Sto come in primavera sugli alberi le foglie.
Inutile nasconderlo, grottesco sarebbe negare ciò che è evidente, ingratitudine dimostrerebbe minimizzare per celia il dono che m’è capitato.
Se penso a me stesso, pur senza averne allora piena coscienza, è da quando ho sognato questo mestiere che mi sono immaginato qua, nel posto che occupo, che sento giusto addosso quanto una camicia di quelle che non si stirano.
A guardarmi indietro, mi vedo in cima a una torre altissima, con scalini infiniti, saliti uno ad uno, talvolta con slancio, altre d’un balzo, in molte occasioni con fatica infinita, ma per la maggior parte limitandosi a dovere, perseveranza e metodo.
Il sentimento che provo è un misto di gioia e gratitudine, in contrapposizione a quanto mi sentivo frustrato e trasparente tre anni addietro: un auto sportiva parcheggiata in garage, mentre avrei voluto correre, come viaggio adesso.
La sorte m’ha portato in dono un’opportunità e ho consapevolezza di dover tutto alla fortuna, convinto anche che essa consiste nell’abilità all’incrocio dell’occasione. Così come disgrazia intravedo all’orizzonte, se superbia e tracotanza si insinueranno, prendendo il posto dell’umiltà di chi sente primo soltanto nell’essere degli altri al servizio.
P.S. C’è un altro ma, un rischio che avverto tangibile, come nuotare nel fiume e sapere che un mulinello potrebbe risucchiare senza possibilità di scampo. Il pericolo è che avendo atteso a lungo questo momento finisca per farlo diventare tutto, smettendo di alimentare quei pozzi vitali che sono le amicizie, le relazioni, le distrazioni, i passatempi, tutto ciò che è “altro” rispetto al lavoro. Un’eventualità non peregrina, favorita dalla natura stessa del mestiere che ho scelto, non limitato a una prestazione, bensì perfettamente aderente a una missione di vita, allo scopo stesso per cui si è al mondo. Nel primo mese me ne sono reso conto, attribuendolo alla novità, giustificandolo con il primo periodo necessariamente di turbinio, un vortice che avviluppa e occupa ogni singolo frammento. Molto ho già perso, qualcosa potrò recuperarlo, amici e amiche vere capiranno continuando a tendermi la mano, qualche persona cara sarà rimasta delusa o preoccupata, qualcuno confido porti pazienza e mi conceda ancora credito. Equilibrio è sempre un moto, mai uno stato. Ed è pedalando che se ne esce, poco importa se trascinato o spinto.
