domenica 18 ottobre 2026

Vince sempre il bosco (Perseveranza e pazienza)

Correvo a testa bassa e l’ho vista di sguincio, in principio senza farci caso, tanto che ho tirato dritto qualche metro prima di fermarmi a osservarla per bene, scattandole pure una foto: una piccola robinia cresciuta approfittando del mancato taglio del prato.
«Vince sempre il bosco», ecco cosa ho pensato.
Se l’uomo scompare o semplicemente non si prende cura né mette mano, sono le piante ad occupare spazio, ad avanzare inesorabilmente anche se piano.
Quello stelo d’albero è un segno di speranza, testimoniando la vita che s’espande, e insieme il manifesto della perseveranza quale virtù suprema, anche se nella narrazione comune resta in seconda fila, come tra gli dei dell’Olimpo lo sono Eos, Estia o Persefone, sempre un passo indietro i vari Zeus, Hermès, Ares, Atena…
Invece è il contrario. Nella vita, nello sport e nel lavoro: il talento conta, ma la tenacia, l’ostinazione di più.

P.S. Accettare che la natura abbia la meglio è forse il primo passo per rispettarla. Ricordando che mettervi mano, plasmarla, asservirla lascia il tempo che trova, pur se farlo ha una propria dignità, che non va ignorata né utilizzata come scudo. Nessuna perseveranza batte la sua, anche se per scorgerla, per capirla, bisogna indossare gli occhiali spessi della pazienza, una qualità più preziosa dell’oro in un’epoca vorticosa qual è la nostra, in cui tutto corre e l’unità di misura è lo schiocco di dita.

sabato 10 ottobre 2026

Parlarne (Senza tabù)

Parlarne, anche se fa male. Soprattutto se fa male.
Nella foschia tendente a nebbia delle mie mille incertezze, uno spicchio di cielo terso c'è sempre: è uno dei lasciti più solidi che ho ricevuto in eredità da mio padre e che ai miei figli vorrei affidare.
Anche sui temi più spinosi, non c'è stata volta in cui egli - se interrogato, direttamente o velatamente - abbia nicchiato o taciuto. Compreso il suicidio.
M'è venuto in mente in questi giorni, sentendo le parole di Matteo Lancini, con il quale ho dialogato a Brescia e che sprona i genitori a non avere tabù con i figli, superando pudori, timori, imbarazzo (e qua anche noi giornalisti dovremmo interrogarci su come affrontare l’argomento: negli anni in cui contavano gli scoop e il sensazionalismo ci siamo giustamente imposti un cordone di protezione, riportando di rado episodi, per evitare la possibile emulazione, si diceva; una regola che ho sempre ligiamente osservato, anche se ora mi chiedo se il non trattarne invece sia peggio, creando una bolla sottovuoto in cui capita di tutto senza che l’opinione pubblica ne abbia contezza: ma questo è un altro discorso, da disgiungere in altra sede con cognizione di causa, sensibilità e senso di responsabilità assoluto).
Ricordo nitidamente le svariate circostanze in cui con quel suo modo di raccontare le cose, a volte non guardandomi, a volte fissandomi all'improvviso negli occhi, come ad esser certo che comprendessi davvero ciò che volesse dire, mio padre evocava il tema del togliersi la vita, collocandola tra le tentazioni possibili, tra le prove che un essere umano è chiamato ad affrontare, ponendosi di fronte a una scelta, l’eterna lotta tra bene e male. Non qualcosa di “malato” dunque, bensì una componente della vita stessa, uno scoglio da affrontare affinché sia contrastato e non da censurare confidando che la negazione elimini l’eventualità che avvenga.
Il suo parlarne mi ha fatto comprendere che nessuno è esente dalla possibile disperazione, che ciascuno prima o poi può trovarsi a immaginare di farla finita. La differenza, non sottile, è tra pensiero e azione. Lui questo mi ha insegnato, non negando l’ipotesi, ma fornendomi gli strumenti per poterla superare, che nel suo caso si traducevano in una frase semplice: «Ricordati, sono troppo vigliacco per farla finita». E così, da un lato usava l’ironia per stemperare la tensione, dall’altro faceva assurgere un difetto (la vigliaccheria) a virtù di protezione, dall’altro ancora - il più importante - ponendo la possibilità invitava a stare in guardia, a non farti sentire in alcun modo “sbagliato”, che è il primo gradino del percepirai solo e poi disperato.
Nella sua semplicità, la comunicazione profonda di un istinto di sopravvivenza, un inno alla vita disarmante,

P.S. Ho citato Matteo Lancini, psicoterapeuta e scrittore, che mi piace moltissimo e di cui condivido buona parte di diagnosi e cure nei confronti di una società in cui si moltiplicano i fragili. Detto tra noi, lui è un super, pur se l’impressione dell’incontro è stata deludente. Non perché abbia omesso di dire cose interessanti, tutt’altro. Né perché sia stato meno di garbato o simpatico. Il problema, come per altri autori famosi con i quali ho dialogato, è che sovente recitano a soggetto, ripetendo frasi collaudate, soffermandosi mai sul volto dell’essere umano che hanno di fronte e che li vorrebbe intervistare. Una superficialità che invece, per quanto mi riguarda, vorrei evitare, con chiunque, dal ministro che viene in visita al giornale alla persona che trovo accanto al bancone del bar o sul treno. Perciò ogni volta che incontro qualcuno, il primo istinto è guardarlo dritto negli occhi, soffermandomi un istante pupilla a pupilla, magari stringendogli la mano o ponendogliela sulla spalla, come a dire: «Io ci sono, sono qua, presente». Nella vita iper produttiva e caotica che rischia di travolgerci, un’oasi di umanità che ci distingue per ciò che siamo tutti, veramente: persone.

giovedì 1 ottobre 2026

Progetto ItsMyL (Combattere la morte)

Sei diventato maggiorenne l’anno scorso e mi accompagni con esauriente discrezione: sei il megalodonte dei biglietti da visita, l’essenza in sintesi della persona che sono, almeno nella parte che si può raccontare.
Diciannove anni fa esatti sceglievo per te il nome e cominciavo a posare i primi mattoni, senza idea di ciò che saresti diventato da grande. Se l’avessi saputo probabilmente t’avrei battezzato diversamente, non “20 righe”, bensì “ItsMyl”, da pronunciare “izmail”, l’acronimo della frase inglese che riassume ciò che rappresenti: It’s my legacy, il mio lascito, la mia eredità, il retaggio, la traccia, l’impronta che voglio lasciare. Al cospetto di tutti, anche se so che per poche persone soltanto sarai veramente importante: coloro che mi hanno conosciuto e per la generazione immediatamente successiva, i miei figli, forse forse, se sarò fortunatissimo i nipoti, poi sarà candela che langue, destinata inesorabilmente a consumarsi e sparire nell’oblio, polvere nel vento, anche se d’un pulviscolo digitale.

P.S. Quanto sei importante, pur nella certezza che sparirai e nella vanità contenuta dei giorni contati, l’ho avvertito nitidamente nelle settimane scorse, quando Nunzia ha scoperto un brutto male e dalla sera alla mattina è precipitata in un vortice di esami, diagnosi, cure, interventi, affrontati con lo stile unico che la distingue, l’impeto d’una leonessa e la resistenza di un gatto che ha già dimostrato in passato di avere sette vite. È stato chiacchierando con lei, che mi è maestra pure nel viatico della malattia, che ho compreso nitidamente ciò che sei, al netto di tutte le altre elucubrazioni: il mio personalissimo modo di combattere la morte. Di affrontarla almeno, anticipatamente, di prepararmi in qualche modo, anche se di fronte ad essa siamo sempre impreparati, tutti. Che questa è la follia e insieme l’unicità, la grandezza esorbitante degli esseri umani, che danzano sul bordo del baratro, con la piena consapevolezza di doverci prima o poi cascare, eppure con l’esuberanza di chi dentro non ci finisce mai. È così che ci alziamo ogni giorno, piantiamo alberi, costruiamo case, coltiviamo il giardino della vita, ci indaffariamo e ingegniamo sotto il sole, respirando eternità anche senza poterla mai toccare, né tanto meno possedere.