mercoledì 31 dicembre 2014

Il dono più bello (fatto e ricevuto)

Foto by Leonora
Pèrdono e perdóno: in un accento tutta la differenza del mondo. Lo sperimento ogni volta che nei rapporti umani scelgo le forbici che recidono o la leva che divarica invece delle asole che ricuciono, uniscono.
È così che tutti pèrdono, io per primo, mentre accade il contrario quando scelgo il perdóno, cioè un gesto di bene assoluto, incondizionato, che spazza via malintesi, fraintendimenti e mancanze.
Un gesto deciso, risoluto, opposto alla contabilità minuta di torti e ragioni, che ha il vantaggio di poter esser fatto d'impeto, come quando si salta in mare da uno scoglio o in piscina, dal trampolino.
Possiamo infatti trascorrere giorni e notti e mesi, in qualche caso addirittura anni, covando un rancore o alimentando un cruccio, mentre basta un istante per gettarsi tutto alle spalle e ricominciare da capo.
Quell'istante potrebbe essere oggi, sfruttando l'occasione della festa, del cambio tra l'anno vecchio e il nuovo, per tendere la mano, per preferire l'abbraccio alle distanze, una parola dolce al silenzio.
P.S. Non esistono persone perfette né famiglie modello. Nei giorni scorsi, ad esempio, casa mia è stata tutta un risonar di sciabole e di silenzi, pesanti quanto piombo. Ringrazio chi infine mi ha abbracciato, nonostante tutto, dimostrando nei fatti ciò che qui ho soltanto scritto.

mercoledì 17 dicembre 2014

I bambini lo sanno (e noi pure)

Foto by Leonora
C'è una lettura che mi regalo spesso, un blog di un giornalista che fa onore a questo mestiere, rendendolo attuale al di là di ogni crisi, contratto o posto fisso e rassicurandomi sul fatto che i giornali - a prescindere da dove li leggeremo - esisteranno a lungo. Si chiama Alessio Brunialti, ogni giorno scrive sulla Provincia di Como e questa mattina, questa notte meglio, visto che non erano ancora le quattro, ha pubblicato un articolo che merita di essere condiviso. Lo trovate cliccando qui e non occorre che aggiunga altro, se non le parole con cui lui stesso lo ha presentato: "Buongiorno, oggi invece di cercare (invano) di strapparvi un sorriso, m'è scappato uno spunto di riflessione serio. Me ne scuso anticipatamente con chi, di mattina, vuol solo rilassarsi e anche con tutti quelli che non vogliono riflettere mai".

martedì 16 dicembre 2014

Educare al bello (eleganza, stile, fascino e dintorni)

Foto by Leonora

Ho sempre ritenuto la bellezza un dono ricevuto, mentre lo stile, il fascino, l'eleganza caratteristiche connesse alla cultura, agli ideali di riferimento, al contesto in cui si cresce e che creiamo, dunque che si potessero "costruire". Un dilemma che ha diviso nel corso dei secoli parecchi filosofi, sociologi, studiosi del comportamento umano, scrittori e registi (compreso un film che sotto Natale viene riproposto spesso, "Una poltrona per due") e su cui ho poche certezze anch'io. Specialmente dopo esser stato messo alla prova, qualche giorno fa, grazie a diversi pareri raccolti su Facebook.
In particolare hanno marcato una differenza Lara ("Lo stile te lo puoi anche creare, ma l'eleganza e il fascino sono doti innate. Nessuno può imparare e insegnare il fascino perché se lo hai non ne sei nemmeno conscio, in quanto è un'aura che diffondi e solo chi ti sta attorno percepisce), Mariagrazia , Elda, Marianna, Patrizia, Oriana ("Il fascino è innato, è qualcosa che attrae come una calamita già da quando sei piccolo e non scompare con l'avanzare dell'età), Grazia ("L’eleganza ce l’hai o no, puoi costruirla ma non ha lo stesso risultato. Lo si nota camminando per le strade, in qualsiasi ambiente, le persone si assomigliano tutte, e come vedere una bellissima cucciolata di cagnolini, li guardi e tra tanti noti quello più prepotente o più simpatico") e Silvia ("Forse un po' di eleganza la puoi "imparare" ma, essendo uno stile di vita e di comportamento, è difficile... nasce da una lavoro di ricerca interiore. Il fascino è una malia, un modo di guardare, di camminare, un gesto. Impossibile definirlo ma certamente è tale proprio perché istintivo e quindi assolutamente spontaneo").
 Altri invece sono d'accordo con la tesi iniziale. In particolare Lisa ("L'eleganza è un'attitudine di poche delicate anime che può certamente manifestarsi anche col tempo, con la maturazione del gusto, delle esperienze, dell'osservazione. Non credo si nasca necessariamente eleganti, credo più nel processo che conduce all'acquisizione della consapevolezza di qualcosa che sta già dentro se stessi, come per molte cose della vita) e Serena ("Secondo me esiste un'educazione allo stile, al buon gusto ed all'eleganza. I nostri genitori ci hanno insegnato a stare a tavola, a salutare, a cedere il posto sui mezzi pubblici, a vestirci, a leggere un libro piuttosto che un'altro, etc. Alla base c'è un'educazione che si arricchisce con qualcosa d'innato e con gli esempi dell'ambiente che ci circonda").
Personalmente, pur rispettando le idee di tutti, mi trovo d'accordo con questi ultimi due commenti. Ipotizzare che non si tratti soltanto di un dono naturale, bensì che ci si possa formare, educare al bello (così come al "buono") mi fa stare più tranquillo, generando la speranza che possa realizzarsi una società migliore in base alle scelte che si fanno, al contesto in cui si vive - e che creiamo - e non per una bizza del destino.
Non discuto che esistano persone che, per talento naturale, abbiano una propensione maggiore all'eleganza, allo stile, al buon gusto, persino al fascino, ma resto altrettanto convinto che tutti possano incrementarlo. Sia direttamente, cioè pensandoci, razionalmente, consciamente, sia semplicemente vivendo in un ambiente piuttosto che in un altro.
Comunque sia, coltivando per forma mentale il dubbio, nelle prossime settimane cercherò di osservare con più attenzione le persone che conosco e che considero belle o eleganti, affascianti, di stile, per capire se "ci fanno" o "ci sono".
P.S. Di bellezza avevo scritto anche qui, un paio d'anni addietro. L'ho trovato oggi, per caso.

domenica 14 dicembre 2014

Gli occhi rivelatori

Foto by Leonora
C'è un aspetto, apparentemente un dettaglio, che tuttavia mi aiuta a distinguere le persone che conosco; un dettaglio a cui io stesso presto cura, non sempre riuscendoci, quando incontro qualcuno: gli occhi, lo sguardo. La capacità di "posarlo", di scrutare veramente e non in modo distratto, per cercare di capire chi mi trovo di fronte e, di contro, per comprendere se l'interlocutore è interessato a me oppure è indifferente, distratto, distante o supponente, superbo.
Una cartina di Tornasole per ciascuno, evidente soprattutto - ma non soltanto - quando mi trovo con qualcuno che nella scala della vita sta salendo i gradini e si trova in una posizione di potere, di prestigio. Lo sguardo sfuggente, il sorriso ammiccante ma freddo, la stretta di mano sbrigativa, sono indicatori di quanto ci possa interessare l'altro, a prescindere dai bei discorsi e dalla retorica delle parole.
Viceversa, ci sono uomini e donne che quando ti guardano sembrano leggerti dentro, facendoti sentire unico, anche soltanto per un istante, il tempo per un saluto veloce o un cenno del capo. Ho sempre pensato che quella sia una capacità, un carisma anzi, legato al divino, forse per la frase del vangelo di Luca che il cardinal Martini utilizzo per la lettera di presentazione di un sinodo diocesano: "Firmavit faciem suam". Letteralmente "Ha stabilito il suo volto", nella traduzione classica, "rese il suo volto duro come pietra", ma per me quelle parole hanno sempre avuto un significato diverso, di colui che si fa serio per indagare, per scorgere nell'altro ciò che c'è di vero, la sua essenza, l'intimo.
In questi giorni che ci separano dal Natale e anche in quelli delle feste, al di là dei regali, dei banchetti, degli auguri, vorrei essere diverso, ancor più attento, meno distratto, così che i volti altrui non mi scivolino via e si fissino nei miei, fosse pure per un decimo di secondo che però, nella sua intensità, si dilata all'infinito. Un'attenzione che ci fa sentire considerati, stimati, accolti da chi la riceviamo e, a specchio, non passa indifferente quando siamo noi a metterla in atto.

lunedì 8 dicembre 2014

L'arte di raccontare (consigli pratici)

Foto by Leonora
"Se qualcosa non viene raccontato, non esiste". L'ha detto Alessandro Baricco ed è una verità tanto ovvia quanto spiazzante.
Mi piace chi racconta - l'ho scritto qualche giorno fa - e pure coloro che sanno mettersi in ascolto, senza interrompere continuamente, scegliendo le domande giuste, i modi e soprattutto i tempi nel porle. Uno dei momenti che preferisco è quello della narrazione in un contesto conviviale, quale può essere la tavola, che concilia il nutrirsi, l'assaporare, il gustare sia i cibi sia le parole, i pensieri. Per questo apprezzo il Natale e in generale tutte le feste e le occasioni per un pranzo o una cena insieme, con un anedotto che tira l'altro, storie intrecciate, collegamenti che portano lontano, riesumando ricordi sovente abbandonati.
Una consuetudine di cui si è persa traccia, sostituita dalle varie radio, poi tv e adesso Internet, è quella in cui sono cresciuti i nostri nonni, che avevano pochi svaghi e la sera, dopo il rosario, si riunivano attorno al camino o addirittura nella stalla, al caldo, compiendo azioni manuali utili e per cui non occorreva concentrazione e raccontando storie, a volte reali, a volte fantastiche, nella maggior parte dei casi metà vere e metà inventate. Lo stesso vale per le fiabe, lette prima di andare a letto, ai bambini, nelle case più agiate.
Tornare indietro è impossibile, tuttavia potremmo trovare il modo di ripristinare alcune buone abitudini, magari prendendo un paio di accorgimenti. Invitare più gente a cena, ad esempio, senza curarci di sembrare concorrenti di Masterchef, sapendo che conta più la compagnia e meno i manicaretti prelibati. Oppure tenere come regola ferrea il divieto, mentre si mangia, di tenere acceso il televisore e tra le mani i cellulari.
Espedienti validi, ma in sé pre condizioni, a cui va aggiunta la facoltà determinante, quell'abilità nel raccontare che alcuni hanno innata, ma che si può anche apprendere. In modo semplice, che rimanda all'inizio di queste poche righe: imparando ad ascoltare.

lunedì 1 dicembre 2014

Il Sessantotto rivalutato (ma solo la parte buona)

Foto by Leonora
Sono nato a metà degli anni Sessanta del secolo scorso e ho sempre considerato una sciagura il Sessantotto, associato a sentimenti e ad immagini che turbavano il bambino che ero e che tuttora, per molti aspetti, rimango: le manifestazioni, lo scontro generazionale, gli studenti in piazza, la violenza con la polizia, i manganelli, le molotov, le occupazioni di scuole e fabbriche, il sei politico, gli esami di gruppo, le assemblee infinite, il rifiuto dell'ordine costituito... Un sentimento misto di stupore e disincanto, anche perché poi molti dei protagonisti di quella stagione me li sono trovati davanti, a cavallo del nuovo millennio, cinici e spietati, ammaliati più dal potere e dal denaro che dagli ideali che professavano. Un'evoluzione che ha confermato il giudizio sommario dato a suo tempo, aggravata pure da un'altra tipologia di sopravvissuto, quella dei radical chic, che hanno mantenuto di quella rivoluzione l'involucro esterno, trasformandolo però in freddo simulacro.
Faccio un salto in avanti. Oggi. Con davanti la boa dei cinquant'anni, uomo, padre, marito.
Viaggio in auto con accanto mio figlio, maggiorenne tra poco. Non dice nulla, guarda la strada, mi domando cosa possa pensare ma non glielo chiedo: ho imparato a mio tempo che è inutile forzare lo scrigno e provo rispetto per il suo silenzio, per quello smarcarsi da me, da sua madre, persino dal ragazzo che è, per diventare un adulto.
Lui un Sessantotto alle spalle non ce l'ha avuto. In teoria è ancora in tempo per farne uno, ma non so se capiterà. Non sono un indovino e non ho le competenze né la saggezza necessaria per leggere i segni dei tempi, per capire se un tale fenomeno o qualcosa di simile potrebbe ripetersi.
Imnmaginarlo, fino a un paio di mesi fa, mi avrebbe scosso, avrei incrociato le dita o scacciato il pensiero, come avviene per evitare qualcosa di brutto.
Ora non so. A volte ho l'impressione di aver gettato con l'acqua sporca pure il bambino. C'erano sì le manifestazioni, le occupazioni, gli scontri, i figli che rinnegavano i padri, però era anche un tempo di ideali alti, di principi forti, di personaggi che hanno segnato, nel bene, la mia formazione, il modello culturale di riferimento. Non è un caso che i grandi discorsi, quelli memorabili, siano riconducibili a quegli anni. Martin Luther King, John Fitzgerald e Robert Kennedy, il Mahatma Gandhi, papa Giovanni XXIII, don Milani... Nel mio pantheon, come lo chiamerebbe David, ci sono ancora loro e fatico a trovare, nei decenni successivi, qualcun altro degno di essere associato.
Il viaggio è terminato, la meta raggiunta, parcheggio l'auto, saluto mio figlio, che prende la borsa della squadra di calcio e scende. Lo osservo camminare, grande e grosso, sorrido di sollievo pensando che è un ragazzo sensibile, a cui piace confrontarsi, capire, discutere, e mi scopro a pensare che di rivoluzione si può morire o vivere male, ma senza ideali, senza sogni, senza aspirazioni per cambiare in meglio questo nostro mondo, rendendolo più bello, più giusto, vivere alla fine è triste, noioso.
Forse ho fatto male ad archiviare il Sessantotto e più in genarale quel periodo, gettandogli sopra una colata di cemento. Forse è tempo di separare il grano dal loglio e di pensare agli ideali, a qualcosa di straordinario, a una rivoluzione non violenta, o almeno a un'evoluzione non banale, di nuovo.

domenica 30 novembre 2014

L'uomo (in mostra) che si solleva

Foto by Leonora
Tranne poche eccezioni veniamo al mondo e viviamo convinti di essere eterni, unici, superiori a chi ci ha preceduto e incuranti di chi ci seguirà, come se tutto dopo di noi dovesse finire o non fosse degno di essere preso in considerazione qui, adesso: ci sentiamo tutti Adamo e probabilmente, sotto certi punti di vista, Adamo un po' tutti lo siamo, nel senso di originali, unici, primi.
E' forse l'illusione più potente dell'essere umano, ciò che ne ritaglia il limite ma lo spinge pure alla grandezza, a un'assenza di remissività che per l'intera nostra specie sarebbe dannosa.
Giunge poi per ciascuno un tempo in cui fare i conti con la disillusione, con l'assoluta precarietà del nostro vivere, la consapevolezza di essere, bene che vada, anelli minuscoli di una catena infinita, in cui l'aspirazione di lasciare un segno tangibile, duraturo della nostra presenza su questa terra equivale a follia. Quel momento in genere coincide con la vecchiaia o con un colpo forte alla bocca dello stomaco, quale può essere una delusione, un inciampo, una malattia.
Se guardo a me stesso tra questi due poli vivo una tensione continua, con la parte razionale che mi riporta con i piedi per terra e quella inconscia, delle emozioni, dello spirito, del cuore, che anela a uscire dalla gabbia, a superare i lacci dell'esistenza placida, quotidiana, quasi che confidassi in una capacità umana di andare oltre. Fatico a rendere questa impressione con le parole, mi piacerebbe essere un pittore e disegnare ciò che provo. Lo farei dipingendo un uomo che stacca i piedi da terra, con il braccio che va alla schiena e aggrappandosi alla collottola della giacca riesce a sollevarsi da sé.
P.S. Chi pensa che questi pensieri siano partoriti per colpa della pizza mangiata alla una di notte o della birra sbaglia. Non estranea invece è la visita alla mostra di Chagall, sempre di ieri sera, che al netto delle nozioni fornite dalla guida ha saputo comunicare altro, confermando che l'arte è vera quando svela una dimensione metafisica.
P.P.S. Ho scelto questa foto di Leonora perché tutte le statue indicano con qualcosa che non si vede, qualcosa di altro rispetto alla loro fisicità. Mi piace pensare che quel "altro" sia proprio la dimensione metafisica.

giovedì 27 novembre 2014

Un uomo solo al comando (in bocca al lupo Martino)

Foto by Leonora
Lo leggo tutte le settimane, senza l'apprensione con cui lo facevo quando lavoravo lì, ma con il medesimo piacere e in più la sorpresa di trovarvi notizie che non conoscevo, oltre che uno stile che per alcuni aspetti è ancora il mio, mentre per altri è cambiato, com'è giusto che sia, essendo il giornale fatto giorno per giorno, adattandosi ai tempi che corrono e non un sepolcro imbiancato.
Esaurito il mandato del sottoscritto (qui ciò che avevo scritto allora) e concluso il Losa Due, che come tutti i governi balneari aveva un raggio limitato, a "il Cittadino" da questa settimana c'è un direttore nuovo, giovane: Martino Cervo.
Non conosco Cervo di persona, professionalmente me ne hanno parlato bene alcuni colleghi milanesi che stimo e persino Vittorio Feltri, incrociato con Giorgio Gandola sotto i portici all'inizio di via Zambonate, a Bergamo, e del cui fiuto giornalistico nel distinguere i puledri di razza dai ronzini mi fido.
Evito di aggiungere altro, tranne un consiglio. Non a lui, che mi dicono abbia già le idee chiare e può e deve far di testa sua, senza bisogno che nessuno dia fiato ai tromboni, bensì ai lettori, alle moltissime persone che vogliono bene al Cittadino, che lo considerano voce preziosa e imprescindibile per il territorio.
Il consiglio è questo: stategli accanto, seguitelo, fategli sapere quando dà il giusto risalto a una notizia o scrive qualcosa di azzeccato e anche quando secondo voi stecca, stona o, peggio, si accoda al coro sbagliato. Il senso di solitudine è infatti una tra le lezioni più brucianti che ho imparato sulla mia pelle, nei quasi tre anni in cui sono rimasto lì, in cima alla piramide.
Il direttore, qualsiasi direttore di giornale, è un uomo solo al comando, pur senza avere la maglia biancoceleste e non essendo in fuga sui cinque colli alpini che portano a Pinerolo.
P.S. Ho scelto non a caso le parole della radiocronaca di Mario Ferretti, che raccontava il momento più alto dei cento e novantadue chilometri di Fausto Coppi in solitaria, nella terz'ultima e decisiva tappa del Giro d'Italia. Quel giro si concluse infatti a Monza, sessantacinque anni fa giusti giusti. E lo vinse proprio Coppi, l'uomo solo al comando.

mercoledì 26 novembre 2014

Oltre lo spazio (siamo tutti Samantha)

Foto by Leonora
Da grande non volevo fare l'astronauta. Il veterinario sì, prima ancora lo scienziato, il parlamentare; l'astronauta no: avevo già da bambino sogni con i piedi per terra e un certa resistenza a viaggiare lontano.
Sarà per questo che mi ha emozionato poco il volo nello spazio di Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana a fare il grande salto, pur se comprendo e rispetto la meraviglia altrui, di fronte a una delle poche imprese in grado di far dimenticare le difficoltà di questi mesi, la recessione, la crisi e tutto il resto, proiettando simbolicamente la generale aspettativa di un migliore futuro.
Difficile però sfuggire, in questi giorni almeno, alle molte cronache, ai resoconti sull'aviatrice e il suo star trek, compresa la tendenza al "siamo tutti esperti" in virtù della quale si tratta con la competenza da bar qualsiasi argomento.
Nel mio piccolo ho staccato la spina, domandandomi: chissà com'è stato per Samantha volare nello spazio, raggiungere l'obiettivo di una vita. Chissà se quell'istante in cui si sarà affacciata all'oblò vedendo il pianeta Terra da lassù - così intero da poterlo afferrare quasi con la mano e così immenso, incantevole, stupendo - l'avrà ripagata dei sacrifici fatti o anche solo soddisfatto appieno la sua curiosità, il suo desiderio. Chissà quanto le è costato esser in cielo, tutta l'attenzione ai numeri, ai parametri, ai cavi, ai dettagli, che toglierebbero poesia pure a un Whitman se fosse chiuso in pochi metri quadri di plastica e metallo.
Una o più volte nella vita siamo tutti Samantha, compiamo imprese o occupiamo posizioni che a vederle da fuori sembrano strabilianti o quanto meno invidiabili, ma che vissute da dentro conoscono pure il sapore amaro del sacrificio e quello acido dell'ansia, dell'apprensione, delle difficoltà. Mi riferisco al lavoro, ma anche alla famiglia, allo sport, agli amici, al circolo o alla scuola che frequentiamo. Facciamo fatica a godere del tempo presente, mentre da lontano sembra tutto bello, perfetto, proprio come il globo che intravede Samantha dalla sua navicella colorata di bianco.

sabato 22 novembre 2014

L'età dei lumi (e chi impara ad orientarsi al buio)

Foto by Leonora
Esiste una testa, una ragione, un modo per far funzionare il cervello e di questo ognuno di noi è convinto. Meno consapevolezza c'è invece su una sfera altrettanto importante che tuttavia, essendo ardua da dimostrare con il metodo scientifico, tendiamo a ignorare o a porla in secondo piano, quasi fosse un dio minore, un'abilità tanto complicata e misteriosa che è meglio tenerla chiusa in un cassetto.
Mi riferisco a tutto ciò che in genere abbiniamo all'area del cuore, inteso non come pompa idraulica, bensì come luogo emotivo, in particolare all'intuito, al "sentire" qualcosa - un'emozione, uno stato d'animo, una passione, una condizione umana... - prima ancora di capirla.
Ci stavo pensando ieri sera, tornando da un affollato e interessante incontro voluto dalle amministrazioni comunali e dalle associazioni genitori di Villa Guardia e Lurate Caccivio, con relatrice la psicopedagista Valerie Moretti (nome pronunciato alla francese, Valerì).
Per oltre due ore, con abilità, in modo spiccio, asciutto, semplice, scegliendo alla perfezione i tempi, gli esempi e pure le battute di spirito aveva intrattenuto e interessato moltissime mamme e papà, aiutandoli a riflettere sul loro ruolo e sui comportamenti dei figli, siano essi bambini che frequentano le primarie o adolescenti già svezzati da un pezzo. Inutile dire che mentre l'ascoltavo ero tutto un raffronto con quanto capita a me, in famiglia, come si fa con la raccolta di figurine sull'album: ce l'ho, ce l'ho, mi manca, ce l'ho...
Al termine sono uscito confortato nell'apprendere che quanto accade è frutto di fattori biologici, oltre che culturali, dunque il mio margine di incidenza non è illimitato (tradotto: per quanti danni possa fare, il risultato di come saranno i miei figli non dipende da me), ma pure un poco disorientato. Perché in tanta conoscenza mi pareva mancasse un tassello e non tanto perché Valerie/Valerì abbia mancato di sottolinearlo, bensì perché sono io che tendo ad ignorarlo.
Sono cresciuto con l'idea che il bene abbia a che fare con tutto ciò che si può contare, spiegare, provare, dimostrare rigorosamente, perciò tengo in secondo piano altre azioni che invece andrebbero allenate, rinforzate, stimolate, coccolate persino.
L'intuito, ad esempio, ma anche l'istinto, quella capacità che a volte nei film (la "forza" e il suo contrario, negativo, il "lato oscuro", in Guerre stellari, ma anche le percezioni di Rutger Hauer in Furia cieca) è tanto esagerata da collocarla tra le fantasie, tra le illazioni senza fondamento.
E' così? Oppure c'è un embrione di vero in quel narrare d'incanto?
Un paio di esempi, per spiegarmi meglio.
Quando si tratta di educazione dei figli, di accompagnarli in un percorso che li porta da bambini ad adulti, è fondamentale documentarsi, ragionare, adeguando la teoria alla prassi, però è altrettanto vero che certe cose si "sentono" e che liberandoci dalle troppe nozioni, prestando ascolto a ciò che "sappiamo dentro" riusciamo a dare risposte più congrue e adatte allo scopo, azzeccandoci e sbagliando meno.
Lo stesso vale per alcune sensazioni che abbiamo quando si tratta di rapporti umani, certe impressioni sul collega di lavoro o sul partner, non sono confutate da prove, ma che avvertiamo vere, salvo scacciarle oppure dando loro eccessivo peso, mentre sarebbe meglio trattarle per ciò che sono: indicazioni, suggerimenti, direzioni di senso, briciole di pane nel sentiero di Pollicino.
Non so se la radice sia la stessa, però mi capita anche con l'inglese, che riesco a capire lentissimamente quando mi sforzo di tradurlo parola per parola, mentre ne comprendo meglio il significato quando lascio fluire le parole, senza trattenerne nessuna, pemettendo loro di attraversarmi, senza ritrosie né imbarazzo.
Per concludere: non rinnego l'età dei lumi, di cui mi ritengo legittimamente figlio, ma certe volte credo sia importante imparare ad orientarsi al buio.

martedì 18 novembre 2014

Mi piacciono le persone

Foto by Leonora
Mi piacciono le persone che sanno raccontare, che traducono qualsiasi episodio in una storia, che scelgono le parole con gusto. Mi piacciono le persone che hanno il senso della gratuità, conoscono il valore di ogni cosa e il prezzo di nessuna. Mi piacciono le persone che vestono con classe senza curarsi dell'etichetta, che abbinano il sentirsi a proprio agio con lo stile, la ricercatezza. Mi piacciono le persone dal cuor contento. Mi piacciono le persone che cavano il buono da tutte le situazioni, compresa la più brutta. Mi piacciono le persone che comprendono il dolore altrui senza dare eccessivo peso alla propria pena. Mi piacciono le persone che ridono senza trattenersi, botto di sole che illumina la giornata più grigia. Mi piacciono le persone che dicono le cose in faccia ma senza urtare, con empatia. Mi piacciono le persone che sanno senza farlo pesare, convinte che nulla è più vasto della propria ignoranza. Mi piacciono le persone che sanno pensare con le mani e trasformano in oggetto un'idea. Mi piacciono le persone belle, dentro. Mi piacciono le persone che conservano lo stupore dei bambini e coloro che trattano gli animali con affetto, delicatezza. Mi piacciono le persone che sanno dire di no ma senza spocchia, aggiungendo un "per favore" di cortesia. Mi piacciono le persone che sanno ottenere chiedendo senza bisogno di comandare. Mi piacciono le persone che ascoltano musica, qualsiasi musica. Mi piacciono le persone che leggono in treno e che cedono il posto, con naturalezza. Mi piacciono le persone con le rughe, uomini e donne che siano, e le portano con fierezza. Mi piacciono le persone che dimenticano rapidamente le offese, così come i favori fatti, non pretendendo indietro la moneta donata. Mi piacciono le persone che si sentono provvisorie, che hanno il senso del limite, su questa terra. Mi piacciono le persone che sognano, addormentandosi serene, ogni sera. Mi piacciono le persone che prestano l'ombrello e quelle che difendono le proprie convinzioni senza bisogno di scimitarra. Mi piacciono le persone che viaggiano, forse perché sono differenti da me, che starei sempre a casa. Mi piacciono le persone che non temono le novità, in cui le radici profonde sostengono la fronda più alta. Mi piacciono le persone che curano le piante, quelle che non sprecano nulla e parimenti quelle che non sono ossessionate dal trattenere e conservare ogni cosa. Mi piacciono le persone ironiche. Mi piacciono le persone che bevono con calma. Mi piacciono le persone che conoscono il significato dell'amicizia. Mi piacciono le persone che passano da qui e leggendo ciò che scrivo mi fanno un regalo, ogni volta. Mi piacciono le persone, punto. E virgola.

lunedì 10 novembre 2014

Finirà così (saper scartare, nell'epoca del troppo)

Foto by Leonora
Finirà così, che avremo scritto molto, probabilmente troppo, e nessuno avrà il tempo di leggerlo, se non forse i nostri figli, i nipoti, qualche amico curioso o un pazzo, un perditempo, qualcuno che chissà per quale destino avrà incrociato i nostri pensieri, restandone invischiato.
Finirà così, perché tutto è "hevel", spreco, come traduce Erri De Luca dal libro del Qoelet, ma non siamo più capaci di scartare, di discernere, di buttare l'eccesso tenendo l'essenziale.
Conserviamo tutto, illudendoci poi di riassumerlo, di comprenderlo, senza accorgerci che così il rumore indistinto, il flusso roboante dell'abbondanza satura tutto.
E' il paradosso irrisolto di questi tempi, della rete, di Internet, strumento magnifico e nel contempo oppio: sopraffatti dall'illusione di poter sapere tutto, fatichiamo a conoscere ciò che conta davvero.
Se fossi propenso alla dietrologia, al complottismo, direi che prima ci tenevano a bada facendo in modo che le informazioni fossero per pochi, ora hanno capovolto la clessidra, e le nascondono sommergendoci, proprio come accade all'ago in un pagliaio.
Il risultato è identico, ma non credo sia un disegno voluto da qualcuno, semmai una conseguenza, un eccesso di risultato che quando cercavamo di dare risposte alle domande non avevamo immaginato.
Non ci resta allora che esserne consapevoli, tenerne conto, e dare risposte originali, scovare un antidoto. Abbassare il volume, ad esempio. O almeno adottare un doppio canale, quello superficiale, dell'intrattenimento, che ora come ora ci ruba gran parte del tempo, e quello più profondo, del silenzio, della meditazione, della rivincita del poco sul tanto.
Se penso al futuro - e ci penso spesso, soprattutto per lavoro - credo occorra questo: mettere argini, ricomporre i frammenti, fare e dare ordine, ricondurre all'essenziale, scartare il superfluo. Perciò credo non scompariranno i libri di carta e neppure i giornali: il loro limite può rivelarsi un vantaggio.
L'esser fatti materia, avere un peso fisico, una massa, un costo alto, costringe a soppesarli con cautela, sconsigliandone l'abuso. Così come la loro monodimensionalità equivale a un binario, a un percorso certo meno ricco, ma sicuro, chiaro.
Nel mondo multitasking dove ogni elemento è linkato e tutto scorre, perpetuo, il libro di carta è un lago, dove andare in barca, senza fretta, contemplando il panorama e l'orizzonte infinito, creando un mondo nel mondo, profondo, tutto nostro, a misura di chi siamo. Ragione per cui vale senza dubbio la pena leggerlo e forse anche scriverlo.
P.S. Per scriverlo non so, ma se avete nostalgia di un piccolo mondo antico e volete capire a chi Camilleri si è ispirato con il suo Montalbano potete leggere e perdervi in "Tutti i racconti del Maresciallo" (edizioni Oscar Mondadori), scritti nel 1967 da Mario Soldati. La letteratura che si fa leggere, con gusto.

domenica 9 novembre 2014

A tempo guadagnato

Foto by Leonora
C'è un effetto della crisi, della modernità, del desiderio di efficientismo o decidete voi che altro, capace di erodere un valore fondamentale per fare le cose per bene: il tempo. Specie quello che a un occhio distratto pare perso e invece è essenziale quanto il lievito per il pane o l'azzurro per il cielo.
Torno in basso, facendo esempi terra terra, quali il poliziotto, l'insegnante, il medico e tutti quei mestieri, giornalista compreso, che non si possono misurare a ore o a prestazioni singole, bensì presuppongono un investimento ad ampio raggio.
Prendiamo il commissario Maigret o Montalbano, se preferite. Nessuno può negare siano personaggi positivi eppure "perdono" un sacco di tempo, fumando la pipa, passeggiando per i boulevard di Parigi, o nuotando "a ripa di mare", a Marinella, concedendosi lunghe e abbondanti pause pranzo, con tanto di caponatina e sarde a beccafico.
Cosa fa la differenza? Perché siamo propensi a concedere loro ciò che invece negheremmo al funzionario pubblico che abita sul nostro stesso pianerottolo o al collega della scrivania a fianco?
Semplice: il risultato. Maigret o Montalbano alla fine il loro lavoro lo fanno, acchiappano il ladro o l'assassino o lo acchiappano quasi sempre in virtù dei ragionamenti, delle intuizioni, dei contatti sia relazionali, sia cerebrali, che si creano mentre stanno facendo tutt'altro rispetto a quello che in senso stretto è il loro lavoro.
Non la faccio lunga, volevo solo dire questo: l'efficienza è importante ma non si può misurare unicamente a ore o a prestazioni, con un modello fordista, da catena di montaggio.

martedì 4 novembre 2014

Siam pronti alla morte

Foto by Leonora
C'era molta gente domenica, sul piazzale di fronte al municipio, mentre il sole illuminava le bandiere tricolori e gli ottoni della banda cittadina luccicavano.
Brava Anna, il sindaco, che ha tenuto un discorso senza fronzoli né retorica, asciutto e denso di significato, lasciando presto spazio alla lettera di un soldato bresciano, spedita alla sua famiglia contadina e inviata dalle trincee piene di fango, durante la prima guerra mondiale.
Uno spettacolo di dignità - la commemorazione anticipata del 4 novembre - con in prima fila alpini, fanti, bersaglieri, uomini ormai di una certa età, che danno un senso concreto al mettersi al servizio della patria, la terra dei padri, facendo in mille modi opera di volontariato.
Un'ora prima, sul viale che porta al cimitero, incisi su piccole targhe dorate, leggevo e restavo impressionato dai nomi dei ragazzi del mio paese che hanno perso la vita durante la guerra. Di essi non resta che questo, un nome e cognome senza volto: troppo poco per il prezzo che hanno pagato, mentre non sono affatto convinto che il loro sangue sia servito, che la morte non sia stata vana o al soldo di interessi meschini, ammantati di buone intenzioni soltanto per condurli placidamente al macello.
A queste cose pensavo domenica, mentre con gi altri, in coro, cantavo l'inno nazionale. Un'aria che mi emoziona sempre, pur se certe parole mi lasciano inquieto. La strofa che recita: "Siam pronti alla morte", ad esempio.
Pronto alla morte credo non sia mai nessuno, tanto meno loro, giovani vestiti con i panni spessi del soldato, anche se a vent'anni si ha un'incoscienza che è facile scambiare per coraggio e alla vita non ci si aggrappa come invece avviene dopo.
I loro sorrisi sono stati spenti per sempre, un'intera generazione falcidiata, e per capire cosa significhi davvero pensavo alla foto su Facebook di mio figlio maggiore e di qualche suo amico (vedi a fianco), immaginando per un istante che lo stesso destino tocchi in sorte a loro, a Giacomo, Andrea, Federico, Damiano, Daniele, Christian, Luca, Alessandro, Eugenio, Samuele, Daniele...
Anche quei ragazzi di un tempo lontano, spazzati via dalle mitragliatrici e dai colpi di baionetta nello stomaco, avevano un padre, una madre, fratelli, sorelli, amici, dei progetti, dei sogni, erano belli, sorridenti, profondi e solari come i nostri figli, adesso.
Il cielo non voglia che la storia si ripeta e farne memoria è il primo modo per impedirlo.

mercoledì 29 ottobre 2014

Il gioco (guardare il dritto delle cose, pensando a rovescio)

Foto by Leonora
C'è sempre un altro lato della medaglia e spesso è quello che brilla di più. Basta accorgersene.
In questi giorni che richiamano al letargo mi diverto a pensare a rovescio, ribaltando il giudizio sulle situazioni, cominciando da quelle in apparenza negative, ma che non sempre lo sono. Almeno non in tutto e per tutto.
Qualche esempio pratico, per spiegarmi meglio.
  • Per andare al lavoro impiego, quando tutto va liscio, un'ora e un quarto (ho un sacco di tempo per pensare, ascoltare buona musica o i discorsi d'attualità, alla radio).
  • Vedo poco mia moglie e i miei figli (li apprezzo di più, quando sono a casa, ed essendoci poco mi sforzo di essere più comprensivo, meno nervoso).
  • Quel tale progetto doveva già essere ultimato e invece siamo in alto mare (possiamo modificarlo in modo che sia al passo con i tempi, correggendo gli errori che invece avremmo fatto se fosse partito in anticipo).
  • Trattare con figli adolescenti non è facile (costretto da loro imparo un nuovo equilibrio).
  • Non so se sono all'altezza e adatto al mio nuovo ruolo (mi sto conoscendo meglio, mi si è svelato un uomo che affronta le proprie fragilità e che trova risorse che non immaginava di avere).
  • Il futuro pare sempre più incerto (però non è qualcosa che mi viene banalmente incontro e che l'unica scelta consiste nello scansarlo o meno, invece posso costruirlo, plasmarlo a mio piacimento).
  • Mio padre non c'è più (ho scoperto di essere padre a mia volta, un uomo, adulto, e non più un figlio, e poi di lui ho sedimentato il ricordo, trasformando in dolce l'amaro, smussando gli spigoli e valorizzando le lezioni più belle che mi ha lasciato).
  • Ogni tanto avverto qualche acciacco, specie quando corro (proprio correndo ho imparato a conoscere il mio corpo, a riconoscere la fatica "buona", a gestire i fastidi, sapendo che possono essere subdoli ma che prima o poi passano).
  • Leggo meno libri (sono sempre tanti e poi li scelgo meglio e quelli buoni li faccio decantare con calma, come assoporando del vino).
Se mi sforzo sono certo di trovare altri esempi, anche meno banali, tuttavia mi pare di essere stato chiaro: il problema non è ciò che ci accade, bensì come lo affrontiamo. Un atteggiamento positivo fa la differenza, in meglio.
P.S. Ho scritto che mi diverto a pensare a rovescio, ma spesso è una forma di sopravvivenza, sul serio.

lunedì 27 ottobre 2014

È severamente proibito (un Paese per dire e mai del fare)

Foto by Leonora
"Dovete rispettare le regole". L'appello odierno è del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, a commento di un fatto di cronaca, la morte di un'anziana, travolta sulle strisce da un ciclista.
Ora, al netto delle ovvietà (le regole si rispettano, le persone non si investono), mi domando quanto è adeguata la risposta tipicamente italiana a qualsiasi problema, cioè la "normizzazione", la riduzione a normativa, legge, regolamento, di qualsiasi fenomeno. Un eccesso di vincoli alimentato da una burocrazia sempre più cervellotica e invasiva, a fronte di un rispetto mai così incerto o poco condiviso.
Fatico a risalire al momento esatto in cui questo spicchio di mondo è diventato così o alle cause che l'hanno originato, ma le radici sono antiche, se già Montanelli sosteneva che l'Italia è quel Paese nel quale non c'è cittadino che posto di fronte a un regolamento reagisce immediamente studiando come esso possa essere ignorato o al limite aggirato.
E se si trattasse di legittima difesa?
In Olanda mi ha sorpreso l'assenza di mille vincoli (per restare allo spunto iniziale, Amsterdam è l'unica città europea - eccetto Napoli - in cui ho visto circolare motociclisti senza casco. Non solo. Occupavano tranquillamente le piste ciclabili ed evidentemente era consentito). Eppure le cose funzionavano.
Qui invece abbiamo inventato i rafforzativi di legge (parlare con il conducente del bus o calpestare le aiuole è proibito "severamente", mentre non mi risulta un "blandamente proibito" o un "proibito così così") scordando l'unica regola semplice e basilare: il buon senso.

sabato 25 ottobre 2014

Cielo grigio giù (e gli amici che lo dipingono)

Foto by Leonora
Certe settimane nascono così, storte. Altre invece sembrano dritte come un fuso, salvo poi accartocciarsi su se stesse, diluendo i colori in un grigio torvo, spento.
Questa, per dire, aveva tutto per essere blu, a specchio del cielo, invece è spuntata una vena malinconica, di quelle che c'è il sole fuori ma piove dentro.
Avendo un carattere positivo non ci faccio troppo caso, sapendo che l'orizzonte dello sconforto è limitato, in più ho la fortuna di avere una famiglia che non mi chiede di essere sempre al cento per cento e amici che mi aiutano anche quando non lo sanno, senza incalzarmi, in mille modi, a turno.
Potrei elencare cento nomi e le maniere in cui di volta in volta mi tendono la mano, scintille di serenità che non scacciano il buio, ma impediscono che diventi profondo, nero. Mi limito a un grazie per coloro che l'hanno fatto negli ultimi tre giorni.
Ringrazio Paola (Farina), che mi ha mandato un messaggio per farmi sapere che ci terrebbero a riprendere i collegamenti con me, in radio, come accadeva quando dirigevo il Cittadino.
Ringrazio Giuseppe (Guin), che ha trovato la sua strada nel mondo e a differenza mia, improvvisatore nato, insegna l'importanza di essere meticoloso, realizzando la massima dei produttori americani secondo cui nulla appare più spontaneo di ciò che è preparato.
Ringrazio le novantasei persone che ieri sera sono venute per ascoltare Guin. Molte di loro l'hanno fatto per amicizia, perché erano state invitate personalmente ed era un modo per dirmi "Io ci sono".
Ringrazio Isabella (Dominioni), che si sente sempre inadeguata, invece è tale e quale al lievito, colei che ara la pigrizia, getta semi e coltiva un campo che rischierebbe di restare abbandonato. Sua è stata l'idea della serata di ieri e soprattutto suoi gli inviti a cui la gente ha risposto.
Ringrazio David (Chinello), che giovedì mi ha fatto partecipare a una giornata di formazione con relatori visionari. Una scorta di sapere che durerà tutto l'inverno.
Ringrazio Francesca (Vella), a cui sono bastate due righe asciutte per farmi partecipe di una felicità, la sua, per i quattro giorni che sta trascorrendo a Istanbul, con i figli e il marito.
Ringrazio Klaus (Wagenbach), storico editore tedesco e autore di un libretto - "La libertà dell'editore. Discorsi, memorie, stoccate" - che mi ha sorpreso, stuzzicato e tenuto compagnia la sera tardi, impedendo il sonno del depresso.
Ringrazio Giorgio (Gandola), che mercoledì, in una giornata di vento e cielo terso, mi ha portato in un posto con una vista incantevole, a Bergamo, e ogni volta, sorridendo, riesce a farmi riflettere. Ad esempio sulla differenza tra l'eccellenza dell'eclettico, che fa molte cose bene, e la mediocrità del generico, che fa di tutto ma male. E' arduo che io possa appartenere alla prima categoria, ma la seconda posso evitarla senz'altro, standoci attento.

lunedì 20 ottobre 2014

Ballando sotto la pioggia (pensieri privati a voce alta)

Foto by Leonora
Vorrei dire a Giacomo che nulla mette al riparo dalle delusioni e ha ragione Gandhi: "La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia".
Vorrei dire a Giovanni che anche sbagliasse mille volte, mille volte lo perdonerò e che gli regalerò un cane perché, come sosteneva Schopenhauer, "chi non ha mai posseduto un cane non sa cosa significhi essere amato".
Vorrei dire a Giorgia che Schopenhauer non la racconta tutta e che un cane è importante ma non sostituisce la presenza di un amico, un fratello, un papà, una mamma.
Vorrei dire a Isabella che ciò che lei giudica debolezza in realtà è una forza e nessuno pretende che lei ne sappia più degli altri, semmai sono le sue qualità - la semplicità, la disponibilità, la gentilezza... - che fanno, in meglio, la differenza.
Vorrei dire a mia madre che la ascolto anche quando non parla e so leggere il suo volto come fosse carta stampata.
Vorrei dire ai miei amici di infanzia che rivederli di tanto in tanto e contare sulla loro vicinanza vale più di una super vincita.
Vorrei dire alle persone che ho conosciuto attraverso Internet che penso a loro assai più spesso di quanto appaia e le considero amiche a tutti gli effetti, non figli di un dio minore.
Vorrei dire a chi la pensa diversamente da me a proposito di lavoro, politica, svaghi, scuola e vita, che avere idee differenti è una ricchezza, a patto però di non voler imporre la propria.
Vorrei dire a chi ci amministra di smetterla di nascondersi oltre il velo della burocrazia, sarebbe ora di concentrare gli sforzi per semplificare le cose, eliminando molte regole e facendo rispettare quelle che rimangono.
Vorrei dire scusa a tutti coloro che leggono questo blog e che da oltre un mese non vi trovano nulla. Non sono stato assente per banale pigrizia, bensì perché scrivere è come mietere e per mietere, se non ci si chiama George Simenon o Alexandre Dumas, occorre lasciare il tempo che il seme cresca.
Vorrei dire, l'ho detto.

mercoledì 17 settembre 2014

Amore non fa rima con rabbia

Foto by Leonora
Gira e rigira, oggi gli occhi cadono là, nel pozzo buio dove s'è precipitato un ragazzo di vent'anni, trascinando con sé l'ex fidanzata.
Un fatto di cronaca come tanti e unico insieme, un balzo dal settimo piano che ha infranto la vita di due persone e aperto sull'abisso anche la ragione, incapace di comprendere e timorosa persino di provarci, preferendo volgere lo sguardo e l'attenzione altrove, per un pudore che assomiglia all'istinto di sopravvivenza: quando non si può far nulla e inutile stare a bagnomaria nello sgomento, meglio voltare pagina.
Poi però, insidiosa quanto un tarlo, la curiosità cresce e con essa il desiderio di trovare almeno un appiglio in ciò che appiglio non ha. I dettagli che via via si aggiungono alla vicenda nuda peggiorano la situazione, facendo crescere l'inquietudine, non consentendo di scorgere la fine del pozzo, bensì lasciando l'impressione che quel pozzo un fondo non l'abbia.
Non si spiegherebbe altrimenti la scoperta che quel gesto non è stato frutto di un'stante di follia, bensì era voluto, studiato, calcolato, meditato, come spiegano le parole lasciate in tre pagine di scrittura minuta e fitta, un odio tanto grande da non trovar pace se non nell'annientamento dell'altrui gioia, vita, bellezza.
Ho figli adolescenti, non riesco a fare finta di nulla, a soffocare il timore che uno di loro possa diventare carnefice o vittima, che confonda a tal punto rabbia ed amore da non rispettare l'esistenza altrui né la propria. Magari non con un gesto così estremo, ma con tanti gesti piccoli e grandi che avvelanano le relazioni e le snaturano per gelosia, possessività, per quell'istinto deviato che tutto offusca, acceca.
A loro, a Giacomo, a Giorgia, a Giovanni vorrei dire che non esiste amore né innamoramento che non si accompagni alla gioia, alla serenità, e che chi vuole ottenerlo altrimenti non riceve in cambio che un pugno di ossa. Vorrei dire che l'amore non si prende né tanto meno pretende, bensì si dona, accettando chi non lo accetta, e non esiste passione che non sia buona, generativa.
Non so per quale seme gramo, per quale contagio dannoso invece di volere il bene dell'altro a cui si dice di voler bene lo si tormenti o addirittura distrugga. L'unica cosa che posso fare è alzare la guardia, parlare di questo argomento, invitare chi mi è vicino non soltanto a non fare alcun male ma anche ad esser sentinella nella propria scuola, all'oratorio, in compagnia, affinché non si resti mai soli, né in cima a un palazzo, né nelle troppe occasioni in cui la prepotenza diventa sgarbo, minaccia, violenza.

domenica 14 settembre 2014

Irene

Foto by Leonora
Sul treno era seduta di fronte a me e aveva L'Eco di Bergamo in mano. Lo leggeva con attenzione meticolosa, pagina per pagina, come fosse interessata davvero e non per quel vezzo d'acquistare il giornale e sfogliarlo distrattamente e leggiucchiarlo qua e là, come spesso capita, durante un viaggio. Chiederle se le fosse piaciuto ed iniziare una conversazione è stato un tutt'uno, avviando un rapido ma sincero scambio di opinioni sulla lettura e pure la vita, il lavoro.
Erano anni che non parlavo con qualcuno che non conoscevo, in treno. Sarà che poco prima ero stato in università, per incontrare uno dei massimi conoscitori dell'editoria italiana e internazionale, ma all'università mi pareva di esser tornato di botto, quando ogni giorno era segnato da un'andata e ritorno, in vagoni affollati e spogli, a volte assonnato, altre vigile e sveglio.
Irene. Di lei ho scoperto il nome e anche i libri preferiti, gli studi fatti, il sacrificio nel conciliare a suo tempo la scuola con il lavoro, la passione per le lingue, l'impiego come assistente di un amministratore delegato in una multinazionale, l'avvicendamendo ai vertici dell'azienda, l'esser relegata in un angolo, una nuova opportunità, dodici mesi di contratto, la conclusione di quell'esperienza e da una settimana l'attesa di poter mettere a frutto le competenze che ha maturato, la volontà di non buttarsi via, di cercare ciò che sa fare meglio, parlare quattro lingue (oltre l'italiano), le conoscenze commerciali, i contatti...
Alla fine, giunti in stazione, oltre a un saluto veloce, mi è rimasta la sensazione di aver incontrato una persona speciale, non esente da spigoli, ma con una luce che si irradia, fuori e dentro.
Spero che Irene trovi ciò che merita, un lavoro adeguato. Per ciò che ho intuito mi pare la parte migliore del nostro Paese e sono certo sia un tipo tosto, che non starà molto tempo con le mani in mano, ritagliandosi con le unghie, se necessario, uno spicchio di futuro.

mercoledì 10 settembre 2014

Carne viva (io e i dieci libri che mi hanno cambiato la vita)

Foto by Leonora
Detesto le catene di Sant'Antonio e diffido dei giochetti ciliegia, quelli che uno tira l'altro. Una riottosità raddoppiata allorché alla serialità cameratesca si aggiunge la banalizzazione di qualcosa che mi è caro, a cui tengo. I libri ad esempio. Se c'è un oggetto, un compagno, uno strumento che ha cambiato in meglio la mia vita, il libro si piazza al primo posto, avendo contribuito a formare l'essere adulto che sono. Non a caso ho cominciato a leggere terminata la maturità scolastica, archiviando simbolicamente anche la mia adolescenza (questo lo deduco adesso, allora ovviamente badavo al sodo e non a ragionar sopra le cose).
Una lunga premessa per giustificare un'eccezione breve. Accetto la proposta di Elena Bianchi e di Valentina Lietti, elecando qui dieci libri che ricordo volentieri. Di più. Dieci libri che rileggerei, che porterei con me su un'isola deserta, che mi hanno scosso, appassionato, entusiasmato, cambiato.
Inutile dire che dieci sono pochi, che certo domani mi darò una pacca sulla fronte ricordando proprio quel libro imprescindibile che oggi, chissà come mai, chissà perché, ho dimenticato. Superfluo pure scrivere che in verità, più che un libro, dovrei raccontare dei filoni che di volta in volta mi hanno catturato e che ho spremuto, come arance mature in bocca a un assetato. Non a caso penso ai siciliani. A Pirandello, Sciascia, Camilleri, Bufalino, Verga, Vittorini, Cacopardo, la Maraini... O ai sardi. La Deledda su tutte, ma anche Ledda, Niffoi. E i francesi, con Hugo e Maupassant in testa. Poco, pochissimo i russi, tranne Tolstoj, che ho iniziato e abbandonato sette volte, salvo divorare Guerra e pace in una settimana, un paio di anni or sono. E poi Erri De Luca, tutti i suoi scritti, nessuno escluso. O Simenon e il suo Maigret, che come Tolstoj sono una scoperta della maturità. E tutto ciò limitandomi ai romanzi, escludendo i saggi.
Basta chiacchiere. Ecco i dieci preferiti.
  • Il nome della rosa (Umberto Eco)
  • I miserabili (Victor Hugo)
  • Le memorie di Adriano (Marguerite Yourcenar)
  • Giobbe. Romanzo di un uomo semplice (Joseph Roth)
  • Il più grande uomo scimmia del pleistocene (Roy Lewis)
  • Il giorno della civetta (Leonardo Sciascia)
  • Guerra e pace (Lev Tolstoj)
  • Novelle per un anno (Giuseppe Pirandello)
  • La malora (Beppe Fenoglio)
  • Quello che certamente mi verrà in mente domani e che aggiungerò nei commenti, appena mi sarò dato la pacca sulla testa.

P.S. I libri si leggono, non si consigliano se non con somma prudenza e anche quando si donano occorre non avere fretta e aspettarsi nulla. Perché ciò che per me oggi è una lettura imprescindibile può esser vacua e tristerrima per colui o colei a cui ne parlo bene o ne faccio dono e viceversa. Essi infatti non sono vestigia né sepolcri, bensì carne viva, che si compie e realizza in relazione al contesto, all'incrocio di spazio e tempo, esattamente come una pianta, un'animale, una persona.
P.P.S. Poi in vita mia ho letto anche Fabio Volo ("Il giorno in più") e mi è piaciuto, ma questa è un'altra storia.

lunedì 8 settembre 2014

Io ci sono

Foto by Leonora
Dopo la pioggia viene sempre il sereno, ma mi piacciono le persone che in silenzio, quando gocciola forte, sanno offrirti un ombrello.
Apprezzo la vicinanza, specie se abbinata alla lievità, e sono grato ai tanti amici che ho, anche quando dicono poco o niente, ma so che sono disposti ad ascoltare e soprattutto che esistono, che se avessi bisogno sul serio potrei contare su di loro, mettendo da parte il pudore e l'orgoglio. Li sento come quella rete sottesa in un circo in cui volteggio al trapezio. Non faccio nomi, perché certo dimenticherei qualcuno, tuttavia sono numerosi e vanno dagli amici di infanzia, ai parenti, ai colleghi con cui ho condiviso un tratto di strada e i compagni di scuola, di università, fino ad alcune persone che ho conosciuto grazie alle nuove tecnologie, scoprendo un'affinità elettiva che sorprende per primo me stesso.
Ciò non toglie - sarei ipocrita se non l'ammettessi - che talvolta ci si sente soli ugualmente.
A me è capitato, pur se quando accade lo maschero, non fosse altro che per una sorta di rispetto dei dispiaceri altrui, considerato che in un'ipotetica fila delle grazie ricevute so di essere se non al primo posto, almeno sul podio.
Ribalto la prospettiva, domandandomi se a mia volta riesco ad esser di conforto per qualcuno, per le persone a cui voglio bene e pure per quelle che semplicemente mi camminano a fianco. Non posso caricarmi sulle spalle le pene di tutti, però potrei fare di più, essere più generoso, attento. Il fatto è che immerso nel fluire del fiume, nove volte su dieci sono troppo pigro e distratto per invertire la rotta o anche soltanto fermarmi, salire sulla riva e tendere la mano. E pensare che per gettare un salvagente non serve molto, basterebbe un pensiero, uno sguardo, un sorriso. Il modo più facile per dire: "Io ci sono".

mercoledì 3 settembre 2014

C'è una crepa in ogni cosa

Foto by Leonora
"C'è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce".
La frase è di Leonard Cohen, cantaurore e poeta, e in questi giorni mi fa da stella polare, aiutandomi a comprendere meglio il senso del mio lavoro e più in generale suggerendo un approccio fecondo alla vita, un'angolatura differente da cui guardare ciò che ci circonda.
C'è una crepa in ogni cosa. Nelle organizzazioni, nelle comunità, in famiglia, pure in noi stessi. Anche se quasi sempre tendiamo a negarlo, cresciuti con l'ideale del mondo perfetto, dell'efficenza, della funzionalità. E quando non possiamo fare a meno di constatarla il più delle volte tentiamo di chiuderla, di ripararla, di rabberciarla in qualche modo, affinché tutto torni liscio, rassicurante, specchiato, invece di accettare lo scarto e apprezzare la luce che da essa può entrare.
Per questo esercizio doppio (individuare la crepa e scoprirne la luce) occorre un'attitudine mentale, una certa flessibilità e inventiva, ma ancora più arduo è accettare di buon grado che gli altri scorgano le nostre, di crepe, e ce le indichino, con garbo o in modo brusco, infilandoci il dito persino, pur di farci capire che esistono. Quando accadrà, un po' come per le critiche, dovremo esser bravi a guardare al positivo, a considerarlo un dono. Ed è questo già un modo per farci passar la luce dentro.


domenica 31 agosto 2014

Azzurro

Foto by Leonora
Tu che ridi, con il bikini azzurro, e azzurro è il cielo sopra te e le sfumature del telo con cui ti asciughi, appena uscita dall'acqua, mentre ti osservo, seduto a terra, e penso che vorrei fotografarti così, per trattenere un'immagine perfetta di te e della luce che sento scorrermi dentro.
Non ho il cellulare a portata di mano e anche se l'avessi sarebbe difficile cogliere l'attimo, rendere perfettamente l'idea di ciò che provo. La riporto qui, per fare memoria di quel lampo di felicità che mi ha attraversato.
Sono stati bei giorni quelli trascorsi a Cecina, al mare, insieme, anche se con i tuoi quattordici anni ormai ti senti grande e non sei più la mia bambina da un pezzo (ma un po' lo sarai sempre, e sai pure questo). Abbiamo chiacchierato a sprazzi, riso molto, discusso e persino cozzato, per quella caparpietà capricciosa che hai di carattere e che si somma alle bizze dell'età che stai vivendo.
Mi piace quando mi ascolti, ma so che ti distrai facilmente, per cui le cose che mi sembrano importanti te le ripeto, mettendo a tacere il sospetto che tu mi ritenga già un po' rimbambito (la storia delle donne, ad esempio, e del fatto che più della bellezza - o che oltre la bellezza - occorra avere fascino, "charme" come dicono i francesi, e che per quello non occorrono smalti, balsami o push-up, ma la testa soltanto, il cervello, mi pare tu l'abbia ascoltata e non soltanto sentita la seconda volta che te l'ho detto).
I consigli altrui sono come i libri: necessitano del kairòs, del giungere nel tempo propizio, al momento opportuno. Perciò non insisto e sovente preferisco il silenzio, o appiccicare i pensieri qui, immaginando che un giorno ti saranno meno molesti di adesso. Oggi volevo dirti che crescendo per un verso si cambia e ci si allontana moltissimo da ciò che eravamo, per l'altro invece si finisce con l'assomigliare con chi ci ha preceduto, con il padre soprattutto (e qui lo so che penserai: "No!!! Non può essere vero!!!" e ti starai preoccupando. Ed è anche per questo che non te l'ho detto a voce, per evitare di essere osservato con sguardo atterrito :-)

domenica 17 agosto 2014

Il primato della musica

Foto by Leonora
Torno indietro un passo, alle note dell'altra sera, alle dita sui tasti, le strimpellate del banjo, il cantare, in lievità, allegria. Nella famiglia che ci ospitava è un'impronta digitale, un segmento di dna tramandato di genitore in figlio, rimpallato tra fratello e sorella.
Per me è diverso. Mio padre era un canterino, un cuor contento che il ciel l'aiuta, ma nulla che varcasse la soglia della cultura musicale, lo studio o anche semplicemente l'utilizzo di uno strumento, fosse il flauto traverso, il bongo o la raganella.
Piuttosto, se esiste un imprinting, a casa nostra è quello della lettura, dei libri che fanno da parete, quadro e cornice, vezzo d'arredo e speranza che anche attraverso dorsi e copertine entrino nel cuore e nella testa.
Non rinnego la passione per la lettura, mi limito a costatare che la musica ha in più la capacità di coinvolgere, aggregare, creare socialità, convivio e non è un caso se delle arti è sempre stata considerata la regina. Pure quando scrivo - a ben pensarci - è il ritmo, il mot juste, l'armonia che ricerco, tentando di mettere una in fila all'altra le parole, in modo che abbiano significato, ma che anche suonino, proprio come musica. Però è una musica da solisti. Un'esperienza unica, spesso emozionante, quella di leggere un libro, ma che non può essere vissuta che da sé, in perfetta solitudine, entrando in un mondo altrui e chiudendo a chi ci sta attorno la propria porta.
P.S. Tutto questo per dire: leggere è meraviglioso, ma si può cominciare a qualsiasi età, mentre se avete figli insistete perché imparino a usare uno strumento, facciano parte di un coro, di una banda... Magari frigneranno, probabilmente si lamenteranno, forse non mostreranno talento o impegno, ma garantirete loro un'età adulta migliore, gettando un seme di socialità e cultura.

mercoledì 13 agosto 2014

L'ultimo patriarca

http://www.storylab.it/n/foto/1340/il-paese/
Foto by Leonora
Gino suona il piano con una delicatezza tutta sua, di mani temprate e consunte in ottant'anni e passa di vita trascorsa su un binario andata e ritorno famiglia officina. Gli amici intorno cantano, la figlia che compie gli anni tiene il ritmo, sorridono i nipoti, divertiti e ammirati da quel nonno di cui intuiscono gli spigoli ma assaggiando soltanto la parte tenera. Lo guardo e penso che il cielo gli è stato generoso nella vecchiaia quanto gramo dalla culla fin quando ha indossato i calzoni lunghi, togliendosi dalla miseria da sé, come naufrago che si aggrappa ai marosi, con braccia robuste e testa aguzza. Una pienezza che si misura dal frutto di abbondanza che porta e non può essere soltanto equivalenza di fortuna.
Al capo opposto del salone trovo la risposta, incrociando gli occhi che vigilano da sessant'anni su Gino, quelli della moglie Ernestina, il lievito giusto per trasformare quell'uomo dalla forza di fiera nell'architrave di una bella famiglia, facendogli da contrappeso in grazia, buon gusto, cultura. Al netto dei difetti individuali e di ogni giorno che ha la sua pena vedo in loro il buono che c'è nell'essere coppia, nel dare il meglio all'altro senza togliergli l'essenza.
"Non avevamo niente ma non ci pesava lavorare - mi dice Gino in dialetto - mentre adesso non ci manca nulla e rischiamo di buttare via tutto, perché lo vogliamo senza fare fatica".
Già. Di mio aggiungo che nel cammino abbiamo perso di vista la meta, l'obiettivo da raggiungere, o meglio, ci siamo accorti che un obiettivo non basta più, perché l'essere umano è fatto così, conosce la felicità soltanto a istanti e sazio non lo è mai, i beni materiali sono effimeri quando si mettono sul piatto della bilancia e l'unità di misura è la contentezza, la pienezza di vita.
Gino appartiene a una generazione nata povera ma con la pista segnata: bastava seguirla per arrivare soddisfatti a sera. La bicicletta, poi la moto, la macchina, le vacanze al mare o in montagna, un pezzo di giardino, la casa, una volta ogni tanto il ristorante, la pizzeria... A noi è spettata in dote l'abbondanza, con ora la paura boia di perderla e l'incapacità di trovare un'alternativa ideale, prima ancora che economica, per non sentirci dei falliti, per andare a dormire con un sogno in testa oltre che con la pancia piena. Siamo la società della conservazione, della resa, che non a caso ha valore di parola doppia: è ciò che rende e pure rinuncia alla lotta, bandiera bianca che sventola.
Gino non si è arreso, mai, ultimo dei patriarchi anche per figura. Il ricordo tra qualche anno renderà ancora più lievi le ombre e lascerà un solco distinto, preciso, pulito, rendendo vero uno dei passi in apparenza più strambi e più scomodi di Matteo, quello secondo cui "a chi ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha". Chi pensa che questa non sia giustizia è un ingenuo. O non ha imparato nulla dallo scorrere della vita.

martedì 5 agosto 2014

Miele (anche un po' alle ginocchia)


Andrea, Giovanni e Nicolò all'opera
A lezioni di miele, a lezioni di vita. Ieri sera ho portato Giovanni e i suoi amici Andrea e Nicolò alla Rovall, dove erano state preparate le arnie e tutto era pronto per raccogliere ciò che centinaia di migliaia di api creano durante l'anno. Vedere i ragazzini curiosi, appassionati, increduli persino, mi ha emozionato e intenerito.
A parte la loro espressione meravigliata, tre sono le cose che già sapevo, ma che ho ricordato.
Primo: l'insegnamento che viene dagli insetti e dall'evoluzione degli esseri viventi, precisi in tutto, dalla raccolta del polline al sigillare con la cera le celle, per conservare il miele al meglio, in un ambiente né troppo secco, né troppo umido.
Secondo: la sapienza dell'uomo, che nei secoli ha imparato a sfruttare le risorse naturali, massimizzando i risultati con piccoli espedienti di grande efficacia. Penso ai fogli "cerati", che fanno da canovaccio ai favi e evitano di far perdere tempo alle api, oppure ai "trucchi" per invogliarle a produrre questo o quello.
Terzo: oggi è meglio di ieri e sono sempre più convinto di quanto scritto due settimane fa, cioè che il futuro ci sorrida e occorre essere positivi. Daniele mi spiegava che fino a qualche decennio fa non esistevano le arnie come si usano ora e che per ricavare il miele si usavano metodi che non davano scampo alle api. Questione di cultura, insomma, come per tutte le cose. La sensibilità infatti non si trova in natura, ma si forma, pian piano, arrivando alla meta spesso dopo aver imboccato la strada sbagliata.
P.S. A proposito di oggi che è meglio di ieri: le foreste in Europa sono il 30% in più rispetto al 1950. Un giorno neppure troppo lontano guarderemo alla seconda metà del Novecento con obiettività, riconoscendo che ha concesso una prosperità prima incredibile, ma anche oscura come ci immaginiamo gli anni che precedettero il Mille, nel Medioevo.

giovedì 17 luglio 2014

Figli migliori di noi (poco alla volta)

Foto by Leonora
Dico spesso a Giovanni (ma anche a Giacomo e a Giorgia): "Tu sarai migliore di me".
Lo dico per aumentargli l'autostima - perché è fondamentale che sappia quanto tengo a lui - ma soprattutto perché lo credo. Credo davvero diventerà un giorno migliore di me, imparando a non ricalcare i miei difetti, ad evitare i molti errori che commetto, le mancanze di attenzione per le persone che mi vogliono bene, le distrazioni, gli egocentrismi, le esagerazioni...
L'altra sera, discutendo con Isabella, ho alzato la voce, abbiamo gridato, come non dovrebbe succedere ma come a volte capita, ho dato anche un paio di manate all'anta del frigorifero, provocando un rumore che lì per lì non mi pareva gran che. Uscendo però dalla cucina, aprendo la porta, l'ho visto seduto sul divano, insieme con Giorgia, stranamente senza la tv accesa né la play-station o un'altra diavoleria. Ho realizzato allora che stavano ascoltando, che magari non capivano le parole ma intuivano l'atmosfera, mi sono rivisto io, quando mia madre e mio padre litigavano, il disagio che provavo, l'ansietà, la paura...
Nonostante fossi ancora furioso (che sciocco, a ripensarci ora, ad essere tanto arrabbiato, e che sciocco in generale a prendermela tanto per cose da poco, gocce nel fiume della vita e che si ingigantiscono a dismisura) nonostante fossi ancora furioso, dicevo, vedendoli così mi sono aperto in un sorriso ampio, schiacciando l'occhiolino e dicendo loro: "Bene, questa sì che era una discussione seria".
Prima di salirmene al piano sopra e continuare la mia sceneggiata con Isabella (passando dalla fase "Gridiamoci in faccia" a quella "Ignoriamoci di spalle"), li ho visti distendersi in volto, abbozzare un sorriso a loro volta.
Sì, Giovanni e Giorgia e Giacomo saranno migliori di me, senza rendersene conto, salendomi sulle spalle come ho fatto io con mio padre. Non devono preoccuparsi per come accadrà, né sentirsi schiacciati o mai all'altezza. Non capiterà all'improvviso, bensì saranno come quegli altari votivi spontanei che si ammirano sui sentieri delle Dolomiti e di cui mi parlavamo ieri Roberto e Laura. Sono alte più di un metro, fatte dai piccoli sassi che i viandanti mettono in pigna, uno sopra l'altro, come segno di ringraziamento. È così che i nostri figli diventeranno migliori di noi, quasi senza accorgersene, poco alla volta.