martedì 10 aprile 2018

La tentazione del silenzio


Scrivo a molti, quasi mai a me stesso.
Dovrei farlo, più spesso, per ricordare il ragazzo che ero, quanto sono cambiato, quali invece le impronte immutabili, ciò che mi emoziona e quello che invece mi fa serrare la mascella e masticare amaro.
Mi commuovo parecchio. L'ultima volta qualche giorno fa, durante la registrazione del programma che conduco, alla visione di un breve video commissionato dall'Ats al Media Center dell'Eco.
Il tema era quello delle dipendenze, con i ragazzi di quarta superiore che l'hanno realizzato ribaltando la prospettiva, mostrando alcuni atteggiamenti che rafforzano l'autostima, che producono una specie di anticorpi per evitare che la difficoltà diventi disagio.
La scena era semplice: un bimbo che sbaglia il rigore, suo padre che ci rimane male eppure non smette di incoraggiarlo. Balzo in avanti e otto anni più tardi quel cucciolo d'uomo, diventato nel frattempo un giovanotto, segna e va ad abbracciare il genitore che l'ha sempre sostenuto.
Quando siamo tornati in studio avevo i lucciconi agli occhi e un po' me ne vergognavo. Per fortuna la regia mi ha tratto d'impaccio, impostando inquadrature da lontano o almeno non tanto vicine da notare un paio di lacrime che nel frattempo rigavano il viso.
Ho letto da qualche parte che le persone forti sono quelle che si commuovono più facilmente: io devo essere fortissimo.

P.S. Ho un ringraziamento particolare da fare, a coloro che passano da qui e mi leggono e me lo fanno sapere e si lamentano se sono pigro e mi sostengono. Già, mi sostengono. La vita non è mai una linea retta, c'è stato un tempo in cui per passione e per mestiere o qui o sul giornale scrivevo ogni giorno. Quattro anni fa altro giro di giostra, una nuova opportunità, un modo di comunicare diverso e molti fogli bianchi, un po' per scelta, un po' per caso. Spesso mi capita di preferire la lontananza, l'assenza, il silenzio, da contrapporre alle molte chiacchiere, alle parole in eccesso, al rumore di fondo costante che diventa di volta in volta sibilo, borbottio, frastuono. In queste settimane avverto tuttavia  l'urgenza di non abdicare, di far sì che la moderazione non si trasformi in accidia, disimpegno, indifferenza. Mettere a frutto il talento, non seppellirlo sottoterra insomma, poco o tanto che sia. Per farlo userò uno stratagemma, scriverò di volta in volta a qualcuno di voi, anche senza mettere il nome, per non creare imbarazzo. Non sarò insistente, ma nemmeno assente. Il filo annodato più di dieci anni fa merita di continuare ad essere tessuto.

1 commento:

Luca Benincasa ha detto...

Da quando, il 5 marzo, è nato il nostro piccolo Diego, sono diventato fortissimo! Mi commuovo per la qualunque... ma va bene così!
P.s. sono uno di quelli che ti ha sempre letto con piacere, quando pubblicavi tutti i giorni, ma apprezzo anche le assenze e queste pillole che ogni tanto ci doni. Non bisogna scrivere per forza, non bisogna trovare necessariamente qualcosa da dire...
Un abbraccio