Il dialogo è un’arte, ma prima ancora una disposizione.
Dipende tutto da come ci approcciamo, dall’obiettivo che abbiamo in mente. Se è quello di ottenere ragione, cioè di imporre una verità e che sia riconosciuto il valore di quanto abbiamo in mente, siamo spacciati: ogni incontro sarà uno scontro, ogni parola un duello, ogni differenza una trincea modello prima guerra mondiale, corpo a corpo e baionette innestate. Vorremo vincere infatti, affermare una tesi, non capire. Un po’ come capita ai politici, che hanno argomenti a senso unico, specialmente quando parlano in pubblico. Sono sempre Cicerone, avvocati di parte, mai Diogene, ricercatori indipendenti, né Socrate, dispensatore di dubbi.
La ragione è seducente, ma pure schiacciante, chiude i discorsi, non apre la mente. Ed è per questo che andrebbe sempre declinata al plurale, dando per assodato che sia mai una, ma ne esistano molte. E che piu del sostantivo, dovremmo avere caro il verbo: ragionare.
P.S. A proposito di verbi, uno che mi intriga parecchio, di questi tempi, è “argomentare”. Sarà l’influenza di Giorgia, della sua tesi in filosofia analitica, sarà la necessità che ho per lavoro, di motivare ciò che scrivo. Dimostrare con argomenti logici è un esercizio che mi intriga, che tento più possibile di praticare. Parimenti, intuisco che dovrei prestare attenzione all’atteggiamento, a una postura intellettuale che dovrebbe essere quella disarmata e disarmante, di colui o colei che tiene idealmente le braccia aperte o, quanto meno, basse, che non alza la guardia. Vale nei dibattiti in tv, ma pure nelle riunioni di lavoro e persino al bancone del bar o seduti attorno al tavolo, quando al piacere del palato si abbina la convivialità e si parla, si discute. Credo sia questo, l’avere «braccia disarmate», il fioretto che scelgo per questa quaresima e se sarò abbastanza forte, saldo, pure per i tempi a venire.

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