martedì 8 gennaio 2008

Non è una storia triste


Foto by Leonora
Sono debitore, e non solo in questi giorni, nei confronti di molte persone che mi conoscono e che sanno, ma forse sarebbe più corretto scrivere che intuiscono, ciò che accade alla nostra famiglia e che hanno la premura di un gesto o di una parola di attenzione, di affetto.
Chiedo scusa a chi mi ha scritto e a cui non ho ancora risposto. Lo farò, spero presto. Qui voglio lasciare un pensiero che sia per tutti. Se non l’ho fatto, nei giorni o nei mesi scorsi, è per una sorta di pudore, poiché diffido dei sentimenti sbandierati senza riguardo, della compassione a buon mercato e perché non voglio che un fatto così privato, qual è il dolore per un proprio caro che se ne sta andando, divenga mercanzia da dare in pasto, stoffa su cui ricamare invano.
Mi sono ricreduto, stasera, poiché ho pensato che, dopo tutto, questo è un diario pubblico, ma altresì molto privato, un luogo da cui passano molti amici e nel quale un po’ diventano tali anche le persone che non conosco.
Mio padre sta morendo di cancro. Il primo gli è stato diagnosticato cinque anni fa, il secondo, diverso e ancor più aggressivo del primo, due anni or sono. Una malattia temibile, che alla fine ha avuto il sopravvento poiché, come dice lui, “la natura fa il suo corso, l’uomo non può mettersi di traverso troppo a lungo”. Gli ultimi mesi sono stati un pendio ripido. Una quindicina di giorni fa, quando era già assai debilitato, un edema polmonare ha fatto temere il peggio. In ospedale si è ripreso e siamo riusciti a riportarlo a casa per Natale, ma la discesa s’è trasformata in un precipizio. Ha cominciato a camminare con fatica, poi solo se accompagnato, poi niente del tutto; la carrozzina ha sostituito la sedia e il letto la carrozzina; a Natale leggeva i giornali, poi basta giornali e solo un po’ di televisione, oggi neppure quella, soltanto penombra e buio.
Giace così, in un dormiveglia quasi continuo, senza forti dolori, grazie ai farmaci, ma non si nutre, limitandosi con gran fatica a bere, di tanto in tanto.
Non è però una storia triste quella che sto raccontando, anche se mi spaventa il finale, pur sapendo che è già scritto.
Non è una storia triste perché mio padre ha saputo, sa ancora, tenerci per mano e accompagnarci, senza veli, guardando in faccia il male e ciò che gli sta capitando. Non è una storia triste poiché il suo spegnersi pian piano e il suo andare incontro consapevolmente alla morte ci ha permesso, ci sta permettendo un congedo denso, pieno, in cui trova le parole anche il silenzio.
Anche stasera gli abbiamo detto, ci siamo detti, ciò che proviamo per lui, ciò che lui ci ha insegnato; gli abbiamo chiesto e ci siamo sentiti rispondere da lui altrettanto. Ciò non toglie il dolore che proviamo, né mette al riparo dal terrore per come saranno i momenti della restante agonia, del trapasso, ma lo affrontiamo con il cuore in pace, sapendo che tutto è compiuto, che tutto è pronto per il grande salto.

11 commenti:

Elena ha detto...

Grazie per avere condiviso con noi questo tuo momento.
Ti capisco. Nove anni fa ho vissuto la stessa tua esperienza con la mia "nonnetta": sono stati momenti che non ho mai dimenticato.
Ti abbraccio.

valentina orsucci ha detto...

Non importa sapere o meno quello che provi. Certi momenti sono così densi da non lasciare nessuno spazio colmabile da parole. E sono solo di chi li vive, e di chi gli sta intorno.
L'abbraccio che ti mando quindi non vuole servire a niente. Solo a farti sentire un po' di affetto, veramente sincero e dal cuore.

David ha detto...

"Galileo da spirito curioso di tutto metteva bocca anche in letteratura. Criticava la Gerusalemme liberata perché descrivendo il palazzo di Armida, Tasso narrava di porte d’argento incardinate su perni d’oro. Tali meccanismi, che non sono a vista, vanno fatti di metallo resistente, ma vile: questa era la sua obiezione. L’artista, si sa, è scialacquatore, non bada a spese. E poi il letterato, a differenza del regista, non deve fare i conti con il produttore. Ma allo scienziato non era sfuggito lo spreco. Colui che per primo al mondo vide i crateri e i monti della luna con il cannocchiale di sua invenzione e dimostrò che l’aria aveva un peso (l’aveva imparato da Dio “a dare al vento un peso”, Giobbe, 28, 25), pretendeva anche in letteratura un uso appropriato dei materiali. Tasso invece considerò preziosi i perni di un portone. Aveva forse ascoltato la frase del Talmud che insegna:”I cardini reggono la porta e le prove reggono l’uomo”. Se sarai capace di accogliere le tribolazioni e di sopportarle, accettandole come prove della tua resistenza e consistenza, allora quelle pene si trasformeranno in cardini e ti reggeranno. E’ bello sapere che sulle prove affrontate ognuno di noi finisce per appoggiarsi con tutto il peso, per essere pesato. Esse valgono per noi come i cardini che reggono la porta. In disaccordo letterario con Galileo ha fatto bene Tasso a farli d’oro."

(Tratto da: “Alzaia” di Erri De Luca)

Un abbraccio fraterno

Luisa L.G. ha detto...

Non riesco a pensare a nulla di sensato che ti possa portare conforto.
Ci provo con una poesia.

Sulla morte di Kahlil Gibran

Allora Almitra parlò dicendo: Ora vorremmo chiederti della Morte.
E lui disse:
Voi vorreste conoscere il segreto della morte.
ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce.
Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.

Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.
confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell'eternità.
La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore.
In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l'impronta regale?
E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito?

Che cos'è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole?
E che cos'è emettere l'estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio?
Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.

Mauro ha detto...

Giorgio, grazie per aver voluto condividere dei particolari (se così si possono definire) così intimi e privati. Posso solo immaginare cosa si provi. Senza riuscirci. Ma a impressionarmi è, se colgo bene le tue parole, il coraggio proprio di tuo padre.

Un abbraccio a te ed alla tua famiglia.

Anonimo ha detto...

UN ABBRACCIO
Fede

Andrea Perotti ha detto...

Non ho parole... ti abbraccio.

pmor ha detto...

l'immagine che hai scelto per raccontare la tua storia, perché è tua e solo tua anche se la trama si cuce addosso a molti, penso che parli da sola. non è una storia triste, anche se la tristezza vorrà essere protagonista. Questi simbolici abbracci telematici servano a proteggere quella mano che vi accompagna guardando in faccia il male e a tener lontana la tristezza. Ciao.

Luca ha detto...

E' difficile trovare le parole giuste in questi casi...

un abbraccio, credo valga molto di più.

Luca

Luisa L.G. ha detto...

Ho sentito ora Mauro.
Che la pace interiore che hai descritto ti/vi accompagni davvero

Giovanna Alborino ha detto...

so' cosa significa soffrire per un padre, il mio l'ho perso tre anni fa', non ho parole se non quelle di dirti che hai un grande papa'.