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domenica 6 ottobre 2024

Spezzare le catene (Non vi possiedo)

“Spezzare le catene”. Di questi tempi mi vengono in mente frasi che paiono lapidi, apparentemente a caso, come se me le sussurrasse all’orecchio qualcuno, pur se a girarsi di scatto non scorgo nessuno.
“Spezzare le catene”. Un invito e insieme un piccolo mistero, non essendo così intuitivo il significato. “Catene” infatti attorno a me non ne vedo, non a un primo sguardo almeno. Pensandoci però forse ciò che mi “lega”, in un certo senso “imprigiona”, lo trovo.
Il laccio delle abitudini ad esempio.
Quello del comodo, della pigrizia che frena la ricerca del bello, del buono.
O lo spago del misurare tutto, lo schiavismo del bilancino, che inibisce il dispensare con generosità, non tanto e non solo il materiale, quanto nelle relazioni, innescando quel meccanismo del “do soltanto se ricevo”.
E il peggiore di tutti, il cappio della paura, il timore paralizzante del giudizio altrui, del fallimento. Dimenticando che, in realtà, fallisce soltanto chi non ci prova davvero.

P.S. Ti vedo, vi vedo, così parte di me e così diversi da me, così vicini e così estranei, indipendenti, autonomi, alberi che crescono portando frutto, personalità che si formano e sbocciano in modo originale, unico. Esiste un filo elastico che ci lega, ma al contempo così lasso e lungo da permettervi di camminare e giungere ovunque, senza sentire vincolo, senza catene, anche se anelli di catena siamo.
Con voi sperimento l’amore vero, quello del non trattenere, dell’essere lieto soltanto di ciò che rende lieti voi davvero, del restare sempre disponibili senza pretendere nulla in cambio o di ricambio.
In questo credo stia il senso più profondo di “dare la vita”, che non si riduce all’inizio, ai cromosomi e a quell’unica cellula dalla quale è iniziato tutto ma si rinnova ogni giorno, lasciando semi in continuazione, senza pretesa o certezza o sospetto che mettano radice, si riproducano.
E in questa storia che si riduce a una parentesi tonda di qualche decennio, in cui di me tra due generazioni non resterà nemmeno il ricordo, voi siete ciò che ho di più prezioso, proprio perché “siete” e non “vi possiedo”.

mercoledì 15 settembre 2021

La pazienza (egoista) del faggio

Luce. Acqua e nutrimento dalla terra e luce. Cerca questo il faggio, sia esso solitario, nel mezzo del giardino, o tra simili, nella selva o nel bosco, stendendo i propri rami verso il cielo, superando ogni altro arbusto e facendo in modo che attorno gli cresca poco o nulla, a contendergli ciò di cui ha più bisogno.
Spazio. Un suo spazio, che ricava e difende, senza urto, con la travolgente efficienza della perseveranza paziente, l’identico stillicidio della goccia che scava nella roccia un buco.
Centro. Il faggio non aspetta che qualcun altro lo metta al centro, diventa esso stesso centro, ovunque sia piantato.
Ciascuno di noi, specie in un tempo di fretta incalzante e di ansia, qual è il nostro, dovrebbe imparare un po' dal faggio, dal suo sano egoismo nel cercare luce, mettersi al centro, ritagliarsi uno spazio.

P.S. Un faggio è come un bimbo o un cane, un gatto, un animale domestico, con una differenza: necessita di cure, ma non per se stesso. Le cure occorrono se si vuole evitare che crei sotto di esso il deserto, che faccia sparire poco a poco il prato. Chi pianta un faggio lo faccia sapendo che dovrà rinunciare all'erba oppure proprio per questo, poiché non dovrà mai preoccuparsi di tagliarla, altrimenti dovrà spazzare quantità enormi di foglie e altre sostanze minute, che cascano con regolarità certosina e in modica quantità per tutta estate e diventano marea in autunno. Ecco la ragione per cui lo amo e lo detesto, al tempo stesso.

martedì 31 dicembre 2019

Custodire (Il verbo dell'anno)


Nel punto di equilibrio tra il vecchio e il nuovo, scelgo un verbo di passaggio: custodire.
Lo ripeto mentre vedo partire per le varie mete i miei figli, chi in montagna, chi altrove, dove festeggeranno insieme con gli amici il Capodanno. L'istinto vorrebbe proteggerli, metterli al riparo, ma non li trattengo: sono loro custode, non il proprietario. Mi sono stati affidati affinché crescano, facciano esperienze, diventino adulti, non posso neppure immaginare di metterli sotto una campana di vetro.
"Custodire" è verbo delicato, è un prendersi cura senza allargare le maglie né stringere troppo.
Si custodisce qualcosa che non è nostro e pure per questo mi piace, perché è il contrario di "possedere", di quel volere e tenere per sé tutti e tutto, che imbruttisce e rende impossibili i rapporti, le relazioni, riduce persino i sentimenti, le emozioni, a un oggetto. Una tentazione da cui non è esente alcun essere umano, io per primo. Un istinto connaturato a ciò che siamo, tanto da ignorare secoli di saggezza e perseverare nello sbaglio. Il bello è che non è mai troppo tardi per accorgersene, a volte bastano persino venti righe, l'ultimo giorno dell'anno.

P.S. Sotto una campana di vetro, con il senno del poi, Vilma avrebbe forse voluto tenere suo figlio Giulio, che ieri ha perso la vita, scivolando in un crepaccio. La capirei, la capisco. Non c'è azione che una madre o un padre risparmerebbe purché non capiti ciò che in natura è un contro senso, cioè che un genitore sopravviva a colui o colei che ha generato. Eppure se così avessero fatto, se così facessi io, non impedirei tanto la morte, quanto la vita, che invece non chiede altro: di essere giocata, rischiata, vissuta appunto. Una convinzione che non elimina il dolore, ma almeno dovrebbe cancellare i sensi di colpa per le disgrazie che capitano. Siamo "custodi" dei nostri figli, ma la vita è loro. Giulio è morto troppo presto, non ancora a cinquant'anni, eppure per come lo conoscevo, quei cinquant'anni li ha vissuti intensamente, pienamente, proprio grazie a Vilma e suo marito, che hanno tenuto la corda lunga, lasciandolo libero di correre, anche incontro al destino.

mercoledì 22 luglio 2015

Padri a briglia larga (La faccia pulita dell'egoismo)

Foto by Leonora
I libri di Francesco Piccolo parlano di me, proprio di me. Per questo lo adoro.
Sono libri che davvero mi cambiano la vita o almeno il modo di vederla, con la conseguenza appunto di cambiarla. È successo con "Il desiderio di essere come tutti", riguardo alla politica, accade ora, con "Momenti di trascurabile infelicità", su un versante più intimo: la famiglia (all'inizio almeno, perché l'ho appena cominciato, magari proseguendo mi faranno vedere con occhi nuovi anche altri aspetti, tipo la pesca, la pubertà, l'arte sacra o altro ancora).
Nel concreto, a pagina 20, in un capitolo riguardante colui che dovrebbe essere un figlio maschio - che lui chiama "il giapponese" - Francesco Piccolo scrive: "Il momento più bello di tutta la giornata è quando il giapponese si addormenta. Oltre, ovviamente , alle ore in cui lui è a scuola, e noi al lavoro".
Già. Se sono onesto, onesto onesto, forse pure un filo troppo onesto, per me è lo stesso.
Quante volte torno a casa e dopo un tempo imprecisato di convivenza, utile per scambiarci qualche informazione sommaria, attendo che Giacomo e Giorgia se ne vadano per i fatti loro, magari andandosene proprio, visto che è estate ed è bello uscire con gli amici in compagnia? Resta Giovanni, che avendo dodici anni non esce tutte le sere, ma anche con lui, dopo magari aver visto un film insieme, aspetto che tolga placidamente il disturbo, salendo in camera sua, andando a dormire, "facendo il bravo" insomma, dove fare il bravo significa lasciarmi in pace, permettermi di fare ciò che voglio, vuoi vedere altro in tv o mangiare senza esser visto la Nutella.
Estremizzo. Esagero. Neanche troppo.
Quando capita che faccia qualcosa con i miei figli non perché piace a me, ma a loro?
Per la risposta bastano le dita di una mano. Monca.
Quando Giovanni sceglie il film che piace a lui e meno a me (una volta su dieci)... Quando accompagno Giacomo a far pratica per la patente (una volta ogni paio di settimane)... Quando porto Giorgia in auto all'oratorio o la riporto a casa dopo una festa (una volta al mese)...
Frattaglie.
La verità è che a differenza della loro madre io sono profondamente egoista. E se ci penso lo era pure mio padre, anche se io gli volevo un bene infinito. Forse perché in fondo sapevo che se avessi avuto bisogno, bisogno vero, sarebbe saltato nel fuoco per me o avrebbe scalato una montagna. O forse perché dopotutto un padre deve essere così, deve tenere la briglia larga, deve insegnare loro non la simbiosi, bensì l'autonomia, che poi dell'egoismo è la faccia pulita.
P.S. E anche stasera mi sono lavato la coscienza.