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sabato 14 marzo 2026

Un Michele accanto (Ognuno dovrebbe averlo)

Per otto anni è stato mio compagno di classe, nel prato del parco di casa sua ho giocato mille partite di pallone, con lui ho fatto milioni di chiacchiere, infinite volte l'ho visto ridere di gusto - sempre cercando di contenersi, tanto che spesso con Marco e Gianluca, gli altri due ragazzi che si vedono nella foto, lo abbiamo preso in giro - e nella soffitta della sua casa da ragazzo ho dato il primo bacio. Non a lui, giusto precisarlo, a Rossella, grazie al gioco della bottiglia.
Conosco Michele (nell'immagine qui accanto l'unico con la cravatta) per il ragazzo che è stato e sono felice di parlarne qui, celebrandone i sessant'anni compiuti a inizio marzo e non per uno di quei ricordi quando ormai è troppo tardi, che in altre circostanze mi hanno fatto essere riconoscente e triste al tempo stesso.
Se dovessi indicarne un tratto distintivo, direi la bontà ed è una scelta meno banale di quanto si possa supporre. La sua infatti è una bontà innata, una mitezza che sfiora l'accondiscendenza e che, se non fosse il professionista affermato che è e l'uomo fatto e finito ch'è diventato, mi verrebbe spontaneo tuttora l'istinto di proteggerlo.
Quando ero ragazzo, lo ammetto, lo invidiavo. Un'invidia sana però, che sarebbe più corretto chiamare ammirazione. Aveva tutto ciò che avrei voluto essere io: bello, biondo, di famiglia benestante, con una casa splendida, tanti fratelli e un'eleganza niente affatto costruita. Ciò che spiccava in lui era la naturalezza dello stile, quel non dover badare minimamente alla forma, tanto tutto gli calzava a pennello. Ricordo con nitidezza il giorno in cui mi presentai a scuola con un maglione rosso accesso e fascia bianca, costato un patrimonio, lui sedeva nel banco di fronte al mio, aveva un maglioncino color amaranto fatto con i ferri dalla mamma o dalla nonna, liso sulle maniche e persino con un buco, tra gomito e avanbraccio: io, vestito da ricco, restavo povero, lui il contrario: era a suo agio e sembrava il protagonista di un film con qualsiasi indumento. Imparai quel giorno una lezione che non ho mai dimenticato, cercando di trasmetterla ai miei figli: non è l'accessorio, l'orpello, le cose materiali che fanno la differenza, bensì lo stile, la consapevolezza della propria condizione, una sicurezza di sé che si traduce in fascino. 
A Michele ho voluto bene da subito anche per questo, per il suo non far pesare nulla, anzi, per aver fatto sentire importante me, per avermi guardato fin dal primo istante da pari a pari, insegnandomi con l'esempio che le categorie sociali sono nella nostra testa e siamo noi che ce le imponiamo, se ci facciamo caso. La sua generosità nel mettere a disposizione la casa per giocare, il pomeriggio, o per organizzare feste, nella famosa soffitta, sono state per me un altro esempio che ho fatto mio, imparando da lui il valore e il garbo dell'ospitalità.
E se ho un rimpianto, uno solo, è che nel corso degli anni ci siamo persi di vista, incontrandoci di rado. Eppure in quei momenti sparuti, lo ritrovo tale e quale, soltanto un po' più appesantito, con meno capelli, come del resto io, taciturno su argomenti che so non vuole affrontare, ma con gli stessi occhi luminosi e attenti, penetranti ed entusiasti di bambino, quando qualcosa lo incuriosisce e diverte.
A parziale consolazione, c'è che per frequentarsi con assiduità non è troppo tardi e confido il destino doni a entrambi la possibilità di intrecciare di nuovo i fili che abbiamo lasciato sospesi sul telaio.
Lui, ancor prima di me, è partito presto con il farsi una famiglia (pure il suo matrimonio è stato il primo a cui ho partecipato non per accompagnare i miei genitori, ma essendo invitato proprio io), interrompendola abbastanza presto, ma con in splendido dono la sua primogenita, accasandosi poi altrove, avendo un'altra stupenda figlia, ritrovandosi ora la fortuna di essere padre e nonno giovane al tempo stesso.
I suoi primi sessant'anni, visti da me, sono così: più che una parentesi, un continuo inizio.

P.S. Fortuna vuole che non nessuno dei due abbia mai avuto necessità dell'altro, chiedendo quei favori tipo prestiti o coperture di nessun tipo. Tuttavia, in un paio di miei passaggi professionali, i suoi consigli sono stati di imprescindibile aiuto. Penso a quando sono stato assunto a La Provincia: non avendo agganci con nessuno, chiesi a lui una mano per imparare a leggere i bilanci del gruppo Sesaab, per capire tramite essi le strategie industriali che stavano compiendo i dirigenti e fare così una buona impressione con l'allora amministratore delegato. Anche per questo, ma non solo, gli sarà per sempre grato.

martedì 10 luglio 2018

Qua la zampa (Complimenti per la maturità)


“È andata bene”. Tre parole, due righe in cronaca, per farmi sapere che anche l’orale della maturità l’hai superato e che da oggi è festa, senza pensieri, uno stacco che hai meritato.
Per cinque anni ti ho vista studiare e impegnarti come io al liceo non ho mai fatto, a volte andare a letto tardi e alzarti prestissimo, ripetendo la lezione con i libri di fronte e il cellulare in mano (per cinque anni il cellulare è stato il tuo vero compagno, ammettiamolo).
Per cinque anni ti ho osservata sorridere, concentrarti, piangere persino, andare in crisi, ridere con le tue amiche del cuore, affezionarti a qualche insegnante, detestarne altri, mandare messaggi, riceverne (con quel modo buffo, ora, per ascoltare i messaggi vocali, con il telefono attaccato all’orecchio dalla parte in cui di solito io parlo).
Per cinque anni ti sono stato accanto pure senza esserti fisicamente vicino, sapendo che non avevi problemi di rendimento, più preoccupato che crescessi serena, poiché la scuola è molto ma non è tutto.
Preoccupato lo ero anche stamani, non per il risultato finale, bensì perché l’esame è una prova per i nervi più che per la mente e i nervi non sempre rispondono a comando.
Mi dicono che a parte un tremolio iniziale della voce e un lungo sospiro tra un capoverso della tesina e l’altro te la sia cavata egregiamente, tenendo la tensione nel recinto.
Sono orgoglioso di te, come dei tuoi fratelli, per come vi state comportando.
Voi siete il mio punto più debole, quello che istintivamente proteggo, come fanno i cani quando si sentono attaccati e si accucciano ritirando e nascondendo più che possono le zampe, rispondendo ad un richiamo atavico, che li porta a preservare ciò che hanno di più delicato e insieme prezioso.

P.S. Le zampe. Non l'addome, la coda, il muso. Le zampe sono ciò che tutti gli animali che ne sono provvisti istintivamente proteggono. Le zampe perché attraverso esse ci si può procurare il cibo, si può attaccare, soprattutto ci si può difendere nel modo più efficace in natura conosciuto: scappando. Non è un caso che, per i cani, porgere la zampa è un gesto di fiducia assoluta, di "amicizia". A volte, Giorgina, vorrei essere come loro, che senza parole sanno esprimere quanto provano. "Qua la zampa" allora. E complimenti di nuovo.

sabato 14 novembre 2015

Generazioni (Elogio della dolcezza)

Foto by Leonora
Carla non c'era. Ha avuto una colica renale ed è rimasta in Inghilterra, dove insegna fisica all'università di Londra. E mancava pure Mauro, a cui debbo tre promozioni su cinque al liceo e lo spunto decisivo per ciò che faccio ora, perché mi passava i compiti in classe di matematica e mi ha trasmesso la passione per il basket, con cui ho cominciato la carriera giornalistica. Assenti all'appello anche un Roberto Pini (ne avevamo due, l'altro c'era), Gianluca Gazzolo, Fabio Giovannelli, Marco Tettamanti, Gianbattista Peduzzi e Maria Pellegrini, unica assolutamente giustificata visto che fa la suora di clausura. Con gli altri ci siamo trovati attorno a un tavolo, a elle, proprio come l'ultima fila dei banchi quando andavamo a scuola.
Trent'anni, un giorno. Trent'anni da quando ci siamo diplomati al liceo, il giorno invece è stato quello della rimpatriata, ieri sera, venti compagni di classe che si rivedono, incrociano di nuovo le strade, si abbracciano come mai si erano abbracciati prima. Sì, perché se c'è un aspetto che mi ha colpito è stato il senso fraterno di questo incontro, come se gli anni avessero limato gli spigoli, eliminato le simpatie a gruppetti e restituito un senso di appartenenza comune, un sentimento di vicinanza con ciascuno, un guardarsi negli occhi e riconoscere nell'altro un pezzetto di sé, scordato per decenni in un anfratto della memoria. "Sei tu!" dicevano gli occhi che incontravo, "Sono io!" rispondevano quelli incontrati, con un sorriso che illuminava i volti, mentre le parole contavano poco o nulla.
Chi legge il mio blog sa che sono convinto che le generazioni attuali siano migliori della mia, che i ragazzi di oggi abbiano delle qualità e una consapevolezza che non io non conoscevo. Ieri sera tuttavia mi sono accorto dei talenti che portano in dono gli anni e che valgono assai più dei molti capelli in meno e di qualche ruga. Prima fra tutte è la dolcezza, la tenerezza dei rapporti, senza imbarazzi, pudore o vergogna. La seconda è la pacatezza, poi l'equilibrio, la capacità di tollerare i difetti altrui e giudicarli con meno durezza.
Ci pensavo tornando a casa e ascoltando alla radio il resoconto della strage di Parigi, degli attentati che hanno portato morte e dolore in Francia. Le ho collegate alle parole udite qualche settimana fa da Padre Pizzaballa, custode di Terra Santa, che raccontava come i terroristi sono ragazzi giovanissimi, tra i diciotto e i ventidue anni e che neppure i loro conterranei più grandi riescono a controllarli, schegge impazzite senza briglia.
Ho una fiducia immensa nei nostri figli, nelle nuove generazioni, mi piace un sacco la purezza dei sentimenti, la rettitudine, il desiderio di cambiare in meglio il mondo, la generosità di relazioni e la gratuità dei gesti. Però come tutte le virtù rischiano di lambire il vizio se non mitigate da una certa accondiscendenza, da un vedere le cose da una prospettiva diversa, più "alta", non più "vecchia". Dettagli che allora non coglievo, adesso sì, proprio perché sono salito in cima alla pianta. E se è vero che la maturità l'ho fatta allora, maturo - e per questi aspetti migliore - mi sento soltanto ora.

P.S. Grazie a Michele Bignami, Rodolfo Sonzogni, Marco Antonio Giamminola, Monica Bernasconi, Patrizia Mattaboni, Giovanni Bianchi, Massimiliano Monaci, Giovanni Braga, Antonello Vella, Marina Briccola, Roberto Pini, Simona Bettarello, Vittoria Fagetti, Luca Corvi, Rossella Castellini, Cristina Corti, Matteo Livio, Giovanni Ruffini, Franca Vitelli. Grazie per avermi fatto sentire importante allora, nonostante al liceo fossi il più asino in matematica, e per non avermelo ricordato ieri sera :-)

martedì 6 ottobre 2015

Il fiume degli anni (How deep is your love)

Foto by Leonora
La canzone è partita all'improvviso, mentre scorrevo distrattamente Facebook. "How deep is your love" dei Bee Gees. In un istante la stanza attorno è scomparsa e la penombra era quella della soffitta della casa di Michele, in seconda media, il gioco della bottiglia, il ballo con la scopa, le chiacchiere delle femmine in un angolo, noi maschi in quello opposto, il giradischi al centro, la colonna sonora della Febbre del sabato sera ed era sabato sì, ma pomeriggio.
Di quella prima festa ricordo lo stupore, la sorpresa: ingenuo già allora, ero stato invitato ma credevo si giocasse a calcio, non mi aspettavo quell'intimità languida, con la percezione netta che si aprisse all'improvviso un mondo. Ballai "How deep is your love" e altri lenti con una mezza dozzina di compagne, tenni la scopa per un tempo che mi parve congruo, poi ci riunimmo in cerchio, toccò il mio turno di fare girare su se stessa la bottiglia che si fermò puntando Rossella e la baciai in modo casto, sfiorandole le labbra appena, ma con un'emozione che dura tuttora, se ci penso.
La seconda media è passata e la terza, università, liceo, amici, ragazze, posti di lavoro... 
Sono trascorse le stagioni, come pietre che rotolano, e credo restino vere per me e per l'intera mia generazione le parole che l'altro giorno ho scritto a Cristina, in occasione del suo compleanno: "Gli anni hanno aggiunto molto senza togliere nulla di buono e so cosa significa il tempo che passa, come un fiume, tracciando solchi e anse ben più profondi dei segni sul viso, ma al tempo stesso, proprio come un fiume, rendendo fecondo e vivo tutto attorno".