sabato 14 febbraio 2026

Morire (e risorgere)

C’è quella fisica, capolinea per ciascuno: la grande falce che miete e nessuno scampa. Ma di morte ce n’è altresì un’altra, simbolica, potenzialmente infinita e ch’è più una metamorfosi, il bruco che distrugge se stesso e diventa farfalla. 
La racconto diversamente: ci sono ponti che dobbiamo bruciare, città da lasciarsi alle spalle, cordoni ombelicali da recidere, se si vuole andare avanti e diventare persona nuova. Vale per il lavoro e per le relazioni, comprese quelle d’amicizia e d’amore, che durano soltanto se al miracolo dell’elezione affettiva si aggiunge un atto di volontà, la decisione consapevole di voler bene all’altro/a, il bene dell’altra/o. Una scelta adulta, rinnovata ogni giorno senza data di scadenza né “da consumarsi preferibilmente entro…” una certa data.
Se penso a me stesso, i cambiamenti li ho avuti più che altro in ambito occupazionale, facendo di necessità virtù e rinascendo ogni volta, partendo da zero, senza raccomandazione alcuna, armato soltanto di me stesso e del valore di prestatore d’opera. A pensarci bene, è un morire e risorgere, ogni volta.

P.S. Rispetto a colleghi con i quali ho iniziato e che mai hanno lasciato il caldo marsupio dell’azienda primigenia, io non conosco stanzialità e devo ammettere che, oltre ad essere buon modo per affrontare la pigrizia, cambiare è ogni volta occasione di rinascita. Dove sono ora, tuttavia, ho intercettato una dimensione su misura per la persona che sono, per le ambizioni che ho, per poter mettere a frutto quanto raccolto in anni di cammino al centro della piazza o a bordo strada. E se guardandomi alle spalle potessi parlare al ragazzo che ero e ch’è diventato nomade per somma di circostanze, più che per scelta, gli direi una parola, sola: «Coraggio». Morire è infatti un passaggio, con il bello, il vasto, l’interessante e il fecondo che giungono immancabilmente, in scia.

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