lunedì 26 novembre 2007

Vieni avanti, Giornalist(ino)


E' proprio vero che mille teste ragionano meglio di una. O almeno aiutano quell'una sola a ragionare. Non è poco.

Da un paio di settimane sto pensando di dedicare un post ad un aspetto della professione giornaistica che, a mio parere, pregiudica gravemente la qualità complessiva dell'intera categoria.

Voglio scriverlo e circostanziarlo, ma poi aspetto e aspetto e aspetto, finché ieri, nei commenti di un blog di una persona che stimo e che leggo sempre, trovo non soltanto uno spunto, ma anche l'occasione già bella e pronta per una riflessione.

Il post è questo e, nei commenti, lo stesso autore aggiunge:


"Ho citato il passato di Vulpio, perchè è importante ricordare che mentre qualcuno - per anni - ha fatto il giornalista precario, sottopagato o non pagato affatto, nelle redazioni di giornali, giornaletti, televisioni locali e uffici stampa, qualcun altro poteva permettersi il lusso di lavorare sottopagato (si chiama concorrenza sleale), perchè tanto avevano il culo in caldo con lo stipendiuccio del posto fisso. Detto questo, io lavoro in Rai e anche sulle pagine di questo blog ho raccontato episodi poco edificanti. Ma questo non significa che tutta la Rai sia da buttare".


Al che, ho scritto anch'io un commento. Questo.

Caro Alfredo, due cose. Primo: grazie al web, e ai blog, per me la "sconosciuta" Basilicata è diventata una regione da prendere ad esempio. Grazie soprattutto a te, ma anche a Granieri, Francesco Goffredo (neolaureato, da Matera) e tanti altri. Secondo: che tu ce l'abbia con Vulpio (di cui non ho letto molto) posso capirlo, ma sul fatto che abbia cominciato come vigile urbano gli va ascritto ad onore, non a demerito. Tu dici "il culo al caldo", ma non è il culo al caldo lavorare per poco più di mille euro al mese e nel contempo dedicare il proprio tempo libero facendo il giornalista. Non so in Basilicata, ma qui da noi, in Lombardia, un problema della classe giornalistica io lo considero proprio questo: che la selezione premia non già i più bravi, bensì chi può permettersi di fare il precario, sottopagato, per una vita, facendo lo "sguattero" di redazione per anni e anni, finch'é assunto per coptazione/compassione. Ciò non significa che così non vengano assunti giornalisti bravi (se è il tuo caso, quello che descrivevi, significa che i precari bravi prima o poi ce la fanno) ma che elevato a sistema di selezione finisce per essere dannoso e fatale. Con stima, Giorgio


Fin qui la premessa. Per la conclusione non mi dilungo, ribadendo soltanto un concetto: la difesa di una categoria, della qualità di una categoria, passa anche attraverso l'individuazione di meccanismi d'entrata rigorosi e non affidati a variabili negative.

Purtroppo l'iscrizione ad un Ordine professionale, con tanto di esame ("no comment" sulle modalità di tale esame!) e neppure la formazione scolastica universitaria offrono garanzie sufficienti.

Conosco molte persone che hanno cominciato e, pur possedendo talenti e doti, hanno poi rinunciato non potendosi permettere una "aspettativa sine die".

Al contrario - ma non farò nomi, tranquilli - potrei stilare un lungo elenco di persone che pure lavorano, senza avere un decimo delle qualità di chi ha abbandonato a metà strada il cammino.

In un mondo qual è l'attuale, con le possibilità che offre l'informazione "diffusa" e il rischio che la professione giornalistica fatichi a ritagliarsi un ruolo riconosciuto ed autorevole, possiamo permettercelo?

Ecco perché resto convinto che sulle modalità d'ingresso (e di permanenza) nel mondo del lavoro ci sia molto da riflettere e ragionare.

5 commenti:

Sir Drake ha detto...

Grazie per la stima che è assolutamente reciproca.
Vulpio a parte, sono perfettamente d'accordo con te quando dici che il problema è l'accesso alla professione.
Ne ho parlato qualche mese fa in un post che non ti sto qui a linkare, ma visto che siamo stati incapaci di riformare l'Ordine, io mi sto convincendo sempre di più che sia giunto il momento di abolirlo.
Non ci serve difendere la casta (va tanto di moda questa parola), ci serve affermare i diritti dei lavoratori giornalisti, quelli contrattualizzati e soprattutto quelli precari.
Ma per questo basta il sindacato.

Giorgio ha detto...

@ Sir Drake. Aggiungerei un punto di domanda: basta il sindacato? :-)

Andrea ha detto...

"Conosco molte persone che hanno cominciato e, pur possedendo talenti e doti, hanno poi rinunciato non potendosi permettere una "aspettativa sine die".
Non so se avevo talento e doti.Ma ricordo bene che ,al secondo anno di collaborazioni ,qundo riuscivo a portare a casa 5/600000 lire era perchè mi ero spaccato il culo. Io ho dovuto lasciare . Con grande dispiacere.

Anonimo ha detto...

Difficile non condividere. Navigo ancora nella categoria dei poppanti del mestiere. Non sono un acrobata della penna, me la cavicchio e porto a casa il mio sei politico. Ad altri il compito circense di stupire le folle con sublimi e arguti commentari all'esistente. A gente come me - e non va bene, va benissimo, giuro - il compito di far bene ciò che-va-fatto. Riempir la saccoccia di notizie e riportarle alla meglio.

Vedi Giorgio, oltre le riforme necessarie (se non, appunto, abrogazioni) di ordini e sindacati, vi è la necessità più profonda di rivedere alcune sciatte modalità intestine, haimè, a ogni redazione.

Troppo, troppo spesso i presunti soloni della professione intasano scrivanie e pagine. Ingombrano, forti di un'autoreferenziale designazione alla verità. Blasonati dalle direzioni in virtù della loro capacità di chinar il capo in cambio di un fondo ogni tanto. Censori autocensurati che copulano con se stessi le rare volte in cui l’editore da il via libera all’offensiva da trincea contro il malcapitato di turno. Reo di aver sgarrato, chissà come, chissà quando. Sono rigurgiti di una cultura giornalistica residuale. Roba da anni ottanta ma dominano. E il dramma è che tra di loro vi son baldi giovinotti. E così si piantano, monoliti inamovibili, ostruendo il passo, dispensando lezioni, dimenticando le notizie. Altro che cani da guardia del potere.

Ciò che è vero nelle grandi redazioni, ben sappiamo, si massimizza a livello locale. Che la scelta di questo o quell’aggettivo orienti il giudizio del lettore è cosa nota, roba da grammatica di base della professione. Lo sappiamo ma, al meglio, cerchiamo di non illuderci di mostrare una kantiana cosa-in-se. Piuttosto, con onestà, tentiamo di raccontar le cose approssimandoci, spanna a spanna, a quanto riteniamo esser il fianco della “verità”. E non si tratta di dettagli. Questa elementare operazione costa fatica e può creare dubbi di natura etica, qualche volta morale. Ci proviamo e, la sera, nel lettino, talora è più complicato dormire. “E’ uno sporco mestiere ma qualcuno deve pur farlo” verrebbe da dire, parafrasando ma senza spirito olimpico.
Eppure non basta. No, no.
Già perché i feudatari dell’informazione ci chiedono di arrotondare, retroflettere, occultare con maestria, obnubilare in un fiume di congetture e virgolettati quanto avremmo mestamente tentato di raccontare. Così ci si fa più furbi del furbo. E talvolta riusciamo a “buttarla la”. Notizia tra le notizie che si tenta di far passare sperando nella distrazione. Ma che modo è?
Pezzi infarciti di commenti strappati al referente caro all’editore. Pagine, o minuti, di opinioni intorno a notizie relegate al rango di chiose. Riunioni di redazione fiume in cui l’unico obiettivo non è costruire una buona informazione ma chiedersi come raggiungere l’oggetto del desiderio. Bravi colleghi, gente per bene, costretti a dire di si. Perché pure noi si mangia e si paga la bolletta. Vero. Ma non abbiamo una, quantomeno minimale, responsabilità sociale? Una forma di dovere. Contribuire al coro significa anche steccare (lo diceva Indro).
Ho trent’anni. Da qualche anno sono un professionista, nel senso che un timbro su una tessera dovrebbe attestare la mia mestieranza.
Amo visceralmente la professione.
Però, credi, quando con una pialla e uno scalpello lavoro il legno e la domenica sera puzzo di sudore sono molto, molto più felice. E mi sento meno in colpa.

Con grande stima.
Calvin

Anonimo ha detto...

Si, probabilmente lo e