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sabato 13 giugno 2026

Contro la tirannia (Anche del bene)

Disegniamo a mente il mondo perfetto, dipinto a tinte pastello, in cui tutto riluce, omettendo che sono le ombre a dare profondità, spessore, risalto.
Abbiamo confuso idea e realtà, il desiderio s'è fatto peso e il bene tiranno, non accettando che al tavolo dei commensali sieda chiunque al di fuori di sé medesimo.
Siamo diventati moralmente esigenti, duri nel giudizio, niente affatto indulgenti, sia che si tratti di noi stessi, sia dell'altro.
Lo scrivo a mo' di provocazione, credendoci però davvero: il "come dovremmo essere" sta occupando tutto lo spazio del "chi siamo". Ed è così che rifiutiamo di fatto un’umanità piena, dove nel "piena" sono compresi l'errore, la debolezza, il fallimento, l'ostacolo.
Tutto o niente, bianco o nero, buono o cattivo.
Eppure nel dominio degli opposti basterebbe cambiare la congiunzione per riportare equilibrio: niente e tutto, nero e bianco, cattivo e buono.
Hanno ragione Miguel Benasayag e Angélique Del Rey in “Elogio del conflitto”: «Non si può mettere fine a ciò che riteniamo barbarie facendo ricorso a una barbarie buona».
Ciò non significa condividere la posizione del male, ma la sua esistenza non può ridursi a un'anomalia da correggere, una macchia da cancellare.
L'altro, il diverso, persino il cattivo, che lo si voglia o meno, è sempre una parte di noi. Accettiamolo.

P.S. Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei, dittatori, autocrati, signori della guerra, terroristi, narcotrafficanti, criminali, faccendieri, ma pure personaggi non illustri, assai più vicini a noi, coloro che incrociamo volenti o nolenti ogni giorno... L'elenco purtroppo è lungo e so benissimo che basta accennare a questo o quel nome per far vacillare ogni proposito intellettualmente onesto. Eppure tenere la barra dritta, non considerarli mai come male assoluto, astenersi dalla tentazione di annientarli, è ciò che ci può distinguere e fare restare umani, nel profondo. Ciò non significa essere apatici, indifferenti, semmai il contrario: vivere pienamente la propria stagione, consapevoli che a ogni epoca oscura ne segue sempre una luminosa e che a noi è dato il compito di lottare e resistere, nell'orizzonte di questo spicchio di tempo.

sabato 24 gennaio 2026

Il bene autentico (Quando mi ascolti)

Quando mi ascolti ti vorrei abbracciare, superare il pudore che ci distanzia, abbattere la barriera delle convenzioni ed entrare in contatto con la tua essenza più intima, sentirti nuda di fronte a me, come spoglio di cenci, resistenze, scrupoli vorrei essere io, non badando alla mia faccia, a quell'uomo che sono diventato e che a volte stento a riconoscere, riflesso nel vetro o allo specchio, l'immagine di un estraneo che mi somiglia vagamente ma estraneo al ragazzo che ero e che mi sento tuttora, quando la luce si spegne e il buio circonda, perso in pensieri che spiccano il volo e balzano senza muri di sponda, cullati abbastanza da ricreare un mondo che altri definirebbero di fantasia, mentre per me è più reale del vero. E prezioso, libero, che nessuno riesce a portarmelo via.

P.S. Il bene autentico lo conoscono coloro che sotto pelle lo sentono scorrere come una scossa, una frequenza d’onda identica alla carità nella prima lettera ai Corinzi (13,1-13) di san Paolo: «Paziente, benigna, non invidiosa, non superba, che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta».
Al pari dell'amicizia, non è una contabilità in pari tra dare ed avere, bensì fideiussione completa, senza limiti di spesa: qualifica le persone che siamo, distinguendo e unendo al tempo stesso. Il resto possono essere alti e bassi, corrispondenze fitte o rade, ma nella sintonia del bene persino il silenzio parla, non somigliando a un vuoto, bensì a una soglia priva di chiavistello, sempre aperta.

venerdì 17 ottobre 2025

Quant'è profondo (Il bene)

Ha compiuto sessant'anni qualche settimana fa e per una serie di sfortunate coincidenze non sono riuscito a festeggiarlo. Stasera, tornando da Brescia e rovistando tra i libri ho trovato casualmente la sua firma, con dedica. Un libricino che mi ha regalato a metà degli anni Settanta e di cui non conservavo memoria.
Raffaele, oltre che un vero "sapiente", è uno dei miei migliori amici, una persona con cui non smetto mai di crescere, pur se ci incontriamo con il contagocce e la mancata assiduità nella frequentazione è uno dei pochi rimpianti di questa vita per il resto piena e generosa. Di contro, se immagino i miei anni futuri, quelli che trascorrerò se riceverò in dono l'abbondanza d'età, mi "vedo" al suo fianco, nel convivio di una tavola apparecchiata e di cibi semplici ma saporiti, come quelli che prepara. Ciò che provo per lui, al netto di tutto, è un "bene" fatto persona, un sentimento che incide e lega e tutto supera, nulla intralcia. Un "bene" che assomiglia a ciò che chiamiamo Dio, “senza misura”.

P.S. Ci sono case e chiese e bar e piazze e spiazzi. Poi ci sono luoghi del cuore: quelli in cui ci si sente a proprio agio. Uno che frequento spesso, di recente, è il duomo vecchio di Brescia, una magnifica basilica romanica a pianta circolare, che si erge massiccia e parimenti è piantata profonda nel terreno, tanto che per raggiungervi il basamento occorre fare due rampe di scale, in discesa. La associo a Raffaele perché un'identica quiete mi ispira, la stessa sensazione di pace, di essere al posto giusto, di non avere più nulla di chiedere, di bastare a se stessi e non essere mai soli. Quelle mura, proprio come l'amicizia, hanno un respiro antico, primigenio, sedimentato nel tempo, capace di fornire riparo, protezione, e allo stesso modo di proiettare verso l'alto, la luce, qualcosa che ci trascende e trasmette unità, nel corpo e nello spirito.

sabato 2 agosto 2025

Ma se verrai (Il cuore in pace)

Tranne forse un paio, il resto dei peccati li ho commessi tutti. A dispetto o forse a conferma delle apparenze.
C'è tuttavia un appiglio al quale appendo il puntiglio della mia indulgenza: ritenere di aver cercato sempre il bene. Che per me consiste in questo: ciò che unisce e non quel che divide.
Amore, amare, lo declino così: un'azione prima che un sentimento.
Un manuale d'uso applicabile ad ogni contesto, nel grande come nel piccolo. Non mi spaventa infatti il vuoto, la distanza o il conflitto, bensì la decisione consapevole di rinunciare a un punto di incontro.

P.S. Qualche sera fa m'è capitato tra le mani un libro e, sfogliandolo, vi ho trovato un biglietto, appuntato chissà dove, chissà quando. C'era scritto così:
«A me farà piacere se verrai, stasera. Molto.
Ma se verrai senza aver compreso a fondo quanto accaduto, allora non venire.
Ma se non avrai il cuore in pace e non sarai serena con tutti, allora non venire.
Ma se la delusione (anche giustificata), il dispiacere (anche comprensibile), la rabbia (anche motivata) sono più forti della capacità di perdonare e di fare tu il primo passo e di tendere la mano, allora non venire.
E se non credi a me o ritieni le mie soltanto belle parole, non scordare che "se giudichi le persone non avrai tempo per amarle"».

sabato 22 aprile 2023

Non tutto il male (Ti do un bacino)

Esiste una normalità e spicchi di gioia in tutto, persino nel dolore e in una vita che sbirciata da fuori è soltanto fatica, ingiustizia, calvario.
A quella vita sei rimasta aggrappata fino all’ultimo, sorprendendo per resistenza e puntiglio, a dimostrazione che esiste un istinto più forte della ragione e dei nostri disegni, del nostro ritenere (miope) cosa sia giusto e sbagliato.
Ti abbiamo accompagnato nell’ultimo viaggio in molti, il resto di una vasta famiglia, di quelle che non ci sono più o di rado, mentre erano regola fino al principio del secolo scorso, con una coppia e otto figli, di cui un’immancabile suora e gli altri sposati, con a loro volta un figlio o due e rispettivi nipoti, sempre in numero contenuto.
A proposito, dovrebbe incuriosire e insegnarci qualcosa il fatto che si desideravano più figli quando si aveva nulla o poco - il paradosso della scarsità che genera abbondanza e l’abbondanza invece chiusura, difesa, recinto - ma non è questo il punto.
Così come oggi non voglio limitarmi al ricordo di te, Pinuccia, bensì al bene che grazie a te è sgorgato, all’esempio del “prendersi cura” che hanno dato prima tua sorella Bruna con suo marito Franco e poi i tuoi nipoti, Gabriele ed Alessia.
La loro fatica, il caricarsi sulle spalle un sacrificio (una croce, la tua croce, mi verrebbe da dire, attingendo alla cultura cristiana di cui sono imbevuto), farlo con dignità, senza mai l’esternazione eccessiva di un lamento, mi hanno sempre lasciato ammirato.
Di più. Quel bene vissuto, concreto, non ostentato, ha creato vicinanza, condivisione emotiva, un legame tra noi che altrimenti non ci sarebbe bastato.
Anche questo è un paradosso, che non spiega la ragione della sofferenza, del dolore, del male - che rimangono un mistero - ma dimostra la validità di un vecchio detto (“non tutto il male viene per nuocere”) e che la differenza la facciamo sempre noi, come reagiamo.

P.S. Devo chiedere scusa a una persona, mia mamma, e voglio farlo in pubblico. Per tutte le infinite volte che tornando a casa, passando a salutarla, la trovavo impegnata a chiacchierare. “Sei sempre al telefono!” le dicevo, metà sorridendo, metà scocciato davvero. “È la Pinuccia” sussurravi di rimando, per fare capire a me e non farti sentire da lei, pur se nemmeno così smettevo di brontolare, da perfetto bambino imbronciato, nonostante gli anni che porto sono ormai quelli di un nonno.
Mi consola ora il fatto che di me non ti curavi e continuavi a chiacchierare, come se nulla fosse.
“Ta dù un basìn”. Ti do un bacino. Si concludevano immancabilmente così quelle telefonate, con una tenerezza che non ti appartiene per carattere ma evidenzia il cuore che hai: la parte migliore di te, quella che - anche tu come Alessia e Gabriele - con l’esempio mi hai trasmesso, insegnato.

martedì 24 novembre 2020

L'invisibile agli occhi (Mani nel terreno)

Ne ero certo, ne avevo già scritto, quel post l'ho ritrovato qui, scoprendo che conserva identica forza, la stessa attualità e verità di cinque anni addietro.
Con un distinguo, di cui mi sono reso conto sabato scorso, a contatto con la natura, come in questa stagione mi piace fare appena stacco dalla redazione, dall'ufficio.
Un pensiero che m'è venuto ginocchi a terra, curvo, le braccia tese a strappare la radice d'un rovo, dopo che scavando con le dita ne avevo svelato le diramazioni spesse, profonde, ampie più di un metro, diventate ceppo, cresciute a ridosso della recinzione, tanto tignose e arcigne che per averne ragione ho dovuto spenderci sudore e impegno.
Mentre lo facevo, mentre tiravo e sbuffavo, ho ripensato a ciò che avevo a suo tempo intuito, al male simile al roveto, ostinato, pervicace, invasivo.
Per averne ragione, per tenerlo a bada, resta buono il consiglio di tenerlo rasato, troncandolo di netto quand'è ancora tenero, tuttavia non avevo idea di quanto possa essere forte, possente, robusto quand'è invisibile agli occhi, radicato nel terreno. 
Un ragione in più per restare vigili, per non sottovalutarlo, ricordandosi che le apparenze a volte ingannano e oltre la superficie sovente c'è un mondo ignorato, che prospera nel buono e nel gramo.

P.S. C'è un altro pensiero partorito in giardino, quello che - a guardare le cose con più distacco - io sono il male, la morte anzi, che spezza, che mozza, che pota, che sradica, e non il rovo, che invece è la vita che sprizza, che si genera sempre, continuamente, con maggiore ostinazione di quanto possa fare l'intervento dell'uomo. Una constatazione che per un verso sconforta, per un altro rallegra: nell'alternarsi tra vita e morte la parola ultima è della prima, che sgorga di continuo, in eterno.

lunedì 26 ottobre 2020

Compresi noi (I bordi frastagliati delle cose)

I bordi frastagliati delle cose. Potrebbe essere il titolo di un libro, è una frase che mi porto appresso spesso, specie in questi giorni di incertezze assolute, in cui il baccano sovrasta ogni lucidità, ogni possibilità di pensiero, di ragionamento.
I bordi frastagliati delle cose. Una sensazione tattile, come quando percorro con i polpastrelli il foglio di carta strappato di fresco, il granito della soglia d'ingresso, il ramo nodoso del larice, le rughe sul viso di mia madre e ormai anche del mio, sempre più simile a mio padre, quando mi guardo allo specchio.
Nulla è liscio, nulla è limpido, chiaro, scontato. Il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il bianco e il nero, la testa e la coda si intrecciano, si confondono, mi costringono a scegliere tra la mannaia che separa tutto o il mal di testa per tenerlo unito, per dare una direzione a ciò che invece va dappertutto.
Rimangono gli affetti, le persone che ho care, i sentimenti d'amore, d'amicizia, di stima, la curiosità, il desiderio di conoscenza, la volontà di non giudicare troppo duramente l'altro e insieme me stesso, di concedermi le attenuanti generiche e anche quelle specifiche, considerando la maggior parte degli errori involontari, commessi per colpa ma senza volontà di dolo.
I bordi frastagliati non sono soltanto delle cose, li abbiamo pure noi, dentro.

sabato 10 ottobre 2020

Quel che si può (Quel che si vuole)

Da anni non ne vedevo uno, uno ora è ricomparso, di fronte alla mia auto, al semaforo che da via Autostrada porta verso il centro.
M'è apparso così, a una decina di metri dal cruscotto, un ragazzo di vent'anni o giù di lì, che poteva essere mio figlio, camicia color porpora e un berretto buffo, i panni stretti dell'artista di strada fatto e non) finito.
Di primo acchito, mentre cercavo di intuire se fosse un matto o un balordo, m'è parso di notare l'accenno d'un sorriso, prima che l'esibizione lo rendesse serio serio, improvvisando con tre palline uno spettacolo in piena regola, seppur contenuto nei tempi svelti di arancione e rosso.
All'accensione del verde anche lui è scattato, tendendo la mano di finestrino in finestrino, cercando di incrociare lo sguardo dagli automobilisti che - come di solito faccio io - quello sguardo che domanda lo fuggono, mimando un diniego con la testa e se proprio proprio uno spicchio di sorriso.
Martedì scorso no. Martedì scorso il giocoliere ha fatto breccia nel mio cuore ispessito, fermandosi però prima del braccio da T-Rex che ho attaccato a scapola e busto, così ho abbassato il vetro dell'auto e porto cinquanta centesimi che avevo nel taschino, guardandolo dritto negli occhi e aggiungendo: "Non sono molti, ma è qualcosa...".
"Quel che si può" è stata la sua risposta, cortese. Quattro parole in croce e che in croce mi hanno messo, facendomi pensare tuttora, a lungo.

P.S. No, non "quel che si può", caro giocoliere. "Quel che si vuole" piuttosto.
"Quel che si vuole". L'ho pensato subito e avrei voluto dirlo al ragazzo - e lo avrei anche fatto, se il conducente nella vettura dietro la mia non avesse suonato lesto il clacson - un po' per espiare il senso di colpa da tirchieria, un po' perché ci tenevo ad essere onesto, innanzi tutto con me stesso.
Non quello che possiamo; quello che vogliamo è ciò che riusciamo a fare, che facciamo, sempre, o nella stragrande maggioranza dei casi.
Ciò che vogliamo è nel bene e nel male la spinta, la molla che aziona ogni nostro meccanismo.
Vale per te giocoliere, quando con le tre palline lanciate per aria disegni un cerchio perfetto, e per me, per noi, quando al "si può" opponiamo il "si vuole", delineando nel bene e nel male il contorno nitido dell'essere umano che siamo.

sabato 3 ottobre 2020

L'amore (È come l'acqua)

Chinato di fronte al finestrone del soppalco, mentre tu figlia mia dormi nella stanza accanto e io asciugo la pozza che con il temporale s'è infiltrata dall'infisso, penso che l'amore - ogni tipo di amore - è come l'acqua, che da che mondo è mondo gli esseri umani tentano di contenere, di tener fuori dai luoghi costruiti per riparo, ma che in breve o alla lunga, spesso senza sapere da dove e come, si insinua, fa breccia, irrompe, siano gocce o lago.
È così che mi sono consolato, senza più guardare a quell'infiltrazione con ostilità o fastidio, immaginando tutte le volte che vorrai bene a qualcuno o ti innamorerai, non importa l'età, il soggetto, l'equilibrio.
Ci saranno giorni in cui ti sembrerà di essere sospinta dal vento, alcuni nei quali parrà di svernare, senza meta né intento, altri ancora con il cuore duro, chiuso a lucchetto.
Sappi che nulla è mai scontato e che la vita ci sorprende sempre, a prescindere dalla tavola che per lei abbiamo apparecchiato.
L'unico augurio che ti faccio è di scegliere d'istinto, con il cuore appunto, chi ti rende felice, serena, migliore soprattutto, perché quella è l'unica bussola che esiste al mondo: se ti fa stare bene è la persona giusta, in tutti gli altri casi al massimo una svista, un abbaglio.

P.S. Aggiungo le parole di Neruda, che sono anch'esse un auspicio: "Si nada nos salva de la muerte, al menos que el amor nos salve de la vida". "Se nulla ci salva dalla morte, almeno che l'amore ci salvi dalla vita".

mercoledì 22 gennaio 2020

L'amico è (Un Angelo)


Domani compirai un anno più di me, precedendomi, come sempre, come quasi in tutto.
Sei il primo di quei pochi amici che mi sono capitati in dono, coloro che c’è un modo semplice e lineare in cui si distinguono: può passare un giorno, una settimana o un anno, ma quando ti siedi di fronte e li guardi negli occhi riprendi il discorso che avevi lasciato, come se nulla fosse, anche se non ci si è raccontati tutto.
Debbo a te gran parte del buono dell’uomo che sono, anche se - proprio per ciò che ho scritto qui sopra - non te l’ho mai detto: so che lo sai, non ce n’era bisogno.
Faccio eccezione oggi, che ti attende un compleanno senza spigoli, tondo, perché un regalo lo fai continuamente a me, da mezzo secolo, da quando il bambino timido che ero, curioso quanto insicuro, ha incrociato la tua strada, trovando un’affinità elettiva e insieme un appiglio.
Pure se mi soffermassi a lungo e scrivessi un libro non riuscirei a descrivere un’infima parte di ciò che insieme abbiamo vissuto, condiviso.
Mi limito a questo, a dirti che con te, come con i veri amici, ho compreso e provato sulla mia pelle e nel cuore la forma dell'amore più puro, intenso, intimo, casto, generoso, disinteressato, scevro da competizioni, incomprensioni, pettegolezzi, garbugli e gelosie.
Un bene per scelta, ma anche un bene ricevuto, per provvidenza o destino.
Ha ragione Victor Hugo: “Tutti sanno provare dolore per il dolore altrui, soltanto i veri amici riescono a essere felici della gioia dell’altro”.
Un sentimento che fa da prova del nove e che per te ho sempre provato, avvertendolo ricambiato.
Perciò non posso che dirti grazie, questa volta sì, per iscritto, augurando a tutti di avere la mia fortuna: di avere accanto per la vita un Angelo.

mercoledì 14 agosto 2019

Quoque tu (Quando nel brutto c'è del bello)


Mi chiedi spesso di parlartene, lo faccio raramente, poiché la politica è un fuoco e occorre attecchisca da sé, altrimenti si estingue presto oppure soffoca, per mancanza di ossigeno o eccesso di combustione.
Oggi, figlia mia, faccio eccezione, cedendo alle tue insistenze, non per "spiegarti" cosa accade in questi giorni convulsi, bensì per condividere la bellezza sottesa al di là e al di qua dei mille proclami, annunci, duelli, sgambetti.
Sì, chi conosce e apprezza la politica non si sgomenta né tanto meno inorridisce di fronte a ciò che per molti, la maggior parte, è soltanto teatro, torto, contraddizione.
La politica è ideale, ma pure strategia, tattica, manovre.
C'è del "bello" allora nel tentativo di Salvini di massimizzare i profitti di un paio d'anni in cui ha intercettato le simpatie di molti, spesso cavalcando le paure di tutti. Così come c'è del "bello" nella contromossa di Renzi e di Grillo, che pur di impedirglielo pare cancellino quanto detto negli ultimi cinque anni, rimangiandosi veti e giudizi sprezzanti nei confronti di chi fino a ieri era avversario e ora potrebbe diventare il principale alleato, secondo la logica del "male minore".
C'è del "bello" in tutto ciò, a patto di non essere prevenuti e di conoscere la politica, esattamente come avviene per la letteratura, la pittura e ogni forma d'arte.
Lascia dunque le urla, i lamenti, i giudizi sprezzanti agli sciocchi, ai supponenti, a coloro che si sentono superiori o indossano i panni di una parte, indignandosi senza riconoscere le buone ragioni degli altri.
Per fortuna la "politica" non è tutto (lo dimostrano i fatti: la società civile negli ultimi cinquant'anni ha retto e si è sviluppata non in "virtù" della politica, bensì "nonostante" la politica) e affrontarla laicamente, senza spirito da crociate, è il primo passo non soltanto per comprenderla e apprezzarla, ma pure per farla, rendendola per quanto possibile migliore.

P.S. Ne parlo raramente con te, Giorgina, più spesso con Giacomo, esattamente come facevo con mio padre: in un tempo non prefissato, spesso rubato, la sera, nella penombra di una stanza o sulle scale. Con il passare degli anni ho imparato molto, a cominciare dall'insofferenza per la demonizzazione dell'avversario, per chi non la pensa come me. Credo convintamente sia un male delegittimare l'altro, appiccicandogli etichette o, peggio, offendendolo. E' capitato sempre, accade tuttora: non me ne scandalizzo, tuttavia evito di farlo e prendo le distanze. Mi arrabbio così quando sento dare del "fascista" avventatamente, senza considerare cos'è stato il fascismo veramente (tra i leader attuali nessuno lo è, neppure lontanamente, poiché come ricorda uno storico preparato qual è Emilio Gentile, tutti i principali partiti o movimenti accettano le regole democratiche, pongono il voto del popolo a fondamento del governare), così come quando l'appellativo è "razzista", poiché per esserlo bisognerebbe sostenere innanzi tutto l'esistenza delle razze e poi la superiorità di una rispetto ad altre, mentre il confronto attuale e le differenze di opinioni attuali vertono sui flussi migratori.
Ragionare con la propria testa, impedire che ci si lasci imbavagliare da chi detesta la libertà di pensiero e preferisce l'insulto al dialogo, non avere pregiudizi, comprendere le ragioni degli altri, essere disposti a cambiare idea ed essere intransigenti soltanto riguardo la piena dignità dell'essere umano e ai suoi diritti inalienabili: queste e non altre sono le stelle polari che voi, figli miei, vorrei aveste sempre innanzi.

giovedì 9 marzo 2017

L'otto e il nove (Sette consigli non richiesti a mia figlia)

Foto by Leonora
Ti scrivo il 9 e non l'8 marzo, Giorgina, perché non può essere uno soltanto il giorno di festa dedicato alla donna. E lo faccio qui, mettendo in fila sette consigli non richiesti, poiché non sarei in pace se badassi soltanto a te, alla felicità di mia figlia, ignorando che al pari tuo ciascuna donna merita di essere felice, serena.
Uno. Sii capace di bastare a te stessa. Cerca, com'è naturale che sia, qualcuno che sappia farti sentire completa ma completa non dimenticare che lo sei già tu: soltanto se per prima ti vorrai bene riuscirai a voler bene pure all'altro, agli altri, a chiunque incontri sulla tua strada.
Due. Sentiti ogni giorno una principessa, una regina. Innanzi tutto perché per qualcuno - per me, per tua madre, per molti altri - una principessa lo sei veramente, ma se anche tua madre ed io e molti altri non ci fossero più, ricorda che principessa, regina, lo sei da te, avendo radici profonde, appartenendo a una genia millenaria e avendo la dignità di essere umano, una tra le creature più meravigliose che ci sia.
Tre. Ricorda che sei stata desiderata, attesa, amata fin dal primo spasmo di vita, fin da quando non eri che un'asola di cromosomi, un punto indefinito nell'ecografia. Un amore che spero abbia generato e saldato la tua autostima: non permettere a nessuno di minarla, di incrinarla, men che meno di cancellarla.
Quattro. Rifuggi le relazioni con chi ogni giorno ti toglie serenità, sicurezza, gioia. Allontana presto, senza ripensamenti, chi giudica con sufficienza ciò che fai, chi ti mette a confronto con gli altri, che ti fa sentire a disagio e pian piano azzera la fiducia in te stessa.
Cinque. Cogli immediatamente i segnali del disagio, non attendere un giorno in più, non dire mai: "Forse ha ragione, forse sono inadeguata, sbagliata, forse la colpa è mia". Il baratro non è mai una porta spalancata all'improvviso, semmai è un scivolare lento, inesorabile, impercettibile fino a che è troppo tardi e per uscirne occorre la mano di chi ti prende per i capelli e da fuori ti aiuta.
Sei. Misura chi ti è accanto dalla positività che ti sa trasmettere, dal sorriso che ti dipinge sul volto, dal rispetto che ti porta e dall'ammirazione, dalla stima, prima ancora che dall'amore, con cui ti guarda.
Sette. Rammenta che non sei e non sarai mai inadeguata e che nessun sbaglio merita di non essere perdonato, da te per prima. Ogni sera ci addormentiamo e ogni giorno ci svegliamo, ci mettiamo in cammino, così avviene anche nelle vicende della vita: se ci si vuole bene ad ogni caduta ci si rialza.

P.S. Ti chiamo Giorgina, ma sei una donna ormai. Da parecchio ti reggi sulle gambe, ragioni con la tua testa. Per me, per me solo e per tua mamma, per tua nonna, resterai sempre la bambina che eri, però è dal primo giorno in cui sei nata che ci prepariamo a vederti "uscire dal cancello", percorrere la tua strada. Come per i tuoi fratelli, abbiamo cercato di non tenerti in una bolla di vetro, togliendoti dal mondo, risparmiandoti rischi e pericoli. Piuttosto abbiamo tentato di farti crescere, affinché potessi andare oltre la porta di casa, insegnandoti ad affrontarli quei pericoli, quei rischi, sapendo che in ogni caso il destino non è mai in mano completamente nostra. Sii forte allora, credi in te stessa. La strada che intraprendi è la stessa di milioni, miliardi di ragazze prima e dopo di te, non avere timore di nulla.
Ti vogliamo bene e bene devi volerti tu. Questo è quello che conta.

venerdì 31 luglio 2015

La guerra dei rovi (dalla parte del bene)

Foto by Leonora
Chi non crede all'esistenza di un'intelligenza superiore, di un essere supremo che ha dato vita alla materia informe, plasmandola con sapienza divina e "programmandola" in modo che si adatti da sé all'esigenze di sopravvivenza, non taglia i rovi.
Lo avesse fatto, fosse rimasto un paio d'ore, d'estate, falce in mano, a liberare dalle piante infestanti una lista di prato o un muro di cinta, avrebbe provato nella sua stessa carne la forma arcuata della spina, che arpiona la pelle dell'avambraccio o di qualsiasi lembo di pelle non coperta e si conficca arpionandola. Per toglierla esistono soltanto due modi: con la forza, a strappo, procurandosi un dolore ancor più acuto di quando nella carne è entrata, oppure - se la spina è una sola, al massimo un paio - ruotandola leggermente, in modo che si stacchi da sé, seguendo il senso d'ingresso.
Non è però dello stupore di fronte a qualsiasi dettaglio presente in natura di cui voglio scrivere, ora. Piuttosto mi incuriosisce l'illusione di forza e al contempo la pochezza unita all'ostinazione del roveto. Esso infatti è rigoglioso e forte e verde, esplode in questa stagione e tutto ammanta e ricopre, all'apparenza inestricabile, arduo da debellare quanto da contenere. Basta tuttavia un poco di attenzione e di destrezza contadina per accorgersi quanto fragile sia, tutto fronde e rami che si inerpicano, ma di sostanza sotto sotto poca o niente, tanto che bastano rari tagli netti alla base per recidere i fusti principali e quel groviglio vegetale subito si inchina, si affloscia, si sgonfia, mantenendo la bruttezza, senza più possanza.
Non è finita. Poiché per averne ragione basta mano ferma e taglio sapiente, ma debellarlo definitivamente è assai più complicato, capace com'è di rigenerarsi da una radice o da un semplice ramo, che da solo si interra e ne crea altri che a loro volta si allungano, incessanti, coprendo tutto ciò che incontrano, armati soltanto di pazienza e di una forza misteriosa il cui nome è vita.
Certi giorni immagino il male che è in me - l'invidia, la disonestà, la debolezza, la cattiveria - proprio simile al roveto: ostinato, pervicace e, se non lo si respinge giorno per giorno, in grado di diventare rigoglioso e ammorbante. Basta però poco per troncarlo: un taglio netto, un'azione decisa, un gesto radicale, uno slancio di bene per districare l'intreccio che ci aggroviglia, soffocando la nostra migliore natura. Una battaglia che ogni volta si può vincere, in una guerra che non finisce mai.
P.S. Dai rovi nascono le more, morbide, dolci, gustose. Perché la natura sa sorprendere, sempre. E forse per insegnarci che anche da ciò che consideriamo male può nascere il bene.

sabato 21 febbraio 2015

Il contagio del male (e come evitarlo)


Foto by Leonora
Ci sono uomini e donne che vengono abbattute dalle delusioni, dai torti, dai dispiaceri.
Altre invece che le trasformano in benzina, carburante per reagire, ripartire, rialzarsi più forti e determinati di prima.
E ci sono infine persone - la maggior parte credo - che stanno sul crinale, che vorrebbero usare dispiaceri, delusioni, torti subiti come leva, invece ne restano schiacciati o invischiati, rovinandosi la vita o per lo meno cancellando la serenità e dunque in qualche modo ingigantendo e amplificando gli effetti dannosi, il male che già di per sé, spoglio, è una ferita.
Non permettiamolo. Non lasciamo che la cattiveria diventi come la pioggia di oggi nei prati, penetrandoci a fondo, colmandoci il cuore fino a traboccare, occupando il posto che dovrebbe essere dei pensieri sereni, luminosi, positivi. Lo dico ad Isabella, che viene messa a dura prova in questi giorni, per vicende privatissime, ma lo ricordo soprattutto a me stesso.
La tentazione di reagire alla prepotenza con la prepotenza, di opporre all'offesa il dispetto, alla vigliaccheria lo sgarbo, il gesto vendicatore al colpo a tradimento è forte, seducente, normale direi. Mi è capitato cento volte e cento volte ho dovuto scegliere tra l'assecondare l'istinto, dare fuoco alla pira del risentimento, oppure farmi scivolare le cose addosso, ricordando il male subìto, ma senza assecondarlo. "Non diventerò come loro" mi ripeto in quelle circostanze, confidando che il fissare alle parole un proposito mi aiuti a scegliere la strada giusta, a serrare sì la mascella e stringere i pugni, ma per uscirne più forte, non per farmi trascinare a fondo (anche perché, nove volte su nove, chi provoca, offende e ferisce, in quel fondo si trova a suo agio e lì quasi sempre ha la meglio, mentre se portato in superficie, dove c'è aria, è come quegli organismi - anaerobi - vengono annientati, scompaiono).
Non diventerò come loro. Una consolazione niente affatto magra, perché è la stessa che quando poi al mattino mi guardo allo specchio o quando la sera appoggio la testa sul cuscino mi fa essere in pace con me stesso, mentre i prepotenti, i vigliacchi, i subdoli friggono e si consumano, impagati del male che hanno fatto e consapevoli di non avermelo neanche un po' trasmesso, infettato.