domenica 26 luglio 2026

Un (nuovo) matrimonio

I giovani hanno verso il futuro come un istinto, sono come le rondini «che nel petto hanno una bussola per la primavera».
La conferma più bella è stata al matrimonio di Silvia e Matteo, il primo in cui mi sono accorto che è cambiato il modo di intenderlo come celebrazione, l’ennesimo rinnovamento da fenice di un rito che i numeri dicono in crisi, forse però è talmente radicato dentro l’essere umano che soltanto la nostra miopia (la miopia di chi pensa che i pochi suoi anni siano tutto) giudica ormai superato.
Se è così, se assisteremo a una prossima ripresa delle unioni formali - magari sotto nuove vesti, identica però nel nocciolo - lo dirà soltanto il tempo.
Io mi limito a rigustare di tanto in tanto quel giorno, trascorso in armonia, con una presenza di adulti ridotta all’osso e decine e decine di ragazzi e ragazze, protagonisti, non spettatori di qualcosa da altri atteso e voluto o imposto.
Non sono ingenuo, l’età m’ha reso anzi cinico, per cui sul «per sempre» non metterò mai più la mano sul fuoco per nessuno, perché le unioni si disfano esattamente come si fanno e il «vissero felici e contenti» non è detto che sia insieme, bensì una ad uno. Ciò non toglie che nel presente l’amore fosse tangibile, non millantato, non recitato, bensì debordante come soltanto l’amore sa essere, sfarzoso finanche quand’è nudo. Un amore non figlio dell’illusione, piuttosto spremuto goccia a goccia da tanti istanti di sole passati già insieme e pure dalle nubi e dai temporali vissuti fianco a fianco, cozzando fino a farsi male, ritrovando però ogni volta il bandolo per uscirne, a conferma dell’unica ricetta che funziona, che conosco, per superare ogni divisione e il logorio del tempo: un atto di volontà, decidere di scegliersi, ogni giorno.

P.S. Lui c’era. Ricordandoci qualcosa di intimo, profondamente vero, anche se quasi sempre lo scordiamo: gioia e dolore, risate e lacrime, sono un intreccio. Voler escludere le une o le altre fa perdere bellezza, ma soprattutto autenticità, a qualsiasi rito di passaggio.

sabato 11 luglio 2026

Il cruccio (Tu ci sarai)


Una settimana esatta. È quella che manca al matrimonio di tua figlia, un giorno in cui saresti stato elegante e radioso, di quel sorriso ampio che accende i volti di chi solitamente ha sguardo serio e l’espressione dei duri com’erano duri una volta.
So che dovrei essere soltanto contento, so che Silvia una contentezza piena se la merita, so anche che l’avrà, perch’è da quand’è nata semina dolcezza e a quel giorno con Matteo s’è preparata in piena regola, con quel puntiglio che ha e che ti somiglia. So anche che Roberta e Alberto e tutti noi e gli amici riempiranno ogni spicchio di giornata, lasciando punto spazio per altri pensieri che non siano di festa. E so infine che il cruccio che diventa stretto quanto un groppo, ora, quel giorno si dissolverà, trasformando il tuo bene in presenza, non volendo noi darti un dispiacere così grande da rovinare anche soltanto di striscio la giornata più attesa dalle persone che amavi di più e che ami tuttora. Oggi però lasciati abbracciare stretto, come quando segnava la Juventus all’ultimo minuto e vincevamo la partita, e permetti che la fitta al cuore che sento mi attraversi da parte a parte e mi si chiuda in un singhiozzo la gola, mentre tengo chiusi gli occhi per non far scendere lacrima e ti vedo, ti sento, senza bisogno che tu dica una parola.
Tutto passa, è vero, e anche il dolore si trasforma, non il ricordo di te, che non conosce morte, ch’è soltanto cosa viva.

P.S. Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per ricordarti, tra una settimana. Ma io non so, Loris, se posso farcela. In ogni caso, manca qualche giorno e il tempo per convincermi o per dissuadermi definitamente ce l’hai. Io prometto che nonostante il turbinio del lavoro e degli impegni presterò attenzione e mi metterò in ascolto, certo che - come sempre - mi consiglierai la strada giusta.

mercoledì 1 luglio 2026

Voltiamo pagina (Compagni di viaggio)

«I direttori passano» scrissi anni fa, congedandomi dal Cittadino di Monza.
A volte però tornano, anche se il luogo è diverso e pure io non sono lo stesso.
Sta di fatto che tra i tornanti stretti affrontati nella vita quello imboccato oggi è il più panoramico, alla guida del Giornale di Brescia, Teletutto e Radio Brescia Sette, un piccolo grande ecosistema editoriale, che anche per proprietà societaria rappresenta in Italia qualcosa di unico.
Ciò che dovevo dire di ufficiale l'ho scritto, nel primo articolo di fondo, mentre qui vorrei lasciar traccia di qualcosa di più personale, intimo. 
Quando ho iniziato a scrivere su un giornale, più di quattro decenni fa, mi pareva già un sogno ritagliarmi pochi centimetri quadrati, nero su bianco. Se mi guardo dentro, l'emozione è identica adesso, uno stupore da bimbo in un corpo adulto e soprattutto la sensazione di non fare semplicemente un lavoro, bensì di adempiere a una missione, qualcosa di alto, che riguarda lo star bene delle persone, la convinzione profonda che informare renda migliore uno spicchio di mondo.
«Che sconfinata presunzione, quanta sicumera» commento a me stesso, tuttavia mentirei se con finta modestia sostenessi che scriviamo oggi ciò che domani non ricorderà nessuno. È vero, siamo poco più di un alito di vento, ma c'è nulla che sotto il cielo vada perso, di questo sono convinto.

P.S. È un grazie mastodontico quello che dovrei indirizzare a un numero smisurato di persone, a cominciare da parenti e amici e dai direttori che a mia volta ho avuto e ai mentori che hanno creduto in me, permettendomi di arrivare dove sono. Di qualcuno ho tenuto nota quasi vent'anni fa, altri ancora dovrei nominarli una ad uno, oggi. Preferisco passare la mano e puntare lo sguardo su chi passa da qui, in questa sorta di portolano di vita che tengo aggiornato con una perseveranza che sorprende per primo il sottoscritto. Siete voi il mio rifugio e il mio specchio, compagni fedeli di ogni viaggio, compreso quello appena iniziato.