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martedì 11 luglio 2023

Vittoria (Il sole che spunta)

La notte del giorno in cui sei nata una tempesta ha divelto centinaia di piante, alcune spezzandole di netto, altre addirittura sradicandole, pur se pochi o nessuno ne conserveranno memoria.
Sarà un dettaglio ormai, ad anni di distanza, quando i tuoi occhi ciechi di neonata si saranno schiusi al mondo, limpidi e profondi - ne sono certo - quali quelli di tua mamma.
Ti hanno chiamato Vittoria e lo sei per noi, prima della nuova stirpe, continuatrice di una tradizione antica e, grazie a te, sempre nuova.
Altro non ho da aggiungere, oltre a dirti che davvero sei stata tanto attesa e voluta, ma ti vorremmo ugualmente bene se fossi semplicemente capitata, che figli e figlie sono doni pure quando hanno forma di progetto di vita.

P.S. Devi sapere anche questo, che siamo cerchi, anelli di catena, ciascuno perfetto in sé eppure parte di una linea infinita.
Impressa nella tua carne è l’impronta di una schiera infinita, un filamento di molecole della stessa sostanza delle stelle, il vero e unico miracolo rinnovato della natura.
Perciò ogni volta che ti guarderò vedrò in te decine di volti e centinaia di storie che ti hanno preceduta.
E mi perdoneranno i molti che ometto di citare in prima persona se pongo due donne in cima alla lista: le tue bisnonne in linea paterna. Avevano nome simile - Adele, Adelrosa - e destini diversi, una portata via assai giovane, passati da poco i cinquant’anni, l’altra pochi mesi fa, sull'uscio dei novanta. È a loro che mentalmente ti affido, pur se Michela e Matteo saranno bravissimi a crescerti. Intanto ti hanno chiamato Vittoria ed è giusto così, per ricordarci che sarai sempre una gioia, mai una sconfitta, e che dopo ogni notte di tempesta c'è un'alba, con il sole che spunta.

venerdì 7 luglio 2023

Tre destini (Un incrocio)

Se ne avessimo steso la sceneggiatura per assicurarci un andamento perfetto, con lieto fine incluso nel prezzo, non saremmo stati così bravi da immaginare un giorno qual è stato.
Un matrimonio da favola sarebbe scorretto definirlo. È stato molto di più: un matrimonio vero, a immagine e somiglianza della persone che siete, della coppia che non per caso ha dato origine e compimento a tutto.
Tralascio i dettagli, che per quelli i ricordi a voce e le fotografie sapranno raccontare ogni cosa secondo il merito.
Mi limito piuttosto a questo, alla constatazione che la fortuna conta, è vero, ma altrettanto vale l’impegno messo, affinché il giorno in cui siete diventati sposi fosse in sintonia con quanto da fidanzati avete sempre dimostrato: la ricerca della convivialità, il piacere dell’incontro, la generosità nell’amicizia.
A testimonianza che “insieme” non è soltanto una parola, bensì uno stile di vita che avete fatto vostro, condividendolo pienamente con le molte persone a cui volete bene e che anche per questo bene vi vogliono.

P.S. Che nessuna sceneggiatura possa competere con la realtà lo dimostra il destino capitato in sorte alla nostra famiglia, che nello stesso giorno ha visto coincidere la gioia di un’unione, il dolore per una morte e le ultime ore d’attesa per una nuova vita.
Di voi ho detto, di Michela e Matteo e della loro bimba scriverò a breve, appena nascerà, mi perdonerete perciò, Giulia e Filippo, se in un giorno di festa, qual è questo, abbino il ricordo di una persona che della discrezione e del profilo basso ha fatto la sua cifra, nei sessantaquattro anni precisi in cui è rimasta a questo mondo.
Rita se n’è andata oggi, nel giorno del suo compleanno (altro ricciolo del destino), dopo una malattia che se l’è portata via inesorabile, pezzetto per pezzetto.
Di lei, cugina di primo grado, non voglio ricordare nulla che sia privo di senso, intendendo con “senso” quello “religioso”, che le ha fatto sempre da bussola, anche se non era tipo da voler convertire gli altri ad ogni costo, preferendo alla seduzione delle prediche, la testimonianza dell’esempio.
Il dono più bello che ci lascia è proprio questo, le figlie Ilaria e Serena ed il marito Gabriele, che fino all’ultimo le è stato accanto, uomo di poche parole e di fatti concreti.
Anche lui, per noi, un esempio.

sabato 7 agosto 2021

Sulle tue spalle (Viktor)

Ti chiami Viktor e sei nato un giorno d’agosto che per noi italiani farà rima con “vittoria” a lungo, consegnandoci una gioia e una lezione che idealmente - proprio come il testimone nella staffetta - ti affido, qui sotto.
Quella più bella però l’hanno data a me i tuoi genitori, Milan e Dina, raccontandomi quanto e come ti hanno desiderato, cercato, voluto.
Vederti in foto, ieri, in braccio a tua madre, luminosa come il sole, dopo averti partorito, scorgere il lampo di tenerezza negli occhi di quel gigante di tuo padre, lo ammetto, mi ha commosso.
Ho pensato che davvero ha ragione Renzo Piano, l’architetto, quando dice: “Sono i giovani che salveranno la terra. I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai.  Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere”.
Le vivrai tu, allora, Viktor. E ne sono pienamente lieto, poiché io, grazie a te, ne ho viste già un pezzetto.

P.S. L’ho dichiarato all’inizio: voglio affidarti una lezione che con gli anni ho imparato, affinché il male, il dolore, la sconfitta - nei quali ogni essere umano prima o poi inciampa, sappilo - non siano mai ostacolo, bensì molla, leva, trampolino.
La dimostrazione viene dallo sport di queste settimane, con l’Italia del calcio che tre anni fa non aveva potuto partecipare ai Mondiali, ma da quella sconfitta ha messo seme e tratto forza per vincere i recenti Europei, e con la squadra di atletica, sempre italiana, che nelle Olimpiadi di cinque anni fa non aveva vinto neppure una medaglia, mentre in questi giorni, a Tokyo, di successi ha fatto il pieno, come mai nella propria storia, un vero e proprio record.
Un esempio per te ancora più fulgido viene proprio dai tuoi genitori, cresciuti sotto le bombe e in parte da profughi, conoscendo terrore, povertà, separazioni forzate, ma che da quella radice di dolore hanno tratto linfa per crescere robusti e costruirsi un futuro di benessere, soddisfazioni, di cui tu, oggi, sei il frutto più dolce, bello, unico.

martedì 8 ottobre 2019

Casa dolce casa (Benvenuta Ginevra)


Ginevra è un batuffolo rosa con già un ciuffo di capelli scuri e gli occhi chiusi, che dorme beata.
Poche ore fa era nel grembo di sua madre, ora è avvolta in una coperta bianca e le riposa accanto, incurante di tutto quello che le accade attorno, ignara di cosa le riserverà il mondo, la vita.
Leslie, la mamma, l'aspettava tra due settimane, ma lei non lo sapeva e ha deciso di nascere prima, ricordando a tutti che l'esistenza è un dono, non un programma, e bisogna prenderla come viene, quando capita.
Poteva nascere a Capo Verde, il paese di suo padre e di sua nonna, invece è nata qui e qui crescerà, coccolata.
"Quell'isola è un paradiso - mi ha detto un giorno sua mamma - però dopo due settimane che ci sto, mi viene una gran voglia di tornarmene a Bergamo, a casa".
La stessa sensazione mi ha riferito ieri Cristiana, che fa la barista proprio accanto i Propilei, in città bassa, ed è nata alle Mauritius. Oggi è partita e per due settimane starà là, in vacanza. "Di più no - ha aggiunto, sorridendo - perché ormai a certe cose non sono più abituata".
"Anch'io - s'è intromesso il suo collega - ad agosto sono stato in Albania, il paese dei miei, e mi è piaciuto tantissimo, ma non ci starei mai per sempre".
Mentre tornavo in redazione ho ripensato a com'è strana questa cosa: corriamo e ci affanniamo qui, dicendo che non ce la facciamo più, anelando un posto tranquillo, "a misura d'uomo", dove vivere beati, con poco o nulla, e quando abbiamo un posto con poco o nulla, dove nessuno corre e campa senza fretta, non vediamo l'ora di tornare qui, poiché quella vita ci sta stretta.
Un paradosso inspiegabile o forse comprensibilissimo, se si tiene conto che ampio e stupendo a modo suo è ogni angolo di mondo e profonde le radici che ci legano alla terra dove siamo nati o cresciuti, ma più forte ancora l'asola che ci tiene stretti a quel lembo di terra in cui siamo capitati o che ci siamo scelti e che chiamiamo casa.

venerdì 11 gennaio 2019

Fabrizio e l'Orso (Scriviamoci più spesso)


"Le parole che avrebbe potuto ancora dirci".
Ne ha nostalgia, David, che mi ricorda i vent'anni dall'addio di De André, e provo desiderio di ascoltarle pure io.
Non soltanto di De Andrè, anche delle molte persone che ho conosciuto e che tuttora incontro, riproponendomi e scordandomi ogni volta, inevitabilmente, di fissarle negli occhi, di guardarvi con attenzione dentro.
Corro veloce, anche sui volti e sulle storie di chi mi è sovente accanto, così come di coloro contro cui incoccio, per caso. Perciò, ad inizio anno, mi sono ripromesso di fermarmi più spesso, ritagliandomi del tempo per scrivere lettere, per avviare una corrispondenza meno banale del semplice saluto.
Una forma, quella epistolare, che a ben guardare utilizzo sempre più frequentemente in questo blog, rispondendo all'esigenza di evitare il monologo e avviare il dialogo.


P.S. Oggi è nato il figlio di Luca "il Drugo", collega e amico, che ha scelto per il bimbo un nome spiccio quanto impegnativo: Orso. A lui dedico questo puzzle di frasi delle canzoni di De Andrè, che proprio David mi ha "regalato" (poiché anche io e David un po' "Orso" lo siamo).
"Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra. Io nel vedere quest’uomo che muore madre io provo dolore: nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore. E se questo vuol dire rubare questo filo di pane tra miseria e fortuna, alla specchio di questa kampina ai miei occhi limpidi come un addio, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di dio. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Vanno, vengono, per una vera mille sono finte e si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore “tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”. Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso, il lampo in un orecchio e nell’altro il paradiso. Dio di misericordia il tuo bel paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura, l’inferno esiste solo per chi ne ha paura. Tu che mi ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria. Mia madre mi disse non devi giocare con gli zingari nel bosco. E scappò via con la paura di arrugginire, il giornale di ieri lo dà morto arrugginito, i becchini ne raccolgono spesso tra la gente che si lascia piovere addosso. E tu piano posasti le dita all’orlo della sua fronte: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte. Ma gli occhi dei poveri piangono altrove, non sono venuti a esibire un dolore che alla via della croce ha proibito l’ingresso a chi ti ama come se stesso. Ma a cuiuassi no riscisini l’aina e l’omu, che da li documenti escisini fratili in primu. Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà. E un giudice, un giudice con la faccia da uomo, mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione. Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore. Passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa pioggia sottile come passa il dolore. Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".