giovedì 1 ottobre 2026

Progetto ItsMyL (Combattere la morte)

Sei diventato maggiorenne l’anno scorso e mi accompagni con esauriente discrezione: sei il megalodonte dei biglietti da visita, l’essenza in sintesi della persona che sono, almeno nella parte che si può raccontare.
Diciannove anni fa esatti sceglievo per te il nome e cominciavo a posare i primi mattoni, senza idea di ciò che saresti diventato da grande. Se l’avessi saputo probabilmente t’avrei battezzato diversamente, non “20 righe”, bensì “ItsMyl”, da pronunciare “izmail”, l’acronimo della frase inglese che riassume ciò che rappresenti: It’s my legacy, il mio lascito, la mia eredità, il retaggio, la traccia, l’impronta che voglio lasciare. Al cospetto di tutti, anche se so che per poche persone soltanto sarai veramente importante: coloro che mi hanno conosciuto e per la generazione immediatamente successiva, i miei figli, forse forse, se sarò fortunatissimo i nipoti, poi sarà candela che langue, destinata inesorabilmente a consumarsi e sparire nell’oblio, polvere nel vento, anche se d’un pulviscolo digitale.

P.S. Quanto sei importante, pur nella certezza che sparirai e nella vanità contenuta dei giorni contati, l’ho avvertito nitidamente nelle settimane scorse, quando Nunzia ha scoperto un brutto male e dalla sera alla mattina è precipitata in un vortice di esami, diagnosi, cure, interventi, affrontati con lo stile unico che la distingue, l’impeto d’una leonessa e la resistenza di un gatto che ha già dimostrato in passato di avere sette vite. È stato chiacchierando con lei, che mi è maestra pure nel viatico della malattia, che ho compreso nitidamente ciò che sei, al netto di tutte le altre elucubrazioni: il mio personalissimo modo di combattere la morte. Di affrontarla almeno, anticipatamente, di prepararmi in qualche modo, anche se di fronte ad essa siamo sempre impreparati, tutti. Che questa è la follia e insieme l’unicità, la grandezza esorbitante degli esseri umani, che danzano sul bordo del baratro, con la piena consapevolezza di doverci prima o poi cascare, eppure con l’esuberanza di chi dentro non ci finisce mai. È così che ci alziamo ogni giorno, piantiamo alberi, costruiamo case, coltiviamo il giardino della vita, ci indaffariamo e ingegniamo sotto il sole, respirando eternità anche senza poterla mai toccare, né tanto meno possedere.

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