto di un corpo altrui abbatte la solitudine e le paure di ogni essere umano.
Settantacinque, come i tuoi anni, oggi.
Buon compleanno mamma.
Grazie per tutte le lezioni che mi hai dato, per tutte le volte che eri preoccupata senza dirmelo, per le occasioni in cui mi hai spinto fuori, incontro al mondo, invece di tenermi stretto a te, al caldo di un nido, sapendo che il tuo compito era farmi diventare un uomo e non mantenermi figlio. E scusami se le parole più dolci sono quelle che raramente ti dico.

giovedì 2 luglio 2015

Il ritorno del sorriso (siamo ruote che girano)

Foto by Leonora
Il collo di bottiglia del tempo è sempre più stretto e in questi giorni i pensieri, tutti insieme, fanno tappo.
Penso ai compagni del liceo incontrati due settimane fa, un ritrovarsi spontaneo, nonostante i trent'anni anni di solco, ma che ci ha restituito più docili, meno spigolosi, maturi davvero (e non in virtù di una licenza scolastica che allora era barriera da superare d'impeto).
Penso a Giacomo, ai suoi diciott'anni, all'esame di teoria della patente che ha appena superato e al fatto che se fosse nato nella mia generazione avrebbe avuto di fronte un anno da passare lontano dagli amici con cui trascorre la maggior parte del tempo, in una caserma a Vipiteno o a Fano o ad Ascoli Piceno (com'è cambiato il mondo, in meglio, anche se non ce ne accorgiamo, presi come siamo a temere il futuro e rimpiangere senza distinguo il passato).
Penso alla crisi, che se per qualcuno è soltanto dolo e danno, per alcuni è opportunità, mentre per tutti può essere un mondo più a misura d'uomo (penso ad esempio alle amministrazioni comunali, a come le risorse sempre più scarse costringano sindaci, assessori e consiglieri a cercare l'aiuto di tutti; penso agli stessi cittadini, che nel male e nel bene devono farsi carico in prima persona di problemi per i quali prima delegavano, costretti dagli eventi a ricordare che il paese in cui vivono non è di qualcun altro, bensì loro, per cui o si trasformano in comunità oppure fuori da casa cresceranno le erbacce, nessuno farà attraversare davanti alle scuole i bambini, gli anziani non potranno uscire di casa e sarà soltanto un grumo di appartamenti, senza legame sociale alcuno; penso alla tutela del paesaggio, che fino a che il mercato immobiliare "tirava" non importava a nessuno, mentre ora si fa di necessità virtù e si costruisce con molto più riguardo).
Penso alla bellezza dei ragazzi di cui sono stato ospite a cena, sabato scorso: insieme hanno chiesto un fazzoletto di terra e lo stanno trasformando in un parco, lavorando fianco a fianco, con tutto l'entusiasmo e la pienezza di vita dell'adolescenza, che mi pare meno complicata di un tempo, pur se il tempo nel frattempo si è complicato (me lo spiego nella capacità di adattamento degli esseri umani, per cui io che sono cresciuto in un altro tempo sono spaventato dalla precarietà, dall'incertezza introdotta dalla crisi di cui sopra, mentre loro ci sono cresciuti dentro e insieme alla malattia hanno sviluppato gli anticorpi per affrontarla al meglio, senza drammi né pianto).
Penso a tutto questo ma più di tutto a Stefania e a suo figlio Edoardo, che le assomiglia come una goccia d'acqua, anche se ha lo stampo di suo padre Tomaso, che dovrà imparare a conoscere dai racconti che altri faranno e per me, per sua madre credo, per tutti noi, se ci ragioniamo a freddo è una sofferenza lacerante, un'ingiustizia incommensurabile, ma lui probabilmente la avvertirà meno, almeno a prestar fede a ciò che mi raccontava il mio d'un padre, che il suo non aveva fatto in tempo a conoscerlo, avendolo perso anch'egli da bambino. Penso a Edoardo e Stefania ma per quanto mi sforzi nessuno può sapere né capire cosa provano realmente, dentro, ciò che si spezza e ciò che resiste, nonostante tutto. Siamo ruote che girano e un giorno, d'improvviso o annunciate, si fermano, questo sappiamo. Con due certezze: ciascuno è solo e nudo di fronte al dolore ma per chi sopravvive prima o poi torna il sorriso.

martedì 23 giugno 2015

Eight Is Enough (La pazienza di Enrichetta)

Foto by Leonora
Otto non erano abbastanza. Infatti c'ero io.
In queste sere che sembrano finire mai, con un cielo che ha i colori del fuoco, Enrichetta attende di raggiungere il suo Matteo e resta aggrappata alla vita, con quella pazienza ostinata - ma non ostentata - che è un tutt'uno con la fibra forte che il buon Dio le ha dato in dono. 
Enrichetta è la mamma del mio migliore amico, Angelo, e pure di Domenico, Giacomo, Elisabetta, Maria, Paolo, Giorgio, Giovanna. Otto figli in tutto, proprio come la famiglia Bradford ("Eight Is Enough" il titolo originale, Otto è abbastanza, appunto), il cui attore principale se n'è andato oggi, all'età di ottantasei anni.
Enrichetta ha qualche mese di più di Dick Van Patten, ma da qualche giorno l'arco disegnato dal destino pare esser teso a dismisura e figli e nipoti sono preparati al peggio, ammesso e non concesso che sia un "peggio" il riposo dei giusti, quale sarà certamente il suo.
Quando ero un ragazzo la loro casa era la mia, poiché da figlio unico cercavo compagnia dai vicini e Angelo mi trattava proprio come un fratello. Campassi cento anni riuscirei a stento a ripagare la discrezione con cui sua madre mi accoglieva a casa loro. In tanti anni non le ho mai sentito dire una parola fuori posto, né alzare la voce, né fare un gesto di stizza o anche soltanto di disappunto. Al massimo scuoteva il capo e alzava gli occhi al cielo, riprendendosi subito celiando, con una battuta, un moto di spirito, sussurrato e accompagnato da un sorriso scaltro e insieme buono.
Della sua pazienza infinita ho già scritto. Pari alla pazienza Enrichetta ha però l'intelligenza, acutissima, che trasmette con gli occhi, parlando il giusto. L'episodio che più le piaceva raccontare era quando aveva vinto un tal premio scolastico ed era andata fuori Grosio per ritirarlo: se chiudo gli occhi rivedo i suoi, mentre lo diceva, come brillavano.
Raccontare la vita che ha vissuto alla dozzina abbondante di nipoti che ha, oppure ai miei figli, sarebbe un esercizio meritevole quanto vano: chi non ha vissuto quel tempo ignora quanto era gramo il gramo. Eppure il basto di fatiche e dolori portati a mo' di giogo non le hanno impedito di avere una vita felice, piena, a dimostrazione che i beni materiali e ciò che riteniamo generalmente come ricchezze non sono tutto. Ed è forse questa la lezione più bella che mi ha dato e di cui le sarò per sempre grato.

sabato 13 giugno 2015

Dieci giusti (nella scuola voglio ostinarmi a credere)

Foto by Leonora
Passano gli anni, mi stupisco di rado ma quando accade l'emozione è più forte.
Deve essere il germoglio di ciò che accade agli anziani, che ne hanno viste troppe per sorprendersi ma non è raro si commuovano, talvolta persino rigando il volto di lacrime.
Abituato per mestiere a incontrare i potenti, mai ne resto ammaliato, scorgendo nove volte su dieci il dettaglio che ai miei occhi li rende deboli e distinguendo sì il loro punto forte con ammirazione, però un'ammirazione lucida, di testa, senza calore. Di contro mi viene un groppo in gola e diventano lucidi gli occhi quando mi trovo d'innanzi una persona normalissima, ma di spessore umano che fa eccezione.
M'è capitato pure stamattina, parlando con un insegnante, una persona della mia età, che in ciò che fa mette cuore.
In tempi in cui sono parecchio critico sulla scuola, irritato dal rifiuto da parte del corpo docente ad accettare qualsiasi riforma che porti a un cambiamento sostanziale, mi riconcilio con quel mondo quando sento una persona assennata, che accetta di dialogare e soprattutto di mettersi in discussione. Mi torna in mente l'episodio biblico di Abramo, che di fronte a Dio finisce con il perorare la salvezza di Sodoma, ingaggiando una trattativa in base al numero dei "giusti". Prima chiede che la città sia risparmiata se se ne troveranno almeno cinquanta e poi insiste ed insiste fino a che la cifra richiesta di assottiglia sensibilmente, scendendo infine a dieci.
Così vale per me, disposto ogni volta a concedere credito ai molti in forza della virtù dei pochi.
Al di là della preparazione e delle competenze conoscitive - condizione minima per insegnare in una scuola qualsiasi - ciò che conta maggiormente per me è lo spessore umano, la capacità di guardare al ragazzo nel suo insieme, aiutandolo a sviluppare i talenti che ha, senza negarne i limiti, aiutandolo tuttavia a superarli: questa è la vera sfida. Se altrimenti si va in classe come si entrerebbe in un ufficio ministeriale deputato ai protocolli, è ovvio che oltre a non cavar sangue dalle rape si otterrà un'aridità generale, con gli ultimi, i meno talentuosi, più penalizzati.

sabato 6 giugno 2015

Trent'anni, un giorno

Foto by Leonora
Trent'anni, un giorno. Quelli che sono passati da quando ho fatto la maturità, da quando mi sono fidanzato con Isabella, da quando ho preso la patente, da quando su una bancarella di Porto Ferraio all'isola d'Elba ho comprato "Il nome della rosa" e ho cominciato a leggere sul serio, non per obbligo, senza fermarmi più.
Trent'anni, un giorno. Tanto sono trascorsi in fretta, almeno a guardarli da quassù, in cima alla salita (o forse è soltanto mezza costa, ma fino al prossimo passo ogni spuntone dell'esistenza è vetta).
Il ragazzo che ero fatico a riconoscerlo pure in fotografia, cambiato nella fisionomia dentro e fuori, anche se fuori che si è cambiati lo si capisce prima.
Trent'anni, un giorno. Da quel 1985 che allora non mi pareva nulla di che, preso com'ero nel prendere la rincorsa, a spiccare il volo, con una paura di cadere fottuta ma altresì un entusiasmo che avrei spostato a spinta una montagna e il timore di non farcela era nulla al confronto del desiderio di salire la scala.
"Trent'anni, un giorno" è anche il nome che ho dato al gruppo di WhatsApp e riservato ai compagni del liceo che mi piacerebbe ritrovare, per una sera o due, prima che l'anno finisca. Nulla di nostalgico, men che meno l'occasione riveduta e corretta di mettersi in fila, di ricomporre i giudizi dati allora sul registro e che poi ha scompaginato la vita. Semplicemente il desiderio di ritrovarsi attorno a un tavolo, guardarsi negli occhi, sentirsi parte per un istante di una storia più lunga, vasta, in cui siamo rimasti soli, lontani gli uni dagli altri, dovendo andare avanti, come ciascuno meglio poteva.
"Trent'anni, un giorno" l'ho pensato ieri l'altro, quando da uno scaffale, impolverato, ho recuperato quell'edizione ormai smunta e ingiallita del Nome della Rosa e ho cominciato a rileggerla, cosa che per nessun libro ho mai fatto finora. Sfogliando le pagine e tornando a immergermi nella lettura, al vago sentimento di riconoscenza che avevo per quel testo ho aggiunto il piacere di riscoprirne i dettagli, la ricchezza, comprendendo aspetti che certo mi erano sfuggiti allora, perché differente era colui che lo leggeva. Ho rammentato così ciò che molti già sanno, cioè che esiste una stagione per ogni cosa e ogni stagione ha una sua ricchezza. Importante è non immalinconirsi per ciò che è stato o non è stato, e viverla, qui ed ora.

giovedì 28 maggio 2015

I bambini non deludono mai

Foto by Leonora
L'ho chiamata verso mezzogiorno, perché alle otto mi sembrava presto. Erano due giorni fa, il 26 maggio, ed esattamente cinquant'anni prima lei e mio padre si sposavano.
Di quel giorno, oltre ai ricordi e all'album di grandi fotografie in bianco e nero, resta lei e per gemmazione io, nato un anno e mezzo dopo e che senza quella data sarei un nulla assoluto.
Ho telefonato a mia madre perché sapevo che non l'avrebbe fatto nessun altro. Nemmeno mio padre, se fosse ancora vivo, avendo moltissimi pregi, non la sensibilità del romanticismo.
Il 26 maggio, ho appreso alla radio, è anche la data in cui si ricorda la Madonna di Caravaggio, al cui santuario è legato il ricordo più triste che ho da bambino.
Frequentavo la seconda elementare e in gita ci portarono alla Minitalia e a Caravaggio appunto. Fu lì che pranzammo e accanto ad una stele del colonnato dimenticai la "gavetta".
Ora, della gavetta non c'è più traccia, ma a quel tempo era uno dei rari oggetti indispensabili nella vita di un operaio. Si trattava di un contenitore di alluminio o acciaio cromato dove si riponeva il cibo, che poteva essere anche scaldato a bagnomaria, immergendolo in acqua calda.
Dopo pranzo, intento a giocare a perdifiato con i compagni di classe, dimenticai di avere con me lo zaino e salii sul pullman senza portarlo con me, accorgendomi appena partiti ma senza avere il coraggio di proferir parola, tanto meno per fermare l'intera comitiva. A quel tempo ero davvero timidissimo e avevo sempre timore di disturbare, per cui tacqui, covando in principio il dispiacere e man mano che i chilometri passavano la preoccupazione di dover tornare e spiegare tutto ai miei genitori.
Fu mio padre ad arrabbiarsi di più, con quella stizza che anch'io ogni tanto manifesto. Piansi a lungo, affranto. Ricordo mia madre seduta sul divano e io che mi nascondevo dietro lei, singhiozzando fino a mancarmi il fiato, disperato come forse non lo sono mai stato.
La gavetta non la trovammo più e nemmeno la cercammo. Tutto era diverso allora, a casa non avevamo il telefono, non c'era Internet per trovare il recapito del santuario e anche se l'avessimo individuato il viaggio fino a Caravaggio era considerato un'impresa, oltre che costare almeno una mezza giornata di lavoro. Sta di fatto che io piansi un fiume di lacrime ma finii con il sopravvivere, limitando i danni al costo della gavetta e alle cicatrici del ricordo.
A quella gavetta penso spesso, specialmente in questi mesi, che ogni paio di giorni passo di fronte all'ex Minitalia. Adesso sono certo che quel pianto a dirotto non era per la gavetta né per la rabbia di mio padre, bensì per la sensazione di averlo deluso. Oggi, che sono padre anch'io, so benissimo che non è così, ma allora vedevo tutto ad altezza e profondità di bambino, quando persino uno stagno assomiglia al mare aperto. Anche per questo, pur non comportandomi con i miei figli da genitore modello, ripeto loro spesso che non mi deludono. Mai. Neppure quando sbagliano.

sabato 25 aprile 2015

Attenti agli squali (ma nuotate)

Foto by Leonora
Sono una persona normale, a volte mi sveglio di buonumore, altre mattine ho come un peso sul cuore, una sensazione di inadeguatezza, in certi casi di insoddisfazione. Mi aggrappo a ciò che ho, per prima all'ostinazione della positività, alla consapevolezza che serenità chiede serenità, per cui meglio guardare al mezzo pieno del bicchiere.
Sono una persona normale, con molti difetti, tra cui una dose abbondante di egoismo, un'attenzione a non farsi troppo coinvolgere dalle emozioni, una ricerca di tranquillità più forte dei dubbi esistenziali. E quando proprio proprio certi accadimenti costringono a fermarmi, a pensare, cerco di riportare tutto nei binari del possibile, senza vaneggiare di poter cambiare il mondo, se non con i piccoli gesti.
Sono una persona normale, mi sta a cuore soprattutto la felicità dei più vicini, a cominciare da me stesso, dai miei figli. Ecco perché la sensazione più desolante è volerli proteggere dalle sconfitte, dalle delusioni, dai fallimenti, senza riuscirci.
Eppure è proprio non riuscendoci, non mettendoli eccessivamente al riparo, che li si fa crescere forti, robusti, per cui un giorno sì e l'altro pure combatto tra il desiderio di far loro da scudo e la volontà di spingerli dal trampolino, in un tira e molla interiore spesso logorante.
Prendiamo Giacomo. Grande e grosso più di me, si capisce che sta maturando dentro, anche perché il sorriso gli nasce meno spontaneo di un tempo, la vita lo sta plasmando e non è propriamente un massaggio benefico, assomigliando in qualche caso più a un rullo compressore che lo schiaccia, a un vento che lo scuote. La tentazione è di farlo tornare bambino, di poterlo stringere tra le braccia e insieme sollevarlo, da terra e anche dalle frustrazioni. Abbandono l'idea con rammarico, sapendo che il suo è un passaggio obbligato e per quanto possa essere attento, efficiente, presente, dovrà sempre più cavarsela da solo, perché soltanto così un giorno farà a meno di me, come io ho continuato nonostante l'assenza di mio padre.

venerdì 24 aprile 2015

Paracadutiamo scrittori (contro l'indifferenza, al di là dei giudizi)

Foto by Leonora
Raccontare storie è un modo per saltare le barriere che ciascuno costruisce attorno a sé, inviando un messaggio.
Perciò ammiro gli scrittori, coloro che non si arrendono alla banalità del giudizio affrettato, al mondo spaccato in due come un guscio di noce, o di qua o di là, giusto o sbagliato.
Raccontare storie, immaginare un volto, un nome, un'età, è la mia difesa personale dall'egoismo, per non cedere alla tentazione di svicolare dalla realtà, di ritirarmi nel privato, visto che tutto ciò che è pubblico viene attaccato, sminuzzato, aggredito, digerito in quattro e quattr'otto, senza possibilità di valutare serenamente ragione e torto.
In questi giorni di barche rovesciate in mezzo al mare ho ceduto spesso alla tentazione di staccare la spina, di lobotomizzarmi, di non farmi coinvolgere, di pensare ad altro. Non è stato difficile, perché sono morti che è facile ignorare, con l'acqua che li inghiotte e ce li toglie dalla vista, lontano dal cuore. Le notizie che arrivano dal fronte enfatizzano i numeri, di per sé spaventosi, ma che non fanno spavento, essendo le cifre aride, a differenza delle storie appunto.
Succede anche per le guerre, vicine e lontane. Ricordo quando ero obiettore di coscienza e prestavo servizio civile alla Caritas: proponevamo un esercizio nelle scuole, indicando il numero di vittime a causa di un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, chiedendo ai ragazzi di ritagliare tanti quadratini quanti uomini e donne e bambini erano stati uccisi. Ore e ore con le forbici, interi pavimenti ricoperte di striscioline bianche. Mi accorgo ora che avremmo dovuto fare di più, avremmo dovuto scrivere su ognuno di essi un nome, incollarci una fotografia, di nostro padre, nostra madre, fratelli, cugini, amici di casa e gli amici degli amici, i compagni di scuola, conoscenti vari...
Possiamo pensarla come ci pare, rimanere con le braccia aperte e accoglienti (pur se quelle braccia sarebbero molte meno se la scelta consistesse nell'ospitarli nelle nostre case) oppure tenerle incrociate, considerandoli in qualche modo invasori (ma invasori di una disarmata Brancaleone, che va al macello senza colpo ferire). Di sicuro non resteremmo indifferenti se conoscessimo di ognuno i lineamenti, il ventre che li ha partoriti, riconoscendo loro l'essenza e la dignità di esseri umani, identici a noi, pur se con la pelle più scura o nati in un altro continente.
Ecco perché insieme ai soccorritori e ai militari in quel lembo di mare invierei gli scrittori: per raccontare le storie di vivi e di morti, rendendo quegli avvenimenti meno lontani, più umani.
P.S. Grazie a Enzo Gianmaria Napolillo, che ha avuto la gentilezza di inviarmi il suo secondo romanzo ("Le tartarughe tornano sempre", Feltrinelli) facendomi riflettere sul valore civile della scrittura.

mercoledì 15 aprile 2015

Ségnas (mia mamma)

Foto by Leonora
Ségnas. Lo dice mia madre, ogni volta che esco in macchina per mettermi in viaggio, specialmente se lungo (e lungo, per lei, è anche andare a Milano, Bergamo, Monza...).
"Ségnas". Segnati. Fatti il segno della croce.
E io lo faccio, magari non subito, perché con lei resto bambino pure se sono vicino ai cinquant'anni ed è da quando ne avevo quattordici che marco così la mia indipendenza: accontentandola, ma svoltato l'angolo.
"Ségnas" è la fede che mi è stata trasmessa, identica la radice, diversa invece nella modalità con cui si declina rispetto ai miei genitori. "Ségnas" è la premura per la mia salute, fisica e mentale. "Ségnas" è il testimone di una staffetta di cui sento di essere parte, forse epilogo sul filo di lana, forse invece semplicemente testimone a mia volta. "Ségnas" è ricordarmi che appartengo a qualcosa di infinitamente più grande e che non ho il potere di dominare, potendomi soltanto affidare. "Ségnas" è un gesto di superstizione e insieme un fare mente locale, un invito a concentrarsi e a mettersi il cuore in pace, accada quel che accada.
"Ségnas" è forse la parola che mi mancherà di più, insieme a "te vòri ben", ti voglio bene, quando non sarà più in grado di dirla. Ogni tanto ci penso, ringraziando il cielo che sulla soglia dei suoi settantacinque anni abbia dieci acciacchi ma nessun malanno grave, augurandomi perciò che rimanga con noi altri decenni.
Ad essere onesto, in queste settimane provo per lei una tenerezza che fino a qualche mese fa ignoravo, forse perché sono più lontano da casa, forse perché comincio a vivere l'età in cui la nostalgia per il tempo passato ha raggio più ampio della visione dei giorni che ho davanti. Anche per questo quando mi dice "ségnas" sorrido dentro e sento di volerla abbracciare, considerandola mamma e non soltanto madre.

sabato 4 aprile 2015

Trent'anni di Espansione Tv (riconoscibili e riconoscenti)

Foto by Leonora
"La differenza tra l'uomo e il cane è che il cane non azzanna mai la mano di chi gli ha dato da mangiare". Lo ha scritto Oscar Wilde ed è una mia stella polare, oltre che la sintesi di un valore a cui tengo molto: la riconoscenza.
L'altra sera, mercoledì, ho visto insieme con Giovanni e Giacomo lo speciale sui trent'anni di Espansione Tv. Due ore e passa di programma che mi hanno divertito e in certi casi commosso, facendomi rivedere com'ero e com'erano tante persone, amici, che per oltre un decennio mi sono state fianco a fianco, condividendo un tratto di vita.
Sono grato a Espansione Tv, senza la quale non sarei ciò che sono. Al netto del percorso ho imparato moltissimo, a cominciare dall'attenzione alla qualità, dall'aspirare al meglio, senza curarsi dei mezzi che si hanno. Un orizzonte che mi è chiaro, specialmente adesso, che sono tornato in tv, a Bergamo, in una struttura ancor più grande e professionale, in cui capisco quanto mi è utile il cammino che ho fatto (a proposito di Espansione Tv, dopo aver lavorato in altre realtà mi sono reso conto di che potenzialità poteva avere, se invece di concentrarsi soltanto sulle frequenze e sul "non disturbare gli amici" la proprietà avesse creduto nei contenuti, nel prodotto, ma questo è un altro discorso e non vuole essere una critica, trattandosi di scelte e facendo ciascuno come meglio crede per sé e per la propria società).
Sono grato a Espansione Tv, anche per le volte in cui l'altra sera sono stato citato e mostrato, anche se di contro mi sono sentito un po' in colpa per tutte le persone che per un motivo o per l'altro non hanno avuto altrettanto spazio, vuoi perché mancava l'occasione, vuoi per scelta, vuoi perché in due ore di programma non si può sintetizzare tutto. Penso a chi è andato in video e anche a chi è rimasto al di qua dello schermo, cameramen, tecnici, impiegati, segretarie, pubblicitari... Mi vengono in mente nomi in ordine sparso (Alvin, Filippo Franchino, Emilio Arnone, Bettina, Alessandra, Gino Gorno, Valentina Bigai, Annalisa Corti, Miriam, Marco Migliavada, senza contare Paola, Antonietta, Debora Lillia, Federica e altri cento potrei elencarne se soltanti avessi buona memoria o più tempo e avessi qui accanto Mauro Maggi, che in queste cose è più avanti di me un bel pezzo). L'altra sera, mentre mi rivedevo in video, pensavo anche a loro, a quelli che ci sono stati prima di me e a quelli che mi hanno seguito, compresi gli attuali - Andrea, Michela, Alessandra.. - e quelli che verranno ancora dopo. Il bello di una tv è che è come la scuola: si rinnova sempre, anche se poi resto affezionato a quelli della mia generazione, ai compagni di banco... Per quanto mi riguarda, gli anni più belli li ho passati al tg, con la redazione di cui sono più orgoglioso, composta da Marina Moretti, Marco Romualdi, Mauro Migliavada, Benedetta Lodolini e poi Manuela Brancatisano. Che squadra eravamo... Che squadra siamo ancora, una volta all'anno, quando ci troviamo da Marina, a mangiare insieme. Con loro ho vissuto momenti indimenticabili e se devo scegliere un episodio che più di altri dà l'idea di quanto speciali fossimo prendo spunto dal gesto di Mauro Migliavada, che quando vinse il premio cronista dell'anno per aver intervistato l'autore della strage di Erba, Olindo Romano, invece di tenere i soldi per sé, come chiunque avrebbe fatto, decise di dividerli, con noi, "perché siamo una squadra" disse. Non l'ho mai dimenticato e gli sono riconoscente, ancora adesso.